Intelligenza e umanità
Ricordo ancora quando sentii la notizia. Era fine novembre 2022, gli ultimi scampoli dell’era Covid. Alla radio parlarono di una innovazione che avrebbe cambiato il nostro modo di lavorare. Era appena stata messa online la prima versione di ChatGpt, ovvero un programma di «Intelligenza artificiale» (Ia). Eccola, è arrivata, pensai. Avevo affrontato il tema della Ia nella mia tesi di laurea in ingegneria elettronica, ben 31 anni prima. Il lavoro parlava, tra l’altro, delle «reti neuronali artificiali», e dei meccanismi di «autoapprendimento» di tali macchine. Adesso, tre decenni dopo, ecco la prima applicazione pubblica e gratuita, e quindi votata a una larga diffusione.
In tre anni e mezzo ChatGpt si è evoluto rapidamente, mentre molti altri software simili sono diventati disponibili. Oltre a testi, si possono ora elaborare anche immagini e video. I maggiori motori di ricerca li hanno integrati nelle loro funzioni, per cui, anche se non vogliamo, di fatto utilizziamo ogni giorno degli algoritmi di Ia.
Grazie al mio backgroud tecnico, ho mantenuto sempre un elevato senso critico rispetto al buon uso o meno delle innovazioni tecnologiche. Per l’Ia, in particolare, il mio scetticismo si è orientato, fin da subito, sul rischio di delega di alcune funzioni – in particolare quelle decisionali – dall’uomo alla macchina.
La prima enciclica di papa Leone, Magnifica Humanitas, resa pubblica il 25 maggio, affronta con coraggio il tema della tutela della persona umana nel tempo della Ia. Voglio estrapolare qui solo alcuni punti che mi paiono estremamente importanti.
Intanto la questione dello strapotere della tecnocrazia (privata) sulle altre istituzioni umane, con rischi elevati per democrazia, uguaglianza e verità: «[…] nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze».
In un passaggio, molto chiaro, l’enciclica ci ricorda che «le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. […] non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente».
Occorre fare un ulteriore passaggio: «Non possiamo considerare l’Ia moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. Per questo, il discernimento etico […] deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano».
Un termine particolarmente caro a papa Leone è «disarmare»: «Disarmare l’Ia significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita».
Siamo solo all’inizio di una storia nella quale dovremo sempre più convivere con macchine «generative», occorre essere vigili, come suggerisce il Papa, affinché l’umanità resti al centro.
Marco Bello, direttore editoriale

















