Intelligenza e umanità

Ricordo ancora quando sentii la notizia. Era fine novembre 2022, gli ultimi scampoli dell’era Covid. Alla radio parlarono di una innovazione che avrebbe cambiato il nostro modo di lavorare. Era appena stata messa online la prima versione di ChatGpt, ovvero un programma di «Intelligenza artificiale» (Ia). Eccola, è arrivata, pensai. Avevo affrontato il tema della Ia nella mia tesi di laurea in ingegneria elettronica, ben 31 anni prima. Il lavoro parlava, tra l’altro, delle «reti neuronali artificiali», e dei meccanismi di «autoapprendimento» di tali macchine. Adesso, tre decenni dopo, ecco la prima applicazione pubblica e gratuita, e quindi votata a una larga diffusione.

In tre anni e mezzo ChatGpt si è evoluto rapidamente, mentre molti altri software simili sono diventati disponibili. Oltre a testi, si possono ora elaborare anche immagini e video. I maggiori motori di ricerca li hanno integrati nelle loro funzioni, per cui, anche se non vogliamo, di fatto utilizziamo ogni giorno degli algoritmi di Ia.

Grazie al mio backgroud tecnico, ho mantenuto sempre un elevato senso critico rispetto al buon uso o meno delle innovazioni tecnologiche. Per l’Ia, in particolare, il mio scetticismo si è orientato, fin da subito, sul rischio di delega di alcune funzioni – in particolare quelle decisionali – dall’uomo alla macchina.

La prima enciclica di papa Leone, Magnifica Humanitas, resa pubblica il 25 maggio, affronta con coraggio il tema della tutela della persona umana nel tempo della Ia. Voglio estrapolare qui solo alcuni punti che mi paiono estremamente importanti.

Intanto la questione dello strapotere della tecnocrazia (privata) sulle altre istituzioni umane, con rischi elevati per democrazia, uguaglianza e verità: «[…] nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze».

In un passaggio, molto chiaro, l’enciclica ci ricorda che «le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. […] non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente».

Occorre fare un ulteriore passaggio: «Non possiamo considerare l’Ia moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. Per questo, il discernimento etico […] deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano».

Un termine particolarmente caro a papa Leone è «disarmare»: «Disarmare l’Ia significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita».

Siamo solo all’inizio di una storia nella quale dovremo sempre più convivere con macchine «generative», occorre essere vigili, come suggerisce il Papa, affinché l’umanità resti al centro.

Marco Bello, direttore editoriale




Missione è consolazione

Giugno è il mese della Consolata, non solo per i torinesi e tutti i missionari e missionarie che da Lei prendono il nome, ma anche per milioni di persone che, nei quattro angoli della terra, l’hanno conosciuta.
San Giuseppe Allamano, servitore instancabile e gioioso della Madonna, aveva capito bene che dalla Consolata venivano una forza e un messaggio impossibili da confinare nelle mura di un santuario. La sua forza di consolazione spingeva fuori, incontro alle persone, specialmente le più marginali della città. Per questo il nostro fondatore si è curato, oltre che dei giovani sacerdoti a lui affidati e dei fedeli che frequentavano il santuario, anche dei carcerati, dei tranvieri, dei lavoratori, delle «servette e sartine», non solo per alimentarne la fede ma anche per promuovere ogni iniziativa che ne migliorasse le condizioni di vita. Ha sostenuto anche la stampa cattolica (sia in Francia che a Torino) e ha poi fondato nel 1899 il «periodico» La Consolata, da cui è nata questa nostra rivista, per comunicare la consolante vicinanza della Mamma di Gesù sia nelle case di Torino, che in quelle lontane dei migranti italiani in America.

Ma tutto questo, per San Giuseppe Allamano, ancora non era sufficiente: voleva fare la sua parte nel donare, come Maria, Gesù a tutta l’umanità: ecco allora la fondazione dei due istituti missionari, e l’invio, a partire dal 1902, di centinaia di evangelizzatori in Africa, poi in America e, successivamente, in Asia.

Servitori della consolazione di Maria: sono poche parole che sintetizzano non solo l’identità dei missionari e missionarie della Consolata, ma il cuore stesso della missione della Chiesa. La vera consolazione è Gesù che è testimone dell’amore di Dio per ogni uomo e per la creazione. Egli è colui che si è fatto servo, non padrone, degli uomini, affinché vivano secondo il sogno di Dio che li ha creati: custodi del creato, generatori di vita, gioia e pace, liberi da ogni schiavitù.
Consolare non è coccolare o illudere gli altri che il male non esista. È stare accanto, con amore, speranza e fede, alle persone nella realtà, spesso dura, della loro vita.

La missione della consolazione, oggi, si confronta con sfide vecchie e nuove. Vecchie come il razzismo, la povertà, l’ignoranza, la schiavitù, la mercificazione delle persone e la rapina dei beni comuni a vantaggio di pochi. Nuove come l’intelligenza artificiale, il martellamento della pubblicità, la pressione dei social, il consumismo esasperato, l’idolatria dell’io, la presunta difesa dei confini, l’attacco alla famiglia e alla vita, la smaterializzazione dei contatti e delle amicizie, il cambiamento climatico e quanto altro.

Consolare, oggi, è anche dire, assieme a papa Leone: «Beati gli operatori di pace! Guai invece a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

Consolare è contestare un approccio solo repressivo e securitario ai problemi sociali, proponendone un altro che metta al centro la dignità delle persone, soprattutto di quelle più emarginate. Non si risolvono i problemi con più carceri, più muri, più rimpatri, ma con più cura delle persone, più promozione della pace, più rapporti commerciali equi.

Consolare oggi è contestare le scelte lasciate agli algoritmi e rimettere al centro quelle motivate dall’etica e dalla responsabilità personale.

Consolare diventa allora una sfida alla passività, alla rassegnazione, alla tentazione di relazionarsi con la realtà e la storia solo attraverso uno schermo, cambiando canale quando non si è contenti.

Consolare ha la sua radice nell’esperienza della risurrezione che apre orizzonti di vita e amore a tutta l’umanità. La sua energia viene dal fuoco dello Spirito della Pentecoste che alimenta l’amore come impegno e servizio con una fede forte e una speranza che sa guardare oltre le molte morti che affliggono l’umanità.

Così il 20 giugno, festa della Consolata, è il giorno nel quale rinnovare il nostro impegno per la missione, una missione nuova e creativa che sappia andare incontro alle grandi domande della vita di oggi rivelando la presenza del Signore in mezzo a noi.

padre Gigi Anataloni, direttore responsabile




La speranza non delude

Al credente il mese di maggio offre tre caratteristiche significative dal punto di vista della missione: siamo nel tempo di Pasqua, si celebra la festa di Pentecoste ed è il mese dedicato a Maria.
Il tempo di Pasqua, i 50 giorni dalla resurrezione di Gesù alla Pentecoste, è un periodo speciale perché l’incontro con il Risorto è antidoto alla tristezza, alla sfiducia, alla rassegnazione davanti all’inevitabilità del male, all’arroganza dei potenti, alla logica della guerra. In Gesù risorto è la vita che vince contro la morte, il perdono contro la vendetta, la pace contro la guerra. Per questo diventa un tempo di ricarica delle energie più belle per impegnarsi con speranza attiva contro la rassegnazione e tutto quello che disumanizza e toglie dignità alla persona.

Pentecoste è il culmine di questo tempo speciale. È il giorno della «missione». I discepoli di Gesù pieni di Spirito Santo, il fuoco d’amore di Dio, vinta la paura, vanno incontro agli uomini per annunciare la bella notizia che Egli, il figlio di Dio, è vivo e ama ciascuno in modo unico. Nel suo nome è, quindi, possibile costruire un mondo nuovo dove tutti siano sorelle e fratelli, un’unica famiglia, e dove la relazione con il creato non sia quella di padroni sfruttatori, ma di giardinieri innamorati per farne un luogo dove far festa insieme.

Il mese di Maria, poi, offre l’opportunità per ritrovare e rinnovare la nostra umanità guardando a una donna che ha scoperto la sua dignità e libertà nell’accoglienza incondizionata dell’Amore nella sua vita. Una donna che Gesù sulla croce ci ha donato come nostra Madre. Una madre di cui nessuno può vantare l’esclusiva, ma che ci aiuta a scoprire una moltitudine di fratelli e sorelle. Una madre che ci incoraggia a fare come lei che ha cura di ciascuno di noi, ci consola, ci sostiene e si fa tutto a tutti, accettando che ciascuno la chiami col nome che preferisce e la ritragga nei modi più consoni alla sua cultura e tradizioni.

Con Maria, allora, si rinnova l’impegno per la pace, la giustizia, la cura del creato. Con lei si diventa missionari di consolazione e si ha la forza di rigettare violenze, razzismi, ingiustizie.

Il tempo di Pasqua, la Pentecoste e Maria sono tre fattori che ci aiutano a ritrovare l’energia e la visione per impegnarci a costruire un mondo sempre nuovo senza rassegnarci alla terribile situazione che stiamo vivendo, nella quale si bombardano i ponti e si costruiscono barriere, dove le fake news, la pubblicità e l’uso di un’Ai senz’anima blandiscono e intontiscono l’intelligenza e uccidono la libertà.

Questi tre elementi alimentano la mia speranza in questo anno per me speciale nel quale celebro il cinquantesimo di sacerdozio (e giornalismo). Passato nei fermenti del Sessantotto (pur essendo seminaristi, fummo tra i promotori dei primi scioperi e manifestazioni nel liceo statale che frequentavamo), lanciato nella gioiosa avventura dell’animazione missionaria, quando fui ordinato sacerdote respiravo un grande ottimismo per un mondo nuovo di fraternità e pace, un mondo senza confini, senza colonialismo, razzismo e fanatismo religioso. La televisione era ancora ai primi passi, la carta stampata manteneva ancora tutto il suo fascino e non c’erano influencer, social media e pubblicità invasiva.

Sono stato ordinato sacerdote missionario della Consolata nel 1976. Cinquant’anni dopo, il mondo sembra passarsela male: la guerra mondiale a pezzi, il cambiamento climatico, gli autoritarismi in crescita, la povertà che riguarda ancora troppe persone, la denatalità nei Paesi dell’Occidente, le chiese vuote, i giovani che perdono la speranza nel futuro.

La tentazione è quella di pensare di aver corso invano, di essere stato incapace di annunciare davvero quel mondo nuovo per cui Gesù ha dato la vita.

Ma rivivere con Maria questo tempo di Pasqua e continuare ad accettare la sfida della Pentecoste, che non ti lascia marcire nelle tue paure e nella tentazione di buttarti solo quando sei sicuro dei risultati, è ancora oggi per me una grande opportunità di vivere veramente di speranza.

Sul mio tavolo ho una piccola ghianda. Piantata, si trasforma e diventa una quercia imponente. Il pensiero mi dona consolazione. Nella forza della Pasqua del Signore, il futuro è dei piccoli. La speranza non delude.

padre Gigi Anataloni
direttore responsabile




Mai abituarsi alla guerra

Mai abituarsi alla guerra. Da alcune settimane l’Ucraina è entrata nel quinto anno d’invasione da parte della Russia di Vladimir Putin. La popolazione ha appena passato un inverno particolarmente duro perché le azioni belliche, intensificate con l’obiettivo di distruggere le infrastrutture energetiche, hanno puntato direttamente alla popolazione. Una guerra indirizzata ai civili, dunque, in modo diretto (con le bombe) e indiretto (con il freddo e le privazioni).

Mentre scriviamo, si è pure scatenato l’attacco totalmente illegale da parte di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. In flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite (articolo 2), senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza e senza alcuna legittima rivendicazione di autodifesa (articolo 51). Un attacco diretto alle Nazioni Unite già debilitate (si veda l’articolo nella rubrica Cooperando). La mossa di Trump, inoltre, aggira l’autorità costituzionale del Congresso degli Stati Uniti, il cui voto è necessario per una dichiarazione di guerra, a meno di attacco contro gli Usa o minaccia di un attacco imminente. Intanto, è partito il macabro conteggio delle vittime civili nella nuova guerra.

Israele, da due anni e mezzo, punta in modo sistematico alla popolazione della striscia di Gaza, uccidendola, oltre che con i proiettili dei cecchini e le bombe degli aerei, per fame, per malattia, per freddo (mentre Hamas usa la gente come scudi). Continua l’occupazione della Cisgiordania e attacca ancora il Libano distruggendo e uccidendo.

Sono guerre fuori da ogni regola, nelle quali gli eserciti si concedono tutto. Nonostante oggi la guerra ibrida e l’uso dei droni diano l’illusione di guerre meno cruente. Restano le trincee e le linee rosse (o gialle) invalicabili. Mentre il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra paiono retaggi del passato.

Poi ci sono le guerre che si dimenticano semplicemente perché i media non ne parlano.

Il conflitto in Sudan, questo mese, compie tre anni. È descritto dalle agenzie dell’Onu come la più grave catastrofe umanitaria odierna, con oltre 12 milioni di sfollati. Guerra civile, ma in realtà guerra internazionale, con l’implicazione di Emirati arabi uniti, Egitto, Russia, Iran, Turchia. Anche qui, l’assedio e poi la caduta della città di Al Fashir (capoluogo del Nord Darfur) a fine ottobre 2025, ha mostrato rappresaglie e violenze inenarrabili contro i civili. Ma poco è stato e viene raccontato sui media cosiddetti mainstream.

Così come avviene per le guerre nel Sahel. In Burkina Faso, a metà febbraio, si è svolta la più grande offensiva, condotta su vari fronti e in diverse provincie, dei gruppi jihadisti di Jenim, legati ad al-Qaeda. Ha coinvolto centinaia di combattenti e ha portato alla morte di oltre 180 persone in pochi giorni, molte delle quali civili.

Le guerre sono anche circondate da false informazioni, oggi favorite da due elementi: la facilità di diffusione tramite social media (che non sono mezzi di stampa e quindi non sono verificati) e la possibilità di fabbricare notizie, foto e video, attraverso un largo uso dell’intelligenza artificiale. Immagini create ad hoc e diffuse in rete attraverso le piattaforme social, sembrano reali e inducono a credere ad avvenimenti mai accaduti e a orientare l’opinione pubblica.

Mai abituarsi alle guerre, mai dimenticare. Informarsi, anche se è difficile. Viviamo in una società sovraffollata di notizie, ma solo di quelle che ci vogliono dare.

Per avere un’informazione plurale e dettagliata, su alcuni temi o Paesi, occorre cercare, leggere i media alternativi. Proprio come MC. Media che non sono in mano a potenti gruppi economici portatori di interessi, ma sono realizzati dal basso, dalla società civile. Come quelli di cui ci racconta Andrea Saroldi nella rubrica «La legge della solidarietà» di questo numero.

La scelta su come informaci è un’opzione che possiamo ancora scegliere.

Felice Pasqua a tutte e tutti.

Marco Bello,
direttore editoriale




Per una nuova primavera

In questi giorni domina il numero 12, ma non quello degli apostoli, sfortunatamente.
A Milano c’è un milionario ogni 12 persone, mentre «i 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono da soli una ricchezza superiore a quella detenuta dalla metà più povera dell’umanità, ossia 4,1 miliardi di persone» (dal rapporto Oxfam del 19 gennaio 2026 sullo stato delle diseguaglianze sociali a livello globale e in Italia).

Numeri da vertigine, considerando poi che gran parte di questa ricchezza non è usata per il bene comune, ma per aumentare le diseguaglianze e imbrigliare ogni opposizione; per rafforzare un sistema politico e informativo che silenzia, imprigiona, sopprime ogni alternativa, obiezione, dissenso.

Questi stessi ricchi sono poi quelli che guadagnano sulle guerre e considerano il mondo terra di conquista e spartizione, senza alcuna considerazione per chi vi abita e per il diritto dell’umanità a disporre delle sue risorse collettivamente, e non a favore di pochi privilegiati.

In questo mese di marzo, ci aspettano due appuntamenti importanti per rinnovare la nostra contrarietà a ingiustizia e diseguaglianze: la giornata internazionale della donna, l’8, e la 34ª giornata dei «Missionari martiri, gente di primavera, portatori di nuova vita e speranza», il 24. Assieme a questi due appuntamenti mi piace ricordarne un altro, già celebrato l’8 febbraio: la giornata contro la tratta. Tre appuntamenti di speranza e di rinnovato impegno per un mondo più giusto, fraterno e in pace.

La giornata contro la tratta è stata l’occasione per ribadire un forte no allo sfruttamento delle persone, siano esse lavoratori maltrattati, donne e minori trafficati per ogni genere di abuso, migranti e rifugiati spremuti fino in fondo con false promesse, o immigrati arrestati senza pietà e senza rispetto dei loro diritti e delle norme internazionali.
Ogni persona è un valore, è immagine di Dio, è cittadina del mondo, è degna di rispetto ed ha diritto a una vita piena.

La giornata internazionale della donna offre l’opportunità di ripensare, rinnovare, rigenerare le relazioni tra uomo e donna, in una visione d’insieme, dove nessuno è padrone dell’altro o dell’altra. È l’occasione per ribadire il «no» ai soprusi e alla violenza di genere, certamente, ma soprattutto a ogni tipo di sopraffazione nella relazione tra persone. Occorre rigettare tutte le degenerazioni del cosiddetto patriarcato, nei tempi antichi strumento di sopravvivenza essenziale in una vita dura, oggi degenerato in forme inaccettabili di superiorità e dominio che legittimano l’abuso e la brutalità e, soprattutto, rivelano una grande confusione dei ruoli, non visti più come strumenti per un cammino da compiere insieme, ma spesso solo come mezzi per l’affermazione di sé, del proprio io.

La giornata dei missionari (e cristiani) martiri ci parla, invece, di primavera e di vita nuova. Celebrata dal 1993, nel giorno del tredicesimo anniversario del martirio di monsignor Oscar Romero, avvenuto nel 1980, ricorda quest’anno 17 «martiri» (cioè «testimoni»). Da quando si celebra, l’anno con il maggiore numero di cristiani uccisi per la fede (264) è stato il 1994. In tutto, dal 1990 a oggi sono stati 1.181, tra cui 679 sacerdoti e 214 religiosi.

Personalmente, questa giornata mi suscita due sentimenti contrapposti: tristezza e grande gioia.

Tristezza per la violenza, l’intolleranza e la persecuzione ancora oggi praticate in troppe parti del mondo, con oltre 350 milioni di cristiani non liberi di vivere la loro fede. Soprattutto perché spesso violenza e intolleranza sono giustificate come via per mantenere o ritrovare una presunta «grandezza», messa in pericolo da chi è diverso o non allineato con l’ideologia o la religione dominante.

Gioia grande perché trovo di una bellezza incredibile il fatto che ci siano persone che continuano a dare la vita per amore, che non si lasciano intimidire dalla cattiveria, dai soprusi, dalle vessazioni e rispondono con il dono della loro stessa vita, con la gratuità e il perdono.
Testimoni che non fuggono, ma stanno con la loro gente fino alla fine, sono vicini ai più poveri, ai popoli indigeni, agli sfruttati della terra, ai migranti, dando tutto grazie alla forza che trovano nell’amore di Gesù. Stupendi uomini e donne di pace e fraternità, fiori di una nuova primavera per tutta l’umanità, incredibile antidoto a ogni pessimismo.

Gigi Anataloni
direttore responsabile




Pace quando? Pace ora

Cisgiordania, fronte di guerra. Non si può dire che sia «nuovo», ma dal 7 ottobre 2023 il conflitto si è, anche qui, intensificato. I coloni ultraortodossi, che in realtà sono occupanti più che coloni, compiono ogni sorta di crimine contro i palestinesi. E restano sempre impuniti. Talvolta sono appoggiati dall’esercito dello Stato di Israele (Idf).

L’ultimo terribile episodio salito alle cronache (almeno rispetto a quando stiamo scrivendo) è l’esecuzione sommaria di due palestinesi a Jenin, da parte dei militari israeliani. Il video, realizzato di nascosto, ritrae alcuni soldati di uno degli eserciti più forti del mondo freddare due uomini disarmati con le mani in alto. È successo il 27 novembre scorso. Negli stessi giorni, un altro video mostra un gruppo di coloni a volto coperto che assalta, bastoni in mano, una fattoria di palestinesi ferendo una contadina. Una scena quotidiana in Cisgiordania.

Un Paese, Israele, che si dice democratico ma che viola sistematicamente i diritti.

E poi l’Ucraina. Qui l’invasore, dopo quasi quattro anni di guerra, vuole annettere i territori, anche quelli che non ha conquistato militarmente. Intanto continua a distruggere tutto: centrali elettriche, ospedali, scuole, case. Con l’«amico» presidente dello Stato più arrogante del mondo che si veste da negoziatore, Trump, ma continua a fare gli interessi del collega russo.

E il Sudan, dove la guerra semisconosciuta che va avanti da aprile 2023, ha causato 12,6 milioni di sfollati: persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa e fuggire. Del numero di civili morti non è dato sapere, perché in questa guerra non si contano neppure. Il Paese dove la caduta della città di el-Fasher, il 26 ottobre scorso, dopo un assedio durato 17 mesi, ha svelato al mondo un nuovo inferno sulla terra.

Allargando la lente sul continente africano, scopriamo che, restando a Sud del Sahara, su 49 paesi, in 24 di essi ci sono conflitti internazionali, conflitti interni o post elettorali, o regimi dittatoriali, molti dei quali retti da giunte militari. La popolazione della metà dei Paesi africani vive in guerra o subisce pesanti violazioni dei diritti umani.

Un esempio tra tutti, il Mali. Il Paese cerniera tra i popoli del deserto e quelli del Sahel, governato da oltre quattro anni da una giunta militare appoggiata dai mercenari russi, sta per cadere in mano ai jihadisti legati ad al-Qaeda.

È l’industria delle armi che detta legge. I Paesi della Nato sono pressati a portare la spesa per esercito e difesa al 5% del Pil in pochi anni. Operazione, tra l’altro, tecnicamente impossibile.

La parola Pace non trova più posto in tutto questo. Ma la maggioranza della popolazione di Israele, Palestina, Ucraina, Russia, Sudan, Mali, e del resto del mondo vuole la guerra? La risposta è no, e allora perché ci lasciamo comandare da un’esigua minoranza che, con essa, fa i suoi affari?

L’anno che sta iniziando ci auguriamo che porti segni di pace, notizie di fine di guerre. La geopolitica, gli interessi nazionali, la real politik, la corsa alle risorse, … tutto questo fa in qualche modo parte della natura umana, ma la guerra può essere sostituita con altre forme di negoziazione, rette dal diritto internazionale, costruito faticosamente dopo la Seconda guerra mondiale, e oggi così disatteso.

Noi, di rivista e sito Missioni Consolata, continueremo a parlare di tutti questi temi, sforzandoci di farlo in modo più autorevole e indipendente possibile. Anche in questo 2026.

Non tralasceremo le notizie positive e belle. Ne citiamo una per tutte: a febbraio ricorre il centenario della morte (16 febbraio 1926) di san Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata, e anche fondatore della nostra testata, sotto il nome di «La Consolata», nel lontano gennaio 1899. Allamano, infatti, era un visionario anche sull’importanza dell’informazione.

Care lettrici e cari lettori, a voi chiediamo di continuare a seguirci, a leggerci, a scriverci lettere (o e-mail). E, come redazione di Missioni Consolata, auguriamo a tutte e tutti un anno di Pace vera.

Marco Bello
direttore editoriale




C’è ancora posto per lui?

Quando si legge il Vangelo di Natale, c’è una frase che sempre colpisce: «Non c’era posto per loro nell’alloggio» (Lc 2,7). L’alloggio, spesso e volentieri tradotto albergo, era la «stanza degli ospiti» della casa, come quella nella quale poi Gesù, molti anni dopo, si sarebbe riunito con i suoi per l’ultima cena.
Certo, in quei giorni a Betlemme, la stanza degli ospiti della famiglia di Giuseppe era sicuramente strapiena, visto che il censimento aveva fatto arrivare i parenti da ogni dove e con tutti quegli uomini, donne e bambini accalcati insieme, non era davvero il posto più adatto per far
nascere un bambino. La stalla, con la sua quiete e il suo calore, offriva, invece, un ambiente più accogliente, intimo e discreto.

Il fatto, però, che l’evangelista faccia notare che «non c’era posto» per quella coppia in attesa, significa che non è solo un’informazione logistica, ma che vuole sottolineare proprio la mancata accoglienza da parte dei «suoi», la gente di Betlemme, la città di Davide, colui che aveva ricevuto la promessa del Messia. I «suoi» avrebbero dovuto essere i primi a gioire per la venuta di quel bambino. Invece i primi sono stati i «pastori», gli esclusi, quelli accampati fuori sotto la provvisorietà di una tenda.

Se nascesse oggi, quel bimbo troverebbe un luogo che lo accoglie? Ci sarebbe posto per lui e la sua famiglia? O farebbe la fine di tanti bambini centrati dalle bombe negli ospedali, nelle loro case, nelle scuole, nelle strade? O finirebbe in fondo al mare come tanti piccoli non ancora nati o appena nati da genitori stipati su barconi che attraversano, pieni di speranza, il mare?

Nascesse oggi, i suoi genitori non riuscirebbero neppure a entrare a Betlemme, circondata com’è da un grande muro. La sua gente è chiusa dentro: non si entra e non si esce.

Ma quello non è l’unico muro di oggi. Sembra passata un’eternità dal quel 9 novembre 1989 nel quale il mondo fece festa per la caduta del muro di Berlino, che era segno di divisione, di sfiducia, di mentalità di guerra. Doveva essere la festa per un mondo nuovo, un mondo di pace.

Invece, da allora, di muri ne sono stati costruiti in tutti i continenti, con la scusa di difendere «la patria», l’identità, la sicurezza del proprio Paese contro l’invasione di chi viene per sfruttare le nostre risorse, per sovvertire il nostro modo di vivere, per prendere possesso del nostro mondo, per sostituire la nostra cultura.

Muri fisici, barriere burocratiche o dazi esorbitanti, non importa. Quel che conta è tener fuori o buttar fuori tutti quelli che sembrano pericolosi per nostra sicurezza e il nostro benessere.

In questi tempi abbiamo perfezionato anche un’altra specialità: quella di distruggere le case e le città rendendole mucchi di macerie, costringendo chi vi abita a fuggire o a sopravvivere rintanandosi sottoterra. Chi va sottoterra diventa un invisibile, ma chi fugge, dove va? Da chi è accolto? E mentre per produrre bombe, missili e droni – tutti strumenti di morte – i soldi si trovano, per costruire tutto quello che promuove pace e giustizia, le uniche cose che davvero migliorano la vita di tutti, le risorse non ci sono.

Mi viene poi un’altra domanda guardando al nostro mondo, alla nostra Italia, dove l’invecchiamento aumenta, le coppie si sposano sempre più tardi, la natalità diminuisce giorno dopo giorno. Dovesse essere mandato oggi l’angelo, troverebbe ancora una giovane coppia disposta ad accogliere una nuova vita? E non perché le ragazze o i ragazzi di oggi non siano capaci di amare, anzi. Ma perché la nostra società cerca di uccidere in loro la speranza, offusca il loro futuro e concentra tutto nel qui e ora, nel piacere dell’immediato, nell’io invece che nel noi, nella delega ai poteri forti e agli ultra ricchi, all’Ia e ai social che danno l’illusione di essere inseriti nel mondo, ma in realtà chiudono in stanze sia virtuali che reali.

Eppure, anche solo il porsi queste domande, è un segno di speranza. Vuol dire continuare a resistere, a sognare e lottare per un mondo diverso, un mondo di pace e di fraternità, di giustizia ed equità, un mondo in cui ciascuno e tutti sono cittadini con uguali diritti e doveri, soggetti della propria storia, custodi responsabili e gioiosi del creato. La speranza generata dall’accogliere quel bambino indifeso, Gesù, che è testimone dell’immensa fiducia di Dio nell’uomo, diventa allora la forza che anima l’impegno per un mondo di vera pace.

Certo, come singoli, non abbiamo i mezzi e la forza di compiere gesti eclatanti o risolutivi, ma anche solo l’offrire una accogliente «mangiatoia» a chi bussa alla nostra porta, è un piccolo gesto di amore che come una piccola luce rompe il buio della notte.

Gigi Anataloni
direttore responsabile




Siamo rimasti umani?

Le manifestazioni per Gaza e per la Palestina degli scorsi 22 settembre, 3 e 4 ottobre, e diverse altre, hanno fatto vedere come l’Italia non sia totalmente «anestetizzata» rispetto a quanto sta succedendo in Medio Oriente. I tardivi riconoscimenti dello Stato di Palestina, da parte di molti Paesi in concomitanza della 80a Assemblea delle Nazioni Unite hanno mostrato che, anche per la diplomazia formale, il limite è stato passato. Oggi oltre 150 Paesi su 193 membri dell’Onu hanno riconosciuto la Stato di Palestina (circa lo stesso numero di quelli che riconoscono Israele). E nell’ultimo giro, anche molti europei di peso.

In effetti, una commissione di esperti indipendenti delle Nazioni Unite, già il 16 settembre avevano rilasciato un rapporto che scioglieva ogni dubbio: a Gaza è genocidio. Quattro su cinque «atti genocidi» definiti dalla Convenzione sul genocidio del 1948, si sono avverati a Gaza per mano del Governo di Israele, mentre uno solo di essi è sufficiente per definirlo tale.

Il Governo estremista di Benjamin Netanyahu nega ogni crimine di guerra, e opera in tutti i modi affinché sia impossibile la creazione di uno Stato palestinese. Non solo con la distruzione totale di Gaza, ma anche con la progressiva occupazione della Cisgiordania, in maniera da creare una vera e propria disintegrazione territoriale di quello che dovrebbe essere lo Stato di Palestina. «Se non ci muoviamo, non ci sarà più terra da riconoscere come Palestina», ha ammesso un rappresentante del ministero degli Esteri del Regno Unito, un Paese che ha dichiarato il riconoscimento lo scorso 21 settembre, insieme a Canada e Australia.

Segnaliamo, in Librarsi di questo numero, un interessante libro sulle «narrazioni opposte» di questa guerra.

Salutiamo, la coraggiosa missione della Gaza Sumud Flotillia, della quale abbiamo raccontato sul nostro sito. I suoi componenti sono stati arrestati in acque internazionali, contro ogni legge, poi trattenuti in strutture detentive, e sottoposti a maltrattamenti fisici e psichici.

Molto bella è stata l’iniziativa della neonata rete «Preti contro il genocidio», alla quale aderiscono circa 1.600 sacerdoti di 50 Paesi dei cinque continenti. Il giorno 22 settembre, un gruppo di un centinaio di loro, di varia nazionalità, ha pregato e a realizzato una processione a Roma, chiedendo «Giustizia e pace per la Palestina». I sacerdoti e i vescovi presenti «hanno voluto sollecitare nella comunità civile ed ecclesiale una coraggiosa riflessione circa il genocidio palestinese», ha scritto la rete in un comunicato stampa.

Importante anche la nota diffusa dalla Conferenza episcopale italiana, riunita nel Consiglio episcopale permanente, il 24 settembre, nel quale ha espresso una posizione inequivocabile: «Chiediamo con forza che a Gaza cessi ogni forma di violenza inaccettabile contro un intero popolo e che siano liberati gli ostaggi. Si rispetti il diritto umanitario internazionale, ponendo fine all’esilio forzato della popolazione palestinese, aggredita dall’offensiva dell’esercito israeliano e pressata da Hamas. Ribadiamo che la prospettiva di “due popoli, due Stati” resta la via per un futuro possibile. Per questo, sollecitiamo il Governo italiano e le istituzioni europee a fare tutto il possibile perché terminino le ostilità in corso e ci uniamo agli appelli della società civile».

È tardi, forse troppo tardi. Tutti, avremmo dovuto muoverci prima. Non possiamo sapere cosa diventerà Gaza nelle prossime settimane, se la tregua reggerà, chi la ricostruirà e chi la governerà. Oggi, però, è chiaro che non fare nulla non è più neutralità, ma complicità. Noi, con l’unica arma che abbiamo in mano, la penna – o meglio la tastiera -, condanniamo il genocidio perpetrato a Gaza.

Parafrasando il motto dell’attivista e giornalista Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza nel 2011, «Restiamo umani!», ci chiediamo: siamo rimasti umani?

Marco Bello

Care lettrici e cari lettori,
dallo scorso agosto la Fondazione Missioni Consolata onlus, il nostro editore, ha completato il processo per iscriversi nel Registro unico del terzo settore (Runts). Percorso necessario, come soggetti della società civile, per adempiere alla nuova legge del Terzo settore.
Il nome diventa quindi Fondazione Missioni Consolata Ets.




Missionari di speranza, artigiani di pace

Editoriale comune delle riviste della FESMI
(Federazione stampa missionaria italiana)

Francesco evidenzia che la missione oggi si realizza «in un mondo che, nelle aree più “sviluppate”, mostra sintomi gravi di crisi dell’umano: diffuso senso di smarrimento, solitudine e abbandono degli anziani, difficoltà di trovare la disponibilità al soccorso di chi ci vive accanto. Sta venendo meno […] la prossimità: siamo tutti interconnessi, ma non siamo in relazione». Siamo centrati su noi stessi e incapaci di altruismo, continua il papa. Va in questa direzione anche il tema della terza edizione del Festival della Missione a Torino: «Il volto prossimo»
(9-12 ottobre 2025).

Leone dal canto suo afferma che nel contesto mondiale attuale, che obbliga milioni di persone a lasciare la propria terra d’origine, «la generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana». Di fronte a scenari così spaventosi – continua Leone -, «è importante che cresca nel cuore dei più il desiderio di sperare in un futuro di dignità e pace per tutti gli esseri umani. Tale futuro è parte essenziale del progetto di Dio sull’umanità e sul resto del creato».

Dire che «i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza» è una provocazione audace per un paese come l’Italia, che sembra aver esaurito la sua tensione missionaria, un invito a reagire positivamente, appunto da «pellegrini» che non si accontentano di stare ai bordi della strada guardando la storia passare. Siamo pellegrini, non «fuggiaschi», chiamati cioè a fare la nostra parte «per diventare “artigiani” di speranza e restauratori di umanità». Questo non si realizza solo informandosi, firmando appelli, protestando, ma anche pregando, intessendo una relazione profonda con Dio, per liberarci dalla nostra autoreferenzialità e dai condizionamenti delle società in cui viviamo, lasciandoci invece contagiare dal sogno di restaurare l’umanità che ha in Gesù il suo modello insuperabile. La vita, nella sua dimensione orante, ci fa capire chi veramente siamo, smascherando i nostri egoismi, le tentazioni di farla da padroni sugli altri e sui beni di questo mondo, oltre che guarirci dallo scoraggiamento e dalla paura. Un sogno che può diventare realtà, se camminiamo davvero insieme, sinodalmente, come membra vive della Chiesa e della società civile, non da semplici spettatori, ma da artigiani di pace e restauratori di umanità, sempre dalla parte delle vittime, dei piccoli, degli scartati, degli ultimi. Vivere allora la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato e la Giornata missionaria mondiale vuol dire, sì, partecipare alla missione della Chiesa con gesti concreti di solidarietà nei confronti dei missionari e delle missionarie negli angoli più sperduti del pianeta, ma anche, e soprattutto, rinnovare il nostro impegno di missionari di speranza e artigiani di pace nella nostra realtà quotidiana.

FESMI




La scomparsa del diritto internazionale

Il mondo in cui viviamo è diventato in pochi anni sempre più instabile. Il sistema che ha garantito la sicurezza internazionale – pur con diverse falle – negli ultimi ottant’anni sembra saltato. All’indomani della Seconda guerra mondiale, il 26 giugno del 1945, cinquanta Paesi firmarono la Carta delle Nazioni Unite che diventò il pilastro del diritto internazionale. Avendo natura di trattato, è vincolante per i 193 Stati che l’hanno ratificata, diventando così membri dell’Onu, in quanto si tratta dello statuto dell’organizzazione.

Un sistema che sancisce le regole di convivenza tra Stati, e imposta i meccanismi giuridici per farli rispettare, comprese le sanzioni e gli interventi del Consiglio di sicurezza.

In questo panorama, la Corte penale internazionale giudica i responsabili di crimini contro l’umanità.

Se questa è la teoria, la pratica è molto diversa, soprattutto di questi tempi.

La Russia ha occupato e annesso la Crimea già nel 2014. Nel 2022 ha invaso l’Ucraina, costretta a difendersi in una guerra nella quale le violazioni sono quotidiane.

Israele ha risposto in modo sproporzionato contro l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, rivalendosi in grande parte sulla popolazione civile, violando ripetutamente il diritto umanitario, come ha verificato l’Onu e le Ong presenti sul posto.

Il Rwanda ha occupato l’Est della Repubblica democratica del Congo, sebbene in parte sotto le mentite spoglie del gruppo «ribelle» M23, da Kigali finanziato ed equipaggiato.

È dei giorni in cui scriviamo l’attacco «preventivo» di Israele – che possiede l’esercito più forte del Medio Oriente – e degli Usa all’Iran. Un attacco illegale, in quanto non costituisce un’operazione di difesa, dicono gli esperti di diritto internazionale. Perché in aperta violazione dell’articolo 2, paragrafo 4, della Carta, che recita: «I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite».

Eppure, la propaganda israeliana, accompagnata in modo strumentale da motivazioni storiche, hanno indotto alcuni Paesi fondatori delle Nazioni Unite (Usa, Francia, Germania e Australia) a sostenere che si tratta di autodifesa.

Abbiamo assistito anche al cambio di paradigma dell’assistenza umanitaria. Questa si basa sui due pilastri di «indipendenza» e «neutralità»: la Gaza humanitarian foundation, espressione dei governi di Usa e Israele, non ha queste caratteristiche. Inoltre, la sua azione di aiuto presenta molte ambiguità ed è stata, in realtà, una trappola mortale per le persone che sarebbero dovute essere le destinatarie dell’intervento umanitario.

Poi c’è la violenza dei toni e delle parole, anche queste in contraddizione al diritto umanitario. In particolare, quelle del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che, fin dai primi giorni della sua presidenza, ha minacciato possibili annessioni di Canada, Panama e Groenlandia. Parole ripetute varie volte, alle quali, ci auguriamo, non seguiranno i fatti.

Nel mondo che si sta disegnando in questi mesi, saltato il sistema del diritto internazionale e del diritto umanitario, sembra prevalere la legge del più forte, di chi ha il migliore esercito, spende di più in armamenti, e magari possiede la bomba atomica. I Paesi meno ricchi e meno armati (la maggioranza) e la popolazione civile dell’intero pianeta non potranno che subire.

Papa Leone, durante l’udienza giubilare di sabato 14 giugno ha detto: «In un momento così delicato, desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero […]. Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro. È dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace, avviando cammini di riconciliazione e favorendo soluzioni che garantiscano sicurezza e dignità per tutti».

Se i governi degli Stati che, nel 1945, hanno disegnato il sistema del diritto internazionale oggi lo ignorano, l’ultima speranza resta nella società civile mondiale, che riesca, in qualche modo (anche elettorale), a riportare il pianeta in acque meno turbolente.

Marco Bello




Vedere, discernere, comunicare

Sono le parole che papa Leone ha pronunciato all’incontro con la stampa del 12 maggio scorso, in perfetta continuità con il messaggio lasciato da papa Francesco.

Quasi in contemporanea è uscito un rapporto dell’Ong Amref, «L’Africa mediata 2025», che sottolinea la grande marginalità dell’Africa nel nostro mondo comunicativo. Una marginalità che rasenta l’indifferenza ed è anche condita di stereotipi negativi soprattutto a livello di percezione e, quindi, di azione. Un paradigma, questo, applicabile anche all’informazione che riguarda tanti altri Paesi del mondo, i quali fanno notizia solo quando coinvolgono i nostri interessi o quelli dei potenti di turno.

Tutto questo non fa che confermare il disagio crescente che sento di fronte al modo con cui giornali e televisioni ci stanno informando. Basta calcolare i minuti e le pagine divorati in questi ultimi mesi da certi avvenimenti che prendono tutto. Ci vuole poco a realizzare che il primo quarto del tempo di un noto Tg è dedicato a un’informazione politica sbilanciata in favore di chi è al potere, un altro quarto alle notizie e gossip del giorno, che siano l’elezione di Trump, la malattia di papa Francesco o il totopapa nel tempo del conclave, seguiti poi da un terzo quarto dedicato a poche notizie nazionali e internazionali con ovvia centratura su Ucraina e Palestina, e un ultimo quarto dedicato un po’ allo sport e poi tanto, tantissimo spazio allo spettacolo, dove la notizia diventa spesso pubblicità.

Per parlare del Myanmar ci vuole un terribile terremoto (che merita al massimo due giorni). Eritrea, Sudan, Paesi del Sahel, Libia e altri Paesi affacciati al Mediterraneo, appaiono solo quando l’ennesimo naufragio con decine di morti scalfisce il muro del pregiudizio che fa percepire tutti i migranti (compresi i bambini) come invasori illegali e pericolosi delinquenti dai quali bisogna «difendere la patria».

Per parlare poi della Chiesa, serve la notizia di qualche scandalo clericale, eccezione fatta per la malattia di papa Francesco e l’elezione di papa Leone.
Ma è, questa, vera informazione? Pensiamo a quella marea che sono i social media dove è spesso difficile distinguere il vero dal falso, dove ci illudiamo di poter partecipare, pur rimanendo spettatori dipendenti (dagli algoritmi), acritici e incantati, e dove, soprattutto, rimangono invischiati giovani e giovanissimi.

Non entro nel campo dell’Ia (Intelligenza artificiale), una realtà affascinante e con enormi potenzialità, ma anche con gravi rischi, spesso usata in cerca di risposte sicure che indeboliscono il libero uso del nostro senso critico e, tra l’altro, monopolizzata dai grandi gruppi di potere economico e informatico per aumentare i loro profitti.

Oggi più che mai è necessario che ciascuno usi la propria coscienza e la propria testa, magari in dialogo con lo Spirito che ci guida nel discernimento. Oggi più che mai c’è bisogno di persone che lavorino nella comunicazione ascoltando e rilanciando la voce dei deboli che non hanno voce, invece delle urla di chi ha già megafoni enormi a disposizione.

Come dice papa Leone, «Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana».

Gigi Anataloni
direttore responsabile MC




«Non cedere alla logica della paura»

«Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano», ci dice papa Francesco nel messaggio «Urbi et orbi» della domenica di Pasqua. L’ultimo suo messaggio, il testamento spirituale. E continua: «Davanti alla crudeltà dei conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità».

Un chiaro appello a «restare umani» in un tempo, il nostro, scosso di guerre e persecuzioni.

E nelle sue ultime parole all’umanità, papa Francesco cita quasi tutte le guerre e le zone in conflitto: l’Ucraina, la Terra Santa (parla di Israele e Palestina), il Libano, la Siria e lo Yemen. Ma anche l’Armenia e l’Azerbaigian, il popolo birmano. Poi, pone un’enfasi speciale sull’Africa: «Cristo Risorto, nostra speranza, conceda pace e conforto alle popolazioni africane vittime di violenze e conflitti, soprattutto nella Repubblica democratica del Congo, in Sudan, in Sud Sudan e sostenga quanti soffrono a causa delle tensioni nel Sahel, nel Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi laghi, come pure i cristiani che in molti luoghi non possono professare liberamente la loro fede».

Perché, continua papa Francesco con un passaggio che deve fare riflettere: «Nessuna pace e possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui». In quanti Paesi del mondo, magari non in conflitto aperto, queste libertà e diritti sono negati?

Il Papa sembra tirare le orecchie a molti dei nostri governanti, ma anche a settori industriali: «Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo», tendenza quest’ultima in atto, a partire dalla «civilissima» Europa.

Papa Francesco nel suo ultimo messaggio ha, come sempre, un approccio propositivo, e fa un richiamo, a quanti (pochi) hanno nelle loro mani il benessere, e sovente la vita, di moltitudini: «Faccio appello a tutti quanti nel mondo hanno responsabilità politiche a non cedere alla logica della paura che chiude, ma a usare le risorse a disposizione per aiutare i bisognosi, combattere la fame e favorire iniziative che promuovono lo sviluppo. Sono queste le “armi” della pace: quelle che costruiscono il futuro, invece di seminare morte!». È un’indicazione pratica che, se rispettata, ridurrebbe la conflittualità sull’intero pianeta.

Vogliamo ricordare papa Francesco come un sassolino lanciato in uno stagno: le onde generate si propagano da un punto in tutte le direzioni, andando molto lontano e durando a lungo nel tempo. Dobbiamo continuare a mettere in atto le sue indicazioni, ovunque.

Riportiamo qui, il ricordo a caldo del cardinale Giorgio Marengo, che ha avuto occasione di conoscere bene papa Francesco e di accoglierlo in una periferia del mondo, la Mongolia, e dal quale ci sentiamo rappresentati.

«Ci vorrà del tempo per capire fino in fondo la portata del pontificato di papa Francesco. Quello che mi sento di dire adesso è che vedevo incarnata in lui una profonda paternità, che ho sperimentato personalmente in varie occasioni. Mi sentivo attratto dalla sua libertà interiore e dal suo ascolto delle mozioni interiori dello Spirito Santo.

Per noi Missionari e Missionarie della Consolata – prosegue il cardinale Marengo -, papa Francesco è il Pontefice che ha canonizzato il nostro santo Fondatore e che ha dato un impulso missionario grandissimo alla vita e alle scelte della Chiesa. Con il suo magistero e con il suo esempio ha riportato la missione evangelizzatrice della Chiesa al centro della vita reale delle comunità».

Mentre scriviamo, il collegio cardinalizio elegge come successore di papa Francesco
il cardinale Robert Francis Prevost, che diventa papa Leone XIV. Un Papa nato negli Stati Uniti e missionario in Perù. L’incipit del suo discorso inaugurale al mondo è «La pace sia con voi!».

Marco Bello