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Il genere apocalittico suona ostico alle nostre orecchie; ci sfugge il senso concreto delle immagini - spesso catastrofiche - con cui si esprime. La storia dell'Occidente conosce già troppe interpretazioni letterali fuorvianti. Forse varrebbe la pena attenerci prudenzialmente al dato più essenziale: in qualche modo il velo verrà tolto e tutto verrà portato alla luce (questa l'etimologia del termine "apocalisse"). Gesù è il signore della storia, quella del mondo e la mia personale. Mi fido di lui.
Enkhtuvshin è l'unico artista cattolico mongolo, al momento. Mi ha regalato una sua opera, intitolata "Il Re legato". È una scultura che ritrae Gesù con il busto avvolto in una fune, le braccia dietro la schiena, in ginocchio, con la testa leggermente reclinata in avanti. L'impressione è di una rara dignità e persino eleganza, proprio nella contraddizione massima: il Nazareno accusato davanti a Pilato e del tutto immobilizzato. È questo il nostro re. La nostra liberazione nella sua sottomissione.
Il Signore della storia piange sulle nostre storie, quando ci chiudiamo alla sua presenza e non lo riconosciamo in mezzo a noi. È il frutto della vera libertà con cui siamo stati creati; Gesù la rispetta a tal punto da non volerla forzare in alcun modo, fino a commuoversi per le nostre fughe e i nostri rifiuti. Gli sto forse dando motivo di tristezza? Sento il suo sguardo colmo di amore nei miei confronti o lo temo e lo sfuggo? Se accettiamo che i suoi occhi si posino su di noi cambiamo davvero.
In molte culture asiatiche l'astronomia gioca ancor oggi un ruolo importante. In alcuni casi la consultazione dei movimenti astrali precede e supera quanto direbbero le scienze esatte. I Cristiani riconoscono che quanto sappiamo del reale è solo una minima parte, rispetto alla sua complessità, ma sanno che più ancora delle sinergie siderali conta la volontà di amore di chi le ha create per il nostro bene. Così si dischiude il senso della letteratura apocalittica che ci accompagna in questi giorni.
Il come non ci è dato saperlo. Una cosa però è abbastanza chiara: il Regno non attira l'attenzione. È qualcosa di talmente intimo a noi stessi che quasi non ce ne accorgiamo. Questo è sufficiente per orientare il nostro impegno missionario non verso il rumore, ma verso la profondità. Una proposta piena di amore e di pazienza, più che un insistente opera di convincimento. Un'evangelizzazione fatta in ginocchio, prima ancora che con le parole. Sussurrare il Vangelo al cuore di una cultura.
Nella vita spirituale spesso procediamo con la mentalità dei tempi supplementari, o delle ruote di scorta: "d'accordo ad offrire a Dio, ma qualcosina devo pure tenerla per me...". La vedova povera invece è il segno della totalità senza riserve. Solo a questa totalità può corrispondere la pienezza della gioia e della vita. Il resto è pura facciata, e l'esibizionismo - anche in cose sante - contro cui precisamente si scaglia la critica di Gesù e in cui anche come missionari possiamo cadere.
La nostra conversione inizia quando ci accorgiamo di essere cercati e trovati dal Signore. Non è uno sforzo volontaristico, ma una scoperta d'amore. Allora siamo capaci delle cose più belle, dimenticandoci finalmente di noi stessi: ero io quello che lui cercava, non le mie prestazioni. Missionari che si lasciano raggiungere dallo sguardo del Risorto lo irradiano in quello che fanno e rendono più facile agli altri quell'incontro decisivo, che cambierà la loro vita.
Il mistero della morte ci rende tutti più umili. Piangiamo anche noi, come Gesù fece di fronte alla tomba di Lazzaro: la loro amicizia era vera e profonda. Eppure, seminata nei nostri cuori c'è una speranza capace di resistere persino alla morte. Sì, in Cristo (e solo in lui) la morte "ha perso il suo pungiglione" (cfr. 1Cor 15,55). Lui non l'ha evitata, è morto davvero e ha attraversato quel tunnel per aprirci una via nuova. Ormai neanche la morte può separarci dall'amore di Dio in Cristo.
I Santi sono i più felici, quelli che hanno trovato veramente la gioia piena. Per questo oggi si leggono le beatitudini. Essere felici in mezzo alle prove della vita: questo è il loro segreto. E viene da quella comunione totale con il Signore che hanno seguito fino in fondo. La strada è aperta anche per noi: non è un cammino elitario, riservato a pochi. È il compimento di tutto ciò che ci viene proposto dalla Chiesa. La missione ad gentes è chiamata alla santità nell'annuncio del Vangelo.
La fede nasce dall'ascolto. Lo dice S. Paolo, ebreo irreprensibile, con nel cuore scolpito il Shemà Israel' (Ascolta Israele'). Il primo comandamento non è "fai questo, non fare quello", ma "renditi conto di chi è Dio e di ciò che fa nella tua vita". Anche nella missione il primato è nell'ascolto: ascolto dello Spirito che è il vero protagonista della missione e ascolto della realtà a cui si è inviati. La missione è il traboccare dell'amore di Dio in noi, fatto passione per i suoi figli dispersi.
Celebrare la memoria degli Apostoli è immergersi nuovamente nel grande mistero delle scelte di Dio. Avrebbe potuto compiere la sua missione da solo, invece di servirsi di uomini spesso disorientati e confusi come i dodici; e invece sceglie di associare a Sé questo sparuto gruppo di discepoli, trasformando ormai definitivamente la loro vita. Loro capiranno solo dopo Pasqua e diventeranno seme che muore in diversi terreni e porta frutto, fino agli estremi confini della terra, in ogni periferia.
In Mongolia il fenomeno della mendicanza e dell'accattonaggio praticamente non esiste; sono tanti però nelle stesse condizioni di emarginazione e povertà di Bartimeo, magari al riparo da occhi indiscreti. Sono loro i primi ad accogliere la novità dirompente del Vangelo, anche a costo di essere visti come "strani", in una società molto identificata con altri riferimenti religiosi. Come missionari camminiamo con loro, imparando a consegnare al Signore le nostre povertà e le nostre cecità.