Sentinelle dell’Artico
Sulle isole Svalbard si trovano la città più a Nord del mondo e alcuni avamposti scientifici. È un’area norvegese, ma soggetta a un trattato internazionale. Qui si intrecciano storie di migranti e di scienziati. E viene studiato, in anticipo, il cambiamento climatico.
Quando si pensa all’Artico, si immagina un mondo di estremi, dove la vita si adatta a condizioni difficilissime. Un luogo dove il sole non tramonta mai da giugno a settembre e dove la notte polare ricopre tutto di un manto nero per più di due mesi, da metà novembre a gennaio.

La città più a Nord
Con circa 2.150 abitanti, Longyearbyen, sulle isole Svalbard, è la città più a Nord del mondo. È stata, e ancora in parte è, un punto di incontro per anime avventurose e ricercatori, ma oggi più che mai, con la chiusura dell’ultima miniera di carbone, la «miniera numero 7», rischia di diventare un luogo destinato essenzialmente al turismo.
Sono sempre più numerose, infatti, le grandi navi da crociera che attraccano al porto della piccola cittadina e l’impatto ambientale e sociale inizia a preoccupare.
Fondata nel 1906, distrutta e ricostruita, Longyearbyen mantiene un carattere resiliente, con il suo aeroporto internazionale e il centro studi artici che pulsano di vita. Ma la bellezza di questo luogo è ingannevole: il freddo artico, un ambiente difficile, il reale rischio di imbattersi in orsi polari, sono elementi che bisogna davvero mettere in conto se si vuole venire da queste parti, anche solo, appunto, per una vacanza.

La storia di Pong
Pong, cittadino thailandese, è arrivato a Longyearbyen nel 2011, spinto dalla voglia di lavorare e di costruirsi un futuro migliore. «Quando sono arrivato, non sapevo nulla di Longyearbyen», racconta. «Pensavo di trovare una città come Oslo, con alberi e vita sociale, ma quando sono sceso dall’aereo, ho visto solo freddo e neve. Ho pianto per tre mesi, desiderando di tornare a casa».
La sua permanenza sull’isola è stata una lotta contro la nostalgia e le temperature estremamente basse, che raggiungono i 26°C sottozero. «Non avevo l’abbigliamento adeguato, solo una giacchetta leggera», dice. Ma nonostante le difficoltà iniziali, Pong ha deciso di rimanere, spinto dalle promesse fatte alla famiglia e dal bisogno di lavorare. «Dovevo rimanere, non solo per me, ma per loro», afferma.
Dopo sette anni, Pong ha trovato un senso di appartenenza, lavorando in un ristorante e costruendo relazioni con la comunità. «Ora mi sento a casa, anche se il mio sogno è di trasferirmi in una città più grande come Tromsø oppure Oslo», confida. «Voglio un passaporto norvegese, perché significa sicurezza e un futuro migliore».
Sentirsi a casa non è così scontato però: dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la Norvegia ha sospeso il diritto di voto agli stranieri residenti alle Svalbard. Queste isole sono soggette a trattato internazionale di autonomia, ma la sospensione del diritto di voto, comunque relativo solo al loro territorio, è in violazione dello stesso. La situazione è delicata. Il provvedimento ha destato polemiche e portato a manifestazioni nella città di Longyearbyen.
Il Trattato delle Svalbard è stato firmato nel 1920 da quattordici Paesi (Norvegia, Stati Uniti, Danimarca, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Irlanda, Svezia, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Sudafrica), ed è entrato in vigore nel 1925. Successivamente si sono aggiunte altre nazioni fino al numero attuale di quarantasei. Il trattato sancisce, da un lato la sovranità norvegese, ma conferisce a tutti i Paesi firmatari pari diritto di esercitare attività commerciali, scientifiche e minerarie su una base di assoluta eguaglianza, senza l’istituzione di monopoli. Sancisce, inoltre, la demilitarizzazione delle isole.

La magia di Ny-Ålesund
A circa un centinaio di chilometri da Longyearbyen, Ny-Ålesund svela il vero volto dell’Artico: una distesa infinita di montagne, ghiaccio, acqua.
È un avamposto scientifico. Qui, il numero di residenti oscilla da trenta in inverno a circa duecento in estate, quasi tutti ricercatori. Per poter raggiungere questo posto e rimanere a seguire il lavoro degli scienziati è necessario un invito ufficiale di una base scientifica. Inoltre, occorre rispettare il silenzio radio, poiché i wi-fi dei telefoni cellulari o dei computer, potrebbero interferire con i sistemi di ricerca e con i macchinari molto sensibili presenti.
Chi scrive è stata invitata dalla base artica «Dirigibile Italia», il cui nome riporta all’impresa di Umberto Nobile che proprio da qui partì con il suo dirigibile nel 1928.
Proprio di fronte alla mensa in cui ogni giorno vengono serviti i pasti a tutti gli scienziati e ricercatori, è possibile vedere uno dei piloni su cui poggiava il dirigibile di Nobile.
Sorvolare Ny-Ålesund con il piccolo velivolo che parte da Longyearbyen è un’esperienza indimenticabile: distese di ghiaccio, iceberg, nuvole basse e ancora terra rossa e nera, e grandi aree di acqua dai bagliori rossastri che si getta nel mare blu intenso e poi, d’improvviso, un gruppo sparuto di casette in legno che sembrano minuscole e incapaci di resistere a quell’immensità, eppure stanno lì. Se un tempo erano le residenze dei minatori – perché Ny-Ålesund come Longyearbyen è stata fondata proprio grazie e per le risorse minerarie, oggi ospitano solo scienziati e ricercatori.
È proprio alla base artica Dirigile Italia che incontro Ilaria Baneschi, geochimica isotopica, lavora all’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) e ha fatto di Ny-Ålesund la sua casa temporanea.
«Quando sono arrivata per la prima volta nel 2016, mi sentivo completamente disorientata», racconta Ilaria. «Camminare sulle morene ghiacciate era un’esperienza incredibile. L’aria era così fredda e i cambi di temperatura così repentini». I colori dell’acqua dell’Artico, che riflettono la geologia del terreno,
l’hanno colpita profondamente. «L’acqua qui non è cristallina come ci si aspetterebbe. La sua colorazione è influenzata dai minerali e dai metalli presenti, rendendola unica».
Ilaria studia il ciclo del carbonio e le interazioni tra l’acqua e la roccia, cercando di comprendere come questi fenomeni influenzino l’ecosistema artico. «Osservare il cambiamento del ghiaccio e della vegetazione è incredibile – afferma -. Ho visto ghiacciai arretrare di centinaia di metri, e ogni anno le differenze diventano più evidenti».

Dinamiche ambientali
In questo contesto, la stazione Dirigibile Italia gioca un ruolo cruciale nella ricerca scientifica. È un centro di monitoraggio per diversi progetti, inclusi studi sul cambiamento climatico. I suoi ricercatori si dedicano a comprendere le dinamiche ambientali, contribuendo a una comprensione globale delle sfide che il nostro pianeta affronta.
«Il lavoro qui è un privilegio, ma anche un impegno totale – spiega Ilaria Baneschi -. Ogni giorno è una nuova opportunità per scoprire e imparare, ma richiede anche resilienza e determinazione».
È con lo stesso tono innamorato e appassionato che mi parlano di artico e di Ny-Ålesund Federico Giglio e Stefano Miserocchi. Entrambi ricoprono il ruolo di primo ricercatore e sono veterani di questo avamposto ai confini del mondo. Con loro, e con altri due ricercatori, Gian Marco Ingrosso e Francesco Paladini De Mendoza, usciamo in mare, proprio di fronte ai grandi ghiacciai che fronteggiano Ny-Ålesund, per calare in profondità un sistema di sonde capace di osservare il fondale.
Questo osservatorio marino è composto da una serie di infrastrutture e strumenti che, dal 2010, monitorano le condizioni e le caratteristiche chimico-fisiche e bio-geochimiche dell’ecosistema marino.

Un’accelerazione imprevista
Parlare con i ricercatori significa anche rendersi conto che l’orologio del pianeta corre più veloce di quanto pensiamo. E qui, nel fiordo di Kongsfjorden, a pochi passi dal Polo Nord, le lancette sembrano impazzite. A lanciare l’allarme è proprio Federico Giglio, ricercatore dell’Istituto di scienze polari del Cnr, che alle isole Svalbard osserva una «rivoluzione ambientale» con implicazioni globali.
«Questa è un’area estremamente sensibile, dove i fenomeni climatici si verificano prima e in maniera più intensa che nel resto del pianeta», spiega Giglio. Il suo lavoro consiste nello studiare i flussi marini, un modo per leggere lo stato di salute dell’oceano e ricostruire il clima del passato per capire come evolverà nel futuro. Ma i dati attuali raccontano una storia di accelerazione imprevista: «Stiamo andando verso l’opposto di ciò che dovrebbe accadere teoricamente – afferma -. I primi rapporti Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) degli anni Novanta prevedevano che saremmo arrivati al punto in cui siamo oggi fra circa 100 anni. Abbiamo azzeccato il trend, ma non il tempo. È tutto molto più rapido».
Per i profani, i segnali si notano a occhio nudo: «La cosa più banale è l’arretramento dei ghiacciai – continua il ricercatore -. Il Kronebreen, il ghiacciaio che possiamo vedere proprio di fronte a noi, è arretrato di decine di chilometri da quando veniamo qui». Un altro fenomeno evidente è lo scioglimento del permafrost, il terreno perennemente gelato: «Fino a dieci, venti anni fa lo strato che si scongelava d’estate era di 15-20 centimetri. Adesso siamo arrivati oltre il metro».
Questa trasformazione ha conseguenze pratiche evidenti: le case di Ny-Ålesund, costruite su palafitte cementate nel ghiaccio, stanno lentamente scivolando. Lo stesso laboratorio del Cnr è a rischio, ed è necessaria una continua manutenzione se non addirittura la costruzione di un nuovo edificio. Le piogge intense, sempre più frequenti anche in pieno inverno al posto della neve, dilavano i terreni, riempiendo il fiordo di fango e sedimento. Un fenomeno che Federico Giglio e il suo team misurano con sonde sottomarine. «Le bottiglie sono colme. A volte così tanto che non riusciamo a quantificare il flusso totale (si tratta di speciali contenitori che gli scienziati definiscono anche bottiglie, atti a filtrare il sedimento, nda)».
Uno dei punti più delicati, spiega Giglio, è la corretta comunicazione dei risultati scientifici. Il suo gruppo studia l’acqua della Corrente del Golfo, che qui arriva più fredda e salata dopo aver rilasciato calore in Nord Europa. Questo processo, noto come «atlantificazione», è un motore del clima globale. Paradossalmente, oggi in questo fiordo si osserva meno acqua atlantica del previsto.
«Se io dico a una persona non addetta ai lavori che c’è meno acqua atlantica, un fenomeno legato al riscaldamento globale, allora i negazionisti prendono la palla al balzo e dicono: “Perfetto, vedi che non è vero?”», avverte Giglio. In realtà, è un segnale ancora più grave: «L’acqua oceanica non entra perché quella di fusione dei ghiacci polari, dolce e fredda, crea una corrente superficiale contraria così forte da impedirne l’ingresso. Quindi, l’assenza di acqua atlantica non è un buon segnale, è il segno di una maggiore fusione del ghiaccio».

La specie a rischio
Di fronte a uno scenario così accelerato, la vera minaccia non è per il pianeta, ma per l’umanità. «La Terra non è a rischio, è la specie umana ad esserlo. Siamo noi che non riusciamo ad adattarci a cambiamenti così veloci», sottolinea Giglio.
La migrazione climatica è già iniziata, e le ricadute sociali ed economiche saranno disastrose. «La gente che viene da noi, in Europa, dal dal Nord Africa costituisce una migrazione climatica, perché le condizioni di vita non sono più affrontabili».
L’allarme che arriva da questo fiordo remoto, con le sue acque torbide e i suoi ghiacciai che accumulano calore, non riguarda un futuro lontano: «Le fasce climatiche si stringeranno, l’area dove riusciremo ad abitare sarà sempre più ristretta», conclude il ricercatore. «Quello che vediamo qui è solo un’anteprima di ciò che accadrà su scala globale». Un messaggio chiaro: l’Artico è lo specchio del nostro futuro e ci sta avvertendo che il tempo per agire sta per scadere.
Valentina Tamborra

Dall’archivio MC
Valentina Tamborra, Isole Svalbard, l’ultima frontiera, MC 2029/12






















