Gaza. L’umanità sotto assedio
Un cooperante di lungo corso ha passato otto mesi a Gaza. Quello che ha visto va oltre ogni altra esperienza vissuta. E oltre ogni comprensione. Dal blocco degli aiuti alle bombe sui malati negli ospedali. Ai bambini uccisi dai cecchini. Il suo racconto.
È una mattina sospesa, una di quelle in cui il silenzio pesa più delle parole. Gennaro Giudetti parla con voce ferma. Ogni frase sembra attraversata da ciò che ha visto. Gaza non è un luogo da cui si torna indenni: è un’esperienza che resta addosso, come una polvere fine che si deposita ovunque, sugli abiti, sulla pelle, negli occhi.
Siamo collegati in una riunione online, è stato impossibile incontrarci di persona perché, da quando è tornato dalla striscia nel settembre 2025, Gennaro sta girando l’Italia per testimoniare ciò che ha visto.
A Gaza, dove Gennaro ha vissuto per otto lunghi mesi, c’è ancora una polvere sottile e onnipresente. È la polvere grigia delle macerie, il residuo volatile di ciò che un tempo erano case, scuole, vite. Un velo che si insinua ovunque: negli ingranaggi dei camion, nei polmoni.
Incontrare Gennaro significa trovarsi di fronte a un testimone che ha attraversato l’inferno e ne è tornato, portando con sé il peso di ciò che non può essere dimenticato.

Gaza è altro
Trentaquattro anni, originario di Taranto, Gennaro non è arrivato a Gaza per caso. Ha iniziato il suo cammino umanitario appena diciannovenne, tra le baracche del Kenya e il freddo dell’Albania. Da allora, la sua vita è stata una mappa del dolore globale: dalla foresta amazzonica colombiana ai campi profughi siriani in Libano, dalle epidemie di Ebola in Congo alle montagne dell’Afghanistan sotto il regime talebano, fino alle acque mortali del Mediterraneo centrale a bordo della Sea Watch (vedi MC gennaio 2018). Parla cinque lingue, ha negoziato con miliziani e salvato vite in mare, una volta è stato anche sequestrato. Eppure, mentre mi siede di fronte, anche attraverso il monitor del computer posso vedere che i suoi occhi tradiscono un’ombra speciale.
Gennaro ha compiuto un lungo attraversamento dei margini del mondo, dove la guerra, la povertà e l’ingiustizia non sono concetti astratti ma corpi, nomi, storie. Gaza, però, è altro. «Nulla mi aveva preparato a Gaza», dice. «Dopo quindici anni di missioni, pensavo di aver visto il peggio. Mi sbagliavo».
L’ingresso nella Striscia non ha nulla di normale. Non varchi semplicemente un confine; vieni processato da una macchina burocratica e militare chirurgica. Gennaro racconta di essere passato per la Giordania, e poi attraverso il rito di spoliazione dei controlli israeliani. Lì, vieni privato di tutto: puoi tenere un solo computer, un solo cellulare, una sola valigia, un limite di contante ridicolo, duecento dollari, come se anche il denaro fosse un’arma. Poi, sali su un pullman blindato, scortato, da cui è vietato scendere. Si viene traghettati attraverso un corridoio di ferro e cemento, merce umana in transito verso una prigione a cielo aperto.
Gennaro è entrato come logista per l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il suo compito, sulla carta, era gestire il coordinamento degli aiuti e l’evacuazione medica. Nella realtà, era un sistema disegnato per non funzionare.
Mi descrive Kerem Shalom, quella che un tempo era un’area commerciale a sud di Rafah. Oggi non esiste più. È una spianata di macerie, una terra di nessuno sotto il controllo totale dell’esercito israeliano. Droni ronzano costantemente sopra la testa come insetti metallici, cecchini osservano ogni movimento. Gli aiuti umanitari giacciono in hangar chiusi, ostaggi di permessi che non arrivano mai o che arrivano a orari impossibili, come alle tre di notte, quando muoversi significa morire.
«Non fanno entrare nulla», spiega Gennaro con la voce ferma ma carica di tensione. Stampelle, sedie a rotelle, antibiotici, anestetici: tutto viene bloccato alla frontiera, etichettato come materiale dual use, a duplice uso, pericoloso nella fantasia paranoica di chi controlla il valico. E così, a pochi chilometri di distanza, i medici amputano senza anestesia, civili muoiono per infezioni banali, si dorme nel fango.
Oltre ogni comprensione

In quel luogo dove la logica sembra essersi dissolta, Gennaro è stato testimone di eventi che sfidano ogni comprensione umana.
Racconta un episodio avvenuto il 13 maggio 2025 all’European Gaza hospital, un ospedale costruito con fondi europei a Khan Yunis, nel sud della striscia, simbolo di una cooperazione internazionale che oggi appare svuotata di senso.
Il team dell’Oms stava organizzando l’evacuazione dei malati più critici. I pullman erano pronti, le ambulanze allineate, tutto coordinato con le autorità israeliane. «Eravamo scesi dal pullman, eravamo sul marciapiede, a quattro o cinque metri da una struttura provvisoria di legno e lamiera», racconta. In un istante, il boato. Un missile ha colpito la strada e un pullman. Il mezzo è crollato nel cratere creato dall’esplosione, le lamiere hanno investito i pazienti, il terrore è dilagato. Sono morte 28 persone.
«Eravamo lì, operatori internazionali, sotto l’egida dell’Onu. Agli israeliani non è importato nulla. Hanno bombardato l’ospedale. Hanno distrutto l’unica via di fuga per quei malati».
Non è stato un errore, mi fa capire Gennaro. O, se lo è stato, l’episodio rientra in quella categoria di errori che si ripetono con una frequenza tale da annullare il concetto stesso di casualità. È l’indifferenza assoluta verso la vita, verso le regole, verso quel diritto umanitario in cui Gennaro credeva ciecamente e che ora vede sgretolarsi sotto i cingoli dei carri armati.

La logica della fame
Ma non sono solo le bombe a uccidere. È la fame. Una fame indotta, usata come strumento di pressione. Gennaro smonta con rabbia lucida la narrazione che spesso arriva in Occidente: quella dei camion assaltati da Hamas.
«È una menzogna», dice secco. «Gli aiuti venivano assaltati da centomila persone disperate. Centomila fantasmi affamati che si lanciavano sui camion a cinquanta metri dai soldati israeliani».
Descrive le scene che ha visto: una marea umana, sporca, scalza, folle di dolore. I soldati sparavano. Ogni volta che passava un convoglio, ne morivano cento, centocinquanta.
«Se sei a cinquanta metri dal tuo nemico, spari al nemico o spari ai bambini che corrono verso un sacco di farina?», chiede Gennaro, e la domanda resta sospesa nell’aria.
Hamas, spiega, non ha interesse al disordine; il caos è la prova che ha perso il controllo. Chi ruba quel sacco di farina non lo fa per strategia militare, lo fa per non morire oggi. Un sacco di farina pesa cinquanta chili. Un uomo, a piedi, ne può portare via uno. Non si rischia la vita sotto il fuoco dei cecchini per rubare, si rischia per sopravvivere.

L’infanzia negata
Tra i volti di questa tragedia, ce ne sono due che Gennaro porta incisi nella memoria come cicatrici.
Il primo è quello di Siraj. Un bambino di sei o sette anni.
A Gaza i bambini sono la maggioranza, e sono i meno consapevoli dei rischi, perché non conoscono altro mondo se non quello della guerra, ma sono troppo piccoli per capirne le «regole».
Siraj si avvicinava alle macchine degli operatori umanitari in attesa del via libera ai checkpoint. Aveva in mano un sacchetto di plastica rotto. Dentro, una miscela preziosa e immangiabile: chicchi di riso raccolti da terra mescolati alla sabbia. Voleva portarli a casa.
«Era sempre più trasognato, aveva lo sguardo perso», ricorda Gennaro. Siraj aveva una fasciatura lurida a una gamba, il viso nero di fuliggine. Lavorava in una discarica a cielo aperto, bruciando plastica per ricavare combustibile da vendere.
A sei anni, senza famiglia, intossicato dai fumi, ferito, affamato, Siraj è l’immagine di un’infanzia negata, cancellata dalla storia.
E poi c’è l’altro ragazzo, quello sul cofano dell’auto.
Gennaro ci ha mostrato quel video tempo fa: una striscia di sangue rosso vivo sulla carrozzeria bianca dell’auto dell’Oms.
«Attraversavano la strada correndo, riparandosi dietro delle collinette di terra per non farsi vedere», mi spiega. Ma i droni vedono tutto. E i cecchini giocano. «Era diventato uno sport per loro. Prendevano la mira tra una collina e l’altra. Chi passava, veniva abbattuto».
Quel ragazzo è passato. Un colpo solo, alla gola. È stato caricato sul cofano della macchina di Gennaro in una corsa disperata verso un ospedale che forse non avrebbe avuto nemmeno le garze per tamponare quella ferita. Ha esalato l’ultimo respiro lì, lasciando la sua vita scivolare sulla lamiera calda. Non era un miliziano. Era un ragazzino che cercava di attraversare la strada.
Ascoltando Gennaro, emerge una continuità inquietante con il suo passato: parla del 2014, quando operava in Cisgiordania con Operazione Colomba. Già allora la violenza dei coloni era quotidiana: avvelenavano i pozzi, uccidevano le pecore, spezzavano gli ulivi secolari per cancellare la memoria della terra. «Accompagnavamo i bambini a scuola perché venivano picchiati», ricorda. Ma quello che allora sembrava insostenibile, oggi appare quasi come un’età dell’oro perduta. «Oggi non ti picchiano più. Oggi ti sparano».

Responsabilità
C’è una parola che ricorre nel pensiero di Gennaro, un concetto che è l’opposto della rassegnazione: accountability. Responsabilità. Rendere conto.
«La pace senza giustizia non è pace», afferma con forza. Se chi sbaglia non paga – che sia Hamas per l’orrore del 7 ottobre, o Israele per la carneficina sistematica che ne è seguita -, allora la legge internazionale è solo un esercizio di stile, una farsa tragica.
Gennaro è arrabbiato. Di una rabbia sana, necessaria. È arrabbiato con l’Unione europea, nata per dire «mai più» e che ora si sgretola di fronte a interessi commerciali, complice silenziosa. È arrabbiato con una narrazione mediatica che ha smussato gli angoli, ridotto la gravità, trasformato i bombardamenti in raid, le vittime in danni collaterali. È arrabbiato perché i giornalisti internazionali non possono entrare, e la verità è affidata a pochi testimoni oculari come lui, che ora sono stati espulsi.
Oggi Gennaro non può più rientrare a Gaza. Israele gli ha negato l’accesso. Era un testimone scomodo. Gira l’Italia, parla nelle scuole, nelle conferenze, scrive per lasciare una traccia, un archivio di memoria contro l’oblio. Mentre ci salutiamo, il silenzio che scende tra noi non è quello che precede un saluto, ma quello pesante della consapevolezza. Pensiamo a Siraj, al suo sacchetto di riso e sabbia. A tutti i bambini di Gaza, la cui fiducia naturale viene annientata da un proiettile. La vera sconfitta non è solo militare o politica, ma profondamente umana. Abbiamo permesso che un bambino di sei anni creda che il mondo sia solo fuliggine e fame. Gennaro ci lascia con un invito che è una sfida: boicottare l’indifferenza, informarsi, non voltare lo sguardo, continuare a protestare, non smettere di parlare. Perché se siamo in tanti a guardare l’orrore in faccia, forse potremo ancora trovare il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, restituendo dignità alle vittime e verità alla storia. Fino ad allora, il silenzio di Siraj urlerà più forte di qualsiasi bomba.
Valentina Tamborra






























