La resistenza è vita
Dopo gli attacchi di Damasco di inizio anno, l’esperienza dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est si sta trasformando. L’integrazione lascia i curdi nell’incertezza. In Turchia, questi vivono, tra speranza e timori, il «processo di pace». Gruppi di giovani attivisti dall’Europa hanno visitato due pezzi di Kurdistan.

Nel Kurdistan siriano
«A nome dei giovani rivoluzionari vi diamo il benvenuto in Rojava». È stata accolta così una delle delegazioni di giovani attivisti europei solidali con l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est nel centro giovanile di Derik, in Rojava (nel Kurdistan siriano). Mancavano pochi giorni alla firma dell’accordo del 30 gennaio tra le Forze democratiche siriane (Fds) e il Governo di transizione di Damasco, da dicembre 2024 guidato dall’ex jihadista Ahmed al-Shara‘.
I giovani, sia curdi che arabi, erano il cuore dell’esperimento sociale, politico e istituzionale della Siria del Nord Est, nato dopo la liberazione di quelle aree dall’Isis da parte di forze di autodifesa civili vicine al Movimento di liberazione del Kurdistan.
Essi sapevano che, dopo i pesanti attacchi militari da parte del Governo di transizione di Damasco, il modello di autogoverno e confederalismo democratico che avevano vissuto negli ultimi nove anni rischiava di venire assorbito dallo Stato siriano, quindi si davano da fare, sacrificandosi più di tutti.
Il gruppo di loro coetanei dall’Europa è giunto via terra attraverso il Kurdistan iracheno per portare solidarietà, conoscere la situazione sul campo, e poi diffondere informazioni dirette nei paesi di origine. Si è subito lasciato coinvolgere parlando, bevendo il tè in una piccola stanza. Poi, ballando e cantando insieme. La delegazione faceva parte della mobilitazione generale per fermare la guerra scoppiata il 6 gennaio, per rompere il silenzio dei media e far sì che Stati e istituzioni internazionali agissero in aiuto alle Fds, fino a pochi mesi prima protette dagli Usa per essere state protagoniste della sconfitta dell’Isis.
Curdi: un popolo smembrato
La popolazione curda, originaria dei monti Zagros e Tauro e della Mesopotamia, vive divisa in quattro Paesi distinti – Iraq, Iran, Siria e Turchia – in seguito al Trattato di Losanna del 1923. Da allora resiste all’assimilazione. Da 50 anni, su spinta del Movimento di liberazione del Kurdistan, porta avanti un’alternativa democratica di convivenza tra popoli.
Il 6 gennaio 2026 sono iniziati gli attacchi ai quartieri Sheik Maqsoud e Ashrafiyah di Aleppo, a maggioranza curda e alawita, enclave dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est.
I carri armati e l’esercito del Governo di transizione siriano sono entrati nei quartieri attaccando la popolazione. Testimoni hanno parlato del corpo di una combattente scagliato da un palazzo, della treccia di un’altra donna tagliata e mostrata come trofeo.
Le bande islamiste affiliate al Governo di Damasco non hanno rispetto per le donne e neanche per i corpi dei caduti.
Decine di migliaia di profughi sono fuggiti. Dopo alcuni giorni, gli attacchi si sono estesi al territorio dell’Amministrazione autonoma del Nord Est della Siria fino ad arrivare alle città di Raqqa e Tabqa, lungo le rive dell’Eufrate.
Già nel 2014, l’Isis aveva preso il controllo di queste città senza incontrare resistenza da parte dei gruppi islamisti alleati, guidati dal Fronte al-Nusra.
Era stato proprio il fondatore del Fronte al-Nusra, Al-Jolani (oggi chiamato con il suo vero nome, Ahmed al-Shara‘, presidente del Governo di transizione siriano), che aveva reso possibile l’invasione da parte dell’Isis.
Gli attacchi di gennaio hanno avuto soprattutto l’obiettivo di scatenare una guerra etnica tra arabi e curdi. Damasco, infatti, ha fatto pressioni affinché parte della componente araba delle Fds lasciasse le armi.
Anche per questo le Fds si sono ritirate verso le aree a maggioranza curda, dove è stata chiamata la mobilitazione generale e dove si sono rifugiate decine di migliaia di profughi.
Per l’identità e la democrazia
Il gruppo di giovani dall’Europa, dopo essere stati accolti al centro giovanile, la sera è andato a dormire da alcune famiglie che hanno aperto le porte delle loro case. Hanno mangiato insieme uova fritte, formaggio e pane, pomodori e melanzane ripiene. Poi, di nuovo bevendo il tè, hanno parlato del processo di integrazione democratica che stava iniziando a livello diplomatico.
Dopo settimane di guerra, infatti, la resistenza delle Fds aveva portato al cessate il fuoco e alla riapertura del percorso per l’accordo di integrazione nello Stato siriano dell’Amministrazione autonoma del Nord Est.
«Pensate che funzionerà?», ha domandato qualcuno della delegazione. «Non ci fidiamo dello Stato siriano», hanno risposto, «ma andremo avanti con il sistema che abbiamo messo in piedi e nella resistenza per difendere la nostra identità e la democrazia».
Qualche giorno dopo, la delegazione ha incontrato alcune esponenti della Kongra Star, un’organizzazione confederale dei movimenti femminili del Rojava. Alla domanda «cosa pensate di fare ora?», hanno parlato dei contatti stabiliti con le organizzazioni di donne basate nelle aree attaccate dal Governo siriano: sono state sciolte, ma i loro membri hanno la volontà di continuare a organizzarsi, e lottare perché i diritti delle donne vengano inseriti nella costituzione che si scriverà per la democratizzazione della Siria.
Laura Vallaro

Nel Kurdistan turco
Una delle regioni curde che si trovano separate dalle altre da frontiere statali è quella del Bakur, pezzo di Kurdistan in territorio turco.
Noi, insieme a diversi altri giovani di una nuova delegazione dall’Europa, ci troviamo qui, a fine marzo, dopo la firma dell’accordo che oramai ha sancito l’assorbimento nello Stato siriano dei territori dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est.
Parliamo con alcune famiglie che ci ospitano a Nusaybin, una cittadina in territorio turco, addossata al confine con la Siria, e molto vicina a Qamishlo (cittadina in Rojava, territorio siriano). I due centri abitati sono separati dalla frontiera, indicata, come una ferita aperta, da un muro di cemento, filo spinato e da mine antiuomo.
Le persone ci raccontano, con voce rotta dalle emozioni, le sensazioni che hanno provato quando hanno ricevuto le richieste di solidarietà dal Rojava, durante i combattimenti di gennaio.
Appena arrivato l’appello, in piena notte, molti si sono organizzati per avvicinarsi al muro portando scale per scavalcarlo.
I militari turchi hanno sparato sulla folla, i giovani sono corsi in avanti. Molti sono riusciti a passare la frontiera e si sono ritrovati dall’altra parte.
È impressionante vedere quanto è forte il legame che tiene unito questo popolo forzatamente separato dalle frontiere, e vedere che un muro, in apparenza insormontabile, non lo spezza.

Nuovi diritti in Turchia?
In maniera simile, ma, allo stesso tempo, diversa rispetto al processo di integrazione dei territori curdi in Siria, si sta portando avanti un «Processo di pace per una società democratica» in Bakur, la parte turca del Kurdistan. Dopo che il leader curdo Abdullah Öcalan, il 27 febbraio 2025, ha invitato il Pkk a deporre le armi e che, a maggio dello stesso anno, il gruppo ha annunciato lo scioglimento della struttura armata, in Turchia si sono avviati dialoghi tra le due parti, che hanno come obiettivo l’integrazione democratica delle minoranze etniche nel Paese di Recep Tayyip Erdoğan.
Le politiche che lo Stato turco mette in atto in maniera sistemica contro le minoranze dovrebbero così subire un cambiamento radicale.
Mentre la nostra delegazione si trova in Bakur, si aspetta un passo ufficiale da parte del Governo turco, che però sembra non voler arrivare.
Tra i temi cardine del Processo di pace tra lo Stato turco e la sua componente curda, c’è, ad esempio, il riconoscimento del popolo curdo e della sua lingua.
Durante il viaggio, parliamo spesso con le famiglie che ci ospitano delle emozioni che accompagnano questo dialogo.
Notiamo che si soffermano molto sulla loro diffidenza nei confronti dello Stato turco e, allo stesso tempo, sulla fiducia nelle scelte del Movimento di liberazione del Kurdistan.
Mentre viaggiamo in Bakur, sentiamo dappertutto l’influenza del Processo di pace sulle famiglie: esse nutrono una vera speranza che le loro figlie e figli escano dalle prigioni.
I media locali aggiornano continuamente sulla situazione: è qualcosa di molto pervasivo che indirizza le conversazioni intorno a tè e baklava.
Il Newroz: festa di rinascita
La delegazione di giovani nel Bakur partecipa anche al Newroz, il capodanno curdo che si festeggia il 21 marzo, durante l’equinozio di primavera. La festa simboleggia la rinascita della vita, la libertà, la resistenza. Il popolo curdo da secoli celebra l’anno nuovo in questa data.
Il Newroz in Turchia è anche una cerimonia dal grande significato politico, perché la possibilità di festeggiarlo qui, nel territorio dello Stato turco, rappresenta una vittoria.
Nella città di Amed (Diyarbakir), a circa 150 km a Nord Ovest di Nusaybin, vivono quasi due milioni di persone. Qui, da anni, si tiene la più grande celebrazione del Newroz nella regione. Quest’anno la folla arriva anche dalle regioni circostanti. È impressionante per noi scoprire che solo dal 2000 le celebrazioni ad Amed sono diventate legali, mentre in precedenza ci si poteva riunire solo in maniera privata.
Il Newroz è un importante momento di condivisione: le danze curde vengono eseguite in cerchi di persone che si creano spontaneamente, i musicisti camminano tra la folla dando il ritmo con tamburi e flauti, donne e uomini indossano i vestiti tradizionali e si cantano insieme le canzoni che narrano episodi di resistenza.
Alla fine della cerimonia si accende un falò: è tradizione saltarlo esprimendo un desiderio.

L’integrazione
Oltre a danze e canti, il Dem Parti (Partito dell’uguaglianza e della democrazia dei popoli, vicino alle istanze del Movimento di liberazione del Kurdistan), organizzatore delle celebrazioni ufficiali del Newroz, aggiunge un messaggio politico chiaro. In primis attraverso lo slogan di quest’anno: «Newroz per una società democratica e la libertà».
Dal palco parlano i rappresentanti del Dtk (Congresso della società democratica), del Dbp (Partito delle regioni democratiche) e del Tja (Movimento delle donne libere) per analizzare, spiegare, motivare la situazione politica dei curdi in Turchia oggi. Tutti e tutte citano il «Processo di pace per una società democratica».
Il dibattito si sviluppa, quindi, anche intorno al tema dell’integrazione, uno dei punti centrali del Processo di pace tra curdi e Stato turco, che include libertà per prigioniere e prigionieri politici, diritti costituzionali per il popolo curdo, garanzie per la democrazia e libertà di stampa e associazione. I discorsi ne analizzano le contraddizioni e i vantaggi.
«Il Kurdistan è uno»
Partecipiamo al Newroz di Amed, di Mardin e di un villaggio vicino al confine con la Siria, in cui la festa si tiene nei giorni successivi.
Le celebrazioni sono simili tra loro, e i discorsi sono coerenti e si completano a vicenda.
Capiamo che il popolo curdo sta vivendo un momento di profonda unità, non solo all’interno del Bakur, ma anche tra le altre parti del Kurdistan, in Siria, Iran e Iraq.
Queste giornate, celebrate in maniera simile in tutto il Medio Oriente, fanno sentire – a livello quasi fisico – il grido del coro «yek e yek e yek e, Kurdistan yek e» («uno, uno, uno, il Kurdistan è uno»).
Il Newroz come inizio di un nuovo ciclo si allinea, quindi, perfettamente con i grandi cambiamenti che stanno avvenendo in Bakur, in Rojava e nelle altre regioni, e diventa in questo modo una fonte di trasformazione.
Margot Friard





















