La resistenza è vita

Dopo gli attacchi di Damasco di inizio anno, l’esperienza dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est si sta trasformando. L’integrazione lascia i curdi nell’incertezza. In Turchia, questi vivono, tra speranza  e timori, il «processo di pace». Gruppi di giovani attivisti dall’Europa hanno visitato due pezzi di Kurdistan.

Nel Kurdistan siriano

«A nome dei giovani rivoluzionari vi diamo il benvenuto in Rojava». È stata accolta così una delle delegazioni di giovani attivisti europei solidali con l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est nel centro giovanile di Derik, in Rojava (nel Kurdistan siriano). Mancavano pochi giorni alla firma dell’accordo del 30 gennaio tra le Forze democratiche siriane (Fds) e il Governo di transizione di Damasco, da dicembre 2024 guidato dall’ex jihadista Ahmed al-Shara‘.

I giovani, sia curdi che arabi, erano il cuore dell’esperimento sociale, politico e istituzionale della Siria del Nord Est, nato dopo la liberazione di quelle aree dall’Isis da parte di forze di autodifesa civili vicine al Movimento di liberazione del Kurdistan.

Essi sapevano che, dopo i pesanti attacchi militari da parte del Governo di transizione di Damasco, il modello di autogoverno e confederalismo democratico che avevano vissuto negli ultimi nove anni rischiava di venire assorbito dallo Stato siriano, quindi si davano da fare, sacrificandosi più di tutti.

Il gruppo di loro coetanei dall’Europa è giunto via terra attraverso il Kurdistan iracheno per portare solidarietà, conoscere la situazione sul campo, e poi diffondere informazioni dirette nei paesi di origine. Si è subito lasciato coinvolgere parlando, bevendo il tè in una piccola stanza. Poi, ballando e cantando insieme. La delegazione faceva parte della mobilitazione generale per fermare la guerra scoppiata il 6 gennaio, per rompere il silenzio dei media e far sì che Stati e istituzioni internazionali agissero in aiuto alle Fds, fino a pochi mesi prima protette dagli Usa per essere state protagoniste della sconfitta dell’Isis.

Curdi: un popolo smembrato

La popolazione curda, originaria dei monti Zagros e Tauro e della Mesopotamia, vive divisa in quattro Paesi distinti – Iraq, Iran, Siria e Turchia – in seguito al Trattato di Losanna del 1923. Da allora resiste all’assimilazione. Da 50 anni, su spinta del Movimento di liberazione del Kurdistan, porta avanti un’alternativa democratica di convivenza tra popoli.

Il 6 gennaio 2026 sono iniziati gli attacchi ai quartieri Sheik Maqsoud e Ashrafiyah di Aleppo, a maggioranza curda e alawita, enclave dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est.

I carri armati e l’esercito del Governo di transizione siriano sono entrati nei quartieri attaccando la popolazione. Testimoni hanno parlato del corpo di una combattente scagliato da un palazzo, della treccia di un’altra donna tagliata e mostrata come trofeo.

Le bande islamiste affiliate al Governo di Damasco non hanno rispetto per le donne e neanche per i corpi dei caduti.

Decine di migliaia di profughi sono fuggiti. Dopo alcuni giorni, gli attacchi si sono estesi al territorio dell’Amministrazione autonoma del Nord Est della Siria fino ad arrivare alle città di Raqqa e Tabqa, lungo le rive dell’Eufrate.

Già nel 2014, l’Isis aveva preso il controllo di queste città senza incontrare resistenza da parte dei gruppi islamisti alleati, guidati dal Fronte al-Nusra.

Era stato proprio il fondatore del Fronte al-Nusra, Al-Jolani (oggi chiamato con il suo vero nome, Ahmed al-Shara‘, presidente del Governo di transizione siriano), che aveva reso possibile l’invasione da parte dell’Isis.

Gli attacchi di gennaio hanno avuto soprattutto l’obiettivo di scatenare una guerra etnica tra arabi e curdi. Damasco, infatti, ha fatto pressioni affinché parte della componente araba delle Fds lasciasse le armi.

Anche per questo le Fds si sono ritirate verso le aree a maggioranza curda, dove è stata chiamata la mobilitazione generale e dove si sono rifugiate decine di migliaia di profughi.

Per l’identità e la democrazia

Il gruppo di giovani dall’Europa, dopo essere stati accolti al centro giovanile, la sera è andato a dormire da alcune famiglie che hanno aperto le porte delle loro case. Hanno mangiato insieme uova fritte, formaggio e pane, pomodori e melanzane ripiene. Poi, di nuovo bevendo il tè, hanno parlato del processo di integrazione democratica che stava iniziando a livello diplomatico.

Dopo settimane di guerra, infatti, la resistenza delle Fds aveva portato al cessate il fuoco e alla riapertura del percorso per l’accordo di integrazione nello Stato siriano dell’Amministrazione autonoma del Nord Est.

«Pensate che funzionerà?», ha domandato qualcuno della delegazione. «Non ci fidiamo dello Stato siriano», hanno risposto, «ma andremo avanti con il sistema che abbiamo messo in piedi e nella resistenza per difendere la nostra identità e la democrazia».

Qualche giorno dopo, la delegazione ha incontrato alcune esponenti della Kongra Star, un’organizzazione confederale dei movimenti femminili del Rojava. Alla domanda «cosa pensate di fare ora?», hanno parlato dei contatti stabiliti con le organizzazioni di donne basate nelle aree attaccate dal Governo siriano: sono state sciolte, ma i loro membri hanno la volontà di continuare a organizzarsi, e lottare perché i diritti delle donne vengano inseriti nella costituzione che si scriverà per la democratizzazione della Siria.

Laura Vallaro

da Mardin, cittadina turca al confine con la Siria, si vede il Rojava. © Laura Vallaro

Nel Kurdistan turco

Una delle regioni curde che si trovano separate dalle altre da frontiere statali è quella del Bakur, pezzo di Kurdistan in territorio turco.

Noi, insieme a diversi altri giovani di una nuova delegazione dall’Europa, ci troviamo qui, a fine marzo, dopo la firma dell’accordo che oramai ha sancito l’assorbimento nello Stato siriano dei territori dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est.

Parliamo con alcune famiglie che ci ospitano a Nusaybin, una cittadina in territorio turco, addossata al confine con la Siria, e molto vicina a Qamishlo (cittadina in Rojava, territorio siriano). I due centri abitati sono separati dalla frontiera, indicata, come una ferita aperta, da un muro di cemento, filo spinato e da mine antiuomo.

Le persone ci raccontano, con voce rotta dalle emozioni, le sensazioni che hanno provato quando hanno ricevuto le richieste di solidarietà dal Rojava, durante i combattimenti di gennaio.

Appena arrivato l’appello, in piena notte, molti si sono organizzati per avvicinarsi al muro portando scale per scavalcarlo.

I militari turchi hanno sparato sulla folla, i giovani sono corsi in avanti. Molti sono riusciti a passare la frontiera e si sono ritrovati dall’altra parte.

È impressionante vedere quanto è forte il legame che tiene unito questo popolo forzatamente separato dalle frontiere, e vedere che un muro, in apparenza insormontabile, non lo spezza.

Il Newroz segna l’inizio della primavera per le popolazioni dell’Asia occidentale. Diverse centinaia di persone hanno celebrato questa festa di Capodanno a Saarbrücken venerdì 20 marzo 2026. Per la comunità curda, rappresenta anche un simbolo di resistenza contro l’oppressione. Accompagnati da musica e fiaccole, hanno sfilato in corteo da Landwehrplatz, attraversando il centro di Saarbrücken, fino al Bürgerpark in prima serata, dove hanno acceso un grande falò e continuato i festeggiamenti. © Kai Schwerdt via Flickr

Nuovi diritti in Turchia?

In maniera simile, ma, allo stesso tempo, diversa rispetto al processo di integrazione dei territori curdi in Siria, si sta portando avanti un «Processo di pace per una società democratica» in Bakur, la parte turca del Kurdistan. Dopo che il leader curdo Abdullah Öcalan, il 27 febbraio 2025, ha invitato il Pkk a deporre le armi e che, a maggio dello stesso anno, il gruppo ha annunciato lo scioglimento della struttura armata, in Turchia si sono avviati dialoghi tra le due parti, che hanno come obiettivo l’integrazione democratica delle minoranze etniche nel Paese di Recep Tayyip Erdoğan.

Le politiche che lo Stato turco mette in atto in maniera sistemica contro le minoranze dovrebbero così subire un cambiamento radicale.

Mentre la nostra delegazione si trova in Bakur, si aspetta un passo ufficiale da parte del Governo turco, che però sembra non voler arrivare.

Tra i temi cardine del Processo di pace tra lo Stato turco e la sua componente curda, c’è, ad esempio, il riconoscimento del popolo curdo e della sua lingua.

Durante il viaggio, parliamo spesso con le famiglie che ci ospitano delle emozioni che accompagnano questo dialogo.

Notiamo che si soffermano molto sulla loro diffidenza nei confronti dello Stato turco e, allo stesso tempo, sulla fiducia nelle scelte del Movimento di liberazione del Kurdistan.

Mentre viaggiamo in Bakur, sentiamo dappertutto l’influenza del Processo di pace sulle famiglie: esse nutrono una vera speranza che le loro figlie e figli escano dalle prigioni.

I media locali aggiornano continuamente sulla situazione: è qualcosa di molto pervasivo che indirizza le conversazioni intorno a tè e baklava.

Il Newroz: festa di rinascita

La delegazione di giovani nel Bakur partecipa anche al Newroz, il capodanno curdo che si festeggia il 21 marzo, durante l’equinozio di primavera. La festa simboleggia la rinascita della vita, la libertà, la resistenza. Il popolo curdo da secoli celebra l’anno nuovo in questa data.

Il Newroz in Turchia è anche una cerimonia dal grande significato politico, perché la possibilità di festeggiarlo qui, nel territorio dello Stato turco, rappresenta una vittoria.

Nella città di Amed (Diyarbakir), a circa 150 km a Nord Ovest di Nusaybin, vivono quasi due milioni di persone. Qui, da anni, si tiene la più grande celebrazione del Newroz nella regione. Quest’anno la folla arriva anche dalle regioni circostanti. È impressionante per noi scoprire che solo dal 2000 le celebrazioni ad Amed sono diventate legali, mentre in precedenza ci si poteva riunire solo in maniera privata.

Il Newroz è un importante momento di condivisione: le danze curde vengono eseguite in cerchi di persone che si creano spontaneamente, i musicisti camminano tra la folla dando il ritmo con tamburi e flauti, donne e uomini indossano i vestiti tradizionali e si cantano insieme le canzoni che narrano episodi di resistenza.

Alla fine della cerimonia si accende un falò: è tradizione saltarlo esprimendo un desiderio.

Il Newroz segna l’inizio della primavera per le popolazioni dell’Asia occidentale. Diverse centinaia di persone hanno celebrato questa festa di Capodanno a Saarbrücken venerdì 20 marzo 2026. Per la comunità curda, rappresenta anche un simbolo di resistenza contro l’oppressione. Accompagnati da musica e fiaccole, hanno sfilato in corteo da Landwehrplatz, attraversando il centro di Saarbrücken, fino al Bürgerpark in prima serata, dove hanno acceso un grande falò e continuato i festeggiamenti. © Kai Schwerdt via Flickr

L’integrazione

Oltre a danze e canti, il Dem Parti (Partito dell’uguaglianza e della democrazia dei popoli, vicino alle istanze del Movimento di liberazione del Kurdistan), organizzatore delle celebrazioni ufficiali del Newroz, aggiunge un messaggio politico chiaro. In primis attraverso lo slogan di quest’anno: «Newroz per una società democratica e la libertà».

Dal palco parlano i rappresentanti del Dtk (Congresso della società democratica), del Dbp (Partito delle regioni democratiche) e del Tja (Movimento delle donne libere) per analizzare, spiegare, motivare la situazione politica dei curdi in Turchia oggi. Tutti e tutte citano il «Processo di pace per una società democratica».

Il dibattito si sviluppa, quindi, anche intorno al tema dell’integrazione, uno dei punti centrali del Processo di pace tra curdi e Stato turco, che include libertà per prigioniere e prigionieri politici, diritti costituzionali per il popolo curdo, garanzie per la democrazia e libertà di stampa e associazione. I discorsi ne analizzano le contraddizioni e i vantaggi.

«Il Kurdistan è uno»

Partecipiamo al Newroz di Amed, di Mardin e di un villaggio vicino al confine con la Siria, in cui la festa si tiene nei giorni successivi.

Le celebrazioni sono simili tra loro, e i discorsi sono coerenti e si completano a vicenda.

Capiamo che il popolo curdo sta vivendo un momento di profonda unità, non solo all’interno del Bakur, ma anche tra le altre parti del Kurdistan, in Siria, Iran e Iraq.

Queste giornate, celebrate in maniera simile in tutto il Medio Oriente, fanno sentire – a livello quasi fisico – il grido del coro «yek e yek e yek e, Kurdistan yek e» («uno, uno, uno, il Kurdistan è uno»).

Il Newroz come inizio di un nuovo ciclo si allinea, quindi, perfettamente con i grandi cambiamenti che stanno avvenendo in Bakur, in Rojava e nelle altre regioni, e diventa in questo modo una fonte di trasformazione.

Margot Friard

la festa del Newroz nella città di Mardin il 21 marzo 2026. © Laura Vallaro



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La redazione




Cento anni e «oltre»

L’anno che sta arrivando sarà ricco di anniversari per i Missionari e le Missionarie della Consolata. Diventa un’occasione per ripensare al passato e capire meglio il presente. E magari progettare le mosse future.

«Stasera voglio parlarvi di una bella pratica che desidero sia da voi… praticata… quella degli anniversari».

Esordiva così, Giuseppe Allamano, «il signor Rettore», in una delle consuete conferenze formative domenicali (quella di domenica 21 gennaio 1912) ai suoi missionari della Casa Madre di Torino. Desiderava convincerli dell’importanza di tenere un calendario del cuore, in cui appuntarsi le date significative della vita di ognuno: nascita, battesimo, cresima, prima comunione, ordinazioni.

Ogni ricorrenza, infatti, aiuta a far memoria e la memoria ci mantiene «sul pezzo», facendoci vivere al meglio il presente e proiettandoci nel futuro.

Allamano visse con questo spirito la celebrazione dei 25 anni di fondazione dell’istituto, le «nozze d’argento», trascorsa ricopiando le ultime disposizioni testamentarie, con uno sguardo realistico sulla sua ormai compromessa situazione di salute, ma anche aperto a chi e a cosa gli sarebbe sopravvissuto e ne avrebbe continuato l’opera. Era il 29 gennaio 1926. Poco più di due settimane più tardi, il 16 febbraio, il canonico Giuseppe Allamano sarebbe morto al Santuario della Consolata, il luogo che per 46 anni aveva servito con amore e totale dedizione.

il cardinale Giorgio Marengo con due monaci buddhisti mongoli in visita in Vaticano. Il dialogo interreligioso è un aspetto fondamentale della missione. ©AfMC

Il passato ci definisce

Oggi tocca a noi riportare alla luce un passato che ci definisce, che continua a suggerirci chi siamo e cosa dovremmo essere. Poco più di un anno fa, il 20 ottobre 2024, Roma e Torino si sono riempite dei colori e dei suoni del mondo grazie alle centinaia di persone provenienti dai quattro angoli del pianeta, venute in pellegrinaggio per vederlo santo.

Tuttavia, al di là della bellezza del ritrovarsi insieme, la canonizzazione del nostro fondatore ci ha obbligato a fare un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire le ragioni della sua santità. È stata un’occasione unica per ripensare alle nostre radici, provare a confrontarci oggi sul nostro modo di vivere la missione e capire come essere autenticamente Missionari della Consolata domani.

L’ormai imminente anno 2026 ci sembra essere, dal punto di vista celebrativo, particolarmente fecondo. Il 16 febbraio festeggeremo il centenario della morte o, per meglio dire, della «nascita al cielo» di san Giuseppe Allamano. Questa data, tuttavia, verrà preceduta da un altro momento celebrativo importante: il 125° anniversario della nascita dell’Istituto Missioni Consolata, avvenuta il 29 gennaio 1901. Non si può separare il ricordo del Fondatore da quello della sua fondazione.

È stato grazie ai missionari e alle missionarie che lo spirito di Giuseppe Allamano ha continuato a vivere in tanti luoghi e in mezzo a moltissimi popoli, dando continuità al suo carisma, facendone conoscere il nome, con orgoglio e gratitudine. La storia dei missionari e delle missionarie della Consolata si è innestata in quella di Giuseppe Allamano e ne ha dato seguito, l’ha portata a compimento.

In quattro continenti

Forse non sempre le cose sono riuscite così come l’Allamano avrebbe desiderato, non sempre siamo stati capaci di vivere in modo straordinario l’ordinarietà dell’esistenza di tutti i giorni, la ferialità della vita religiosa e missionaria. Non sempre, forse, siamo riusciti a «fare bene il bene» e a farlo senza rumore, con l’understatement tutto piemontese con cui il Fondatore condiva le sue azioni. E, senz’altro, molte volte siamo stati missionari senza prima essere santi, santi come lui, eroico nelle sue virtù.

Missionari, però, questo sì, lo siamo stati. Allamano si è reso presente in quattro continenti grazie alla partenza dei suoi figli e delle sue figlie, che hanno parlato di Cristo, della Consolata, ma anche di quest’uomo minuto, silenzioso, che nella sua vita ha mosso poco le gambe, ma ha fatto correre il cuore.

Il 2026 porterà con sé anche una terza ricorrenza, certamente non così significativa come le altre due; tuttavia, l’affetto e la riconoscenza di tante comunità che hanno avuto modo di conoscere i Missionari della Consolata ci rende orgogliosi anche del più piccolo di questi anniversari: i 25 anni della Fondazione Missioni Consolata Ets (MCets).  Nata nel giugno del 2001 come Missioni Consolata Onlus per poter rendere più efficace e organizzato il lavoro di cooperazione svolto dai missionari, la fondazione ha cambiato nome, ma non lo spirito con cui opera negli ambiti dell’educazione, sanità, e molto altro. MCets è anche l’editore di questa rivista che state leggendo, nonché la struttura organizzativa dietro ai programmi del Cam, acronimo di Cultures and Mission, il polo culturale e di promozione missionaria aperto a Torino, presso la Casa Madre dei Missionari della Consolata due anni fa.

Chi volesse saperne di più sulla fondazione può trovare tutte le informazioni necessarie sul sito www.missioniconsolataets.it.

processione il giorno della Consolata a Funda, in Angola. ©AfMC

Trasformare l’ambiente

MCets ha passato 25 anni a servizio delle attività dei missionari della Consolata nel mondo, mantenendo vivo lo spirito ereditato dal fondatore che sempre intese la promozione umana come una componente irrinunciabile dell’evangelizzazione. «Ameranno una religione che offre le promesse dell’altra vita e rende più felici su questa terra», scrisse Giuseppe Allamano ai suoi missionari del Kenya, in una lettera datata 10 ottobre 1910, parlando delle persone a cui erano stati inviati e alle quali dovevano, con la testimonianza della loro vita, dimostrare che il Regno di Dio inizia già qui, su questa terra. Agli stessi missionari aveva detto: «Puntate alla trasformazione dell’ambiente, non solo degli uomini», un pensiero che è rimasto alla base del metodo di evangelizzazione adottato dai missionari della Consolata e del loro modo di fare cooperazione.

Una nuova biografia

Per esercitare concretamente «la bella pratica» degli anniversari da celebrare, Missioni Consolata Ets ha promosso la pubblicazione di una nuova biografia del Padre Fondatore: «Oltre. Vita e Missione di San Giuseppe Allamano», di Alberto Chiara, pubblicato presso le edizioni Effatà. Non è certamente la prima biografia dedicata alla sua figura: ricordiamo, tra i principali contributi, la straordinaria e completissima opera di padre Igino Tubaldo e i volumi molto più agili di Domenico Agasso e padre Giovanni Tebaldi. Soprattutto questi due testi, ormai purtroppo esauriti, sono serviti all’autore da riferimento per seguire le vicende storiche di questo prete vissuto a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, nipote di san Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti come lo zio e come un’altra eccezionale figura della chiesa di quegli anni: san Giovanni Bosco.

Allamano manda i suoi missionari in Kenya, dipinto della chiesa di Wamba (ora perso a causa dell’incendio che l’ha distrutta), Kenya ©AfMC

Santo locale con sguardo globale

Alcune caratteristiche rendono quest’ultima fatica letteraria particolarmente interessante e meritevole di lettura. Il titolo, «Oltre», descrive Allamano in quella che fu una delle sue peculiarità: aver fondato due istituti missionari senza essere mai «partito» lui stesso per la missione. Un santo «glocal», lo definisce Alberto Chiara ripescando un termine in uso anni fa per definire il carattere globale e allo stesso tempo locale di una determinata realtà.

Allamano visse il suo ministero sacerdotale in modo pieno e realizzato nella Torino dei suoi tempi. Il Santuario della Consolata rimase il centro operativo delle sue attività, da cui non si staccò mai per ben 46 anni. Un luogo a cui dedicò sforzi non indifferenti per rimetterlo a nuovo e offrire un servizio pastorale e liturgico di prim’ordine affinché chi vi entrasse potesse vivere un’autentica esperienza di incontro con Cristo e con Maria, sua Madre.

Eppure, nel contempo, Allamano seppe andare oltre, con la mente e con il cuore, offrendo alla Chiesa di Torino la possibilità di incontrarsi con altri mondi, altre culture.

Alberto Chiara, per molti anni redattore di «Famiglia Cristiana», grande viaggiatore e narratore di storie di Chiesa in giro per il mondo, con stile giornalistico va anche oltre la vita stessa di Giuseppe Allamano, mettendola in dialogo con quanto avviene nel mondo, nella consapevolezza che davvero, in questa nostra vita, tutto è interconnesso, collegato, in relazione, come Papa Francesco ha scritto a chiare lettere nella sua enciclica «Laudato si’», dedicata alla cura della casa comune.

Alberto Chiara evidenzia, però, anche un «oltre» temporale, portando l’opera di Allamano fino ai nostri giorni e aprendo uno spazio che la proietta in un futuro a noi ancora sconosciuto. È forse questo il contributo più originale del libro, annunciato già dalla copertina, nella quale il volto del santo è avvolto in una «nuvola» di parole che ne raccontano lo spirito e la missione. Alcuni di questi termini, come ad esempio migrazioni, minoranze non appartengono al cuore della spiritualità originaria di Allamano, ma sono diventati temi e priorità nell’attività dei missionari nei vari contesti in cui si sono dovuti confrontare.

Del resto, Alberto Chiara ha conosciuto lo spirito di Allamano negli anni ’90 attraverso i suoi missionari. In qualità di inviato del suo giornale, ne ha raccontato il lavoro, faticoso e rischioso, nell’Amazzonia brasiliana, in una delle missioni più significative e sfidanti, in difesa del diritto alla terra delle popolazioni indigene.

Proprio all’Amazzonia è dedicato uno dei capitoli più toccanti del libro, con il racconto, più volte narrato anche sulle pagine di questa rivista, del miracolo che ha portato alla canonizzazione di Giuseppe Allamano: la guarigione di Sorino, l’indigeno Yanomami attaccato e quasi ucciso da un giaguaro in piena foresta.

padre Jaime Patias durante la celebrazione dell’Eucarestia nella comunità Guyana El Clavo, in Venezuela. ©AfMC

La storia continua

La biografia non si conclude con la morte di Giuseppe Allamano, avvenuta al Santuario della Consolata il 16 febbraio 1926, ma termina con la descrizione della missione attuale dei missionari della Consolata. Per l’autore è chiaro che anche il 16 febbraio 2026, data in cui festeggeremo il centenario della nascita al cielo di Giuseppe Allamano, non sarà il termine reale e definitivo della storia che ha narrato.

Allamano continua a vivere in coloro che, a Torino come nel resto del mondo, si lasciano ispirare dalla sua intuizione, e continuano, attraverso il loro impegno, ad allargare a dismisura i confini della Chiesa.

Il suo è un invito a continuare ad avere fiducia e speranza in Dio per poter essere annunciatori del suo amore nel mondo, un invito che vale per tutti, noi inclusi. Lo dice bene Alberto Chiara, nelle ultime righe del volume: «Una cosa è certa, anzi due. La prima: grazie all’opera dei Missionari e delle Missionarie della Consolata attivi in circa trenta Paesi, san Giuseppe Allamano continua a essere un modello di fiducia, non a caso richiamato più volte nel corso del 2025, Anno Santo della speranza. Ancora oggi la sua spiritualità sprona tutti a vivere con impegno il “qui e ora”, considerando ogni istante come un momento favorevole per l’azione di Dio, senza sottrarsi ciascuno alle proprie responsabilità. Il segreto per saldare Cielo e Terra, l’infinito e l’ingarbugliato intreccio della storia rimane quello indicato dal canonico: l’abbandono confidente al Signore e alla Vergine Maria».

Ugo Pozzoli*
*Coordinatore della Fondazione  Missioni Consolata Ets, già direttore editoriale di MC.

Allamano Youth Day al Consolata Philosophicum Hall. Langata -Nairobi, Kenya ©AfMC

Il libro «Oltre» si trova nelle librerie o potete richiederlo a
Missioni Consolata Ets, corso Ferrucci 14, 10138 Torino
Chiamate al 011 4400400 o scrivete una email a:
segreteria@missioniconsolataets.it oppure spedizioni@missioniconsolataets.it (vedi contatti)




Ucraina. La resilienza è di casa

Il febbraio del prossimo anno segnerà il quarto anno del conflitto che si sta combattendo in Ucraina su scala nazionale. Qui occorre distinguere due situazioni, due volti di un’unica realtà: la situazione lungo la linea del fronte dove si combatte (lunga oltre 1.200 km), e la vita nel resto del Paese, che ricordiamo essere, per superficie, grande il doppio dell’Italia.

La linea del fronte è il luogo dove i due eserciti si combattono apertamente: i russi per occupare il maggior territorio possibile, gli ucraini per difendere l’avanzata. Nell’ultimo anno la situazione è sostanzialmente stabile, i russi non riescono ad avanzare come vorrebbero e gli ucraini riescono a difendersi a denti stretti. Il territorio occupato dall’inizio dell’invasione (ovvero il 2014) è di circa il 20%, considerando la Crimea, buona parte del Donbass e una parte della regione di Zaporizzja. Se il risultato sul campo in questo momento non cambia molto, le perdite umane e i costi economici sono altissimi e continuano ad aumentare. È molto difficile fornire dati certi su questo, perché in tempo di guerra la propaganda dell’informazione è un’arma molto usata, e si sa che ad essa interessa il risultato non la verità storica.

Il ricordo degli eroi

Una cosa che si può notare attraversando il Paese è il numero delle lapidi che ricorda gli eroi che hanno dato la vita per la libertà: ogni città, ogni villaggio anche i più piccoli, hanno queste lapidi nelle piazze centrali così come le bandiere nei cimiteri che ricordano i soldati caduti.

Un’altra cosa che non sfugge a uno sguardo attento è il numero dei feriti e degli invalidi che si possono incontrare. È verosimile credere che da parte Russa queste perdite siano molto maggiori.

Gran parte della popolazione vicina al fronte ha deciso di lasciare i villaggi e le città trasferendosi in luoghi più sicuri all’interno del paese. Una piccola parte di questa popolazione soprattutto anziani, decide di restare non volendosi traferire altrove, coscienti di rischiare la propria vita. Solo in casi estremi quando la situazione è compromessa, il Governo ordina l’evacuazione del villaggio. Nonostante tutto, i pochi che decidono di restare devono vivere nella cantine senza poter uscire a causa del pericolo continuo di droni e di missili, con problemi di approvvigionamento del cibo. La capitale Kiev ha registrato ufficialmente nel proprio comune quasi 500mila cittadini provenienti da queste aree.

Un cimitero dei caduti della guerra contro la Russia. Una bandiera per ogni tomba. (Foto Luca Bovio).

Una strana normalità

Nel resto del paese la vita continua con una certa normalità. I negozi sono aperti, i mezzi pubblici funzionano così come le scuole e le università. Questa normalità è interrotta spesso dal suono delle sirene che segnalano un possibile allarme dal cielo. Le procedure obbligano alla chiusura temporanea dei servizi e sui canali telegram si legge l’invito a proteggersi nei numerosi rifugi sempre ben segnati. Anche la metropolitana nelle grandi città è usata come rifugio. Non sempre a un allarme corrisponde un attacco. A volte dopo pochi minuti, il tempo che gli aerei di guerra abbiano finito di sorvolare il cielo, il pericolo rientra e tutto torna alla normalità. In altri casi, invece, l’allarme è seguito dalle esplosioni che possono avvenire in tutto il Paese e in diverse forme. I droni sono ormai diventati un’arma molto utilizzata, perché economica ed efficace, anche se i danni maggiori li provocano i missili balistici.

Come ogni autunno, prima dell’arrivo dell’inverno, gli obiettivi cercati sono le centrali elettriche. La loro distruzione, che quest’anno è stata massiccia come non mai, ha di fatto lasciato senza energia gran parte del paese. In capitale da settimane viene razionata l’elettricità per poche ore al giorno, e divisa per quartieri che si accendono e spengono a seconda di un programma stabilito. Un problema non piccolo per i cittadini che vivono, nella maggior parte in edifici alti anche 30 piani. Tuttavia, anche gli edifici civili, gli ospedali e le scuole sono obiettivi colpiti. Nei momenti più difficili durante gli attacchi è necessario allontanarsi dai locali con finestre e proteggersi in luoghi circondati solo dai muri.

Senza scoraggiarsi

Una cosa che colpisce è la resilienza degli ucraini. Dopo ogni attacco ognuno ritorna al proprio dovere. Le squadre di soccorso intervengono rapidamente e in poche ore mettono in sicurezza gli edifici colpiti. La gente comune dopo una notte insonne ritorna al lavoro e alla proprie attività. Questo non è scontato. La capacità di adattamento è la migliore risposta che si possa dare di fronte a una prova tanto grande e lunga. Con questo spirito si riesce non solo a resistere agli attacchi ma anche a continuare a credere che un futuro di libertà è possibile e, quindi, si continua ad affrontare la giornata che inizia, senza scoraggiarsi.

Dolorosissime sono le notizie circa la corruzione che continua, nonostante la guerra, a serpeggiare nel paese. Fa male non solo a vedere il nemico dall’altra parte ma scoprirlo anche accanto a sé.

È chiaro che in questa situazione ogni piccolo o grande aiuto è sempre prezioso di fronte a un calo drastico di aiuti internazionali. Con l’aiuto della Consolata e di san Giuseppe Allamano, sull’esempio di tanti vicino a noi, continuiamo a credere nella pace e a costruirla.

Luca Bovio, da Kiev




Fedele fino alla morte

Domenica 19 ottobre, Giornata missionaria mondiale, papa Leone VIX ha canonizzato, tra gli altri, san Peter To Rot, il primo santo della Papua Nuova Guinea. MC aveva pubblicato la sua storia, che vi riproponiamo qui.

La redazione




Pulire secondo natura

Ogni giorno usiamo decine di prodotti, spesso non sostenibili per ambiente e persone. Tra questi ci sono i detergenti. Anche quelli naturali, a volte, contengono materie prime di Paesi lontani e sfruttati. Alcune persone si sono messe in gioco per produrre alternative.

«L’uomo non è un’eccezione nella natura», scrive Pëtr Kropotkin, geografo, biologo e anarchico russo, nato nel 1842 e morto nel 1921, dopo aver studiato le strategie di mutuo aiuto in diverse specie di animali nel mondo: «È anch’egli soggetto al grande principio del mutuo appoggio, che garantisce le migliori possibilità di sopravvivenza a quelli che meglio si aiutano l’un l’altro nella lotta per la vita».

Dopo più di cento anni dalla sua morte, vogliamo riprendere la sua riflessione e ampliarla. Consideriamo, infatti, valida la prospettiva della collaborazione non solo all’interno di una stessa specie, in particolare tra gli esseri umani, ma anche tra una specie e le altre, e con la natura.

Come ha raccontato la mostra d’arte «Mutual Aid. Arte in collaborazione con la natura», ispirata al pensiero di Kropotkin, tenutasi al Castello di Rivoli (To) tra ottobre 2024 e marzo 2025: «Simbiotica, empatica, collaborativa, questa prospettiva propone una modalità di essere al mondo che oggi giorno è diventata a dir poco pressante».

«Officina Naturae»

Se proviamo a cercare tracce di questo approccio collaborativo tra gli umani e con la natura nell’ambito del consumo critico, troviamo molti esempi, in molti campi. Dall’agricoltura, alla produzione di energia, dalle forme di condivisione di risorse e spazi, all’autoproduzione di beni.

Una delle realtà che sono cresciute di pari passo e in reciproco appoggio con i Gruppi di acquisto solidale (Gas), è quella di alcune aziende che si occupano di prodotti per la pulizia.

È noto, infatti, che i prodotti industriali per la detergenza contengono normalmente ingredienti inquinanti. Alcuni si sono domandati come arginare il problema e hanno messo in commercio prodotti biodegradabili.

«Officina Naturae» è una di queste realtà: nata da alcuni membri del Gas di Rimini che si domandavano come lavare e pulire in modo efficace con prodotti al 100% di origine vegetale.

Non trovando una risposta intorno a loro, Silvia Carlini e Pierluca Urbinati nel 2004 hanno messo in gioco le loro competenze per fondare un laboratorio.

L’avvio è stato pionieristico: le taniche dei primi detersivi sostavano accatastate in un garage prima di venire distribuite ai Gas. Con il tempo, grazie al rapporto con la rete dei Gas, e tramite una lunga serie di incontri e laboratori, la società è cresciuta. Oggi vi lavorano dodici persone.

I prodotti di Officina Naturae vengono realizzati con una forte attenzione all’ambiente, che si manifesta in primo luogo nella scelta delle materie prime, tutte di origine vegetale, e quindi velocemente biodegradabili.

Tra gli ingredienti utilizzati, Officina Naturae prevede molti prodotti locali, come la mela cotogna biologica e il fico d’India selvatico usati per il balsamo per labbra e la linea per bambini «Biricco».

Una grande attenzione è dedicata anche al packaging, tramite l’utilizzo di bioplastiche, plastiche riciclate post consumo, o azzerando l’utilizzo della plastica nei prodotti «plastic free», come in quelli della linea di cosmetici solidi (shampoo, bagnoschiuma, deodorante, detergente viso) e il «Piatti Solido Solara».

Officina Naturae diffonde anche ricette per l’autoproduzione dei detersivi, a partire da alcuni ingredienti di base come l’acido citrico o il percarbonato di sodio.

Per queste attenzioni ha ottenuto diversi premi.

Il rapporto con i Gas e, in generale, con i consumatori consapevoli, è stato molto importante agli inizi, e lo è tutt’ora: i numerosi incontri e le altre forme di interazione con le persone costituiscono un canale continuo di verifica e aggiornamento.

«Tea Natura»

Con un percorso per certi aspetti simile, a marzo 2003 è nata ad Ancona «Tea Natura».

Dopo le fatiche iniziali, oggi Tea Natura è una società benefit che sostiene diversi progetti ambientali e sociali, ed è attenta al benessere dei suoi dieci lavoratori.

Produce diverse linee di prodotti, anche solidi, per la cosmesi e la detergenza, e incensi naturali.

I prodotti per la cosmesi contengono ingredienti di origine vegetale o minerale, evitando i derivati del petrolio, i conservanti di sintesi, i profumi chimici e i prodotti di derivazione animale.

Anche Tea Natura è cresciuta grazie a uno stretto legame con i Gas. Oggi circa il 50% del suo fatturato proviene dalla vendita diretta ai consumatori singoli o ai Gruppi di acquisto, e il restante 50% dalla distribuzione tramite i negozi. La società gestisce anche un mercatino settimanale nel quartiere degli Archi ad Ancona.

Una decina di anni fa, durante un incontro di Piero Manzotti, fondatore di Tea Natura, con il Gas di Forlì, una donna gli ha posto una domanda: cosa fare dell’olio di frittura esausto? A partire da quella domanda, Piero si è impegnato a capire se fosse stato possibile utilizzarlo per i detersivi.

Dopo diverse prove, nel 2018 è arrivato alla fiera «Fa’ la cosa giusta!» di Milano con alcuni campioncini di «Ri-Detersivo» da distribuire ai visitatori perché lo provassero.

Nonostante il processo per ottenere detersivo da oli esausti sia complesso, i consumatori hanno chiesto a Piero Manzotti di continuare. E così, oggi, il Ri-Detersivo è utilizzabile per i piatti, il bucato a mano e in lavatrice.

Un prodotto ottenuto da oli esausti comporta diversi vantaggi per l’ambiente: in primo luogo evita l’uso di oli di palma e di cocco provenienti da Paesi lontani come Malaysia o Indonesia, olii che sono normalmente alla base dei detergenti ecologici nonostante abbiano un grande impatto sulla deforestazione. In secondo luogo, evita i trasporti via nave di materie prime, e consente di uscire dal mercato internazionale della borsa degli oli vegetali, la quale ignora le esigenze dei piccoli produttori. In terzo luogo, evita lo sversamento dell’olio esausto nell’ambiente. Esso è reso completamente biodegradabile attraverso la saponificazione. Quarto: grazie al riuso dell’olio, diminuisce l’area di terreno coltivato necessaria per la produzione.

Inoltre, il confezionamento prevede taniche molto leggere da 5 litri, bottiglie ottenute con circa il 50% di plastica riciclata, e sono allo studio detersivi concentrati per ridurre al minimo l’impatto dei trasporti e degli imballaggi.

Non solo pane

I consumatori critici e i Gas cercano di rivedere la loro spesa, i prodotti e i servizi che utilizzano tutti i giorni.

Non parliamo quindi solo di alimenti, ma di molto altro, affrontando, quando necessario, anche filiere complesse come quelle della cosmetica e dei detersivi.

L’attenzione di questi consumatori, singoli o in gruppo, consente alle imprese che ne condividono i valori, di nascere, crescere e innovare per rispondere, insieme, alle esigenze dei diversi soggetti coinvolti: i lavoratori, i cittadini consumatori, le comunità locali e l’ambiente.

Queste aziende hanno dei canali specifici per la vendita diretta ai consumatori o ai Gas, che, come abbiamo visto, costituiscono una parte importante della loro storia. È possibile acquistare i prodotti dai loro siti, organizzandosi nei Gas, o tramite le botteghe del commercio equo o altri negozi.

Ma se si presenta l’occasione, incontrare i produttori è il modo migliore per capire cosa sta dietro a un prodotto. Le diverse fiere dedicate all’economia solidale e agli stili di vita sono un’ottima occasione di incontro e approfondimento per condurre sempre di più una vita pulita in collaborazione con la natura.

Andrea Saroldi

Altri produttori

Aperegina-Chindet:
Felici da Matti:
Hierba Buena:



Italia. Per Gaza e contro il genocidio

Lunedì 22 settembre molte città italiane hanno ospitato le manifestazioni per Gaza e contro il genocidio. L’adesione dei cittadini è stata massiccia, segno che la guerra d’Israele contro i palestinesi ha risvegliato le coscienze.

Non ovunque le cose sono filate lisce, a Milano soprattutto. Qui gruppi di infiltrati (non si sa quanto autonomi e quanto inviati da qualcuno) hanno pensato di farsi notare con la violenza e la distruzione. Di questo hanno subito approfittato diversi media (per esempio, alcuni telegiornali e, soprattutto, i quotidiani La Verità, Libero, il Giornale, il Tempo, il Secolo d’Italia), interessati a svilire il messaggio e la portata delle manifestazioni.

Alcuni quotidiani italiani hanno scelto di dare molto rilievo ad alcuni scontri piuttosto che alle manifestazioni e al messaggio per Gaza e contro il genocidio. In questo screenshot le prime pagine di tre quotidiani di martedì 23 settembre 2025.

Fatta questa doverosa premessa, tra le iniziative messe in campo segnaliamo quelle della rete «Preti contro il genocidio». Qui sotto il comunicato stampa rilasciato dagli organizzatori.

«A Roma, un gruppo di 100 sacerdoti provenienti da diverse regioni italiane e da vari Paesi si è riunito per un momento di preghiera e di testimonianza pubblica in favore della giustizia e della pace in Palestina. Ribadendo la condanna delle violenze del 7 ottobre, hanno ripetuto le parole di papa Leone “non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta” (21.9.25) e hanno pregato Dio perché si fermino i crimini contro la popolazione palestinese e ogni massacro di innocenti nel mondo. Inoltre, hanno denunciato il massacro della popolazione civile palestinese e la distruzione del territorio della striscia di Gaza che, secondo la stragrande maggioranza degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative, si qualifica come un crimine di genocidio.

L’iniziativa è stata organizzata dalla neonata rete “Preti contro il genocidio” – che ha raccolto oltre 1.600 firme per una dichiarazione condivisa. I firmatari provengono da 50 paesi e 5 continenti, sono eremiti, sacerdoti diocesani e religiosi, vescovi e cardinali.

L’evento si è svolto simbolicamente nel giorno in cui la questione palestinese è stata discussa alle Nazioni Unite e alla vigilia dell’Assemblea Generale. La celebrazione nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, animata in cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo), è stata accompagnata dalla musica dell’organista Stefano Vasselli, direttore musicale della Chiesa di San Paolo entro le Mura e dal rinomato tenore Carlo Putelli.

Dopo la liturgia, i partecipanti hanno dato vita a una processione portando i disegni dell’artista Gianluca Costantini, dal titolo “Christ Died in Gaza”, che richiamano le parole del Vangelo di Matteo sul giudizio finale: “Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere…”.

La marcia ha previsto alcune soste nei luoghi significativi della città, durante le quali sono state lette poesie da autori Palestinesi e innalzate preghiere per le vittime della violenza e per un futuro di riconciliazione, pace e giustizia.

I sacerdoti e vescovi presenti con questo appuntamento hanno voluto “iniziare processi più che possedere spazi” (papa Francesco, in Evangeli Gaudium 223) e sollecitare nella comunità civile ed ecclesiale una coraggiosa riflessione circa il genocidio palestinese. Ora è tempo di continuare l’opera coinvolgendo laici e laiche, religiosi e religiose, uomini e donne poiché l’obiettivo non era quello di creare un gruppo clericale ma di “mescolarsi e far lievitare -come dice Gesù nel Vangelo – tutta la pasta” per difendere e diffondere i valori della pace e della giustizia.

Al termine della manifestazione hanno invitato tutti a rinnovare l’adesione a quelle associazioni e realtà ecclesiali “impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza” di cui papa Leone ha apprezzato l’iniziativa (Angelus 21.9.25), tra le quali Pax Christi che sabato 29 novembre organizzerà a Padova la giornata di solidarietà con il popolo palestinese indetta dalle Nazioni Unite fin dal 1977».

Preti contro il genocidio




Ucraina. Kiev, la città resiliente

Kiev, la capitale dell’Ucraina, la città più grande del Paese, posta nel suo centro geografico, è attraversata dal fiume Dniepr. È qui che – da qualche settimana – sto vivendo, iniziando l’incarico che, il 25 marzo scorso, mi è stato affidato di guidare la direzione nazionale delle Pontificie opere missionarie ucraine.

La città è stata fondata ancor prima dell’anno mille, quando in questa regione nacque la Rus di Kiev, popolazione che darà poi origine alla futura Russia e a tutti gli stati a lei collegati. La data del 988 segna l’inizio delle cristianità con il battesimo di San Vladimiro ricordato da una statua posta in un bellissimo parco nel centro della città da cui si possono ammirare squarci suggestivi (foto di apertura).

Il monastero Lavra a Kiev fondato nel 1051 (foto Luca Bovio)

Fin dall’inizio il patriarcato di riferimento, a differenza della vicina Polonia, fu Costantinopoli. Dopo lo scisma del 1054 tra Chiese ortodosse e Chiesa cattolica, il destino di questa Chiesa si legò sempre più all’oriente. In città sono presenti diverse cattedrali legate a diverse chiese. La più antica, Lavra, appartiene alla Chiesa ortodossa ucraina legata al patriarcato di Mosca, il monastero di San Michele è sede della di questa Chiesa. Qui sulle mura esterne ci sono le fotografie dei soldati caduti (video qui sotto).

Monastero di sant’Andrea a Kiev (foto Luca Bovio)

Il monastero di S. Andrea è legato al patriarcato di Costantinopoli (foto a sinistra). Tra queste c’è anche il monastero di Santa Sofia molto utilizzato per le cerimonie ufficiali civili.La cattedrale latino cattolica dedicata a san Alessandro è vicina alla centrale piazza di Maidan (vedi video a fine testo), mentre la cattedrale dei cattolici di rito orientale è dedicata alla Risurrezione del Signore ed è posta sulla sponda est del fiume.

È difficile fare un censimento della popolazione in questo momento. A motivo della guerra, molti sono partiti, mentre altri sono arrivati dalle zone occupate. Prima del 2022, gli abitanti si aggiravo sui 3milioni.

La città, difesa dal suo patrono S. Michele Arcangelo, ha resistito all’attacco avvenuto nei primi mesi del conflitto quando i soldati russi arrivarono da Nord fino alla periferia fermandosi a Bucha, Irpin e le zone limitrofe.

Nel Paese la guerra ha subito una forte evoluzione. Oggi la tecnologia sta imponendosi sempre più. L’uso massiccio di droni e missili crea danni senza mettere a rischio la vita dei propri soldati. Il numero degli attacchi, come anche per quantità di mezzi usati, è in netta crescita. Gli allarmi suonano soprattutto di notte e possono durare delle ore. La contraerea cerca di limitare i danni, tuttavia alcuni droni e missili riescono a colpire i loro obiettivi. Non trascurabili sono anche i danni che recano le schegge, non controllabili, delle esplosioni. Un esempio lo abbiamo avuto in Nunziatura apostolica, la scorsa settimana quando sul tetto della casa tre pannelli solari sono stati danneggiati.

I numerosi canali di Telegram informano sulla situazione live degli attacchi, riuscendo a prevedere (non sempre) i quartieri e le traiettorie delle possibili esplosioni. Quando gli attacchi sono particolarmente intensi le stazioni della metropolitana si riempiono di persone, soprattutto di coloro che abitano nei numerosissimi palazzi della città che hanno altezze medie di 30 piani. Sono sempre più frequenti le notti trascorse a vicino ai binari della metro dove intere famiglie trovano riparo e portano brandine, passeggini e anche animali domestici.

Distruzioni vicino al Parco Travriirsyi a Kiev (foto Luca Bovio)

Nonostante questa difficile situazione, che oramai perdura da lungo tempo, sembri solo peggiorare, la città reagisce con una parvenza di normalità quale migliore risposta per resistere e non rassegnarsi. Dopo le notti di esplosioni, il mattino dopo tutto ricomincia. I mezzi pubblici, i negozi e le attività riprendono. Certamente il sonno perso e le paure hanno il loro il peso, soprattutto per alcune categorie di persone. Le zone colpite dalle esplosioni immediatamente vengono messe in sicurezza e in ordine in tempi brevissimi dalle squadre addette (foto sopra e video qui sotto).

Padre Luca Bovio, ImC, direttore delle Pontificie opere missionarie in Ucraina

Guerra e normalità di vita sono due aspetti che convivono in questo tempo a Kiev. Difficile fare previsioni sull’evoluzione della situazione, nei tempi e nei modi. Credo che la voglia di normalità per chi vive qui e il sostegno materiale e spirituale di chi è lontano, aiutino comunque a non cedere alla tentazione di rassegnarsi alla stanchezza e alla paura. In questo contesto muovono i primi passi della nascita delle Pontificie opere missionarie in Ucraina

Luca Bovio (da Kiev)




Nato. L’insostenibile 5%

I 32 Paesi Nato hanno deciso l’aumento della spesa militare al 5% del Pil. Mentre per la sanità l’Italia spenderà nel 2025 circa 143 miliardi e per l’istruzione 57, ben 45 miliardi di Euro andranno per difesa e sicurezza. Per la Nato, nel 2035 la spesa annua italiana dovrà essere di 145: 100 miliardi in più ogni anno. Una cifra insostenibile a meno di non aumentare tasse e debito, e di non ridurre cure mediche e scuola.

Dunque, la decisione è presa: i Paesi della Nato, «si impegnano a investire il 5% del Pil all’anno in requisiti di difesa fondamentali, nonché in spese relative alla difesa e alla sicurezza, entro il 2035», si legge nella dichiarazione finale del vertice dei trentadue Paesi membri dell’Alleanza tenutosi tra il 24 e 25 giugno all’Aja.
Le minacce che giustificherebbero questa decisione sono chiaramente indicate: la Russia e il terrorismo.

Si tratta di un documento sottoscritto all’unanimità, ma molto vago e senza vincoli determinati, in modo da permettere sin da subito interpretazioni diverse: infatti Spagna e Slovacchia hanno già dichiarato che non aumenteranno le loro spese militari, altri Paesi come il Belgio hanno espresso forti dubbi, altri come l’Italia hanno già messo le mani avanti su di una interpretazione molto larga del concetto di difesa e sicurezza.

Nel testo (una paginetta) le spese che ciascun Paese membro dovrebbe sostenere, sono suddivise in due categorie: quelle per la difesa vera e propria a cui si dedicherebbe il 3,5% del Pil; quelle per infrastrutture di sicurezza, di cui nel documento si dà un generico elenco, alle quali verrebbe destinato l’1,5%. Il tutto deve essere raggiunto in 10 anni: quindi entro il 2035.
Sulla prima categoria c’è un impegno dei Paesi a produrre piani annuali «credibili e progressivi», ma senza alcuna verifica, se non nel 2029.

Le conseguenze per l’Italia

Il Pil italiano del 2024 è stato pari a 2.192 miliardi di euro, le previsioni parlano di una crescita di spesa per la difesa stimata del 2,6% annuo.
Nel 2025, la spesa militare farà un balzo di 9,7 miliardi rispetto al 2024, ma con un artificio contabile che permetterà di raggiungere il 2% del Pil.
L’obiettivo di aumentare la spesa al 5% in dieci anni significa passare dai 45 miliardi di oggi (35 in difesa e quasi 10 in sicurezza) a ben 145 nel 2035 (oltre 100 in difesa e quasi 44 in sicurezza), con un salto di 100 miliardi.

Tutto questo porterà l’Italia a spendere in totale, nei prossimi dieci anni, quasi mille miliardi di euro in difesa e sicurezza (quasi 700 miliardi in difesa e quasi 300 in sicurezza).

Tanto per fare un raffronto, la spesa sanitaria prevista per il 2025 è di 143 miliardi, quella per l’istruzione di 57 miliardi.

Dove verranno trovati questi soldi? Il bilancio dello Stato del 2024 è stato di 1.200 miliardi circa, si tratta di aumentare le spese del 9%!

Sono due sono le principali fonti di entrata per uno Stato: i tributi, il debito.
Dato che nessuna delle due fonti si potrà allargare più di tanto, per raggiungere la spesa prevista dall’accordo Nato per difesa e sicurezza, bisognerà gioco forza ridurre la spesa in altri settori del bilancio dello stato: aspettiamoci, quindi, considerevoli tagli al già disastrato welfare, un salasso per le tasche dei cittadini, un debito già fuori controllo ulteriormente ingigantito.

A questo, sul profilo politico, si aggiunga il rafforzamento di un blocco militare-industriale che condizionerà le scelte pubbliche per i prossimi decenni.

Le attuali spese per gli armamenti sono insufficienti?

Come scritto più volte sulle pagine di MC (vedi ad esempio: «Spese militari nel mondo. Mai così alte», le spese militari sono in costante aumento da più di un decennio.

Diamo uno sguardo alla situazione complessiva: secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, nel 2024 sono stati spesi 2.718 miliardi di dollari in armi a livello globale, con un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente, più 20% in 3 anni.

La spesa militare nell’Europa geografica, Russia inclusa, è aumentata del 17 per cento, raggiungendo i 693 miliardi di dollari, e ha contribuito in modo significativo all’aumento globale.

La spesa militare della Russia ha raggiunto una cifra stimata di 149 miliardi di dollari nel 2024, con un aumento del 38 per cento rispetto al 2023.
La spesa militare aggregata degli Stati membri dell’UE ha raggiunto i 370 miliardi nel 2024, il secondo più alto dopo gli Stati Uniti. Tra i Paesi Ue, la Germania ha visto un aumento del 28 per cento, raggiungendo gli 88,5 miliardi di dollari all’anno. In tal mondo, la Germania è diventata il Paese che ha allocato più denaro per le spese militari in termini assoluti dell’Europa centrale e occidentale, il quarto al mondo. Anche Francia e Gran Bretagna hanno toccato cifre importanti.

I trentadue paesi della Nato rappresentano il 55% della spesa militare globale totale, pari a 1,5 trilioni di dollari.

Anche la Cina ha aumentato il suo budget militare per il trentatreesimo anno consecutivo, con 314 miliardi di dollari nel 2024.

Imparare dalla storia

Siamo in presenza di una folle corsa agli armamenti in tutto il pianeta, e l’Europa è già ai primi posti.

Tutto ciò non dà maggiore sicurezza, al contrario, stanno saltando tutti gli organismi internazionali preposti alla prevenzione dei conflitti, vengono stracciati i Trattati internazionali, mentre la guerra viene vista come unico metodo per risolvere i conflitti.

Non c’è nulla di più falso del motto «si vis pacem para bellum», un motto attribuito all’impero romano, una macchina da guerra che seguendo quel principio ha esteso il suo dominio in tutto il mondo allora conosciuto. Da allora tutte le volte che gli stati si sono armati, ne sono conseguite guerre.

Basterebbe rileggere la storia dei primi anni del secolo scorso, quando la corsa agli armamenti è sfociata nella Grande guerra, un conflitto che tutti volevano evitare ma che ha sconquassato il mondo con conseguenze fino ai nostri giorni.

Ma allora che fare per la pace?

Proponiamo qui un elenco non esaustivo di azioni che pensiamo siano da inserire in un progetto per la pace che l’UE dovrebbe fare proprio.
Siccome, però, questa Uè non lo farà, lo faccia proprio il movimento per la pace, e lo proponga a forze politiche vecchie e nuove per riuscire a ribaltare questa deriva pericolosa verso una nuova Grande Guerra, che questa volta sarà nucleare.

• Ripristinare quel sistema di equilibrio diplomatico che ha permesso di conservare la pace anche ai tempi della guerra fredda: rafforzare l’Onu e la Csce (Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa). Anzi, lavorare per una nuova conferenza di Helsinki.
• Riprendere negoziati sulla limitazione e il controllo degli armamenti, misure di rafforzamento della fiducia, diplomazia e disarmo in Europa.
• Rinnovare il trattato Start sulla riduzione degli armamenti strategici, che scade nel 2026.
• Creare zone libere da armi nucleari, nel Mediterraneo e in Europa.
• Sostenere e aderire al trattato Onu che mette al bando le armi nucleari (Tpan).
• Rafforzare la cooperazione tra Stati e tra associazioni della società civile.
• Promuovere l’educazione alla pace nelle scuole e nelle comunità, insegnando i valori del rispetto, della tolleranza e della nonviolenza.
• Promuovere la difesa civile non armata e nonviolenta, come alternativa alla difesa militare tradizionale.
• Sostenere la ricerca e lo sviluppo di modelli di difesa basati sulla prevenzione dei conflitti, la gestione nonviolenta delle crisi e la protezione dei civili.

Siamo ancora in tempo!

Paolo Candelari

Links utili

La dichiarazione NATO

Sui costi secondo Milex

Sintesi dei dati da SIPRI sulle spese militari

Presentazione report SIPRI (in inglese)

Una analisi da Vatican news




Quando il viaggio è solidale

Viaggiare ha un forte impatto sull’ambiente e sulle persone. Per ridurne gli effetti negativi è nato il «turismo responsabile». Ad Avigliana, in provincia di Torino, ne abbiamo parlato con Alfredo Di Giovanni, della cooperativa «Viaggi solidali». 

«Flow» è il film di animazione che ha vinto il premio Oscar 2025. Racconta di un gatto nero che, in uno scenario da diluvio universale in cui gli uomini sono scomparsi, impara che la collaborazione coraggiosa con gli altri animali che si ritrovano sulla stessa barca è la strada migliore per sopravvivere.

«È un’ode – scrive Paola Casella sul sito mymovies.it – alla solidarietà e alla cooperazione, necessarie per sopravvivere anche agli eventi che rischiano di annullarci per sempre».

Non è un caso se anche un altro film d’animazione, «Il robot selvaggio» (candidato allo stesso Oscar), mostri come la solidarietà – in questo caso tra specie diverse, robot compreso – sia la chiave per la sopravvivenza.

«Un concetto basilare – scrive Antonio Montefalcone su mymovies.it – per la sopravvivenza singola e collettiva, perché capace di prevalere sulle avversità, su differenze innate e sulla legge del più forte».

Queste due opere di animazione sono un segno dei nostri tempi. Proviamo paura per il passaggio d’epoca che stiamo vivendo e proviamo a rispondere cercando per la nostra vita il senso da seguire, sia come significato che come direzione.

Nel suo piccolo, in questa rubrica raccontiamo storie che mostrano come possiamo vivere meglio applicando la «legge della solidarietà». Lo facciamo con esempi che ognuno di noi, volendo, potrebbe seguire nei diversi ambiti della propria quotidianità.

Le Langhe (foto Giacomo Castagnotto)

Dal consumo critico al turismo responsabile

Il consumo critico è una delle pratiche solidali più conosciute. Nasce dal rendersi conto che i nostri acquisti e il nostro stile di vita hanno spesso degli effetti negativi sugli altri e sull’ambiente. Da questa constatazione nasce la volontà di ridurre tali effetti sviluppando, allo stesso tempo, delle alternative.

Il consumo critico si applica non solo ai prodotti che consumiamo, ma anche ai servizi che utilizziamo.

In questa prospettiva, dagli anni Novanta del secolo scorso, si è posta l’attenzione sul turismo, partendo dalla constatazione del suo forte impatto sociale e ambientale. Il turismo è la principale attività economica del globo, sposta oltre 1,4 miliardi di persone ogni anno (dato 2024), occupa milioni di lavoratori e continua a crescere. Tuttavia, nelle sue forme di massa e di lusso, esso ha spesso effetti molto negativi su ambienti, culture, società ed economie dei Paesi di destinazione, in particolare nel Sud del mondo.

In questo campo, la costruzione di risposte alternative prende il nome di «turismo responsabile». Secondo la definizione dell’associazione di settore (Aitr), questo è un «turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture.

Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto a essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori».

I viaggi di turismo responsabile sono organizzati insieme alla comunità locale del Paese di destinazione, consentendo l’incontro e lo scambio tra i viaggiatori e gli ospitanti.

Perché viaggi solidali

Seguendo il filo di questi pensieri, arriviamo ad Avigliana, città medievale in Val di Susa, in provincia di Torino, una valle con una lunga tradizione di accoglienza di pellegrini, viaggiatori e migranti. Siamo vicini alla Sacra di San Michele e al Parco naturale dei laghi di Avigliana, tappa obbligatoria per molte specie di uccelli migratori.

Nella piazza centrale della cittadina, la «Casa Conte Rosso» ospita l’ostello, il ristorante «Ciclocucina» e l’operatore turistico «Viaggi solidali». Si tratta di un progetto con un forte legame con il territorio che intende contribuire allo sviluppo locale in modo collaborativo; una casa che ospita viaggiatori e progetti per chi arriva e chi parte.

Qui incontriamo Alfredo Di Giovanni, socio lavoratore della cooperativa «Viaggi solidali». Alfredo si occupa sia di dirigere l’ostello che della progettazione, organizzazione e vendita dei viaggi di turismo responsabile. Ci racconta che l’esperienza di Viaggi solidali è nata già nel 2000 dalla proposta di cinque Ong che avevano unito le forze per promuovere il turismo responsabile, a partire dal legame con progetti di sviluppo.

All’epoca, la cooperativa aveva la sede a Torino. Ora si è trasferita ad Avigliana in seguito a un bando del Comune per la gestione dell’ostello, vinto insieme a Ciclocucina.

Viaggi solidali è sì un operatore turistico ma sui generis, in quanto, seguendo i principi del turismo responsabile, propone viaggi vacanza che permettono di scoprire una destinazione e, allo stesso tempo, di alimentare l’economia locale.

Oltre alle visite turistiche, ogni viaggio facilita l’incontro con le realtà del territorio attive in progetti di varia natura: sociale, ambientale o educativa. Le guide locali, ma anche chi accompagna il viaggio, hanno un legame particolare con il territorio di destinazione.

Viaggi solidali organizza tour in tutto il mondo secondo diverse modalità. Ci sono i viaggi di gruppo a cui ogni persona interessata può aderire. Questi gruppi «a raccolta» vengono formati dai viaggiatori che si pre-iscrivono sulla base di un calendario di partenze, fino a un massimo di quattordici partecipanti.

Oltre a questi, sono disponibili i viaggi «su misura» che vengono confezionati in base alle esigenze dei viaggiatori, come ad esempio i viaggi di nozze o quelli per gruppi di amici. Infine, Viaggi solidali organizza anche viaggi di turismo scolastico.

Tra la gestione dell’ostello e l’attività di operatore turistico, nella cooperativa lavorano dieci persone. Forniscono anche un supporto tecnico ai cammini «Walden», viaggi a piedi in tutto il mondo (Italia compresa), di cui distribuiscono i pacchetti. Infine, Viaggi solidali organizza i percorsi «Migrantour», di cui questa rivista ha già parlato nel numero di ottobre 2023 .

Solidarietà concreta

Illustrando Viaggi solidali in una rubrica dedicata alla «legge della solidarietà» non possiamo non chiedere come quest’ultima si concretizzi.

Alfredo ci spiega che il primo punto è il supporto all’economia locale: i soldi spesi dai partecipanti a questi viaggi rimangano il più possibile sul territorio, al contrario di quanto succede abitualmente con il turismo globalizzato. Questo ha principalmente a che fare con il tipo di sistemazione in strutture gestite da persone del luogo, in alcuni casi in famiglia.

Ci sono poi gli incontri con i progetti sociali portati avanti da organizzazioni del territorio, progetti che vengono visitati e sostenuti anche attraverso una quota versata da ogni viaggiatore.

Nel catalogo, ogni scheda di presentazione del viaggio comprende una sezione «Plus solidale», che descrive come si concretizza la solidarietà, in modo da offrire delle possibilità in più alle persone che abitano il luogo di destinazione.

Gli incontri con le organizzazioni e i progetti del luogo sono molto vari. Per fare qualche esempio: viaggiando in Colombia, si visita e sostiene il progetto culturale «Casa B» che – attraverso l’arte, il doposcuola e altre attività – propone un risposta formativa ai problemi sociali che affrontano i ragazzi del quartiere popolare di Belén, a Bogotà. In Namibia, i viaggiatori incontrano i bambini del centro Happydu; in Giappone, i ragazzi dell’ospedale Todaiji Ryoiku Byoin; in Albania, l’incontro è con microprogetti di cooperazione per promuovere il recupero del patrimonio storico e il lavoro di piccole imprese artigiane inserite nei circuiti del turismo responsabile.

Incontro e conoscenza

L’aspetto forse più importante è che questo tipo di viaggi favorisce diverse occasioni di incontro e di conoscenza, sia con le guide che con le persone del posto.

Conoscere e accettare gli altri, nella loro diversità, è il modo migliore per affrontare insieme il viaggio che l’umanità sta compiendo. Siamo tutti sulla stessa barca, navigando verso scenari sconosciuti come «Un volo di gabbiani telecomandati», per usare le parole di Sergio Endrigo.

Nella sua canzone, portata a San Remo nel 1970, il cantautore ci invitava a percorrere insieme il viaggio verso mete sconosciute: «Dove arriverà, questo non si sa. Sarà come l’Arca di Noè, il cane, il gatto, io e te».

Andrea Saroldi

L’associazione

L’«Associazione italiana turismo responsabile» (Aitr), riferimento italiano per il settore, dal 1998 promuove la cultura, i principi e le pratiche di turismo responsabile. Sul sito, alla voce tour operators, nella sezione turismo, sono disponibili un catalogo e le schede degli operatori che organizzano viaggi secondo i criteri del turismo responsabile.

Il libro Camilla Elisabetta Ghioni, «Il bene ritrovato. Turismo responsabile e beni confiscati alla criminalità organizzata», Altreconomia editore, 2025. Attraverso storie e testimonianze dall’Italia, come quelle di Addiopizzo Travel, Libera Terra e I Viaggi del Goel, il libro racconta come il turismo responsabile possa essere uno strumento di cambiamento sociale, restituendo alla collettività i beni confiscati alle mafie e trasformandoli in risorse per lo sviluppo socioeconomico e culturale.

I siti
Il Monviso (foto Giacomo Castagnotto)