India. Libertà religiosa limitata per legge nel Maharashtra

È una nuova sfida per la vita dei cattolici e per le altre minoranze cristiane del Maharashtra, stato dell’India centro-occidentale, affacciato sul mare arabico.

Nell’agosto 2026 è entrato in vigore il Maharashtra Freedom of Religion Act 2026, dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea legislativa dello Stato e l’assenso della presidente della Repubblica indiana.

La legge intende contrastare le conversioni ottenute attraverso la forza, la frode, la coercizione, false dichiarazioni, lusinghe o indebite pressioni. L’obiettivo dichiarato può apparire difficilmente contestabile: nessuna persona dovrebbe essere costretta o ingannata nella scelta della propria fede. Ma solleva interrogativi la definizione di ciò che costituisce una “induzione” o una “influenza indebita”.

La nuova normativa considera infatti potenzialmente illeciti atteggiamenti e condotte molto ampi: offrire denaro o doni, promettere un impiego, garantire un’istruzione gratuita, prospettare un matrimonio o uno stile di vita migliore, oppure invocare guarigioni divine allo scopo di indurre qualcuno a cambiare religione. Anche presentare una fede come superiore a un’altra, con l’intento di favorire una conversione, può rientrare nel campo di applicazione della legge.

Una sfida per la Chiesa locale

A sottolineare in un colloquio con MC notizie questa difficoltà è il nuovo vescovo di Poona, Simon Almeida, che conosce profondamente la realtà pastorale del territorio dopo 35 anni di ministero sacerdotale in una diocesi del Maharashtra che conta circa 92mila cattolici.

Per il vescovo la nuova normativa tocca da vicino la pastorale: «È una sfida per la vita della Chiesa locale», ha spiegato, mettendo in evidenza il clima di prudenza e di timore che il provvedimento può generare.

Il punto più delicato riguarda la predicazione: «Ci mette in difficoltà – osserva il vescovo – e ci induce a parlare di Cristo solo all’interno delle nostre chiese, perché la predicazione al di fuori può facilmente essere scambiata per proselitismo, per un tentativo di convertire qualcuno e quindi diventare motivo di punizione».

È una preoccupazione che tocca il cuore stesso della missione cristiana. Per la Chiesa, annunciare il Vangelo non equivale a costringere qualcuno ad aderire alla fede. La libertà della risposta personale è parte essenziale dell’atto di fede. Ma una legge dai confini ampi può produrre, secondo il vescovo, un effetto paradossale: non tanto proteggere le persone dalle coercizioni, ma restringere lo spazio pubblico nel quale i cristiani possono testimoniare la propria fede.

A rischio educazione, sanità e sostegno ai poveri

La questione assume un peso particolare in uno Stato in cui le istituzioni cattoliche sono impegnate da decenni soprattutto nei settori dell’educazione, della sanità, dell’assistenza sociale e del sostegno ai poveri, ai Dalit e alle popolazioni tribali.

A contestare il nuovo provvedimento è anche lo United Christian Forum dell’India, che ha chiesto al governo del Maharashtra di rinviarne l’applicazione. In un memorandum indirizzato al primo ministro statale Devendra Fadnavis, il Forum sostiene che il testo vada ben oltre la prevenzione delle conversioni ottenute con la forza o con la frode.

Secondo l’organizzazione, attività cristiane del tutto ordinarie – dall’istruzione gratuita nelle scuole delle minoranze all’assistenza ai bisognosi, dalla preghiera per i malati alla predicazione – rischiano di essere interpretate come forme di “adescamento” o “induzione”.

È questo uno dei punti che maggiormente preoccupa le comunità cristiane. La carità non nasce dalla ricerca di nuovi fedeli, ma dalla convinzione che ogni persona, soprattutto quella più fragile, va accompagnata e aiutata nella sua dignità.

Definizioni vaghe e poteri estesi

Anche l’arcidiocesi di Bombay ha espresso a sua volta “profonda preoccupazione”, ricordando che la Chiesa cattolica ha sempre condannato senza ambiguità le conversioni ottenute attraverso la forza, la frode, la coercizione o l’induzione. Il problema, secondo la Chiesa, non è dunque la tutela della libertà religiosa contro gli abusi, ma l’uso di definizioni troppo vaghe e di poteri investigativi molto estesi.

Tra gli aspetti più controversi vi sono le modalità con cui può essere avviato un procedimento. La legge consente ai parenti della persona che si presume sia stata sottoposta a una conversione illegale di presentare una denuncia. La polizia può inoltre avviare un’indagine d’ufficio quando ritenga che una conversione illecita sia avvenuta o sia stata tentata.

Le pene possono arrivare fino a sette anni di reclusione e a una multa di 100mila rupie, mentre per i recidivi la pena può raggiungere i dieci anni. L’onere della prova, poi, ricade sulla persona accusata di aver provocato o favorito la conversione e questa disposizione potrebbe esporre sacerdoti, religiosi, operatori pastorali e semplici fedeli a procedimenti fondati su accuse non provenienti dalla persona direttamente interessata.

Il Forum richiama inoltre l’esperienza di altri Stati indiani (sono 13 in tutto, con il Maharashtra) nei quali normative analoghe sono utilizzate per intimidire le minoranze, che ora dunque si appellano all’articolo 25 della Costituzione indiana: un testo che garantisce la libertà di professare, praticare e propagare la propria religione, pur nel rispetto dell’ordine pubblico, della moralità e della salute.

Di fronte a questo scenario, la risposta dei cattolici del Maharashtra non è la contrapposizione, ma la disponibilità a dialogare con il Governo perchè l’obiettivo legittimo di impedire conversioni fraudolente o coercitive non si trasformi nella limitazione dei diritti fondamentali.

Paolo Affatato




Papua indonesiana. La guerra silenziosa

Una crisi cronica, caratterizzata da un profondo conflitto a bassa intensità che logora quotidianamente la popolazione civile. Quella nella Papua indonesiana non è una «emergenza passeggera», ma una ferita strutturale, aperta da decenni, che oggi sta attraversando un periodo di forte tensione, con sfollamento, crisi umanitaria, polarizzazione nella società.
È la descrizione che consegna a MC fratel Alexandro Rangga, OFM, direttore della Commissione Giustizia e Pace dei Frati minori della Papua indonesiana.

La storia del separatismo

La regione, che occupa la parte occidentale della grande isola di Nuova Guinea, nota come Papua o, in lingua locale, Irian Jaya, è stata una colonia olandese fino al 1962. Successivamente è stata occupata e annessa dall’Indonesia, nel 1969, tramite un referendum in cui, però, solo circa mille rappresentanti scelti votarono l’integrazione, senza un reale voto popolare.

Da allora i gruppi indipendentisti non hanno mai smesso di portare avanti una campagna politica di autonomia e le popolazioni indigene locali hanno sempre posto all’attenzione del Governo centrale di Giacarta rivendicazioni di carattere economico, sociale, culturale e politico – del tutto inascoltate – a partire dal riconoscimento dell’identità melanesiana, ben distinta da quella giavanese indonesiana.

In 60 anni l’Indonesia ha sempre considerato la Papua parte indivisibile del proprio territorio nazionale etichettando il movimento indipendentista e i separatisti armati della «Organisasi Papua Merdeka» (Opm) come una minaccia separatista e terrorista.

Estrattivismo e tresferimenti demografici

Una delle questioni più scottanti, in una regione ricchissima di materie prime, è il controllo sulle risorse. Rame, oro, legname, gas, sono sfruttati da grandi multinazionali grazie alle concessioni ottenute dal Governo centrale, ma con nessuna ricaduta di sviluppo sulle popolazioni native.

A monte, ricorda fra Rangga, «vi è lo scontro per il controllo delle risorse, che si cela sotto la narrativa statale di sviluppo e modernizzazione». Imponenti progetti agricoli, minerari e infrastrutturali promossi da Giacarta vengono percepiti dai nativi papuani come «una forma di colonizzazione che espropria le loro terre ancestrali e distrugge l’ecosistema, alimentando il risentimento e la resistenza».

Lungo i decenni, un altro elemento conflittuale è stato rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici promossa dal Governo centrale (la «transmigrasi», ovvero la migrazione di popolazioni da Giava e altre isole indonesiane), che ha reso i papuani indigeni minoranza e aumentato le tensioni per la terra e le risorse.

Guerra a bassa intensità

Fratel Rangga delinea i diversi aspetti critici oggi sul terreno: «In primis vi è la militarizzazione diffusa, con la pesante presenza dell’esercito indonesiano e, d’altro canto, azioni e incursioni armate dei ribelli separatisti».

Questa situazione «ha trasformato intere aree montane e forestali in zone di guerra, dove la popolazione indigena vive nel terrore costante di rastrellamenti, accuse di complicità, o si ritrova nel mezzo del fuoco incrociato», rileva.

In queste condizioni, «si registra un esodo silenzioso, con oltre 105mila sfollati interni, che hanno dato vita a un’emergenza umanitaria invisibile agli occhi della comunità internazionale». «Sono famiglie fuggite dai propri villaggi nativi che si rifugiano nelle foreste o cercano aiuto nelle parrocchie – racconta – e che mancano di cibo, alloggi sicuri, assistenza sanitaria e istruzione per i bambini».

Le Chiese per la pace

In tale cornice, «la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti – segnala – sono considerate come ultimo baluardo di difesa, anche perchè la Papua indonesiana resta ampiamente preclusa ai giornalisti stranieri e alle organizzazioni umanitarie internazionali».

Sacerdoti, religiosi e catechisti non sono solo guide spirituali, ma gli unici testimoni oculari delle violazioni dei diritti umani e gli unici che riescono a fornire aiuti di prima necessità.

Il quadro è aggravato dalle accuse di torture, abusi dei diritti umani, sparizioni e impunità per le forze di sicurezza. «La Chiesa cattolica e le Chiese protestanti in Papua giocano un ruolo importante nella difesa della dignità umana, dei diritti umani e nel promuovere il dialogo e la pace», rimarca il francescano.

Tra i vescovi cattolici della regione, mons. Bernardus Bofitwos Baru, Vescovo di Timika, ha denunciato apertamente «l’eccessiva presenza militare», ricordando ai governanti che «i nativi sono creature di Dio e non pedine da eliminare a piacimento».

Petrus Canisius Mandagi, arcivescovo di Merauke, ha voluto smentire pubblicamente le accuse secondo cui la Chiesa cattolica appoggerebbe i controversi «mega progetti» industriali ed energetici statali nella Papua, e ha chiesto che «la fede non venga strumentalizzata dalla polarizzazione politica».

In una dichiarazione congiunta, le Chiese cristiane della nazione indonesiana, guidate dal reverendo Jacklevyn Fritz Manuputty, presidente della Comunione delle Chiese in Indonesia, hanno ricordato che «la crisi umanitaria in Papua non è un problema sporadico, ma una crisi strutturale che continua a ripetersi senza una soluzione dignitosa», e hanno lanciato un appello al governo di Giacarta affinché interrompa l’invio massiccio di truppe, che non risolve affatto, anzi acuisce il problema.

I leader religiosi hanno inviato lettere ufficiali al presidente indonesiano Prabowo Subianto, lamentando di non aver ancora ricevuto risposta e affermando che «le Chiese non smetteranno di far sentire la propria voce per via diplomatica e umanitaria».

Paolo Affatato




Bangladesh. Futuro democratico incerto

Il futuro democratico del Bangladesh è ancora in bilico. Dopo la rivoluzione del 2024, il tempo del governo ad interim e le successive nuove elezioni, si è ampliato il divario tra i gruppi della società civile e il nuovo governo del Partito nazionalista del Bangladesh (Bnp), guidato dal primo ministro Tarique Rahman.
Il motivo del contendere è la piena attuazione della struttura istituzionale prevista dalla «Carta nazionale di luglio», l’intesa stipulata un anno fa con i movimenti studenteschi per rifondare le istituzioni statali e prevenire nuovi regimi autoritari.

La Carta nazionale di luglio è stata completata e firmata nell’autunno del 2025, per poi essere sottoposta a voto popolare all’inizio del 2026. Si tratta di una dichiarazione politica d’intenti e di un patto di transizione divenuto oggi l’oggetto di un durissimo scontro costituzionale nel Paese.

Il documento è stato elaborato da una specifica Commissione istituita dall’allora Governo provvisorio di Muhammad Yunus, che ha sintetizzato e redatto oltre 160 raccomandazioni nate dalla rivoluzione studentesca del luglio 2024.
Il testo è stato solennemente firmato da 24 partiti (incluso il Bnp, oggi al governo), divenendo così un patto e un «manifesto politico» per rifondare lo Stato.
La Carta è stata anche sottoposta a un referendum popolare per darle legittimità giuridica e di popolo. Nel febbraio del 2026 i bangladesi l’hanno approvata con il 61,6% dei consensi, chiedendo che la Carta diventi la base per riscrivere la Costituzione.

Oggi i gruppi civici e i movimenti promotori di quella Carta accusano l’attuale Governo di ignorarne i punti chiave e di volerla depotenziare per consolidare il proprio potere.

Lo scontro riguarda la mancata riforma della commissione elettorale, della magistratura e dei meccanismi di controllo contro la corruzione. Il Governo del Bnp ha subito crescenti critiche per aver ridimensionato o modificato in Parlamento specifiche ordinanze sulla trasparenza e sul rispetto dei diritti umani, istanze sollevate nel periodo post rivoluzione.

Per questo i movimenti studenteschi sono tornati a manifestare a Dacca, stigmatizzando la condotta del Governo, colpevole, a loro dire, di «tradire lo spirito della rivoluzione».

Nella delicata fase di transizione che il Paese attraversa, la comunità cattolica – oltre 400 mila fedeli, lo 0,3% di una popolazione a larga maggioranza islamica – continua il suo impegno nel campo dell’istruzione, della sanità, della promozione umana e dell’assistenza ai gruppi più vulnerabili, in particolare le popolazioni indigene e i rifugiati.

Al contempo, la Chiesa ricorda al Governo la condizione delle minoranze religiose: stretti tra un esercizio limitato della libertà di culto e le garanzie costituzionali dei diritti di cittadinanza, i cristiani e gli indù temono la risorgenza dei partiti islamisti, che si sono riaffacciati con successo sulla scena politica.

In quest’ottica hanno chiesto e ottenuto dall’esecutivo la nomina di un consigliere speciale incaricato delle minoranze religiose e delle popolazioni indigene.

 Paolo Affatato




Laos. Tra aperture e isolamento

È uno dei Paesi più giovani del Sudest asiatico. Le sue grandi potenzialità cercano sbocchi che il partito unico, al potere dal 1975, stenta ad aprire. La libertà di culto è garantita, ma il controllo statale è pervasivo. La piccola Chiesa laotiana si muove con discrezione.

C’è una generazione emergente in Laos, Paese del Sudest asiatico. Un territorio di morbidi rilievi e boschi incontaminati, solcato dal corso del fiume Mekong, la «grande madre» che segna profondamente la vita locale.

Con i suoi 7,8 milioni di abitanti, dei quali la metà ha meno di 30 anni, il Laos ha una delle popolazioni più giovani dell’area.

Questa struttura demografica rappresenta una delle sue principali risorse: milioni di giovani, infatti, stanno entrando nel mercato del lavoro proprio mentre il Paese, governato da un regime che lo ha isolato a livello internazionale, cerca di modernizzare la propria economia e rafforzare l’integrazione nei circuiti economici regionali come l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean).

La sfida consiste nel trasformare questo potenziale demografico in una forza in grado di trasformare il Paese.

piantumazione del riso nella provincia centrale di Khammouane. © Peter Gnantina Phiakeo

Economia aperta, potere chiuso

Il Paese, poco più piccolo dell’Italia, senza sbocco sul mare, e incastonato tra Cina, Vietnam, Thailandia, Cambogia e Myanmar, sta vivendo una fase di trasformazione profonda.

Dal 1975, è caratterizzato dalla stabilità di un regime a partito unico, il Partito rivoluzionario del popolo lao, instauratosi dopo una lunga guerra civile condotta dal movimento comunista Pathet Lao che rovesciò la monarchia. Sotto la guida del Partito, lo Stato comunista penalizzò tutte le libertà individuali.

I tentativi iniziali di collettivizzazione agricola forzata e la nazionalizzazione delle terre provocarono una gravissima crisi economica e la fuga di oltre il 10% della popolazione.

Le successive riforme e il «Nuovo meccanismo economico», tra il 1986 e il 1990, aprirono una fase inedita: seguendo il modello del Doi Moi vietnamita (cfr. dossier MC aprile 2025) e della Perestrojka sovietica, a metà degli anni Ottanta, con il leader Kaysone Phomvihane, il Paese abbandonò il socialismo reale per aprirsi agli investimenti stranieri. Il Partito mantenne, però, da allora fino a oggi, il monopolio assoluto del potere politico.

Nel 1991 venne adottata la prima Costituzione ufficiale che blindò il ruolo del Partito e, allo stesso tempo, legalizzò la proprietà privata concedendo alcune aperture e diritti, come la libertà di professare una religione.

Nello stesso anno, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il Laos iniziò a diversificare i propri partner internazionali fino alla svolta del 1997, quando fu ammesso come membro ufficiale dell’Asean, rompendo definitivamente l’isolamento.

A livello politico, il Governo normalizzò le relazioni con i vecchi nemici della Guerra fredda, inclusi gli Stati Uniti, la Thailandia e le istituzioni finanziarie globali (come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale).

Nel 2013 il Laos entrò ufficialmente nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto nell’acronimo inglese), completando la sua transizione verso l’economia globale.

Negli ultimi quindici anni, la Cina è diventata il principale partner economico, investitore e creditore del Paese.

Il Laos è un hub strategico della «Belt and road initiative» cinese, simboleggiato dal collegamento ferroviario tra le capitali dei due Paesi, inaugurato nel 2021.

La sfida politica principale si è spostata sulla gestione di un altissimo debito estero, contratto soprattutto con Pechino.

Un giovane monaco buddista spinge un carretto a mano per unirsi agli altri impegnati a pulire il cortile del tempio Wat Xieng Thong a Luang Prabang (Laos) – © Basile Morin/commons.wikimedia.org

La stagione delle riforme

Il Paese è oggi impegnato in un delicato percorso di modernizzazione economica e sociale che sta modificando il volto di una nazione tradizionalmente rurale e agricola.

Pur restando uno dei Paesi meno sviluppati del Sudest asiatico, il Laos attraversa una transizione che coinvolge le strutture produttive, il tessuto sociale, le infrastrutture, l’istruzione e il rapporto delle nuove generazioni con il mondo.

In questo processo i giovani sono protagonisti. Si tratta di una generazione cresciuta in un contesto profondamente diverso da quello vissuto dai suoi genitori: è più istruita, più mobile, più esposta ai flussi culturali internazionali, e più consapevole delle opportunità da cogliere per il futuro.

Le elezioni generali del febbraio 2026 hanno confermato l’emergere di una nuova generazione di tecnocrati.

Sebbene provenienti da famiglie con un potere consolidato nel Partito, si presentano oggi come figure concentrate su temi della trasformazione digitale, della modernizzazione dello Stato, dell’apertura ai mercati e alle istituzioni internazionali.

Il processo si nota anche nel campo della formazione e dell’istruzione: un numero crescente di laotiani studia nelle università nazionali o all’estero, in particolare in Thailandia, Vietnam, Cina e altri Paesi asiatici.

Al loro ritorno portano competenze professionali, conoscenze linguistiche e nuove idee imprenditoriali che contribuiscono al cambiamento della società.

In ambito economico sta così emergendo una generazione di piccoli imprenditori attivi nei settori del commercio digitale, del turismo, dei servizi e delle tecnologie informatiche.

Il mondo del lavoro sta cambiando. Molti giovani non vedono più nell’agricoltura l’unica possibilità, e cercano opportunità nei servizi, nel turismo, nell’industria leggera, nel commercio e nell’economia digitale.

Questa trasformazione comporta nuove aspettative sociali e culturali, ma anche la necessità di creare posti di lavoro.

In questa cornice si sta sviluppando il segmento dell’ecoturismo, una componente delle politiche di sviluppo sostenibile del Paese.

Grazie a un patrimonio naturale ancora in gran parte incontaminato, il Laos ha costruito un’offerta su trekking, osservazione della fauna, turismo fluviale e soggiorni nelle comunità rurali.

Il sistema delle aree protette comprende venti parchi e riserve nazionali che coprono circa il 14% del territorio nazionale, mentre le aree protette da tutela ambientale arrivano a circa il 20%.

Negli ultimi anni, la forte crescita del turismo internazionale ha favorito anche l’espansione dell’ecoturismo: nel 2024 il Laos ha accolto oltre 4,1 milioni di visitatori stranieri, generando più di un miliardo di dollari di entrate turistiche.

Oltre al fattore economico, l’ecoturismo assume una rilevante funzione sociale, creando opportunità di reddito nelle aree rurali e incentivando la conservazione delle risorse naturali attraverso progetti di turismo comunitario.

una delle cappelle rurali seguite da padre Peter Gnantina Phiakeo. © Peter Gnantina Phiakeo

La vita della Chiesa

In un Paese in fermento, che guarda al futuro con speranza e voglia di cambiamento, la Chiesa si muove nella cornice di uno Stato con impronta comunista che, pur lasciando libertà di culto, esercita un controllo diretto sulla sua vita.

In questo contesto, la piccola comunità cattolica (poco più di 51mila anime) vive una delicata ma promettente fase di transizione. Questa è segnata dal «passaggio di testimone» tra la generazione dei pastori che hanno guidato i fedeli nei decenni più difficili, e una nuova generazione di vescovi, sacerdoti e laici chiamata a raccoglierne l’eredità.

Incontriamo a Roma il gesuita spagnolo padre Enrique Figaredo Alvargonzález, classe 1959, dal 1985 presente in Indocina, prefetto apostolico di Battambang, in Cambogia, dal 2000.

Segue la Chiesa laotiana recandosi spesso nel Paese in qualità di presidente dal 2024 della Conferenza episcopale di Laos e Cambogia (Celac).

Conferma a Missioni Consolata: «In un Laos brulicante di giovani, che aspirano, quasi inquieti, a costruire il loro futuro e desiderano un Paese inserito nel contesto internazionale, anche nella Chiesa cattolica c’è un cambio generazionale e si ha la sensazione di vivere un nuovo capitolo della storia, nel segno della speranza».

Prima dell’avvento del comunismo, le vecchie generazioni godevano della possibilità di studiare oltreconfine. Potevano così coltivare la propria spiritualità grazie al confronto con le comunità ecclesiali di altri continenti e alla presenza dei missionari. La situazione è mutata radicalmente tra la fine del 1975 e il 1976. Con l’ascesa al potere del Pathet Lao e la nascita della Repubblica democratica popolare del Laos, il nuovo Governo ha isolato la nazione e ha espulso i religiosi stranieri. Così, attualmente, il clero è composto interamente da preti e consacrati locali.

Questi ultimi risentono di una preparazione culturale e linguistica più limitata rispetto al passato. Non mancano, tuttavia, eccezioni: monsignor Andrew Souksavath Nouane Asa, classe 1972, vicario apostolico di Paksé, e monsignor Anthony Adoun Hongsaphong, classe 1964, vicario apostolico di Vientiane, hanno perfezionato il proprio percorso rispettivamente in Canada e in Svizzera.

Il presidente della Celac evidenzia come «i giovani sacerdoti, seminaristi e consacrati di oggi non abbiano ereditato lo stesso bagaglio umano, pastorale e teologico garantito un tempo dai missionari. Ciononostante, questa scarsità di mezzi sta stimolando un’immensa creatività pastorale».

La vita (difficile) della Chiesa

La vita ecclesiale nel Paese si svolge con discrezione e perseveranza: «Vescovi, sacerdoti e catechisti laici amministrano i sacramenti, accompagnano i fedeli e mantengono viva la fede nelle piccole comunità.

Devono continuamente presentare rapporti alle autorità governative e affrontare numerosi adempimenti burocratici. È faticoso, ma lo fanno con pazienza».

Secondo il missionario, ciò che colpisce maggiormente è la serenità dei fedeli. «I cattolici laotiani hanno pace nel cuore. Vivono la loro fede con gioia, nonostante le difficoltà. Hanno una fede profonda e rimangono fedeli a Cristo e alla sua missione».

La pastorale si concretizza tramite visite ai villaggi più remoti, dove i cattolici sono spesso dispersi in piccole comunità. Non sempre sacerdoti e vescovi riescono a raggiungerli, per cui molti compiti vengono affidati ai catechisti laici.

«Entrare nei villaggi non è semplice. Bisogna informare preventivamente le autorità e spesso gli ufficiali chiedono spiegazioni sulle attività svolte». Nonostante ciò, continuano i battesimi di bambini e adulti e non mancano conversioni che coinvolgono intere famiglie o perfino interi villaggi provenienti da tradizioni animiste.

Nella comunità laotiana si ricorda con gioia e commozione l’impegno di monsignor Jean Khamsé Vithavong (1942–2024), vescovo e missionario degli Oblati di Maria Immacolata che, fino agli ultimi giorni della sua vita, si è dedicato ad accogliere nuovi battezzati e nuove comunità nella Chiesa.

«Una delle difficoltà è la registrazione ufficiale dei nuovi cattolici. Il Governo consente l’adesione alla Chiesa, ma le procedure di riconoscimento sono lunghe e complesse».

Vocazioni autoctone

Un grande segno di speranza per la Chiesa in Laos è stata l’ordinazione sacerdotale, nell’aprile 2026, dei primi due religiosi redentoristi laotiani, padre Peter Gnantina Phiakeo e padre Philip Nouy Kamhou: «Le ordinazioni infondono fiducia nel futuro. Emergono, infatti, e giungono a compimento vocazioni autoctone al sacerdozio».

I due nuovi sacerdoti hanno compiuto il loro percorso formativo tra Laos, Thailandia, Filippine e Australia, grazie al sostegno della Provincia redentorista della Thailandia.

Essi, dunque, «portano un’esperienza internazionale e una formazione che potrà aiutare la Chiesa locale ad affrontare le sfide future», rileva il gesuita.

Il ruolo ecclesiale dei laici

Una delle caratteristiche più evidenti della Chiesa laotiana è il protagonismo dei laici e dei giovani. «Sono i laici che spesso organizzano le parrocchie, accompagnano le comunità e collaborano nell’opera di formazione nei seminari minori.

Il coinvolgimento dei laici che fungono da catechisti e animatori pastorali è fondamentale e insieme a loro i giovani partecipano con entusiasmo alla vita pastorale».

Tra le iniziative più significative vi è quella promossa da monsignor Andrew Souksavath, che ha inviato numerosi giovani nelle Filippine per partecipare a programmi di formazione alla leadership: «Si investe nella formazione e nella partecipazione. Tuttavia, rimane il problema della povertà: molti giovani, che ricevono una preparazione grazie alla Chiesa laotiana, finiscono poi per emigrare in Thailandia alla ricerca di un lavoro». La migrazione continua, infatti, a rappresentare una delle principali sfide per il Paese.

I giovani cristiani

Confermando una speciale attenzione rivolta alla crescita umana e spirituale dei giovani, la Chiesa locale sta organizzando la partecipazione di una delegazione di giovani da Laos e Cambogia alla Giornata mondiale della gioventù (Gmg) in Corea del Sud nel 2027.

Se per i giovani cambogiani le procedure amministrative risultano più semplici, per quelli laotiani ci sono da affrontare maggiori difficoltà legate ai visti e ai costi di viaggio.

«Grazie al sostegno delle comunità coreane e di altri Paesi asiatici, anche un piccolo gruppo di laotiani potrà essere presente», riferisce Figaredo.

«Per coloro che resteranno nel Paese, celebreremo la Gmg a livello locale».

I giovani laotiani, in ogni caso, vogliono esserci, conoscere, pregare, fare amicizia, dire la loro.

Paolo Affatato

Una Chiesa giovane

La diffusione del Vangelo in Laos dal 1879

Il seme del Vangelo mise radici nel Laos nel 1879, quando padre Nicolas-Abel Fiot, missionario francese della Società per le missioni estere di Parigi (MeP), muovendosi dal Tonchino (odierno Vietnam del Nord), compì uno storico viaggio apostolico fino al villaggio di Naham, situato nella provincia di Sam Neua.

Oggi, dopo quasi centocinquant’anni, la Chiesa locale conta circa 51mila fedeli, organizzati in quattro vicariati apostolici: Vientiane, Thakhek, Paksé e Luang Prabang.

Ogni vicariato è composto da diverse parrocchie e comunità che vivono la fede anche nei villaggi più remoti.

Il personale ecclesiale – a partire dal 1975, quando il Governo comunista espulse tutti i missionari – è esclusivamente laotiano: un cardinale, tre vescovi, circa 50 sacerdoti, nel complesso, una congregazione religiosa locale e 12 congregazioni internazionali, con quasi centocinquanta tra religiosi e religiose, cui si aggiungono una ventina di seminaristi maggiori e quaranta seminaristi minori.

In un contesto a prevalenza buddhista, la piccola comunità cattolica vive la fede e celebra i sacramenti nelle parrocchie, impegnandosi anche in opere sociali di assistenza sanitaria, istruzione, sviluppo comunitario.

La fede del popolo laotiano è stata nutrita dalla fedeltà dei testimoni durante i periodi di persecuzione: tra questi, 17 martiri del Laos sono stati beatificati l’11 dicembre del 2016.

P.A.

padre Peter Gnantina Phiakeo porta la comunione a una donna anziana.



India. La rivolta degli «scarafaggi» sfida Modi

C’è un singolare presidio permanente che da diversi giorni occupa i vasti spazi della Jantar Mantar a New Delhi, la piazza principale in cui il Governo autorizza le proteste e i sit-in politici.
È il presidio dei giovani «scarafaggi», come si definiscono gli animatori e gli attivisti del Cockroach janata party (Cjp, cioè «Partito popolare dello scarafaggio»), un movimento satirico nato online in India tre mesi fa e divenuto in poche settimane una piattaforma che ha coinvolto oltre 22 milioni di persone sul web e ora migliaia di giovani nelle piazze.

I giovani «inutili come scarafaggi»

L’originale movimento giovanile, che rappresenta un’intensa e potente novità per il panorama politico indiano, è guidato dal trentenne Abhijeet Dipke ed è nato in risposta a un commento denigratorio del Presidente della Corte suprema indiana sui giovani disoccupati, definiti dal magistrato «inutili come scarafaggi».

Le infelici parole del giudice hanno generato un’ondata di indignazione che, grazie alla velocità e alle possibilità offerte dalle tecnologie digitali e dai social media, si è coagulata in un movimento online: il Cjp, appunto.

Dato il consenso ricevuto in poche settimane, con milioni di iscritti e sostenitori, il partito degli scarafaggi ha poi organizzato le prime uscite pubbliche, radunandosi per manifestare, indire scioperi della fame o protestare contro la corruzione e la disoccupazione, in qualche modo appannando l’immagine trionfale del governo di Narendra Modi e del suo Bharatiya janata party (Partito popolare indiano), di cui si ricalca causticamente il nome stesso.

Un movimento in espansione

Il presidio nella capitale non è l’unica presenza pubblica del Cjp. Il movimento ha avviato una campagna nazionale itinerante con l’idea di percorrere tutta la nazione, organizzando comizi e raduni in varie città per allargare la base del dissenso oltre i confini della capitale.

La cifra di queste assemblee e l’approccio del movimento è sempre originale: si usano oggetti simbolici ed espedienti satirici e provocatori, come sventolare copie della Costituzione indiana, offrire rose agli agenti di polizia in segno di pace, o battere cucchiai su piatti d’acciaio (i thalis), parodiando i vecchi slogan del Primo ministro Narendra Modi.

La protesta ha registrato un cambio di passo con la presenza a Delhi del noto attivista per il clima Sonam Wangchuk, che ha voluto iniziare uno sciopero della fame a oltranza a sostegno del Cjp.

Tentativi di censura

Va detto che la politica aveva, in un primo momento, guardato con un certo sospetto e timore al fenomeno esploso nella società indiana: per questo il governo federale indiano aveva oscurato il sito web e l’account dei social media del Cjp (che contava centinaia di migliaia di follower) con la motivazione che potessero «causare il caos» durante i test universitari.

Da un lato, però, il movimento ha aperto altri account, aggirando la censura; dall’altro, la battaglia giudiziaria ha visto i giovani vincenti.
L’Alta Corte di Delhi ha, infatti, ordinato al Governo di ripristinare immediatamente l’account, giudicando «non sussistenti le motivazioni cautelari dello Stato».

Le richieste degli «scarafaggi»

A livello di contenuti, in un’India che – anche nelle recenti tornate elettorali – ha confermato il sostegno popolare al governo di Narendra Modi, il manifesto politico degli «scarafaggi» porta un certo scompiglio.

In primis, i giovani chiedono le dimissioni del ministro dell’Istruzione, ritenuto moralmente responsabile dei massicci scandali legati ai testi d’esame del concorso medico nazionale. Altro cavallo di battaglia è quello delle quote rosa: si richiede di riservare obbligatoriamente la metà dei seggi parlamentari e dei ruoli ministeriali alle donne.

Un altro punto tocca i brogli elettorali che, secondo il movimento, vanno puniti secondo dure leggi anti-terrorismo. Nel quadro degli interventi per migliorare la democrazia indiana, il Cjp promuove l’indipendenza della giustizia e dei media, chiedendo il divieto per i giudici della Corte suprema di ricevere incarichi politici subito dopo il pensionamento e la revoca delle licenze ai grandi media monopolistici privati.

Movimento non partitico che piace anche alla Chiesa

Va detto che, nonostante il seguito di milioni di persone su Instagram e su altri social media, il movimento per ora non mostra alcuna velleità elettorale formale: il Cjp non intende registrarsi come un partito politico tradizionale, ma vuole rimanere un «gruppo di pressione» esterno, impegnato a lottare contro la corruzione e a dare voce ai giovani dimenticati dal sistema.

Per la sua «spontaneità e sincerità di fondo», dato che non appare legato a interessi partitici o di gruppi economici, il movimento ha suscitato una generale simpatia nella società civile indiana, e anche nella comunità cattolica.

Così ne parla a MC Notizie Ambrose Pitchaimuthu, vescovo di Vellore, nel Tamil Nadu, in India meridionale: «Lo guardiamo con simpatia. Il movimento rappresenta un segno di speranza e una scossa positiva per il Paese. Con la sua chiave originale e satirica, è espressione dei giovani della Generazione Z, della loro apprezzabile voglia di mettersi in gioco e di partecipare alla vita sociale e politica. Esprime il desiderio di fermare corruzione e clientelismo e promuove il buon governo. Lo vedo come un segno del risveglio dei giovani in India».

Paolo Affatato




Malaysia. Rifugiati Rohingya: dalla marginalità al riconoscimento

I Rohingya del Myanmar sono una delle comunità più vulnerabili dell’Asia sudorientale. Per quelli rifugiati in Malaysia si apre uno spiraglio di speranza. Il governo di Kuala Lumpur ha, infatti, avviato un programma sperimentale che punta a registrare formalmente i rifugiati presenti nel Paese, 126mila i Rohingya secondo l’Unhcr, il 58% del totale dei rifugiati. Lo vuole fare introducendo il cosiddetto Documento di registrazione dei rifugiati (Dpp), una misura che, se confermata e ampliata, potrebbe segnare una svolta significativa nella vita di persone costrette da anni a vivere ai margini della società, consentendo loro, ad esempio, di accedere a un lavoro regolare.

Ricostruire una vita lontano dalle persecuzioni

Il progetto, entrato nella fase pilota il 1° giugno, riguarda in primo luogo proprio i Rohingya e i richiedenti asilo trattenuti nei centri di detenzione per immigrati. La scelta non è casuale: i Rohingya sono il simbolo di una delle crisi umanitarie più lunghe e dimenticate della regione. Fuggiti dal Myanmar a causa di persecuzioni, discriminazioni e della negazione della cittadinanza, molti di loro hanno trovato rifugio nei Paesi vicini senza però ottenere un concreto riconoscimento giuridico.

La Malaysia ospita oggi oltre 200mila rifugiati e richiedenti asilo. Pur non avendo mai aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951, il Paese è diventato negli anni una destinazione importante per chi cerca sicurezza dopo essere scappato da guerre, violenze e instabilità. Per i Rohingya, in particolare, la Malaysia rappresenta una delle poche mete possibili dove ricostruire una vita lontano dalle persecuzioni.

Fino ad oggi, tuttavia, la maggior parte di queste persone è rimasta intrappolata in una sorta di limbo. Senza uno status legale definito, i rifugiati hanno vissuto nell’incertezza, spesso esclusi dai servizi essenziali e costretti ad accettare lavori informali, esposti allo sfruttamento e agli abusi. Una condizione che pesa soprattutto sulle famiglie e sui minori, privati di opportunità educative e di prospettive per il futuro.

Secondo gli analisti, il nuovo sistema non risolve ancora tutte le questioni aperte. Non offre, infatti, un percorso chiaro verso la cittadinanza né verso una residenza permanente. Tuttavia introduce un principio importante: riconoscere che le persone in fuga da conflitti protratti per decenni hanno bisogno di strumenti stabili di integrazione e di tutela.

L’impossibile ritorno sicuro nel Myanmar

Il caso dei Rohingya rende evidente questa realtà. Per loro, un ritorno sicuro in Myanmar appare oggi difficile, e anche nel vicino Bangladesh la situazione è insostenibile. La maggior parte dei Rohingya, fuggiti dalle violenze subite in Myanmar, ha infatti trovato rifugio in Bangladesh, dove vive nei vasti campi profughi della zona di Cox’s Bazar, poco oltre confine. Qui oltre un milione di persone dipende quasi interamente dagli aiuti umanitari per il cibo, l’assistenza sanitaria e l’istruzione.

Nonostante gli sforzi del governo bangladese e delle organizzazioni internazionali, le condizioni dei profughi sono disumane: sovraffollamento, vulnerabilità alle calamità naturali, mancanza di opportunità lavorative – con la progressiva riduzione dei finanziamenti umanitari – rendono difficile immaginare un futuro.

I giovani Rohingya crescono senza prospettive concrete, alimentando un senso di frustrazione che si traduce in criminalità, preoccupando sia le autorità sia le organizzazioni impegnate nei campi.

Le persecuzioni

Ancora più complessa è la situazione dei Rohingya che vivono nello Stato di Rakhine, in Myanmar. Da decenni questa minoranza musulmana è privata del riconoscimento della cittadinanza e sottoposta a severe restrizioni nella libertà di movimento, nell’accesso all’istruzione, al lavoro e ai servizi sanitari.

Dopo le operazioni militari del 2017, che provocarono l’esodo di centinaia di migliaia di persone verso il Bangladesh, oggi, la guerra civile che continua in Myanmar ha aggravato la crisi umanitaria, lasciando molte comunità Rohingya intrappolate tra conflitto armato, povertà e discriminazione. In assenza di garanzie sui diritti fondamentali e sulla sicurezza personale, un ritorno volontario e dignitoso dei rifugiati appare ancora lontano.

Non sono presenze provvisorie

In questo contesto, continuare a considerare questi rifugiati in Malaysia come «presenze provvisorie» significa prolungare una condizione di precarietà che finisce per danneggiare le persone coinvolte, ma anche le società che le accolgono.

Uno degli aspetti più rilevanti della riforma riguarda il lavoro. La possibilità di accedere legalmente all’occupazione potrebbe favorire l’autonomia economica dei rifugiati e ridurre la loro dipendenza dagli aiuti umanitari. Allo stesso tempo, la Malaysia potrebbe beneficiare del contributo di una forza lavoro necessaria in settori come l’agricoltura, l’edilizia e il manifatturiero, da tempo alle prese con carenze di personale.

«Il lavoro possiede un profondo valore sociale: garantisce dignità, stabilità e inclusione», ha sottolineato padre Joachim Robert, responsabile della Caritas di Penang. Per chi ha vissuto l’esperienza dell’esilio, della violenza e dell’incertezza, un impiego regolare non rappresenta soltanto una fonte di reddito, ma anche un passo fondamentale verso il recupero della propria dignità e della fiducia nel futuro.

Anche per la Chiesa malaysiana e per le organizzazioni cattoliche impegnate nell’accompagnamento dei migranti, la questione va oltre la semplice regolarizzazione amministrativa. L’accesso all’istruzione per i bambini, alle cure sanitarie di base e a condizioni di vita dignitose resta una priorità. Da anni la Caritas e numerose realtà ecclesiali sostengono percorsi di inclusione che mettono al centro la persona e i suoi diritti fondamentali.

Riconoscimento invece di controllo e provvisorietà

La scelta della Malaysia si inserisce in un contesto regionale complesso, in cui molti governi temono che il riconoscimento formale dei rifugiati possa incoraggiare nuovi flussi di immigrati. Per questo motivo, l’approccio prevalente è stato quello dell’accoglienza temporanea, evitando di dare reali prospettive di integrazione. Il nuovo programma malaysiano sembra invece cercare una strada diversa: governare il fenomeno attraverso il riconoscimento e non soltanto attraverso il controllo o l’ospitalità provvisoria.

Resta da vedere se la sperimentazione porterà ai risultati sperati. Ma per migliaia di Rohingya, che da anni vivono nell’ombra dell’invisibilità giuridica, il Documento di registrazione dei rifugiati rappresenta già un segnale importante. Non è la soluzione definitiva, ma un primo passo verso una maggiore sicurezza, dignità e partecipazione alla vita della nazione dove vivono e dove sperano di potersi stabilire per sempre. Ed è una strada che – rimarcano gli osservatori – potrebbe fungere da paradigma anche per altri paesi dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico.

Paolo Affatato




Pace difficile in Manipur

Lo Stato del Manipur appartiene alla regione Nord orientale dell’India. Si sente marginale  e discriminato dal potere centrale. Allo stesso tempo è teatro di uno storico conflitto tra etnie che, negli ultimi tre anni,
ha avuto una fiammata difficile da spegnere.

È lunga e accidentata la strada della pacificazione nello Stato di Manipur, situato nell’India Nord orientale.

Esso, infatti, è ancora al centro del dibattito nazionale, a tre anni dallo scoppio della violenza interetnica che lo ha sconvolto e che, nei mesi, ha alternato fasi ad alta intensità a tregue precarie.

A maggio del 2023 le tensioni tra le comunità indigene dei Meitei e quelle dei Kuki-zo sono sfociate in uno dei conflitti più dolorosi della storia recente dell’India: oltre 260 persone hanno perso la vita, quasi 60mila si sono ritrovate all’improvviso a vivere da sfollati interni, e, soprattutto, gravi ferite hanno segnato le due comunità e minato la fiducia reciproca.

Tre anni di violenze

A febbraio 2025, l’allora Primo ministro dello Stato di Manipur, Nongthombam Biren Singh, si è dimesso, e il Primo ministro federale dell’India, Narendra Modi, ha imposto un «Governo presidenziale», centralizzando ogni decisione. Ma la violenza non è cessata.

Non è bastato nemmeno il dispiegamento delle forze di sicurezza. Nuove proteste e nuove violenze, infatti, si sono registrate a gennaio e febbraio 2026, e ancora ad aprile, mentre scriviamo. Queste indicano con chiarezza che le questioni di fondo, quelle che avevano dato origine al conflitto, rimangono irrisolte, e che ora, anzi, sono aggravate dalla violenza già consumata, dalle accuse incrociate e dalle reciproche rimostranze.

L’inizio del governo di un nuovo Primo ministro statale a febbraio 2026, nella persona di Yumnam Khemchand Singh, membro della comunità meitei ed esponente del Bharatija janata party (Bjp), il partito di Modi, non si è rivelato un fattore risolutivo.

Alcuni profughi meitei salgono su un camion delle forze paramilitari in un punto di transito dopo essere stati evacuati a seguito delle violenze che hanno colpito Churachandpur, nei pressi di Imphal, nello Stato nord-orientale indiano del Manipur, il 9 maggio 2023. Più di 50 persone sono state uccise nella regione collinare di confine negli scontri tra la popolazione di maggioranza Meitei, per lo più indù, e la tribù Kuki, prevalentemente cristiana. Migliaia di soldati sono stati dispiegati per ristabilire l’ordine, mentre circa 23.000 residenti hanno abbandonato le loro case per rifugiarsi nei campi improvvisati gestiti dall’esercito per gli sfollati. (Foto di Arun SANKAR / AFP)

Motivi del contendere

Il Manipur, con una popolazione di circa tre milioni di abitanti e una superficie di 22mila km² – quanto la regione Toscana – è uno degli stati più piccoli dell’India. Fa parte della regione Nord orientale del Paese, un’area – confinante con il Myanmar – caratterizzata dal pluralismo etnico, linguistico e culturale.

A causa della violenza degli ultimi tre anni, le autorità hanno imposto una temporanea separazione dei due gruppi etnici.

Al cuore della crisi vi è un complesso intreccio di diritti fondiari, politiche identitarie, rivendicazioni storiche e contrastanti visioni dell’autonomia.

La comunità del gruppo indigeno meitei (prevalentemente induista), che abita soprattutto nella valle di Imphal, la capitale dello Stato, costituisce la maggioranza demografica del Manipur. Le tribù kuki-zo (in gran parte cristiane), residenti nei distretti collinari, abitano le periferie del territorio e si considerano storicamente emarginate. Questi gruppi svantaggiati – secondo una disposizione prevista dalla Costituzione indiana – godono dello status di «tribù riconosciute» (scheduled tribe), che garantisce loro un accesso preferenziale alla terra e tutele lavorative.

Nel marzo 2023, dopo un ricorso presentato da gruppi meitei, un’ordinanza dell’alta Corte di Manipur ha raccomandato al Governo centrale di includere anch’essi tra le «tribù riconosciute».

Questo ha generato la protesta dei Kuki-zo che hanno visto nella situazione una minaccia diretta alle loro garanzie costituzionali, temendo l’occupazione delle terre nei distretti collinari.

È stata la scintilla della violenza.

Le proteste, organizzate dai gruppi tribali, sono degenerate in scontri: case incendiate, chiese e templi vandalizzati, intere località svuotate, con migliaia di famiglie costrette a riparare in campi profughi.

Le notizie di omicidi e violenze sessuali hanno scioccato il Manipur, l’intera India e attratto l’attenzione internazionale.

l mosaico del Nordest

L’India Nordorientale omprende i sette Stati di Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Mizoram, Nagaland e Tripura, oltre allo Stato himalayano del Sikkim, e alla divisione di Jalpaiguri, giuridicamente parte del Bengala occidentale.

È un’area geograficamente appartata, collegata al resto dell’India tramite il corridoio di Siliguri, stretto fra Bhutan e Bangladesh.

Questa caratteristica geografica non è ininfluente, anche rispetto ai rapporti con il Governo centrale di New Delhi. Le decennali tensioni, rivendicazioni e insurrezioni separatiste esprimono la difficile relazione tra centro e periferie in una nazione vasta e plurale come l’India.

A questo si aggiungono i conflitti interni alla regione, che è stata in passato teatro di dispute etniche, politiche e identitarie.

Al momento della loro istituzione, gli Stati del Nord Est furono creati per consentire alle rispettive comunità indigene di conservare la propria identità e di apportare il proprio contributo specifico alla Federazione indiana, armonizzando in essa le peculiari risorse del loro patrimonio culturale. Un processo nient’affatto facile, né scontato.

Nel Manipur vi sono tre gruppi etnici principali: Meitei, Kuki e Naga, che da sempre hanno rapporti intercomunitari non facili.

Una delle dispute ancestrali tra i tre gruppi è quella che riguarda la presenza originaria delle popolazioni in quelle zone, dunque chi può accampare maggiori diritti nella vita sociale.

Il confronto ha sempre avuto al centro il tema del possesso della terra, in particolare di quella più fertile e ricca di risorse.

Suore cristiane indiane tengono in mano delle candele durante una veglia a lume di candela davanti a una chiesa per commemorare il primo anniversario dei violenti scontri iniziati il 3 maggio 2023 tra i gruppi etnici Meitei e Kuki-Zo nello Stato nord-orientale del Manipur, a Nuova Delhi, in India, il 3 maggio 2024. (Foto di Kabir Jhangiani / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

Cristiani nel Nord Est

L’India Nord orientale – altra caratteristica che contribuisce alla complessità del quadro – è una delle regioni nelle quali è maggiore la concentrazione di cittadini di fede cristiana.

Dei circa 27,8 milioni di cristiani presenti nel Paese (il più popoloso del mondo con circa 1,46 miliardi di abitanti), 7,8 milioni vivono negli stati del Nord Est.

Qui il messaggio cristiano è giunto prima con i colonizzatori britannici, nella versione del protestantesimo, in seguito anche nella forma cattolica con l’avvento di ordini religiosi che hanno stabilito in questi territori la presenza della Chiesa.

Con l’opera missionaria avviata nel XX secolo, il cattolicesimo si è rapidamente diffuso tra le popolazioni tribali del Nord Est, con un forte impatto sociale e educativo. L’azione evangelizzatrice ha coniugato l’annuncio del Vangelo con lo sviluppo sociale, tramite l’avvio di iniziative nel campo dell’istruzione e della sanità. I missionari hanno costruito scuole, dispensari e centri di formazione, contribuendo all’alfabetizzazione e all’emancipazione di molte comunità indigene. Un ruolo fondamentale lo hanno svolto i Salesiani, arrivati in Assam nel 1922, seguiti poi dai Gesuiti, dalle Figlie della Carità Canossiane e da altri religiosi che oggi operano attivamente nella regione.

I missionari si sono mossi concentrandosi sull’inculturazione della fede nelle culture locali, con il fine ultimo della implantatio ecclesiae: la fondazione di comunità cattoliche strutturate.

Poteri speciali dell’esercito

Lo Stato del Manipur, fin dal 1949, ha una lunga storia di resistenza armata contro il Governo centrale indiano e, allo stesso tempo, di lotta interna tra i diversi gruppi. Per questo, una volta scoppiate le prime violenze nel 2023, milizie e volontari dei villaggi hanno presto riscoperto la lotta armata.

Il Governo di Delhi si avvale di una controversa legge che conferisce all’esercito ampi poteri nelle regioni periferiche designate come «zone di disordini». La legge anti-insurrezione (la
Armed forces special powers act, Afspa), approvata e introdotta dal Parlamento di Delhi già nel 1958 per reprimere i movimenti separatisti, è stata applicata per la prima volta negli Stati di Nagaland, Assam e Manipur.

È stata poi imposta anche nel Kashmir amministrato dall’India, dopo lo scoppio dell’insurrezione armata nel 1989.

Nel 2022 è stata revocata in sei distretti del Manipur e in sette distretti del Nagaland, ma, in seguito all’ondata di violenza partita nel 2023, il Governo ha nuovamente applicato la normativa con la possibilità di imporla in una determinata area per periodi di sei mesi (prorogabili).

Le popolazioni dell’India Nordorientale si oppongono da tempo a questa legge, che autorizza le forze di sicurezza indiane a condurre operazioni ovunque e ad arrestare chiunque senza mandato. Gli attivisti per i diritti umani affermano che l’Afspa viene spesso utilizzata in modo improprio e da decenni ne chiedono l’abrogazione.

In Manipur – sostiene però il Governo centrale – c’è ancora bisogno di quel provvedimento.

La nuova politica

In uno scenario di conflitto prolungato, Yumnam Khemchand Singh, uomo meitei, cintura nera di taekwondo, arte marziale coreana, è salito al governo del Manipur ereditando uno Stato ancora segnato dalle tensioni e dalle recenti violenze.

Per interrompere la spirale di uccisioni e vendette reciproche, le due comunità sono state confinate in regioni separate. Cosa che ha prodotto migliaia di persone sfollate dalle proprie case.

Singh, politico di lungo corso, è stato eletto per la prima volta nel 2017, ricoprendo la carica di presidente dell’Assemblea legislativa del Manipur e di ministro statale con delega a settori come l’istruzione e lo sviluppo rurale.

Nel nuovo Governo formato a febbraio 2026 – dopo la fine del «Governo presidenziale» – sono coinvolti esponenti kuki, due dei quali sono ministri e uno è vicepresidente. Questa mossa rappresenta il tentativo di ritrovare l’armonia perduta anche sul piano della governance. Una composizione che riflette lo sforzo del Bjp, anche a livello centrale, di bilanciare la rappresentanza etnica e restaurare l’unità.

Il coinvolgimento di rappresentanti kuki nel Governo del Manipur, però, ha suscitato reazioni diverse. Gruppi della società civile e organizzazioni studentesche kuki-zo l’hanno condannato, definendolo un «tradimento» da parte dei rappresentanti kuki. E hanno ribadito la richiesta di un assetto amministrativo separato per le aree a maggioranza kuki-zo.

Inoltre, a complicare il quadro, sono emersi nuovi attriti tra gruppi di Kuki-zo e di Naga.

Il Primo ministro Singh viene visto come parte di un establishment politico che non è riuscito a elaborare una tabella di marcia credibile per risolvere il conflitto, garantire la sicurezza e a rispondere alla richiesta fondamentale di amministrazioni separate. Glady Vaiphei Hunjan, del Kuki-zo women’s forum di Delhi, rileva che «una leadership in grado di portare la pace deve dimostrare chiarezza morale, riconoscere i fallimenti dello Stato, coinvolgere equamente le parti interessate e impegnarsi per una soluzione politica del conflitto piuttosto che per una sua gestione amministrativa».

Secondo alcuni osservatori, anche la visita di Singh del dicembre 2025 a un campo profughi di etnia kuki-zo – un gesto distensivo – potrebbe aver contribuito ad ampliare il suo consenso tra i legislatori kuki-zo.

Seram Rojesh, del «Comitato di coordinamento meitei» a Delhi, afferma che una pace duratura richiede il «disarmo dei gruppi etnici armati», mentre i leader meitei rigettano fermamente la richiesta kuki di un’amministrazione separata, temendo la «balcanizzazione» del Manipur e una «reazione a catena» in altri Stati del Nord Est.

«La pace si ristabilirà solo se tale autorità verrà utilizzata per ricostruire la fiducia tra le comunità, piuttosto che per il solo scopo di ripristinare la normalità amministrativa», afferma Pradip Phanjoubam direttore del Imphal review of arts and politics, giornale con sede a Imphal.

Il ritorno di un Governo eletto crea spazio per l’impegno politico ma, secondo gli analisti, l’elemento chiave è ricreare fiducia tra le comunità.

Manifestazione a lume di candela organizzata dagli attivisti in seguito al caso di violenza sessuale ai danni di due donne della comunità Kuki, nel contesto degli scontri etnici in corso tra
le comunità Meitei e Kuki nel Manipur, organizzata dal Trinamool Mahila Congress, il 28 luglio 2023 a Guwahati, in India. Le violenze in corso nello Stato del Manipur, nel nord-est dell’India, hanno causato oltre 160 vittime. (Foto di David Talukdar/NurPhoto) (Foto di David Talukdar / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

Un piano di riconciliazione

«La pace e la riconciliazione in Manipur non possono basarsi sulla separazione delle comunità etniche; non si otterranno costruendo un nuovo muro di divisione», spiega a Missioni Consolata monsignor Linus Neli, arcivescovo di Imphal, capitale dello Stato indiano di Manipur. «La pace – afferma l’arcivescovo – non si otterrà nemmeno attraverso il riarmo dei gruppi etnici. Si otterrà riattivando il dialogo, avviando negoziati, procedendo su un percorso di uguaglianza e di giustizia che superi le ataviche rivalità e le rivendicazioni comunitarie».

L’assoluta separazione dei gruppi prosegue, «ha interrotto la spirale del conflitto aperto, ma non basta, perché non ha guarito i traumi e le ferite, né ha placato l’odio e il desiderio di vendetta.

I cittadini di entrambe le parti stanno procedendo a riarmarsi – riferisce – e, dunque, nonostante gli sforzi politici, la situazione è una polveriera pronta a riesplodere».

L’arcivescovo sottolinea un elemento, potenziale fattore di influenza nella contesa: quello religioso. I meitei sono indù e vivono – un’eccezione in India – in una condizione di minoranza in uno Stato a maggioranza cristiana. Quest’ultima ha visto numerose cappelle e sale comunitarie distrutte nel corso del conflitto, portando in rilievo la chiave ermeneutica di «guerra di religione».

«Ma i battezzati – prosegue l’arcivescovo – sono dappertutto, ci sono in tutte e tre le comunità, kuki, meitei e naga, e dunque l’esperienza di essere fratelli in Cristo può restituire il senso di comunità e di fraternità e aiutare a vedere l’altro non come un nemico, ma come un fratello e una sorella con cui convivere pacificamente. La fede in Cristo contribuisce a portare pace e giustizia». Monsignor Neli, che è di etnia naga, visita le parrocchie nelle diverse aree, e ne trae una lezione chiara: «La gente desidera ardentemente la pace».

Racconta, infine, che la Chiesa locale offre assistenza e sostentamento agli sfollati e ha provveduto a costruire piccole case in legno per gli oltre mille profughi cattolici kuki. Un processo di dialogo e di mediazione ricorda, «non può che partire da un presupposto di base che va accolto da tutti: riconoscere l’altro come “fratello in umanità”, il terreno che consente di convivere anche tra popoli diversi per lingua, storia, etnia, cultura, religione».

Paolo Affatato




India. Cresce il nazionalismo indù

Non è stata una gran bella notizia per le minoranze religiose in India (soprattutto per musulmani e cristiani) il consolidamento del partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (Bjp) alle elezioni legislative che, nei mesi di aprile e maggio, hanno interessato quattro Stati della federazione indiana e un territorio amministrato dal governo federale.

Il voto ha visto una generale affermazione del partito guidato dal leader indiscusso Narendra Modi, il Primo ministro federale dell’India: il suo Bjp ha vinto e guiderà il governo negli Stati di Bengala occidentale e Assam e nel territorio di Poducherry.

Nel Sud invece, negli stati di Kerala e Tamil Nadu, il governo andrà a partiti di opposizione: nel primo, al tradizionale Partito del Congresso, la formazione che ha fatto la storia dell’India, con la dinastia Gandhi, ma da anni in declino; in Tamil Nadu, invece, ha vinto un partito nuovo, il  Tamilaga Vettri Kazhagam (Tvk), creato dall’ex attore e ora politico Chandrasekaran Joseph Vijay, homo novus che si avvia diventare Primo ministro statale.

Il dato che fa riflettere gli osservatori è quello un’India sempre più caratterizzata dal dominio del Bjp, il partito che, negli ultimi trent’anni, è stato protagonista di un’ascesa irresistibile nel panorama politico indiano, a livello locale e a livello centrale.

I numeri lo dicono con chiarezza: nel Governo ferale, il partito è, con il leader Narendra Modi, al terzo mandato di governo consecutivo; nello scacchiere della federazione, ora governa 22 stati su 28, con una maggioranza color «zafferano» (il colore del partito) che va consolidandosi e rafforzandosi costantemente.

La conquista del Bengala occidentale è particolarmente significativa: lo Stato è quello nel quale ebbe inizio la storia del colonialismo britannico in India. Lì si era sviluppato un fervido movimento anti coloniale che aveva generato figure come Shyama Prasad Mukherjee, leader di un movimento nazionalista indù considerato il precursore del Bjp di Modi. Proprio con un riferimento alla memoria storica e al compimento di un antico e importante disegno, Modi ha citato Mukherjee nel discorso rivolto al popolo dei suoi sostenitori dopo la vittoria.

La «ricetta» della vittoria sempre più estesa, in Bengala come altrove, è quella ormai collaudata: un sapiente mix di induismo e assistenzialismo. Da un lato un’azione politica intessuta di iniziative di welfare soprattutto verso le fasce sociali più basse; d’altro si cavalca una retorica intrisa di nazionalismo religioso induista, spesso in funzione anti musulmana e anti cristiana, con l’ideologia dell’hindutva («induità») che predica orgogliosamente l’omogeneità culturale e religiosa (a scapito del pluralismo) e dunque «l’India agli indù».

In questa cornice le minoranze come quelle musulmana e cristiana, che hanno comunque pezzi consistenti di popolazione (i musulmani sono circa il 15%, 200 milioni di fedeli; i cristiani il 2,3%, circa 33 milioni di battezzati, su una popolazione nazionale complessiva di 1,4 miliardi di abitanti), non hanno molto per cui gioire e hanno espresso tutte le loro riserve.

Per loro l’appiglio – come hanno sottolineato i vescovi indiani in una nota pubblica – è sempre quello della Costituzione indiana che, elaborata sul modello britannico, garantisce pluralismo, pari diritti e libertà religiosa. Ma, come spesso accade, si verifica una certa distanza tra la Costituzione formale e la Costituzione materiale (la divaricazione tra testo scritto e prassi sociali e politiche): così le comunità minoritarie si ritrovano vittime di discriminazioni, pressioni cultuali e sociali, violenze. 

Di fronte a consolidamento del voto induista attorno al Bjp, che rende molto difficile per l’opposizione riguadagnare terreno, gli analisti esprimono preoccupazione sul futuro del Paese e sul percorso verso le elezioni nazionali del 2029. «Questo voto solleva interrogativi cruciali sul piano del pluralismo, della dialettica e dell’alternanza tra forze politiche, che è il sale della democrazia», ha notato John Dayal, giornalista cattolico ed esponente della All India Catholic Union (Aicu). «Per le comunità religiose non indù – rileva – soprattutto musulmani e cristiani, non vediamo prospettive molto incoraggianti: bisognerà vedere quanto spazio i governi del Bjp daranno ai gruppi estremisti indù che usano violenza nella società, soprattutto verso le minoranze».

Paolo Affatato




Pakistan. Ragazze vittime di nozze e conversioni forzate

Il caso di Maria Shahbaz, la tredicenne cristiana rapita in Punjab nel 2025 da un uomo di 40 anni, convertita forzatamente all’islam e presa in sposa dal suo rapitore, ha riaperto un’antica piaga del Pakistan. Quella dei rapimenti di ragazze delle minoranze religiose indù e cristiane, per nozze islamiche forzate – dunque con annessa conversione forzata all’islam – è una ferita che sanguina e che non accenna a rimarginarsi.

In Pakistan la legge islamica è fonte di diritto

La nazione, con circa 250 milioni di abitanti a larga maggioranza islamica, include al suo interno corpose comunità minoritarie, come gli indù (circa  4,5 milioni in maggioranza residenti nella provincia meridionale del Sindh) e i cristiani (3,3 milioni, di diverse confessioni, concentrati soprattutto nella provincia del Paunjab).

Il fenomeno del rapimento di ragazze a scopo di nozze forzate è stato già in passato oggetto di attenzione da parte della politica nazionale ma – come capita anche per altre questioni, ad esempio la nota «legge di blasfemia» – è materia che incrocia anche la religione e le disposizioni della sharia, la legge islamica.
Nel Paese, infatti, vige un sistema che gli studiosi definiscono «ibrido» e che consegna alla sharia il ruolo di fonte suprema di ispirazione dell’ordinamento e del diritto.
Nonostante il sistema statale sia regolato da una Costituzione che – nata all’indomani dell’indipendenza dall’Impero britannico e della partition con l’India – ha cercato di recepire principi come i diritti e le libertà individuali e collettive, la Carta fondamentale pachistana stabilisce che nessuna legge può essere emanata se è in contrasto con i dettami dell’islam: un principio che subordina la legislazione civile ai precetti religiosi e crea a volte un corto circuito.

Pressioni sulle minoranze religiose

Sebbene la Carta costituzionale garantisca formalmente la libertà religiosa e diritti di cittadinanza uguali per tutti, l’integrazione della sharia nel sistema legale pachistano genera forme di pressione sulle minoranze religiose (cristiani, induisti, sikh e ahmadi), sconfinando in forme di discriminazione e sfide che toccano i rapporti sociali.

Secondo gli osservatori, nei casi dei matrimoni che coinvolgono minori, l’ambiguità è generata dal fatto che la legge islamica non indica un’età minima per le nozze, e queste vengono consentite quando i contraenti raggiungono la pubertà fisica. Tuttavia sono in vigore leggi, emanate per proteggere i minori e dichiarate conformi ai precetti islamici dalla Corte federale della sharia, che vietano i matrimoni precoci in tutto il Pakistan.

In tale quadro si innesta il fenomeno dei matrimoni e conversioni forzate all’islam di ragazze appartenenti alle minoranze. Secondo i dati di alcune Ong, sono oltre mille ogni anno e «sono in aumento», rileva padre Lazar Aslam, frate Cappuccino, responsabile della Commissione Giustizia, pace ed ecologia in Pakistan. I tribunali locali talvolta convalidano questi matrimoni coatti basandosi su interpretazioni religiose, strappando alle famiglie di origine le ragazze minorenni.

Il caso di Maria Shahbaz

In quest’ambito si situa il caso che ha occupato il dibattito pubblico nel Paese nelle ultime settimane: quello che tocca la vita della tredicenne cristiana Maria Shahbaz. Dopo la protesta della famiglia di origine, la polizia di Lahore ha accolto, sia pur con ritardo, la formale denuncia, ma un tribunale di primo grado ha comunque affidato Maria al suo rapitore, accettando documenti falsificati che attestavano la sua maggiore età (18 anni).

Il caso ha avuto un seguito: i legali della famiglia hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale federale – saltando l’eventuale ricorso in appello, il secondo grado di giudizio – ma, sebbene la famiglia abbia fornito prove della minore età di Maria e della mancanza di consenso, la Corte ha confermato la decisione presa in primo grado, di fatto legittimando un matrimonio infantile.

Khalid Rehmat, neo arcivescovo di Lahore, come rappresentante della Chiesa cattolica in Pakistan, ha espresso la sua ferma condanna verso la decisione della Corte costituzionale. Il verdetto – ha precisato – rappresenta «un grave fallimento della giustizia», in quanto ha convalidato non solo la pratica del matrimonio precoce ma ha anche ratificato di fatto il rapimento e la conversione forzata all’islam di una ragazza.

Si tratta di una pericolosa «legittimazione del crimine», ha detto il monsignore, mettendo in guardia dalla tendenza a «legittimare abusi contro i minori e le minoranze religiose, incoraggiando i malintenzionati a compiere conversioni forzate e matrimoni infantili».
L’arcivescovo ha espresso la «profonda angoscia della comunità cristiana» e ha chiesto «maggiore protezione per la dignità umana, la libertà religiosa e i diritti delle persone vulnerabili in Pakistan», ribadendo la richiesta di «autentica giustizia».

La questione, ricordano gli esponenti cristiani, tocca concretamente la pratica della libertà di religione che in Pakistan è garantita dalla Costituzione (nella sua versione modificata nel 1973) ma che di fatto è limitata da leggi restrittive, discriminazioni sistemiche anche nelle istituzioni statali, ma anche dall’emergere di un radicalismo religioso che trova spazio nella vita pubblica e nella mentalità diffusa nella società, a scapito dei diritti di cittadinanza.

Per questo ci si appella alla «Commissione nazionale per i diritti delle minoranze», creata ufficialmente a dicembre del 2025, incaricata di tutelare i diritti delle comunità non musulmane in Pakistan, promuovendone i diritti sociali, economici, politici e legali.

di Paolo Affatato




Indonesia. Ramadan e Quaresima per il dialogo

La sovrapposizione di periodi sacri come la Quaresima e il Ramadan – che nel 2026 per i fedeli cristiani e musulmani coincidono – offre un’opportunità unica per rafforzare l’armonia intercomunitaria nella variegata società indonesiana.

Nel Paese musulmano più popoloso al mondo (il 90% dei 275 milioni di abitanti segue il Profeta, mentre i cattolici sono circa 10 milioni), l’islam – giunto nel XIII secolo con i mercanti, non con guerre di conquista – ha storicamente dato prova di tolleranza e di moderazione, e ancora oggi ha una forma definita Islam Nusantara, cioè l’islam dell’arcipelago, che ne indica il volto pacifico, aperto, dialogico, inclusivo.

Laboratorio spirituale per rafforzare l’identità indonesiana

Nell’incontro tra Quaresima e Ramadan la popolazione indonesiana, a tutti i livelli, e nelle diversità delle 17mila isole di cui è composto il territorio del Paese, vive il tempo sacro condiviso come occasione di potente «laboratorio spirituale», per ribadire che l’elemento della fede non è solo una scelta individuale, ma rappresenta una «forza nazionale comune», parte integrante dell’identità indonesiana, come d’altronde si afferma nella Pancasila, la Carta dei cinque principi che è alla base della convivenza civile nel vasto e plurale paese del Sudest asiatico, rinomato per la sua diversità culturale e religiosa.

Questo laboratorio spirituale si è espresso in una miriade di incontri, seminari, assemblee disseminate su tutto il territorio. Un esempio è quello di Giacarta, dove i cattolici, in un clima di solidarietà e accoglienza, sono partiti dalla cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione per raggiungere, tramite il sottopasso stradale ribattezzato «tunnel dell’amicizia», i musulmani che si recavano per la preghiera del venerdì alla vicina Moschea Istiqlal. Altro gesto è quello della condivisione tra musulmani e cristiani dell’iftar, l’interruzione serale del digiuno durante il Ramadan. Una pratica che serve a rafforzare i legami della relazione umana e della reciproca benevolenza.

Quaresima, Ramadan, Capodanno cinese e Capodanno induista

Un’atmosfera di speciale fratellanza si è vissuta, in modo ancora più particolare, durante la terza settimana di febbraio che ha visto la celebrazione del Capodanno cinese (il Chūn Jié) il 17 febbraio, l’inizio della Quaresima il 18, e l’inizio del Ramadan il 19.

Dato che nell’arcipelago indonesiano esiste una folta comunità cristiana di origine cinese, questa settimana sacra condivisa ha generato riflessioni teologiche, pratiche pastorali, e iniziative interreligiose e interculturali che hanno coinvolto fedeli musulmani e cristiani con le comunità cinesi.

Come ha ricordato l’agenzia Fides, le iniziative interreligiose hanno coinvolto anche gli indù, soprattutto nell’isola indonesiana di Bali, a maggioranza induista: lì i credenti indù hanno vissuto il 19 marzo il «Giorno del silenzio», il «Nyepi», il capodanno induista.
Sull’isola, nota per i flussi turistici, quel giorno è stato caratterizzato da 24 ore di blocco totale: niente luci, traffico, Internet, rumore o viaggi (anche l’aeroporto è stato chiuso). Il «Nyepi» è un momento di introspezione e purificazione per i credenti indù, ma l’iniziativa è stata condivisa anche da credenti musulmani e cristiani che, insieme, hanno espresso il comune desiderio di pace, ricordando specialmente l’ultima guerra iniziata in Medio Oriente.

Il comune desiderio di rinnovamento

«Questi periodi sacri simultanei rivelano un desiderio condiviso e un orientamento comune verso il rinnovamento interiore, una profonda trasformazione e un nuovo inizio, che ha sempre una inclinazione alla pace», dice a Missioni Consolata don Aloysius Budi Purnomo, segretario della Commissione per le relazioni interreligiose nella Conferenza episcopale d’Indonesia. «La Quaresima chiama i cristiani al pentimento e alla conformità a Cristo. Il Ramadan invita i musulmani a coltivare la disciplina, la consapevolezza di Dio e la solidarietà. Il Chūn Jié incoraggia le famiglie a liberarsi dai fardelli del passato e ad accogliere la novità attraverso la riconciliazione e gli incontri familiari. Il Giorno del silenzio invita ogni uomo a tornare in se stesso», aggiunge. «Insieme – conclude don Purnomo – queste tradizioni rimarcano che il rinnovamento spirituale è un profondo desiderio di ogni persona che cerca la autentica felicità: questa è un’esperienza interiore e spirituale che si riflette anche nella vita comunitaria e sociale, e si realizza nell’armonia delle relazioni interpersonali».

Paolo Affatato