Ad gentes in alta quota

La scelta è il lavoro tra i popoli indigeni dell’America Latina. Nei primi anni Novanta si concretizza sulle Ande boliviane. Impegno sociale, ma anche pastorale giovanile. Studio di cultura e spiritualità dei popoli.

C’è abbastanza carburante nella Jeep (negli ultimi tempi, non sempre è così…) e le missionarie che lavorano a
Vilacaya (piccolo paesino a tremila metri di altitudine sulle Ande boliviane) decidono di andare a visitare due famiglie che vivono in borgate a circa 10 km di distanza. Il veicolo sobbalza, superando pietre e buche, mentre alza il polverone dietro di sé.

Entrambe le famiglie hanno case dipinte di bianco e azzurro, costruite da un progetto del governo, il cui partito si contraddistingue proprio per questi due colori. Entrambe sono composte da due genitori e sei figli, più o meno della stessa età. Entrambe lottano per assicurare un oggi e un domani ai piccoli di casa.

Non è facile: Vilacaya e, in generale, il Sud Ovest della Bolivia è colpito da una progressiva siccità, che rende quasi impossibile la vita delle famiglie contadine, appartenenti all’etnia quechua.

Ci sono però delle differenze: la prima famiglia cerca con tutti i mezzi di migliorare le sue condizioni, mentre la seconda è prostrata, tra le altre cose, dalla piaga dell’alcolismo e, alle volte, i bambini soffrono l’abbandono. Anche questa è una faccia della povertà.

Poopó e i minatori

Le Missionarie della Consolata sono arrivate in Bolivia nel 1991, ma se ne sono «innamorate» molto prima: nel 1989 due consigliere generali – suor Renata Conti e suor Evelia Garino – avevano visitato diversi Paesi dell’America Latina, in vista di una nuova presenza missionaria accanto ai popoli nativi. Erano passate a Poopó, centro minerario del dipartimento di Oruro, e ne rimasero profondamente toccate.

Come istituto, però, fu scelta un’apertura a Tencua, nell’Amazzonia venezuelana. Ma la storia non finì nel nulla: la direzione generale propose alle sorelle presenti in Argentina di riflettere su una possibile apertura a Poopó. E questa avvenne, appunto, due anni dopo. Quella di Tencua, come quella di Poopó, sono state una risposta all’opzione che, gradualmente, le varie presenze delle Missionarie della Consolata nel continente americano hanno fatto propria: la scelta della missione ad gentes tra i popoli indigeni e originari. All’epoca, il «movimento indigenista», appoggiato da Ong e da Chiese di varie denominazioni, era molto attivo e rivendicava i propri diritti. È stato un tempo intenso, nel quale la presenza dei Missionari e delle Missionarie della Consolata si concentrava nell’impegno per la giustizia e la pace, e in progetti di promozione umana. 

«Era chiaro che la nostra presenza non doveva essere una risposta assistenzialista», ricorda suor Marisa Soy, una delle prime missionarie giunte in Bolivia. La situazione socio economica dell’altipiano andino, all’inizio degli anni Novanta, era preoccupante: la speranza di vita era bassa e la mortalità infantile molto alta. Le sorelle iniziarono a visitare le famiglie per rendersi conto della condizione reale della gente. A livello di Chiesa, esisteva già un’equipe diocesana di pastorale sociale, quindi la collaborazione fu immediata e molto positiva. «Conoscevamo i progetti dell’équipe, e contribuivamo con il nostro lavoro e anche economicamente», condivide suor Marisa.

Oltre all’impegno sociale, le sorelle partecipavano alle comunità di base e accompagnavano la pastorale giovanile.

Bolivia, missionarie della Consolata.

Tra i contadini quechua

Bolivia, missionarie della Consolata.

Dopo venti anni di presenza, nel 2012 la riflessione ha portato a un «cambio di domicilio»: la parrocchia di Poopó aveva i suoi leader, le condizioni socioeconomiche della cittadina erano migliorate. La sfida di lasciare terreni dissodati e conosciuti, per ricercarne altri e iniziare da zero (o quasi) fa parte della missione ad gentes. Con le lacrime agli occhi, ma con il cuore pieno di gratitudine per la missione vissuta, nel 2013 si è chiusa la comunità di Poopó e si è aperta quella di Vilacaya, nel dipartimento di Potosí, una vasta regione del sud del Paese, in cui la presenza ecclesiale era quasi nulla.

L’opzione per i popoli indigeni dell’istituto ha compiuto passi significativi nel tempo. Oggi si dà molta attenzione allo studio della cultura, della lingua e della spiritualità del popolo nativo, come riconosce suor Marisa che, dopo una ventina d’anni vissuti fuori continente, è ritornata in Bolivia, questa volta a Vilacaya: «Qui ho percepito un impegno maggiore della comunità delle missionarie nel conoscere la cultura e accompagnare la gente nella riflessione sulla propria identità. È bello che protagoniste siano le persone e noi delle sorelle che le accompagnano». Con molto sforzo e convinzione, i popoli andini cercano di armonizzare le proprie radici originarie, la fede cristiana e le sfide del mondo globalizzato (paradigmi culturali nuovi e attraenti, il cambio climatico, le politiche nazionali).

Suor Nadia Leitner ha vissuto diversi periodi in Vilacaya, fin dai primi passi di questa comunità. Oggi è la sua Chiesa di origine, in Mendoza (Argentina), ad averle dato il mandato per la missione in Bolivia: «Questo mandato è un segno di fiducia e speranza, la certezza che non sono sola, e che non cammino per conto mio», ci racconta suor Nadia. «Per me significa vivere l’ad gentes del Continente America. Vivere con il popolo quechua ha tanto da insegnarmi».

Vilacaya oggi

Suor Marisa, suor Nadia e suor Maria Elena rientrano dalla visita alle due famiglie con il cuore colmo di emozioni e interrogativi: che ne sarà di questi bambini, in un ambiente così sfidante? Saranno migranti, come tanti altri, alle periferie delle città, o lavoreranno nei cunicoli delle miniere? Non ci sono risposte a queste domande, ma c’è una realtà nell’oggi di queste persone: la presenza delle suore e la visita che fanno alle comunità e famiglie, che reca sempre tanta gioia. Si percepisce molta solitudine e senso di abbandono nella popolazione quechua della zona.

«Oggi Dio mi sta chiedendo di stare qui, dare il meglio di me, perché ogni persona possa sentirsi amata da Dio, un Dio che non si dimentica dei suoi figli. Condividere la vita con la gente, significa dire alle persone che hanno valore, che i loro sogni valgono», ci dice suor Nadia.

E questa è la consolazione che fa vivo e presente lo spirito di san Giuseppe Allamano nella vita delle sue figlie. Anche ad alta quota.

Stefania Raspo




«Ho fatto tanta strada»

Il simbolo dell’isola è il grattacielo 101 a Taipei. Tuttavia, gran parte del suo territorio è montuoso. Qui l’ambiente è distinto e la vita è diversa. In una zona di queste montagne ha lavorato una missionaria che ha lasciato un segno indelebile. L’abbiamo incontrata.

Contea di Hsinchu. A Guanxi la strada lascia la pianura, con le sue città frenetiche, trafficate di auto e motorini, i palazzi alti e le migliaia di insegne e scritte commerciali luminose, senza un albero. Da qui in avanti si inerpica sulla montagna, curva dopo curva. Si apre davanti a noi un paesaggio inaspettato: montagne coperte di boschi, piccole abitazioni sui bordi della via. Strette valli percorse da torrenti. Scorgiamo alte pareti di roccia, sovrastate da foresta tropicale. Fa caldo umido, come si addice alla stagione. Non ci immaginavamo che Taiwan fosse anche questo.

Eppure, oltre la metà della superficie dell’isola, è costituita da montagne, che la percorrono da Nord a Sud, nella parte centrale fino alla costa orientale, che infatti non è praticabile dalle navi.

Andiamo sempre più verso l’interno, le pendenze sono talvolta impressionanti, nonostante le curve. Arriviamo alla località chiamata Naro, un piccolo borgo di una ventina di case. Questa è la zona della popolazione

Atoyal, una delle sedici etnie riconosciute dal governo della Repubblica di Cina (nome formale che comprende l’isola principale e gli arcipelaghi Penghu, Kinmen e Matsu). Altri dieci gruppi stanno lottando per il riconoscimento.

Questi popoli indigeni – o aborigeni, come li chiamano qui – sono i primi abitanti dell’isola. Si tratta di etnie austronesiane, ovvero quelle che abitano le isole del Sudest asiatico, ma anche la Micronesia nel Pacifico. Parlano lingue proprie, simili al bahasha, usato in Indonesia e Malaysia. In totale sono circa 500mila sui 23 milioni di abitanti di Taiwan, e hanno una storia di discriminazioni e isolamento. Solo negli ultimi due decenni le loro identità culturali sono state rivalutate, per motivi politici.

Nel cuore delle montagne

Taiwan. Contea di Hsinchu. Hsinchu. Ritratto di suor Elena Pia Frongia, chiamata Zhao Xiurong. (Foto Marco Bello)

A Naro ci accoglie suor Anna Dinh Thi Lanh, missionaria vietnamita del Sacro Costato. «Qui siamo in due – ci racconta, con un sorriso disarmante -. Io sono arrivata a Naro due anni fa, ma sono nel Paese da quindici».

Le suore missionarie del Sacro Costato sono state fondate dal medico e sacerdote Eustachio Montemurro a Gravina di Puglia (Bari) nel 1908. Sono arrivate a Taiwan nel 1961 e oggi sono ventotto di cui quattro italiane, poi taiwanesi, cinesi e vietnamite.

La zona montana della contea di Hsinchu è un’area di presenza e di evangelizzazione dei Gesuiti. Molti di loro arrivarono qui dalla Cina continentale (mainland) perché espulsi dai comunisti, giunti al potere dopo la vittoria della guerra civile nell’ottobre 1949.

Il metodo missionario prevedeva, dopo avere imparato la lingua del gruppo etnico, la formazione di catechisti nei diversi villaggi. Questi avrebbero diffuso la Parola nelle loro zone, a cominciare dalla proprie famiglie e nella lingua madre.

Per affiancare i missionari, il padre Liao, direttore della missione Chiunglin Jianshi (dal nome della zona, oggi Jianshi è il comune il cui territorio copre anche questa zona), aveva pensato di chiamare le suore di Montemurro.

Ci racconta ancora suor Anna: «Qui a Naro, nel 1961 arrivò una suora italiana, che la gente chiamò Zhao Xiurong. Perché qui a Taiwan ogni missionario riceve anche un nome cinese. Una sorella che ha fatto grandi cose, in particolare per rendere l’istruzione accessibile a tutti». Parla di suor Elena Pia Frongia, che, da subito, si adoperò affinché anche i figli degli aborigeni andassero a scuola, perché l’educazione – ne era convinta – avrebbe dato una svolta alla loro vita.

Inoltre, in quel tempo, a Taiwan mancavano i beni di prima necessità e i trasporti erano scomodi, soprattutto per le popolazioni indigene sulle montagne, dove la vita era ancora più dura e difficile. Per prendersi cura dei poveri, Zhao Xiurong raccoglieva in città e trasportava beni di prima necessità e aiutava i malati procurando loro medicine. Quando veniva a sapere che qualcuno era nel bisogno, faceva del suo meglio per aiutarlo.

Visita di Naro

Suor Anna ci fa visitare la missione di Naro. C’è l’asilo fondato da suor Elena Pia, chiamata Catholic Franciscus preschool (scuola materna cattolica francescana, da Francesco Saverio), dove i bambini sono molto eccitati al vedere dei forestieri e corrono nel cortile sorridendo e gridando. Poi ci sono dei locali per fare laboratori e incontri, dove vediamo tavoli, sedie, tamburi e altri oggetti utili per l’animazione. Si tratta del Naro youth activity center (centro per i giovani). E, infine, la bella chiesa, semplice e pulita, con scritte in cinese e taia, la lingua del posto, e tessuti locali appesi.

«In quell’epoca furono formati otto catechisti nella zona coperta da Zhao Xiurong. Oramai sono quasi tutti in pensione, ma una signora che ha lavorato con la suora è ancora attiva e insegna nella scuola», continua suor Anna.

Continuamo poi il nostro viaggio sulla montagna visitando la chiesa di Wufeng, Christ the

Saviour church, il cui campanile rosso svetta su un’altra vallata. È una delle cappelle della parrocchia, ci viene detto. Anche qui operava Zhao Xiurong. Il paesaggio è mozzafiato.

Taiwan. Contea di Hsinchu. Una valle nella Hengshan township, contea di Hisnchu. Lungo la strada che porta a Naro. (Foto Marco Bello).

L’incontro

Scendiamo dalla montagna per visitare la casa centrale delle suore del Sacro Costato, a Hsinchu, il capoluogo della contea. Qui, infatti, alloggia da due anni fa suor Elena Pia Frongia. Vogliamo incontrarla.

Zhao Xiurong ci accoglie nella sala visite della casa. Ha gli occhi vispi dietro a grandi occhiali con la montatura di metallo e una parlantina chiara e spedita.

Nata a Ovodda, in provincia di Nuoro, nel 1932, è arrivata a Taiwan, con alcune consorelle, il 22 aprile 1961.

Il Paese, a quell’epoca, era molto povero, e la gente delle montagne, in maggioranza delle etnie aborigene, era più emarginata e priva di risorse che la gente della pianura. I gesuiti lavoravano, tra l’altro, nella missione di Jianshi, nella contea di Hsinchu, che copriva una vasta zona montana, oggi a livello amministrativo coincidente con il territorio di Jianshi township.

Le suore vivevano inizialmente nella cittadina di Jiuzantou, alle pendici delle montagne, e percorrevano a piedi l’intero territorio, fino Jianshi, a oltre 50 chilometri.

Povertà e isolamento

Le strade erano in pessime condizioni, strette e con alte pendenze, e non c’erano quasi automobili.

Suor Elena Pia fu destinata a seguire alcune vallate della missione di Jianshi, in appoggio a un padre gesuita francese.

È sufficiente darle il «la» affinché il suo racconto diventi un flusso di emozioni: «Vivevo nella comunità a Jiuzantou e andavo a piedi in tutti i villaggi. Il più lontano da noi era a dieci ore di cammino. La gente era molto affabile, buona e semplice. Le cristiane e i cristiani (ancora pochi), ma anche quelli che non avevano ancora abbracciato la religione cattolica, quando vedevano le suore erano molto gentili e affettuosi. Vedere la suora in quelle zone, per loro era quasi come vedere Dio.

All’inizio, le strade erano davvero brutte, e per questo utilizzavo due bastoni per camminare. Non circolavano automo- bili, né mezzi pubblici. Il padre missionario aveva la moto, ma io preferivo andare a piedi.

Le montagne erano vaste, e le persone abitavano disperse nei villaggi. La gente era molto attaccata al proprio territorio di origine, anche per il rispetto agli anziani. Per questo era difficile farli spostare. Se costruivano una casa nuova, era sempre vicina a quella vecchia. Erano abituati a stare in montagna, per il lavoro, per l’ambiente».

Taiwan. Naro. bambini della Scuola materna francescana (a sinistra) giocano nel cortile. In fondo, il Naro youth activity center. (Marco Bello)

Priorità educazione

In quel periodo suor Elena Pia iniziò a conoscere il territorio e la gente. Le famiglie non riuscivano a mandare i figli a scuola per motivi economici e di distanza. Ma in quel modo, la marginalizzazione dei popoli delle montagne non poteva che perdurare. La giovane suora capì che la soluzione stava nell’educazione fino dalla tenera età, alla quale andava associata la formazione ai valori. Con grande perseveranza incoraggiava i genitori a mandare i figli a scuola. Sovente li aiutava economicamente quando era necessario pagare per il cibo o il trasporto.

Il suo metodo è, fin da subito, il prendersi cura delle persone nei villaggi, andando di casa in casa, «Sempre con il sorriso, incoraggiava e confortava chi ne aveva bisogno», ci aveva confidato suor Anna.

Oltre all’educazione, in molti casi c’era carenza di medicine e di cibo. Suor Elena Pia attraversava valli e montagne con uno zaino sempre ben fornito, un cappello di bambù in testa e due bacchette alle mani.

Continua a raccontarci con entusiasmo: «Il padre con cui ho lavorato all’inizio era un francese. Un vero missionario. Andava in giro con il tascapane, portava da mangiare per i poveri. Era sempre carico. Lui abitava a Jianshi. Io andavo e venivo dalla nostra comunità. Ma avevo una stanzetta a Naro, dove c’era solo un’aula per i bambini».

Taiwan. Contea di Hsinchu. la chiesa San Francesco Saverio di Naro, con scritte in cinese e in taia, lingua del popolo Atayal. (Foto Marco Bello)

Naro si sviluppa

Nel 1967 venne completata la chiesa a Naro, dedicata a san Francesco Saverio. Da quel momento suor Elena Pia si trasferì a Naro.

Voleva aiutare le donne e si inventò una scuola di taglio e cucito. Le macchine da cucire occupavano metà della chiesa. In questo modo le donne avrebbero imparato un mestiere, avrebbero avuto un piccolo reddito per elevare un minimo il loro livello economico. «Mi occupavo io dei loro bambini, mentre imparavano», ci dice soddisfatta.

Nel frattempo, lavorava alla sua idea: raccogliere soldi per finanziare la costruzione di un asilo, lì a fianco della chiesa.

Nel 1972 inaugurò il Catholic Franciscus preschool per bimbi dai due ai sei anni. In questo modo i bambini dei villaggi sulle montagne avrebbero avuto una prima formazione scolastica, anche nella propria lingua, sarebbero stati educati ai valori (seguendo poche semplici regole, per dare loro un minimo di disciplina) e – non ultimo – avrebbero usufruito di una mensa quotidiana, per avere un buon pasto. Suor Elena Pia curava personalmente la preparazione del cibo, facendo molta attenzione che fosse sufficiente, anzi, qualcosa in più.

Puntava alla formazione integrale (carattere, istruzione ed educazione fisica) dei bambini fino dalla tenera età.

Racconta suor Elena Pia della gente di montagna: «Devo dire che di animo sono buoni, non ci sono malvagi. Mi hanno sempre trattata più di quello che sono. Anche fra di loro, si rispettano, si vogliono bene. Ogni villaggio ha il suo modo di vivere, lo stile della montagna è unico. Ci sono lingue diverse, le lingue montanare, nei vari villaggi sono quasi uguali.

Adesso parlano anche cinese. Sono andati a scuola, inoltre hanno avuto a disposizione alcuni insegnanti che hanno fatto corsi di cinese anche per adulti. Su questo abbiamo collaborato con il comune.

Negli anni, molti sono venuti in città, e quelli di città sono andati in montagna, per cui ci sono stati diversi cambiamenti».

Sono almeno tre le generazioni che hanno mandato i figli alla Catholic Franciscus preschool.

Taiwan. Contea di Hsinchu. casette a schiera nell’area montana di Jianshi township. (Foto Marco Bello)

L’importanza dei giovani

Zhao Xiurong era anche attenta alla gioventù delle montagne. Molti giovani non erano andati a scuola, non avevano soldi e facevano dei lavoretti. Mancavano centri di aggregazione per loro.

Raccolti i soldi sufficienti, suor Elena realizzò, a fianco dell’asilo, il Naro youth activity center (Nyac, centro giovani), che inaugurò nel 1994. Qui ragazze e ragazzi si ritrovano ancora oggi per ascoltare musica, cantare, ballare, stare insieme. Arrivarono anche dei computer usati. Furono realizzati campi estivi e invernali durante le vacanze, ma anche classi estive per i più piccoli con tutoraggio da parte dei più grandi. Oggi il Nyac è un importante punto di riferimento per i giovani delle montagne di Jianshi.

Testimonia un giovane che lo ha frequentato: «Per me Zhao Xiurong ha giocato due ruoli: mi aiutava a mettere ordine nella mia vita, era come una madre (per questo molti la chiamano Yaya, che in lingua taia significa mamma); in secondo luogo era un’insegnante rigorosa».

Continua suor Elena Pia che gesticola vistosamente mentre parla: «Abbiamo fatto un bel gruppo di lavoro, non ci sono mai stati problemi. Poi sono arrivate altre suore, ma in montagna ero solo io. C’erano tante ragazze e donne che venivano ad aiutare e dormivano a casa. Era come se stessimo in una famiglia. Quando non venivano le mamme o le sorelle maggiori, io tenevo le bambine, e la sera insegnavo un po’ di catechismo, come fare qualche lavoretto, o le facevo studiare. Con la gente c’era l’amore. Mi aiutavano, avevo persone sempre a fianco, non mi lasciavano sola per paura che cadessi». 

Altri confini

Un giorno suor Elena conobbe un gesuita sardo, che era stato in Vietnam, e le raccontò della gente là. «La prossima volta porti pure me», gli disse. E così successe. Suor Elena passava dei brevi periodi in quel paese, andando su e giù da Taiwan. Coltivava alcune vocazioni, che sarebbero diventate le sorelle del Sacro Costato che oggi lavorano a Hisnchu. Due di loro, suor Anna e suor Agnese, l’hanno sostituita a Naro. Oggi l’istituto ha una presenza fissa in Vietnam.

Nel 2022 le consorelle le chiesero di traferirsi a Hsinchu: «Sono venuta in città dopo sessant’anni in montagna. Adesso ho 93 anni – ci dice allegra -, e ne ho fatta di strada! Salite, discese. Alcune molto ripide. Adesso non mi lasciano più andare, ma il mio cuore è laggiù. Penso a quella gente. Molti di loro mi vengono a trovare quando passano da Hsinchu. Sono venuti i gruppi di giovani e anche le mamme dei ragazzi. Sanno che io non posso andare tanto su». E continua: «lo spirito di viaggiare ce l’ho, e di camminare pure. Ringrazio il Signore per lo spirto che mi ha dato, per avermi guidata, per avermi dato la forza di andare anche in posti difficili».

Suor Elena Pia Zhao Xiurong è una persona che ispira molta serenità e saggezza.

Dobbiamo andare, abbiamo un altro appuntamento. Ma è come se le mancasse qualcosa: «Fermatevi, cenate con noi, non vi abbiamo accolti bene», ci dice, e insiste. Non possiamo. Appare dispiaciuta, ma ci accompagna con fare deciso fino alla porta della casa e ci saluta con la mano e un caloroso sorriso.

Marco Bello

*Mentre scriviamo questo articolo, il 30 maggio ci avvisano da Taiwan: apprendiamo con tristezza che suor Elena Pia è andata alla casa del Padre.

Taiwan. Contea di Hsinchu. una tipica strada delle montagne della contea di Hsinchu. (Foto Marco Bello)

Reportage da Taiwan




«Il folle di Dio» 

Un famoso scrittore spagnolo, ateo e anticlericale, chiamato a raccontare un viaggio del Papa. La preparazione, l’incontro con i collaboratori di Bergoglio, il viaggio e il contatto con Fedeli e missionari. Ne esce un romanzo particolare nel quale l’autore si interroga.

«Non si può essere missionari senza essere fuori di testa». Firmato: Javier Cercas. Non pensate sia un insulto: in realtà quello del romanziere spagnolo vuole essere un bellissimo complimento. La frase, infatti, finisce così: «Non lo dico io: lo dice papa Francesco».

Il libro in questione è «Il folle di Dio alla fine del mondo», uscito in aprile (in Italia da Guanda) e subito accolto con successo da lettori e critica. La sua genesi è quantomai singolare: siamo nel 2023, in vista del viaggio di papa Francesco in Mongolia, Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero della comunicazione vaticana, ha un’idea: far raccontare da un «esterno», ossia da qualcuno che avesse un punto di vista «altro», quell’evento così particolare, un Papa che visita una tra le più minuscole comunità cattoliche al mondo. La scelta cade su Cercas, cattolico di formazione ma non credente, per scelta, dall’età dell’adolescenza.

Oltre che acclamato romanziere, Cercas è un intellettuale con una rubrica fissa su El País. La sua prima reazione fu, a dire poco, di sorpresa: «Non riuscivo a crederci – scriverà-: il Papa, il Vaticano, la Chiesa universale che spalancano le loro porte a uno scrittore ateo e anticlericale come me. Ma siete matti?». Poi, però, Cercas accettò l’invito del Vaticano. A una condizione: «Poter chiedere a papa Francesco se mia madre vedrà mio padre al di là della morte, per portarle la sua risposta».

Il razionalista

Prende il via così un’avventura diventata poi per l’autore – che in apertura del libro si definisce «un razionalista ostinato, un empio rigoroso» – un’esperienza umana e spirituale assolutamente indimenticabile. Già, perché preparando il suo viaggio, Cercas ha modo anzitutto di conoscere da vicino alcuni dei più importanti collaboratori di papa Francesco: tra questi padre Antonio Spadaro, gesuita ed ex direttore di Civiltà Cattolica, il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, solo per citarne alcuni.

Il dialogo e il confronto con costoro e con il vaticanista Lucio Brunelli, porta Cercas a scrivere, a un certo punto: «Mi dico che chissà, che si sono viste cose più strane e che forse, se avessi avuto un gruppo di amici come quello, sarei ancora cattolico».

Incontri missionari

A conquistare il cuore del romanziere, però sono soprattutto gli incontri con i missionari e le missionarie (in vari casi, della Consolata). È a loro che Cercas riserva le pagine più intense e talora commuoventi del romanzo. Ecco, ad esempio, un passaggio relativo a padre Enzo Viscardi, tra le figure per le quali

Cercas nutre la più sincera ammirazione: «Lo sento parlare di questioni quali il privilegio che il papa abbia scelto di andare in Mongolia; di come la Chiesa mongola – minuscola, umile, frugale, periferica – calzi come un guanto con il modo di Bergoglio di intendere la Chiesa; dell’arduo imperativo dei missionari in Mongolia, che consiste nell’inserirsi in una cultura e in una società così diverse dalle loro, in un Paese con una storia così complessa, gloriosa e lunga, che, per di più, ha sperimentato negli ultimi vent’anni una metamorfosi fuori dal comune, “La tradizione la possiamo imparare sui libri – assicura padre Ernesto -, ma i cambiamenti attuali sono folgoranti e adattarsi è la cosa più difficile: come parliamo a questi ragazzi che crescono secondo categorie totalmente diverse da quelle dei genitori, nomadi della steppa in molti casi, e che hanno tutto il giorno in mano il cellulare, come in qualunque posto del mondo?”; della sfida di costruire una Chiesa davvero mongola, dai sapori e odori mongoli, con mentalità mongola, che sia cosa dei mongoli, “Perché, altrimenti, sembra che siamo qui a cercare di colonizzarli, e questo non ha alcun senso”».

Per quanto riguarda la commozione Cercas scrive, commentando l’incontro fra Bergoglio e i missionari: «È difficile, estremamente difficile non commuoversi fino al midollo vedendo come l’anziano vicario di Cristo sulla terra viene acclamato da quella moltitudine insensata, da quegli idealisti che hanno deciso di dare la loro vita in olocausto per un mondo migliore».

L’incontro con suor Francesca Allasia, la più giovane delle missionarie della Consolata di stanza in Mongolia, è una delle pagine più belle in assoluto. È la sua prima destinazione come missionaria, vi è arrivata dopo aver lavorato a Torino e a Nepi. La vocazione? «Ho sempre sentito che il mio cuore voleva grandi dimensioni. Grandi come il mondo…». Suor Francesca racconta a Cercas, con semplicità, l’attività che lei e la sua consorella keniana Ana svolgono con i ragazzi (nessuno dei quali è cattolico) in un centro che si chiama «Sole che sorge». Cercas chiede lumi su come si annuncia il Vangelo in un posto del genere. Risposta: «“Con le parole poco. Però cerchiamo di dirlo con la nostra vita”. Prende con due dita il crocefisso che ha sul petto. “E inoltre questo li attira molto, lo guardano, ti domandano… E noi gli diciamo che siamo donne e uomini di Gesù. A volte, qualcuno ha sentito parlare di lui, ma non sanno bene chi sia. Parliamo, ma poco… Non so, io credo che l’amore possa tutto e che si possa evangelizzare soltanto con l’amore. L’amore serve a intendersi al di là delle lingue”». Lapidario il commento di Cercas: «Pronunciate da qualunque altra persona, le parole di suor Francesca mi sembrerebbero di una falsità flagrante, per non dire di un kitsch spaventoso. Dette da lei, mi sembrano nitide e incontestabili come una dimostrazione matematica».

Gerolamo Fazzini




Mozambico. Sementi nella terra buona

Sommario

Mandimba: prima chiesa dei Missionari della Consolata nel Niassa (1926) – padre Calandri e il sig. Regina davanti alla chiesa

Dall’Oceano Indiano all’Atlantico

Il vescovo di Tete sul centenario Imc in Mozambico

Si celebrano 100 anni di presenza della Consolata. I semi che furono piantati hanno dato molti frutti. E hanno fecondato anche l’Angola. Le crisi non sono finite, e le sfide permangono. Ma si affrontano insieme. 

L’Istituto Missioni Consolata è presente in Mozambico dal 1925. È la realizzazione di un sogno apostolico iniziato da un manipolo di missionari e generato da un carisma che aveva appena 24 anni.

Fu a Tete, più precisamente alla missione di Miruro, nella zona più occidentale del Mozambico, al confine con lo Zambia, e a mille chilometri dalla costa sull’Oceano Indiano, che san Giuseppe Allamano inviò i primi missionari della Consolata in questo Paese nell’ottobre 1925, pochi mesi prima della sua morte. Furono anche gli ultimi che inviò personalmente in Africa.

Come Missionari della Consolata abbiamo un ricco patrimonio di esperienza e di servizio in Mozambico. Siamo conosciuti e rispettati e cerchiamo di essere costruttivi e collaborativi nei confronti della Chiesa locale, difendendo i suoi interessi e lavorando insieme per soddisfare i suoi bisogni.

Quali sono i frutti di questo cammino? Li vediamo nella Chiesa cattolica locale, che è cresciuta come un albero con molti rami.

Sono le 42 parrocchie, missioni che i missionari della Consolata hanno fondato in cento anni, che mostrano il vigore delle loro radici e che manifestano la maturità umana e cristiana che hanno ricevuto dai loro fondatori.

Sono i 225 evangelizzatori, padri e fratelli, che dal 1925 a oggi hanno gettato il seme, coltivato l’albero, curato i vari rami e lasciato la loro impronta ovunque siano andati, attraverso la formazione, la promozione e l’inculturazione, generando così migliaia e migliaia di cristiani che oggi illuminano la Chiesa locale. I loro nomi sono incisi a lettere d’oro negli annali delle missioni che hanno fondato, delle scuole e centri di salute che hanno gestito, delle cappelle o dei centri catechistici che hanno costruito e, soprattutto, degli uomini e delle donne che hanno formato e valorizzato.

Treno in Mozambico anni ’30

Anche in Angola

La ragione della presenza dei missionari della Consolata in Mozambico è, e continuerà ad essere, l’evangelizzazione. Per questo la nostra opzione è quella di scegliere sempre di lavorare nelle situazioni maggiormente «ad gentes», lasciando al clero locale e ad altri missionari le missioni parrocchiali già consolidate.

Negli ultimi dieci anni, abbiamo consegnato dieci parrocchie alle diocesi e abbiamo ripreso l’evangelizzazione nelle zone più periferiche del Mozambico, nei distretti di Marávia e di Zumbo, nella diocesi di Tete. Ci siamo spinti anche in Angola, nelle diocesi di Viana, Caxito e Luena. Abbiamo creato quasi dal nulla cinque nuove parrocchie missionarie: Fingoè e Zumbo in Mozambico; Kapalanga, Funda e Luacano in Angola (per l’Imc, le missioni in questo secondo Paese, dipendono amministrativamente dal primo, ndr).

In alcune di queste regioni, in particolare nella diocesi di Tete (Mozambico) e nella diocesi di Luena (Angola), i missionari cattolici erano assenti da più di cinquant’anni, per cui l’evangelizzazione sta ripartendo quasi da zero. È un lavoro pastorale portato avanti senza mezzi, ma con grande vicinanza alla gente e tanta passione.

La celebrazione del centenario della presenza dei Missionari della Consolata in Mozambico e Angola coincide con altri due importanti eventi. Il Giubileo della speranza e il 50° anniversario dell’indipendenza nazionale di entrambi i Paesi (1975-2025). Nel contesto attuale, segnato da forti tensioni sociopolitiche e da una crisi economica e sociale (si veda articolo pagina 43), i Missionari della Consolata, oggi come in passato, devono essere testimoni di speranza e consolazione.

Mozambicani e angolani conoscono la sofferenza, il lutto e l’afflizione, ma non hanno mai permesso che la vendetta o la repressione fossero il criterio per regolare le relazioni umane, né che l’odio e la violenza avessero l’ultima parola. La ricerca di una pace e di una riconciliazione durature – una missione a cui tutti sono chiamati – richiede un lavoro duro, costante e senza compromessi, e necessita di un Paese più equo e inclusivo, verità e giustizia elettorali e opportunità per tutti, soprattutto per i più giovani. È un processo costante, in cui ogni nuova generazione è coinvolta e nessuno può essere escluso a causa delle proprie scelte politiche.

La cultura dell’incontro

Per questo, il percorso deve essere quello di una cultura dell’incontro: riconoscere l’altro, rispettare le differenze, rafforzare i legami, costruire ponti. In questo senso, è fondamentale mantenere viva la memoria come percorso che apre al futuro, che porta alla ricerca di obiettivi comuni, di valori condivisi, di idee che favoriscano il superamento di interessi settoriali, corporativi o di partito, affinché la ricchezza della nazione sia messa al servizio di tutti, soprattutto dei più poveri. Queste sono le basi di un futuro di speranza, le basi della pace e della riconciliazione.

Quello che viviamo è un tempo decisivo di scelte e di conversione. Tutti sono chiamati a partecipare e a dare il meglio di sé. In umiltà, generosità, integrità, altruismo. In nome del bene comune.

Come in passato, i Missionari della Consolata, pur essendo sempre meno numerosi in un territorio immenso e in due Paesi, dall’Atlantico all’Oceano Indiano, devono continuare a dare il loro umile contributo. Per farlo, devono saper osare e fare sempre meglio. I missionari sono l’avanguardia profetica della Chiesa, non hanno paura, non si rilassano. Il missionario innova, aprendo nuovi cammini per l’annuncio del Vangelo. Oggi, il grande rischio che corrono l’istituto e la Chiesa è l’autoreferenzialità: pensare a se stessi, alla propria sopravvivenza economica e istituzionale. Come ci ricordava papa Francesco, dobbiamo continuare a uscire, andare nei luoghi di prima evangelizzazione. Dobbiamo servire la Chiesa locale dove questa ancora non riesce a svolgere la sua missione per mancanza di risorse umane e materiali.

Inoltre, dobbiamo essere servitori della misericordia di Dio e della consolazione. Testimoniare la presenza di Dio anche tra le ferite di Mozambico e Angola. Dobbiamo guardare al futuro se vogliamo avere un avvenire, credere in ciò che siamo stati, in ciò che siamo e in ciò che saremo.

Diamantino Guapo Antunes

Missionari accampati vicino a un villaggio nella zona di Mandimba. Padre Calandri in piedi in mezzo alla gente, padre Amiotti seduto sotto la tenda.

Cronologia: Dall’indipendenza alla guerra civile

Prima del secolo XV. Il territorio dell’attuale Mozambico è abitato da popolazioni bantu provenienti dall’Africa centrale. Sulle coste gli arabi creano diversi sultanati e commerciano attraverso l’Oceano indiano. Diffondono l’islam nella regione.

Secoli XVI-XVII. I portoghesi arrivano sulle coste e vi costruiscono alcune fortezze (Sofala, e Ilha de Moçambique) nel tentativo di controllare le rotte verso l’Asia. Sono interessati a minerali preziosi, avorio e commercio degli schiavi. L’interno del territorio è percorso da avventurieri portoghesi senza controllo da parte del governo coloniale. Penetrano fino ai regni africani più interni per appropriarsi delle loro ricchezze.

Secolo XIX. L’attenzione degli europei si concentra sullo sfruttamento delle colonie africane. È un periodo di dispute tra il Portogallo e le altre potenze coloniali, in particolare la Gran Bretagna. Il primo vuole unire i territori mozambicani con quelli dell’Angola. Ma il progetto fallisce.

1891. Firma del trattato anglo-portoghese di divisione dei territori di quest’area. Per consolidare la sua presenza il Portogallo si fa più presente nell’interno e sottomette i regni africani.

1910. Con la proclamazione della Repubblica in Portogallo, in seguito alla rivoluzione, le leggi sulla colonia si fanno restrittive per le congregazioni religiose. Vengono nazionalizzati i loro beni e sciolte le comunità. Continua l’opera di occupazione dell’interno, che termina intorno al 1920. Aumenta lo sfruttamento e l’esportazione di prodotti come zucchero e sisal (agave), con incremento dello sfruttamento di mano d’opera locale.

1925, 30 ottobre. Arrivo dei primi missionari della Consolata. Prendono in consegna la missione di Miruru al confine con lo Zambia (2 marzo 1926).

1928, 20 maggio. Padre Pietro Calandri fonda la prima missione cattolica nel Niassa, Nossa Senhora Consolata, a Massangulo.

1960. Vari gruppi iniziano a organizzarsi per ribellarsi al governo coloniale. 

1963. I diversi gruppi indipendentisti si uniscono, sotto l’impulso di Eduardo Mondlane, nel Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico, di matrice marxista). Un anno più tardi inizia la guerriglia per l’indipendenza.

Prandelli P. Guerrino saltato su una mina sulla strada vicino a Esperança il 17 ottobre 1972, aveva 29 anni

1974. Un colpo di stato in Portogallo mette fine al governo di Salazar e Caetano.

1975, 25 giugno. Dopo un breve periodo di transizione, viene proclamata l’indipendenza della Repubblica popolare del Mozambico. Il primo presidente è il carismatico capo della ribellione Samora Machel. Il Mozambico appoggia le lotte d’indipendenza in Zimbabwe e Sudafrica.

1977. Nasce il movimento Renamo (Resistenza nazionale del Mozambico), composto da conservatori e dissidenti al regime. È finanziato prima da Rodhesia e poi dal Sudafrica, e sceglie la via della lotta armata. Inizia una sanguinosa guerra civile che contrappone la ribellione Renamo al governo Frelimo.

1978. Il governo del partito unico Frelimo considera la Chiesa un ostacolo alla trasformazione rivoluzionaria della società mozambicana. Le strutture ecclesiastiche sono nazionalizzate e clero e missionari hanno libertà limitate.

1992, 22 marzo. Ventitrè catechisti sono assassinati dai guerriglieri della Renamo al centro catechetico di Guiúa, gestito dai missionari della Consolata. Oggi è in corso la causa di beatificazione per martirio.

1992, 4 ottobre. Joaquim Chissano (governo) e Afonso Dhlakama (Renamo) firmaro a Roma l’accordo generale di pace. Il successo è dovuto anche alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Nelle successive elezioni il Frelimo mantiene il potere.

2017. Iniziano attentati di matrice islamista nella provincia di Cabo Delgado (Nord).

2024, ottobre. Elezioni presidenziali: viene dichiarato vincitore il candidato del Frelimo, Daniel Chapo.  Contestazioni e proteste in tutto il Paese, che sono represse, causando numerose vittime.

 Ma.B.

Granada Serna P. Ariel Colombiano, ucciso a Mecanhelas in Mozambico il 15 Febb 1991

O Niassa o niente

L’arrivo e I primi anni della Consolata in Mozambico

Questa è la storia di come un gruppo di missionari contribuirono a portare il Vangelo in una zona interna dell’Africa. Dei legami che si crearono, delle vicende personali. Di fede, coraggio e perseveranza. Non sempre le cose andarono per il meglio. Ma il seme attecchì.

Siamo a inizio 1925. La direzione generale dell’Istituto Missioni Consolata, della quale è ancora superiore Giuseppe Allamano, decide di tentare un’apertura in Mozambico. I missionari sono installati in Kenya (dal 1902), in Etiopia (dal 1916) e in Tanzania (dal 1919). Nello stesso blocco di Paesi, proseguendo verso Sud, c’è proprio il Mozambico e, in particolare la regione chiamata Niassa, il Nord del Paese. Qui non c’è alcuna presenza di missionari cattolici, ma solo di alcuni anglicani.

Monsignor Filippo Perlo, vice superiore (che diventerà superiore generale il 16 febbraio 1926, alla morte di Allamano), contatta il vescovo, monsignor Rafael de Assunção, per offrire la disponibilità all’invio di personale nel Niassa. L’intero Mozambico, sotto il governo coloniale portoghese, è una prelazia (entità pastorale che precede la diocesi).

Il vescovo accetta, ma non vuole italiani nel Niassa, bensì li invia nella regione di Zumbo (attuale provincia di Tete), all’estremo Ovest, al confine con lo Zambia. Qui indica la missione di san Pietro Claver a Miruru.

Purtroppo, il momento storico non è propizio. L’attività missionaria nella colonia è in crisi, gli ordini religiosi sono stati espulsi nel 1911. Inoltre, c’è nazionalismo, anticlericalismo, e rivalità tra il clero secolare e quello religioso.

Quel fatidico 30 ottobre

Il 29 agosto 1925 sono designati i primi otto missionari che dovranno tentare l’avventura. Cinque sono già in Kenya (Vittorio Sandrone, Giulio Peyrani, Pietro Calandri, Giovanni Chiomio e fratel Giuseppe Benedetto), e altri tre giungeranno dall’Italia (Lorenzo Sperta, Paolo Borello e il seminarista Secondo Ghiglia). Questi, partiti da Torino, ricevono il crocifisso dalle mani di Giuseppe Allamano. E sono gli ultimi ad avere tale privilegio.

Il gruppo si forma a Mombasa, dove i tre dall’Italia arrivano in nave attraversando il canale di Suez: la gioia d’incontrarsi è grande. Poi si procede via mare fino al porto di Beira, nella zona centrale del Mozambico, dove sbarca il 30 ottobre 1925. La distanza da percorrere via terra è enorme: oltre mille chilometri.

Padre Sperta si ammala e, accompagnato da padre Calandri, torna in Kenya. Gli altri sei procedono in convoglio fino a Chupanga dove passano il primo Natale in Mozambico. Il 28 dicembre partono con un battello per risalire il grande fiume Zambesi, fino alla città di Tete.

Il viaggio è complesso. È stagione secca, il che rende la navigazione difficoltosa. Arrivano a Tete il 10 di gennaio, poi, in cinque, continuano con un vecchio camion verso Miruru. Intanto, padre Peyrani si ferma a lavorare nella città.

La pista è stretta e sconnessa e comincia la stagione delle piogge. Il camion si blocca su una salita.

I cinque non sono molto distanti dalla missione di Boroma e la raggiungono a piedi. Lì si fermano circa un mese, anche per cercare portatori per proseguire con i bagagli. Da Boroma, infatti, si può procedere solo camminando, però mancano circa 400 chilometri alla destinazione. Partiti il 4 febbraio, si scontrano con pioggia, zanzare, fitta vegetazione, febbre, dissenteria. Giungono a Miruru il 2 marzo 1926.

Trovano la missione (fondata dai Gesuiti portoghesi nel 1881, espulsi nel 1910, passata ai Verbiti tedeschi che vengono cacciati nel 1915)  in uno stato di semi abbandono. Di 15 scuole-cappelle ne restano solo due. Intanto, padre Peyrani a Tete partecipa alla pastorale nella parrocchia di san Tiago Maior, lavorando nella formazione religiosa e scolastica della popolazione.

La cappella di Mandimba, con visita di autorità portoghesi

Obiettivo Niassa

Padre Calandri, che era andato in Kenya con padre Sperta, torna in Mozambico con padre Giuseppe Amiotti. Hanno la consegna di andare nel Niassa, ma il vescovo Rafael non dà loro il permesso, quindi il viaggio viene fatto con grande discrezione. Partono in convoglio il 22 giugno da Beira e vanno a Blantyre (Niassaland, attuale Malawi). Da lì in auto rientrano in Mozambico a Mandimba, città di frontiera nel Sud Ovest del Niassa. È il 4 luglio, e sono accolti dalle autorità locali portoghesi. Il giorno successivo celebrano la prima messa cattolica nella regione. Intanto, padre Chiomio, di stanza a Miruru, li raggiunge l’8 luglio. Ha coperto l’intera distanza a piedi.

I tre padri esplorano la regione del Niassa, piuttosto selvaggia, dove ci sono solo alcune missioni anglicane della University mission to central Africa, la più importante delle quali fondata nel 1882.

Niassa: P Calandri.

Padre Chiomio si separa dal gruppo, visita altre aree, poi raggiunse la costa per tornare in Kenya.

L’area è amministrata dalla «Compagnia del Niassa» una compagnia commerciale portoghese, presente ancora prima della colonia, mentre l’occupazione militare portoghese era avvenuta solo nel 1912.

Calandri e Amiotti montano un rudimentale campo nei pressi di Mandimba, e costruiscono una cappella in bambù: la prima chiesa cattolica nel Niassa (si veda la foto di copertina del dossier).

Il vescovo, però, viene a sapere che i missionari stanno operando senza il suo permesso, e ricorda loro di non averli autorizzati a entrare in quel territorio, imponendo loro di lasciarlo. Ma i nostri non demordono. Allora il vescovo toglie loro la possibilità di esercitare il ministero pastorale.

I due padri studiano la lingua locale e accolgono un gruppo di bambini meticci abbandonati. La decisione dell’istituto di entrare in Niassa senza permesso del vescovo crea difficoltà e ritarda la missione. Ha, inoltre, l’effetto di creare sfiducia del prelato nei confronti dell’Imc, e di aumentare l’opposizione di alcuni settori politici coloniali all’arrivo di missionari non portoghesi.

Nelle due realtà, missione di Miruru e accampamento di Mandimba, distanti circa 900 km, quasi senza strade, i missionari vogliono proseguire con il lavoro di evangelizzazione.

Il 18 settembre 1927 arrivano i primi rinforzi: padre Alfredo Ponti e un gruppo di missionarie della Consolata.

Via libera, dall’alto

Finalmente, nell’aprile 1928, dopo diversi contatti tra il vescovo e i superiori dell’istituto, si chiarisce la situazione, e monsignor de Assunção autorizza la fondazione di una missione nella zona di Mandimba. Padre Calandri si sposta più a Nord, a

Massangulo dove il 20 maggio fonda la prima missione cattolica del Niassa: Nostra Signora Consolata. È la regione del popolo Ayao.

Il territorio è selvaggio, ricoperto di foresta e abitato da leoni. Il missionario vive in una tenda e deve proteggere quattordici bambini che accoglie.

Il 31 dicembre 1928 arrivano fratel Guseppe Benedetto da Miruru, e padre Angelo Lunati dall’Italia con un gruppo di missionarie della Consolata.

Padre Amiotti ha ricevuto il gruppo a Porto Amélia (l’attuale Pemba) e lo ha condotto fino al Niassa.

Il contesto si rivela subito ostile all’evangelizzazione. La zona è in prevalenza musulmana, e i responsabili islamici temono di vedersi sottrarre fedeli, per cui minacciano chiunque si avvicini alla neonata parrocchia. I primi battezzati tra gli Ayao sono, infatti, alcuni orfani.

Nubi su Torino

Intanto l’Imc attraversa un periodo turbolento. Nel settembre del 1929, a Torino, il superiore generale, monsignor Filippo Perlo, pioniere della presenza in Kenya, deve lasciare il posto a un visitatore apostolico.

I nuovi superiori vorrebbero chiudere la presenza in Mozambico, ma padre Calandri si oppone fermamente. Riesce a negoziare la chiusura di Miruru, ma il mantenimento di Massangulo, ponte per l’evangelizzazione del Niassa. L’istituto lascia la provincia di Tete nell’ottobre 1930, e vi ritornerà solo nel 2013.

Viste le difficoltà nell’evangelizzazione, lo strumento scelto è quello dell’educazione. Vengono aperte scuole con collegio, per accogliere bambini anche da zone lontane.

Vi lavoravano i padri Lunati, Calandri, Amiotti e fratel Benedetto. Amiotti rientra in Italia nel maggio 1932. Padre Calandri è instancabile, ma anche tutti gli altri fanno miracoli.

Nel giugno 1933, a Torino si installa una nuova direzione generale. Il superiore è padre Gaudenzio Barlassina, il pioniere dell’Etiopia (cfr MC giugno 2023), e due consiglieri sono ex del Mozambico. Si dove decidere cosa fare della missione nel Niassa. Ma su questo, occorre interagire con il vescovo.

Calandri vuole spingersi a Est dai Macúa e a Nord dagli Anyanja. Queste sono popolazioni non islamizzate, e dunque più aperte ad accogliere l’evangelizzazione.

Il vescovo, monsignor de Assunção, continua a subire pressioni da settori nazionalisti della società coloniale portoghese e tarda a dare il permesso per nuove missioni.

Calandri allora, scrive direttamente a Propaganda fide, a Roma, spingendo per un’estensione dell’evangelizzazione del Niassa, e portando come argomentazioni la difficoltà del contesto di Massangulo e le ritrosie del vescovo. Anche i superiori a Torino, intanto, continuano i contatti con la Santa Sede, finché Barlassina ottiene rassicurazioni dal Segretario di stato vaticano. Poco tempo dopo, il vescovo viene trasferito a Capo Verde e sostituito da monsignor Teodosio Clemente de Gouveia.

Inaugurazione del ponte sul fiume Lugenda presso Mandimba nel Niassa

Il lavoro missionario

In questi anni il lavoro missionario è caratterizzato da un’intensa evangelizzazione. Il metodo consiste nella vista dei villaggi, la supervisione dei catechisti, la formazione dei catecumeni, l’assistenza ai sacramenti dei battezzati. Si dà priorità alla catechesi degli adulti.

Monsignor Diamantino Antunes, studioso della presenza Imc nel Paese, scriverà: «I primi missionari furono instancabili nella loro dedizione apostolica: sopportavano con tenacia le situazioni avverse, appresero le lingue (macúa, ciyao, cinyanja, xitshwa e cindau) stabilendo così un contatto diretto e continuo con la popolazione. Senza grandi metodologie pastorali, formarono una valida generazione di cristiani». E inoltre: «Nei diari e nelle relazioni inviate ai superiori è visibile l’esistenza di un forte sentimento di comunione tra le comunità cristiane, disperse nel territorio, e la missione».

Anno di grandi decisioni

Fatta la scelta di restare in Mozambico e, quindi, nel Niassa, si tratta di espandersi. La direzione generale decide di inviare il consigliere padre Vittorio Sandrone, con esperienza di Mozambico, nel Paese, per rendersi conto e pianificare le mosse da fare. Nell’agosto 1936 Sandrone prende possesso della missione di Massangulo. Allo stesso tempo, padre Calandri è richiamato in Italia, dove presenta ai superiori la situazione socio economica e religiosa del Niassa.

Sandrone cerca il consenso del nuovo vescovo per aprire missioni verso Mepanhira e il popolo Macúa.

È solo questione di tempo. A inizio 1938, padre Sandrone riceve la tanto agognata lettera da monsignor Gouveia, che lo incoraggia a perseguire l’attività nella regione. Ritorna alla direzione generale a Roma, e lascia padre Gabriele Quaglia come responsabile della futura espansione. A luglio viene aperta Mepanhira, da dove si assiste una vasta area, che comprende le attuali Mecanhelas e Cuamba. Il 7 di agosto il vescovo visita la missione di Massangulo e presenta a padre Quaglia le sue idee sull’evangelizzazione del Niassa. Adesso occorrono missionari.

Mandimba, 2 ottobre 1927, padre Calandri insegna in una prima scuola all’aperto

L’accordo con il Portogallo

Un passaggio storico importate avviene il 7 maggio 1940: il Portogallo, potenza coloniale, e la Santa sede, firmano un accordo per definire le relazioni tra Mozambico e Vaticano, in particolare l’attività missionaria.

Il territorio missionario, fino a questo momento unica prelazia del Mozambico, viene diviso in tre diocesi: Lourenço Marques (l’attuale Maputo), Beira e Nampula. Questo accordo apre anche il cammino per la presenza Imc in Portogallo, che sarà utile per formare i missionari da mandare in Mozambico, ma anche per trovare nuove vocazioni tra i portoghesi. Dopo i primi contatti nel 1940 con il Vaticano su questa possibilità, il 10 giugno 1943, il primo missionario della Consolata in Portogallo è padre Giovanni De Marchi, che si installa a Fatima, dove apre il seminario dell’istituto.

Nel 1940 la direzione generale nomina padre Domenico Ferrero superiore delegato per il Mozambico. Ferrero è arrivato alla missione di Massangulo l’11 dicembre del 1939 per sostituire padre Quaglia, superiore ad interim, dopo la partenza di Sandrone.

Nel giugno 1941 Ferrero spedisce alla segreteria di Stato Vaticano una relazione sulla situazione missionaria in Niassa: «Nella comunicazione – scriverà monsignor Diamantino – il padre mette in rilievo la dedizione dei missionari e dei catechisti, quanto la corrispondenza pronta e sincera della popolazione in determinate zone all’annuncio del Vangelo. In particolar modo dove l’influenza musulmana è meno forte».

Sono gli anni della Seconda guerra mondiale e le comunicazioni tra Mozambico e Torino si fanno difficili. Padre Sandrone, vice superiore generale, tiene i contatti epistolari con padre Ferrero.

Tra il 1938 e il 1939 sono arrivati nove nuovi missionari e tre suore, sbarcati a porto Amelia il 21 novembre 1939, a guerra già iniziata. Hanno poi percorso 800 km in camionetta per giungere a Massangulo. Tutti i missionari e le missionarie della Consolata non sono comunque sufficienti per le missioni che si vogliono aprire.

Tra il 1940 e 45 è impossibile mandare nuovo personale e quelli in Mozambico rimangono isolati.

Verso Sud

Nel giugno 1945 il cardinale Teodosio Clemente de Gouveia, in visita a Roma, si incontra con padre Gaudenzio Barlassina. È in quell’occasione che invita i missionari della Consolata a lavorare nella sua arcidiocesi di Lourenço Marques (Maputo). Una regione molto grande che unisce i distretti di Lourenço Marquez, Gaza e Inhambane. Il cardinale dice che non ha personale missionario sufficiente, e che «la penetrazione protestante è molto forte […] mentre la presenza cattolica è ridotta ad alcune scuole cappelle, molte delle quali in decadenza».

Padre Barlassina accetta confermando che l’istituto può assumersi la responsabilità dell’evangelizzazione nella parte Nord del distretto di Inhambane.

Subito undici missionari sono designati per il Mozambico, cinque dei quali per il Sud.

La direzione generale invia padre Gabriele Quaglia a Sud, che porta anche padre Giovanni Tolosano. I due vanno a Lourenço Marques a incontrare il vescovo, che nomina Quaglia responsabile dell’arcipretato di Vilankulo.

Per barca e poi in camionetta vanno verso Inhambane e si incontrano, il 2 di agosto, a Massinga con gli altri due padri appena giunti dal Portogallo.

Padre Quaglia scrive poi una lunga lettera al superiore generale, nella quale descrive il territorio e la popolazione. La realtà religiosa, culturale e socio economica è molto diversa da quella del Niassa, ponendo sfide differenti. L’evangelizzazione è legata alle scuole e a chi le frequenta. I cattolici, pochi, sono giovani, ma mancano le famiglie a supporto. Per questo la priorità pastorale deve essere la formazione di catechisti e l’apertura di cappelle, compito che si presenta difficile.

È così che, nel luglio 1946, questo gruppo di missionari fonda le missioni di Massinga e Nova Mambone. Nel 1947, un altro gruppo di missionari apre la missione di Mapinhane, che assiste la popolazione fino a Vilankulo, e nel 1948 Maimelane, fino ad arrivare alla periferia della capitale con la missione di Liqueleva.

Un nuovo territorio

Territorio arido, per mancanza di piogge e terra arenaria, è abitato da una diversità di etnie e composto da tre zone climatiche differenti: la costa, le colline dell’interno, la piana del rio Save.

La zona servita dalla Consolata si trova tra i due grandi poli missionari di Beira e Inhambane, gestiti dai Francescani. «Le enormi distanze – scriverà monsignor Diamantino -, le difficoltà di trasporto, il clima, la scarsità di personale missionario aveva impedito una efficace azione evangelizzatrice. Le visite dei padri alle missioni di frontiera erano rare e l’apostolato era fatto dai pochi catechisti delle scuole cappelle disperse sul territorio».

I protestanti sono presenti e ben organizzati. I cattolici sono pochi. La maggior parte della popolazione pratica religioni tradizionali.

I primi frutti della Consolata in quella zona sono lo sviluppo della missione di Mapinhane, il battesimo di alcuni catecumeni, l’ingresso di tre seminaristi di Massinga e l’apertura di scuole. I missionari studiano la lingua locale e preparano il catechismo portoghese-xitshwa.

Tuttavia l’apostolato nel sud è molto difficile. La popolazione adulta mostra indifferenza e quasi ostilità. Le visite nelle case sono difficili per la diffidenza. I cattolici vivono dispersi, lontano dalle missioni. La frequenza dei sacramenti è bassa. Gli stessi professori-catechisti talvolta mostrano disinteresse a partecipare agli incontri di formazione. L’opera di evangelizzazione si realizza quasi esclusivamente a scuola, ma ci sono pochi alunni e professori scarsi. Sono frequenti i cicloni che causano l’abbandono dei villaggi, la gente migra in città, ma anche in Sudafrica per lavorare nelle miniere. Le scuole restano quasi vuote. Nel marzo 1948 un ciclone nel Nord di Inhambane distrugge molte strutture delle missioni.

Scuola creata e gestita dai Missionari della Consolata nel Niassa

Cambio di generazione

Segue un periodo di grande diffusione dell’evangelizzazione con la nascita di nuove diocesi e di molte missioni. Si sviluppano le infrastrutture con chiese, scuole, collegi, ospedali, maternità e seminari.

Nel 1965 è ordinato il primo missionario della Consolata mozambicano, padre Amadio Dide.

Il 12 agosto del 1967 muore a 74 anni padre Pietro Calandri, pioniere dell’evangelizzazione del Niassa, mentre il 26 ottobre del 1973 è la volta di padre Domenico Ferrari, altra figura emblematica dell’Imc in Mozambico. Padre Gabriele Quaglia si è spento nel novembre 1956.

Periodo di guerre

Irrompe la guerra di liberazione, iniziata nel 1964, che porta all’indipendenza del Paese il 25 giugno 1975. È un periodo difficile, alcuni missionari sono accusati di connivenza con la ribellione ed espulsi.

Anche il governo di stampo marxista-leninista del Frelimo considera la Chiesa un ostacolo e vuole ridurla alla gestione del culto e controllare i suoi membri. Molte scuole, ospedali e altre opere diocesane sono confiscate e nazionalizzate. Alcuni missionari sono arrestati, espulsi, talvolta uccisi (come i padri Guerino Prandelli nel 1972 e Ariel Granada nel 1992).

Il Paese vive una cruenta guerra civile (1977-1992) che colpisce tutto il paese, causando insicurezza, sofferenza e distruzione. Al Frelimo al governo, si oppongono i guerriglieri della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana).

Anche la vita parrocchiale viene ridotta al minimo. Il nuovo apostolato è la presenza, la condivisione nella sofferenza, il martirio e la riconciliazione. La Chiesa emerge come forza in grado di dare speranza al cammino per la pace. La Conferenza episcopale chiede ufficialmente pace e riconciliazione alle parti in lotta. Il papa Giovanni Paolo II visita il paese nel 1988.

Il 4 ottobre 1992 viene firmata la pace a Roma. Un ruolo importante nella mediazione lo gioca la comunità di Sant’Egidio. Il Paese è da ricostruire, come infrastrutture e come popolazione. 

Marco Bello

Trasporto a mano attraverso il ponte del fiume Lugenda nel Niassa

Formare le coscienze

I Missionari della Consolata in Mozambico oggi

Dopo cento anni, gran parte del lavoro missionario è stato fatto. La presenza Imc si è ridotta, ma ha ancora un ruolo fondamentale. In un Paese di grandi fragilità, occorre «costruire» le persone.

Durante questi cento anni, il lavoro dell’Imc in Mozambico è stato importante. La Chiesa locale si è costituita tramite il lavoro dei missionari. Il missionario è colui che va, apre la strada e poi crea certe strutture ecclesiali. Una volta che c’è la Chiesa, si ritira e lascia al clero locale la responsabilità di continuare il lavoro, per andare in qualche altro posto. Noi missionari della Consolata abbiamo fatto questo, specialmente in Niassa e Inhamabane, due regioni che abbiamo evangelizzato da zero.

La nostra presenza ha creato la Chiesa locale. Oggi nel Niassa c’è un numero sufficiente di sacerdoti e abbiamo lasciato ai preti diocesani molte missioni.

In Niassa siamo presenti ancora in tre luoghi: Lichinga, il capoluogo, Massangulo, in mezzo ai musulmani, e a Maúa, missione di promozione umana ed evangelizzazione.

A Tete siamo presenti a Fingoé (non lontano dalla prima missione di Miruru del 1925), nella parrocchia di Tete (vedi MC maggio 2025) e a Ucanha.

A Inhamabane siamo rimasti con due presenze, abbiamo lasciato il centro catechetico di Guiúa (luogo del massacro dei catechisti nel 1992). Siamo a Vilankulo e a Nova Mambone, impegnati nella promozione umana, continuando l’attività di padre Marchiol nelle saline, e dando lavoro a un centinaio di famiglie.

Nel Sud siamo a Maputo in periferia, dove c’è la parrocchia di Liberdade, mentre in città gestiamo la parrocchia vicino alla casa provinciale e poi il seminario a Matola. Qui una ventina di ragazzi studiano (propedeutico e filosofia) per diventare missionari della Consolata.

Pensiamo, infatti, che sia molto importante che nella Chiesa locale ci sia anche una dimensione missionaria. Ovvero che la Chiesa non deve solo pensare a se stessa, ma che qualsiasi Chiesa «missionata» deve a sua volta diventare missionaria.

Oggi, noi missionari della Consolata nel Paese siamo in tutto 24, mentre qualche tempo fa erano un centinaio. Veniamo da varie parti del mondo, tra cui Portogallo, Italia, Brasile, Colombia e poi Kenya, Uganda e Tanzania, oltre a Mozambico.

Molti mozambicani sono in altri Paesi, missionari in Corea del Sud, Colombia, Brasile, Kenya, Italia e Portogallo.

Abbiamo tre vescovi che guidano la Chiesa locale. 

L’arcivescovo di Nampula, Inácio Saure che è anche l’attuale presidente della Conferenza episcopale; il vescovo ausiliare di Maputo, Osório

Citora Afonso, anche lui mozambicano; e il vescovo di Tete, Diamantino Guapo Antunes che è portoghese.

La missione oggi

Quest’anno ricorrono i 50 anni dall’indipendenza, conquistata dal partito Frelimo che è diventato il padrone del Mozambico. La situazione sociale non è migliorata, anzi, il Paese è attualmente nel bisogno, nonostante abbia molte risorse, sia come materie prime che come potenzialità naturalistiche. C’è una grande contraddizione, perché esiste un piccolo gruppo di straricchi, e il resto della popolazione che vive in una povertà vergognosa. Cinquant’anni di questo partito non sono riusciti a realizzare una giustizia sociale, a riequilibrare il potere economico e le possibilità delle persone.

La povertà non è diffusa solo nei villaggi, dove mancano i servizi essenziali, ma anche nelle periferie delle città, dove tanti giovani cercano di sopravvivere facendo qualsiasi lavoro, talvolta illegale.

è Un Paese sotto il domino dell’ingiustizia e della corruzione, con un popolo giovane senza futuro, perché chi finisce gli studi non ha possibilità di svolgere lavori se non quelli governativi. Le fabbriche sono tutte concentrate nella capitale. A Tete ci sono miniere del carbone che occupano molte persone.

La Chiesa ha ancora un ruolo di supplenza dello Stato, ad esempio per quello che concerne l’educazione di qualità. Infatti le scuole pubbliche hanno un livello molto basso. Quelle private sono buone ma costose. Ha, inoltre, un ruolo è di promozione umana, promozione della donna, educazione delle persone, formazione al lavoro; dimensioni che aiutano le persone ad avere un presente e un futuro.

Contadini al lavoro nelle campagna del Niassa

La bellezza del bene

La Chiesa ha un ruolo prioritario nella formazione delle persone e delle coscienze. Questo è molto importante in un Paese corroso dalla corruzione, dove tutto è denaro, tutto si compra, con una società che si sta sgretolando. È stato creato un colonialismo di partito, un popolo che ha paura, che è senza sogni.

Promuovere la bellezza del bene, della bontà, della fraternità, della giustizia sociale è parte della nostra missione, a tutti i costi.

La nostra catechesi, le nostre omelie la domenica, i nostri incontri di formazione sono importanti anche per questo.

I missionari devono essere consapevoli di questo ruolo. Siamo stranieri e, in quanto tali, non possiamo parlare molto. Dobbiamo essere prudenti in quello che diciamo perché altrimenti ci mandano a casa. Ma dobbiamo aiutare il clero locale e i catechisti ad avere coscienza del proprio ruolo profetico. Incoraggiare i pastori e gli animatori locali a guardare con gli occhi del Vangelo, al Regno di Dio. 

Dimensione missionaria

In Mozambico molti sono chiamati al sacerdozio e alla vita consacrata. I seminari sono pieni e talvolta manca il posto. È stato fatto un secondo seminario filosofico, a Nampula, in aggiunta a quello di Matola. Ogni anno vengono ordinati due o tre sacerdoti per ogni diocesi. Anche le congregazioni femminili sono numerose, alcune storiche, altre nuove che arrivano da fuori, in particolare dal Brasile. Anche l’Imc ha, ogni anno, dai tre ai cinque ragazzi che vanno in noviziato,  in Tanzania o in Kenya.

Il nostro compito è risvegliare anche nel clero locale la dimensione missionaria: che il sacerdote diocesano non pensi solo alla sua diocesi, ma guardi lontano, anche gli altri. Si tratta di una Chiesa giovane segnata da molte precarietà e necessità. Ad esempio Tete è una diocesi grande quanto tutto il Nord Italia, ma conta solo venti sacerdoti che non arrivano dappertutto.

L’importante è che, nella Chiesa mozambicana in crescita, aumenti questo impegno dell’ad gentes, e i nostri seminaristi missionari sono quelli che danno questa tonalità.

Sandro Faedi

Missionaria della Consolata in visita a una famiglia

Instabilità contagiosa

Il grande Paese sta vivendo molteplici crisi interne

Le recenti elezioni sono state contestate. Il partito al potere dall’indipendenza non vuole lasciare. E le proteste popolari hanno causato vittime. Intanto, al Nord, continua la guerra contro i gruppi armati. Con un alleato scomodo.

Come i tifoni che, periodicamente, colpiscono le coste, così la rivolta si è abbattuta sulla politica mozambicana. Una ventata che ha spazzato per mesi il Paese, portando instabilità, tensioni, morte. Al momento, è tornata la calma, ma la brace del malcontento continua a covare sotto la cenere e il fuoco potrebbe riaccendersi in qualsiasi momento.

Tutto è iniziato in autunno: il 9 ottobre 2024 si sono tenute le elezioni presidenziali. Il candidato del partito al governo (il Frelimo), Daniel Chapo, è stato dichiarato vincitore con il 65,2% dei voti. Tuttavia, l’opposizione, guidata da Venancio Mondlane, ha contestato i risultati, denunciando irregolarità nel processo elettorale. Queste contestazioni hanno portato a diffuse proteste nel Paese, che sono state represse violentemente dalle forze di sicurezza, causando numerose vittime.

Nonostante le tensioni, il 23 dicembre, il Consiglio costituzionale ha confermato la vittoria di Chapo e il suo insediamento è avvenuto il 15 gennaio. Le proteste post elettorali hanno avuto gravi conseguenze, con circa 300 morti nei tre mesi successivi alle elezioni. Fino a qui la cronaca, ma i fatti sono molto più complessi. A partire proprio dall’uomo nuovo, cioè Venancio Mondlane. Ex membro della Renamo, lo storico partito di opposizione mozambicana, Mondlane si è inizialmente candidato con una coalizione di piccoli partiti, chiamata Cad, la quale sarebbe stata poi esclusa, per cavilli formali, dalle elezioni legislative, lasciando, tuttavia, la candidatura presidenziale di Mondlane in piedi. «È stato a quel punto – spiega  Luca Bussotti, docente all’Università Tecnica del Mozambico – che Mondlane, ritrovatosi senza partito, si è associato a Podemos, ma senza mai farne parte. Oggi, le due strade si sono divise. Podemos è stato il primo partito a riconoscere la vittoria del Frelimo e di Chapo, prima e più della Renamo e dell’Mdm (Movimento democratico del Mozambico), mentre Mondlane ha continuato per la sua strada di opposizione a un esecutivo che ritiene illegittimo».

Popolo al potere

Le manifestazioni di oggi non sono però iniziate con la crisi post elettorale. Il movimento che si è formato, e che ha poi dato origine all’onda lunga capeggiata da Venancio Mondlane, «Povo no Poder», ha avuto inizio dopo la morte del rapper Azagaia, nel marzo 2023.

«Con la morte di Azagaia – continua Bussotti -, i suoi seguaci hanno perso quel timore che ha caratterizzato da sempre il rapporto fra cittadini e autorità in Mozambico, e sono usciti allo scoperto. Le elezioni comunali dell’ottobre del 2023 sono state una prova generale di quelle politiche di un anno dopo. Anche in quel caso, i partiti di opposizione, soprattutto Renamo, avevano conquistato molte amministrazioni, fra cui Maputo.

Tuttavia, i consueti brogli elettorali hanno consegnato quasi tutti i comuni al Frelimo e ai suoi candidati, ignorando la volontà popolare».

Una situazione che si è andata sommando a forti tensioni etniche che si sono accumulate negli anni del governo di Felipe Nyusi. «Sotto Nyusi – continua Bussotti – si è accentuata l’esclusione sistematica di fasce maggioritarie della popolazione, anche etnicizzando (a favore della minoranza Makonde) i privilegi economici e le opportunità di formazione e lavoro, restringendo sempre di più la sfera pubblica, con uno Stato al culmine della sua inefficienza».

Il Frelimo dall’indipendenza

Questi fenomeni hanno creato una miscela che ha fatto implodere il Paese, ma il Frelimo ha mantenuta salda la presa sul potere. Anche se è ormai difficile dire quale sia il seguito della formazione che governa il Mozambico dal giorno dell’indipendenza (1975). «Al di là del risultato delle ultime elezioni, evidentemente fraudolento, come la stessa Unione europea e il Consiglio costituzionale mozambicano hanno scritto nei rispettivi report – continua Bussotti -, quel che vediamo quotidianamente sono manifestazioni organizzate da Venancio Mondlane, che riscuotono sempre un enorme seguito, come non se ne vedeva dai tempi di Samora Machel o di Afonso Dhlakama, tanto per fare un paragone. È un governo completamente delegittimato, quello, appunto, del Frelimo, guidato da Daniel Chapo. Ciò che, per il momento (a partire dallo scrutinio dei voti) ha salvato il Frelimo è stato, da un lato, il controllo totale delle istituzioni di giustizia, a cominciare da quelle elettorali, e la fedeltà in primo luogo della polizia e, in parte, dell’esercito. Se uno di questi due elementi fosse venuto meno nel momento del conteggio dei voti, adesso staremmo a raccontare una storia diversa».

Il 23 marzo 2025, il presidente Chapo e Mondlane si sono incontrati per discutere su come riportare la stabilità nel Paese. Sebbene i dettagli specifici dei loro colloqui non siano stati resi pubblici, questo incontro è stato interpretato come un gesto distensivo volto a favorire il dialogo e la riconcilia- zione nazionale. «Si tratta sicuramente di un passo positivo per abbassare i toni, per cercare di contenere la crisi – osserva Marco Di Liddo, direttore di CeSi (Centro studi internazionali) -. Anche perché il Mozambico ha a che fare con una guerriglia di tipo islamista nel Nord e, quindi, non può permettersi che altre faglie di instabilità diventino più marcate. Però, c’è ancora distanza tra le parti e ci vorrà tempo affinché si arrivi a un contenuto politico e un piano di pace degno di questo nome, cioè applicabile».

Accampamento delle Missionarie della Consolata durante i loro spostamenti.

Jihadisti nel Nord

In Mozambico si trascina un’altra crisi, quella in corso nella Provincia settentrionale di Cabo Delgado dove, dal 2017, è in atto un conflitto tra le forze armate, sostenute da reparti dell’esercito ruandese, e i miliziani islamisti legati allo Stato islamico.

Cabo Delgado è una Provincia da sempre emarginata. La popolazione locale gode poco o nulla dell’enorme ricchezza di materie prime del suo territorio. Anche politicamente, la provincia non è coinvolta nelle decisioni che la riguardano. Ciò ha portato a una radicalizzazione dei gruppi islamisti che hanno sfruttato il malcontento locale per reclutare combattenti e promuovere la loro agenda. Il conflitto ha causato una grave crisi umanitaria, con centinaia di migliaia di sfollati e un impatto devastante sulle infrastrutture e sull’economia locale.

«Cabo Delgado – spiega Bussotti – è un’altra situazione complessa, niente affatto conclusa, e non legata esclusivamente al radicalismo islamico, ma che ha origine in conflitti etnici mai risolti, quali quello fra i Makonde (minoritari ma al governo), da un lato, e gli Amakhuwa (l’etnia più numerosa in Mozambico, ma quella più emarginata dai giochi che contano) e i Kimwani, questi ultimi musulmani».

Concorda Marco Di Liddo: «L’elemento religioso e il problema etnico sono due lati della stessa medaglia. È fuorviante pensare che l’insorgenza nel Nord del Mozambico sia solo un movimento islamista, essa affonda invece le sue radici in un malcontento profondo delle popolazioni locali che si sentono tradite dal Frelimo, perché le autorità hanno cacciato le famiglie dalle loro terre ancestrali per lo sfruttamento delle miniere, i pescatori hanno visto le loro attività ridotte a causa dell’industria estrattiva. Inoltre, la provincia ha infrastrutture (strade, ponti, uffici pubblici) insufficienti. Tutto ciò, messo insieme, crea una bomba a orologeria perfetta per quel tipo di narrativa politica, per quel proselitismo violento che è il fondamentalismo islamico».

Ingerenza ruandese

Le truppe ruandesi sono sempre più numerose, e la tendenza è che Paul Kagame, il presidente del Rwanda, mandi sempre più effettivi di agenzie private di sicurezza appartenenti a società controllate dal suo partito, piuttosto che militari dell’esercito ruandese. Il caso più emblematico è quello dell’Isco security (controllata della Crystal Venture), che ha firmato un contratto di esclusività con la Total per proteggere l’investimento sul gas ad Afungi. Un contratto che ammonta a venti miliardi di dollari.

L’alleanza tra Kigali e Maputo ha anche un forte impatto sui rapporti tra il Mozambico e il Rwanda. «Il Rwanda di Kagame sta avendo un forte ruolo nella crisi nell’Est del Congo – sottolinea Bussotti -. Ciò ha irritato la comunità degli Stati dell’Africa australe (Sadc) e, in particolare, il Sudafrica. Proprio Pretoria ha chiesto di interrompere l’asse privilegiato Maputo-Kigali, visto che Kagame sta finanziando un gruppo terrorista come quello dell’M23».

Oggi, a Cabo Delgado lo scenario che si sta delineando è a macchia di leopardo. Ci sono isole felici, dove si riversano i grandi investimenti delle multinazionali, come quello della Total ad Afungi, o della Montepuez Ruby Mining a Montepuez. Il resto del territorio è, invece, in balia delle scorribande della milizia jihadista, i cui membri principali sono i giovani Amakhuwa e Kimwani, in rotta con uno Stato che li ha emarginati da qualsiasi percorso inclusivo, da un po’ di tempo spalleggiati dall’Isis, che ha rivendicato diversi degli ultimi attacchi.

Questa instabilità può danneggiare fortemente l’Europa che, negli ultimi anni, è diventata un partner fondamentale per il Mozambico. «Se l’Europa non interviene per cercare di stabilizzare la situazione, la relazione rischia di liquefarsi – conclude Di Liddo -. L’assenza di un ruolo importante del vecchio continente potrebbe ingenerare nei mozambicani la percezione che gli europei si interessano al Mozambico soltanto per i giacimenti di gas, le pietre preziose, le materie prime critiche. Gli europei poi devono tenere presente che le crisi politiche mozambicane hanno sempre avuto forti ripercussioni sui Paesi vicini: Malawi, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe. Preservare la stabilità mozambicana significa quindi tutelare la stabilità dell’Africa australe. L’Europa però mi sembra più concentrata sulle crisi in Ucraina e in Medio Oriente. Questo, a mio avviso, è un errore strategico».

Enrico Casale

padre Amiotti incontra gruppo di persone mentre ancora in Kenya prima della partenza per il Mozambico

Hanno firmato il dossier

  • Diamantino Guapo Antunes
    Missionario della Consolata in Mozambico, è vescovo di Tete. Ha scritto «A semente caiu em terra boa», edizioni Missioni
    Consolata, 2003, sulla storia dell’Imc in Mozambico.
  • Sandro Faedi
    Missionario della Consolata, ha lavorato molti anni in Mozambico e Venezuela. Oggi è in missione a Fatima, in Portogallo.
  • Enrico Casale
    Giornalista, specialista di Africa e collaboratore di lunga data di MC.
  • Marco Bello
    Giornalista, direttore editoriale di MC.

Le foto del dossier provengono dall’Archivio fotografico Misssioni Consolata Torino (AfMC)), diverse sono di padre Amiotti




«Non cedere alla logica della paura»

«Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano», ci dice papa Francesco nel messaggio «Urbi et orbi» della domenica di Pasqua. L’ultimo suo messaggio, il testamento spirituale. E continua: «Davanti alla crudeltà dei conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità».

Un chiaro appello a «restare umani» in un tempo, il nostro, scosso di guerre e persecuzioni.

E nelle sue ultime parole all’umanità, papa Francesco cita quasi tutte le guerre e le zone in conflitto: l’Ucraina, la Terra Santa (parla di Israele e Palestina), il Libano, la Siria e lo Yemen. Ma anche l’Armenia e l’Azerbaigian, il popolo birmano. Poi, pone un’enfasi speciale sull’Africa: «Cristo Risorto, nostra speranza, conceda pace e conforto alle popolazioni africane vittime di violenze e conflitti, soprattutto nella Repubblica democratica del Congo, in Sudan, in Sud Sudan e sostenga quanti soffrono a causa delle tensioni nel Sahel, nel Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi laghi, come pure i cristiani che in molti luoghi non possono professare liberamente la loro fede».

Perché, continua papa Francesco con un passaggio che deve fare riflettere: «Nessuna pace e possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui». In quanti Paesi del mondo, magari non in conflitto aperto, queste libertà e diritti sono negati?

Il Papa sembra tirare le orecchie a molti dei nostri governanti, ma anche a settori industriali: «Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo», tendenza quest’ultima in atto, a partire dalla «civilissima» Europa.

Papa Francesco nel suo ultimo messaggio ha, come sempre, un approccio propositivo, e fa un richiamo, a quanti (pochi) hanno nelle loro mani il benessere, e sovente la vita, di moltitudini: «Faccio appello a tutti quanti nel mondo hanno responsabilità politiche a non cedere alla logica della paura che chiude, ma a usare le risorse a disposizione per aiutare i bisognosi, combattere la fame e favorire iniziative che promuovono lo sviluppo. Sono queste le “armi” della pace: quelle che costruiscono il futuro, invece di seminare morte!». È un’indicazione pratica che, se rispettata, ridurrebbe la conflittualità sull’intero pianeta.

Vogliamo ricordare papa Francesco come un sassolino lanciato in uno stagno: le onde generate si propagano da un punto in tutte le direzioni, andando molto lontano e durando a lungo nel tempo. Dobbiamo continuare a mettere in atto le sue indicazioni, ovunque.

Riportiamo qui, il ricordo a caldo del cardinale Giorgio Marengo, che ha avuto occasione di conoscere bene papa Francesco e di accoglierlo in una periferia del mondo, la Mongolia, e dal quale ci sentiamo rappresentati.

«Ci vorrà del tempo per capire fino in fondo la portata del pontificato di papa Francesco. Quello che mi sento di dire adesso è che vedevo incarnata in lui una profonda paternità, che ho sperimentato personalmente in varie occasioni. Mi sentivo attratto dalla sua libertà interiore e dal suo ascolto delle mozioni interiori dello Spirito Santo.

Per noi Missionari e Missionarie della Consolata – prosegue il cardinale Marengo -, papa Francesco è il Pontefice che ha canonizzato il nostro santo Fondatore e che ha dato un impulso missionario grandissimo alla vita e alle scelte della Chiesa. Con il suo magistero e con il suo esempio ha riportato la missione evangelizzatrice della Chiesa al centro della vita reale delle comunità».

Mentre scriviamo, il collegio cardinalizio elegge come successore di papa Francesco
il cardinale Robert Francis Prevost, che diventa papa Leone XIV. Un Papa nato negli Stati Uniti e missionario in Perù. L’incipit del suo discorso inaugurale al mondo è «La pace sia con voi!».

Marco Bello




Odissea Warao

La soluzione non è scappare. È una delle nostre debolezze.

I venezuelani fuggono dai nostri problemi irrisolti.

Del paese che abbiamo nel nostro paese finora. È vero che in alcune situazioni non è stato facile.




Il diplomatico dei Papi


La vita di un nunzio può essere avventurosa. L’ambasciatore del Papa si può trovare a vivere in passaggi fondamentali della storia. È successo al monsignore originario di Cuneo, uomo di rara intelligenza e sensibilità. Come ci racconta il suo biografo.

Monsignor Antonio Riberi è stato un diplomatico che ha svolto un ruolo importante sia nella Chiesa che nel mondo. È stato al servizio di quattro papi (Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI), e si è confrontato con il colonialismo inglese in Africa, con il comunismo in Cina e con la dittatura franchista in Spagna. Rimane però pressoché sconosciuto, non solo al grande pubblico, ma anche agli specialisti. Di lui si sa a malapena che è stato espulso da Mao Zedong.

Origini

I genitori, da Limone Piemonte in provincia di Cuneo, si sono trasferiti nel Principato di Monaco dove Antonio nasce il 15 giugno 1897. L’essere figlio di migranti lo aiuterà molto nella sua attività. Il migrante ha due patrie: quella che gli ha dato i natali che quella che gli dà il pane, quindi è portato ad apprezzare, ringraziare e valorizzare la seconda patria.

Inoltre, il Principato di Monaco è uno stato troppo piccolo per avere mire colonialiste, e abbastanza ricco, grazie al casinò e alle transazioni finanziarie, da non aver bisogno di adottare una politica colonialista. Monsignor Riberi è stato quindi meno condizionato dall’ideologia colonialista e, molto naturalmente, quando si troverà in Africa apprezzerà le religioni africane, così come in Cina valorizzerà la cultura locale.

Primi anni

I genitori sono molto impegnati nel lavoro e perciò lasciano il piccolo Antonio presso i nonni paterni a Limone.

Egli frequenta il seminario vescovile di Cuneo e il 29 giugno 1922 viene ordinato sacerdote. L’essersi formato a Cuneo, allora provincia giolittiana per definizione, dove sta nascendo la prima industrializzazione, gli permette di venire a contatto con le problematiche del mondo del lavoro e di coltivare una profonda sensibilità sociale che evidenzierà in seguito occupandosi delle missioni presso le miniere della regione del Copperbelt in Africa, della riforma agraria in Cina e del nuovo sindacalismo in Spagna. È inviato a Roma presso la Pontificia accademia ecclesiastica dove incontra Giovanni Battista Montini che diventerà suo amico e consigliere per tutta la vita.

Nel 1925 si laurea in Diritto canonico e, contemporaneamente, in Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. Dal 1925 al 1930 è segretario della Nunziatura in Bolivia. Si trasferisce poi a Dublino dove, fino al 1934, è segretario della Nunziatura di Dublino con il nunzio Paschal Robinson.

Al fianco di quest’ultimo il giovane diplomatico impara il mestiere: intrattenere buoni rapporti con il governo, non intervenire troppo nelle faccende interne della gerarchia ecclesiastica locale, aprire le porte a chiunque voglia portare il suo contributo, curare una rete di amici per poter sentire il polso della situazione, ascoltare, suggerire più che controllare i fratelli nell’episcopato.

In Irlanda monsignor Riberi conosce il vescovo Joseph Shanahan, religioso spiritano, missionario in Nigeria, e ne adotta il metodo: collaborazione con il governo coloniale, massima importanza alle scuole, formazione del clero locale, rispetto per le religioni indigene e per l’islam, liberazione delle donne.

Sull’isola Riberi conosce pure Frank Duff, fondatore della Legio Mariae che, secondo lui, coglie l’intima essenza dell’Azione cattolica e rinnova il fervore dei primi secoli del cristianesimo. Riberi la promuoverà come alternativa all’Azione cattolica tradizionale, anche perché quest’ultima è appena ai suoi inizi in Africa, mentre in Cina, dopo la guerra contro il Giappone e la guerra civile, non è più un movimento nazionale.

Missionari della Consolata con il vescovo Carlo Re e Monsignor Antonio Riberi, Delegato apostolico in Kenya.

Gli anni del Kenya

Nel 1935 monsignor Riberi è nominato Delegato apostolico per l’Africa inglese (Kenya, Uganda e Tanzania, ndr) con sede a Mombasa (Kenya). Il primo problema che il missionario incontra quando arriva in terra di missione è la necessità di comperare terreni per costruire la chiesa, la casa per i missionari, una falegnameria, un dispensario, una scuola, un lebbrosario. La missione deve essere tendenzialmente autosufficiente e, quindi, deve provvedere a tutte le spese. Deve quindi comperare altri terreni per piantagioni di caffè, cotone, tabacco da vendere sui mercati internazionali e ricavarne così un reddito adeguato. La terra appartiene al governo coloniale e monsignore Riberi consiglia ai missionari il modo migliore per impostare le pratiche burocratiche.

Un altro tema chiave sono le scuole, forse lo strumento migliore per l’evangelizzazione. Il governo inglese non istituisce un sistema scolastico proprio, ma contribuisce con sussidi alle scuole delle missioni. Però vuole scuole per pochi futuri funzionari del livello più basso dell’amministrazione, perché teme il formarsi di un’élite culturale. Le missioni invece cercano di fornire istruzione possibilmente a tutti.

Il governo coloniale, inoltre, non desidera che il diploma di scuola secondaria dia accesso alle università inglesi, perché questo favorirebbe un cambio di mentalità negli africani e li renderebbe potenziali oppositori politici. Riberi si batte per fare sì che questo avvenga, anzi, propone a tutti gli istituti missionari di comperare una casa a Londra per inviarvi i migliori studenti.  Un altro punto di divergenza sono i programmi scolastici che dovrebbero essere solo di tipo tecnico amministrativo escludendo la dimensione catechetico-religiosa.

Nonostante questi problemi, il Delegato apostolico riesce a garantire i finanziamenti senza grosse difficoltà.

Il clero locale

Il problema cruciale per la giovane chiesa keniana è la formazione del clero locale. Il capolavoro di monsignor Riberi è la consacrazione del primo vescovo africano dei tempi moderni, il 29 ottobre 1939: l’ugandese Joseph Kiwanuka. La decisione di consacrare vescovo un sacerdote africano non è facile. I missionari stranieri, e gli stessi confratelli africani, seppure in teoria d’accordo nell’inculturare la Chiesa, pensano che non sia ancora giunto il momento di affidare al clero locale una diocesi. Pensano ancora a una chiesa africana con leadership europea strutturata secondo il modello occidentale. I preti africani sono considerati di seconda classe, nonostante le pressanti sollecitazioni da Roma per un trattamento paritario tra clero missionario e clero locale.

Dal 1938, i venti di guerra costringono Antonio Riberi a riorganizzare le missioni. Elabora un piano per assicurare che esse possano continuare il lavoro, ma il 6 agosto 1940, il ministro degli Esteri inglese chiede al Papa di richiamarlo, in quanto italiano e quindi di nazionalità nemica.

Dal 12 novembre 1941 all’8 giugno 1946 monsignor Riberi lavora presso la Pontificia commissione soccorsi.

Mons Riberi Delegato Apostolico in visita al Vicariato di Nyeri, Kenya

Nella Cina nazionalista

Quando Riberi è nominato internunzio in Cina presso il governo del presidente Chiang Kai-sek, al suo arrivo il giornalista che lo intervista si meraviglia della sua conoscenza della lingua cinese.

I rapporti con il presidente della Repubblica di Cina non sono facili. Per il monsignore sono fondamentali alcune riforme, in particolare quella agraria. Poi sottolinea anche l’importanza di applicare la Costituzione appena approvata, ma Chiang è di tutt’altro parere.

Il Papa ha appena istituito la gerarchia ecclesiastica cinese. Il primo compito dell’internunzio è, quindi, di intronizzare i vescovi nelle loro diocesi. È un’impresa complicata data la guerra civile in corso che costringe a continui cambiamenti di programmi per l’impraticabilità delle comunicazioni.

Monsignor Riberi vuole dotare la gerarchia di uno strumento che permetta di dare unità d’azione alle diocesi cinesi poiché vi operano molteplici istituti missionari di nazionalità diverse, con teologie, pratiche di apostolato e sensibilità diverse, e istituisce il Catholic central
bureau. In esso un ruolo fondamentale è svolto dal dipartimento legale. Parte delle proprietà delle missioni cattoliche cinesi non è legalmente riconosciuta, motivo per cui l’internunzio deve regolarizzare i contratti per evitare che i terreni vengano messi all’asta e quindi manchino alle missioni le risorse necessarie.

La Cina comunista

Il 21 aprile 1949 le truppe comuniste entrano nella capitale Nanchino. Da quel momento gli ambasciatori non sono più riconosciuti. Di conseguenza non godono più dei privilegi diplomatici. Ogni ambasciatore cerca di lasciare la Cina e rientrare in patria. Monsignor Riberi invece rimane, e tenta di incontrare i dirigenti comunisti per garantire alla Chiesa la possibilità di continuare la sua attività. Chiede alla Santa Sede di riconoscere il governo comunista, ma essa non ritiene opportuno compiere tale passo.

Nel novembre 1950 viene pubblicato il manifesto di Guangyang e qualche mese dopo quello di Chongqing. In essi si afferma che la Chiesa deve rompere ogni relazione con i paesi imperialisti e praticare le tre autonomie: deve essere autonoma dal punto di vista finanziario, amministrativo e apostolico. Ciò implica tagliare i ponti con la Santa Sede. Ma una Chiesa nazionale cinese indipendente non sarebbe più in unione con il Papa e tutta la Chiesa.

Il 17 gennaio del 1951, un gruppo di cattolici, tra cui il segretario di Riberi, incontra Zhou Enlai (numero due della rivoluzione) per discutere la questione delle tre autonomie. Si cerca un accordo, vengono redatte tre bozze, ma nessuna è considerata soddisfacente.

Nell’aprile 1951 inizia una violenta campagna stampa contro lo stesso Riberi. Il 26 giugno viene messo agli arresti domiciliari e sottoposto a interrogatori di 10-12 ore consecutive.
Il 4 settembre è espulso dalla Cina, accusato di essere un alleato di Chiang Kai-sek, di aver organizzato la lotta contro i comunisti, di aver promosso l’organizzazione reazionaria della Legio Mariae. L’8 settembre arriva a Hong Kong. Vi rimane fino al 24 ottobre 1952, quando si trasferisce a Taiwan dove resta fino al 1959.

il cardinale Antonio Riberi a Roma nel 1967.

Ritorno in Europa

Il 31 agosto 1959 Riberi torna a Dublino in qualità di nunzio e vi rimane fino al maggio 1962. È un periodo breve. Non ha la possibilità di incidere molto su quella Chiesa, ma la prepara per il Concilio Vaticano II.

Il 9 giugno 1962 è nunzio a Madrid. Il problema principale da risolvere in Spagna è l’adeguamento del Concordato del 1953 alle direttive del Concilio Vaticano II, per superare il nazionalcattolicesimo. Con molta gradualità monsignor Riberi favorisce il rinnovamento dell’episcopato, sia dal punto di vista anagrafico che teologico. Alla Chiesa interessa soprattutto garantire la libertà religiosa che viene assicurata con la legge approvata il 24 febbraio 1967, e abolire il «privilegio di presentazione». Dopo la scoperta delle Americhe il Papa aveva concesso la facoltà di scegliere i vescovi all’imperatore portoghese e a quello spagnolo. Francisco Franco lo aveva ereditato e poteva presentare alla Santa Sede una terna di nomi tra cui scegliere un nuovo vescovo. Tale privilegio sarà abolito il 19 agosto 1976.

Il 4 luglio 1967 Riberi riceve la berretta cardinalizia da Francisco Franco, secondo il privilegio che spettava al capo di Stato spagnolo. Quando ritorna a Roma, si diffondono voci sulla sua candidatura alla Segreteria di Stato, ma improvvisamente muore il 16 dicembre.

I funerali solenni sono celebrati nella cattedrale di Cuneo dall’arcivescovo di Torino, monsignor Michele Pellegrino, assistito dai vescovi di Cuneo, Fossano, Mondovì e Saluzzo. Sono presenti le massime autorità e una folla immensa.

Giovanni Giorgio Demaria




Egitto. La storia sfrattata


Il Cairo è una megalopoli. Racchiude in sé quartieri storici molto particolari. Le autorità vogliono renderla moderna, nello stile delle città del Golfo. Molti antichi luoghi andranno presto perduti.

Il Cairo, megalopoli tra le più grandi del mondo, con una stima, difficile da verificare, di oltre dieci milioni di abitanti, è crocevia di terra e acqua, grazie al poderoso Nilo che la attraversa.

Fondata da Jawhar al Siqilli, di origine siciliana, verso la fine del primo millennio, nemmeno Il Cairo poteva resistere ai grandi cambiamenti urbanistici in atto in molte città in tutto il mondo. Nel nome della globalizzazione urbanistica, che favorisce cemento e speculazione, vengono sacrificate identità strutturali e architettoniche che hanno reso unici alcuni luoghi.

E così il Nilo viene ingabbiato in sponde di cemento unite da passerelle a pagamento, e le sue rive, spesso ormai invisibili, sono invase da locali alla moda e alti palazzi, in vetro e cemento. Alla vista di chi passeggia spariranno le sue belle acque cangianti e il loro lento fluire, così come gli orti e i giardini rigogliosi sulle sue rive, mentre sono già scomparse, quasi totalmente, le sue eleganti case sull’acqua: le «awamat».

Queste sono antiche houseboats, costruite nell’Ottocento, e narrano parte della storia cairota. Erano usate dai pascià per incontri clandestini, e negli anni Venti per riunioni governative. Erano abitate da personaggi illustri come la diva del cinema egiziano Munira al Mahdiyya.

Anche la letteratura le ricorda nelle pagine di Nagib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura nel 1988. Erano duecento, colorate, con ricami architettonici come pizzi. Adesso ne sono rimaste solo venti, ma perderanno il loro uso come abitazioni, perché diventeranno bar e ristoranti. Nonostante le proteste degli anziani abitanti, ormai sradicati, e dei comitati cittadini.

tombe alla «città dei morti» al Cairo

La città dei morti

Il Cairo è anche tante altre città. Passiamo attraverso el Mosky, infinito e caotico mercato amatissimo dai cairoti. Visitiamo poi la moschea di al Azhar, dove ha sede l’università islamica punto di riferimento dottrinale per l’islam sunnita. Attraversiamo Khan al Khalili, il più antico bazar del mondo, che assomiglia a quello delle «Mille e una notte». Arriviamo all’immensa «città dei morti»: al Qarafah.

Qui, alla fine del XIV secolo, i ricchi sultani mamelucchi cercarono l’eternità, fuori dalle mura della città di allora, costruendo mausolei con cupole e minareti scolpiti che sfiorano il cielo. La morte e la vita in questo luogo sembrano non avere confini. C’è un movimento continuo di uomini, cose e animali. Tra le antichissime costruzioni funerarie, dove la sabbia del deserto si mischia con la polvere di chi non c’è più, troviamo incroci, piccoli negozi, meccanici, artigiani e animate caffetterie nelle quali si fuma il narghilè, la pipa ad acqua. Quasi ogni tomba, specie quelle più maestose, ha i suoi inquilini che vivono, senza timori, accanto ai loro morti o custodiscono quelli di altri. E così, alla storia dei defunti si somma quella dei vivi che abitano le sepolture.

Interno di un cortile nella «città dei morti» dove ogni giorno vengono letti passi del Corano

Uomini e lapidi

Donne rimaste sole con i figli, o famiglie in condizioni disagiate, curano questi luoghi come fossero le loro case e conservano la memoria dei trapassati. Questi custodi assicurano ai morti una sorta di eternità, narrando la loro vita a chi passa. Nessuno qui scompare nel silenzio. Lapidi e uomini raccontano storie: come il custode della tomba del calzolaio del re Farouk. La sua famiglia la custodisce da generazioni e poi la passerà al figlio.

Una donna ancora giovane ci apre le porte della sua tomba-casa. È un tripudio di colori: pareti arcobaleno, mobili semplici nella cucina. La cameretta della figlia adolescente, Aisha, con pupazzi e fiori affrescati sui muri. Lei ha la mano d’artista e da grande vorrebbe fare la pittrice. Forse questo ambiente le dà la possibilità di inseguire il suo sogno.

Non lontano, un’altra famiglia custode ci mostra un salotto tra urne e damascato, dove ci si incontra per il tè, a chiacchierare e guardare la televisione.

Poi, cosa più unica che rara negli spazi ristretti di questa grande città ad alta densità abitativa, la tomba si apre su un immenso giardino sacro. Ricco di vecchi gelsi, che donano ombra a chi non c’è più, e che riecheggiano dei ricordi degli attuali custodi, qui da generazioni, quando erano bambini.

Questa visione dell’aldilà non sembra intimorire il Governo egiziano che, sotto un’altra ottica, sembra deciso a far scomparire anche questo luogo ricco di arte funeraria e di spiritualità a favore di cemento e nuove architetture. Via i morti, che verranno spostati lontano nel deserto, e via chi li veglia, persone che non conoscono il loro destino. Anche per loro sarà un po’ come morire. Guardando la bellezza di questo luogo così ricco di fascino è impossibile pensare di ritornarvi in futuro e non trovarlo più.

una donna all’ingresso di casa sua, ricavata da un’antica tomba di famiglia

Garbage city

Altri luoghi, che fanno la storia di questa città, e contribuiscono all’economia della nazione, sono fortemente in pericolo e a rischio delocalizzazione. Ad esempio, la «Città della spazzatura» (Garbage city), detta anche «città degli zabaleen».

Questo grande insediamento nacque nei primi del Novecento sotto il monte Moqattam a opera di minoranze cristiane copte, provenienti dalle zone desertiche occidentali e, successivamente, dalle regioni rurali del medio Egitto. Qui si raccolgono e si riciclano ogni giorno tonnellate di spazzatura che circa 30mila tra uomini, donne e bambini, chiamati zabaleen (ovvero netturbini, ndr), raccolgono incessantemente.

Strutturata come una piccola città ai margini del Cairo, è dotata di strade, negozi, scuole, chiese e abitazioni. Tutto circondato, riempito e soffocato da tonnellate di spazzatura ordinata, suddivisa, imballata, innalzata e trasportata. Oppure lavorata direttamente sul posto.

È un luogo che appare caotico, sporco, maleodorante, ma che ha la precisione di un formicaio. Ovunque vediamo immagini di santi e Madonne e svettano croci luminose, a indicare l’appartenenza religiosa. Fieri di essere cristiani, anche se sepolti dalla spazzatura. Pure qui si è avvolti dalla polvere del deserto e da quella dei rifiuti che nessuno sembra volere, se non gli zabaleen.

Quel vento ammorbato da un odore a tratti insopportabile e il caos umano e frenetico che confonde la vista, sono il motore di un’economia che crea un indotto importante: il business dell’immondizia. Si valuta che vengano recuperate tremila tonnellate di rifiuti al giorno, portate ad aziende che impiegano molti dipendenti per il loro trattamento.

Una donna nella “citta degli zeebelin” lavora a separare rifiuti

Salute a rischio

Una ragazza con guanti di gomma, con un elegante abito in velluto rosso, immersa nella spazzatura al pianterreno di casa sua, ci racconta che quella è la sua vita e che i rifiuti le servono per mantenere la famiglia. Non le dispiace questo lavoro, collabora con il marito, pure lui raccoglitore d’immondizia.

Ci mostra la casa, orgogliosa ci fa notare che i rifiuti sono chiusi fuori. Dentro tutto è a posto ma all’esterno si è prigionieri di quello che il resto del mondo butta via. Sorride e continua a dividere la plastica dalla stoffa, i fili dal ferro.

Un problema importante è che qui si mette a rischio la salute, perché molti dei materiali trattati sono fortemente nocivi e le condizioni precarie di questi lavoratori li espongono a infezioni anche gravi. «È la storia che si ripete, per vivere dobbiamo adattarci a condizioni che non tutelano diritti e non danno protezioni», confessano alcuni giovani. «E allora non resta che sperare e pregare».

Infatti, alla fine della giornata, molti di loro salgono al monastero di Saint Simon, chiesa scavata nella roccia a due passi dalla spazzatura. Fondata da padre Saman, immortalato in ogni dove a Garbage city. È un luogo di grande devozione ma anche di respiro.

Cosa resterà di queste realtà, anche difficili, se si deciderà di farle scomparire? Rimarranno i ricordi delle identità perdute degli zabaleen, della città dei morti, delle hoseboats. Poi i ricordi sfumeranno, e non si riconoscerà più la peculiarità di luoghi che oggi sono unici. Tutto sembra doversi trasformare in grattacieli, luoghi esclusivi, città smart, facendo sparire il lento incedere del Nilo e dei suoi abitanti.

Diceva Nagib Mahfuz: «In realtà, l’unica patria possibile è quella dei ricordi. Belli o brutti, sono come noi li vogliamo».

Donatella Murè

Pre lavorazione della plastica




(La Chiesa è) Un salone di bellezza


Il missionario prima o poi deve partire. E lasciare così la sua gente. Ma si porterà nel cuore mille storie. Padre Sandro è appena rientrato dal Mozambico, dove ha costruito una chiesa e, soprattutto, una comunità. Lo abbiamo incontrato.

Padre Sandro Faedi cammina veloce. Parla veloce. Agisce. È un uomo operativo, oltre che di grande intelletto. Ma è anche un organizzatore nato. Missionario della Consolata dal 1967, è tornato in missione in Mozambico nel 2013 dopo una prima esperienza tra il 1998 e il 2008. Prima ancora era stato missionario in Venezuela dal ‘74 al ‘98.

Negli ultimi quattro anni della sua presenza nel Paese lusofono ha lavorato a Tete, capoluogo dell’omonima provincia, nel Nord Ovest, con il vescovo, monsignor Diamantino Guapo Antunes, anch’egli missionario della Consolata.

Tete è una città di 450mila abitanti, fondata dai portoghesi nel XVIII secolo a ridosso del grande fiume Zambesi. All’inizio degli anni duemila fu scoperta una miniera di carbone a Moatize, a circa 20 chilometri. Da allora aspiranti minatori sono arrivati dalla provincia e da tutto il Mozambico, per lavorarci.

La chiesa in cosruzione

Un nuovo quartiere

La parte destra del fiume che era pietrosa e, in parte, selva, è stata occupata dai nuovi arrivati dove è cresciuto un quartiere che conta oggi 150mila abitanti, e continua a espandersi.

Diverse imprese multinazionali stanno sfruttando il carbone della miniera. Inizialmente sono state Rio Tinto, Vale, adesso è Vindal, un consorzio indiano. Intanto, il prezzo del carbone è sceso e, inoltre, la qualità del sito non è quella sperata.

Dalla miniera, i treni portano il materiale al porto di Beira, e da qui, via nave, raggiunge l’India, dove è usato in prevalenza nelle acciaierie.

«Intorno al 2010 c’è stato un boom di arrivi – ci dice padre Sandro che incontriamo nella Casa madre dei Missionari della Consolata – seguito poi da una diminuzione. Molti avevano iniziato a lavorare e si erano costruiti una casetta di mattoni. Poi sono rimasti senza lavoro.

In questa vasta area c’era una parrocchia dedicata ai Martiri d’Uganda, e tenuta dai missionari Comboniani. Questi avevano costruito varie cappelle nel quartiere. Una, in particolare, era intitolata a san Daniele Comboni. Ogni tanto i padri celebravano messa in queste cappelle interne».

Ricorda padre Sandro: «Monsignor Diamantino ha avuto l’idea di farne una parrocchia e ha chiesto a me di seguirne la fondazione.

Ho subito pensato che la zona fosse a mia misura perché sono vecchio, e non si tratta di quelle parrocchie africane disperse su territori enormi. È concentrata, ha circa 50mila abitanti, una casa a ridosso dell’altra, in una zona pietrosa. Questo, tra l’altro, rende problematico lo scolo dell’acqua. Si trattava di un quartiere piuttosto povero e avrei dovuto aiutare a costruire la comunità».

«Padre, facciamo la chiesa»

Padre Sandro prende in mano la parrocchia proprio quando inizia la pandemia da coronavirus. La comunità aveva a disposizione solo una piccola cappella, venti metri per dieci.

«La domenica la cappella si riempiva. Poi si è sparsa la voce della presenza di un prete, e arrivava sempre più gente. Allora abbiamo iniziato a celebrare la messa sotto un grande baobab. Intanto le scuole erano chiuse e io ho approfittato per visitare tutte le famiglie. Con due animatori, armati di mascherina, andavamo casa per casa. Sono piccole abitazioni, la gente vive fuori: la fontana è all’esterno, così come la cucina. Mi sono fatto conoscere».

«La gente ha cominciato a dire: “Padre cosa facciamo? Non ci stiamo in questa chiesa. Quando finisce il coronavirus facciamo una chiesa nuova”. Intanto, dentro la cappella pioveva.

Abbiamo fatto il disegno, con il vescovo. Io volevo una chiesa rotonda, senza colonne nel mezzo, per vedere la gente, e affinché loro vedessero il celebrante. Doveva essere capiente, almeno per cinque o seicento persone».

Dopo quasi due anni di lavoro, la nuova chiesa, una costruzione di 1.100 metri quadrati, rotonda con un diametro di 38 metri, era pronta. E al suo interno stavano comodamente 850 sedie di plastica.

la chiesa piena di fedeli durante un giorno di festa.

Una grande partecipazione

Il missionario ci spiega come ha finanziato l’opera. «Iniziai a dire alla gente: “Di chi è la chiesa? Di padre Sandro, che poi, quando partirà, prenderà mattone su mattone e se la porta via?”. Rispondevano: “No padre non è così”. Allora abbiamo creato alcune commissioni, e abbiamo deciso che ogni famiglia si tassasse con 500 meticais al mese (circa 7,5 euro all’epoca, ndr). Chi poteva li dava, chi poteva darne di più meglio. Ogni mese raccoglievamo».

Padre Sandro diceva ai suoi parrocchiani: «Così domani potrete dire ai vostri figli: la chiesa l’ho fatta io, perché ogni mese ho contribuito».

I soldi raccolti non sono bastati a pagare la costruzione, anche se contribuirono quasi al 18%. Gli altri fondi sono stati trovati presso amici, finanziatori vari e la Santa Sede.

«Ho visto pagine molto belle. Persone che, con sacrificio, hanno partecipato.

Appena cominciata la costruzione, arriva una signora anziana, con i piedi e le mani gonfie. Avevo già pensato di darle qualcosa per aiutarla. Invece mi dice: “Anche io vorrei contribuire per la chiesa”, e mi consegna 500 meticais.

Un’altra signora che compiva 80 anni mi dice: “Padre Sandro, i miei figli vivono tutti a Maputo. Mi hanno chiesto che regalo volessi. Datemi i soldi, ho detto loro. Per che cosa? Per la chiesa. 20mila meticais, 300 euro. Il salario minimo mensile sono settemila.

Un altro: “Padre ho risparmiato 40mila per la mia vita, ma chiedo perdono al Signore, e li do alla chiesa”. Tra i ricchi ricordo solo un indiano, che mi ha donato 200 sacchi di cemento. Oltre a tante altre storie, che io non conosco, di persone che hanno dato, con generosità. Così abbiamo fatto la chiesa».

il coro Comboni durante una performance nella nuova chiesa parrocchiale.

Costruire la comunità

«Mentre costruivamo la chiesa in muratura, dovevamo fare la Chiesa delle persone, la cosa più importante».

Padre Sandro è soddisfatto quando racconta di questa esperienza. Parla di una comunità cristiana molto viva. «Ho organizzato la parrocchia in tre grosse comunità. Ognuna di esse costituita da nuclei (gruppi) di famiglie, con un piccolo spazio dove si riuniscono una volta al mese per la vita del gruppo e la catechesi».

I giovani non facevano parte nel nucleo. In esso si riunivano le persone adulte, i genitori. «In parallelo, abbiamo creato il gruppo giovanile, composto di una sessantina di persone, dei quali più di trenta adolescenti. Poi c’è il gruppo degli accoliti. Questi sono i ragazzi dal battesimo ai 22 anni. Si tratta di un cammino di formazione, una vita di gruppo tra di loro».

E ancora: «Poi abbiamo 36 catechisti, ed è prevista una formazione anche per loro».

Altri gruppi della parrocchia sono la Legio Mariae e l’Apostolato della preghiera. «Il primo è un po’ esigente – continua padre Sandro -, vogliono che le coppie siano sposate in chiesa. Perché poi devono essere apostoli. Nel secondo c’è la famiglia allargata: venite come siete. Molte signore e signori».

La messa della domenica dura due ore e mezza, anche tre. Ci sono infatti sempre feste che allungano la funzione. Inoltre, è molto partecipata.

«Perché tre comunità?», chiediamo a padre Sandro. «Sono tre per ragioni di territorio. È più facile, per le persone, ritrovarsi. Ogni comunità ha due donne come animatrici e un animatore, e poi un consiglio. Per tutte le questioni relative ai membri della comunità, sono interpellati loro, che conoscono le persone e il territorio. Se qualcuno si vuole sposare, o battezzare il figlio, il nucleo conosce e valuta la situazione. Così come se c’è qualche necessità particolare, è segnalata al nucleo che, se è il caso, ne parla anche al parroco. Ad esempio, se c’è un malato da visitare».

Nella parrocchia è attiva anche la Caritas, che fa distribuzione di alimenti ogni mese. Il cibo è raccolto dalla stessa gente. I bisognosi sono indicati dal nucleo delle comunità, che li ha visitati a casa, e ha verificato le necessità.

padre Sandro con il vescovo di Tete, monsignor Diamantino Guapo Antunes

Un’organizzazione di persone

Ogni comunità è, dunque, composta da nuclei, e le persone del nucleo fanno capo al responsabile di comunità, che poi riferisce al consiglio parrocchiale. Il sistema pare molto strutturato.

«C’è poi la “vice parroca” – continua padre Sandro -. Io dico la messa, animo, da dietro, ma la macchina va avanti grazie a lei. Questa signora è una vedova, insegnante in pensione, figlia di catechisti. Conosce bene il suo ruolo e il mio ruolo. Lei era già animatrice quando sono arrivato io, poi abbiamo fatto le elezioni due volte, ed è sempre stata rieletta.

Quando ci sono problemi, io sono sempre uno straniero, la lingua la conosco poco. Lei va e cerca di risolvere. Devo dire che in questo quartiere ho trovato persone che avevano già un’esperienza profonda di vita cristiana. E questo è stato fondamentale».

«Ci sono tante attività: le formazioni, poi l’esame dei catecumeni, oppure fanno la maglietta per la tale festa. E non mi chiedono mai un centesimo. A livello economico facciamo la colletta la domenica e la raccolta all’offertorio. Abbiamo due persone incaricate dei soldi. È un sistema molto trasparente, non mi preoccupo».

È un tipo di organizzazione che padre Sandro aveva già visto altrove in Mozambico, ma che funziona solo se ci sono le persone giuste. Lo ha messo in piedi in questa nuova parrocchia.

«Si tratta di una chiesa ministeriale. Ovviamente organizziamo formazioni, ogni mese per i catechisti. È sempre importante formarli, motivarli. Faccio venire persone da altre parrocchie, come quella dei Comboniani, oppure mando i miei parrocchiani a formare i loro».

Inoltre, «Quando viene il vescovo per celebrazioni varie, a pranzo è invitato nella casa di qualcuno. Così conosce le persone. È meglio questo metodo rispetto a fare grandi pranzi in parrocchia. E costa di meno.

Abbiamo fatto anche l’asilo infantile, con 70 bambini. C’è la casa delle suore di San Vincenzo de Paoli, con 120 bambini orfani. Da loro mangiano, fanno i compiti, si lavano. Poi vanno a scuola e la sera a casa».

Faedi padre Sandro

Il missionario deve partire

Padre Sandro ha dovuto lasciare la parrocchia l’anno scorso: «La parrocchia era matura. Lasciarla non è stata la mia volontà, ma quella dei superiori. Ho trascorso quattro anni con quella comunità. Sono partito con molta tristezza. È molto doloroso, perché, per i missionari, andare via dalla missione vuole dire non tornare più. Non sei un funzionario, che fai andare avanti la macchina e quando hai finito vai a casa. La parrocchia è la nostra famiglia, la gente sono i nostri figli e figlie. Con molti di loro continuo a scrivermi».

Oggi il parroco è un sacerdote diocesano. «Ho detto alla gente: guai a voi se dite padre Sandro faceva, padre Sandro diceva. Avete il consiglio parrocchiale, direte: “Padre noi facciamo così ma ci dica lei come la pensa”».

Bisogna sempre avere il dubbio, dice il missionario, «soprattutto quando vai in un paese nuovo, ogni gruppo etnico ha una cultura diversa. Magari tu fai bene per una cultura, ma non per l’altra.

Ad esempio, a Tete la cultura di base è Niungwe, ma una parte sono Chewa che vengono da fuori. Questi ultimi hanno una cultura forte, con un cristianesimo antico e radicato. I loro canti sono bellissimi, mentre quelli niungwe sono più poveri. Ma bisogna fare i canti di tutti i gruppi etnici».

La Chiesa che fa belli

«Cosa ho fatto io a Tete? Il missionario deve promuovere lo sviluppo, annunciare il Vangelo per rendere più felice la vita oggi in attesa di una vita ancora più felice domani. Mi sono preoccupato perché ci fosse il pane per i poveri, un luogo per i bambini orfani. Ma noi perché facciamo la chiesa? Perché la Chiesa fa più belle le persone. Noi in Europa siamo già tutti belli, abbiamo un cristianesimo che da duemila anni ci sta alimentando, è la nostra linfa. Il mondo africano era molto segnato da paganesimo, divisioni e tribalismi. In questo contesto annunciamo il Vangelo che dice: siamo tutti fratelli, dobbiamo fare il bene, dobbiamo essere onesti, santi, preoccuparci per gli altri, quelli che non sono della tua etnia, i tuoi vicini.

Io dico, quando siamo in chiesa, siamo in un salone di bellezza. Con Gesù nel cuore, ogni domenica, la sua Parola ci fa più belli, ci fa migliori. Andiamo a casa, non posso essere il marito arrogante, maltrattare mia moglie. Non posso essere la donna pettegola che va in giro e non fa da mangiare. Neppure il ragazzo disobbediente. Se sono impiegato sarò il migliore impiegato. Il cristianesimo ci fa belli dentro.

Il contributo della Chiesa è fare belle le persone. Domani avremo una società migliore se le persone sono più belle. Cosa è che ci fa soffrire? Quando manca da mangiare? No, quando ci maltrattiamo, quando siamo ingiusti, quando i figli sono ribelli, quando si tradiscono le relazioni. Noi ci ammaliamo per il male che abbiamo, Gesù ci salva dentro. La ricchezza di un Paese non è la ricchezza economica. Non è la ricchezza materiale che ci fa felici, ma è una società di persone coscienti di un dovere civico, che comincia da se stessi.

Il male di fuori viene da dentro. Noi non facciamo il miracolo della prosperità, ma questa è la Chiesa della bellezza. Qui dentro la gente viene per essere più bella. È il brutto che si abbellisce.

Io ho cercato di fare capire questo alla mia gente».

Marco Bello

padre Sandro con due giovani sposi della comunità.




Le «armi dei piccoli»


L’iniziativa di un missionario porta a nuovi orizzonti. Trova subito le condizioni per una missione «ad gentes». Poi la presenza si espande. Ma la crisi socio economica in cui versa oggi il Paese interroga.

L’esperienza dell’Istituto Missioni Consolata in Venezuela comincia nel 1971, grazie all’iniziativa di padre Giovanni Vespertini.

Vespertini era in missione in Colombia ma, stanco e in difficoltà, decise di recarsi in Venezuela e prendere contatti con alcuni vescovi. La risposta dell’episcopato del Paese fu molto positiva, tanto da indurre i missionari della Consolata della Regione Colombia a inviare altri sacerdoti e stabilire una comunità nella diocesi di Trujillo. Erano i primi anni dopo il Concilio Vaticano II, quando, su suggerimento del Capitolo del 1969, ovunque nell’istituto si studiavano possibilità di aprire nuovi campi di lavoro missionario, attraverso la costituzione di piccoli gruppi.

I superiori accolsero la proposta della Colombia e nel 1974 iniziarono a inviare personale. Tra i primi ci fu padre Francesco Babbini, che sarebbe rimasto un missionario emblematico del Venezuela.

Una prima riflessione che sorge è che, talvolta, le nuove aperture in Paesi sconosciuti sono fatte dopo grandi discernimenti, ma non sempre. Altre volte, invece, l’indicazione te la dà la vita, un qualche malessere, il bisogno di andare altrove. E ancora, spesso aspettiamo sconvolgimenti e cambiamenti fatti da masse, ma la storia ci insegna che a volte basta una persona che crede in qualcosa, e che inizi a fare dei passi, e da lì cambiano le cose.

Popoli indigeni e afro

Nel 1982 la presenza di Imc in Venezuela assunse il nome di Delegazione e fu dedicata alla vergine di Corogoto.

Come istituto ad gentes, l’opzione fu da subito quella dei popoli indigeni. Così le prime missioni furono nella Guajira, la striscia di terra al confine con la Colombia, nelle tre comunità di Guarero, Paraguaipoa, Sinamaica. Il lavoro dei missionari diede vita a numerose piccole comunità.

Terminata quell’esperienza una decina di anni dopo, i missionari furono sollecitati per una nuova missione tra i Warao, il popolo delle canoe, nel delta dell’Orinoco. Iniziato negli anni 2000, il lavoro tra loro continua ancora oggi.

Il secondo pilastro dell’intervento Imc in Venezuela è l’accompagnamento degli afrodiscendenti. Nel 1986 fu aperta, tra queste popolazioni, una comunità a Barlovento. Occorre dire che gli afrodiscendenti del Venezuela sono piuttosto diversi da altri con cui i missionari lavorano in America Latina.

Qui è difficile ricavare qualcosa, essere significativi, anche dopo tanti anni di presenza. In Colombia, ad esempio, gli afro portano avanti una ricerca identitaria, culturale. In Venezuela si tratta di gruppi che vivono in zone periferiche. Esercitano il controllo del territorio e, con le loro bande, fanno entrare solo chi vogliono. La situazione è dura. Sono quasi gettizzati. Si fa fatica a riunirli e a camminare con loro. Gli sforzi di promozione umana sono difficili. È un terreno abbastanza arido.

Il merito dell’istituto è quello di essere lì con continuità da 40 anni a condividere un cammino missionario fatto di quotidianità.

Quartiere di Carapita, periferia di Caracas

Con gli ultimi delle periferie

Dal 1999, inoltre, i missionari si interessarono anche alle periferie povere delle grandi città. Così nacque l’accompagnamento della comunità di Carapita. Si tratta di una baraccopoli formata da un impressionante alveare di mattoni, lamiere e cartoni, dove le abitazioni poggiano l’una sull’altra, fino a raggiungere la sommità della collina. Le strade, poche e strette, si inerpicano su per la montagna, tra strapiombi mozzafiato. In molti luoghi si può andare solo a piedi. Qui vivono 100mila persone soggette a ogni sorta di stenti e potenziali vittime di ogni tipo di violenza. Questo habitat pone svariate sfide al lavoro pastorale: mancanza di spazio per strutture parrocchiali; eterogeneità del tessuto umano quanto a provenienza e nazionalità; pochi i giovani che frequentano la chiesa; molta violenza, droga, assenteismo nelle iniziative pastorali.

L’ultimo pilastro della presenza Imc in Venezuela è l’animazione missionaria e vocazionale. Nacque presto, come naturale espressione del carisma missionario dell’istituto e come dono alla chiesa venezuelana. I frutti sono stati molteplici: vocazioni di speciale consacrazione al servizio della Chiesa locale e anche dell’istituto; laici che hanno accolto la dimensione missionaria dentro la loro specifica vocazione laicale nelle loro comunità cristiane, non disgiunta anche da servizi temporanei alle chiese dell’Africa; parrocchie e seminari sensibilizzati a un nuovo stile di evangelizzazione.

Il dubbio

Nel desiderio di recuperare l’ad gentes originario, fatto cioè di ricerca dei «non cristiani», alcuni missionari hanno iniziato, alcuni anni fa, a riflettere se fosse giunto il momento di lasciare il Paese per andare altrove.

Anche la crisi sociopolitica, oramai acuta nel Paese, portava in questa direzione.

La missione in Venezuela si era anche fatta una cattiva fama tra i nuovi missionari, per cui i seminaristi preferivano non andarci.

Proprio per queste difficoltà si è invece pensato che non era il momento di lasciare, ma piuttosto di rimanere come segno di consolazione. Questa si esprime anche attraverso a una comunità aperta. Come dimostra l’attività di accompagnare i poveri per le strade: c’è un gruppo di giovani che sabato e domenica vanno nei quartieri a portare cibo e consolazione agli abbandonati. È un’esperienza molto forte.

Nel 2018 i missionari presenti in Venezuela hanno scritto una lettera a tutti i confratelli nella quale ricordano la crisi che il Paese sta vivendo ma ribadiscono che «in Venezuela, la missione di consolazione e liberazione è oggi più necessaria che mai», e dichiarano: «Siamo disponibili ad accogliere qualsiasi giovane in formazione che desideri fare una esperienza missionaria in Venezuela e fare qui i suoi studi di specializzazione».

Voglio concludere citando una frase di san Francesco, che calza con la presenza «piccola», perché non numerosa, dei missionari della Consolata in Venezuela:

«Siamo pochi e non abbiamo prestigio. Che cosa possiamo fare per consolidare le colonne della Chiesa? […] Noi possiamo offrire solo le armi dei piccoli, cioè: amore, povertà, pace. Che cosa possiamo mettere a servizio della Chiesa? Solo questo: vivere alla lettera il Vangelo del Signore».

Stefano Camerlengo


La serie

 Le missionarie e i missionari della Consolata sono presenti in 35 paesi di quattro continenti: Africa, Americhe, Asia, Europa. È questa l’opera di san Giuseppe Allamano oggi, iniziata nel 1901 e tramandata da generazioni di donne e uomini che hanno raccolto la sfida. Questa serie è realizzata insieme alla rivista Andare alle genti, e al sito delle missionarie della Consolata. missionariedellaconsolata.org

Barrio Carapita