Il regime del silenzio

La giunta militare di Ibrahim Traoré ha compiuto tre anni al potere. La narrazione ufficiale parla di una vittoria imminente contro il terrorismo e di un’economia in crescita. Ma i fatti dicono altro. Abbiamo sentito un testimone d’eccezione.

La popolazione del Burkina Faso non ha tregua. Dopo l’insurrezione che ha mandato via il regime di Blaise Compaoré, durato 27 anni, il Governo di transizione e le elezioni, nel gennaio 2016 i gruppi armati jihadisti hanno iniziato a colpire sul territorio. Prima con un attentato al cuore del Paese, e poi prendendo sempre più terreno, a partire da Nord. Nel dicembre dello stesso anno, il primo gruppo isalmista composto da burkinabè, Ansarul Islam, si è dichiarato apertamente (si veda la cronologia in MC gennaio-febbraio 2019).

È seguita una breve parentesi democratica, con la presidenza di Roch Marc Christian Kaboré, che non ha saputo limitare l’avanzata dei terroristi (come del resto è successo negli altri paesi del Sahel), fornendo il pretesto ai militari per attuare un colpo di stato il 24 gennaio 2022. La giunta è stata destituita da un secondo golpe che, il 30 settembre dello stesso anno, ha portato al potere il giovane capitano Ibrahim Traoré e il suo gruppo.

Il nuovo uomo forte ha ben presto imposto un regime autoritario, riducendo al minimo le libertà di espressione, di stampa e di associazione. I sindacati e i partiti politici sono stati sospesi, così come i media indipendenti. Ong nazionali e internazionali si sono viste revocare il permesso di operare da un giorno all’altro. Attivisti della società civile, giornalisti, avvocati che denunciavano quanto sta avvenendo, anche sulla lotta al terrorismo, sono stati arrestati a casa, sul luogo di lavoro, per strada, da individui armati, di solito in borghese. I famigliari e i colleghi non hanno avuto loro notizie per mesi.

Alcuni di loro sono ritrovati nelle prigioni di Stato, in attesa di giudizio. L’ultimo arresto arbitrario eccellente è stato quello dell’avvocata Ini Benjamin Doli, avvenuto la notte del 31 agosto scorso. Molto critica nei confronti della giunta, l’avvocata ha visto un gruppo di uomini armati irrompere nel suo domicilio durante la notte. Ci sono voluti alcuni giorni affinché i colleghi dell’Ordine degli avvocati, scoprissero che era stata arrestata dai servizi segreti.

Il 16 settembre scorso, una buona notizia è stata la liberazione di cinque giornalisti – Khalifara Seré, Alain Alain, Boukari Ouoba, Guézouma Sanogo, Adama Bayala -, alcuni dei quali in prigione da oltre un anno, e di altrettanti attivisti. Ma molti altri restano in detenzione arbitraria, come il giornalista Idrissa Barry e l’avvocato Guy Hervé Kam.

Guerra al terrorismo

Al di fuori della capitale, i gruppi armati sono molto presenti sul territorio e compiono massacri tra la popolazione civile, oltre che attacchi a postazioni militari. Anche l’esercito burkinabè, affiancato dalle milizie dei Volontari della patria (Vdp, paramilitari), commette efferatezze contro i civili, come documentate da Human rights watch e Amnesty International, che chiedono inchieste indipendenti sull’operato delle forze dell’ordine.

Inoltre, oltre al clima di paura, una propaganda molto pressante è messa in piedi dal Governo, sia all’interno del Paese che verso l’estero. Ha il duplice scopo di anestetizzare la popolazione su quanto accade, e di raccontare il personaggio Ibrahim Traoré, come un rivoluzionario, difensore del popolo contro gli interessi occidentali.

Newton Ahmed Barry – © Marco Bello

La testimonianza

A Parigi incontriamo Newton Ahmed Barry, giornalista burkinabè molto noto nel suo Paese e attualmente in esilio.

Barry ha lavorato in televisione, è stato tra i fondatori del giornale indipendente «l’Évenement» (2002). È stato, inoltre, presidente del Consiglio elettorale nazionale indipendente con il quale ha organizzato l’ultima consultazione elettorale, nel 2020.
Dal luglio del 2023 è dovuto andare all’estero, in quanto critico della giunta.

Barry è, inoltre, finito su una lista nera, resa pubblica con grande enfasi, anche tramite i social media, insieme ad altri sei giornalisti, con la pesante accusa di «associazione criminale con legami con il terrorismo».

Come sta andando la guerra contro i jihadisti in Burkina Faso?

«Occorre confrontare quello che il Governo dice e quello che succede sul terreno: sono due cose totalmente diverse. Quello che constatiamo sul terreno è che, un po’ ovunque, i jihadisti attaccano i campi militari, e i soldati burkinabè, così come i Vdp, che sono una sorta di milizia governativa, sono uccisi dai terroristi. Leggendo una valutazione fatta tra fine aprile e fine maggio, più di 800 militari sono stati uccisi. Secondo il Centro africano di studi strategici la situazione di sicurezza è preoccupante. Quindi, non possiamo dire che la lotta contro il terrorismo stia facendo dei progressi. Nonostante questo, il Governo della giunta militare dice che le cose vanno bene, che i terroristi saranno sconfitti prossimamente in Burkina. Ma non è quello che dicono i fatti. Tra il discorso politico e il terreno, c’è una grande differenza».

Ci parli della limitazione delle libertà nel suo Paese.

«È un regime autoritario, direi una dittatura, che ha cominciato sopprimendo la libertà della stampa, poi ha messo i giudici in prigione, e oggi è addirittura proibito mettere dei “like” su internet. Chi mette un like a un messaggio che non è conforme alla linea ufficiale, è perseguito.

In questo momento, in Burkina Faso abbiamo il regime responsabile del più grande numero di sempre di sparizioni di persone che hanno osato dare un’opinione contraria a quella ufficiale.
Sono decine i giornalisti attualmente detenuti senza giudizio. Le loro famiglie non sanno dove si trovano. Inoltre, gli anonimi scomparsi cono centinaia.
Non ci sono diritti politici, i partiti sono sospesi e non possono esprimersi.
Le Ong e le organizzazioni per la difesa dei diritti umani non possono parlare.

Se hai un problema, oggi non puoi appellarti alla giustizia, perché questa è stata silenziata e alcuni giudici mandati al fronte, a combattere contro i jihadisti. Questo perché hanno osato condannare i partigiani del regime. Nel Burkina di oggi, c’è una sorta di buco nero delle libertà.

La lotta contro il terrorismo è stata un pretesto per togliere tutte le libertà e per imporre un regime dittatoriale. Regime che ha l’effetto di isolare il Paese».

Il presidente russo Vladimir Putin incontra il leader della giunta militare del Burkina Faso’s, il capitano Ibrahim Traore il 29 luglio2023. (Photo by Alexey DANICHEV / POOL / AFP)
Quali sono oggi i partner internazionali del Burkina Faso?

«Il Burkina ha un solo partner, ovvero la Russia. Essa, nella sua geostrategia contro gli occidentali, e in particolare contro la Francia, ha cercato di prenderle tutte le sue vecchie colonie. I russi sono, quindi, venuti in Sahel, diventando il partner principale di questi Paesi.

In Burkina, con l’arrivo di Ibrahim Traoré, sono state interrotte tutte le relazioni diplomatiche con la Francia. A Ouagadougou è arrivato il gruppo Wagner, ed è stato incaricato della sicurezza personale del capitano Ibrahim Traoré. Wagner è stato poi sostituito da Africa corps (conversione di Wagner dopo l’uccisione del suo capo, nel 2023, ndr), che ricopre lo stesso ruolo, ancora oggi. Ma i militari russi, in Burkina, non combattono, come invece accade in Mali, a fianco delle truppe di quel Paese».

La Russia ha anche attività di cooperazione o di aiuto?

«Piuttosto i russi prendono. Occorre dire che è il Governo del Burkina che paga gli uomini di Africa corps, con denaro o dando loro accesso alle miniere d’oro. Inoltre, il Burkina acquista armi dalla Russia. Sono a conoscenza del fatto che i russi hanno dato 50mila tonnellate di grano, che è niente, in quanto un piccolo villaggio in Burkina ne produce il doppio in un anno. E poi hanno elargito una ventina di borse di studio per studenti. Questa è la loro cooperazione».

Bandiere russe e del Burkina Faso a rally in sostegno of Traore in Ouagadougou in Aprile, 2025. (Photo by AFP)
Si dice che, in Burkina, questo regime abbia molto seguito.

«È difficile dirlo, perché, non essendoci libertà di espressione, chi non è d’accordo non ha la possibilità di manifestare le proprie idee. Come giudicare la popolarità della giunta se la parola è data solo ai suoi sostenitori? Inoltre, le manifestazioni non sono poi così massicce. Nel 2014 abbiamo fatto manifestazioni dieci volte più importanti, quando si trattava di cacciare via Blaise Compaoré (il presidente che ha gestito il Paese dal 1987 al 2014, ndr). All’epoca, sia i suoi partigiani, che noi dell’opposizione, potevamo manifestare. Ma se non c’è un contesto di libertà, di possibilità di scelta, è difficile giudicare la popolarità di un regime».

Le organizzazioni internazionali dei diritti umani hanno denunciato diversi massacri di civili nei villaggi durante operazioni di antiterrorismo. Ma perché viene presa di mira la popolazione?

«Perché il regime militare ha connotato la strategia di lotta contro il terrorismo su delle basi etniche. Dato che la maggioranza dei militanti nel terrorismo parlano la lingua Peul (cfr. MC dicembre 2018), è tutta la comunità Peul che è stata messa in causa. Il regime pensa di dovere sterminare il massimo numero di Peul per ridurre il reclutamento di nuovi combattenti. Ma questo ha creato l’effetto inverso, perché, a forza di prendere un’etnia come obiettivo, i giovani di quella comunità non hanno altra scelta che ingrossare i ranghi dei jihadisti.

Quindi, invece di indebolire il movimento terrorista, questa strategia lo ha rinforzato, e oggi i jihadisti sono molto più numerosi di due anni fa».

Quali sono i gruppi armati presenti in Burkina Faso?

«C’è principalmente Ansarul Islam, che fa parte del Gsim (Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, o Jenim dalla sigla in arabo), il quale risponde ad Al Qaida. Il Jenim è composto da tre gruppi: il Movimento di liberazione di Masina, che è principalmente in Mali, nella zona centrale, verso Timbuctu; poi c’è Ansar Dine, il movimento dei Tuareg di Iyad ag Ghali e – infine – Ansarul Islam, che è il ramo burkinabè (cfr. Mc dicembre 2018), che è presente un po’ ovunque nel Paese.

C’è anche una presenza dello Stato islamico nel Sahel, che è limitato alla zona delle tre frontiere: Burkina, Mali e Niger. Loro sono più forti in Mali, nella zona di Menaka, e in Niger, nell’area di Tillaberi».

Attualmente, quali sono, secondo lei, le possibilità di un cambio di regime?

«Oggi tutto è possibile, dal momento che si tratta di un sistema chiuso, che non permette alternative. Io vedrei tre possibilità.

La prima è quella di un colpo di stato militare: esiste, ma è bassa. Questo perché Traoré ha rimodellato l’esercito portando il livello di comando più in basso, ovvero al livello dei capitani. Molti di loro, oggi, sanno che il loro privilegi sono dovuti a questo regime, per cui lo difendono per proteggere i propri interessi, che coincidono con quelli di Traoré.

La seconda possibilità è quella di una ribellione. Ci sono molti ufficiali superiori che sono fuggiti dal Burkina e si trovano nei Paesi vicini. È plausibile che possano guidare una ribellione dall’estero. Ci sono delle idee, ma nulla di strutturato.

La terza possibilità è la presa del potere da parte di Ansarul Islam. Questo gruppo armato è molto avanti oggi e prende a tenaglia la capitale Ouagadougou e la seconda città, Bobo Dioulasso. Si può dire che controlla il 70% del territorio nazionale, mentre la giunta militare ne controlla il restante 30%. Possiedono molte armi, perché le prendono attaccando i campi dell’esercito. Hanno, inoltre, molti uomini perché, come detto, la strategia governativa di colpire i Peul, ha avuto questo effetto. I Peul sono la seconda etnia per numero del Paese, dopo i Mossì. Questa è la possibilità a mio avviso più concreta rispetto alle altre».

Campo di profifhi interni a Wendou 2 IDP displacement camp in Dori il 29, 2024. nel Nord Est del Brkina Faso (Photo by FANNY NOARO-KABRÉ / AFP)
E dal punto di vista dell’economia?

«L’economia del Burkina Faso è basata sull’agricoltura e sull’appoggio dei partener internazionali. Per quanto riguarda l’agricoltura, dato che gran parte del territorio è sotto il controllo dei jihadisti, ci sono circa tre milioni di contadini che sono dovuti scappare dai propri villaggi, lasciando incolti i loro campi.

Un secondo elemento economico interno è lo sfruttamento delle miniere d’oro (il 70% dei proventi di esportazione e costituisce il 16% del Pil). Ma anche molte regioni aurifere sono sotto il controllo dei terroristi. La metà delle miniere sono chiuse o date in uso ai russi per pagare i mercenari. Anche in questo caso si riducono le entrate nelle casse dello Stato (la produzione è scesa del 20%).

Un terzo elemento è il fatto che il governo ha tagliato i ponti con i partner principali del Paese, come l’Unione europea che era tra i principali donatori. Il bilancio del Burkina è di circa 2mila miliardi di Fcfa all’anno (3 miliardi di euro). Circa la metà arrivavano dall’aiuto budgetario dei partner internazionali. Inoltre, gli investimenti stranieri sono passati da 670 milioni di dollari nel 2022 a 83 milioni nel 2024.

C’è, quindi, un problema evidente a livello del bilancio dello Stato. Un Paese che è già in una situazione di crisi, si è privato di metà del proprio bilancio.

Il governo fa, dunque, molta propaganda ma non riesce più a fare sviluppo. Le strade, la sanità, l’educazione diventano difficili da finanziare. Ci sono oltre quattromila scuole chiuse (a causa dell’occupazione del territorio da parte dei gruppi armati, ndr) con milioni di bambini che sono privati dell’educazione primaria.

Tutti questi elementi portano verso a una crisi economica profonda. E sull’economia non si può mentire».

Lei è attualmente in esilio. Ci può parlare della campagna che sta preparando per i colleghi che sono in prigione per motivi di opinione?

«È la prima volta, nella storia del Paese, che centinaia di persone sono obbligate a vivere in esilio. La nostra preoccupazione è organizzarci per poter continuare a difendere libertà e democrazia, e pure continuare a sensibilizzare i partner all’estero, affinché non si dimentichi il dramma che si sta consumando a porte chiuse. Un dramma umanitario, delle libertà, ma anche di tutte le popolazioni rurali.

Un problema che abbiamo è anche il rapimento e l’imprigionamento, senza alcuna forma di processo e procedura giudiziaria di molti giornalisti (e attivisti della società civile, avvocati, ecc. ndr). Sono decine oggi in questa situazione.

Stiamo, quindi, cercando di realizzare una campagna, con le foto dei colleghi scomparsi, da far girare su internet o su altri mezzi stampa, per sensibilizzare i partner internazionali».

La macchina della propaganda dipinge il capitano Ibrahim Traoré come un nuovo Thomas Sankara.

«Utilizzano Sankara per la propaganda. Ma Traoré non ha il livello di Sankara (il presidente visionario ucciso nel 1987, ndr) né intellettualmente, né in termini di comprensione delle questioni complesse di democrazia o regimi politici.

In secondo luogo, Sankara era antimperialista tout cour, e non “antimperialista occidentale”.
Ovvero, era anche antimperialista contro i russi, infatti disse ai sovietici che rifiutava il loro aiuto, perché “l’aiuto non aiuta a liberarsi dell’aiuto”.  
Al contrario, Ibrahim Traoré lotta contro l’imperialismo occidentale, ma è un buon partner di quello russo.

Sankara era panafricano, non ha fatto uscire il Paese dalla Cedeao. Ed era per la libertà di parola. Sankara disse una cosa importante: “Sfortuna a chi imbavaglia il proprio popolo”. Ma la politica di Traoré è basata esclusivamente sul silenzio: imbavaglia il suo popolo, nessuno può parlare».

Marco Bello

ULTIME NOTIZIE

Mentre stiamo per mandare in stampa, apprendiamo del sequestro, da parte di sedicenti agenti dei servizi segreti, di tre magistrati, due giornalisti, un avvocato e un doganiere, tra sabato 11 e lunedì 13 ottobre. Seguiranno aggiornamenti sul sito della rivista.

Archivio MC




Siamo rimasti umani?

Le manifestazioni per Gaza e per la Palestina degli scorsi 22 settembre, 3 e 4 ottobre, e diverse altre, hanno fatto vedere come l’Italia non sia totalmente «anestetizzata» rispetto a quanto sta succedendo in Medio Oriente. I tardivi riconoscimenti dello Stato di Palestina, da parte di molti Paesi in concomitanza della 80a Assemblea delle Nazioni Unite hanno mostrato che, anche per la diplomazia formale, il limite è stato passato. Oggi oltre 150 Paesi su 193 membri dell’Onu hanno riconosciuto la Stato di Palestina (circa lo stesso numero di quelli che riconoscono Israele). E nell’ultimo giro, anche molti europei di peso.

In effetti, una commissione di esperti indipendenti delle Nazioni Unite, già il 16 settembre avevano rilasciato un rapporto che scioglieva ogni dubbio: a Gaza è genocidio. Quattro su cinque «atti genocidi» definiti dalla Convenzione sul genocidio del 1948, si sono avverati a Gaza per mano del Governo di Israele, mentre uno solo di essi è sufficiente per definirlo tale.

Il Governo estremista di Benjamin Netanyahu nega ogni crimine di guerra, e opera in tutti i modi affinché sia impossibile la creazione di uno Stato palestinese. Non solo con la distruzione totale di Gaza, ma anche con la progressiva occupazione della Cisgiordania, in maniera da creare una vera e propria disintegrazione territoriale di quello che dovrebbe essere lo Stato di Palestina. «Se non ci muoviamo, non ci sarà più terra da riconoscere come Palestina», ha ammesso un rappresentante del ministero degli Esteri del Regno Unito, un Paese che ha dichiarato il riconoscimento lo scorso 21 settembre, insieme a Canada e Australia.

Segnaliamo, in Librarsi di questo numero, un interessante libro sulle «narrazioni opposte» di questa guerra.

Salutiamo, la coraggiosa missione della Gaza Sumud Flotillia, della quale abbiamo raccontato sul nostro sito. I suoi componenti sono stati arrestati in acque internazionali, contro ogni legge, poi trattenuti in strutture detentive, e sottoposti a maltrattamenti fisici e psichici.

Molto bella è stata l’iniziativa della neonata rete «Preti contro il genocidio», alla quale aderiscono circa 1.600 sacerdoti di 50 Paesi dei cinque continenti. Il giorno 22 settembre, un gruppo di un centinaio di loro, di varia nazionalità, ha pregato e a realizzato una processione a Roma, chiedendo «Giustizia e pace per la Palestina». I sacerdoti e i vescovi presenti «hanno voluto sollecitare nella comunità civile ed ecclesiale una coraggiosa riflessione circa il genocidio palestinese», ha scritto la rete in un comunicato stampa.

Importante anche la nota diffusa dalla Conferenza episcopale italiana, riunita nel Consiglio episcopale permanente, il 24 settembre, nel quale ha espresso una posizione inequivocabile: «Chiediamo con forza che a Gaza cessi ogni forma di violenza inaccettabile contro un intero popolo e che siano liberati gli ostaggi. Si rispetti il diritto umanitario internazionale, ponendo fine all’esilio forzato della popolazione palestinese, aggredita dall’offensiva dell’esercito israeliano e pressata da Hamas. Ribadiamo che la prospettiva di “due popoli, due Stati” resta la via per un futuro possibile. Per questo, sollecitiamo il Governo italiano e le istituzioni europee a fare tutto il possibile perché terminino le ostilità in corso e ci uniamo agli appelli della società civile».

È tardi, forse troppo tardi. Tutti, avremmo dovuto muoverci prima. Non possiamo sapere cosa diventerà Gaza nelle prossime settimane, se la tregua reggerà, chi la ricostruirà e chi la governerà. Oggi, però, è chiaro che non fare nulla non è più neutralità, ma complicità. Noi, con l’unica arma che abbiamo in mano, la penna – o meglio la tastiera -, condanniamo il genocidio perpetrato a Gaza.

Parafrasando il motto dell’attivista e giornalista Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza nel 2011, «Restiamo umani!», ci chiediamo: siamo rimasti umani?

Marco Bello

Care lettrici e cari lettori,
dallo scorso agosto la Fondazione Missioni Consolata onlus, il nostro editore, ha completato il processo per iscriversi nel Registro unico del terzo settore (Runts). Percorso necessario, come soggetti della società civile, per adempiere alla nuova legge del Terzo settore.
Il nome diventa quindi Fondazione Missioni Consolata Ets.




Costa d’Avorio. Il successo scontato

I risultati provvisori pubblicati il 27 ottobre dalla Commissione elettorale indipendente (Cei) della Costa d’Avorio, non lasciano dubbi: Alassane Dramane Ouattara (Ado) è rieletto Presidente della Repubblica con l’89,77% dei suffragi.
Ouattara, eletto la prima volta nel 2010, è al suo quarto mandato e ha oggi 83 anni.
Alle elezioni di sabato 25 ottobre, tuttavia, non erano presenti i due maggiori oppositori, la cui candidatura era stata respinta dal Consiglio costituzionale.
Uno è Laurent Gbagbo (del Partito del popolo africano, Ppa), già presidente (2000-2010), e oppositore storico di Ouattara che gli successe all’epoca della crisi politico-isituzionale del 2010. L’altro è Tidjane Thiam, banchiere e politico del Partito democratico della Costa d’Avorio – Raggruppamento democratico africano (Pdci-Rda), altro nome di peso.
Tra i quattro contendenti rimasti in lizza contro Ado, c’erano due donne, tra cui Simone Ehivet, la controversa ex moglie di Laurent Gbagbo che ha ottenuto 2,4% arrivando terza.

Alassane Dramane Ouattara, rieletto presidente della Costa d’Avorio per un quarto mandato di cinque anni (Foto screenshot France25)

Boicottaggio
Il tasso di partecipazione si è attestato al 50,1%, inferiore rispetto al precedente scrutinio, probabilmente perché Gbabgo e Thiem hanno chiesto ai propri sostenitori di boicottare le elezioni.
I due partiti Ppa e Pdci-Rda, il 26 ottobre, hanno emesso un comunicato congiunto, chiedendo l’organizzazione di nuove elezioni presidenziali credibili.
Al margine del processo elettorale ci sono stati episodi di violenze che hanno causato, dal 10 ottobre, una decina di morti.
Diversi dirigenti di Ppa e Pdci sono stati più volte ascoltati dalla polizia, per motivi sconosciuti. I due partiti hanno pure convocato una manifestazione di protesta da tenersi l’8 novembre prossimo.

Legislative in vista
Intanto la Cei si prepara alle elezioni legislative, che si terranno il 27 dicembre prossimo. A partire da oggi, 31 ottobre, fino al 12 novembre, sono aperte le candidature per i futuri deputati.
Il partito di Ouattara, il Raggruppamento degli houphouëtistes per la democrazia (Rphd, da Félix Houpohuët-Boigny, padre della patria e primo presidente delle Costa d’Avorio, che, tra l’altro, portò Ouattara in politica nominandolo primo ministro nel 1990, rda), punta a una larga maggioranza in Assemblea nazionale.
Il parlamento ha 255 seggi e, nella passata legislatura, l’Rphd ne aveva 155.
La Costa d’Avorio di Ouattara resta uno dei capisaldi della Francia in Africa dell’Ovest, dove la sua influenza si è ridotta drasticamente negli ultimi anni.

Marco Bello




Camerun. Il «vecchio» che avanza

Ebbene sì, la conferma è arrivata lo scorso 27 ottobre. Paul Biya, 92 anni, è stato rieletto presidente del Camerun, per il suo ottavo mandato. Da 43 anni ininterrottamente al potere, Biya è oggi il secondo presidente più longevo dell’Africa, dopo Teodoro Obiang Nguema, al potere in Guinea Equatoriale dal 1979.

Ma le elezioni, avvenute il 12 ottobre, non sono andate così lisce come la macchina organizzativa avrebbe voluto.

Il risultato, vede Biya con il 53,66% delle preferenze, e Issa Tchiroma Bakary, già ministro del «grande vecchio», al secondo posto con 35,15%. Il primo, candidato del partito Raggruppamento democratico del popolo camerunese (Rdpc), il secondo con il Fronte per la salvezza nazionale del Cemerun (Fsnc). Il tasso di partecipazione complessivo è stato del 57,76% degli aventi diritto.

Paul Biya, 92 anni, da 43 presidente del Camerun. Rieletto – secondo i risultati ufficiale – anche il 12 ottobre scorso. (Foto sreenshot Globalnews)

La rivolta delle piazze

Mentre la gran parte dei candidati sconfitti hanno riconosciuto la vittoria del «neo» presidente, Tchiroma – come viene comunemente chiamato – ha accusato la macchina elettorale di frodi, dicendo di avere le prove (copie di verbali di scrutinio), e si è autoproclamato vincitore. Non solo, ha esortato i suoi sostenitori a scendere in piazza «pacificamente». E così è stato. Però già domenica 26, a Douala, la capitale economica, le manifestazioni sono degenerate in scontri con la polizia. Ci sono stati quattro morti e decine di feriti. Anche a Garoua, città di Tchiroma, e in altre città del Nord (Maroua, Kondengui) si sono verificate manifestazioni e disordini. Come pure in alcuni quartieri della capitale Youndé.

In effetti, Issa Tchiroma Bakary, essendo stato a lungo nel sistema, conosce bene come vengono realizzate le frodi elettorali nel Paese centro africano.

Un fatto insolito da registrare è che alla proclamazione dei risultati da parte del Consiglio costituzionale, non erano presenti i rappresentanti di Unione europea, Usa, Francia, Canada e Gran Bretagna.

L’economia frena

Anche l’economia è rallentata, a causa dei tafferugli e dei problemi di sicurezza (tra l’altro, alcune stazioni di benzina sono state incendiate). Gli autotrasportatori si sono fermati, così carburante e beni di prima necessità iniziano a scarseggiare. Gli imprenditori delle piccole e medie imprese manifestano una certa preoccupazione.

Il 28 ottobre, Issa Tchiroma Bakari, in una nuova dichiarazione pubblica ha detto: «Questa volta non ci fermeremo. Abbiamo già vinto. Nessuna proclamazione falsificata potrà toglierci la legittimità delle urne. Noi chiediamo, senza ritardo, di fermare tutti gli atti di barbarie: le uccisioni, gli arresti arbitrari e le intimidazioni. Mettere il Paese a ferro e fuoco per restare attaccati al potere non è solo un errore morale, è un crimine contro il popolo e contro l’umanità. […] Continueremo a restare mobilitati e a resistere fino alla vittoria finale».

L’arcivescovo di Garoua, monsignor Faustin Ambassa Njodo, preoccupato delle violenze, chiede che si fermino i disordini. Mentre l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, con un messaggio su X ha pure chiesto il ritorno alla calma e l’apertura di un’inchiesta sulle violenze.

Intanto, i Paesi della comunità internazionale restano in attesa senza sbilanciarsi, per vedere cosa succederà.

Marco Bello




Sulawesi crossing. Indonesia. Una piccola grande Chiesa.

Mappa dell’Indonesia. Da Ovest a Est si estende per 5mila km, mentre da Sud a Nord per circa 3mila. I fusi orari sono tre.

Uniti nella diversità
Indonesia: un paese dai molti primati, spesso dimenticato

È uno dei Paesi più popolosi del mondo. Quello con il maggior numero di fedeli musulmani. Si trova in una posizione geografica strategica. E, con la sua storia, è stato precursore delle lotte anti coloniali.

Nusantara, ovvero «arcipelago». Così viene comunemente chiamata l’Indonesia dai suoi abitanti. Si tratta in effetti del più grande Stato-arcipelago del mondo, ufficialmente con le sue 13.466 isole (che nella realtà sono oltre 18mila), delle quali, però, solo circa duemila sono abitate. Un numero in continua evoluzione, a causa di eruzioni vulcaniche, tsunami e altri eventi naturali.

L’Indonesia è anche il quarto Paese più popoloso del mondo, dopo Cina, India e Stati Uniti, con i suoi oltre 280 milioni di abitanti. Circa la metà dei quali risiede sull’isola di Giava, la più moderna e sviluppata, dove si trova l’attuale capitale Giacarta (è in fase di costruzione, pianificata a tavolino, la nuova capitale, nel Borneo orientale, che si chiamerà proprio Nusantara).

L’Indonesia ospita anche la più grande comunità islamica del mondo, in quanto si stima che l’87,1% dei suoi abitanti siano musulmani (secondo i dati ministero dell’Interno indonesiano, seguono i protestanti, 7,4%, i cattolici, 3%, gli induisti, 1,67% e i buddhisti, 0,7%).

È anche la maggiore economia del Sud Est asiatico, con un prodotto interno lordo di 1.400 miliardi di dollari nel 2024 (l’Italia, ottava economia del mondo è a 2.370), con un tasso di crescita annuale del 5% (tutti dati Banca mondiale).

Un’altra particolarità del Paese è quella di occupare una grande estensione territoriale, circa cinquemila chilometri da Ovest a Est, coprendo ben tre fusi orari.

La sua popolazione è molto varia: si contano quasi trecento gruppi etnici e si parlano settecento lingue. L’idioma ufficiale, conosciuto da tutti, è il bahasa indonesia, lingua derivata dal malese con influssi da arabo, olandese, portoghese e inglese. Verifichiamo personalmente che l’inglese, magari di base, come lingua straniera, è piuttosto diffuso, soprattutto tra i giovani e pure tra i bambini.

Un Paese che ha tutte le carte in regola per essere considerato importante a livello mondiale, ma che, invece, è trascurato sia nella saggistica che nei media internazionali.

Una storia singolare

Anche la storia dell’Indonesia è originale e ha molto da insegnare. Dopo aver subito 350 anni di dominazione olandese (1600-1942) e tre e mezzo di efferata occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale, i nazionalisti indonesiani sono stati i primi a proclamare l’indipendenza di uno stato coloniale. È avvenuto il 17 agosto 1945, neanche due giorni dopo la capitolazione del Giappone con il discorso dell’imperatore Hiro Hito. Il Vietnam di Ho Chi Minh lo fece il 2 settembre.

Il movimento per l’indipendenza era guidato da Sukarno (o Soekarno) e Mohammed Hatta. Ma gli olandesi non volevano lasciare la ricca colonia e così iniziò la guerra di liberazione, che vide coinvolta anche la Gran Bretagna a fianco dei cugini europei. Questa fase storica passa sotto il nome (in bahasa indonesia) di «Revolusi». Si concluse nel 1949 con un a accordo di confederazione Paesi Bassi-Indonesia, poi sciolta unilateralmente dagli asiatici nel 1956. Fu una rivoluzione compiuta da una generazione giovanissima, di ragazzi tra i 15 e i 25 anni. Sukarno diventò il primo presidente della Repubblica d’Indonesia.

Si trattò del primo grande Paese colonizzato a diventare indipendente, fornendo ispirazione, secondo alcuni storici, ai movimenti anticolonialisti in Asia, Africa e mondo arabo. Un esempio però, molto spesso dimenticato.

Pochi anni dopo, nel 1955, a Bandung, sull’isola di Giava, si tenne la storica conferenza dei Paesi non allineati, dove si riunirono per la prima volta i leader dei neonati stati del «Terzo mondo», ovvero Asia e Africa, senza i Paesi occidentali (colonialisti). «Una pietra miliare nella nascita del mondo moderno», scrive David van Reybrouk, nel suo saggio Revolusi.

Scorcio del porto commerciale di Makassar. Si notino ragazze velate, bandiere indonesiane e una moschea sullo sfondo. Foto Marco Bello

I blocchi

La geopolitica della regione in quei decenni vedeva gli Stati Uniti impegnati nel contenimento del pericolo comunista. E Sukarno era troppo a sinistra. Il generale Suharto prese il potere nel 1965 (ufficialmente solo nel 1967), con la scusa di sventare un presunto colpo di stato comunista. Ci sono sospetti dell’implicazione della Cia. Suharto iniziò a gestire il Paese seguendo il cosiddetto «Nuovo ordine». Un regime dittatoriale, non rispettoso dei diritti civili, nel quale membri della sua famiglia si insediarono in posti chiave, approfittando, tra l’altro, della scoperta di nuovi giacimenti petroliferi. Appoggiato dagli Usa e con l’esercito dalla sua parte, nei primi anni fece uccidere tra 700mila e un milione di membri e simpatizzanti del Partito comunista indonesiano (il secondo in Asia dopo quello cinese). Il suo regime militare fu la presidenza più longeva, superando tre decenni.

La crisi economica asiatica del 1997 peggiorò notevolmente la vita della popolazione e accese le braci della rivolta. Nel maggio del 1998 gli studenti universitari manifestarono chiedendo le dimissioni del dittatore. I suoi pretoriani reagirono massacrando molti manifestanti, e avviando una campagna contro la comunità di origine cinese, i cui membri vennero uccisi e le donne stuprate. Suharto, tuttavia, fu costretto a dimettersi sotto la pressione popolare il 21 maggio 1998. La presidenza fu assicurata da  Bacharuddin Jusuf Habibie che ebbe il merito di impostare la riforma dell’apparato legislativo in senso democratico, liberò i prigionieri politici e garantì libertà e diritti. Preparò, inoltre, le prime elezioni democratiche dal 1955.

Riformare il Paese

Questo processo fondamentale della storia dell’Indonesia, che ebbe inizio con la caduta di Suharto e durò a lungo, è chiamato la «Reformasi» (riforma). Avrebbe portato la Repubblica d’Indonesia a essere uno stato moderno, democratico e con una notevole crescita economica.

La Reformasi ha molto in comune con la Revolusi del 1945. Scrive Nasir Tamara, esperto internazionale di sviluppo: «Il maggiore principio condiviso tra la rivoluzione del 1945 e la Reformasi del 1998 è stato eliminare i privilegi (di una elite, ndr), chiamati dal popolo corruzione, collusione e nepotismo. E riaffermare l’importanza dei diritti umani e della equa distribuzione dei frutti dello sviluppo economico tra la popolazione». Secondo Nasrin: «C’è una forte continuità tra la rivoluzione del 1945 e la Reformasi del 1998, nella ricerca di rafforzare l’unità nazionale, non solo fisicamente, ma anche nei cuori e nelle menti della gente».

L’impostazione che il presidente Habibie diede alla Reformasi seguì due binari paralleli. Quello del decentramento nel rispetto delle molte culture, tradizioni, lingue, etnie e religioni, che fu garantito dalla Costituzione e dal nuovo apparato legislativo. E quello del rafforzamento dell’identità nazionale, grazie alla condivisione della storia comune, alla valorizzazione e all’unione delle diverse ricchezze locali (quali letteratura, architettura, arte), che in qualche modo costruivano la nazione. In questa maniera si evitò la deriva centralista, e anche la tendenza centrifuga mostrata nel passato da alcune regioni dell’arcipelago. Con il decentramento, l’autorità sui temi politici, economici e culturali passò ai territori, ponendo fine all’egemonia di Giacarta.

Equilibrismo e potenza economica

L’Indonesia di oggi ha raggiunto un buon livello di democrazia e il suo penultimo presidente, Joko Widodo (2016-2024), ha lavorato per fare diventare il Paese una potenza economica mondiale, con un obiettivo strategico fissato al 2045. Il suo successore, Prabowo Subianto (ex comandante delle Kopassus, le famigerate forze speciali di Suharto), sembra incamminato sulla stessa strada.

La sua posizione geostrategica mette in relazione Oceano Pacifico, Oceano Indiano, Australia e il sempre più conteso Mar cinese meridionale (dove c’è anche Taiwan). Ma questa potenzialità si può rivelare un’arma a doppio taglio, soprattutto nel caso si verificassero conflitti nei quali Nusantara potrebbe essere coinvolta. L’arcipelago cerca tradizionalmente di restare non allineato nei confronti delle due superpotenze Cina e Stati Uniti. Pechino, tuttavia, ha assunto un’importanza strategica sia per investimenti e aiuti allo sviluppo, sia per gli scambi commerciali. Mentre con Washington il partenariato privilegiato è nel campo militare e della difesa.

Il Paese dei primati sarà chiamato a mantenere la barra dritta per lo sviluppo e quindi per migliorare le condizioni di vita della sua popolazione, dando prova di grande equilibrismo e sperando in un mare non troppo avverso.

Marco Bello

Mappa del Sulawesi. L’isola è divisa in 6 provincie e due diocesi. La superficie è di poco superiore a metà di quella dell’Italia.

Il Sulawesi, anche chiamato Celebes, dal nome dei primi esploratori portoghesi, è la quarta isola più grande dell’Indonesia (dopo Sumatra, Borneo e Papua) e fa parte delle grandi isole della Sonda. È prevalentemente montagnosa con diversi vulcani e circondata da isole più piccole. Ha una superficie di 174mila km2, poco più della metà dell’Italia. Ha una forma molto particolare, che i suoi abitanti chiamano comunemente a «K», mentre i geografi la descrivono come composta da quattro penisole attaccate da un lato.

È situata a cavallo dell’Equatore, tra i Borneo, a Ovest e le Molucche a Est, una posizione strategica per il collegamento Est-Ovest, tra Oceano Indiano e Oceano Pacifico, e Sud-Nord, tra Australia e Mar cinese meridionale. Posizione che la popolazione ha saputo sfruttare nella storia.

Gli abitanti sono circa 21 milioni, suddivisi in una quindicina di etnie, con lingue che variano a seconda della zona e pure da un’isoletta all’altra.

Il naturalista e antropologo inglese Alfred Russel Wallance, durante un viaggio nell’area, soggiornò in Sulawesi nel 1854. Wallace formulò la teoria dell’evoluzione delle specie in contemporanea con il più noto Charles Darwin, con il quale ci fu convergenza di idee. In base alle sue osservazioni identificò una linea di discontinuità biologica Nord-Sud tra Borneo e Sulawesi che divide la fauna dell’area indo-malese (lato Ovest) da quella dell’area australiana (lato Est). Zone geologiche differenti che videro un’evoluzione indipendente delle specie. Tale linea è nota come «Linea di Wallace».

In questo dossier, dopo una breve introduzione sull’Indonesia, vogliamo portarvi sull’isola a forma di K per presentarvi la sua gente accogliente e curiosa, ma mai invadente. Ti incontra per strada e ti chiede da dove vieni, e vuole fare una foto con te. Ti racconta la sua storia. Poi ti ringrazia unendo le mani e chinando lievemente il capo. Gente profondamente religiosa e molto ospitale.

Un viaggio con il quale attraverseremo il Sulawesi da Sud a Nord nel tentativo di capirne differenze e originalità.

Ma.B.

Makassar, zona del porto. Un tuctuc, trasporto pubblico per due persone e una vecchia casa di legno. Foto Marco Bello

Dal XIII al XV secolo. Islamizzazione dell’arcipelago. Gli arabi iniziano il commercio delle spezie con l’Europa.

XIV secolo. Apogeo del regno Majaphait, che si estende da Giava alla Nuova Guinea.

1511. I portoghesi giungono a Malacca e dieci anni dopo gli spagnoli nelle Molucche. Con loro arrivano i primi missionari cattolici portoghesi. Francesco Saverio è in quest’area intorno al 1546.

1595. Inizia la penetrazione olandese per il commercio delle spezie.

1602. Nasce la Compagnia olandese delle indie orientali (Voc), da interessi commerciali privati. I Paesi Bassi le conferiscono anche un mandato coloniale, oltre che il monopolio sulle spezie.

1605. La Voc conquista il forte portoghese di Ambon (Molucche): inizia la colonizzazione. Nello stesso periodo gli olandesi proibiscono l’arrivo di missionari cattolici, e portano il calvinismo. L’interdizione durerà fino al 1807.

Anni 30 del Novecento. Gli intellettuali nazionalisti indonesiani iniziano a organizzarsi e reclamano autonomia, democrazia e unità nazionale.

1942. La Germania nazista invade i Paesi Bassi. Il Giappone inizia l’occupazione dell’Indonesia, dove si distingue per l’efferatezza.

1945, 15 agosto. Il Giappone è sconfitto nella Seconda guerra mondiale, l’imperatore Hiro Hito dichiara la capitolazione. Il 17 agosto i nazionalisti indonesiani, guidati da Sukarno e Mohammed Hatta dichiarano l’indipendenza. I due leader diventano presidente e vice presidente rispettivamente. Ma i Paesi Bassi non sono d’accordo. Inizia la guerra d’indipendenza, chiamata «Revolusi».

1949. Termina la Revolusi con la creazione di una confederazione tra l’Indonesia indipendente e i Paesi Bassi. Tale struttura non funziona e nel 1956 si giunge all’indipendenza totale. Il presidente deve confrontarsi con le spinte autonomiste delle diverse isole.

1955, 18-24 maggio. Conferenza di Bandung tra paesi non allineati di Asia e Africa.

1965. Appoggiato dal partito comunista indonesiano, Sukarno dichiara la nazionalizzazione del petrolio. Il il 30 settembre un colpo di stato militare trasferisce di fatto i poteri al generale Suharto (appoggiato dagli Usa). Inizia il cosiddetto «Nuovo ordine», un regime centralizzato e repressivo. Tra 700mila e un milione di comunisti e simpatizzanti sono imprigionati o uccisi e il partito reso illegale.

1975. L’esercito indonesiano occupa Timor Est, che si era appena resa indipendente dal Portogallo. La popolazione resiste. Diventerà indipendente nel 2002 dopo il referendum del 1999.

1979. Suharto vara il progetto di migrazione forzata, e 2,5 milioni di giavanesi sono costretti a spostarsi su altre isole meno popolate.

1998, maggio. A causa della crisi economica del ‘97 la popolazione è allo stremo. Disordini a Giacarta, con uccisione di diversi studenti e persecuzione delle persone di origine cinese. In seguito alle proteste di massa Suharto si dimette. Bacharuddin Jusuf Habibie diventa presidente e avvia una serie di riforme. Inizia la «Reformasi» basata su democrazia, rispetto dei diritti e decentramento del governo.

 1999. Dopo le prime elezioni democratiche, diventa presidente Abdurrachman Wahid, con vice Megawati Soekarnoputri, figlia di Sukarno che diventerà la prima donna presidente nel 2001, dopo l’impeachment di Wahid.

Ma.B.

Alcune tonkonan, case tradizionali toraja, nelle nebbie del mattino a Batutumonga (Rantepao). Foto Marco Bello

Dallo storico porto del Sud alle montagne del Centro.
Dai muezzin ai toraja

La città portuale più importante dell’isola ha una posizione strategica sull’omonimo stretto. Trecento chilometri più a Nord cambia il clima e la struttura sociale e religiosa. Abbiamo la fortuna di visitare alcune comunità con una guida speciale.

Makassar. L’antica capitale del Sulawesi del Sud, oggi capoluogo dell’omonima provincia, è un importante porto. Chiamata Ujung Pandang durante la dittatura di Suharto (vedi cronologia), fino dal XVI secolo fu snodo commerciale fondamentale tra le «isole delle spezie» (le Molucche a Ovest) e lo stretto di Malacca a Est, ma anche tra Sud (Australia) e Nord (Filippine), lungo lo stretto di Makassar. Indipendente e aperta agli scambi fino al 1669, quando la potente Compagnia olandese delle Indie orientali (Voc, in sigla in olandese) riuscì a conquistarla e a imporre un proprio sultano fantoccio. In questo modo, gli olandesi mandarono via inglesi e portoghesi e si assicurarono il monopolio del commercio delle spezie da quest’area all’Europa.

Modernità

Oggi Makassar è una città di 1,5 milioni di abitanti, caotica e rumorosa, le cui strade sono percorse senza sosta da auto e innumerevoli motorini spesso smarmittati. I marciapiedi sono sconnessi, e in essi si aprono voragini, potenziali trappole per un passante incauto. Gli attraversamenti pedonali non esistono e occorre imparare una tecnica speciale per attraversare vie e corsi. Insomma, non proprio una città a misura di pedone.

Sulla costa, nei pressi del porto, il forte Rotterdam (e il suo museo), con le sue mura e i bastioni costruiti su una pianta a forma di tartaruga, ricorda le vestigia del passato coloniale olandese.

Più a Sud, sul corso Jalal Metro Bunga, nel quartiere ricco delle ville e dei mall (centri commerciali), ci stupisce il Trans snow world, un moderno palazzo all’interno del quale è ricreata artificialmente la neve e le ambientazioni alpine, con tanto di seggiovia. Qui i giovani makassaresi, provano l’ebbrezza di toccare la neve (artificiale) e passeggiarci sopra con stivali di gomma forniti al pagamento del biglietto. Sperimentano l’esperienza del freddo, ai tropici.

Makassar è anche fitta di moschee di ogni forma e dimensione. Spicca fra tutte la Masjid Kubah 99 Asmaul Husna: con le sue 99 cupole bianche e arancioni svetta su una lingua di terra che penetra il mare. I muezzin scandiscono il tempo di giorno come di notte. La maggior parte delle donne e delle ragazze, ma anche bambine, sono velate.  

Monsignor Fransis Nipa, dopo le comunioni, benedice i bambini. Qui alla parrocchia Sant’Antonio di Rembon (Makale). Foto Marco Bello

Piccola Chiesa

Ci dirigiamo in centro, alla cattedrale intitolata al Sacro Cuore di Gesù. L’edificio originario fu ultimato nel 1900, ma subì in seguito diverse modifiche e allargamenti. Anche oggi ci sono lavori in corso. Qui troviamo gli uffici della curia.

Incontriamo don (pastor, in bahasa indonesia) I Made Markus Suma (abbreviato Made), che ci accoglie con un largo sorriso. Classe 1981, sacerdote diocesano, è incaricato dell’arcidiocesi di Makassar per le questioni legali, nonché docente di diritto canonico alla scuola per insegnanti di religione, lo Stikpar di Rantepao. È stato segretario dell’arcidiocesi ed è membro del Consiglio pastorale diocesano.

«Il nostro bellissimo Paese è a maggioranza islamica, ma noi viviamo bene insieme – ci dice pastor Made -. Questa nazione è una famiglia costruita sulla diversità». Il motto dell’Indonesia è infatti «Bhinneka tunggal ika», ovvero «Unità nella diversità». «Ad esempio, i miei nonni erano indù, originari dell’isola di Bali – continua Made -. Si trasferirono nel Sud Ovest del Sulawesi, in un piccolo villaggio, dove sono nato io. Vi si trova una piccola comunità di cattolici, che allora contava una ventina di famiglie, è oggi circa ottanta. Per venire a Makassar occorre un giorno di viaggio via terra e poi una decina di ore su un ferry (traghetto), e ancora ore di autobus».

L’arcidiocesi di Makassar è molto vasta. Il suo territorio è quello di tre provincie amministrative, oltre a Sud Sulawesi, Sud Ovest e Ovest, per un totale di 98mila km². Superficie pari al Nord Italia senza l’Emilia Romagna, ma con strade molto più strette, e spesso dissestate, con l’effetto di aumentare i tempi di percorrenza.

Su una popolazione di circa 13,5 milioni di abitanti (stima del 2023) i cattolici sono poco più di 140mila. Si parla, dunque, del 1-1,1%. I cristiani di altre denominazioni (calvinisti, luterani, pentecostali e altri), sono tra il 7,4 e l’8% in totale. I musulmani sono l’89,5%, mentre ci sono piccole comunità di induisti (1,5%) e buddhisti (0,6%). «Data la vastità del territorio – continua pastor Made – l’arcidiocesi è divisa in cinque vicariati, ognuno con un vicario episcopale a capo. In tutto ci sono 49 parrocchie e sette altre lo diventeranno presto. Ogni parrocchia ha, sul suo territorio, tra le 20 e le 30 cappelle».

Religioni «sorelle»

In Indonesia, e in Sulawesi in particolare, la Chiesa cattolica è una presenza di minoranza. Pastor Made ci parla dei rapporti con le altre religioni: «Viviamo qui insieme come fratelli e sorelle delle diverse comunità religiose. Abbiamo buone relazioni. Durante l’ultimo Ramadan abbiamo ospitato la festa conclusiva qui in curia. Abbiamo invitato non solo i musulmani, ma anche i protestanti e gli indù. Uno degli imam ha fatto una bellissima riflessione, basata sull’insegnamento dell’islam, ma anche in relazione con la nostra fede. Ha detto che siamo tutti fratelli e sorelle e creati da Dio a sua immagine. Nessuno tra di noi è straniero. Solamente il modo di esprimere la nostra religione è diverso, ma abbiamo la stessa radice, la stessa dignità come esseri umani».

Il sacerdote non nasconde che, talvolta, ci sono elementi integralisti. Il 28 marzo 2021, durante la celebrazione della Domenica delle Palme, due terroristi fecero esplodere una bomba proprio davanti al portone della cattedrale di Makassar. Morirono i due attentatori, mentre una ventina di fedeli furono feriti. «Dopo l’attentato diversi giovani, di varie religioni, compresi musulmani, vennero a darci supporto. “Non abbiate paura, siamo qui”, ci dicevano», ricorda pastor Made, mentre ci mostra una delle porte sante della diocesi.

Tipico cimitero toraja, scavato nella roccia, nei pressi di Batutumonga (Rantepao). Foto Marco Bello

I Toraja e l’inculturazione

Intraprendiamo il viaggio che ci porterà nella regione dell’etnia Toraja (pronuncia toragia), sulle montagne del Nord della provincia Sud Sulawesi. Occorrono circa dieci ore di autobus. La strada è stretta e impervia, pur essendo la più importante arteria della zona. Inoltre, a causa delle piogge anomale, alcune frane hanno ulteriormente ridotto la carreggiate e in due punti si viaggia a senso unico alternato. Ci sono circa 300 km da Makassar a Makale, il capoluogo di Tana Toraja (Sud della regione) e poco di più per Rantepao, il capoluogo di Toraja Utara (Nord), il cuore delle montagne.

L’etnia Toraja è molto particolare, ha un culto speciale per i defunti, con cerimonie di sepoltura che durano anche una settimana e possono essere realizzate mesi, talvolta anni, dopo il decesso. Tale intervallo dipende dal tempo impiegato per raccogliere i soldi necessari a invitare quante più persone possibile. Anche le tombe sono speciali, scavate nella roccia carsica di questa zona, con statue (almeno per i più ricchi), chiamate «tau tau», che rappresentano i defunti a dimensione naturale. Un culto che vuole collegare, in qualche modo, chi è partito con chi è rimasto (cfr. bibliografia).

I Toraja hanno anche la particolarità di essere a maggioranza cristiana. Il 72% dei cattolici dell’arcidiocesi è Toraja. Scopriremo che molti sacerdoti della diocesi sono originari di questa regione.

A Rantepao, come a Makale, constatiamo che incontrare una donna con il velo è diventato una rarità, mentre vediamo chiese, anche molto imponenti, un po’ ovunque. Molte di esse sono protestanti, in quanto la loro presenza qui resta maggioritaria (rispetto a quella cattolica). Sembra di trovarsi in un altro Paese, rispetto a Makassar. Le montagne, coperte di vegetazione tropicale, al mattino avvolte da nebbiolina, circondano i due maggiori centri abitati dei Toraja.

La Chiesa dei giovani

Pastor Made ci aveva spiegato: «I protestanti olandesi riuscirono a convertire i Toraja, più di 100 anni fa. Erano comunità isolate, perché in una regione montagnosa, e per questo motivo l’islam era penetrato poco.

In seguito, la popolazione di questo territorio accettò il cattolicesimo come parte della propria vita e della propria cultura. I missionari cattolici furono in grado di inculturare la fede rispettando le loro tradizioni, ad esempio le complesse cerimonie funebri. La fede cattolica si immerse negli usi e costumi, e anche i più anziani ne furono attratti. Sovente, anche quando i Toraja continuano a vivere con le loro pratiche animiste, abbracciano la fede cattolica».

A Rantepao incontriamo l’arcivescovo, monsignor Fransiskus Nipa (vedi box), impegnato nella visita pastorale della regione. Anche lui è un Toraja.

Ci invita a seguirlo nella comunità di Deri, sulle montagne a una mezz’ora da Rantepao. Qui deve cresimare 173 ragazze e ragazzi provenienti da una vasta area della parrocchia. Su un piazzale sono stati allestiti dei tendoni per proteggere i fedeli dal forte sole (anche se qui il clima è più mite che a Makassar), mentre l’altare è posto su un palco.

Tra i colori degli stendardi domina il giallo, simbolo di gioia, insieme a rosso e bianco, i colori nazionali. Al contrario, non è mai usato nelle lunghe cerimonie funebri, dove predomina il nero.

I cresimandi sono disposti su due lunghe file e hanno una candela in mano. Al via, vanno a disporsi ai loro posti. In tutto ci sono circa altre trecento persone, parenti e parrocchiani. Monsignor Nipa è affabile e sa intrattenere i suoi fedeli. 

Conclusa la cerimonia delle cresime, e subito dopo le comunioni, il vescovo resta in piedi. Davanti a lui si presenta una lunga fila di bambini di ogni età. Monsignor Nipa li benedice uno a uno, dai più grandicelli, dallo sguardo monello, ai nuovi nati, portati da uno dei genitori. La benedizione dura diversi minuti, il vescovo pare instancabile. «È la chiesa dei giovani», ci dirà più tardi soddisfatto. «Per noi la pastorale giovanile è una priorità», e «qui in Indonesia, c’è ancora una grande partecipazione dei giovani nella vita delle parrocchie».

Marco Bello

Monsignor Fransis Nipa, arcivescovo di Makassar, durante la messa delle cresime a Deri (Rantepao), il 10 luglio 2025. Foto Marco Bello

Monsignor Fransiskus Nipa, classe 1964, è stato nominato arcivescovo di Makassar nel febbraio dello scorso anno, per diventarlo effettivamente a ottobre. In precedenza, è stato per dodici anni segretario dell’arcidiocesi, per cui ne conosce bene aspetti positivi e problematiche.

Lo incontriamo durante la sua visita pastorale nel Toraja, zona montagnosa nel Nord della provincia Sud Sulawesi. Ci accoglie e ci invita a seguirlo a una messa con le cresime. Cordiale e comunicativo, sfodera sovente una risata contagiosa. È affezionato all’Italia, dove ha trascorso alcuni anni studiando all’Università Urbaniana: «Per me, gli italiani sono come fratelli».

«Lavorare come chiesa di minoranza vuole dire avere l’obbligo di dare testimonianza. Siamo piccoli ma la nostra presenza è importante. Il valore di quello che facciamo noi cattolici deve essere grande. Per questo abbiamo scuole, ospedali, opere di carità, opere sociali anche in campo economico. Dobbiamo, inoltre, fare tutto ciò che possiamo per aiutare i cattolici del nostro territorio. Alcuni sono molti poveri, in particolare nelle campagne. Interveniamo sia in emergenza, quando ci sono disastri naturali, sia sul lungo termine, aiutando le persone a trovare un lavoro».

«C’è dialogo concreto con musulmani, protestanti e anche induisti. Facciamo incontri nei quali parliamo, ci ascoltiamo, cerchiamo di risolvere i problemi che ci possono essere. Tra leader c’è molto rispetto. A volte c’è qualche fanatismo a livello di singoli. È già successo che vogliamo erigere una chiesa, abbiamo il permesso delle autorità, ma quando i lavori devono cominciare, qualcuno cerca di impedirlo. Tuttavia, sono questioni che si risolvono».

«Sì. Ad esempio, per venire nel Toraja occorre un giorno di auto. Invece se vado nel Sud Est devo prendere l’aereo per Kendari e poi ho ancora un giorno di viaggio perché molte parrocchie sono lontane. Cerchiamo, in ogni caso, di fare una visita ogni due anni a tutte le realtà parrocchiali».

«Le relazioni culturali sono molto importanti. La chiesa cattolica è inculturazione, non solo in senso liturgico, ma anche nelle abitudini di tutti i giorni. Inoltre, oggi, nell’era digitale ci sono altre problematiche. Un giovane ha sempre in mano il cellulare e trascura il Vangelo. Ha problemi di relazione personale: non si trova più il tempo di stare insieme, parlare, ascoltarsi. Anche di questo dobbiamo tenere conto».

«Una delle nostre priorità è la pastorale giovanile, unita a quella per la famiglia. I giovani di questa zona sono tentati di migrare verso altre isole o altri Paesi, come la Malaysia, dove si guadagna di più. Un percorso praticato è quello di andare in Borneo, nella parte indonesiana, il Kalimantan, e da qui passare alle provincie Sabah e Sarawak della Malaysia, dove si lavora nelle piantagioni di palma da olio. Io ho detto che occorre formarsi prima, studiare, per avere più strumenti. Cerchiamo di contrastare la mentalità del guadagno facile e immediato. Senza contare che molti migranti non hanno il permesso, e sono poi soggetti a espulsione. Quando partono giovani padri, dividono le famiglie, talvolta per sempre».

Monsignor Nipa, come descriverebbe i cattolici della sua diocesi?

«Sono molto gioiosi, vengono in chiesa e partecipano con entusiasmo alle attività parrocchiali».

Ma.B.

Monsignor Benedictus Estephanus Rolly Untu, vescovo di Manado.
Foto Marco bello

Lo incontriamo nel suo ufficio nella curia di Manado. È di corsa tra una visita pastorale e l’altra. Il volto ampio e simpatico, ci parla in un inglese semplice, e ci indica su una carta del Sulawesi appesa al muro le zone che descrive.

«La grande sfida della mia diocesi, ci rivela, è la vastità, oltre che la distribuzione delle comunità sul territorio». La sua diocesi (una delle due del Sulawesi) copre tre provincie per un totale di circa 88mila km², e circa 7 milioni di abitanti. «Ad esempio, nel Sulawesi centrale, ci sono 180 comunità per 16 parrocchie. E sono in crescita. Poi abbiamo alcune parrocchie sulle isole. Per andare alle isole Pulau Pelang, devo prendere l’aereo per Luwak, che passa però da Makassar, poi la nave e finalmente arrivo. Se vado in auto devo percorrere 1.700 km».

Per questo motivo, è in corso il processo per la creazione di una terza diocesi in Sulawesi, nella parte centrale.

I battezzati nella diocesi di Manado sono circa 200mila, ovvero intorno al 2,5% della popolazione. Chiediamo a monsignor Rolly che significato abbia essere una minoranza. «Adesso il governo e le istituzioni in generale conoscono bene la Chiesa cattolica, come anche la gente in generale. Siamo accolti, abbiamo buone relazioni con tutti. Con i musulmani non c’è nessun problema, soprattutto a livello della base. Talvolta i problemi possono sorgere per motivi politici. Così successe venticinque anni fa, quando ci fu un conflitto tra musulmani e cristiani, soprattutto nella località di Poso, nel centro. La scorsa settimana sono stato in quella zona per le cresime. Un gruppo di musulmani ha detto ai nostri: “Non vi preoccupate dell’organizzazione della festa. Andate in chiesa alla celebrazione, noi pensiamo a cucinare e a tutto il resto per voi”. Ho constatato fraternità tra le due comunità».

Ci sono poi oltre cento denominazioni di chiese protestanti. «Talvolta con i protestanti ci sono degli attriti. Qualcuno ci rinfaccia le persecuzioni avvenute in Europa nei secoli passati. Oppure ci sono certe gelosie per le nostre scuole. Ma in generale le relazioni sono molto buone».

Parlando di questioni economiche, continua: «A livello di disuguaglianze sociali, posso dire che non sono elevate tra la nostra gente. Tutti conducono una vita semplice, hanno cibo ogni giorno, hanno un lavoro, alcuni possiedono la terra, altri pescano sulle isole. Il welfare sociale è più o meno equivalente». Monsignor Rolly ci dice che lo stipendio minimo giornaliero è di 100mila rupie indonesiane al giorno, ovvero circa 5 euro.

È molto contento del coinvolgimento dei laici nella vita della Chiesa. «Abbiamo tanti gruppi che fanno attività nella nostra base. Il gruppo delle donne, quello degli uomini. Il gruppo dei genitori con figli, e ben tre gruppi di giovani, a seconda dell’età».

Anche a livello vocazionale la risposta è molto buona: «Abbiamo molti seminaristi, e anche le congregazioni religiose hanno molti candidati. Attualmente nella diocesi operano 94 preti diocesani e 57 religiosi».

L’economia della diocesi è basata principalmente sulle donazioni dei fedeli, «riceviamo anche qualche sussidio da Roma per i seminari, ma copre meno del 10% del nostro bilancio complessivo». Questione a parte sono le congregazioni missionarie, che hanno i propri budget per mandare avanti scuole, ospedali e altre attività.

Ma.B.

Tramonto sull’isola vulcanica Pulau Manadotua, nei pressi di Manado, Nord Sulawesi. Foto Marco Bello

Sorrisi e chiodi di garofano
Strade dissestate e navi per arrivare a Nord

La conformazione geografica e le scarse infrastrutture viarie rendono l’isola ancora più grande. La natura qui è un elemento di meraviglia continua. Nell’estremo Nord troviamo comunità con una vitalità sorprendente.

Lasciamo la tranquilla Rantepao, capoluogo della regione Toraja, e percorriamo una strada tutta curve lungo una montagna coperta da foresta pluviale. In questa zona, insieme a banani e alberi tropicali sui quali si arrampicano innumerevoli altre piante, sono presenti, in apparente contrasto, anche conifere. Per diversi chilometri non vediamo più coltivazioni e neppure case, ma solo una fitta foresta lussureggiante. Nella zona di Rantepao, invece, le risaie, anche distribuite su terrazzamenti, erano la coltura dominante. La regione produce pure il rinomato caffè Toraja, in gran parte esportato.

Scesi dalla zona montagnosa, e arrivati a Palopo, ricominciano le risaie, con gli onnipresenti banani, e in seguito iniziano le vaste piantagioni di palme da olio. Sulla strada si incrociano grossi camion carichi dei loro frutti. Andando verso Nord, attraversiamo un’altra zona montuosa dove è predominante la piantagione di cacao, altro prodotto di esportazione. Molte case hanno in cortile semplici aree di essiccazione delle preziose fave. Le casette sono belle e ben tenute. Sulle pendenze molto pronunciate, invece, viene coltivato il mais per il consumo locale.

Scorgiamo un grande specchio d’acqua che pare un mare. È il lago Poso, famoso per le anguille giganti. Siamo appena passati dalla provincia del Sud Sulawesi a quella del centro (Sulawesi centrale), ma pure dall’arcidiocesi di Makassar alla diocesi di Manado, le due uniche circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche dell’isola. Arriviamo alla città di Tentena, sulle sponde del lago, dove nasce il fiume Poso.

Imbarcazioni di pescatori sull’isola Bunaken, nei pressi di Manado, Nord Sulawesi. Sullo sfondo uno dei vulcani della zona. Foto Marco Bello

Il golfo di Tomini

Procedendo, la strada si inerpica su un altro gruppo montuoso. La maggior parte del Sulawesi è infatti costituito da montagne, alcune delle quali scendono a picco sul mare. Sono sempre ricoperte da una vegetazione rigogliosa, che è stata preservata. Continuando verso Nord, le piantagioni di cacao e mais lasciano lo spazio alle alte e snelle palme da cocco. Siamo arrivati sulla costa del grande Golfo di Tomini, che si insinua tra le province Nord Sulawesi e Gorontalo e la provincia Sulawesi centrale. Da qui in avanti l’agricoltura ruota intorno alla coltivazione di questa noce di cocco. Vediamo aree di essiccazione gusci spaccati da usare come combustibile per cucinare, camion che li trasportano.

Tra la popolazione, notiamo nuovamente molte donne e ragazze con il velo islamico e una numerosa presenza di moschee.

Arriviamo ad Anpana, piccola e polverosa città costiera che si sviluppa su una strada principale fitta di esercizi commerciali. È il maggiore centro urbano della zona e ha connotazioni molto islamiche.

Anpana è il porto obbligatorio per prendere il traghetto per Wakai, il maggiore villaggio dell’arcipelago delle Togian. Sono un gruppo di isole montuose, ricoperte di foresta pluviale e circondate dalla barriera corallina, situate a un soffio dall’Equatore.

Da Wakai, con un grosso ferry, il cui viaggio dura oltre dieci ore, si arriva a Gorontalo, città capoluogo dell’omonima provincia. Siamo, a questo punto, sulla penisola a Nord del Sulawesi.

Una grande diocesi

«La diocesi di Manado è molto vasta, include tre province: il Nord Sulawesi, Gorontalo e il Centro. Da un punto all’altro della diocesi, per la sua conformazione, ci sono oltre 1.700 chilometri di strada, piuttosto stretta, spesso sconnessa». Chi ci parla è pastor (don) Polce Pitoy, missonario del Sacro Cuore di Gesù, attuale segretario della diocesi di Manado. «Da due anni stiamo lavorando per erigere una nuova diocesi nel Sulawasi centrale, con sede a Palu. In realtà, la maggior parte dei cattolici sono qui nella punta estrema a Nord della penisola. Nel centro ci sono solo sedici parrocchie, con comunità molto lontane tra loro. Stiamo preparando la documentazione e il nunzio apostolico conosce la situazione».

Pastor Polce ci riceve nella sede della curia di Manado, capoluogo della provincia del Nord e seconda città del Sulawesi, dopo Makassar. Da Gorontalo si raggiunge con dieci ore di strada dissestata, sulla quale i sobbalzi sono la norma.

Il sacerdote è originario di Tomohon, a una trentina di chilometri da Manado. È nato nel 1959, e la sua missione è stata quasi sempre quella del formatore. Ha passato anche sei anni a Roma come consigliere generale, ed è tornato in Sulawesi un anno fa. Ha chiesto al vescovo di ricoprire anche un incarico di pastorale e così è diventato viceparroco della cattedrale di Manado. Visitiamo i locali parrocchiali e incontriamo diversi giovani molto attivi, riuniti in una formazione tra pari. Sono felici di accoglierci.

La provincia del Nord Sulawesi è caratterizzata dalla presenza dell’etnia maggioritaria Minahasa, per cui il suo territorio è chiamato con lo stesso nome. Questo gruppo guidò anche una rivolta contro il governo centrale tra il 1958 e il 1961, chiedendo maggiore autonomia. Manado fu bombardata e poi invasa dalle truppe dell’esercito.

I Minahasa sono in gran parte cristiani, in maggioranza protestanti. Anche qui, come nel resto dell’isola, i primi ad arrivare furono i cattolici con i portoghesi (1563), seguiti poi dagli spagnoli giunti dalle vicine Filippine. Gli olandesi della Compagnia delle Indie orientali occuparono
l’intero arcipelago indonesiano all’inizio del Seicento, cacciarono portoghesi e spagnoli (1605) e portarono il calvinismo, impedendo l’insediamento di missionari cattolici per due secoli. Questa proibizione si spiega come ricaduta sulle colonie delle persecuzioni religiose in Europa. Fu quando Napoleone conquistò i Paesi Bassi, e nominò suo fratello re, che i cattolici poterono tornare. Nel 1807 due preti diocesani olandesi arrivarono nell’area. In seguito, il Vaticano mandò i Gesuiti che furono seguiti da altre congregazioni. In questo periodo (1820), l’isola fu assegnata come territorio di missione ai Missionari del Sacro Cuore di Gesù. 

Mercato di Tomohon, Nord Sulawesi, noto per la vendita di carne di animali selvatici. Foto Marco Bello

In terra Minahasa

«Qui la cultura minahasa è molto forte. A livello cristiano è maggioritaria la Chiesa Gereja masehi injili Minahasa (Gmim, Chiesa cristiana evangelica in Minahasa, ndr). È una Chiesa locale di ispirazione calvinista, fondata nel 1934 dagli olandesi», continua padre Polce. Si parla di circa 850mila fedeli e oltre 800 parrocchie, nel Nord Sulawesi. I cattolici, in tutta la diocesi di Manado sono circa 200mila, ovvero circa 2,5% dei 7 milioni di abitanti. «Ci sono poi avventisti, pentecostali, e diverse altre denominazioni minoritarie».

«Le relazioni con i musulmani, e anche con gli altri cristiani, sono molto buone. Manado è conosciuta per la tolleranza dei fedeli delle varie religioni. C’è qualche fanatico, ma isolato.

Con i cristiani di altre denominazioni c’è collaborazione. Ad esempio alcuni di loro, che fanno un percorso da leader, partecipano ad alcuni nostri programmi di formazione, oppure frequentano l’università insieme ai cattolici. In questo modo, quando saranno responsabili religiosi, si porteranno dietro anche la conoscenza personale degli altri. È la garanzia per una migliore comunicazione».

Priorità educazione

Pastor Polce ci parla dell’importanza della Chiesa cattolica nell’istruzione e nella sanità: «Per quanto riguarda l’educazione, ci sono scuole gestite dalla diocesi e altre da alcune congregazioni religiose. Le prime sono circa 270, di ogni ordine e grado. Confrontate con quelle delle congregazioni, si possono vedere le differenze. Le seconde hanno più mezzi, e gli edifici sono messi meglio. Sono anche frequentate maggiormente da figli di famiglie ricche». Intanto ci accompagna a visitare l’istituto scolastico Katolik Rex Mundi, gestito dalle Sorelle di Gesù, Maria e Giuseppe, poco distante dagli uffici della curia.

«I problemi a cui facciamo fronte con le scuole della diocesi sono il loro elevato numero e i nostri pochi mezzi finanziari. Inoltre, la scuola statale è gratuita, questo ha fatto sì che ci sia una riduzione di allievi, ogni anno, nelle scuole della diocesi. Alcune le dovremo chiudere».

Nella Katolik Rex Mundi di Manado ci sono tutti i gradi scolastici, dell’infanzia al liceo. È frequentata da circa 1.300 allievi. La struttura è molto bella, ha campi di calcetto, basket e pallavolo, in parte coperti, mentre l’edificio si sviluppa su tre piani. Quando arriviamo, alcuni studenti che si stanno allenando, vogliono subito fare delle foto con noi. Incontriamo suor Rita Manuel, preside della scuola superiore, originaria di Bitung: «Gli studenti delle superiori sono 750 con 40 insegnanti e 20 persone tra tecnici e amministrativi. Era una scuola solo femminile, ma da dieci anni accoglie anche i maschi».

La congregazione gestisce anche quattro ospedali nella diocesi, dei quali uno a Manado. Sono presenti pure a Makassar con una grande scuola e un ospedale in centro città.

Il centro del cattolicesimo

Percorrendo una strada tutta curve che ci porta nuovamente in montagna, arriviamo nella cittadina di Tomohon. È un importante luogo turistico perché circondata da due vulcani, un lago di origine vulcanica, una cascata, ed è sede del Tomohon flower festival, il festival internazionale dei fiori, che si svolge ogni anno con la partecipazione di diverse nazioni nel mondo. Per questo è conosciuta come città dei fiori. Tomohon è anche il centro del cattolicesimo del Nord Sulawesi.

Qui il clima è decisamente migliore, più fresco e meno umido. Ovunque nelle strade sono appesi vasi con fiori di svariati colori. Vediamo diverse chiese e scuole gestite da congregazioni religiose.

Intorno alla città, in aree scoscese vengono coltivati ortaggi di molte varietà. Il terreno, in gran parte di origine vulcanica, è molto fertile. 

L’oro di Manado

Salendo in montagna osserviamo anche alberi con piccole foglie verdissime. Ci dicono che sono piantagioni di chiodi di garofano, una delle spezie concupite dagli olandesi fino dal XVI secolo, e di cui – scopriamo – il Sulawesi è il principale produttore mondiale. Le piantagioni di questo albero sono diffuse in tutta la parte orientale della penisola a Nord del Sulawesi, dando un contributo importante all’economia locale.

Un altro aspetto importante è il porto industriale di Bitung, collegato a Manado con una delle due autostrade dell’isola (l’altra è nel Sud Sulawesi). Tra le due città si trova la Zona economica speciale di Bitung, in parte ancora in progettazione, che prevede oltre duemila ettari di industrie per la trasformazione agricola e del pescato, magazzini, per il commercio nazionale e internazionale.

Sempre in regione Minahasa ci sono miniere d’oro e importanti giacimenti di nichel. Alcuni sfruttati dalla Meares Soputan mining, che si cerca di tenere lontana dai parchi naturali, con la loro ricchezza faunistica e floreale originaria.

Il popolo con il sorriso

A Manado incrociamo volti con caratteri somatici anche molto diversi. Alcuni sono di statura più bassa, e hanno pelle più scura. Altri, più alti, talvolta corpulenti, con occhi più sottili, carnagione chiara. Questi sono vestiti bene, li vediamo gestire o popolare i negozi e i moderni centri commerciali sulla centrale Jalal Piere Tendean.

«Si dice che Manado sia la terra della gente con il sorriso», ci aveva detto pastor Polce. Noi questa caratteristica l’abbiamo incontrata attraversando tutto il Sulawesi.

Marco Bello

Ragazze del gruppo giovani della parrocchia cattedrale di Manado, durante le prove di una celebrazione. Foto Marco Bello

  • Superficie: 1.905.000 km2 (6,35 volte l’Italia)
  • Popolazione: 283,5 milioni (Banca mondiale, 2024)
  • Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 113/191, livello alto (2024)
  • Pil: 1.400 miliardi di dollari (Banca mondiale, 2024)
  • Pil procapite annuo: 4.925 dollari (2024)
  • Crescita annua del Pil: +5% (2024)
  • Aspettativa di vita: 71 anni (2023)
  • Popolazione al di sotto della soglia di povertà
    (3 dollari US al giorno): 5,4% (2024)
  • Tasso di alfabetizzazione: 96%
  • Accesso alla rete elettrica: 99,4%.
  • Uso individuale di internet: 69%.

Letture consigliate

• Nasir Tamara, Indonesia rising, ed. Select Publishing, Singapore 2009. La Reformasi, ovvero come l’Indonesia è diventato uno stato democratico (in inglese).

• David van Reybrouck, Revolusi. L’indonesia e la nascita del mondo moderno, Feltrinelli 2024. Inchiesta approfondita sulla rivoluzione del 1945 e le sue conseguenze.

• Franck Michel, Les Torajas de l’Indonésie, ed. L’Harmattan, Francia 2000. Sulla cultura Toraja (in francese).

Marco Bello, giornalista, direttore editoriale di MC.

Si ringraziano
L’arcidiocesi di Makassar e la diocesi di Manado. In particolare, don I Made Markus Suma, don Aidan Putra Sidik,
don Polce Pitoy, monsignor F. Nipa e monsignor B.E. Rolly Untu.
Paolo Affatato, specialista dell’area. Carla Faraon per l’apporto spirituale.

Bimba con il vestito tradizionale toraja, durante una cerimonia funebre nei pressi di Rantepao.
Foto Marco Bello



Minoranza in dialogo

La missione in un’area dove i cristiani sono il 3% della popolazione porta con sé diverse sfide. Se si aggiungono la povertà di mezzi e l’isolamento, il lavoro si fa duro. Ma è quello che dà più senso a una presenza.

La presenza dei Missionari della Consolata in Costa d’Avorio inizia nel 1996 e si concretizza con due zone di missione piuttosto diverse.

La prima, a Sud, a San Pedro, dove tutto è cominciato, è a maggioranza cristiana. La seconda, a Nord, nella diocesi di Odienné, dove l’istituto è presente dal 2001, prima nella parrocchia di Dianra, e poi, l’anno successivo, in quella di Marandallah. Quest’area, che confina con il Mali e il Burkina Faso, è a maggioranza musulmana. Qui si aprono sfide specifiche dovute al contesto.

«La missione nel Nord della Costa d’Avorio ha un senso profondo per tre motivi – ci dice padre Stefano Camerlengo, missionario a Dianra village -. La missione come incontro, come relazione, in questa zona si manifesta nell’essere “minoranza”.

Pur essendo missionari, e quindi con il dovere di essere in prima linea là dove non si conosce il Vangelo, ho constatato che la maggior parte dei Paesi nei quali siamo presenti in Africa sono a maggioranza cristiana, o comunque dove i cristiani sono in gran numero. Qui, nel Nord della Costa d’Avorio, invece, ti rendi conto di essere minoranza. Quindi, innanzitutto, sei privo di particolari privilegi. 

Inoltre, qui lavoriamo con un piccolo gruppo di persone, che è piuttosto stabile. Qualcuno muore, uno nuovo può arrivare, ma di base la comunità è sempre la stessa, senza la pretesa di avere delle folle». Padre Stefano continua: «Essendo un gruppo stabile, poi, è anche fragile, perché è tutto in mano a poche persone (catechisti e agli animatori), che sono anche i più intraprendenti. Questo fatto, però, genera precarietà».

«Devo aggiungere che, per fortuna, in questo periodo storico, nonostante siamo solo il 3% della popolazione nella diocesi di Odienné, noi cristiani non siamo maltrattati».

Povertà in periferia

Il secondo elemento, che per padre Stefano da un senso profondo alla missione nella sua zona, è la condizione di povertà di mezzi e di servizi: «Qui ci sentiamo “periferia”. È presente una povertà che chiamerei atavica. Nella nostra area ci sono villaggi nella stessa situazione in cui erano trenta o quaranta anni fa. Non è arrivata l’elettricità, tanto meno la strada asfaltata. Durante la stagione delle piogge spostarsi diventa molto complicato. Inoltre, come mezzi di trasporto, le persone possono contare al massimo su un motorino cinese. Poi mancano i servizi, ad esempio quelli sanitari. La nostra area di intervento è grande come la regione Marche, ma c’è un unico ospedale con il reparto odontoiatrico. Per farsi curare i denti, la gente deve fare due giorni di cammino, oppure usare i mezzi pubblici che non arrivano.

Allo stesso tempo però, a livello generale, il Paese sta crescendo, aumenta la ricchezza, ma questa tocca pochi e solo in città. Non nelle nostre zone. In questo senso, ci sentiamo periferia».

Un altro aspetto, molto importante, e legato al primo punto, è quello del «dialogo interreligioso».

Continua padre Stefano: «Un elemento motivante nello stare qui è il fatto di poter intavolare il dialogo interreligioso. Intanto dobbiamo partire dal presupposto che questo interessa solo a noi, e non agli altri, perché è insito nel nostro stile, nel Vangelo. Per realizzarlo dobbiamo creare delle occasioni. Ma per un dialogo a livello di dottrina, a livello teologico, intellettuale, qui non abbiamo le basi, neppure linguistiche. Per noi, si tratta piuttosto di un dialogo nel quotidiano, del vivere insieme. Ci si invita alle feste religiose reciprocamente. Ci sono anche dei momenti convocati dal governo locale. Quando c’è una festa nazionale o un incontro organizzativo, il prefetto, o il sindaco, invita tutti i responsabili religiosi. Tutti partecipiamo e cerchiamo insieme di migliorare il nostro ambiente di vita comune.

Ad esempio, abbiamo fatto alcune riunioni sulle elezioni che si terranno a breve (a ottobre, ndr). Ogni incontro, anche se in ambito civile, inizia e finisce con una preghiera. Quella iniziale chiedono sempre a me di farla, mentre quella finale la predica un imam. Poi il prefetto ci invita a pranzo, e c’è sempre il posto riservato alle autorità religiose».

Anche questo, dunque, è un dialogo fatto di relazioni quotidiane. «Se ci sono dei progetti per il bene comune, cerchiamo ci coinvolgere tutti. Come parrocchia, abbiamo, ad esempio, acquistato un trasformatore per stabilizzare la corrente elettrica, e abbiamo coinvolto tutti».

Esiste inoltre un protocollo di comportamento: «Quando vado a visitare una delle nostre comunità in un villaggio, appena arrivato vado dal capo villaggio, poi dall’imam e, infine, posso riunirmi con i fedeli a pregare».

Analfabetismo

Padre Stefano porta l’attenzione su un’altra questione: «Nella missione di Maradallah il presidente del nostro consiglio pastorale è poligamo. È l’unico che sa leggere e parlare in francese, quindi è necessario. Qui l’analfabetismo è ancora molto diffuso. I nostri catechisti non sanno leggere, allora imparano tutto a memoria. Talvolta diventa difficile fare passare i messaggi. Ad esempio, non tutti sono in grado di usare i programmi di messaggistica sul telefono. Quelli che di solito ci aiutano non sanno farlo. Quindi, non è facile organizzarsi».

Grandi sconvolgimenti

Padre Stefano ha una nuova preoccupazione per la sua zona di missione. Recentemente è stato scoperto un grande giacimento d’oro per la quale è stata data la concessione a una società canadese: «Sono già presenti e stanno costruendo alcuni impianti. Arriveranno strade, elettricità. Il prefetto mi ha chiesto di calmare la gente. Ci sono villaggi che saranno spostati, perché sotto di essi si trova l’oro. Una strada dovrebbe passare attraverso a una foresta che è sacra, secondo le credenze locali. Quindi la gente non vuole e ha bloccato i lavori. Inoltre, quando un abitante di un villaggio riceve l’indennizzo per il suo terreno, non è in grado di gestire una quantità di denaro mai vista prima, e rapidamente viene persa. La compagnia mineraria farà qualche dispensario e qualche scuola, il che è un bene. Però arriveranno anche avventurieri da ogni dove. Insomma, sarà tempo di grandi sconvolgimenti».

E chiude: «Quando lavori in questo contesto vedi proprio la fatica del quotidiano. E questo dà senso alla tua missione. Qui diciamo: Tutto è un problema, d’altra parte si troverà una soluzione, prima o poi». Però è dura.

Marco Bello




La scomparsa del diritto internazionale

Il mondo in cui viviamo è diventato in pochi anni sempre più instabile. Il sistema che ha garantito la sicurezza internazionale – pur con diverse falle – negli ultimi ottant’anni sembra saltato. All’indomani della Seconda guerra mondiale, il 26 giugno del 1945, cinquanta Paesi firmarono la Carta delle Nazioni Unite che diventò il pilastro del diritto internazionale. Avendo natura di trattato, è vincolante per i 193 Stati che l’hanno ratificata, diventando così membri dell’Onu, in quanto si tratta dello statuto dell’organizzazione.

Un sistema che sancisce le regole di convivenza tra Stati, e imposta i meccanismi giuridici per farli rispettare, comprese le sanzioni e gli interventi del Consiglio di sicurezza.

In questo panorama, la Corte penale internazionale giudica i responsabili di crimini contro l’umanità.

Se questa è la teoria, la pratica è molto diversa, soprattutto di questi tempi.

La Russia ha occupato e annesso la Crimea già nel 2014. Nel 2022 ha invaso l’Ucraina, costretta a difendersi in una guerra nella quale le violazioni sono quotidiane.

Israele ha risposto in modo sproporzionato contro l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, rivalendosi in grande parte sulla popolazione civile, violando ripetutamente il diritto umanitario, come ha verificato l’Onu e le Ong presenti sul posto.

Il Rwanda ha occupato l’Est della Repubblica democratica del Congo, sebbene in parte sotto le mentite spoglie del gruppo «ribelle» M23, da Kigali finanziato ed equipaggiato.

È dei giorni in cui scriviamo l’attacco «preventivo» di Israele – che possiede l’esercito più forte del Medio Oriente – e degli Usa all’Iran. Un attacco illegale, in quanto non costituisce un’operazione di difesa, dicono gli esperti di diritto internazionale. Perché in aperta violazione dell’articolo 2, paragrafo 4, della Carta, che recita: «I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite».

Eppure, la propaganda israeliana, accompagnata in modo strumentale da motivazioni storiche, hanno indotto alcuni Paesi fondatori delle Nazioni Unite (Usa, Francia, Germania e Australia) a sostenere che si tratta di autodifesa.

Abbiamo assistito anche al cambio di paradigma dell’assistenza umanitaria. Questa si basa sui due pilastri di «indipendenza» e «neutralità»: la Gaza humanitarian foundation, espressione dei governi di Usa e Israele, non ha queste caratteristiche. Inoltre, la sua azione di aiuto presenta molte ambiguità ed è stata, in realtà, una trappola mortale per le persone che sarebbero dovute essere le destinatarie dell’intervento umanitario.

Poi c’è la violenza dei toni e delle parole, anche queste in contraddizione al diritto umanitario. In particolare, quelle del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che, fin dai primi giorni della sua presidenza, ha minacciato possibili annessioni di Canada, Panama e Groenlandia. Parole ripetute varie volte, alle quali, ci auguriamo, non seguiranno i fatti.

Nel mondo che si sta disegnando in questi mesi, saltato il sistema del diritto internazionale e del diritto umanitario, sembra prevalere la legge del più forte, di chi ha il migliore esercito, spende di più in armamenti, e magari possiede la bomba atomica. I Paesi meno ricchi e meno armati (la maggioranza) e la popolazione civile dell’intero pianeta non potranno che subire.

Papa Leone, durante l’udienza giubilare di sabato 14 giugno ha detto: «In un momento così delicato, desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero […]. Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro. È dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace, avviando cammini di riconciliazione e favorendo soluzioni che garantiscano sicurezza e dignità per tutti».

Se i governi degli Stati che, nel 1945, hanno disegnato il sistema del diritto internazionale oggi lo ignorano, l’ultima speranza resta nella società civile mondiale, che riesca, in qualche modo (anche elettorale), a riportare il pianeta in acque meno turbolente.

Marco Bello




Amazzonia, via i cercatori d’oro

Dopo quattro anni pessimi per la terra indigena, con il governo Lula la situazione è migliorata. A livello legislativo, però, la lobby latifondista non arretra. Intanto bande armate controllano porzioni di territorio. E gli indigeni hanno un progetto per proteggersi.

«Io sono Júlio Ye’kwana, del popolo Ye’kwana, vivo nella foresta amazzonica, nella regione chiamata Javaris, in Brasile, vicino al confine con il Venezuela». Incontriamo il leader indigeno a Roma, durante un viaggio di sensibilizzazione. Il suo popolo vive nella Terra indigena yanomami (Tiy), area protetta riconosciuta dal governo federale del Brasile nel 1992.

Nel Nord della Tiy si trovano cinque comunità ye’kwana, per un totale di circa 700 persone. In Venezuela, nella zona confinante, ve ne sono altre settemila. Gli Yanomami in Tiy sono, invece, circa 30mila.

«Ho quarant’anni. Sono presidente dell’associazione Wanaseruma, che partecipa alla lotta per la difesa dei diritti dei popoli indigeni e contro gli invasori della Tiy. Per questo motivo siamo in partenariato con diversi altri enti della società civile. Sono entrato nel movimento indigeno a fine 2017. Quando sono diventato presidente, ho iniziato a viaggiare per presentare quello che succede nella nostra terra».

Occhi neri e sguardo fiero, Julio non sembra spaesato nella Roma «caput mundi».

Continua con piglio deciso: «Ho imparato molto dal popolo Yanomami, in particolare dal suo leader Davi Kopenawa (cfr. MC giugno 2024). La sua lotta mi ha ispirato molto. Oggi non è più solo, gli si sono affiancati diversi leader che portano avanti la lotta per i due popoli».

Júlio è stato invitato nella capitale italiana dai Missionari della Consolata in occasione della canonizzazione di Giuseppe Allamano, lo scorso ottobre. I missionari lavorano in Tiy dal 1965.

Manifestantes aguardam a chegada do presidente Lula na Casai de Boa Vista (Foto: Felipe Medeiros/Amazônia Real)

Una legge pericolosa

Ci parla subito di una questione che, in Brasile, preoccupa molto i popoli indigeni. È il cosiddetto «Marco temporal» (ne abbiamo già scritto su MC, a partire da novembre 2023).

La legge numero 14.701 del 2023 è stata approvata dal Congresso (il parlamento brasiliano), ma il Supremo tribunale federale (Stf, la più alta istanza giudiziaria), l’ha dichiarata incostituzionale. Il Congresso (composto dai rappresentanti dei poteri forti, tra i quali i latifondisti, quindi a maggioranza anti-indigena), però, ha ignorato la sentenza e, paradossalmente, la legge è tutt’ora valida.

«Gilmar Mendes, un giudice del Stf ha creato una struttura complessa, chiamata istanza di conciliazione – spiega Júlio -. Vorrebbe essere un tavolo di concer- tazione sul Marco temporal al quale siano rappresentati i proprietari terrieri, i leader indigeni e il Governo. L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a un accordo. La Piattaforma dei popoli indigeni del Brasile (Apib, Articolação dos povos indigenas do Brasil), della quale fanno parte molte associazioni, riflettuto se partecipare o no e ha deciso per il sì, ma quando ha visto che la negoziazione non era chiara, si è ritirata. A quel punto, Gilmar Mendes ha chiesto al ministero dei Popoli indigeni (guidato dalla ministra Sônia Guajajara) di indicare altri leader. La ministra ha indicato tutte persone facenti parte di qualche ministero o di enti governativi. Il risultato è stato che la società civile indigena non era rappresentata. E, cosa ancora più grave, sta creando conflitto tra associazioni indigene e Governo».

Júlio ci spiega cosa è il Marco temporal: «È una legge molto pericolosa, che mette in discussione il diritto dei popoli indigeni alla loro terra, perché apre la possibilità per imprenditori e privati, ad esempio nel settore minerario, idroelettrico, agroindustriale, di entrare nelle terre indigene già demarcate. La legge sostiene che hanno diritto alla terra solo le persone che ci stavano prima della Costituzione del 1988. Ma molte non erano sul posto perché erano state espulse. La legge minaccia, dunque, alcuni diritti costituzionali».

Conclude Júlio: «Il Congresso ci è ostile, perché i suoi membri non amano i popoli indigeni, non capiscono che essi stanno mettendo in sicurezza il pianeta. I politici puntano solo al denaro».

Presidente Lula visita Boa Vista nel 2023 (Felipe Medeiros/Amazônia Real)

La terra yanomami

Júlio conosce bene la Tiy. Vi è nato e vi abita, anche se il suo impegno di leader lo porta spesso a Boa Vista, capitale dello stato di Roraima (il più a Nord del Brasile), e in giro per il mondo.

Gli chiediamo di aggiornarci: «Tra il 2018 e il 2021 abbiamo sofferto molto in Tiy. I bambini sono morti in grande numero, oltre 500 per malattie portate dai garimpeiros (cercatori d’oro, illegali nelle aree demarcate, ndr), come malaria, infezioni respiratorie, intossicazione da mercurio. In quel periodo il numero di siti minerari è aumentato: erano incentivati dal governo di Jair Bolsonaro (che perseguiva una politica antindigena, ndr). I cercatori erano oltre 20mila».

Il primo gennaio del 2023 si è insediato il governo federale del presidente Luis Ignacio da Silva, detto Lula, al suo terzo mandato non consecutivo. È stata dichiarata la crisi umanitaria per gli Yanomami. Sono iniziate operazioni nella Tiy per mandare via i garimpeiros, e questi, infatti, sono diminuiti. «Oggi la situazione è migliorata – continua Júlio – e potrà migliorare ancora. Però siamo preoccupati perché il processo è lento. Il Governo deve fare più in fretta possibile per risolvere i problemi nella Tiy, perché quando finirà il suo mandato (fine 2026, ndr), non sappiamo cosa farà la prossima amministrazione».

La preoccupazione è comprensibile. Alle prossime elezioni potrebbe – nuovamente – andare al potere un presidente ostile ai popoli indigeni (come Bolsonaro). La cosiddetta «Operazione zero invasione» deve terminare il prima possibile, con il recupero delle aree distrutte dai minatori. Ma questo è molto difficile. Nella Tiy ci sono infatti ancora molti cercatori d’oro, con i loro macchinari, le piste di atterraggio illegali e gli aerei.

Il Governo dello Stato di Roraima è tradizionalmente anti-indigeno, al punto da appoggiare i garimpeiros.

A Roraima, ad esempio, è nato il «Movimento garimpo legale», che chiede la liberalizzazione dell’accesso dei cercatori d’oro alle terre indigene. Ne fanno pure parte candidati deputati e imprenditori. In effetti, le classi politica, economica e, in parte, anche intellettuale, sono favorevoli al garimpo, anche in terra indigena demarcata.

I gruppi criminali

Júlio Ye’kwana continua il suo racconto: «I cercatori d’oro hanno portato nella Tiy molte cose negative: violenza, armi, droga, morte e, in ultimo, le “fazioni”. Si tratta di gruppi criminali organizzati. Chi scappa dalla galera dove va? Dove non c’è la polizia, dunque va in terra indigena. Lì viene subito assoldato come mano d’opera per la sicurezza dai capi dei gruppi di garimpeiros». Così si formano bande armate, che controllano zone di foresta. Talvolta ci sono conflitti tra gruppi di cercatori d’oro e gli uomini della sicurezza compiono veri massacri.

«Inoltre, le miniere sono anche utilizzate per fare transitare armi e droga tra Paesi – continua Júlio -. Ad esempio, un piccolo aereo arriva dalla Colombia e atterra su una pista clandestina di un garimpo. Lì deposita droga, prende armi. Il carico poi riparte con un altro aereo verso Nord. Il tutto in un’area fuori dalla legalità messo in sicurezza da queste “fazioni” che vogliono controllare quello che viene chiamato “narco garimpo”. L’attuale Governo federale ha manifestato interesse a lottare contro tutti questi traffici. Adesso nell’area entra l’esercito, la polizia, l’Ibama (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili), oltre alla Funai (Fondazione nazionale dell’indio). I garimpeiros stanno silenziosi, vanno oltre confine in Venezuela e Guyana, nascondono i macchinari sottoterra. Però, appena finisce l’operazione, ritornano. Hanno finanziamenti internazionali».

In un forum al quale erano presenti 250 leader di comunità della Tiy, nella località Auaris, a settembre dell’anno scorso, Nilton Tubino, rappresentante del governo federale a Boa Vista, ha dichiarato che il 77% dei garimpos nell’area demarcata erano stati chiusi. Ma la situazione può rapidamente capovolgersi.

«Il nostro ruolo è fare pressioni presso le istituzioni affinché proseguano con questa bonifica.

Inoltre, secondo noi è necessario un piano di protezione, che consiste nel mettere delle basi del governo nella Tiy, ma anche in un programma di vigilanza indigena».

Brasília (DF), 10/04/2025 – Indígenas de várias etnias participam da marcha do acampamento terra livre (ATL).
Foto: Joédson Alves/Agência Brasil

Minaccia diretta

Le bande criminali, inoltre, minacciano anche direttamente i popoli indigeni. «Ad esempio, nella zona di Waicas, sul rio Uraricoera, i membri di una banda hanno minacciato una comunità, dicendo: “Voi non potete più venire qui, è pericoloso, potremmo spararvi. Adesso è un nostro territorio”. Però quello è un territorio di caccia abituale, dove gli abitanti reperivano diversi animali selvatici, necessario al loro sostentamento. Ecco che queste bande prendono interi territori e li controllano, togliendoli alle popolazioni indigene». 

Chiediamo a Julio chiarimenti sul programma di vigilanza indigena: «Si tratta di avere delle nostre basi e fare monitoraggio, al fine di proteggerci. È una vigilanza non armata. Per questo stiamo facendo la formazione di giovani delle nostre comunità, ad esempio all’uso di droni o altri strumenti e metodi di monitoraggio. Tutto questo serve per denunciare alle autorità la presenza di garimpos e bande criminali, al fine di proteggerci». Per fare questo, però, occorrono fondi.

«Questo progetto è autonomo, non necessita dell’approvazione della Funai, ma deve essere autofinanziato. Io sono venuto a Roma anche per questo, per cercare appoggi e finanziamenti internazionali».

È stato valutato che una base di vigilanza indigena possa costare circa 400mila reais (64mila euro) per la costruzione e l’attrezzatura e circa 870mila reais (136mila euro) per la gestione annuale. La somma pare elevata, ma è realistica. Prevede la costruzione della base, il suo equipaggiamento, lo stipendio di cinque persone tutti i giorni dell’anno, svariati voli aerei per gli spostamenti, cibo, carburante e tutto ciò che serve a farla funzionare.

Per fare un confronto, il Governo, nel 2024, avrebbe investito un miliardo e 200 milioni di reais per le operazioni nella Tiy (circa 180 milioni di euro).

Oro insanguinato

I paesi europei importanto oro dal Brasile. E c’è modo di verificare la provenienza del prezioso metallo. Julio ci conferma: «L’Italia è uno dei paesi che importa oro illegale. Secondo lo studio dell’Istituto Escolhas di São Paulo, dell’agosto 2024, il 94% dell’oro importato in Europa dal Brasile era ad alto rischio di avere origini illegali. Questo vuol dire che proveniva da terra indigena. Sono le terre di Yanomami, Ye’kwana, Kyapó e Munduruku le aree di estrazione aurifera illegale nel Paese. Esistono percorsi clandestini, come quelli per il lavaggio del denaro, che permettono di immettere sul mercato questo oro, come se fosse legale. Ogni settimana, a Boa Vista, arrivano persone cariche di oro da “legalizzare”. Il traffico è gestito dai finanziatori dei garimpo, coloro che, alla fine, si arricchiscono». Júlio è risoluto: «Siamo qui in Europa anche per denunciare questo fatto».

Le comunità indigene della Tiy hanno paura che i garimpos siano legalizzati: «I siti auriferi hanno avuto un impatto negativo su educazione, salute, struttura sociale e, in particolare, sui giovani. Questi sono influenzati e tentati a lavorare nelle miniere. È stata la rovina di molte comunità. I bambini, inoltre, si ammalano o, comunque, sono fortemente colpiti dalla situazione. Crescono vedendo fiumi sporchi, scarsità di pesca e cacciagione, e pensano che il mondo sia fatto così. Non sanno che prima dell’arrivo dei garimpeiros l’Amazzonia era un posto migliore».

Marco Bello

Indígenas aguardam a chegada do presidente Lula na Casai de Boa Vista (Foto: Felipe Medeiros/Amazônia Real)



Ad gentes in alta quota

La scelta è il lavoro tra i popoli indigeni dell’America Latina. Nei primi anni Novanta si concretizza sulle Ande boliviane. Impegno sociale, ma anche pastorale giovanile. Studio di cultura e spiritualità dei popoli.

C’è abbastanza carburante nella Jeep (negli ultimi tempi, non sempre è così…) e le missionarie che lavorano a
Vilacaya (piccolo paesino a tremila metri di altitudine sulle Ande boliviane) decidono di andare a visitare due famiglie che vivono in borgate a circa 10 km di distanza. Il veicolo sobbalza, superando pietre e buche, mentre alza il polverone dietro di sé.

Entrambe le famiglie hanno case dipinte di bianco e azzurro, costruite da un progetto del governo, il cui partito si contraddistingue proprio per questi due colori. Entrambe sono composte da due genitori e sei figli, più o meno della stessa età. Entrambe lottano per assicurare un oggi e un domani ai piccoli di casa.

Non è facile: Vilacaya e, in generale, il Sud Ovest della Bolivia è colpito da una progressiva siccità, che rende quasi impossibile la vita delle famiglie contadine, appartenenti all’etnia quechua.

Ci sono però delle differenze: la prima famiglia cerca con tutti i mezzi di migliorare le sue condizioni, mentre la seconda è prostrata, tra le altre cose, dalla piaga dell’alcolismo e, alle volte, i bambini soffrono l’abbandono. Anche questa è una faccia della povertà.

Poopó e i minatori

Le Missionarie della Consolata sono arrivate in Bolivia nel 1991, ma se ne sono «innamorate» molto prima: nel 1989 due consigliere generali – suor Renata Conti e suor Evelia Garino – avevano visitato diversi Paesi dell’America Latina, in vista di una nuova presenza missionaria accanto ai popoli nativi. Erano passate a Poopó, centro minerario del dipartimento di Oruro, e ne rimasero profondamente toccate.

Come istituto, però, fu scelta un’apertura a Tencua, nell’Amazzonia venezuelana. Ma la storia non finì nel nulla: la direzione generale propose alle sorelle presenti in Argentina di riflettere su una possibile apertura a Poopó. E questa avvenne, appunto, due anni dopo. Quella di Tencua, come quella di Poopó, sono state una risposta all’opzione che, gradualmente, le varie presenze delle Missionarie della Consolata nel continente americano hanno fatto propria: la scelta della missione ad gentes tra i popoli indigeni e originari. All’epoca, il «movimento indigenista», appoggiato da Ong e da Chiese di varie denominazioni, era molto attivo e rivendicava i propri diritti. È stato un tempo intenso, nel quale la presenza dei Missionari e delle Missionarie della Consolata si concentrava nell’impegno per la giustizia e la pace, e in progetti di promozione umana. 

«Era chiaro che la nostra presenza non doveva essere una risposta assistenzialista», ricorda suor Marisa Soy, una delle prime missionarie giunte in Bolivia. La situazione socio economica dell’altipiano andino, all’inizio degli anni Novanta, era preoccupante: la speranza di vita era bassa e la mortalità infantile molto alta. Le sorelle iniziarono a visitare le famiglie per rendersi conto della condizione reale della gente. A livello di Chiesa, esisteva già un’equipe diocesana di pastorale sociale, quindi la collaborazione fu immediata e molto positiva. «Conoscevamo i progetti dell’équipe, e contribuivamo con il nostro lavoro e anche economicamente», condivide suor Marisa.

Oltre all’impegno sociale, le sorelle partecipavano alle comunità di base e accompagnavano la pastorale giovanile.

Bolivia, missionarie della Consolata.

Tra i contadini quechua

Bolivia, missionarie della Consolata.

Dopo venti anni di presenza, nel 2012 la riflessione ha portato a un «cambio di domicilio»: la parrocchia di Poopó aveva i suoi leader, le condizioni socioeconomiche della cittadina erano migliorate. La sfida di lasciare terreni dissodati e conosciuti, per ricercarne altri e iniziare da zero (o quasi) fa parte della missione ad gentes. Con le lacrime agli occhi, ma con il cuore pieno di gratitudine per la missione vissuta, nel 2013 si è chiusa la comunità di Poopó e si è aperta quella di Vilacaya, nel dipartimento di Potosí, una vasta regione del sud del Paese, in cui la presenza ecclesiale era quasi nulla.

L’opzione per i popoli indigeni dell’istituto ha compiuto passi significativi nel tempo. Oggi si dà molta attenzione allo studio della cultura, della lingua e della spiritualità del popolo nativo, come riconosce suor Marisa che, dopo una ventina d’anni vissuti fuori continente, è ritornata in Bolivia, questa volta a Vilacaya: «Qui ho percepito un impegno maggiore della comunità delle missionarie nel conoscere la cultura e accompagnare la gente nella riflessione sulla propria identità. È bello che protagoniste siano le persone e noi delle sorelle che le accompagnano». Con molto sforzo e convinzione, i popoli andini cercano di armonizzare le proprie radici originarie, la fede cristiana e le sfide del mondo globalizzato (paradigmi culturali nuovi e attraenti, il cambio climatico, le politiche nazionali).

Suor Nadia Leitner ha vissuto diversi periodi in Vilacaya, fin dai primi passi di questa comunità. Oggi è la sua Chiesa di origine, in Mendoza (Argentina), ad averle dato il mandato per la missione in Bolivia: «Questo mandato è un segno di fiducia e speranza, la certezza che non sono sola, e che non cammino per conto mio», ci racconta suor Nadia. «Per me significa vivere l’ad gentes del Continente America. Vivere con il popolo quechua ha tanto da insegnarmi».

Vilacaya oggi

Suor Marisa, suor Nadia e suor Maria Elena rientrano dalla visita alle due famiglie con il cuore colmo di emozioni e interrogativi: che ne sarà di questi bambini, in un ambiente così sfidante? Saranno migranti, come tanti altri, alle periferie delle città, o lavoreranno nei cunicoli delle miniere? Non ci sono risposte a queste domande, ma c’è una realtà nell’oggi di queste persone: la presenza delle suore e la visita che fanno alle comunità e famiglie, che reca sempre tanta gioia. Si percepisce molta solitudine e senso di abbandono nella popolazione quechua della zona.

«Oggi Dio mi sta chiedendo di stare qui, dare il meglio di me, perché ogni persona possa sentirsi amata da Dio, un Dio che non si dimentica dei suoi figli. Condividere la vita con la gente, significa dire alle persone che hanno valore, che i loro sogni valgono», ci dice suor Nadia.

E questa è la consolazione che fa vivo e presente lo spirito di san Giuseppe Allamano nella vita delle sue figlie. Anche ad alta quota.

Stefania Raspo




«Ho fatto tanta strada»

Il simbolo dell’isola è il grattacielo 101 a Taipei. Tuttavia, gran parte del suo territorio è montuoso. Qui l’ambiente è distinto e la vita è diversa. In una zona di queste montagne ha lavorato una missionaria che ha lasciato un segno indelebile. L’abbiamo incontrata.

Contea di Hsinchu. A Guanxi la strada lascia la pianura, con le sue città frenetiche, trafficate di auto e motorini, i palazzi alti e le migliaia di insegne e scritte commerciali luminose, senza un albero. Da qui in avanti si inerpica sulla montagna, curva dopo curva. Si apre davanti a noi un paesaggio inaspettato: montagne coperte di boschi, piccole abitazioni sui bordi della via. Strette valli percorse da torrenti. Scorgiamo alte pareti di roccia, sovrastate da foresta tropicale. Fa caldo umido, come si addice alla stagione. Non ci immaginavamo che Taiwan fosse anche questo.

Eppure, oltre la metà della superficie dell’isola, è costituita da montagne, che la percorrono da Nord a Sud, nella parte centrale fino alla costa orientale, che infatti non è praticabile dalle navi.

Andiamo sempre più verso l’interno, le pendenze sono talvolta impressionanti, nonostante le curve. Arriviamo alla località chiamata Naro, un piccolo borgo di una ventina di case. Questa è la zona della popolazione

Atoyal, una delle sedici etnie riconosciute dal governo della Repubblica di Cina (nome formale che comprende l’isola principale e gli arcipelaghi Penghu, Kinmen e Matsu). Altri dieci gruppi stanno lottando per il riconoscimento.

Questi popoli indigeni – o aborigeni, come li chiamano qui – sono i primi abitanti dell’isola. Si tratta di etnie austronesiane, ovvero quelle che abitano le isole del Sudest asiatico, ma anche la Micronesia nel Pacifico. Parlano lingue proprie, simili al bahasha, usato in Indonesia e Malaysia. In totale sono circa 500mila sui 23 milioni di abitanti di Taiwan, e hanno una storia di discriminazioni e isolamento. Solo negli ultimi due decenni le loro identità culturali sono state rivalutate, per motivi politici.

Nel cuore delle montagne

Taiwan. Contea di Hsinchu. Hsinchu. Ritratto di suor Elena Pia Frongia, chiamata Zhao Xiurong. (Foto Marco Bello)

A Naro ci accoglie suor Anna Dinh Thi Lanh, missionaria vietnamita del Sacro Costato. «Qui siamo in due – ci racconta, con un sorriso disarmante -. Io sono arrivata a Naro due anni fa, ma sono nel Paese da quindici».

Le suore missionarie del Sacro Costato sono state fondate dal medico e sacerdote Eustachio Montemurro a Gravina di Puglia (Bari) nel 1908. Sono arrivate a Taiwan nel 1961 e oggi sono ventotto di cui quattro italiane, poi taiwanesi, cinesi e vietnamite.

La zona montana della contea di Hsinchu è un’area di presenza e di evangelizzazione dei Gesuiti. Molti di loro arrivarono qui dalla Cina continentale (mainland) perché espulsi dai comunisti, giunti al potere dopo la vittoria della guerra civile nell’ottobre 1949.

Il metodo missionario prevedeva, dopo avere imparato la lingua del gruppo etnico, la formazione di catechisti nei diversi villaggi. Questi avrebbero diffuso la Parola nelle loro zone, a cominciare dalla proprie famiglie e nella lingua madre.

Per affiancare i missionari, il padre Liao, direttore della missione Chiunglin Jianshi (dal nome della zona, oggi Jianshi è il comune il cui territorio copre anche questa zona), aveva pensato di chiamare le suore di Montemurro.

Ci racconta ancora suor Anna: «Qui a Naro, nel 1961 arrivò una suora italiana, che la gente chiamò Zhao Xiurong. Perché qui a Taiwan ogni missionario riceve anche un nome cinese. Una sorella che ha fatto grandi cose, in particolare per rendere l’istruzione accessibile a tutti». Parla di suor Elena Pia Frongia, che, da subito, si adoperò affinché anche i figli degli aborigeni andassero a scuola, perché l’educazione – ne era convinta – avrebbe dato una svolta alla loro vita.

Inoltre, in quel tempo, a Taiwan mancavano i beni di prima necessità e i trasporti erano scomodi, soprattutto per le popolazioni indigene sulle montagne, dove la vita era ancora più dura e difficile. Per prendersi cura dei poveri, Zhao Xiurong raccoglieva in città e trasportava beni di prima necessità e aiutava i malati procurando loro medicine. Quando veniva a sapere che qualcuno era nel bisogno, faceva del suo meglio per aiutarlo.

Visita di Naro

Suor Anna ci fa visitare la missione di Naro. C’è l’asilo fondato da suor Elena Pia, chiamata Catholic Franciscus preschool (scuola materna cattolica francescana, da Francesco Saverio), dove i bambini sono molto eccitati al vedere dei forestieri e corrono nel cortile sorridendo e gridando. Poi ci sono dei locali per fare laboratori e incontri, dove vediamo tavoli, sedie, tamburi e altri oggetti utili per l’animazione. Si tratta del Naro youth activity center (centro per i giovani). E, infine, la bella chiesa, semplice e pulita, con scritte in cinese e taia, la lingua del posto, e tessuti locali appesi.

«In quell’epoca furono formati otto catechisti nella zona coperta da Zhao Xiurong. Oramai sono quasi tutti in pensione, ma una signora che ha lavorato con la suora è ancora attiva e insegna nella scuola», continua suor Anna.

Continuamo poi il nostro viaggio sulla montagna visitando la chiesa di Wufeng, Christ the

Saviour church, il cui campanile rosso svetta su un’altra vallata. È una delle cappelle della parrocchia, ci viene detto. Anche qui operava Zhao Xiurong. Il paesaggio è mozzafiato.

Taiwan. Contea di Hsinchu. Una valle nella Hengshan township, contea di Hisnchu. Lungo la strada che porta a Naro. (Foto Marco Bello).

L’incontro

Scendiamo dalla montagna per visitare la casa centrale delle suore del Sacro Costato, a Hsinchu, il capoluogo della contea. Qui, infatti, alloggia da due anni fa suor Elena Pia Frongia. Vogliamo incontrarla.

Zhao Xiurong ci accoglie nella sala visite della casa. Ha gli occhi vispi dietro a grandi occhiali con la montatura di metallo e una parlantina chiara e spedita.

Nata a Ovodda, in provincia di Nuoro, nel 1932, è arrivata a Taiwan, con alcune consorelle, il 22 aprile 1961.

Il Paese, a quell’epoca, era molto povero, e la gente delle montagne, in maggioranza delle etnie aborigene, era più emarginata e priva di risorse che la gente della pianura. I gesuiti lavoravano, tra l’altro, nella missione di Jianshi, nella contea di Hsinchu, che copriva una vasta zona montana, oggi a livello amministrativo coincidente con il territorio di Jianshi township.

Le suore vivevano inizialmente nella cittadina di Jiuzantou, alle pendici delle montagne, e percorrevano a piedi l’intero territorio, fino Jianshi, a oltre 50 chilometri.

Povertà e isolamento

Le strade erano in pessime condizioni, strette e con alte pendenze, e non c’erano quasi automobili.

Suor Elena Pia fu destinata a seguire alcune vallate della missione di Jianshi, in appoggio a un padre gesuita francese.

È sufficiente darle il «la» affinché il suo racconto diventi un flusso di emozioni: «Vivevo nella comunità a Jiuzantou e andavo a piedi in tutti i villaggi. Il più lontano da noi era a dieci ore di cammino. La gente era molto affabile, buona e semplice. Le cristiane e i cristiani (ancora pochi), ma anche quelli che non avevano ancora abbracciato la religione cattolica, quando vedevano le suore erano molto gentili e affettuosi. Vedere la suora in quelle zone, per loro era quasi come vedere Dio.

All’inizio, le strade erano davvero brutte, e per questo utilizzavo due bastoni per camminare. Non circolavano automo- bili, né mezzi pubblici. Il padre missionario aveva la moto, ma io preferivo andare a piedi.

Le montagne erano vaste, e le persone abitavano disperse nei villaggi. La gente era molto attaccata al proprio territorio di origine, anche per il rispetto agli anziani. Per questo era difficile farli spostare. Se costruivano una casa nuova, era sempre vicina a quella vecchia. Erano abituati a stare in montagna, per il lavoro, per l’ambiente».

Taiwan. Naro. bambini della Scuola materna francescana (a sinistra) giocano nel cortile. In fondo, il Naro youth activity center. (Marco Bello)

Priorità educazione

In quel periodo suor Elena Pia iniziò a conoscere il territorio e la gente. Le famiglie non riuscivano a mandare i figli a scuola per motivi economici e di distanza. Ma in quel modo, la marginalizzazione dei popoli delle montagne non poteva che perdurare. La giovane suora capì che la soluzione stava nell’educazione fino dalla tenera età, alla quale andava associata la formazione ai valori. Con grande perseveranza incoraggiava i genitori a mandare i figli a scuola. Sovente li aiutava economicamente quando era necessario pagare per il cibo o il trasporto.

Il suo metodo è, fin da subito, il prendersi cura delle persone nei villaggi, andando di casa in casa, «Sempre con il sorriso, incoraggiava e confortava chi ne aveva bisogno», ci aveva confidato suor Anna.

Oltre all’educazione, in molti casi c’era carenza di medicine e di cibo. Suor Elena Pia attraversava valli e montagne con uno zaino sempre ben fornito, un cappello di bambù in testa e due bacchette alle mani.

Continua a raccontarci con entusiasmo: «Il padre con cui ho lavorato all’inizio era un francese. Un vero missionario. Andava in giro con il tascapane, portava da mangiare per i poveri. Era sempre carico. Lui abitava a Jianshi. Io andavo e venivo dalla nostra comunità. Ma avevo una stanzetta a Naro, dove c’era solo un’aula per i bambini».

Taiwan. Contea di Hsinchu. la chiesa San Francesco Saverio di Naro, con scritte in cinese e in taia, lingua del popolo Atayal. (Foto Marco Bello)

Naro si sviluppa

Nel 1967 venne completata la chiesa a Naro, dedicata a san Francesco Saverio. Da quel momento suor Elena Pia si trasferì a Naro.

Voleva aiutare le donne e si inventò una scuola di taglio e cucito. Le macchine da cucire occupavano metà della chiesa. In questo modo le donne avrebbero imparato un mestiere, avrebbero avuto un piccolo reddito per elevare un minimo il loro livello economico. «Mi occupavo io dei loro bambini, mentre imparavano», ci dice soddisfatta.

Nel frattempo, lavorava alla sua idea: raccogliere soldi per finanziare la costruzione di un asilo, lì a fianco della chiesa.

Nel 1972 inaugurò il Catholic Franciscus preschool per bimbi dai due ai sei anni. In questo modo i bambini dei villaggi sulle montagne avrebbero avuto una prima formazione scolastica, anche nella propria lingua, sarebbero stati educati ai valori (seguendo poche semplici regole, per dare loro un minimo di disciplina) e – non ultimo – avrebbero usufruito di una mensa quotidiana, per avere un buon pasto. Suor Elena Pia curava personalmente la preparazione del cibo, facendo molta attenzione che fosse sufficiente, anzi, qualcosa in più.

Puntava alla formazione integrale (carattere, istruzione ed educazione fisica) dei bambini fino dalla tenera età.

Racconta suor Elena Pia della gente di montagna: «Devo dire che di animo sono buoni, non ci sono malvagi. Mi hanno sempre trattata più di quello che sono. Anche fra di loro, si rispettano, si vogliono bene. Ogni villaggio ha il suo modo di vivere, lo stile della montagna è unico. Ci sono lingue diverse, le lingue montanare, nei vari villaggi sono quasi uguali.

Adesso parlano anche cinese. Sono andati a scuola, inoltre hanno avuto a disposizione alcuni insegnanti che hanno fatto corsi di cinese anche per adulti. Su questo abbiamo collaborato con il comune.

Negli anni, molti sono venuti in città, e quelli di città sono andati in montagna, per cui ci sono stati diversi cambiamenti».

Sono almeno tre le generazioni che hanno mandato i figli alla Catholic Franciscus preschool.

Taiwan. Contea di Hsinchu. casette a schiera nell’area montana di Jianshi township. (Foto Marco Bello)

L’importanza dei giovani

Zhao Xiurong era anche attenta alla gioventù delle montagne. Molti giovani non erano andati a scuola, non avevano soldi e facevano dei lavoretti. Mancavano centri di aggregazione per loro.

Raccolti i soldi sufficienti, suor Elena realizzò, a fianco dell’asilo, il Naro youth activity center (Nyac, centro giovani), che inaugurò nel 1994. Qui ragazze e ragazzi si ritrovano ancora oggi per ascoltare musica, cantare, ballare, stare insieme. Arrivarono anche dei computer usati. Furono realizzati campi estivi e invernali durante le vacanze, ma anche classi estive per i più piccoli con tutoraggio da parte dei più grandi. Oggi il Nyac è un importante punto di riferimento per i giovani delle montagne di Jianshi.

Testimonia un giovane che lo ha frequentato: «Per me Zhao Xiurong ha giocato due ruoli: mi aiutava a mettere ordine nella mia vita, era come una madre (per questo molti la chiamano Yaya, che in lingua taia significa mamma); in secondo luogo era un’insegnante rigorosa».

Continua suor Elena Pia che gesticola vistosamente mentre parla: «Abbiamo fatto un bel gruppo di lavoro, non ci sono mai stati problemi. Poi sono arrivate altre suore, ma in montagna ero solo io. C’erano tante ragazze e donne che venivano ad aiutare e dormivano a casa. Era come se stessimo in una famiglia. Quando non venivano le mamme o le sorelle maggiori, io tenevo le bambine, e la sera insegnavo un po’ di catechismo, come fare qualche lavoretto, o le facevo studiare. Con la gente c’era l’amore. Mi aiutavano, avevo persone sempre a fianco, non mi lasciavano sola per paura che cadessi». 

Altri confini

Un giorno suor Elena conobbe un gesuita sardo, che era stato in Vietnam, e le raccontò della gente là. «La prossima volta porti pure me», gli disse. E così successe. Suor Elena passava dei brevi periodi in quel paese, andando su e giù da Taiwan. Coltivava alcune vocazioni, che sarebbero diventate le sorelle del Sacro Costato che oggi lavorano a Hisnchu. Due di loro, suor Anna e suor Agnese, l’hanno sostituita a Naro. Oggi l’istituto ha una presenza fissa in Vietnam.

Nel 2022 le consorelle le chiesero di traferirsi a Hsinchu: «Sono venuta in città dopo sessant’anni in montagna. Adesso ho 93 anni – ci dice allegra -, e ne ho fatta di strada! Salite, discese. Alcune molto ripide. Adesso non mi lasciano più andare, ma il mio cuore è laggiù. Penso a quella gente. Molti di loro mi vengono a trovare quando passano da Hsinchu. Sono venuti i gruppi di giovani e anche le mamme dei ragazzi. Sanno che io non posso andare tanto su». E continua: «lo spirito di viaggiare ce l’ho, e di camminare pure. Ringrazio il Signore per lo spirto che mi ha dato, per avermi guidata, per avermi dato la forza di andare anche in posti difficili».

Suor Elena Pia Zhao Xiurong è una persona che ispira molta serenità e saggezza.

Dobbiamo andare, abbiamo un altro appuntamento. Ma è come se le mancasse qualcosa: «Fermatevi, cenate con noi, non vi abbiamo accolti bene», ci dice, e insiste. Non possiamo. Appare dispiaciuta, ma ci accompagna con fare deciso fino alla porta della casa e ci saluta con la mano e un caloroso sorriso.

Marco Bello

*Mentre scriviamo questo articolo, il 30 maggio ci avvisano da Taiwan: apprendiamo con tristezza che suor Elena Pia è andata alla casa del Padre.

Taiwan. Contea di Hsinchu. una tipica strada delle montagne della contea di Hsinchu. (Foto Marco Bello)

Reportage da Taiwan