Armi, Gang e un uomo al comando

testo di Marco Bello |


La deriva autoritaria dell’élite al potere. L’impunità a livelli mai visti. I banditi che controllano la popolazione. Mentre imperversa l’«economica del rapimento». La diaspora guarda con grande preoccupazione il 2021: l’anno di tutte le sfide.

È il 28 agosto 2020, a Port-au-Prince l’avvocato Monferrier Dorval viene freddato con un proiettile. Dorval era il presidente dell’Ordine degli avvocati della capitale, e stava lottando per migliorare la situazione nel suo paese. L’assassinio suscita indignazione in molti settori della società haitiana.

Quattro mesi dopo, il 28 dicembre, in un assalto è ferito gravemente il giornalista Vario Sérant, e ucciso l’ingegnere Obelson Mésidor, che è in auto con lui. Collaboratore della Nazioni unite e insegnate all’Università di stato di Haiti, Sérant viene salvato per il rotto della cuffia.

Due eventi non isolati, segnali di una situazione sociale ormai al limite del collasso nel paese caraibico.

Ma cerchiamo di capire cosa sta succedendo.

© Valerie Baeriswyl / AFP

Uomo solo al comando

Il 7 febbraio 2017, dopo un’elezione contestata (svoltasi tra fine 2015 e gennaio 2016) e un anno di transizione (con presidente ad interim il presidente del senato Joselerme Privert), è diventato capo di stato Jovenel Moise. Grande imprenditore agricolo, anche noto come «Neg banan» (l’uomo delle banane, in creolo), Moise rappresenta una ristretta classe di neo arricchiti grazie a traffici e commerci più o meno leciti. Una classe legata alla destra storica duvalierista, di cui fa parte anche il cantante Joseph Martelly, che lo ha preceduto alla presidenza (2011-2016) (si veda MC aprile 2017).

Come già Martelly, anche Moise ha evitato accuratamente di realizzare elezioni, facendo scadere gli eletti locali prima, e poi, a inizio 2020, la camera dei deputati e due terzi del senato. Da allora, non essendoci più il parlamento (ad eccezione di un terzo del senato, dieci senatori), il presidente, governa per decreto, forzando la Costituzione e facendo diventare Haiti una «quasi» dittatura presidenziale.

Mentre Martelly non era riuscito a creare consenso per un Consiglio elettorale provvisorio (Cep), e, quindi, a costituire questo organo fondamentale, Moise ha avuto a disposizione un Cep riconosciuto e funzionante, durante gran parte del suo mandato. Nonostante questo, non ha realizzato le elezioni, fino alle dimissioni del Cep, nell’agosto 2019, a causa della constatazione, da parte dello stesso, che non c’erano le condizioni per realizzare la consultazione elettorale.

«Moise vuole cambiare la struttura istituzionale del paese, ma vuole farlo tutto da solo», ci confida il giornalista Gotson Pierre. «Non ha mai smesso di criticare il fatto che c’è una condivisione di potere (dettata dalla Costituzione, ndr). Lui è per un potere presidenziale, mettendo il presidente della Repubblica a capo supremo della nazione. Come è stato durante la dittature dei Duvalier».

E continua: «Vuole liberarsi istituzionalmente, per governare liberamente. Per questo motivo dice: da quando non c’è più il parlamento, facciamo molte cose. L’organo legislativo è un ostacolo per lui».

Così dal gennaio dello scorso anno, scadute le due camere, Moise ha firmato molti decreti, alcuni dei quali piuttosto discutibili e, soprattutto, senza il controllo di nessuna altra istituzione. Di fatto sta legiferando in modo diretto, e molti sono decreti che modificano le istituzioni repubblicane. «Ha fatto oltre quaranta decreti nei vari settori, per esempio nell’ambito dell’organizzazione degli ordini professionali, del codice penale, e di altri organi indipendenti, come la corte superiore dei conti».

Alcuni decreti mettono a rischio la libertà e i diritti fondamentali, come quello che istituisce l’Agenzia nazionale d’intelligence (Ani), molto criticato da opposizione e società civile. Questa struttura, infatti, ricorda tanto la milizia dei famigerati Tonton Macoute: «Sarà un’agenzia dei servizi segreti, i cui membri possono essere armati, e andare a casa delle persone senza mandato. Renderanno conto solo al presidente, il che assomiglia molto ai Macoute del passato. Anche i diplomatici stranieri hanno detto a Moise che è un decreto pericoloso». Da notare che gli ambasciatori delle diverse cancellerie, in generale mantengono una posizione defilata, omettendo di ostacolare la deriva autoritaria del presidente. Chi ci parla ricorda bene i Duvalier e la loro milizia: padre Jean-Yves Urfié, missionario francese della congregazione dello Spirito Santo, ha iniziato a lavorare ad Haiti nel 1964. Da Duvalier è stato pure espulso nel ‘69, per poi tornare nel paese.

© Valerie Baeriswyl / AFP

Ritorno al passato?

Il disegno di Moise è chiaro. Con un decreto del 7 gennaio, il presidente rende pubblico il suo calendario elettorale. Vuole realizzare un referendum costituzionale il 25 aprile di quest’anno e poi elezioni presidenziali, legislative e locali, tra il 19 settembre e il 21 novembre. Per arrivare il 22 gennaio 2022 alla proclamazione ufficiale dei risultati, e procedere all’insediamento del presidente della repubblica il 7 febbraio, data simbolo della caduta di Jean-Claude Duvalier (7 febbraio 1986).

Le questioni sul tavolo sono diverse e complesse. Primo: il mandato dell’attuale presidente scade il 7 febbraio 2021 e non 2022 (su questo punto c’è un’ambiguità nella Costituzione). Secondo: il Consiglio elettorale provvisorio si è dimesso e Moise ha creato il proprio Cep (nell’ottobre scorso) che non risponde alla normale procedura, non ha un consenso tra le istituzioni ed è dunque illegale, non avendo neppure prestato giuramento di fronte alla Corte di cassazione. Terzo: la Costituzione, per essere riformata, prevede un iter complesso di modifica, con diversi passaggi in parlamento, a cavallo tra due legislature. Moise invece ha creato un comitato di redazione, «composto da amici suoi», sottolinea padre Jean-Yves, ai suoi ordini, incaricato di redigere un progetto di Costituzione. Questo sarà votato dal popolo al referendum e diventerebbe dunque valido, nei programmi del presidente, entro maggio. Anche questo procedimento è illegale. Come è possibile tutto ciò? Una spiegazione ce la può dare Jaques Stephen Alexis, grande scrittore, medico e uomo politico haitiano (1922-1961), quando diceva che Haiti è il paese del «Réalisme Merveilleux» (realismo meraviglioso).

Gotson Pierre tenta di spiegarci. «Con il referendum costituzionale, Moise vuole modificare la Costituzione, ma violando la Costituzione attuale. È la prima volta dal 1987, quando è stata promulgata, che chi detiene il potere osa metterla di lato. Ci sono stati i colpi di stato, ma la Costituzione è stata sempre menzionata, e si parlava di ritorno all’ordine democratico. Ma con Moise, siamo fuori dalla Costituzione, e lui agisce senza avvertire, senza un discorso: dice “creiamo un comitato per fare una nuova costituzione”, e questo senza contattare nessuno. È pura arbitrarietà».

Inoltre, si conoscono già le grandi linee della nuova carta fondamentale: «Si ha l’impressione che questa Costituzione l’abbia già pensata: massimi poteri al presidente, soppressione del primo ministro, il parlamento diventa unicamerale, eliminando il senato. Siamo in una grande riforma istituzionale, portata avanti in maniera informale, e tutto è fatto dall’esecutivo da solo».

Il rischio per lo stato è dunque elevato, continua il giornalista: «Il referendum consacrerà l’insieme dei decreti che sono già stati pubblicati sui diversi settori della vita pubblica. Cancellerà tutte le acquisizioni democratiche del 1986 in materia istituzionale. Da circa un anno siamo in questo processo».

Qualcuno non è d’accordo

L’opposizione politica e gli altri settori della società haitiana cosa dicono? «Il movimento popolare era più forte nel 2019, aveva bloccato il paese durante diverse settimane», ricorda padre Urfié, riferendosi al cosiddetto «paylock», ovvero il blocco totale del paese nell’autunno di quell’anno, causato da diversi settori della società che protestavano contro la corruzione del presidente e il suo entourage nell’affare Petrocaribe: aiuti venezuelani ad Haiti dirottati nei forzieri di pochi.

Però l’opposizione politica è variegata e divisa, ci ricorda il missionario, che negli anni ‘90 era stato un promotore dei movimenti sociali e della democrazia nel paese, attraverso le comunità di base, rischiando varie volte la vita: «Nell’opposizione ci sono anche personaggi simili a Moise. Quindi, il popolo non ha fiducia in molti dei suoi dirigenti. Inoltre questi non riescono a mettersi d’accordo. Per essere efficace, occorre che il movimento sia generalizzato, invece ci sono gruppi gli uni contro gli altri. Troviamo quelli che sono più radicali e altri meno, quelli favorevoli al dialogo e altri no. Tra i radicali c’è gente come Yuri Latortue, che faceva parte degli squadroni della morte durante il colpo di stato (si riferisce al putsch di Raoul Cédras, 1991-1994, che lui ha vissuto in prima persona, ndr). È qualcuno che è diventato molto ricco grazie a traffici strani».

Gotson Pierre approfondisce: «C’è rivalità fra i leader, ma forse c’è anche un problema di rappresentazione, che rende le cose difficili. Che messaggio comunicano? Stanno iniziando a cambiare, parlano di transizione, perché, secondo loro, Moise deve rispettare la Costituzione. È una richiesta legittima, anche agli occhi della comunità internazionale, la quale sostiene globalmente Moise, anche se c’è stata qualche dichiarazione contro il governare per decreto».

«Ora fanno incontri, anche se è un po’ tardi. Il processo d’intesa a livello dell’opposizione non è facile, per molteplici ragioni. Tendenze, differenze nel panorama politico haitiano, molti ostacoli.

C’è una ricerca di concertazione, quello che si constata è che non arrivano, per il momento, a invertire il rapporto di forza con il presidente. Occorre mobilitare veramente la gente e smuovere le cose».

Il presidente Jovenel Moise © Valerie Baeriswyl / AFP

Vuoto istituzionale

A inizio gennaio, si è riunito quel che resta del parlamento, ovvero dieci senatori (un terzo del senato, che ad Haiti è rinnovato ogni due anni in modo parziale). Questi reduci hanno eletto il presidente del senato, nella figura di Joseph Lambert, che diventa, oltre a Moise, la sola carica istituzionale di vertice attualmente eletta ad Haiti. Politico di lungo corso, è in parlamento dal 1990, e aveva l’ambizione di fare il primo ministro con Moise.

«Il presidente si è fatto il vuoto istituzionale intorno, gli unici eletti sono i dieci senatori. Come la transizione del dopo Martelly è stata guidata dal presidente del senato dell’epoca, così Lambert sarebbe forse l’unico titolato a sostituire Moise dopo il 7 febbraio. Sembra che abbia avuto contatti con l’ambasciata Usa. Potrebbe essere contro Moise oppure suo alleato», analizza il giornalista.

Lambert è un altro personaggio ambiguo, già consigliere di Michel Martelly, una nostra fonte ci dice che è classificato dalla Dea statunitense come responsabile di traffico di stupefacenti.

Diversi gruppi della società civile e dell’opposizione politica hanno iniziato la mobilitazione delle piazze dal 15 gennaio, per opporsi alla permanenza di Moise dopo il 7 febbraio e per una transizione. La repressione da parte dei corpi speciali di intervento rapido (Cimo) e della polizia, è stata violenta, con l’uso di lacrimogeni, proiettili di gomma ma anche armi reali.

La Rete nazionale per la difesa dei diritti umani, Rnddh, il 22 gennaio ha scritto in un comunicato che: «I recenti avvenimenti […] costituiscono una violazione flagrante delle libertà di espressione, circolazione e libertà individuali del popolo haitiano». Dice inoltre: «[La Rnddh] giudica inquietante che questi casi di violazioni si siano intensificati all’indomani delle dichiarazioni minacciose del presidente Jovenel Moise, il 19 gennaio […], e che la sua Agenzia nazionale d’intelligence, già attiva, gli permetta di raccogliere informazioni relative ai cittadini che partecipano o finanziano i movimenti antigovernativi. Perché, ha affermato, quello che era possibile negli anni scorsi, non lo sarà più nel 2021».

Nelle mani delle Gang

Gotson Pierre ci ricorda che per invertire il rapporto di forza occorre una mobilitazione generale. Ma anche che oggi, ad Haiti, c’è una problematica sociale molto forte: «Se queste mobilitazioni riescono, allora è un segnale molto buono. Ma le difficoltà sono tante, perché praticamente tutti i quartieri sono controllati dalle gang. In certi casi la gente non può uscire di casa, c’è il rischio che non possano andare a manifestare».

In molti quartieri la popolazione è in ostaggio, le gang (termine creolo di origine inglese, che indica bande armate di malviventi), sovente hanno in mano la situazione, malgrado le operazioni di polizia. Gang che intessono legami con i politici, e le più importanti sono vicine, o fanno accordi, con chi detiene il potere.

«È un fenomeno che si è già visto nel passato, ma adesso, non solo è più forte, hanno più gente, più armi, ma si è generalizzato. In tutti i quartieri troviamo delle cellule di gang. In alcuni sono molto più sviluppate che in altri, ma non si può dire che ci sia un luogo esente. E le troviamo anche in altre città, oltre che in capitale. In certi quartieri non c’è un’aggressione evidente: le gang ci sono e fanno i loro affari. Ma in altri, è una vera e propria guerra. Ad esempio, Bel Aire (quartiere centrale di Port-au-Prince, ndr): non si può passare adesso, trovi strade sbarrate, vie vuote, tutto è chiuso».

© Valerie Baeriswyl / AFP

L’economia del rapimento

Un altro fenomeno, legato alle gang, che si sta diffondendo sempre più, è quello dei rapimenti a scopo di estorsione, chiamati qui kidnapping. «È il banditismo. Penso che sia un fenomeno che si nutre dell’impunità, il traffico di armi e di droga. Quando la situazione è questa, chi è senza scrupoli riesce a fare di tutto. Inoltre, tutto questo funziona bene quando si ha il banditismo di stato», racconta Gotson Pierre.

«Attraverso i rapimenti fanno molti soldi, e non parlo dei ricavi dei piccoli rapitori, o dei soldà come li chiamano qui. Si tratta di centinaia di migliaia di dollari, talvolta milioni, tutto in cash, che passano di mano e sono gestiti ai livelli alti delle gang. È una vera e propria industria remunerativa, e tutti questi contanti devono sicuramente andare da qualche parte e servire a qualcosa». Qualcuno fa l’ipotesi che questo denaro servirà a finanziare le prossime elezioni.

Occorre purtroppo osservare, che «quando il kidnapping funziona, tutto funziona». Molti soldi girano, molte persone lavorano, è come se ci fosse un’«economia del kidnapping».

Iliana Joseph, presidente di Haititalia, associazione culturale della diaspora haitiana in Italia, mette l’accento su alcuni aspetti: «Hanno inventato rapimenti che non eravamo abituati a vedere: hanno capito che con questo sistema si fanno tanti soldi, allora la cosa si è diffusa, anche grazie alla televisione. Non erano mai arrivati a rapire bambini o famigliari di persone del popolo». E parla delle paure di chi vive lontano: «Se qualcuno sa che un vicino di casa ha un parente all’estero, questo può essere preso di mira. Chiedono dei riscatti molto elevati che spesso non si possono pagare. Se non si paga, i rapiti vengono ammazzati. Neanche le generazioni più anziane di noi avevano mai visto una situazione così nel paese. Io non ho mai avuto paura di prendere un aereo e andare al mio paese, in 25 anni che vivo in Italia. Oggi ci penso bene. Tutto questo è molto grave».

Il Covid ha colpito poco Haiti in modo diretto. Durante la prima ondata è stato abbozzato un lockdown. Ora non più, e i casi stanno aumentando. Ma un effetto importante è stato indiretto.

Ancora Iliana Joseph: «Chi vive all’estero sostiene la sua famiglia con le rimesse, che sono un’entrata rilevante nel bilancio di Haiti. La pandemia, e il conseguente lockdown, ha fatto perdere il lavoro a una gran parte della diaspora nel mondo, con il conseguente crollo degli invii in valuta pregiata. Questo ha aumentato la povertà in maniera diffusa e contribuito a far degenerare la situazione sociale nel paese».

Marco Bello


Nota

Mentre stiamo chiudendo la rivista, gli eventi ad Haiti sono in rapida evoluzione. Torneremo sulla situazione quando si sarà stabilizzata.


Archivio MC

• Marco Bello, «La cultura ci salverà», MC 04/2017.
• Marco Bello, A due passi dalla Tortuga, MC 07/2016.
• Marco Bello, dossier: La cultura è rivoluzione, MC 05/2016.
• Marco Bello, Il presidente a vita è morto, MC 12/2014




Madagascar: Un paradiso (quasi) naturale

testo di Marco Bello |


La quarta più grande isola del pianeta è terra di una natura unica e splendida. Vi abita un popolo ospitale. Ma alcuni mali comuni la affliggono: corruzione, degrado ambientale, trafficanti di animali. Ne abbiamo parlato con la società civile.

«Questo momento è critico, ma da sempre la situazione del paese è difficile sotto tanti punti di vista: morale, sociale, economico. Per cause diverse, non sempre i governanti, pure con buona volontà, sono stati all’altezza di dirigere un paese non semplice». Chi parla è monsignor Rosario Vella, vescovo di Moramanga, nel Centro Est del paese (vedi box sotto).

Da novembre, sulla Grande isola i prezzi degli alimenti di base sono aumentati in modo vertiginoso. Quello del riso – cibo più importante della popolazione – è raddoppiato, ma anche olio e zucchero hanno visto grossi incrementi, tanto che molte famiglie hanno ridotto i beni acquistati, e quindi la quantità di cibo mangiato nel quotidiano.

Photo by Mamyrael / AFP

Ancora una crisi

Una parte della crisi è imputabile alla pandemia da coronavirus, che però, fortunatamente, qui ha colpito poco.

A causa della pandemia, il presidente Andry Rajoelina ha imposto in primavera un mese di blocco, durante il quale era proibito entrare e uscire dalle città, i trasporti non funzionavano, le frontiere sono state chiuse.

«Soprattutto la chiusura delle frontiere ha avuto un impatto sull’economia. Sapendo che l’ingresso di valuta dipende dal commercio verso l’estero, ma non abbiamo potuto esportare – ci racconta Tsimihipa Andriamazarivo, coordinatore della Ong Tolotsoa -. Inoltre il blocco totale del turismo, è stato penalizzante per tutto il comparto. Abbiamo avuto una forte svalutazione della moneta nazionale e quindi un deterioramento del tessuto economico. Nel paese i trasporti sono stati interrotti, e il commercio interno bloccato. La popolazione non ha potuto generare un reddito in modo normale. L’azione principale del governo è stata la distribuzione di viveri e altri aiuti sociali, ma non ha potuto impedire la crisi».

Va ricordato che il Madagascar è esportatore di pregiati generi alimentari, come le spezie. Continua l’attivista: «C’è stata la campagna agricola della vaniglia, ma i prezzi erano molto bassi. Adesso c’è la campagna della litchi (o ciliegia cinese, piccolo frutto dolce, molto consumato in Francia, ndr), ma il problema è lo stesso. La pandemia è durata troppo, e gli esportatori hanno comprato al ribasso». E, fatto grave, sottolinea Tsimihipa, non si vede un’azione governativa: «Il parlamento è in sessione per la legge di bilancio del 2021, ma nella bozza non appaiono misure di appoggio al settore privato e per la creazione di impiego. Non ci sono interventi per la ripresa economica. Molte imprese e attività commerciali hanno chiuso o hanno ridotto il personale per riuscire a sopravvivere. La situazione è critica a livello privato, e c’è attesa per un’azione governativa che non si concentri sulla raccolta delle imposte, ma piuttosto su misure di appoggio al tessuto economico, per la situazione post covid». Tsimihipa si chiede ad esempio come ripartire con il turismo, che in tempi pre covid era stimato a circa il 6,1% del Pil e si è praticamente azzerato. «Sviluppare turismo interno? Avevamo come obiettivo 500mila turisti annuali. Non è stato fatto questo piano strategico».

«Siamo in attesa del Quadro di concertazione e dialogo che è previsto dal Piano multisettoriale d’urgenza (Pmdu) elaborato dal governo in giugno. È previsto un decreto che nomini il comitato di pilotaggio del piano, dove ci sarebbero rappresentanti del settore privato, società civile, collettività locali, ma ancora non è stato fatto. Piuttosto si sta facendo la legge di bilancio senza tenere in conto il post covid».

© Af AVG

Corruzione

L’Ong Tolotsoa, nata nel 2010, si occupava inizialmente di questioni legate all’iscrizione allo stato civile dei bambini in difficoltà. «In queste attività ci siamo imbattuti in molti casi di corruzione, e abbiamo scoperto come il fenomeno fosse diffuso. Abbiamo dunque deciso di riorientare le nostre attività, impegnandoci nella lotta alla corruzione e nella promozione della buona governance del paese, nell’educazione civica e alla cittadinanza, e nella responsabilizzazione dei giovani. Tutto questo lo facciamo attraverso progetti». Nel 2014 Tolotsoa ha realizzato un sito internet, sul quale qualunque cittadino può denunciare casi di corruzione, piccoli o grandi, che gli sono capitati nel servizio pubblico. «Uno degli effetti è stato quello di avere dei dati, una statistica globale sugli atti di corruzione, i numeri, la posta in gioco e i servizi più toccati. Questi ultimi sono risultati la giustizia, le forze dell’ordine e il parlamento. Tutto questo è stato utile per orientare la lotta anticorruzione. I nostri dati sono inoltre stati confermati da uno studio dell’Ong Transparency International». Con questo progetto Tolotsoa ha vinto un premio internazionale sulla trasparenza, che l’ha incoraggiata ad andare avanti. «Un altro settore nel quale abbiamo iniziato a impegnarci è la valutazione delle politiche pubbliche, con un progetto che realizza un osservatorio cittadino delle attività parlamentari».

Il progetto si chiama balaky.org, ancora una volta un sito, che vuole essere uno strumento che aiuta ad avvicinare la gente a questa istituzione: «Fare in modo che i cittadini siano in grado di dibattere sulle questioni importanti, che ci sia più prossimità con le decisioni prese nelle due camere. Con l’obbiettivo di collegare i rappresentanti ai cittadini, per ottenere più efficacia, ma anche per far passare il messaggio che stiamo monitorando il parlamento. Con questo speriamo che si riduca il rischio di scandali, come quelli di corruzione avvenuti nella passata legislatura. Scandali che hanno creato una disaffezione del popolo all’istituzione».

© Af AVG

Ambiente: si salvi chi può

Il Madagascar è un santuario della biodiversità unico al mondo, ma il degrado ambientale e lo sfruttamento delle sue risorse naturali lo hanno reso il quinto paese più vulnerabile ai cambiamenti climatici. «Abbiamo più di 8 milioni di ettari di foreste naturali, ma negli anni ’50-’60 ne avevamo il doppio. Tutto è scomparso con un ritmo di 100mila ettari di foresta all’anno». È l’attivista ambientale Ndranto Razakamanarina che ci parla. Mette l’accento sulle organizzazioni criminali dietro le quali c’è il taglio e l’esportazione di legname pregiato, e su quelle che catturano e «trafficano» animali protetti. Organizzazioni spesso colluse con la politica.

«Un motivo è la povertà diffusa – ci spiega l’attivista -, perché spesso il degrado delle risorse naturali è opera della gente vulnerabile, assoldata dai trafficanti di legno pregiato e di animali protetti, i cui responsabili non sono mai arrestati. Tra loro c’è gente di potere. Tutti quelli che sono passati ne hanno approfittato».

Il Madagascar è anche molto ricco di risorse minerali, ci ricorda Ndranto, e pure su questo c’è «un grande furto, che sia l’oro o le pietre preziose, non sono sfruttate per il bene del paese ma per il profitto di pochi».

Ndranto ha una lunga esperienza. Ingegnere forestale, dopo aver lavorato molti anni con Ong internazionali, ha fondato una rete di associazioni ambientaliste: «Nel 2009 ho creato Alliance voahary gasy (ovvero alleanza natura malgascia, Avg), una piattaforma di 30 associazioni e Ong che si battono per l’ambiente». Sono tutte entità malgasce, ci tiene a precisare: «Alcune organizzazioni internazionali volevano entrare, ma queste hanno sempre la preoccupazione di essere espulse se denunciano il governo, pur avendo dati verificabili in mano. A noi nazionali al massimo rischiamo l’arresto», e scoppia in una fragorosa risata.

«La nostra prima azione è stata nel 2009, quando il governo uscente aveva fatto un decreto per l’esportazione di legno di rosa (palissandro) soprattutto in Cina. Al loro arrivo, i golpisti (si veda box, ndr) hanno fatto pure loro un decreto simile, sempre illecito. Abbiamo denunciato tutto al tribunale del Consiglio di stato, ma quando c’è un governo golpista, tutte le istituzioni gli appartengono, quindi non abbiamo vinto».

«Lavoriamo per una giustizia ambientale: da un lato per il rispetto delle leggi, e dall’altro per la giustizia per le comunità svantaggiate che hanno scelto di proteggere l’ambiente.

Le nostre azioni hanno lo scopo di rafforzare le capacità della società civile e la messa in rete delle associazioni. Lavoriamo molto sulla comunicazione, e per fare denuncia e pressioni su chi governa».

© Andry Nantenaina / Puremotion Mg

Un ciclo perverso

© TI-IM

Il degrado ambientale coinvolge la popolazione in un ciclo perverso: «Attualmente si assiste a una riduzione delle sorgenti d’acqua, che porta la siccità. Quando la pioggia arriva, non c’è più ritenzione d’acqua, perché non ci sono le foreste, e si verificano le inondazioni. Tutti gli anni il Sud del paese è vittima della siccità, e c’è la carestia (come in questo momento, ndr). Così la gente è obbligata a migrare verso il Nord e l’Ovest. Qui sono utilizzati da altri per tagliare le foreste, trasformarle in coltivazioni di mais e recuperare il legno prezioso, o fare carbone. E la desertificazione si perpetua altrove».

Un osservatore speciale

Sulle problematiche ambientali, ma non solo, è molto attiva la chiesa cattolica malgascia. Ci spiega padre Attilio Mombelli, vincenziano di Como, da 51 anni missionario in Madagascar: «In cinquant’anni ho visto la foresta scomparire completamente. Uno dei problemi è che la gente dà fuoco per “liberare” le terre. La Conferenza episcopale ha iniziato alcuni anni fa un programma per creare diocesi “verdi”. Tutte le associazioni cattoliche, le Caritas, le parrocchie, sono state chiamate a piantare alberi e poi a prendersene cura per alcuni anni, finché la pianta non sia abbastanza robusta». Il sacerdote, attualmente basato a Ihosy (dove la carestia di questi mesi morde più forte) ci dice inoltre che le Caritas diocesane sono impegnate sul fronte dei diritti umani e dell’educazione.

Uno strumento molto utilizzato sono le radio diocesane. «La capostipite è Radio don Bosco della capitale, ma oggi se ne trova una in ogni diocesi, tranne due. Trasmettiamo i giornali radio, poi le informazioni locali, facciamo formazione, parliamo di ambiente, scuola, lingua, salute ed educazione civica, come anche di lotta alla corruzione e di preparazione alle elezioni». Padre Attilio è stato per 20 anni direttore della Radio Avec di Ihosy.

Gli chiediamo a che punto, secondo lui, osservatore esterno ma non troppo, è la democrazia in Madagascar.

«In Madagascar la democrazia la si vende a buon mercato, però non esiste. Possiamo dire che qui ha un senso diverso. Esiste un’organizzazione ancestrale, tradizionale, dove ci sono i re, mpanjaka (sulla costa est), che dirigono la società, un sistema al di fuori e al di sopra di quello che può essere il governo, l’amministrazione all’occidentale. È quello che tiene in piedi la struttura sociale malgascia. Con l’indipendenza è venuta la democrazia, e siccome cambia ogni volta che c’è un presidente nuovo, di fatto, la democrazia non è mai esistita. Il presidente fa quello che vuole e poi sovente esagera e viene mandato via. Io ho assistito ad almeno quattro rivoluzioni dal ‘72 in avanti.

Il sistema dei capi villaggio è molto forte. Sono persone che hanno un’autorità che viene dalla famiglia o dalla tribù. Democrazia è una parola che non è vissuta e non entra nella mente dei malgasci».

Marco Bello


Cronologia essenziale

Nella terra dei lemuri

1886, agosto. Il Madagascar è attaccato da navi da guerra francesi (1883). La regina Ranavalona III si rifiuta di abdicare, ma viene mandata in esilio ad Algeri. L’isola è ufficialmente colonia della Francia.

1960. Indipendenza dalla Francia, che tuttavia rimane molto presente. Philibert Tsiranana è il primo presidente della repubblica. Costretto a dimettersi nel 1972 dai militari.

1975. Didier Ratsiraka, ex militare, già ministro degli Esteri, diventa capo di stato. Attua riforme di tipo socialista.

1991. Accordo tra forze politiche su terza repubblica, ma Ratsiraka non vuole lasciare il potere. Disordini e blocco della capitale.

1993. Elezioni, viene eletto il professor Albert Zafy, dell’opposizione. Sarà costretto a dimettersi per accuse di abuso di potere e rapporti con i trafficanti di legname e animali.

1997. Ratsiraka si ricandida e vince le elezioni.

2002. Alle elezioni vince Marc Ravalomanana, imprenditore dello yogurt. Ratsiraka non accetta il risultato e si asserraglia nella città costiera di Toamasina. Marc è riconosciuto a livello internazionale.

2006. Marc Ravalomanana è rieletto, ma c’è malcontento. Andry Rajoelina, 34 anni, sindaco della capitale, cavalca la protesta.

2009, 24 gennaio. Durante uno sciopero generale e successive manifestazioni, la polizia spara sulla folla. I morti ufficiali sono 88. Nel febbraio Andry chiede le dimissioni del presidente, ci sono altri scontri e 30 morti. Si inseriscono i militari.

2009, 17 marzo. Il presidente rimette il suo mandato nelle mani di un direttorio militare. Questo nomina Andry presidente di transizione.

2009, agosto. Ciclo di negoziati a Maputo (Mozambico) per risolvere la crisi. Partecipano i quattro presidenti. Trovato un accordo, che però non sarà rispettato da Andry.

2011, settembre. Andry firma una road map per uscire dalla crisi e a novembre si forma un governo di unità nazionale con gruppi dell’opposizione.

2013, dicembre. Hery Rajaonarimampianina vince le elezioni.
I deputati tentano di destituirlo nel 2015 ma la Corte costituzionale rifiuta.

2015, dicembre. Elezioni senatoriali a sei anni dalla dissoluzione del senato per il golpe.

2018, dicembre. Andry Rajoelina vince di nuovo le elezioni e diventa presidente.

Ma.Bel.

 


Incontro con monsignor Rosario Vella

Religioni sorelle, chiese amiche

Monsignor Rosario Vella è salesiano, originario di Canicattì (Agrigento). Missionario in Madagascar dal 1981, dal 2007 al 2019 è stato vescovo di Ambanja (Nord Ovest). Dal luglio 2019 è vescovo di Moramanga (Centro Est).

Mons. Vella, ci parli della chiesa in Madagascar.

© AfMC

«La presenza della chiesa cattolica si può dividere in due zone: gli altipiani centrali, dove si arriva al 40% di cattolici, e le coste, dove siamo il 5-10%. Le statistiche nazionali parlano del 25%. Quindi la chiesa cattolica è minoranza, ma ha una valenza molto forte nella società. Da sempre è stata molto ben accettata dalla gente, perché la missione in Madagascar, è stata concepita come buona novella del Vangelo, ma anche per migliorare la vita concreta delle persone. La chiesa è stata sempre molto attiva nei diversi campi: la sanità, costruendo dispensari, l’educazione, le scuole cattoliche hanno i migliori risultati e avvicinano tante persone. Chi frequenta non sono solo i cattolici, anzi. Nelle zone dove sono stato io, i cattolici erano al massimo il 15% degli alunni. Gli altri erano di religione tradizionale, protestanti e musulmani.

Inoltre la chiesa ha fatto strade, appoggiato attività agricole, animazione dei villaggi. I sacerdoti fanno tanto nel territorio in cui lavorano. È una chiesa missionaria proprio come la vuole Francesco, ovvero di pastori che hanno l’odore delle pecore addosso e si inseriscono nel tessuto umano della società, da una parte in modo semplice ma dall’altra molto efficace».

Che relazioni ci sono con le altre religioni?

«Il popolo malgascio accetta tante cose, ha una mentalità che vuole essere solidale con tutti. Questo è un grandissimo aiuto di fondo. Non c’è quasi nessun problema tra i fedeli delle varie religioni, tra cristiani e con gli islamici.

La religione tradizionale vive l’armonia con Dio, con il creato e con le persone. Sono valori radicati nell’animo della gente, e sono anche valori cristiani. L’unione con Dio creatore. Noi lo chiamiamo il Dio di Gesù, anche per loro è un Dio creatore. L’armonia con la natura è la stessa che viviamo noi. L’armonia con la gente corrisponde all’amore per il prossimo. Sono cose che legano le religioni tradizionali e la religione cattolica. Noi ci troviamo bene con tutti, quando c’è una festa siamo accolti. Quando vado in un villaggio, a celebrare, all’accoglienza ci sono tutti. Quando andiamo in chiesa, sono in molti, di altre religioni, a partecipare alla messa, alle conferenze, alla catechesi, agli incontri. Proprio perché c’è questa unità, che è una cosa molto bella».

E la chiesa locale?

«Le vocazioni in Madagascar sono tante, dal punto di vista maschile e anche femminile. Le suore hanno un grande sviluppo e vocazioni solide. Abbiamo tante suore giovani, con molto entusiasmo, ma anche saggezza, ardore, nel mettere in pratica l’evangelizzazione con tutti gli aspetti sociali.

Le diocesi del centro, degli altipiani, sono già solide e hanno tanti sacerdoti. Quelle delle coste, essendo i cristiani pochi, sono più deboli e c’è bisogno di un grande sostegno e di tanti missionari. Non è solo una questione di quantità, ma anche di essere una chiesa universale. In una diocesi ci sono malgasci e missionari di tante nazionalità diverse che arrivano da Francia, Italia, Polonia, Spagna, altri paesi europei, ma anche dall’America Latina e iniziano a venire anche dall’Africa. Una varietà che crea uno scambio di esperienze e dà testimonianza che l’essere insieme, in Gesù, è possibile.

Inoltre i seminari sono pieni, e anche le chiese. Questo ci fa dire che la chiesa qui è molto viva e vivace. Durante il periodo della pandemia, la gente voleva pregare. Lo stato ha cercato di bloccare o ridurre, ma poi era impossibile mettere delle barriere».

Marco Bello

 La prima puntata sul Madagascar è stata pubblicata sul numero di  MC giugno 2020.

 




Niger: Sulle tracce di Boko Haram

testo e foto di Luca Salvatore Pistone |


L’estremo Est del paese, vicino al lago Ciad, vive da anni un’emergenza umanitaria. Qui i jihadisti di Boko Haram fanno incursioni dalla vicina Nigeria. Molti villaggi sono stati distrutti e la gente vive nei campi di sfollati.

Mussa si asciuga il sudore con uno straccio. «Mia cugina Jamilah è uscita di notte dalla tenda e non è più tornata. Sono passati tre giorni, è finita nelle mani dei Bons hommes». Al suono delle parole Bons hommes, la platea di bambini che si è radunata alle nostre spalle comincia a urlare a squarciagola una canzone il cui ritornello fa: «Bons hommes non osate venire qui, i piccoli di Assaga Niger e Assaga Nigeria vi prenderanno a pugni». C’è chi la canta in lingua haussa, chi in kanourì e chi in peul.

«Bravi uomini»: è così che i bambini del campo per profughi e sfollati di Assaga chiamano i membri di Boko Haram (locuzione haussa il cui significato è «l’istruzione occidentale è proibita», cfr. MC ottobre 2016), il gruppo terroristico nigeriano che si fa chiamare anche Stato islamico dell’Africa Occidentale, confermando l’affiliazione ai ben più potenti e mediatizzati cugini dello Stato islamico.

Per fare esorcizzare loro il mostro, le Ong attive nel campo li hanno muniti di fogli e pennarelli sui quali sono ritratti omoni grandi e grossi con fucili e machete, donne kamikaze con lunghe vesti che coprono l’esplosivo, taniche di benzina per dare fuoco a chiese, scuole e mercati e una marea di cadaveri.

Terra di confine

Il campo profughi di Assaga si trova a una ventina di chilometri da Diffa, una poverissima città del Sud Est del Niger, al confine con la Nigeria. Ho scelto Diffa come base per muovermi nella regione martoriata dai Bons hommes. È il terzo giorno consecutivo che vengo al campo, che tra sfollati nigerini e profughi nigeriani ospita un numero imprecisato di persone. Sicuramente diverse migliaia.

La tendopoli prende il suo nome da un piccolo villaggio di frontiera raso al suolo dai jihadisti. Si estende per quasi un chilometro ai lati dello stradone asfaltato che conduce all’aeroporto di Diffa. Da una parte c’è Assaga Niger, terra di sfollati nigerini, e dell’altra Assaga Nigeria, dei profughi nigeriani. Una divisione ormai interiorizzata dai locali. Così, quando qualcuno attraversa la strada, magari per acquistare del latte in polvere in una delle bancarelle sorte come funghi, esclama: «Vado all’altra Assaga, torno presto».

Abbandonando il loro villaggio natale, le vittime di Boko Haram speravano di trovare nel campo di Assaga un posto sicuro dove sopravvivere. Ma la realtà è un’altra: l’accampamento viene preso di mira dai miliziani, perché a difesa diretta della struttura non c’è nessuno. Le infiltrazioni, al fine di reclutare nuove forze, sono prassi comune. Spesso all’appello manca qualcuno o perché misteriosamente ucciso o perché rapito. Nel secondo caso le vittime sono soprattutto donne. Mancano servizi igienici e corrente elettrica, e così, di notte, per fare i propri bisogni, occorre allontanarsi ed esporsi a pericoli. Proprio come accaduto a Jamilah, la cugina di Mussa.

«Se non l’hanno sgozzata – è certo Mussa – l’hanno fatta loro schiava». Sul versante nigeriano di Assaga, Mussa ha visto la morte in faccia. «Ci avevano radunati tutti davanti al pozzo. Ci accusavano di essere dei traditori, di avere denunciato la loro presenza alle autorità. Ma non era vero. Hanno imbracciato i fucili e hanno iniziato a spararci contro, all’altezza della testa. Quel giorno sono morte almeno venti persone. Quei Bons hommes erano ragazzi dai quattordici ai vent’anni». Mussa è riuscito a scappare riportando però una profonda ferita sul fianco, frutto di un rapido incontro con la lama del machete di un jihadista.

Nigeriano o terrorista?

Una giovane donna si fa avanti. Si chiama Atikah, è anche lei nigeriana e vuole parlare. «La prima volta che vennero a casa nostra mi chiesero perché mio marito non fosse in moschea. Io risposi loro che non lo sapevo e se ne andarono via. Vennero una seconda volta. Risposi la stessa cosa. Alla terza risero, con un’espressione crudele in volto. Mi presero di forza e mi condussero in moschea. Lì mi fecero trovare mio marito, morto, con la gola tagliata».

Il terrore che la gente prova per Boko Haram si sta mutando in fobia. I rifugiati nigeriani, specialmente i più giovani, sono sospettati di essere terroristi perché provengono dalla loro stessa terra. Zainab, vent’anni, teme di essere diventata vedova: «Mio marito andava al mercato di Diffa per acquistare della frutta da rivendere qui al campo. Alcuni venditori ambulanti avevano iniziato a stuzzicarlo, a dirgli che, in quanto nigeriano, era certamente un terrorista. Poi due settimane fa uno di loro ha chiamato un poliziotto e questo lo ha arrestato e portato via. Da quel giorno non ho più sue notizie».

Diffa ha un solo alleato che tutti chiamano rivière Komadugu Yobé, un fiumiciattolo che nasce dal lago Ciad, si dirama fra piccoli arbusti e sabbia e aumenta sensibilmente la propria portata nella stagione delle piogge. Per circa 150 chilometri costituisce la frontiera fra Nigeria e Niger. Quando cominciano le piogge e il Komadugu Yobé sale, gli attacchi di Boko Haram diminuiscono.

Ma in queste settimane, di pioggia non se ne parla, e i jihadisti sono sempre in agguato, pronti ad attraversare il Komadugu Yobé a piedi e a lanciare rappresaglie di ogni sorta. L’intera regione è tenuta d’occhio dalle spie di Boko Haram che, oltre che per l’efficienza del proprio sistema d’intelligence, spicca per una notevole capacità persuasiva, basata sulla repressione di chi osa tradire la setta.

Lo stato ci prova

L’esercito nigerino di stanza a Diffa è costituito in maggioranza da giovani soldati male equipaggiati, spediti al fronte senza un buon addestramento. La paga mensile di un soldato non arriva ai 100 euro. Poco se si pensa che Boko Haram promette uno stipendio cinque volte maggiore.

Prima dell’arrivo di Boko Haram, il motore dell’economia regionale erano le coltivazioni di pepe. Poi sono cominciati a spuntare fucili e munizioni nascosti nel retro dei camion carichi della spezia, difficili da controllare senza metal detector di cui gli apparati di sicurezza nigerini sono sprovvisti.

Boko Haram riscuote delle tangenti sul passaggio di coloro che transitano nei territori da esso controllati. Per questo il governo di Niamey ha dichiarato a Diffa lo stato d’emergenza, con il divieto di alcune coltivazioni che avvantaggiano Boko Haram (il pepe) o che, impiegando piante a stelo alto, consentono ai terroristi di nascondersi (il mais). Altra misura preventiva è il divieto assoluto dell’utilizzo di motocicli, mezzi prediletti di Boko Haram per gli attacchi rapidi e kamikaze, oltre che diffusissimi a Diffa. Un provvedimento che ha messo definitivamente in ginocchio la già misera economia locale dal momento che quello del mototassista è uno dei lavori più diffusi.

Gocce di cristianesimo

È domenica e mi dirigo alla chiesa evangelica della «Vita abbondante». Insieme a quella cattolica è una delle due uniche comunità cristiane di Diffa: in tutto un centinaio di credenti. A indicarmi Godiya, la cui storia mi è stata raccontata da un suo conoscente, è il guardiano della parrocchia. È bellissima nel suo sfarzoso abito viola. Canta nel coro e in alcuni passaggi fa la prima voce sfoggiando le sue doti canore.

Per poterla avvicinare attendo che la funzione finisca. Trascorrono almeno due ore tra sermoni, musiche e balli che tengono alto il morale dei partecipanti, tutti elegantissimi.

Godiya ha vent’anni, è nigeriana e la sua città natale è Maiduguri, proprio dove nel 2002 nacque Boko Haram. Si è trasferita coi suoi cari a Diffa per fuggire all’assedio jihadista. «La tragedia della mia famiglia avvenne cinque anni fa. Uscii in cortile e vidi mio padre per terra, picchiato da due ragazzi più giovani di me. Cercava di difendersi dai loro pugni e calci. Gli rubarono i soldi e il cellulare. Corsi da mia madre gridando a squarciagola. “Aiuto! Aiuto! Stanno uccidendo papà!”. Mamma si mise a strillare insieme a me, ma quei due ci puntarono contro una pistola. Poi spararono tre colpi a mio padre. Nessuno venne in nostro soccorso». Godiya ha saputo in seguito che quei due giovani erano di Boko Haram. Tuttavia, non ha mai capito se avessero ucciso suo padre in quanto cristiano o perché aveva opposto resistenza durante il furto.

Vittime «collaterali»

È ancora mattino presto quando atterro a Niamey, la capitale. Prendo un taxi e mi faccio lasciare al carcere minorile maschile, in pieno centro. Al suo interno, tra spesse e alte mura di terra battuta, si trovano una cinquantina di ragazzi accusati di far parte di Boko Haram, e da mesi in attesa di giudizio. Il direttore della prigione non vuole correre il rischio di un «contagio» tra i comuni detenuti e così i presunti terroristi, identificati con la sigla Eafga (Bambini associati a forze e gruppi armati), hanno un’ala tutta per loro.

Durante il giorno, complice il caldo asfissiante, i ragazzi se ne stanno tranquilli sdraiati all’ombra. Sporadicamente scatta una rissa, subito soffocata dall’intervento dei secondini. La posta in gioco è troppo alta: chi sgarra non ha diritto all’ora di attività sportiva, ovvero alla partitella di calcio. Quando alle cinque di pomeriggio lo psicologo del penitenziario tira fuori dalla tasca il foglio con la lista dei più meritevoli, nel braccio dei sospetti Boko Haram cala un silenzio di tomba. Tutti si mettono sull’attenti nella speranza di sentire pronunciare il proprio nome.

«A tutti i nostri giovani piace il calcio – dice lo psicologo -. Qui è l’unico sfogo che hanno. Durante la partita abbiamo modo di renderci conto di chi sono i ragazzi con i caratteri più violenti. Una volta individuati, spiego loro che devono cambiare atteggiamento. Non dispongo di prove certe del fatto che ci siano membri di Boko Haram. Sono mesi che attendono il processo e solo Allah sa quando avverrà. La mia opinione? Solo pochi di loro, volenti o nolenti, hanno avuto contatti con i terroristi».

I detenuti selezionati dallo psicologo si mettono in fila indiana per uscire dal recinto in cui mangiano, si lavano e dormono. Appena fuori, un secondino li fa sedere per terra per la conta. A fatica i ragazzi riescono a contenere l’entusiasmo che solo un pallone può dare. E non fa niente che le linee del campo siano fatte con delle pietre e che le porte siano arrugginite e senza reti. Giocare a piedi scalzi non è un problema.

La situazione di questi detenuti, quasi tutti originari di Diffa, è molto delicata. Spesso non sanno neanche perché si trovino qui. La politica della «tolleranza zero» adottata dall’esercito e dalla polizia nigerini si è tramutata in continui arresti arbitrari. «Sono nato e cresciuto in un villaggio vicino a Diffa. I miei genitori sono morti quando ero piccolo, non li ricordo. Facevo l’apprendista saldatore, ma di lavoro non ce n’era, così mi sono messo a vendere biscotti per strada». Hamidou ha quindici anni ed è rinchiuso a Niamey da un paio di mesi. «Una sera al villaggio sono arrivati dei soldati che si sono messi a perquisire tutto e tutti. Indossavo una maglietta di colore verde militare che avevo trovato per strada. Mi hanno picchiato, bendato gli occhi e caricato su un furgone. Dopo alcune ore mi sono ritrovato nella prigione di Diffa. Poi mi hanno portato qua».

Mamadou ha diciassette anni ed è nato nella regione di Borno, nel Nord Est della Nigeria. «Sono stato avvicinato diverse volte dai terroristi, volevano diventassi uno di loro. Un giorno mi dissero che per me avevano in mente una “missione sacra”. Volevano farmi esplodere all’aeroporto di Diffa. Raccontai tutto alla mia famiglia e il giorno dopo scappammo in Niger». In «salvo» a Diffa, però, Mamadou ha commesso un grave errore: rivelare la sua storia ai nuovi vicini di casa. «Hanno spifferato tutto ai poliziotti e quelli mi hanno creduto uno di Boko Haram. Mi hanno arrestato e condotto qui. Nessuno vuole dirmi che fine farò, non ho notizie dei miei genitori. Lo giuro, sono innocente».

Si sta facendo buio e l’orario di visita è terminato. Alcuni ragazzini mi pregano di tornare con notizie fresche su Cristiano Ronaldo e Messi. Rispondo loro che l’indomani dovrò fare ritorno in Italia. Nessuno è sicuro di dove si trovi il nostro paese. «Ma lì si gioca a calcio?», ci chiede uno che indossa la maglia del Milan col numero 8 di Gattuso.

Luca Salvatore Pistone

ARCHIVIOMC
• Marco Bello, Califfato made in Africa, MC 10/2016.
• Marco Bello, Occidente proibito, nell’ambito del dossier Jihad Africana, MC 11/2012.




Brasile. Manaus. Sperduti nella metropoli

testi e foto di Marco Bello e Paolo Moiola |


I Warao sono arrivati anche a Manaus, la metropoli dell’Amazzonia. Ci sono due abrigos ufficiali: uno in pieno centro (Tarumã) e uno all’estrema periferia (Alfredo Nascimento). Li abbiamo visitati entrambi. Non senza qualche difficoltà.

Boa Vista. Alla rodoviaria ci sono le tende dell’Operação Acolhida. Vi vengono ospitati gruppi di migranti venezuelani: una notte, al mattino seguente occorre andarsene. La presenza dell’esercito brasiliano, che gestisce l’operazione, è visibile ma discreta. Pochi metri più in là delle tende ci sono gli stalli dei bus.

Sono tre le compagnie che prestano servizio tra Boa Vista e Manaus. La capitale di Roraima e la metropoli dell’Amazzonia distano poco meno di 800 chilometri, percorsi in circa 10 ore.

Viaggiamo tutta la notte lungo la sola (per fortuna, viene da pensare) strada esistente chiamata Br-174. Una via di comunicazione che ha portato a un disboscamento straordinario, con l’eccezione della parte che costeggia la riserva dei Waimiri-Atroari (a conferma che dove ci sono popoli indigeni la foresta è sempre più preservata).

Questo è il percorso che molti venezuelani, e Warao in particolare, intraprendono per cercare lavoro e una vita migliore in Brasile. È un viaggio obbligato sia per fermarsi nella metropoli che per raggiungere una qualsiasi altra città del paese.

Arriviamo a Manaus al mattino. Anche qui la rodoviaria ospita tende per i migranti venezuelani, ma la situazione pare più problematica rispetto a Boa Vista, forse anche per gli spazi angusti e per il contorno di un traffico automobilistico straordinariamente intenso.

Le dimensioni cittadine sono decisamente maggiori di quelle di Boa Vista, per andare in centro città ci mettiamo circa un’ora di taxi. Ci sono semafori e auto ovunque. Non sembra davvero di essere nel cuore dell’Amazzonia.

Tarumã

L’abrigo di Tarumã, gestito dalla municipalità, è in pieno centro, a pochi passi dal teatro Amazonas, l’unico edificio di rilievo storico di Manaus.

Nella più grande città amazzonica (conta circa 2,1 milioni di abitanti), gli abrigos sono sotto la responsabilità del comune, nello specifico del Segretariato municipale della donna, dell’assistenza sociale e della cittadinanza (Semasc). I rifugi per i venezuelani sono diversi, ma due in particolare accolgono solo indigeni, la maggioranza dei quali Warao. Non si tratta di spazi aperti, come a Boa Vista, ma di condomini popolari, presi in affitto per lo scopo.

Il rifugio di Tarumã è in un edificio eguale agli altri e senza alcun segno visibile di riconoscimento. Tutto cambia appena superato il cancello. Si entra in un cortiletto dove sui fili tesi sono posti ad asciugare una selva di indumenti, soprattutto pantaloncini e magliette. L’interno della struttura è completamente spoglio, mancano le porte e le scale sono al grezzo. Nelle stanze e lungo i corridoi incrociamo soltanto bambini. Gli adulti, infatti, sono quasi tutti in uno spazio all’aperto posto al terzo e ultimo piano, una specie di cortile interno dove si stanno svolgendo svariate attività. Sembra di arrivare nello spiazzo centrale di un villaggio indigeno. Alcune donne stanno lavando i bambini in una tinozza con acqua corrente. Altre stanno pulendo delle pentole. Altre ancora sono nell’angolo più lontano accanto a fuochi su cui si sta cucinando. Ai lati, vicino al muro, sono seduti uomini e donne con i bambini più piccoli. Uno di essi attira la nostra attenzione perché è visibilmente denutrito. Il papà che lo tiene in braccio ci spiega che è appena arrivato dal Venezuela. Pur sapendo della scarsità di cibo e medicine che affligge il paese, questo è il primo bambino in brutte condizioni che vediamo.

Mariusa Addio

Ci dicono che sono tutti Warao della comunità di Mariusa, nell’alto delta dell’Orinoco. Qui il cacique è Orlando Martinez, che è coadiuvato da tre giovani vice cacique. Di mezza età, tarchiato e con qualche dente di meno, Orlando inizia a parlarci in warao (tradotto in simultanea da padre Kokal, il missionario della Consolata che ci accompagna). Poi, dopo qualche minuto, il suo racconto diventa in castellano, un po’ stentato e trascinato.

«Siamo 130 persone, 35 famiglie, tutte di Mariusa (secondo nostre informazioni la capienza sarebbe di 70 persone, ndr). Si stava bene là. Siamo tutti pescatori: catturavamo i granchi, pescavamo. Quando c’era Chávez i prezzi erano equilibrati, si poteva lavorare. Ma poi, dopo la sua morte, i prezzi hanno iniziato a crescere e non abbiamo più trovato la benzina per le imbarcazioni. Così non riuscivamo più a procurarci da mangiare». Orlando racconta del periodo terribile che precedette la partenza dalla comunità, due mesi durante i quali non si trovava più cibo. «Eravamo circa 60, tra uomini, donne e bambini. Abbiamo cercato dei passaggi per raggiungere la frontiera. Non avevamo scelta: venire via o morire di fame». Arrivati a Pacaraima, prima città brasiliana di frontiera, si fermarono là per un mese, mendicando e rivendendo rifiuti metallici. Poi il gruppo si trasferì a Boa Vista, dove si installò per tre mesi a Pintolandia (cfr. MC marzo), quindi la decisione di continuare per Manaus.

«Qui, la prima settimana dormivamo in strada. Ma una notte mi accorsi che dei malintenzionati volevano portare via una nostra bambina. Ci difendemmo, ma l’insicurezza e la paura erano aumentate. Un prete brasiliano ci aiutò a raggiungere prima un abrigo e poi a insediarci qui, a Tarumã».

Continua Orlando: «Un Warao che è arrivato dal Venezuela due settimane fa mi ha raccontato che non c’è più nessuno a Mariusa, le comunità sono abbandonate. Siamo tutti in Brasile. Noi vorremmo tornare in Venezuela, ci pensiamo ogni giorno. Un paese ricco, che ha il petrolio. C’era tutto, ma perché è finito così?». Orlando non pensa di andare in un’altra città brasiliana: «Io sto qui tranquillo, ho paura di andare più lontano. Qui mangio, di giorno esco a fare qualche lavoro, vendo acqua, raccolgo lattine da riciclare. Guadagno 30 – 50 reais (10-12 euro), così compro pollo, riso e può mangiare la famiglia al completo».

Rischio culturale

Uno dei vice cacique di Orlando è il giovane Nelson Rojas, dinamico e pieno di idee. Canottiera colorata e collana indigena, non si siede e gesticola parlando con enfasi davanti a noi: «Sono della comunità indigena warao Anoko Ido, riconosciuta dal Venezuela come comune di Sotillo, stato Monaga. A causa della crisi che vive il Venezuela, siamo stati obbligati ad abbandonare la nostra casa. Purtroppo, molti Warao stanno perdendo la nostra cultura. Venendo in un altro paese apprendono un’altra cultura, perdono le proprie radici. I bambini crescono e non vogliono più parlare warao, ma portoghese. Questo ci dà fastidio, intimamente, perché ferisce la nostra identità di Warao».

Nelson parla dei pericoli che oggi si corrono nelle comunità del delta. In alcune zone si è installato il narcotraffico e la vita è diventata rischiosa.

«Ringraziamo Dio che parte di noi adesso è qui in Brasile, anche se non era proprio un nostro desiderio. Almeno abbiamo da mangiare, l’istruzione per i bambini, non siamo in pericolo di vita come in Venezuela. Io ero un portavoce della mia comunità, ma sono dovuto venire via lo stesso».

Nelson esprime pure un’opinione sulla situazione geopolitica, parlando del presidente del Brasile: «Bolsonaro era inizialmente d’accordo a mandare l’esercito degli Usa per appoggiare Guaidó (capo dell’opposizione venezuelana e presidente autoproclamato, ndr), ma poi ci ha pensato bene e ha deciso di no, perché è un paese vicino, ci sono relazioni, anche commerciali. Ad esempio, il Brasile compra energia dal Venezuela». E con un po’ di nostalgia ci dice: «Il nostro è un paese bello, con tante possibilità. Molti stranieri vorrebbero investire in Venezuela, stabilirsi lì, ma con questo governo non è possibile». Nel frattempo, sotto la veranda che si apre sul cortile, una volontaria della Caritas diocesana ha iniziato a impartire una lezione di portoghese a un gruppo di Warao, quasi tutti giovani.

Salutiamo e torniamo all’entrata, davanti alla quale, per approfittare dell’ombra, si è accomodato un gruppo di indigeni. A un certo momento, sul marciapiede, spingendo il proprio carretto, passa un venditore di gelati. È un haitiano arrivato a Manaus dopo il terremoto che devastò l’isola caraibica. Gioviale ed espansivo, l’uomo, afrodiscendente, si siede a parlare e ridere con gli indigeni, così diversi ma accomunati dalla stessa condizione di migranti per necessità.

Alfredo Nascimento

L’abrigo Alfredo Nascimento si trova all’estrema periferia Nord di Manaus. Prende il nome dal bairro (quartiere), a sua volta parte di Cidade de Deus, uno dei quartieri più violenti della città. Abbiamo deciso di visitarlo pur non avendo (ancora) in mano il nullaosta delle autorità municipali che lo gestiscono. Dopo qualche fermata lungo la strada per chiedere indicazioni, finalmente giungiamo a destinazione: l’abrigo è posto su una via in decisa pendenza. Lo riconosciamo anche vedendo alcune persone che, accanto a un rubinetto estemporaneo, raccolgono l’acqua in secchi di plastica.

Fuori del rifugio, seduti sul marciapiede ci sono una decina di uomini, giovani e anziani, molti a torso nudo.

Alcuni portano in testa un cappellino del Venezuela. È con loro che scambiamo le prime parole. Sono loro che ci informano dove si può incontrare il responsabile. Mentre uno di noi va a cercarlo, gli altri due ne approfittano per muoversi senza restrizioni.

L’abrigo è una sorta di struttura condominiale su due piani con le stanze che danno su corridoi all’aperto dove sono stati tirati decine di fili per stendere gli indumenti lavati. Ogni alloggio è occupato da un nucleo familiare, di solito piuttosto numeroso. All’interno non ci sono mobili, ma le immancabili amache e molte borse contenenti indumenti e oggetti della quotidianità. In alcuni alloggi è presente un lavandino, ma l’acqua non vi arriva. Qualche (rara) stanza ospita anche un televisore davanti al quale – come in tutto il mondo – i bambini rimangono incantati.

Nell’abrigo di Alfredo Nascimento regna la calma. Forse addirittura troppa. Difficile dire se si tratti di rassegnazione o di una manifestazione della pazienza indigena. Su un muro sono stati appesi due manifesti di Acnur, l’agenzia Onu per i rifugiati. Scritti in portoghese e in warao, tramite alcuni disegni mostrano come trattare i rifiuti e come usare le latrine.

Il personale

In un piccolo ufficio con aria condizionata a intensità esagerata incontriamo il responsabile, Alfredo, che ci accoglie trafelato. Ci sono anche alcuni operatori con il gilet dell’Acnur e dell’Unicef, tutti giovanissimi, e due poliziotti armati.

Alfredo, anche lui giovane (sotto i 40), ci racconta che l’abrigo è aperto da circa due anni, ha 70 miniappartamenti da due camere e alcune cucine comunitarie. L’acqua viene presa da pozzi artesiani. Attualmente vi si trovano 667 persone, quando la capacità stimata è di 350.

Qui e nell’altro abrigo di Manaus i controlli sono molto meno stringenti che in quelli gestiti dalla Operação Acolhida a Roraima (cfr. MC marzo). Anche noi ne abbiamo approfittato.

«C’è il registro, ma è difficile controllare – ci confessa il responsabile -. Noi chiediamo che le persone segnalino gli arrivi e le partenze. Se giungono altri familiari, gli ospiti non vogliono lasciarli in strada». Così accade che ci sia un certo va e vieni e che l’abrigo sia piuttosto sovraffollato.

«Qui, un po’ di tempo fa, c’erano molte liti, soprattutto a causa dell’abuso di alcol da parte degli uomini. Oggi la situazione è notevolmente migliorata», riprende Alfredo.

Nella visita ci imbattiamo in un tavolino, dove un operatore della Ong World Vision (statunitense), insieme a uno dell’Unicef (che ci dicono essere uno psicologo), interroga un Warao e compila un modulo: stanno conducendo un’inchiesta.

«A livello della salute c’è un monitoraggio quotidiano fatto da un operatore sanitario e periodicamente vengono fatte vaccinazioni. Ci sono dei casi di tubercolosi, e i migranti arrivano molto debilitati, quindi particolarmente a rischio».

Tra una telefonata e l’altra, Alfredo ci confida che il municipio ha in programma un trasferimento di tutti i Warao di Tarumã e Alfredo Nascimento in una zona ancora più periferica, ma in mezzo alla natura, dove «dovrebbero trovarsi a loro agio». Al tempo stesso, questo vorrebbe dire allontanare ancora di più i migranti dalle loro reti in città e dalla possibilità di trovare lavoro. Un dualismo tra comunità e città che i Warao hanno già sperimentato in Venezuela, dove una parte di loro ha scelto di lasciare canoe e palafitte per la vita urbana.

Finalmente Alfredo ci congeda. Ha molti impegni e si deve rinchiudere a lavorare nel suo ufficio ghiacciato.

Dignità

Quando siamo ormai in procinto di andarcene, un piccolo bus si ferma davanti al rifugio. Non porta persone, ma viveri. Viene subito scaricato e gli alimenti consegnati agli ospiti in attesa. Quasi a conferma della nostra prima impressione, non c’è ressa né confusione. Gli indigeni ospiti del rifugio di Alfredo Nascimento danno dimostrazione di affrontare la loro difficile condizione con compostezza e dignità.

Marco Bello e Paolo Moiola
(3.a puntata – continua)


L’antropologo militante

«Migranti, ma in primis indigeni»

Le riflessioni di Sidney Antônio da Silva, professore all’Università federale di Amazonas (Ufam), a Manaus.

Manaus. Sidney Antônio da Silva, antropologo, è professore all’Università federale di Amazonas (Ufam). Paulista, si è trasferito a Manaus nel 2006 per studiare la migrazione nella regione Nord del Brasile1. Qui coordina anche il Grupo de estudos migratorios na Amazônia.

Il professor Sidney ci riceve in una sala del moderno Dipartimento di antropologia sociale: «Da fine 2016 la presenza di migranti venezuelani accampati nei pressi della stazione degli autobus attirò l’attenzione della gente e delle autorità. Il Ministero pubblico federale (Mpf) intervenne, e fece in modo che il municipio si prendesse la responsabilità sui Warao a Manaus. Dopo circa sei mesi di vita in baracche improvvisate trovarono loro un rifugio, nel bairro Coro Alto».

Il municipio e il governo locale ritennero però che tale sistemazione non fosse adeguata per i Warao e, anche grazie a soldi federali, verso fine 2018 trasferirono i migranti in piccole case adatte ai nuclei familiari, dove potevano organizzarsi e autogestirsi.

«Fu una decisione interessante, molto appoggiata, in particolare dall’Acnur. Noi accademici abbiamo accompagnato questo processo, facendo una ricerca sull’accoglienza dei Warao2 commissionata dall’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim). Dividerli in piccole comunità, a partire dai legami di parentela, è molto importante. Loro non migrano soli, lo fanno con la famiglia allargata. È una specificità Warao e occorre essere attenti a questa rete».

Andare oltre l’abrigo

Qualcosa andò storto e si tornò ai rifugi di massa. «Ci sono stati problemi, forse per ragioni economiche. Il municipio li ha portati nel quartiere periferico Alfredo Nascimento, sistemandoli in piccoli condomini di edilizia popolare. Ma in questo modo sono stati allontanati dalle reti che si stavano costruendo nei quartieri più vicini al centro e ora si ritrovano isolati. Si tratta di reti di lavoro informale, vendita di artigianato, richiesta di soldi nelle strade. Nel centro della città è rimasta un’unica palazzina in rua Tarumã».

Il professor Sidney mette in evidenza la tipologia migratoria tipica dei Warao: «Il modello di abrigo non basta. Sappiamo che non risponde alle aspettative di questo popolo, perché per una sua dinamica storica il Warao ha una mobilità, una circolarità, sperimentate già dentro il Venezuela e ora nel Brasile. Stanno infatti circolando nel paese, in altre città del Pará e nel Nordeste. Inoltre, non è un gruppo omogeneo di Warao, e quindi sono portatori di interessi differenti».

Dialogo tra indigeni

Le due grandi sfide che l’antropologo identifica sono educazione e inserimento produttivo. «L’abrigo Alfredo Nascimento ha suscitato diversi problemi: mancanza di attività, bambini che non vanno a scuola, (appena 25 su 200). L’inserimento dei Warao in Brasile passa per un’educazione non tradizionale, ma pensata per un gruppo itinerante. C’è poi la questione dell’interculturalità, perché parlano un’altra lingua, hanno una propria cultura».

«La seconda sfida è la generazione di reddito: creare spazio in modo che possano produrre artigianato, o partecipare in altro modo all’economia. Occorre pensare a forme di inserimento lavorativo, che non sia però una forma marginale di sotto impiego o lavoro degradante».

Un altro aspetto fondamentale per l’integrazione è «fare in modo che la società e il governo brasiliano li riconosca come indigeni. Loro sono migranti, ma sono pure indigeni. Non possiamo lavorare solo con la categoria dei migranti. Perché sono diversi, c’è una differenza etnica, culturale».

L’approccio del governo attuale, in particolare in relazione agli indigeni, complica la situazione: «Oggi esiste una mobilitazione degli indigeni brasiliani che temono che i propri diritti non siano più rispettati. I Warao sono in una situazione di particolare vulnerabilità, perché sono pure stranieri.

Un percorso possibile è che si uniscano agli indigeni brasiliani, per sommare le forze, e che questi non li vedano come una possibile minaccia o come intrusi. Noi come istituzione universitaria, le Ong e la Chiesa dovremmo appoggiare questo dialogo tra indigeni. È importante che i Warao possano essere organizzati come gruppo. Non credo, da ricercatore ma anche da militante, che si possa conseguire qualcosa senza organizzazione e coinvolgimento dei migranti, senza una dinamica dal basso».

L’era Bolsonaro

Il professore sottolinea la svolta dell’era Bolsonaro: «C’è stato un cambiamento molto grande, perché al nuovo governo non è “simpatico” il governo venezuelano. Pertanto, si è creata una tensione che ha portato fino alla chiusura della frontiera. È cambiato il modo in cui il Brasile vede il Venezuela, non più come amico ma come possibile minaccia, e questo si è riflesso nel rapporto con i migranti. Una forma di xenofobia e discriminazione per i venezuelani, visti spesso come quelli che non vogliono lavorare, perché nel loro paese ricevevano tutto gratuito. Questo ha creato più difficoltà nella vita dei migranti, non solo venezuelani: la migrazione vista come qualcosa di criminoso, orribile, dopo anni in cui si è lottato per cambiare la visione del migrante come pericolo».

M.B. – P.M.


I rapporti tra indigeni

 La nostra mano per i fratelli warao»

A colloquio con Enock Taurepang (Cir) e Mauricio Yekuana (Hutukara), rappresentanti degli indigeni di Roraima.

Boa Vista.Vogliamo tentare di rispondere a un quesito semplice ma importante: nello stato più indigeno del Brasile come sono stati accolti gli indigeni che provengono dal Venezuela? Proviamo a cercare un primo riscontro nella sede del Consiglio indigenista di Roraima (Cir). Fondato nel 1971 con l’appoggio della Chiesa cattolica, il Cir è un’organizzazione che dà supporto giuridico e politico ai popoli indigeni dello stato. Incontriamo il suo coordinatore generale, Enock Barroso Tenente, di etnia Taurepang1.

«Quando i primi Warao – racconta Enock – arrivarono nello stato di Roraima, la gente non sapeva chi fossero. Non si sapeva da dove venissero. Molte persone della città pensarono che fossero indigeni del Brasile. Essi hanno sofferto abbastanza pregiudizi ed anche violenza, come d’altra parte noi indigeni di Roraima. Si diceva che avevano molta terra ma che, al tempo stesso, volevano stare in città per chiedere l’elemosina ai semafori e nelle strade del centro».

«Dopo un po’ di tempo, sia la società bianca che quella non bianca è venuta a sapere chi fossero. Che erano un popolo nomade che stava passando un periodo di difficoltà nella propria terra indigena. Che erano dovuti andarsene a causa dello sconvolgimento portato dal modello di sviluppo. Tutto questo li aveva portati lontani dai loro territori per cercare un nuovo spazio in cui vivere».

Enock Taurepang racconta degli incontri avuti con alcuni rappresentanti dei Warao fin dal 2017, e aggiunge: «L’appoggio che noi possiamo dare ai Warao è politico. C’è la proposta che l’Onu e altre organizzazioni internazionali possano dare un contributo per comprare una proprietà privata. In questo momento, un pezzo di terra su cui sistemare i Warao sarebbe essenziale. Sarebbe una soluzione immediata. Come Cir, noi confermiamo il nostro appoggio politico e una mano fraterna affinché essi possano vivere meglio qui nel nostro stato».

Yanomami e Yekuana

Per capire ancora meglio i rapporti tra gli indigeni di Roraima e quelli provenienti dal Venezuela cerchiamo una seconda testimonianza. Per questo chiediamo un appuntamento a Mauricio Yekuana2, direttore di Hutukara, l’associazione degli Yanomami che ha Davi Kopenawa come presidente. Lo incontriamo nella sede dell’associazione. Il momento è particolare: da pochi giorni c’è stato l’annuncio dell’assegnazione del Right Livelihood Award (conosciuto anche come «premio Nobel alternativo») per il 2019 a Davi e all’associazione3. Oltre a questa splendida notizia ce n’è un’altra, che invece è negativa. La sede di Hutukara e quella adiacente dell’Instituto socioambiental (Isa) sono state fatte oggetto di ruberie. Questi fatti vanno ad aggiungersi a minacce e intimidazioni che sono ormai divenute la normalità in un generale clima anti indigeno alimentato dal presidente Bolsonaro.

«Anche i Warao – spiega Mauricio – sono stati invasi dai garimpeiros. Hanno paura perché il fiume viene inquinato e non c’è sicurezza. Loro se ne vanno perché non c’è più nulla da mangiare e non c’è terra da seminare. Non avendo più niente, lasciano i propri territori in cerca di una vita migliore per i loro figli».

Accanto alla solidarietà e alla comprensione, nello stesso tempo Mauricio non nasconde i problemi: «La nostra terra Yanomami ha molti problemi. Quando hai problemi nella tua propria casa, è difficile affrontare quelli degli altri».

Diversi, eppure solidali

Enock Taurepang e Mauricio Yekuana hanno risposto al nostro quesito di partenza aiutandoci anche a chiarire un punto fondamentale. Come i popoli non sono tutti eguali (dal punto di vista antropologico e culturale), così non sono tutti eguali i popoli indigeni. Questo significa che non è implicito che un popolo indigeno sia in accordo con un altro popolo indigeno. Fatta questa precisazione, constatiamo che il rispetto e la disponibilità mostrate dai popoli indigeni di Roraima verso quelli provenienti dal Venezuela costituiscono un comportamento a cui tanti dovrebbero ispirarsi.

Marco Bello – Paolo Moiola


Questo servizio rientra nell’ambito del progetto «The Warao Odissey» eseguito da Missioni Consolata Onlus e prodotto con il contributo finanziario dell’Unione europea e della Regione
Piemonte attraverso il bando «Frame Voice Report!» del Consorzio Ong Piemontesi.