Il Buddha nella roccia

È la grande festa di compleanno del Buddha. Un gruppo di cattolici è invitato a condividerla in un luogo speciale. Tra loro un missionario della Consolata, impegnato da molti anni nel dialogo tra le religioni nel Paese dell’estremo Oriente.

Cheonan. Stiamo andando a fare una visita speciale, invitati, in via eccezionale, insieme a un gruppo di coreane e coreani cattolici, una quindicina in tutto. Sono i membri della Commissione per il dialogo interreligioso, della diocesi di Daejeon (centro Ovest del Paese). Tra loro, padre Diego Cazzolato, missionario della Consolata e vice presidente della commissione. Ci sono anche due suore Clarisse missionarie della santissima Eucarestia. Una delle due è una giovane messicana.

Andiamo a Pungse-myeon dove, su una bassa montagna chiamata Taehaksan, si trova il monastero buddhista di Haeseonam, guidato dal monaco Bop-yeon.

Arrivati alla base del monte, troviamo un ingresso, davanti al quale di norma si forma la coda per la visita dei luoghi sacri. Noi, invitati dal monaco, proseguiamo direttamente. Arriviamo così in un piccolo parcheggio e, guardando la montagna, intravediamo, in mezzo agli alberi, il tempio sulla sinistra. Ha forma rettangolare e dimensioni modeste. Sullo sfondo vediamo grosse rocce tondeggianti. File di lanterne colorate sono appese tra gli alberi a ricordare che in questi giorni si festeggia il compleanno di Buddha.

Facciamo l’ultimo tratto di strada a piedi e, in cima, di fronte al tempio, ci accoglie lui, il monaco Bop-yeon, nel suo lungo vestito grigio chiaro (è questo il colore del buddhismo in Corea). Ha il viso rotondo, porta occhiali con una spessa montatura, e sorride infondendo serenità. È completamente rasato, il che conferisce una certa lucentezza al volto. Con lui c’è anche una monaca Il-yang, che ci dirà essere stata una sua allieva. Indossa pure lei una tunica grigia.

Il monastero Haeseonam, sulla montagna Taehaksan, nei pressi della città di Cheonan. (Foto Marco Bello)

Il Buddha di pietra

Dopo i convenevoli di benvenuto, i due monaci ci invitano a seguirli. Davanti al tempio, è in bella mostra uno striscione di accoglienza – ovviamente in lingua coreana – per la delegazione cattolica.

È proprio per il compleanno di Buddha, grande festa per i buddhisti, che la Commissione diocesana per il dialogo interreligioso ha proposto a Bop-yeon di visitarlo per una celebrazione in condivisione e lui ha immediatamente acconsentito.

Il tempio è immerso nel verde, sul posto c’è solo il nostro gruppo e regna una grande tranquillità. Bop-yeon s’incammina per un sentiero di gradini di pietra non uniformi che comincia dietro al tempio e si inerpica sulla montagna.

Lo seguiamo dentro il fitto del bosco che ricopre tutta la zona. Saliamo, poi, per una scala di legno piuttosto ripida. A un certo punto compare una grande roccia piatta che si staglia verso il cielo. Su di essa è scolpita la figura intera di Buddha in piedi. È il Yang Hiun Moh, un’opera che – ci dice il monaco Bop-yeon – data di oltre mille anni.

Il Buddha nella roccia di Samtae-ri, è una statua di granito alta 7,1 metri e risale al periodo della dinastia Goryeo (918-1392), durante la quale il buddhismo ebbe un grande impulso. È classificato tesoro nazionale sudcoreano. Il gruppetto si ferma per un momento di raccoglimento e preghiera, guidato dal monaco.

Bop-yeon mostra alla delegazione cattolica il Buddha di Samtae-ri, tesoro nazionale. (Foto Marco Bello)

La Consolata in Asia

Padre Diego ha fatto parte del primo gruppo di missionari della Consolata arrivati in Corea del Sud nel 1988. Prima del nostro arrivo al tempio ci ha raccontato questo percorso: «Uno dei motivi per cui l’Imc ha scelto la Corea come sua prima apertura in Asia, è il fatto che permetteva di entrare in contatto con le grandi religioni orientali, con le quali l’Istituto non aveva mai interagito nella sua storia. La Chiesa, in quel periodo, stava insistendo sul dialogo».

Le difficoltà iniziali sono state tante e hanno visto i primi missionari impegnati nell’inserimento culturale, linguistico, pastorale. Queste hanno fatto passare il tema del dialogo interreligioso in secondo piano. «Risultava difficile trovare una strada – ha continuato padre Diego -. Io avevo già visitato parecchi centri delle altre religioni, come templi buddhisti, l’università e il centro confuciano, ma senza iniziare nulla di concreto».

Qualche anno dopo, i missionari entrarono in contatto con «La catena della pace», un gruppo di dialogo formato da giovani delle diverse religioni. Questo realizzava incontri ai quali partecipavano sacerdoti, seminaristi, giovani che si preparavano a diventare monaci buddhisti, alcuni leader di altri gruppi religiosi.

«Iniziai a frequentare il gruppo – ci ha raccontato il missionario -. Ci radunavamo e invitavamo un esperto che ci parlasse di una religione». Era la metà degli anni Novanta.

Dentro al tempio, l’incontro tra i monaci buddhisti e la delegazione cattolica. (Foto Marco Bello)

Un passo importante è stato la costruzione di un centro per il dialogo interreligioso: «Come comunità della Consolata abbiamo deciso di creare un piccolo centro per il dialogo. Abbiamo comprato un terreno, nella zona di Pucheon, dove c’era la nostra sede in Corea del Sud, e abbiamo costruito la casa».

Dopo alterne vicende, che hanno visto padre Diego distaccato per un periodo a Roma, come membro del Segretariato generale per le missioni dell’Istituto, sono state finalmente lanciate diverse attività. «La catena della pace ha preso il nostro centro come riferimento per gli incontri».

Il gruppo che frequentava il centro della Consolata è entrato in contatto con un monaco anche lui molto interessato al tema. «Quel monaco stava formando alcune persone al buddhismo. Noi seguivamo alcuni giovani e coppie di cattolici che erano disposti a impegnarsi in questo. Abbiamo organizzato incontri mensili tra i due gruppi. Una volta si andava al tempio, e quella successiva al nostro centro. Ogni mese sceglievamo un tema di dibattito: la preghiera, la misericordia, il perdono, la vita comunitaria. Stavamo realizzando incontri di base tra i fedeli delle due religioni. È stato un esperimento molto valido e bello. Qualche tempo dopo, il monaco è stato trasferito e il suo gruppo di discepoli si è sciolto, così i nostri incontri sono terminati».

Padre Diego Cazzolato (Imc) con il monaco Bop-yeon e la monaca Il-yang, durante la cerimonia di accoglienza. (Foto Marco Bello)

Organizzazioni nazionali

In Corea del Sud esistono alcune organizzazioni che si occupano di dialogo interreligioso. A livello nazionale c’è la Korea conference of regligions for peace (Kcrp, Conferenza coreana delle religioni per la pace). Ha una sede centrale a Seul e sezioni distaccate nelle varie provincie.

La Kcrp raggruppa le sette grandi religioni della Corea: cattolicesimo, protestantesimo, buddhismo, buddhismo won, chondogyo (ceondoismo, cfr. MC ottobre 2025), confucianesimo, le religioni popolari coreane (come lo sciamanesimo, la religione della via, e altre).

Nel 2012 i missionari della Consolata sono stati costretti a chiudere il centro per il dialogo di Puchon, perché l’amministrazione comunale aveva deciso di riqualificare l’area. Hanno poi aperto un nuovo centro, più spazioso, a Daegeon, più a Sud, dove attualmente è presente una delle tre comunità Imc in Corea. «Dopo esserci trasferiti a Daegeon, iniziai a prendere parte alle riunioni regionali del Kcrp», ci ha detto padre Diego.

Un’altra organizzazione importante per il dialogo interreligioso è ecclesiale, ovvero quella creata dalla Conferenza episcopale coreana: la Commissione episcopale per il dialogo ecumenico e interreligioso. «Il vescovo Choi Ki-san Bonifacio (all’epoca presidente della commissione, ndr) nel 2002 ha invitato uno di noi a fare parte della commissione. Gli incontri si tengono ogni due tre mesi. Vengono preparate celebrazioni ecumeniche, incontri ufficiali tra teologi cattolici e protestanti, visite ufficiali a templi per la festa di Buddha. Quando fu creata nei primi anni 2000, c’era molto interesse per il dialogo, in particolare per capire come formare meglio i cattolici a esso. Su mia iniziativa, abbiamo tradotto in coreano un libretto divulgativo del cardinale Fransis Arinze su questo tema e preparato altri sussidi».

Padre Diego è stato membro della commissione episcopale, a livello centrale, dal 2002 al 2025.

«La presenza del nostro centro a Daegeon ha poi spinto la diocesi a formare la sua Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Il presidente era un diocesano e io ero il vice. Vi fanno parte altre religiose e religiosi e laici, alcuni nostri amici che frequentano il centro. Si può dire che la Consolata è la base di questa commissione diocesana». Sono proprio i membri di questa commissione, insieme ad alcuni amici della Consolata, che ora visitano il monaco buddhista per la festa del Buddha.

Monastero Haeseonam (Chonan). Corea del Sud. Visita della Commissione diocesana per il dialogo interreligioso, in occasione della feste di compleanno del Buddha. Il monaco Bop-yeon suona il tamburo con i pugni.(Foto Marco Bello)

Il compleanno del Buddha

Dopo la visita al Buddha scolpito nella roccia, il monaco Bop-yeon ci indica di seguirlo e, lentamente, scendiamo verso il tempio.

Ci fa quindi accomodare nella sala principale della struttura, dove sono state predisposte tre file tavolini bassi. Ci sediamo di fronte a essi a gambe incrociate. Sono posti a ferro di cavallo e sul lato comune si siedono i monaci, padre Diego e le suore.

Ci viene subito servito del particolare tè dal colore rosa.

Il soffitto è ricoperto di centinaia di lanterne colorate, a ognuna delle quali è attaccato un biglietto con un augurio.

Bop-yeon regala a ciascuno di noi un semplice braccialetto realizzato con un intreccio di cordini colorati, che recano al centro cinque perline di colori diversi. Dopo una parola di benvenuto ci spiega il significato del braccialetto: «La perlina centrale è ognuno di voi. Le quattro perline che la circondano sono i quattro punti cardinali e rappresentano il Mondo. Il significato è che la tua esistenza è magnifica, preziosa per il mondo, e serve a renderlo migliore. Ha quindi un senso fondamentale. Bisogna, però, cercare la consapevolezza di questo essere preziosi per aiutare il mondo. Questo è il valore del cuore di Buddha».

Bop-yeon parla poi delle relazioni tra buddhisti e cattolici: «Un valore fondamentale per il buddhismo è la misericordia, e per il cristianesimo è l’amore. Non sono molto diversi. Viviamoli insieme. Ecco perché è importante dialogare». Infine, aggiunge una considerazione sulle nuove generazioni: «La nostra società è materialista e tecnologica, ma proprio per questo, nei giovani, c’è una grande sete di spiritualità e di senso della vita. Li cercano in una religione, purtroppo però noi religiosi siamo spesso impreparati ad accoglierli».

La monaca Il-yang, che è stata tutto il tempo a fianco di Bop-yeon, vive in un altro monastero, più grande, chiamato Makogsa. In esso offrono la possibilità di accoglienza a chi vuole passare alcuni giorni in silenzio e meditazione. Prende la parola e dice: «Molti giovani vengono a passare qualche giorno con noi, ma le motivazioni sono quelle di uno stacco temporaneo dallo stress quotidiano. Bisognerebbe invece uscire dall’aridità spirituale e continuare il percorso».

Il monaco chiede a noi cosa pensiamo del Buddha di pietra. Rispondiamo che ha oltre mille anni, e noi vi abbiamo sostato davanti pochi minuti, con la consapevolezza che sarà ancora lì per migliaia di anni. Bop-yeon è contento e ci regala un quadro raffigurante il Buddha Samtae-ri.

Il gruppo della Commissione diocesana del dialogo in cammino verso il Buddha nella roccia. (Foto Marco Bello)

Un tempo difficile

La Commissione diocesana lavora anche sul dialogo ecumenico, realizzando tutti gli anni, insieme ai protestanti, una celebrazione durante la «Settimana per l’unità dei cristiani». Ogni anno, il luogo della celebrazione, si alterna tra una chiesa cattolica e una protestante. Anche l’omelia viene fatta in modo alterno da un pastore e un sacerdote.

Sul fronte del dialogo con le altre religioni, invece, la Commissione ha messo in piedi una «scuola di dialogo» itinerante in diverse parrocchie. Realizza visite mirate a centri di culto di altre religioni e cura l’invio degli auguri per tutte le festività religiose. Inoltre, partecipa alle attività della Conferenza delle religioni per la pace.

Secondo padre Diego, però, il dialogo interreligioso in Corea, a partire dal tempo del covid, sta attraversando una stagione difficile: «Dopo l’interruzione totale durante il periodo pandemico, il processo è risultato un po’ statico. Si sono ridotte le frequenze degli incontri, i rappresentanti dei buddhisti non partecipano quasi più o sono rari. I sacerdoti diocesani non sono molto interessati. Un’altra difficoltà – ci ha ricordato il missionario – è che tutti hanno limiti di tempo nei loro incarichi. Dopo tre o quattro anni vengono spostati. Noi (della Consolata) siamo quelli che durano di più».

La base culturale

Padre Diego ci ha spiegato un’altra difficoltà di fondo: «È difficile fare il dialogo come tale, in profondità. Perché la base culturale è uguale per tutti i coreani. In quella base comune ritrovano l’unità e non hanno bisogno di confrontarsi. Le differenze sono messe da parte: siamo tutti coreani. Da un lato questo è molto bello e utile, però, secondo me, impedisce di riconoscere le differenze, ad esempio tra le religioni. Il buddhista dice: Va tutto bene, non c’è alcuna differenza che io sia monaco buddhista e tu prete cattolico, siamo tutti coreani. Ma così, non si va in profondità».

La vibrazione dei tamburi

Prima di congedarci, i due monaci ci invitano alla pagoda dei tamburi. La monaca Il-yang si esibisce in una suonata con i bastoni. In successione, il monaco Bop-yeon ne esegue una con i pugni. Le vibrazioni delle grosse percussioni fanno risuonare all’unisono i presenti. Anche questo «vibrare e ascoltarsi» è dialogo.

Marco Bello

(Foto Marco Bello)



Niger. Tentato golpe contro i golpisti

La notte tra venerdì 28 e sabato 29 agosto, i cittadini di Niamey sono stati svegliati dal frastuono di nutriti tiri di armi automatiche, che sono continuati per tutto il giorno. In città si è infatti consumato un tentativo di colpo di stato o, come viene derubricato da voci filogovernative, una ribellione interna all’esercito.

Le Forze speciali
Gruppi appartenenti alle Forze speciali, militari d’élite preposti a combattere i jihadisti nel Paese, hanno raggiunto la capitale del Niger da Dosso, all’estremo Est, e da Tillaberi (Nord Ovest). Gli insorti hanno attaccato tre luoghi strategici: il campo militare 101 all’aeroporto, il palazzo presidenziale e la sede della Radio televisione nazionale. Sono riusciti a occupare parzialmente il campo 101 fino a sabato sera, ma sono stati respinti dagli altri due obiettivi.
A loro si è opposta la Guardia presidenziale, composta dai soldati più fedeli al presidente Abdourahmane Tiani, con l’appoggio, determinante dei mercenari russi dell’Africa corps (ex Wagner).
Il 26 luglio 2023, Abdourahmane Tiani e i suoi ufficiali avevano condotto con successo il colpo di Stato che aveva rovesciato il presidente eletto nel 2021, Mohamed Bazoum. Da allora è la prima volta che il regime di Niamey subisce un attacco «interno». In tutti gli altri casi, si trattava di attacchi da parte di gruppi jihadisti, molto presenti sia nell’Ovest (nei pressi dei confini con Burkina Faso e Mali) che nell’Est verso il Ciad.

I russi
Verso la sera di sabato i lealisti hanno ripreso il campo 101 e decine di militari insorti sono stati arrestati. Nessun commento da parte delle autorità del Niger, mentre l’ambasciatore russo a Niamey, Viktor Voropaiev, ha confermato che c’è stata una richiesta di aiuto ufficiale accordato al Governo di Tiani. L’intervento degli Africa corps è avvenuto anche tramite l’uso di droni esplosivi.
La vicenda ha mostrato la debolezza del regime di Tiani e la sua dipendenza dagli alleati russi, anche dal punto di vista militare.
Ha messo in evidenza, inoltre, forti divisioni all’interno delle Forze armate nigerine. Da mesi, infatti, gli uomini delle Forze speciali, manifestano frustrazioni. Sono loro i soldati in prima linea nella guerra contro gli jihadisti, contano molte perdite, ma non sono molto considerati a livello centrale.
Gli analisti concordano nel dire che a fare ago della bilancia sono stati gli altri reparti dell’esercito. Se nel momento decisivo si fossero alleati con gli insorti, l’ammutinamento avrebbe potuto avere l’esito opposto.
Da segnalare, tuttavia, che l’intervento dei russi contro militari nigerini, le Forze speciali ammutinate, ha comunque dato molto fastidio in vari settori delle Forze armate.

La testimonianza
«Il morale dei nigerini non è certo alto – ci confida una fonte locale contattata a Niamey -. Il contesto economico, sociale e di sicurezza è pessimo. Ma la gente ha ripreso le proprie attività regolarmente. I nigerini sono abituati a queste crisi in successione».
Il regime militare di Tiani continua con la repressione e la limitazione di diverse libertà. Ad esempio l’attivista per i diritti umani Moussa Tchangari, arrestato il 3 dicembre 2024, continua a essere detenuto ingiustamente.
Si tratta di un regime che perde rapidamente consensi popolari. In generale, «la gente è delusa dalla governance del regime attuale», ci conferma la nostra fonte.

Gli alleati
Il Niger, insieme a Mali e Burkina Faso ha fondato l’Associazione degli stati del Sahel (settembre 2023), uscendo dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao/ Ecowas). I tre Paesi hanno stretto alleanze economico-militari con la Russia, troncando invece rapporti con Francia (di cui sono ex colonie) e Unione europea. Per la Russia di Putin vuol dire mettere le mani sulle materie prime nei tre Paesi (oro, uranio, petrolio) ma anche inserirsi nell’importante scacchiere dei flussi migratori dall’Africa subsahariana verso l’Europa.

Marco Bello




Uganda. Antichi, ma fragili

Nella regione Karamoja vivono popolazioni ricche di tradizioni. Sono però emarginate e hanno un elevato

livello di povertà. I servizi di base sono assenti e sono frequenti i conflitti transfrontalieri con altri popoli. Tutto questo ne mette a rischio la sopravvivenza.

Karamoja. Stiamo attraversando questa regione al confine con il Kenya, la zona più povera di tutta l’Uganda. Qui la ricchezza della tradizione si scontra ogni giorno con un’estrema precarietà. Lungo le strade polverose, incrociamo gruppi di bovini che brucano tra la savana spinosa. La pastorizia non è solo la principale fonte di sussistenza per la popolazione locale, è l’asse attorno a cui ruota l’intera esistenza. Il bestiame è ricchezza mobile, e proprio per questo diventa spesso obiettivo di razzie. È una dinamica che trasforma la pastorizia in una questione non solo economica ma anche di sicurezza, esponendo le comunità a rischi continui legati alla posizione di confine.

Due anziani Bokara con cappelli cerimoniali e abiti tradizionali. (Foto Sara Cecchetti)

I Bokora

Per immergerci nelle antiche tradizioni di questo popolo raggiungiamo i territori dei Bokora, uno dei principali sottogruppi karamojong, nel villaggio di Loitaqa, zona di Napak. Qui, tra le manyattas – le tradizionali recinzioni spinose che proteggono gli steccati interni degli animali, detti kraal – e le capanne coniche disposte in cerchio, si respira ancora la vita pastorale del Karamoja. Il sole batte forte sulla terra rossa, il vento solleva nuvole di polvere che si infilano ovunque, mentre gli uomini bokora, avvolti nelle loro coperte a quadri colorati, sorvegliano con sguardo vigile il bestiame a corna corte.

Quelle vacche non sono solo l’essenziale fonte di sussistenza, ma il segno concreto della ricchezza di ogni famiglia.

Mentre camminiamo tra le capanne, sentiamo il muggito basso degli animali e le voci profonde degli uomini che si scambiano brevi richiami. In questo contesto di confine, la sorveglianza è particolarmente tesa: le frequenti razzie transfrontaliere compiute da gruppi armati provenienti dal Kenya, come Turkana e Pokot, creano un clima di instabilità cronica.

Le incursioni si ripetono da decenni, spesso legate alla scarsità di risorse o a vendette tra comunità, e costringono le famiglie a vivere in uno stato di allerta costante.

Le autorità ugandesi, nei decenni, hanno condotto diverse campagne di disarmo per ridurre la circolazione di armi tra i gruppi pastorali. Le più importanti sono state nel 2001, 2006 e, più di recente, intorno al 2022-2023. Tuttavia, queste operazioni hanno talvolta lasciato le comunità più esposte a nuovi attacchi o hanno generato tensioni con il Governo centrale: molti abitanti percepiscono il disarmo come una misura che li priva delle difese senza offrire adeguata protezione da parte delle forze statali. Il risultato è un rapporto complesso tra le comunità locali e le istituzioni nazionali, segnato da diffidenza e da episodi di resistenza.

Tradizione e integrazione

Le donne bokora, che ci accolgono nel villaggio con sorrisi cauti ma sinceri, hanno un’estetica particolare: sul loro corpo portano i segni dei rituali a cui si sottopongono. Si tratta di tatuaggi, o meglio incisioni sulla pelle, realizzati tramite l’utilizzo di piccoli bastoncini di legno.

Ci raccontano, con voce bassa e fiera, che vengono realizzati solo in alcuni momenti dell’anno e che – sebbene il Governo ne abbia vietato la pratica – sono ancora un buon numero le donne che incidono la loro pelle.

Mentre parlano, il sole del pomeriggio illumina le cicatrici in rilievo, testimonianza viva di una tradizione che resiste.

La persistenza di queste pratiche tradizionali avviene nonostante le politiche nazionali mirino a standardizzare usi e costumi anche nelle aree remote. Le pratiche sono spesso considerate dal Governo come ostacolo allo sviluppo e alla sicurezza della regione di confine. Queste politiche costituiscono un tentativo più ampio dello Stato di integrare le popolazioni pastorali nel quadro nazionale, riducendo elementi culturali visti come incompatibili con la modernizzazione e il controllo del territorio di confine.

villaggio con manyatta, la recinzione di rami che delimita il cortile famigliare.

Nel mondo dei Tepeth

Arriviamo a Loitaqa, villaggio che fa ancora parte della zona pianeggiante, ma decidiamo di salire verso le alture, dove il paesaggio si fa più aspro e la densità umana diminuisce.

Da questi villaggi di pianura si parte per i sentieri ripidi che portano sui versanti del Monte Moroto, una massa vulcanica spenta di 3.083 metri che spezza l’orizzonte piatto della savana.

Salendo lungo i sentieri aspri e polverosi, con il fiato corto e il sudore che cola sulla fronte, la vegetazione si infittisce in macchie di foresta tropicale montana. Entriamo nel cuore del mondo dei Tepeth, o So, uno dei gruppi umani più antichi e, al tempo stesso, più vulnerabili di tutta la regione.

Poche migliaia di persone, sparse in villaggi di capanne coniche di fango e paglia, aggrappate ai versanti tra i 1.500 e i 2.500 metri di altitudine, dove la montagna non rappresenta soltanto uno sfondo scenografico ma l’ultimo baluardo contro un mondo esterno spesso ostile. La posizione geografica di confine rende queste zone montane strategiche anche dal punto di vista della sicurezza nazionale. Il Governo che cerca di estendere il controllo statale su aree storicamente difficili da raggiungere, attraverso una combinazione di operazioni militari, progetti infrastrutturali e accordi per lo sfruttamento delle risorse.

Un gruppo ai margini

Camminando tra questi sentieri stretti, dove oltre il fruscio delle foglie e il canto lontano di qualche uccello quasi non si sente altro rumore, incontriamo un popolo resiliente che ha trasformato la marginalità geografica in strategia di sopravvivenza. La sua storia è quella di un gruppo originario spinto ai margini.

Secondo la memoria orale e le ricostruzioni antropologiche, i Tepeth erano cacciatori raccoglitori che occupavano le pianure del Karamoja ben prima dell’arrivo dei pastori nilotici karimojong tra il XVII e il XVIII secolo. Le ondate migratorie, le razzie e la pressione demografica costrinsero i Tepeh a ritirarsi sulle alture di Moroto, Kadam e Napak, trasformando queste montagne in fortezze naturali contro incursioni, siccità prolungate e conflitti intertribali.

Tuttavia, la resilienza quotidiana si scontra con sfide ambientali, economiche e sociali che mettono a dura prova la sopravvivenza stessa dei Tepeth. Queste sfide sono aggravate da dinamiche geopolitiche contemporanee, tra cui la persistente instabilità ai confini con il Kenya, le operazioni militari e di disarmo condotte dall’esercito ugandese (Updf), e la crescente pressione su terre e risorse da parte di interessi esterni. Le razzie transfrontaliere continuano a rappresentare una minaccia concreta, alimentate da povertà, scarsità di pascoli e dalla facilità con cui le armi leggere circolano nella zona di confine.

una donna bokora davanti a casa, una capanna con i muri di fango e rami intrecciati e il tetto di paglia

Adattati al territorio

Arriviamo in uno dei piccoli villaggi aggrappati al versante del Monte Moroto. L’incontro con i Tepeth è immediato e ospitale. Un gruppo di donne e bambini ci viene incontro lungo il sentiero, incuriosito ma non ostile. Alcuni bimbi ci osservano con grandi occhi, mentre le madri ci salutano con parole dolci nella loro lingua. Gli uomini, molti dei quali impegnati con il bestiame più in alto in montagna, torneranno verso sera.

I Tepeth vivono in abitazioni semplici e perfettamente adattate al territorio: capanne coniche costruite con fango, pali di legno e tetti di paglia spessa, sono disposte in piccoli raggruppamenti sparsi sui pendii. Ogni capanna ha un’unica stanza circolare, con pochi oggetti essenziali: stuoie, pentole di terracotta o alluminio, qualche attrezzo agricolo. Intorno alle abitazioni si estendono piccoli orti e campi strappati alla montagna con grande fatica. Il mais rappresenta la coltura principale, affiancato da sorgo, miglio, patate dolci, fagioli e arachidi. Queste parcelle terrazzate seguono le curve del terreno, sfruttando ogni metro di suolo fertile.

Negli ultimi anni la disponibilità di tali terre è diventata oggetto di tensione. La presenza di oro, marmo e altri minerali nel sottosuolo attira l’interesse di aziende nazionali e internazionali e del Governo centrale. Le possibili concessioni minerarie nella zona di Moroto hanno generato nelle comunità locali il timore di essere spostate, di vedere distrutte le loro attività agro pastorali e di non essere risarcite.

Un equilibrio fragile

La vita quotidiana ruota intorno all’agropastoralismo di sussistenza. Al mattino presto le donne scendono verso i campi per sarchiare, seminare o raccogliere, mentre i bambini più grandi aiutano a portare l’acqua dai punti di raccolta o a sorvegliare capre e qualche bovino. Gli uomini si occupano del bestiame che pascola sui versanti più aperti, e partecipano ai lavori più pesanti nei campi.

Questo equilibrio fragile è continuamente minacciato dalle razzie di bestiame da parte di gruppi che arrivano da oltre confine, e dalle limitate capacità di risposta delle forze di sicurezza statali in zone montane remote.

Le politiche di sviluppo del Governo, inclusi progetti infrastrutturali e di sedentarizzazione delle popolazioni nomadi, creano ulteriori frizioni con le comunità che vedono minacciati i loro sistemi tradizionali di gestione delle risorse.

Anche in questa zona, le operazioni di disarmo hanno ridotto in alcuni casi la capacità delle comunità di difendere il bestiame, contribuendo a un senso di vulnerabilità persistente e a critiche verso le autorità centrali.

La questione sanità

incisioni estetico-rituali sulla schiena di una donna karamajong.

Mentre camminiamo tra le capanne, notiamo una donna seduta a terra, con la testa bassa. I nostri accompagnatori ci spiegano a bassa voce che ha la malaria. Nonostante la malattia sia diffusa nella zona, sottolineano che non porteranno la donna in ospedale: preferiscono curarla con quelle che dicono essere le erbe medicinali della montagna. La scarsa presenza di strutture sanitarie statali riflette la marginalità geopolitica della zona. Qui i servizi pubblici arrivano con difficoltà a causa di problemi di sicurezza, di infrastrutture carenti e del disinteresse da parte del  Governo centrale nei confronti delle comunità più isolate di montagna.

Il Monte Moroto, pur offrendo un rifugio naturale, amplifica le vulnerabilità di un popolo già marginalizzato, in una regione segnata da condizioni semi aride che peggiorano a causa dei cambiamenti climatici. Una delle minacce più gravi è rappresentata dai periodi sempre più frequenti di siccità.

La Karamoja, e in particolare le zone montane come Moroto, è soggetta a precipitazioni erratiche e a prolungati periodi secchi che si sono intensificati negli ultimi decenni. Le piogge, già scarse e mal distribuite, spesso non bastano. Questo determina raccolti disastrosi nelle piccole parcelle coltivate sui versanti e una drastica riduzione dei pascoli per il bestiame. Le siccità prolungate, come quelle registrate nel periodo 2010-2015 e, più recentemente, nel 2022-2023, hanno causato mortalità elevata del bestiame, fallimento dei raccolti e un’insicurezza alimentare cronica.

La scarsità di risorse alimenta ulteriormente i conflitti, aumentando il numero di razzie transfrontaliere e le tensioni tra diversi gruppi etnici per l’accesso ai pascoli residui.

L’educazione carente

A queste difficoltà si aggiunge un altro problema strutturale, ovvero la mancata scolarizzazione. Nei villaggi Tepeth i tassi di alfabetizzazione sono tra i più bassi dell’intera Uganda. Le scuole sono poche, distanti e raggiungibili solo attraverso sentieri ripidi e spesso impraticabili nella stagione delle piogge o durante le siccità. Molti bambini vengono ritirati precocemente dalla scuola per farli lavorare nelle attività quotidiane: i maschi per la cura del bestiame e e la raccolta di risorse (miele selvatico, erbe medicinali, ecc.), le femmine per i lavori domestici o per i matrimoni precoci.

L’istruzione formale si scontra inoltre con barriere culturali e linguistiche. La lingua So (Tepeth) non viene insegnata e rischia di scomparire, mentre molti genitori vedono nella scuola un elemento che allontana i giovani dalle competenze tradizionali necessarie alla vita sulla montagna.

Il risultato è una generazione che cresce con pochissime opportunità di accedere a servizi sanitari, impieghi esterni o partecipazione alle decisioni che riguardano il proprio territorio. Questa mancanza di istruzione perpetua il ciclo di marginalità e rende più difficile per le comunità interagire efficacemente con le istituzioni statali e con i processi decisionali che riguardano la sicurezza dei confini e lo sfruttamento delle risorse naturali della regione.

Senza una voce più forte nelle istituzioni, diventa difficile per i Tepeth negoziare su temi come le concessioni minerarie, la gestione delle razzie o l’accesso ai servizi di base.

Le sfide geopolitiche del Karamoja – dalle ripetute operazioni di disarmo alle tensioni di confine, dalle concessioni estrattive alla debole presenza dello Stato nelle zone montane – si sommano alle difficoltà ambientali e tradizionali, rendendo la situazione, in particolare dei Tepeth, particolarmente complessa e questo popolo vulnerabile.

Sara Cecchettti

un bimbo bokora sull’uscio di casa. Si intravede la semplicità dell’interno.



Corea del Sud. Verso la Gmg 2027

Un Paese ultra moderno. Giovani attratti dal piacere immediato e lontani dai valori «eterni». Immigranti in cerca di un loro spazio, mentre crescono gli indigenti. In un contesto pieno di sfide si prepara la prossima Giornata mondiale della gioventù.

Seul. Con la linea 4 della metropolitana scendiamo alla Myeong-dong station e sbuchiamo in un centro commerciale. Siamo nel distretto  chiamato Jung-gu. Seduti a prendere un caffè, ci accorgiamo di alcuni scaffali nel bar con libri in consultazione. In particolare ci salta all’occhio un volume con papa Francesco sulla copertina. Girando poi tra i negozi, notiamo un’effigie della Madonna e altre scritte religiose. «Sicuro – dice chi ci accompagna -, siamo nei piani interrati dell’arcivescovado. Qui è stato fatto un investimento di tipo commerciale allo scopo di generare reddito per l’arcidiocesi». Capiamo di essere in un centro commerciale cattolico.

Ai «piani alti»

Prendiamo l’ascensore veloce che ci porta ai piani superiori. Arriviamo alla reception, molto curata, in un ampio vano. Tutto è moderno e pulito.

Chiediamo di poter incontrare l’arcivescovo, e in pochi minuti ci raggiunge il segretario, in nero impeccabile con clergyman, che in italiano ci accoglie e ci dice di seguirlo. Con un ascensore riservato ai possessori di una card, raggiungiamo i piani alti.

Qui il segretario ci affida a don Simone Kim Nam-kyun, incaricato della comunicazione dell’arcidiocesi, che ci conduce in un’ampia sala con tavolo da riunione e una vetrata dalla quale si vede la cattedrale Myeongdong (come comunemente è chiamata la cattedrale di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione), in mattoni rossi e in stile neogotico, la piazza e alcuni palazzi adiacenti.

Monsignor Peter Chung Soon-taek ci raggiunge subito e si presenta con un largo sorriso. Classe 1961, laureato in ingegneria chimica, il vescovo fa parte dell’Ordine dei Carmelitani scalzi.

Dopo avere ricoperto diversi incarichi, nel 2013 papa Francesco lo ha nominato vescovo ausiliare di Seul (incarico ricoperto dal 5 febbraio 2014). Nell’ottobre 2021, sempre papa Francesco, lo ha nominato arcivescovo metropolita di Seul.

Monsignor Peter Chung Soon-taek, arcivescovo di Seul.

La situazione della Chiesa

Monsignor Chung, qual è la situazione dei cattolici nell’arcidiocesi di Seul?

«La popolazione di Seul è di circa 9,3 milioni di abitanti. Tra loro i cattolici sono il 16%, il che vuol dire 1,5 milioni. È un numero abbastanza grande. Ma oltre il 60% sono anziani. I ventenni o minorenni sono solo il 20%. Si tratta di una società piuttosto avanti con l’età. E questo si rispecchia nella Chiesa.

Nonostante ciò, abbiamo comunque un buon numero di vocazioni sacerdotali. In media, celebriamo circa 20 ordinazioni di preti ogni anno. Anche se il numero di ingressi al seminario maggiore sta diminuendo.

In termini di fedeli, in generale abbiamo un buon numero di nuovi battezzati».

Il cattolicesimo è stato portato in Corea dai laici. Qual è il loro ruolo oggi?

«La Chiesa cattolica coreana è iniziata proprio con la gente, senza l’aiuto di missionari stranieri. Oggi, possiamo dire che i laici sono ancora molto attivi nella nostra Chiesa.

Ad esempio, il movimento Legio Mariae ha molti membri, anche se è leggermente diminuito rispetto a trent’anni fa. Oltre a loro ci sono i Focolarini, la Caritas e il movimento di San Vincenzo de’ Paoli. Questi gruppi sociali, religiosi o spirituali sono piuttosto forti tra i laici.

Ogni parrocchia ha i chierichetti, i laici che partecipano a diversi ministeri, la corale, mentre altri fedeli aiutano in vari servizi».

Quali sono le maggiori sfide nella vostra arcidiocesi?

«Penso che ci stiamo confrontando con sfide simili ad altri Paesi. In particolare, con l’individualismo, il materialismo e l’edonismo.

Per esempio, in passato la gente si interessava ai figli dei vicini, si prendevano cura di loro e potevano manifestare affetto nei loro confronti. Quindi alcune giovani generazioni, in quel tempo, sono cresciute nella comunità, nell’interesse e cura comuni. Oggi la gente non può permettersi di esprimere affetto o interesse verso i figli dei vicini, perché potrebbe essere facilmente malinteso.

Quindi, le nuove generazioni crescono in un ambiente dove prevale l’individualismo, senza una comunità che si interessi di loro e li accudisca.

Altri aspetti sono materialismo ed edonismo. Le giovani generazioni di oggi cercano l’immediata e diretta soddisfazione piuttosto che i valori religiosi o eterni».

la cattedrale di Nostra Signora dell’Immacolata concezione (Myeongdong), di Seul.

La pastorale dei migranti e quella per i poveri

Numericamente, è importante la questione dei migranti?

«Secondo le statistiche, in Corea ci sono 2,8 milioni di migranti su una popolazione complessiva di 51. Tra loro, quasi il 60% ha meno di 40 anni. Quindi ci sono molti giovani migranti lavoratori o studenti.

Non abbiamo statistiche su quanti di questi siano cattolici. Ma immaginiamo che una porzione significativa lo sia. In ogni caso, nella nostra arcidiocesi abbiamo diverse attività per i migranti, che siano cattolici oppure no. Ogni diocesi del nostro Paese ha un comitato e una pastorale per i migranti.

Per quanto riguarda in particolare i rifugiati, posso dire che in Corea non sono molto numerosi. Solo la diocesi di Jeju, la grande isola, ha un centro per i rifugiati e una pastorale dedicata.

Realizziamo molte attività per loro, ad esempio per fornire cure mediche di base, oppure il supporto per ottenere i documenti.

In Corea è già presente la seconda generazione di migranti e ci occupiamo anche di loro. Per la scolarizzazione, la documentazione, l’aiuto medico».

Esiste la problematica di chi ha poche risorse?

«Certo. Abbiamo una pastorale per i poveri. In generale c’è una grande polarizzazione tra ricchi e poveri. C’è una forte tendenza che vede i poveri diventare sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Questo fenomeno è molto forte nella società coreana.

Per i poveri e per gli emarginati, ad esempio, al piano terra della nostra cattedrale Myeongdong, abbiamo una mensa per i poveri. Distribuiamo circa mille pasti gratis tre volte la settimana.

Anche in molte parrocchie c’è questo tipo di servizio. In alcune si può fare la doccia e ci sono altri servizi per le persone senza fissa dimora.

Inoltre, abbiamo un sistema di borse di studio per i figli di famiglie indigenti.

Nella nostra arcidiocesi ci sono molte congregazioni religiose che si occupano della pastorale delle persone emarginate. Abbiamo circa quaranta congregazioni maschili e sessanta femminili sul nostro territorio».

Come sono le relazioni con le altre religioni?

«Posso dire che la cultura coreana è basata sul buddhismo, che fu introdotto qui 1.300 anni fa. Oggi la Corea è diventato un Paese multi religioso. Di fatto la metà dei coreani si definiscono atei. Degli altri, circa il 20% sono cristiani protestanti, il 18% buddhisti e l’11% i cattolici. Il dialogo interreligioso e, più in generale, le relazioni tra le differenti comunità sono buone.

I leader delle maggiori religioni fanno incontri periodici, quattro all’anno. La conferenza episcopale coreana partecipa a questi incontri.

La nostra arcidiocesi mantiene buone relazioni con le altre religioni anche tramite piccoli gesti come, ad esempio, lo scambio di auguri con buddhisti».

E con i protestanti?

«Con loro, attualmente, non abbiamo incontri periodici o dialogo frequente a livello di diocesi. Non abbiamo questa attività ecumenica. Francamente le relazioni con i protestanti non sono molto forti. Anche perché loro hanno molte denominazioni, sono chiese diverse autonome tra loro. Quindi non è facile trovare un referente e intavolare un dialogo con loro. In generale, però, c’è molto rispetto reciproco».

attiviste della rete Talita Kum manifestano nei pressi della cattedrale.

Preparando la Gmg 2027

Il prossimo anno la Corea ospiterà la Giornata mondiale della gioventù.

«Sì, io sono il presidente della Commissione di organizzazione locale. Ci sono molte attività preparatorie. Ad esempio, stiamo discutendo con il Governo per la questione dei visti dei partecipanti. Per alcuni Paesi africani o asiatici, ci sono difficoltà a ottenerlo. Quindi stiamo negoziando per una maggiore apertura.

Un’altra questione è legata alle compagnie aeree: chiediamo di avere dei prezzi migliori per i biglietti. Stiamo, inoltre, cercando aiuto finanziario presso alcune fondazioni, soprattutto per i Paesi che hanno maggiori difficoltà, in modo da potere invitare noi i partecipanti.

Abbiamo risposte positive, ma il risultato non è ancora sufficiente. Stiamo quindi chiedendo aiuti finanziari anche al Governo. Sfortunatamente, su questo punto, ci sono opposizioni da parte di leader di altre religioni. Non è facile, ma ci riusciremo».

Quali altre sfide pone la Gmg?

«C’è l’organizzazione logistica. Sarà complessa, perché arriverà molta gente. Ci aspettiamo tra i 400 e i 500mila arrivi dall’estero. Dobbiamo prevedere dove alloggiarli. Questa è una delle maggiori sfide per noi.

Anche in questo caso, stiamo negoziando con il Governo per avere a disposizione alcune scuole pubbliche, che possano mettere a disposizione le loro aule per ospitare i giovani.

Stiamo anche cercando delle famiglie che possano ospitare gratuitamente i partecipanti alla Gmg. Non solo tra i cattolici, ma anche tra i non cristiani. Siamo sulla buona strada.

Negoziamo con il Governo in modo che dia dei vantaggi alle famiglie ospitanti, per incentivarle. Ad esempio, se hanno dei figli, che abbiano facilitazioni per l’ammissione all’università. Occorrono accordi con tutti questi enti».

Cosa direbbe ai giovani italiani interessanti a venire in Corea per la Gmg?

Abbiamo iniziato un dialogo con la Conferenza episcopale italiana (Cei). Alcuni responsabili stanno già visitando la Corea per discutere sulla preparazione delle Gmg. Così abbiamo già individuato una parrocchia piuttosto grande per i giovani del vostro Paese. Vorrei invitare tutti i giovani dell’Italia a venire a visitarci a Seul. Direi loro: vedrete diverse culture, lingue, storie, ma incontrerete lo stesso Dio, così sperimenterete che siamo uniti in una sola fede.

Sarà una grande opportunità per ognuno di voi».

scritte di benvenuto pronte per la Gmg 2027 (World youth day, in inglese).

Missione Corea del Nord?

Lei è anche amministratore apostolico di Pyongyang in Corea del Nord. Che contatti ha nel Paese?

«È un ministero con grandi sfide. La separazione tra la Corea del Nord è la Corea del Sud è avvenuta 81 anni fa. Prima della divisione, in Corea del Nord c’erano molti cattolici, sacerdoti e congregazioni di religiosi. Ma negli anni successivi ci sono state grosse persecuzioni, anche piuttosto dure. Adesso noi non sappiamo esattamente quanti cattolici siano rimasti. Pensiamo che, in segreto, ci siano ancora dei credenti. Nella nostra arcidiocesi lavorano alcuni preti anziani che sono nati in Corea del Nord, e alcuni dei nostri sacerdoti sono seconde e terze generazioni di famiglie scappate da quelle zone durante la guerra di Corea. Tutti questi preti hanno un forte stimolo per realizzare un lavoro missionario nel Nord, se e quando il Paese si dovesse aprire.

Anche se sono ufficialmente preti della nostra arcidiocesi, loro si identificano come appartenenti alla diocesi di Pyongyang. Si incontrano mensilmente, io celebro la messa con loro. L’anno prossimo, il 17 marzo, faremo una cerimonia

per celebrare il centesimo anniversario della diocesi di Pyongyang. La terremo nella cattedrale di Myeongdong di Seul. Stiamo anche pensando di realizzare qualche mostra con materiali e foto storiche. Io non ho mai avuto l’opportunità di visitare la Corea del Nord, e, quindi, la diocesi di Pyongyang. Se il Governo del Paese me lo consentisse, mi piacerebbe andarci.

Stiamo cercando di contattare qualche funzionario in Corea del Nord, ma al momento, non abbiamo ricevuto risposte. Se possibile, vorremmo invitare qualche gruppo di giovani del Nord per la Gmg del 2027, ma, fino a oggi, non c’è stata possibilità.

Recentemente, una squadra di calcio femminile del Nord è venuta in Corea del Sud. Hanno giocato contro la nostra squadra. È stata una notizia shoccante e molto positiva per me, perché non lo avrei mai immaginato. Nel futuro possiamo aspettarci altre aperture».

Monsignor Chung, come vede il ruolo della Chiesa cattolica in Asia, un continente con religioni antichissime?

«L’Asia è un continente vasto e diversificato, dove anche le religioni sono molte, come le lingue, le culture. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ci sono tante situazioni differenti.

Ad esempio, le Filippine sono un Paese molto cattolico. In Mongolia la Chiesa cattolica è costituita da circa 1.500 membri, una presenza molto piccola. Ci sono, dunque, situazioni estremamente diverse tra loro. Nonostante questo, le sfide principali con cui ci si confronta in ogni Paese sono molto simili. Per questo abbiamo bisogno di dialogare tra noi. Il ruolo della Federazione delle conferenze episcopali asiatiche (Fabc) deve diventare sempre più importante.

I meeting della Fabc sono a diversi livelli: presidenti, comitati, ecc. Incontri e dialogo, nella Chiesa cattolica dei diversi Paesi sono, secondo me, fondamentali».

scorcio del quartiere commerciale Jumg-gu, dove si trova la cattedrale e la sede dell’arcivescovado.

Chiesa antica e moderna

Usciamo, e subito fuori incontriamo una decina di ragazze e ragazzi disposti in fila con striscioni e cartelli. Distribuiscono volantini. Sono della rete mondiale Talita Kum, contro la tratta di esseri umani. Tra loro c’è la responsabile per la Corea.

Nei pressi della cattedrale, su alcuni edifici, sono già comparsi logo e scritte – in diverse lingue – della Giornata mondiale della gioventù (Gmg), che si terrà a Seul nell’agosto del prossimo anno. Pensiamo che questi luoghi si riempiranno di giovani di tutto il mondo. Su un mega schermo ruotano le foto (meglio i disegni) dei santi patroni della Gmg: sant’Andrea Kim Taegon (il primo sacerdote e martire coreano), santa Bakita, santa Francesca Saverio Cabrini e san Carlo Acutis. Mezzi moderni per parlare di santi antichi e nuovi.

Marco Bello

l’ingresso del centro commerciale legato alla cattedrale di Seul.
schermo sul quale sono presentati i santi patroni della Gmg 2027. Qui il martire coreano Andrea Kim Taegon.



Intelligenza e umanità

Ricordo ancora quando sentii la notizia. Era fine novembre 2022, gli ultimi scampoli dell’era Covid. Alla radio parlarono di una innovazione che avrebbe cambiato il nostro modo di lavorare. Era appena stata messa online la prima versione di ChatGpt, ovvero un programma di «Intelligenza artificiale» (Ia). Eccola, è arrivata, pensai. Avevo affrontato il tema della Ia nella mia tesi di laurea in ingegneria elettronica, ben 31 anni prima. Il lavoro parlava, tra l’altro, delle «reti neuronali artificiali», e dei meccanismi di «autoapprendimento» di tali macchine. Adesso, tre decenni dopo, ecco la prima applicazione pubblica e gratuita, e quindi votata a una larga diffusione.

In tre anni e mezzo ChatGpt si è evoluto rapidamente, mentre molti altri software simili sono diventati disponibili. Oltre a testi, si possono ora elaborare anche immagini e video. I maggiori motori di ricerca li hanno integrati nelle loro funzioni, per cui, anche se non vogliamo, di fatto utilizziamo ogni giorno degli algoritmi di Ia.

Grazie al mio backgroud tecnico, ho mantenuto sempre un elevato senso critico rispetto al buon uso o meno delle innovazioni tecnologiche. Per l’Ia, in particolare, il mio scetticismo si è orientato, fin da subito, sul rischio di delega di alcune funzioni – in particolare quelle decisionali – dall’uomo alla macchina.

La prima enciclica di papa Leone, Magnifica Humanitas, resa pubblica il 25 maggio, affronta con coraggio il tema della tutela della persona umana nel tempo della Ia. Voglio estrapolare qui solo alcuni punti che mi paiono estremamente importanti.

Intanto la questione dello strapotere della tecnocrazia (privata) sulle altre istituzioni umane, con rischi elevati per democrazia, uguaglianza e verità: «[…] nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze».

In un passaggio, molto chiaro, l’enciclica ci ricorda che «le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. […] non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente».

Occorre fare un ulteriore passaggio: «Non possiamo considerare l’Ia moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. Per questo, il discernimento etico […] deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano».

Un termine particolarmente caro a papa Leone è «disarmare»: «Disarmare l’Ia significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita».

Siamo solo all’inizio di una storia nella quale dovremo sempre più convivere con macchine «generative», occorre essere vigili, come suggerisce il Papa, affinché l’umanità resti al centro.

Marco Bello, direttore editoriale




Etiopia. Sarà ancora Ahmed

Lunedì primo giugno si sono tenute in Etiopia le elezioni legislative che hanno interessato cinquanta milioni di elettori (con quasi 139 milioni di abitanti è il secondo Paese più popoloso dell’Africa, dopo la Nigeria). L’obiettivo era eleggere 547 deputati della Camera dei rappresentanti che, a loro volta, sceglieranno il primo ministro.
Il premier attuale, Abyi Ahmed, al potere dal 2018 con il Partito della prosperità, vuole essere riconfermato. Da notare che, nel Parlamento uscente, il 96% dei seggi è del partito di maggioranza.
La missione dell’Unione africana che ha svolto l’osservazione elettorale indipendente è stata guidata dall’ex presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, e ha giudicato lo scrutinio globalmente valido. Tra le raccomandazioni espresse al Governo etiope a fine scrutinio, ha chiesto un «maggiore pluralismo». In effetti, voci nei giorni precedenti davano il risultato già orientato al successo del premier uscente.

Regioni escluse dal voto
La missione di osservazione ha, inoltre, fatto notare la mancanza della possibilità di votare nel Tigray (regione Nord, ai confini con l’Eritrea), dove la guerra è finita da quattro anni, ma la tensione è ancora una realtà (link). Il voto non è stato organizzato a causa della mancanza di comunicazione tra il governo locale del Fronte di liberazione del Tigray e il governo federale.
Anche in diverse zone della regione Amhara ci sono stati problemi. Qui 143 seggi non sono stati neppure aperti per motivi di sicurezza, mentre altri sono stati chiusi a causa di colpi d’arma da fuoco esplosi nelle loro vicinanze. Anche la Coalizione delle organizzazioni della società civile etiope (Cecoe) ha rilevato diversi incidenti nella regione Amhara. La Commissione elettorale etiope (Nebe) si è tuttavia impegnata a recuperare lo svolgimento dello scrutinio, non appena le condizioni di sicurezza saranno ristabilite in quelle zone, il che – però – non sembra così imminente.

Mancanza di candidati
L’opposizione ha denunciato uno scrutinio non equo, a causa delle restrizioni attuate rispetto ad alcuni candidati e alla mancanza di competizione in diverse circoscrizioni elettorali delle 501 totali. E questo a causa di minacce ricevute sia da parte dell’esercito federale che di altri gruppi armati, per cui molti politici dell’opposizione non hanno potuto candidarsi.
Il partito moderato Ezema, e quello più radicale Coalizione per l’unità erano i principali concorrenti del Partito della prosperità del premier Ahmed. In campagna elettorale hanno denunciato la mancanza di democrazia, la povertà, causata da una fiammata dell’inflazione a inizio anno e l’insicurezza dilagante su gran parte del territorio nazionale.

Marco Bello




La mia «amica del cielo»

Pare strano avere un’amica «santa». I ricordi vanno ai momenti passati insieme da ragazze. L’impegno, le domande, la condivisione ma anche la gioia di vivere. «Le amiche di Sandra» oggi continuano a testimoniare una santità vissuta, fresca e sempre attuale.

«Sandra, ama ogni cosa che fai. Ama fino in fondo i minuti che vivi, che ti sono concessi di vivere. Cerca di sentire la gioia del momento presente, qualunque sia, per non perdere mai la coincidenza», scriveva a se stessa Sandra Sabattini nel 1981.

Nata a Riccione il 19 agosto 1961, Sandra è stata proclamata beata da papa Francesco il 24 ottobre 2021.

«Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! È tutto un dono su cui il “Donatore” può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora». Il 29 aprile 1984 – due giorni dopo avere scritto questa frase -, Sandra viene travolta da un’auto mentre, a Igea Marina, si sta recando a un incontro della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, della quale faceva parte. Entrata in coma, muore il 2 maggio.

Due ragazze

«Ho conosciuto Sandra quando avevo 18 anni e lei 19 – racconta Geppi Santamato, che abbiamo raggiunto telefonicamente a Rimini -. Ci siamo incontrate nell’ambito della Comunità Papa Giovanni, perché io mi ero trasferita a Rimini da Mestre per fare l’esperienza delle case famiglia. Volevo capire se era la mia vocazione».

Copertina del libro “Un, due, tre… Sandra” di Geppi Santamato e Giulia Boari.

«Inizialmente c’è stata una conoscenza generica, perché entrambe frequentavamo gli incontri comunitari. Poi abbiamo approfondito in comunità terapeutica. Lei è stata la prima operatrice donna in una comunità per ragazzi affetti da dipendenza patologica. Io sono andata a sostituirla, perché lei aveva fatto i mesi estivi e poi continuava l’università». Sandra si era iscritta a medicina a Bologna, dopo un approfondito discernimento, con un preciso progetto. «Siamo diventate amiche in questo condividere le nostre giornate assieme ai ragazzi. Lei era molto abile nelle relazioni e aveva creato legami molto intensi con gli ospiti in quel periodo, e così, appena poteva, tornava alla comunità. Mentre i suoi genitori spingevano affinché terminasse gli studi, lei, in realtà, sarebbe stata pronta a lasciare tutto per vivere una condivisione così coinvolgente. Il suo sogno, però, era quello di andare in missione».

Geppi oggi si occupa di divulgare la storia di Sandra, e anche quella di don Oreste Benzi (per il quale è in corso la causa di beatificazione), in particolare per il pubblico dei giovanissimi. «Cerco di fare conoscere queste storie con un linguaggio di “piccole parole” per “grandi messaggi”».

Geppi, con altre sei amiche di Sandra, fa parte di un gruppo, inizialmente stimolato dallo zio della beata, don Giuseppe Bonini, sacerdote diocesano: «Siamo legate da questo essere state scelte da Sandra, cioè lei ci ha regalato la sua amicizia, quando era con noi, abbiamo potuto vivere questa bella esperienza. Abbiamo sentito la chiamata della prima ora a fare conoscere Sandra. Poi il vescovo di Rimini ci ha confermate: saremmo state noi a custodire questa santità fresca, viva, per non fare di Sandra una statuina antica».

Le sette amiche offrono testimonianze sulla beata a gruppi di persone interessate. Possono incontrare dalle 10 alle 100 persone, e con fasce di età differenti, dai piccoli delle elementari, agli adulti. Molti gruppi sono attratti dalla diocesi di Rimini, anche per il lavoro della Comunità Papa Giovanni, ne visitano le strutture e condividono dei momenti.

Leggerezza e serenità

Chiediamo a Geppi com’era Sandra nella sua umanità quotidiana. «Era una piacevolissima amica. Ti dava il senso della leggerezza, che non era superficialità, ma serenità di vita. Aveva la capacità di sciogliere le preoccupazioni, e di riportare tutto a un intervento provvidenziale del Signore, che è padre. Diceva: “Stai tranquilla che passerà questo momento, vedrai, affidiamo tutto al Signore”. Ci richiamava alla preghiera, ma in una concretezza, in una umanità quotidiana che non la faceva sentire distaccata oppure bigotta».

Sandra sapeva meravigliarsi e ringraziare: «Ad esempio, di fronte a un bel tramonto, io vedevo i colori, il romanticismo. Lei andava oltre: “Grazie Signore per questo regalo, questo magnifico quadro dipinto per noi”. C’era sempre un riportarsi a una realtà trascendente».

Abbiamo detto che Sandra aiutava nella comunità che trattava le dipendenze, ma anche con i disabili, ed era attiva nella Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi. Ma, ci chiediamo, fuori da questi ambienti, come si relazionava?

«Ad esempio, nell’ambiente universitario si coinvolgeva senza problemi con i compagni, anche con confronti e dibattiti molto accesi, ma sempre con grande umanità e senza dare giudizi. Era, cioè, in grado di esprimere le sue convinzioni, facendolo però con grande delicatezza, e rispetto per il cammino degli altri».

Lo esprimeva, a 16 anni, in questa frase: «Io sento che non posso obbligare gli altri a pensarla come me, […] anche se credo che sia giusto. Posso solo fare conoscere loro la mia gioia, saranno poi loro a scegliere, a pensare con la propria mente».

Sandra imbocca una sorella disabile presso una casa famiglia.

Sapeva ascoltare

Un altro tipo di confronto lo aveva, talvolta, con gli ospiti della comunità, che magari non erano credenti. «Lei non si metteva mai su un piedistallo – racconta Geppi -. Si poneva in ascolto per aiutare questi giovani a capire qual era stato il motivo della loro caduta. Grazie all’empatia che riusciva a creare con i ragazzi era molto apprezzata. Loro vedevano in lei la purezza. Si sentivano riconosciuti come persone al di là del loro passato». 

Sandra Sabattini sapeva ascoltare. «Quando ero nello sconforto, ho trovato in lei un sostegno. Lei ascoltava molto di più di quanto parlasse. Non parlava di se stessa. Venni a scoprire solo dopo la sua morte che aveva un medagliere in atletica e che sapeva suonare il piano. Ma lei ti faceva sentire ascoltato, incontrava il bisogno del suo interlocutore con un sostegno emotivo e fraterno».

Sandra scriveva, all’età di 17 anni: «Cosa significa vivere la resurrezione? Significa credere che è possibile passare dal male al bene, significa che dobbiamo aprirci agli altri, ai loro limiti. Un segno di resurrezione è la capacità di accoglienza (capacità di ascolto nei riguardi di tutti, attenzione alle situazioni, atteggiamento di gratuità)».

Subito dopo il funerale di Sandra, don Oreste chiese a tutti i suoi amici e amiche di raccogliere delle testimonianze su di lei.

Continua Geppi: «Don Oreste la conosceva profondamente perché aveva avuto modo di parlarle a tu per tu e percepire tutta la dimensione mistica che Sandra viveva, mentre noi la vedevamo solo come una cara amica, con la quale si stava bene».

Si deve a lui la raccolta di testi e la prima pubblicazione del «Diario di Sandra» nel 1985, che delinea il percorso spirituale della beata dall’età di 10 anni.

Don Benzi scrisse: «Poco dopo la sua morte ho avuto l’occasione di leggere ciò che lei aveva lasciato scritto in alcuni fogli, in pezzetti di carta, in un’agenda, in diari scolastici. Ho avuto l’impressione che in quelle righe ci fosse come uno squarcio del suo animo profondo e semplice, contemplativo e razionale, immerso in una fede profonda che la lasciava libera di esprimersi come figlia verso Dio, amato come padre» (tratto da «Il diario di Sandra», Sempre editore, febbraio 2023).

Scriveva Sandra nel 1978: «Non sono io che cerco Dio ma è Dio che cerca me. Non c’è bisogno che io cerchi chissà quali argomentazioni per avvicinarmi a Dio: le parole prima o poi finiscono e ti accorgi allora che non rimane che la contemplazione, l’adorazione, l’aspettare che Lui ti faccia capire ciò che vuole da te. Sento la contemplazione necessaria al mio incontro con Cristo povero».

Sandra (al centro) dopo una competizione di atletica.

L’indignazione di fronte alle ingiustizie

«Si chiedeva come mai esistono certe prevaricazioni. Perché ci sono le guerre – prosegue Geppi -. Riconosceva la possibilità di lasciare alle spalle le ingiustizie, lavorare insieme affinché siano superate. Per Sandra le ingiustizie sociali erano proprio uno “smacco” su cui lavorare, partendo da sé. Lei si metteva molto in discussione. Si chiedeva: “Cosa posso fare io oggi?”. Cercava di capire come realizzare un passo in più nel cambiare se stessa, prima di tutto, per poter attuare qualcosa di buono per gli altri assieme al Signore». «C’è il tentativo di fare correre l’uomo invano, di blandirlo con false libertà, falsi fini in nome del benessere. E l’uomo viene preso da un vortice di cose che si ritorce contro se stesso. Non è la rivoluzione che porta alla verità, ma la verità che porta alla rivoluzione», scriveva Sandra sul suo diario.

E inoltre: «La carità è la sintesi della contemplazione e dell’azione, il punto di sutura tra il cielo e la terra, tra l’uomo e Dio».

Geppi conferma: «Il desiderio di aiutare gli altri l’aveva molto presente, e fa capire che era tutt’altro che teorica, o romantica, o con la testa sulle nuvole, era molto attenta».

L’attualità di Sandra

Cerchiamo di capire come il messaggio e, soprattutto, l’esempio della beata Sabattini, sia oggi attuale, e sappia parlare ai giovani.

«Una cosa che sembra incredibile è che la figura di Sandra continua a essere giovane e mantiene giovani anche noi (le sette amiche, ndr) quando andiamo a fare le testimonianze su di lei, perché ritorniamo a vivere quel legame, quell’amicizia, quella fraternità che abbiamo condiviso con lei.

Constatiamo come, con la sua semplicità e la sua umanità, riesca a parlare ancora oggi ai giovani. Noi incontriamo migliaia di ragazzi ogni anno».

Geppi Santamato ci spiega come, grazie al messaggio di Sandra, lei e le altre amiche, riescono a parlare alle nuove generazioni.

«Partiamo dal bisogno di ognuno di sentirsi voluto bene, riconosciuto, amato da Dio. Questo è un sogno che tutti hanno. Andiamo a dire loro che, in realtà, devono soltanto mettersi in ascolto. E portiamo l’esempio di Sandra, chiedendo loro di immedesimarsi.

Noi riconosciamo il loro bisogno: in quel momento, se potessero, si tufferebbero in questa relazione, perché ognuno ti guarda con il cuore in mano. Si tratta del bisogno dell’Assoluto, di una relazione con Dio, di sentirsi davvero unici, irripetibili, nelle sue mani. Un bisogno profondo che non trova risposte. E noi, diciamo loro che è a portata di mano».

Geppi utilizza volentieri una metafora: «A me, personalmente, piace anche parlare di Sandra come atleta. Oggi tutti i ragazzi fanno sport, per cui, quando parli di allenamento, tutti capiscono il linguaggio: superare la fatica, andare avanti, cercare di raggiungere gli obiettivi e porsene altri. All’improvviso trasferisco tutto il discorso nell’allenamento dell’anima. Essa esiste ma, come non sai di avere i muscoli finché non li alleni, così è per l’anima. Tu non sai di averla finché qualcuno non ti dice come raggiungerla. È un luogo che nessuno riesce a spiegare. Usiamo parole per indicarlo, come ad esempio il “cuore”. Però, dentro ognuno di noi c’è uno spazio dove si trova la scintilla divina, dove c’è l’incontro con Dio. Più alleni questo spazio, lo tieni in ordine, e più ci stai volentieri e sei pronta, o pronto, a incontrare Dio che ti parla davvero. Ti dà risposte. Però tu devi fare le domande e poi essere pronto ad ascoltare».

Geppi continua: «In seguito, parliamo loro della capacità di riconoscere l’intervento di Dio. Perché è facile chiedere qualcosa, ma poi, quando lui te lo dà, non dici grazie, non riconosci ciò che veramente ti ha aiutato a vivere».

I giovani capiscono che c’è una dimensione da raggiungere. «Dopo però li saluti, e dici loro che se vogliono posso continuare con Sandra. Di solito lasciamo delle sue frasi, prese dal diario.

Un esercizio che facciamo è che dopo aver scelto ognuno una frase a caso devono cercare di capire cosa vuole dire a loro, e se risponde a un loro bisogno. In realtà, secondo noi, non è mai a caso. È lo Spirito che interviene e ti manda quel testo in quel momento. Questi sono piccoli strumenti che ci aiutano a relazionarci con il Padre, dargli uno spazio, riconoscere il suo intervento».

Condivisione di vita

Ma allora, ci chiediamo, quale era la modalità scelta da Sandra per aiutare gli altri?

«Ci tengo a dire che Sandra non ha mai fatto assistenza ai poveri. Non ha mai chiamato la sua presenza assistenza. Nell’assistenza tu fai qualcosa per gli altri mettendoti su un altro piano. Per lei, invece, era un sentirsi parte, sentirsi famiglia, essere lì al fianco con la stessa dignità e con le stesse opportunità. Nella Comunità Papa Giovanni la chiamiamo condivisione diretta o condivisione di vita. Io non vengo da te perché sono bravo e tu hai bisogno, ma sto con te perché siamo fratelli. Oggi magari hai più fragilità tu, ma domani posso averle io. Il segreto della condivisione è che non mi mette su un piano distaccato, o di chi si sente arrivato e non sbaglia. Piuttosto, io con tutte le mie fragilità, con tutti i miei difetti, attraverso la condivisione posso portare qualcosa, posso esprimere tutta me stessa e offrire quello che sono e scoprire che tu ne avevi bisogno in quel momento».

Troviamo scritto nel diario di Sandra: «Noi siamo fatti per amare, non per prendere la croce, ciò sarebbe masochismo. Ma la croce ti piomba addosso proprio nel momento in cui ami totalmente il tuo prossimo».

Marco Bello

La parola del vescovo

La felicità è il dono di sé

La vita di Sandra Sabattini è quella di una giovane studentessa universitaria di medicina, fidanzata, che sentiva però un forte richiamo sia alla vita spirituale sia al servizio, alla carità. Due dimensioni che possono sembrare distanti, ma che in realtà sono profondamente unite.

Nel suo diario emergono chiaramente l’importanza della preghiera e dei ritiri spirituali che viveva con intensità. Chi scende davvero nel profondo di sé scopre che la vita è fatta per essere donata agli altri, e che la strada della felicità passa proprio attraverso il dono di sé.

Questo messaggio è ancora oggi molto attuale, perché i giovani sono alla ricerca della felicità, ma spesso faticano a comprendere quale sia la strada per raggiungerla.

Per scoprirla, è fondamentale incontrare dei maestri che aiutino a entrare in profondità nella propria interiorità.

Un altro aspetto caratteristico dell’esperienza di Sandra, maturato anche grazie all’incontro con don Oreste Benzi e la Comunità Papa Giovanni XXIII, è quello della condivisione autentica: non un servizio occasionale, ma una relazione vera con i poveri e le persone in difficoltà. Una condivisione di tempo e di vita, perché solo così si può scoprire davvero la bellezza presente nell’altro.

In diocesi Sandra Sabattini è una presenza molto viva e sentita. Anche perché la sua beatificazione è relativamente recente e tante persone hanno potuto partecipare a quel momento così importante, vivendolo in prima persona.

Accanto a questo, c’è un elemento particolarmente prezioso: molte persone che l’hanno conosciuta sono ancora tra noi e possono raccontare direttamente la sua vita, il suo stile, la sua fede. Non solo le amiche, ma anche figure come don Nevio Faitanini, suo confessore, e quanti hanno condiviso con lei i luoghi del servizio e della carità.

Esiste dunque una memoria viva, una narrazione concreta e quotidiana della sua esistenza, che continua a circolare nella comunità. Questa presenza è percepibile a tutti i livelli: non solo all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII, ma nell’intera Chiesa riminese e nella città di Rimini, che nutre un grande affetto per Sandra e ne custodisce con riconoscenza la testimonianza.

monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini

Per restare in contatto

  • • Il sito dedicato a Sandra Sabattini: sandrasabattini.org
    Vi si trova anche un cartone animato sulla beata.
  • • La mail delle Amiche di Sandra: info@sandrasabattini.org.
  • • Il docufilm sulla vita di Sandra si può prenotare alla mail sopra.
  • • Sandra raccontata ai più piccoli con una serie di video:
    www.semprenews.it/news/Sandra-Sabattini-mia-amica.html
  • • Libri su Sandra Sabattini sono reperibili su: shop.apg23.org – semprecommunity@apg23.org.
  • • Memoria liturgica di Sandra Sabattini: il 4 maggio.



Angola. Grande Paese, grandi sfide

Dodici anni fa, un gruppo di missionari della Consolata iniziava l’avventura nel Paese africano. Oggi le missioni sono tre, e le difficoltà sono tante. Una popolazione sempre più povera, e uno Stato che offre sempre meno servizi. Il racconto di padre Fredy.

L’Angola è un grande paese in Africa centrale (vasto oltre quattro volte l’Italia). Dopo l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, ha vissuto una cruenta guerra civile lunga quasi trent’anni.

È uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa subsahariana (insieme alla Nigeria) ed è pure grande esportatore di diamanti. Ma è anche uno dei Paesi con il maggiore divario tra i pochi ricchissimi e il resto della popolazione povera. «Qui la ricchezza è scandalosamente elevata così come la povertà», ci dice padre Fredy Alberto Gómez Pérez, missionario della Consolata colombiano. Lo incontriamo quando è di passaggio nella casa madre dell’Istituto a Torino.

I missionari vi lavorano dall’agosto 2014 e contano oggi tre missioni. Padre Fredy è arrivato con il primo gruppo.

A Capalanga, nella diocesi di Viana, c’è la sede principale. Si trova nella grande periferia urbana di Luanda, la capitale, che conta oltre otto milioni di abitanti. Capalanga è anche stata la prima missione Imc in Angola.

C’è poi Funda, nella diocesi di Caxito, sempre nella periferia di Luanda. Le due distano una ventina di minuti.

La terza, invece, è una missione di tipo diverso. A Luacano, nella diocesi di Luena, a mille e trecento chilometri da Luanda, quasi alla frontiera con lo Zambia. È una missione tipicamente rurale. Si trova nella provincia Moxico, la più grande del Paese e senza sbocchi sul mare.

«Luacano è una missione antica, dell’epoca della colonia. Ma non ha avuto mai una permanenza fissa di sacerdoti; quindi, si configura ancora come una missione di prima evangelizzazione, su un territorio vastissimo». Continua padre Fredy (vedi Mc 06/2018). 

Dopo un inizio veloce…

«La missione della Consolata in Angola all’inizio ha avuto un grande progresso, ovvero si è andati avanti rapidamente. Adesso siamo in un momento più statico. Oggi siamo sei missionari, due per ogni comunità, ma dovremmo essere almeno in nove. Questo è legato a una contingenza di carenza di personale». Spiega padre Fredy. Gli altri missionari presenti oggi sono i padri Dani Romero dal Venezuela, Douglas Ghetanda dal Kenya, Fernando Joaquim Chissano dal Mozambico, John Sebastian Kyara dal Tanzania e Jean Baptiste Kambale dalla Rd del Congo.

La presenza in Angola dell’Istituto missioni Consolata, è legata, a livello amministrativo interno, a quella, molto più antica (iniziata nel 1926), in Mozambico.

«Abbiamo recentemente pensato alle prospettive future, e deciso che occorrono tre elementi: più stabilità del personale, maggiore autosufficienza economica, e, inoltre, l’apertura di un seminario per giovani che vogliono diventare missionari della Consolata – continua padre Fredy, esprimendosi con un bel miscuglio di spagnolo, sua lingua madre, e portoghese, che parla in Angola -. Ci siamo detti che occorre ottenere i primi due risultati per poi passare al terzo. Di fatto, nella casa di Capalanga, c’è già la predisposizione per accogliere giovani in formazione, ma, appunto, occorrono più fondi».

Attualmente i giovani angolani motivati a seguire le orme di san Giuseppe Allamano, vanno a studiare a Nairobi, in Kenya, oppure a Maputo, in Mozambico.

Un altro progetto è quello di aprire la quarta missione: «Vogliamo iniziare una presenza a Luena, sede della diocesi, e capoluogo di provincia. Inoltre, sarebbe un punto intermedio e di appoggio alla missione di Luacano. C’è già la disponibilità di un terreno, ma, anche in questo caso, occorre avere personale e finanziamenti».

Corso di alfabetizzazione nella parrocchia di santo Agostinho

Diversità

Chiediamo a padre Fredy quali sono le maggiori sfide in Angola, e come i sei missionari della Consolata le stanno affrontando.

«Capalanga è una realtà tipicamente di grande periferia urbana. Il che vuol dire che ci vivono persone provenienti da tutte le province del Paese, un misto di etnie. Le sfide sono molto vicine al nostro carisma ad gentes. Nell’area della parrocchia abita una grande concentrazione di persone. Molte di esse sono in fase di evangelizzazione, altre sono battezzate, ma necessitano di molta formazione, poi c’è un terzo gruppo di cristiani più maturi e impegnati. Per fare un esempio, a Pasqua, abbiamo avuto quasi quattrocento battesimi, e possiamo contare oltre duemila catecumeni in tutta la parrocchia, tra adolescenti, giovani e adulti.
Però abbiamo solo 220 catechisti, che sono pochi per questi numeri».

«Vai dal feticeiro»

Un’altra grande sfida della quale ci parla padre Fredy è una certa promiscuità religiosa: «Ci sono molte superstizioni anche per chi è cristiano. Un miscuglio di feticismo, divinazione, che continua ad attrarre molti, anche chi partecipa regolarmente alla messa. È qualcosa di misterioso che spaventa ma, al tempo stesso, attira. Quindi per risolvere i problemi che si presentano, ad esempio di salute, il ricorso al feticeiro (stregone, nda) è molto frequente, cosa che influenza molte dinamiche nella comunità».

Il sistema sanitario angolano non aiuta: «C’è un grosso problema che è il cattivo funzionamento dei servizi sanitari di base, che stanno peggiorando sempre più. Se vai all’ospedale, è facile che non ti prendano in cura. Poi c’è la mentalità della guarigione immediata una volta preso il rimedio, come se dovesse accadere per magia, appunto. Allora molti vanno nelle foreste dell’interno a cercare lo stregone».

Oggi in Angola si muore per malattie curabili come la malaria, il colera, la febbre tifoide. C’è anche un incremento di malattie che, fino a qualche tempo fa, non erano comuni, come il diabete, l’ipertensione, le emorragie cerebrali. Queste sono dovute a cattiva alimentazione, e poca attenzione medica ai problemi. «Sono molti anche i casi di depressione. Infine, sono molte le persone che preferiscono non sapere di essere malati, così non si curano», ci dice padre Fredy.

Campo scout a santo Agostinho nel 2024

La minaccia dei sogni

Un’altra questione legata a questo approccio magico alla salute è quella dei sogni. «Quando una persona sogna il vicino o un parente, pensa che sia un sortilegio. Che quella persona sia entrata nel sogno per fargli del male. Questo significa che ci troviamo a gestire problemi tra vicini nati a causa dei sogni. Alcuni arrivano a cercare di non dormire per non sognare, e così si ammalano.

Come missionari stiamo portando avanti la pastorale della salute. Intanto organizziamo formazioni di base, affinché le persone conoscano alcune cure e le principali norme di prevenzione. Poi abbiamo un minimo di farmacia essenziale nelle parrocchie. E, infine, ci sono infermieri e medici volontari che, periodicamente, ci aiutano a curare alcuni casi più semplici. Per i farmaci, ci hanno aiutato alcuni progetti di enti come Impegnarsi serve oppure la Fondazione Missioni Consolata ets».

Malnutrizione in aumento

Un altro aspetto alla base di molti problemi è quello alimentare. L’Angola ha un ampio territorio, in gran parte fertile, e potrebbe produrre cibo sufficiente per il fabbisogno della sua popolazione (circa 38 milioni di abitanti). Ma la terra è largamente sotto sfruttata. La promozione del lavoro agricolo è un approccio recente. Attualmente c’è una forte importazione di cibo (riso, grano, ecc.) da Paesi asiatici (Cina, Thailandia, Vietnam) e latinoamericani (Colombia, Argentina, Brasile). Ma, proprio per questo, e a causa dell’inflazione interna, i prezzi degli alimenti sono in costante aumento.

Padre Fredy ci riporta quello che ha visto con i suoi occhi: «Lo scorso anno, un sacco di 25 kg di riso costava, a seconda della qualità, tra i 9 e i 12mila kwanza (8,50-11 euro). Oggi è passato a costare 19-25mila (18-24 euro). Si consideri che il salario minimo è di 50mila kwanza al mese, che un funzionario guadagna fino tre volte tanto e che molte persone lavorano per cifre inferiori. La situazione dunque è molto grave e l’accesso al cibo sempre più difficile.

Nelle parrocchie facciamo una domenica di raccolta, che viene chiamata domenica del chilo. I parrocchiani sono chiamati a portare riso, pasta, zucchero o altro. Quanto raccolto viene consegnato alla Caritas, la quale lo distribuisce ai più bisognosi. Ovviamente è una goccia nel mare».

C’è poi un’attenzione particolare ai bambini, tramite la pastorale dell’infanzia. «Ci prendiamo cura dei bimbi fino ai sette anni e delle donne incinta. Tra loro ci sono molti casi di malnutrizione. Facciamo una serie di visite alle famiglie per capire chi è a rischio, e impostiamo un programma di recupero. Fornendo alimenti alla famiglia, succede che il paniere per il malnutrito viene usato da tutti i figli, per cui, se deve durare due settimane, in realtà dura tre giorni».

A Funda ci sono problematiche simili a quelle di Capalanga, anche se le condizioni sono talvolta peggiori, ci dice padre Fredy.

Volontari al lavoro per il centro di Santo Agostinho.

Un centro polifunzionale

Per attuare tutto questo, i missionari stanno realizzando un «centro parrocchiale» a Capalanga. Si tratta di un edificio a piano unico, composto da diverse stanze che servono come aule di formazione e catechesi, una cucina, un refettorio, un ambulatorio e un magazzino per farmaci di base.

«Le formazioni che vogliamo realizzare sono quelle sulla salute di base, già citate, ma anche formazioni tecniche come taglio e cucito, cucina, pasticceria e una sorta di educazione civica. Per l’ambulatorio ci sono diversi volontari che vengono ad aiutarci per dare alcune cure di base».

Il missionario ricorda che la fine della costruzione è prevista per giugno, ed è resa possibile anche al contributo dei benefattori della Fondazione Missioni Consolata ets.

Terra di frontiera

Anche nella terza missione, a Luacano, la situazione è molto sfidante. «È una missione che ha più di 60 anni. Durante la guerra civile è stato punto di passaggio di popolazioni in fuga. Si tratta di una comunità cattolica piccola su un territorio immenso. Le sfide sono grandi sia per l’evangelizzazione che per la crescita culturale. Sono popoli presenti in quel territorio da sempre, con una mentalità un po’ chiusa, e con poche possibilità economiche. Si dedicano alla pesca durante tre mesi all’anno (la stagione delle piogge, quando si inondano vaste zone di territorio, nda) o coltivano manioca».

Qui i missionari offrono formazione per diversificare l’economia, introdurre, ad esempio, la coltivazione di mais, grano, pomodori, legumi.

Sono inoltre state costruite quattro sale per la catechesi, la formazione e l’alfabetizzazione. C’è anche una piccola cappella di epoca coloniale che i missionari stanno tentando di rinnovare. I locali della missione, invece, sono ancora da costruire su un terreno già acquisito.

I missionari della Consolata in Angola oggi sono di sei diverse nazionalità, provengono da Africa e America Latina, e sono giovani. È un bel concentrato di energie, diversità e voglia di fare. Pronti a raccogliere le sfide che non mancano.

Marco Bello

Padre Jean Baptiste Kambale a Luacano.

Il declino del gigante

La società civile e la repressione del Governo

«Il clima sociale generale in Angola è in netto peggioramento», ci racconta padre Fredy Gomez Pérez, che vive e lavora nel Paese da dodici anni. L’anno scorso si sono celebrati i cinquant’anni di indipendenza, ma il Governo è sempre stato nella mani di un unico partito, il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla). Fino al 2017 ha «regnato» José Eduardo dos Santos, che ha poi indicato, come suo successore, il compagno di partito, João Lourenço, il quale è stato prontamente eletto.
«Inizialmente c’erano molte aspettative sul nuovo presidente, ma dopo i primi mesi, la situazione si è rivelata perfino peggiore», continua il nostro interlocutore.
Lourenço è stato poi rieletto per un secondo mandato nel 2022 ma, a detta di molti, le elezioni sono state truccate, in quanto il presidente uscente aveva un consenso bassissimo. Nel 2027 si profilano le prossime elezioni, per le quali gli osservatori danno l’esito scontato. Lourenço non potrebbe farsi rieleggere, in quanto i mandati sono ora limitati a due, ma certo l’Mpla avrà il suo candidato vincente.

Semplificando, l’esigua minoranza dei ricchi non ha problemi di educazione o salute. Manda i figli a studiare all’estero oppure nelle scuole internazionali di Luanda. Quando deve farsi curare, va in Sudafrica o in Europa. Ma i ricchi, sono anche quelli che governano, per cui non hanno molto interesse nel migliorare i servizi di base alla popolazione, che sono in costante peggioramento.
Ne è un segnale l’epidemia di colera nel primo semestre 2025, che ha causato oltre cinquecento morti. Anche il livello qualitativo dell’alimentazione degli angolani sta scendendo, con aumento dei casi di malnutrizione.

La società civile angolana è sempre più cosciente e battagliera. Lo dimostrano le proteste del luglio 2025, causate dall’innalzamento del prezzo dei carburanti del 30% (per la progressiva rimozione di sovvenzioni statali), con il conseguente immediato aumento del prezzo dei trasporti pubblici. La repressione ha portato a 22 morti, centinaia di feriti e oltre mille arresti.
Lo Stato, dal canto suo, sta diventando sempre più repressivo.
All’inizio del marzo scorso, il presidente João Lourenço ha firmato una legge molto restrittiva nei confronti della società civile. «La legge garantisce al Governo vasti poteri per autorizzare, monitorare, sospendere e restringere i finanziamenti alle organizzazioni della società civile (come le Ong, ndr), sotto la vaga scusa di “minacce alla sicurezza”», scrive Human rights watch, Ong per la difesa dei diritti umani basata a New York. «Una legge che è l’ultimo esempio in tema di restrizioni dei diritti e delle libertà in Angola», continua l’Ong. Già nel 2024, infatti, il presidente aveva firmato una legge contro il vandalismo, che permette di infliggere pene molto pesanti ai manifestanti, di fatto criminalizzando i partecipanti a manifestazioni pacifiche. Come anche un’altra legge sulla sicurezza nazionale, che aumenta il potere delle forze di sicurezza nel controllo dei media.
Gli esperti concordano sul fatto che la società civile angolana, negli ultimi 15 anni è cresciuta e si è rafforzata. Il malcontento dopo le elezioni «truccate» del 2022 e la crisi economica e alimentare sempre maggiore, la spingono a organizzarsi.

Ma.B.

President of Angola Joao Lourenco arrives ahead of US President Donald Trump arrival for the signing ceremony of a peace deal with the President of Rwanda Paul Kagame and the President of the Democratic Republic of the Congo Felix Tshisekedi at the United States Institute of Peace in Washington, DC, on December 4, 2025. (Photo by ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP)



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