Intelligenza e umanità

Ricordo ancora quando sentii la notizia. Era fine novembre 2022, gli ultimi scampoli dell’era Covid. Alla radio parlarono di una innovazione che avrebbe cambiato il nostro modo di lavorare. Era appena stata messa online la prima versione di ChatGpt, ovvero un programma di «Intelligenza artificiale» (Ia). Eccola, è arrivata, pensai. Avevo affrontato il tema della Ia nella mia tesi di laurea in ingegneria elettronica, ben 31 anni prima. Il lavoro parlava, tra l’altro, delle «reti neuronali artificiali», e dei meccanismi di «autoapprendimento» di tali macchine. Adesso, tre decenni dopo, ecco la prima applicazione pubblica e gratuita, e quindi votata a una larga diffusione.

In tre anni e mezzo ChatGpt si è evoluto rapidamente, mentre molti altri software simili sono diventati disponibili. Oltre a testi, si possono ora elaborare anche immagini e video. I maggiori motori di ricerca li hanno integrati nelle loro funzioni, per cui, anche se non vogliamo, di fatto utilizziamo ogni giorno degli algoritmi di Ia.

Grazie al mio backgroud tecnico, ho mantenuto sempre un elevato senso critico rispetto al buon uso o meno delle innovazioni tecnologiche. Per l’Ia, in particolare, il mio scetticismo si è orientato, fin da subito, sul rischio di delega di alcune funzioni – in particolare quelle decisionali – dall’uomo alla macchina.

La prima enciclica di papa Leone, Magnifica Humanitas, resa pubblica il 25 maggio, affronta con coraggio il tema della tutela della persona umana nel tempo della Ia. Voglio estrapolare qui solo alcuni punti che mi paiono estremamente importanti.

Intanto la questione dello strapotere della tecnocrazia (privata) sulle altre istituzioni umane, con rischi elevati per democrazia, uguaglianza e verità: «[…] nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze».

In un passaggio, molto chiaro, l’enciclica ci ricorda che «le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. […] non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente».

Occorre fare un ulteriore passaggio: «Non possiamo considerare l’Ia moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. Per questo, il discernimento etico […] deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano».

Un termine particolarmente caro a papa Leone è «disarmare»: «Disarmare l’Ia significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita».

Siamo solo all’inizio di una storia nella quale dovremo sempre più convivere con macchine «generative», occorre essere vigili, come suggerisce il Papa, affinché l’umanità resti al centro.

Marco Bello, direttore editoriale




Etiopia. Sarà ancora Ahmed

Lunedì primo giugno si sono tenute in Etiopia le elezioni legislative che hanno interessato cinquanta milioni di elettori (con quasi 139 milioni di abitanti è il secondo Paese più popoloso dell’Africa, dopo la Nigeria). L’obiettivo era eleggere 547 deputati della Camera dei rappresentanti che, a loro volta, sceglieranno il primo ministro.
Il premier attuale, Abyi Ahmed, al potere dal 2018 con il Partito della prosperità, vuole essere riconfermato. Da notare che, nel Parlamento uscente, il 96% dei seggi è del partito di maggioranza.
La missione dell’Unione africana che ha svolto l’osservazione elettorale indipendente è stata guidata dall’ex presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, e ha giudicato lo scrutinio globalmente valido. Tra le raccomandazioni espresse al Governo etiope a fine scrutinio, ha chiesto un «maggiore pluralismo». In effetti, voci nei giorni precedenti davano il risultato già orientato al successo del premier uscente.

Regioni escluse dal voto
La missione di osservazione ha, inoltre, fatto notare la mancanza della possibilità di votare nel Tigray (regione Nord, ai confini con l’Eritrea), dove la guerra è finita da quattro anni, ma la tensione è ancora una realtà (link). Il voto non è stato organizzato a causa della mancanza di comunicazione tra il governo locale del Fronte di liberazione del Tigray e il governo federale.
Anche in diverse zone della regione Amhara ci sono stati problemi. Qui 143 seggi non sono stati neppure aperti per motivi di sicurezza, mentre altri sono stati chiusi a causa di colpi d’arma da fuoco esplosi nelle loro vicinanze. Anche la Coalizione delle organizzazioni della società civile etiope (Cecoe) ha rilevato diversi incidenti nella regione Amhara. La Commissione elettorale etiope (Nebe) si è tuttavia impegnata a recuperare lo svolgimento dello scrutinio, non appena le condizioni di sicurezza saranno ristabilite in quelle zone, il che – però – non sembra così imminente.

Mancanza di candidati
L’opposizione ha denunciato uno scrutinio non equo, a causa delle restrizioni attuate rispetto ad alcuni candidati e alla mancanza di competizione in diverse circoscrizioni elettorali delle 501 totali. E questo a causa di minacce ricevute sia da parte dell’esercito federale che di altri gruppi armati, per cui molti politici dell’opposizione non hanno potuto candidarsi.
Il partito moderato Ezema, e quello più radicale Coalizione per l’unità erano i principali concorrenti del Partito della prosperità del premier Ahmed. In campagna elettorale hanno denunciato la mancanza di democrazia, la povertà, causata da una fiammata dell’inflazione a inizio anno e l’insicurezza dilagante su gran parte del territorio nazionale.

Marco Bello




La mia «amica del cielo»

Pare strano avere un’amica «santa». I ricordi vanno ai momenti passati insieme da ragazze. L’impegno, le domande, la condivisione ma anche la gioia di vivere. «Le amiche di Sandra» oggi continuano a testimoniare una santità vissuta, fresca e sempre attuale.

«Sandra, ama ogni cosa che fai. Ama fino in fondo i minuti che vivi, che ti sono concessi di vivere. Cerca di sentire la gioia del momento presente, qualunque sia, per non perdere mai la coincidenza», scriveva a se stessa Sandra Sabattini nel 1981.

Nata a Riccione il 19 agosto 1961, Sandra è stata proclamata beata da papa Francesco il 24 ottobre 2021.

«Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! È tutto un dono su cui il “Donatore” può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora». Il 29 aprile 1984 – due giorni dopo avere scritto questa frase -, Sandra viene travolta da un’auto mentre, a Igea Marina, si sta recando a un incontro della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, della quale faceva parte. Entrata in coma, muore il 2 maggio.

Due ragazze

«Ho conosciuto Sandra quando avevo 18 anni e lei 19 – racconta Geppi Santamato, che abbiamo raggiunto telefonicamente a Rimini -. Ci siamo incontrate nell’ambito della Comunità Papa Giovanni, perché io mi ero trasferita a Rimini da Mestre per fare l’esperienza delle case famiglia. Volevo capire se era la mia vocazione».

Copertina del libro “Un, due, tre… Sandra” di Geppi Santamato e Giulia Boari.

«Inizialmente c’è stata una conoscenza generica, perché entrambe frequentavamo gli incontri comunitari. Poi abbiamo approfondito in comunità terapeutica. Lei è stata la prima operatrice donna in una comunità per ragazzi affetti da dipendenza patologica. Io sono andata a sostituirla, perché lei aveva fatto i mesi estivi e poi continuava l’università». Sandra si era iscritta a medicina a Bologna, dopo un approfondito discernimento, con un preciso progetto. «Siamo diventate amiche in questo condividere le nostre giornate assieme ai ragazzi. Lei era molto abile nelle relazioni e aveva creato legami molto intensi con gli ospiti in quel periodo, e così, appena poteva, tornava alla comunità. Mentre i suoi genitori spingevano affinché terminasse gli studi, lei, in realtà, sarebbe stata pronta a lasciare tutto per vivere una condivisione così coinvolgente. Il suo sogno, però, era quello di andare in missione».

Geppi oggi si occupa di divulgare la storia di Sandra, e anche quella di don Oreste Benzi (per il quale è in corso la causa di beatificazione), in particolare per il pubblico dei giovanissimi. «Cerco di fare conoscere queste storie con un linguaggio di “piccole parole” per “grandi messaggi”».

Geppi, con altre sei amiche di Sandra, fa parte di un gruppo, inizialmente stimolato dallo zio della beata, don Giuseppe Bonini, sacerdote diocesano: «Siamo legate da questo essere state scelte da Sandra, cioè lei ci ha regalato la sua amicizia, quando era con noi, abbiamo potuto vivere questa bella esperienza. Abbiamo sentito la chiamata della prima ora a fare conoscere Sandra. Poi il vescovo di Rimini ci ha confermate: saremmo state noi a custodire questa santità fresca, viva, per non fare di Sandra una statuina antica».

Le sette amiche offrono testimonianze sulla beata a gruppi di persone interessate. Possono incontrare dalle 10 alle 100 persone, e con fasce di età differenti, dai piccoli delle elementari, agli adulti. Molti gruppi sono attratti dalla diocesi di Rimini, anche per il lavoro della Comunità Papa Giovanni, ne visitano le strutture e condividono dei momenti.

Leggerezza e serenità

Chiediamo a Geppi com’era Sandra nella sua umanità quotidiana. «Era una piacevolissima amica. Ti dava il senso della leggerezza, che non era superficialità, ma serenità di vita. Aveva la capacità di sciogliere le preoccupazioni, e di riportare tutto a un intervento provvidenziale del Signore, che è padre. Diceva: “Stai tranquilla che passerà questo momento, vedrai, affidiamo tutto al Signore”. Ci richiamava alla preghiera, ma in una concretezza, in una umanità quotidiana che non la faceva sentire distaccata oppure bigotta».

Sandra sapeva meravigliarsi e ringraziare: «Ad esempio, di fronte a un bel tramonto, io vedevo i colori, il romanticismo. Lei andava oltre: “Grazie Signore per questo regalo, questo magnifico quadro dipinto per noi”. C’era sempre un riportarsi a una realtà trascendente».

Abbiamo detto che Sandra aiutava nella comunità che trattava le dipendenze, ma anche con i disabili, ed era attiva nella Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi. Ma, ci chiediamo, fuori da questi ambienti, come si relazionava?

«Ad esempio, nell’ambiente universitario si coinvolgeva senza problemi con i compagni, anche con confronti e dibattiti molto accesi, ma sempre con grande umanità e senza dare giudizi. Era, cioè, in grado di esprimere le sue convinzioni, facendolo però con grande delicatezza, e rispetto per il cammino degli altri».

Lo esprimeva, a 16 anni, in questa frase: «Io sento che non posso obbligare gli altri a pensarla come me, […] anche se credo che sia giusto. Posso solo fare conoscere loro la mia gioia, saranno poi loro a scegliere, a pensare con la propria mente».

Sandra imbocca una sorella disabile presso una casa famiglia.

Sapeva ascoltare

Un altro tipo di confronto lo aveva, talvolta, con gli ospiti della comunità, che magari non erano credenti. «Lei non si metteva mai su un piedistallo – racconta Geppi -. Si poneva in ascolto per aiutare questi giovani a capire qual era stato il motivo della loro caduta. Grazie all’empatia che riusciva a creare con i ragazzi era molto apprezzata. Loro vedevano in lei la purezza. Si sentivano riconosciuti come persone al di là del loro passato». 

Sandra Sabattini sapeva ascoltare. «Quando ero nello sconforto, ho trovato in lei un sostegno. Lei ascoltava molto di più di quanto parlasse. Non parlava di se stessa. Venni a scoprire solo dopo la sua morte che aveva un medagliere in atletica e che sapeva suonare il piano. Ma lei ti faceva sentire ascoltato, incontrava il bisogno del suo interlocutore con un sostegno emotivo e fraterno».

Sandra scriveva, all’età di 17 anni: «Cosa significa vivere la resurrezione? Significa credere che è possibile passare dal male al bene, significa che dobbiamo aprirci agli altri, ai loro limiti. Un segno di resurrezione è la capacità di accoglienza (capacità di ascolto nei riguardi di tutti, attenzione alle situazioni, atteggiamento di gratuità)».

Subito dopo il funerale di Sandra, don Oreste chiese a tutti i suoi amici e amiche di raccogliere delle testimonianze su di lei.

Continua Geppi: «Don Oreste la conosceva profondamente perché aveva avuto modo di parlarle a tu per tu e percepire tutta la dimensione mistica che Sandra viveva, mentre noi la vedevamo solo come una cara amica, con la quale si stava bene».

Si deve a lui la raccolta di testi e la prima pubblicazione del «Diario di Sandra» nel 1985, che delinea il percorso spirituale della beata dall’età di 10 anni.

Don Benzi scrisse: «Poco dopo la sua morte ho avuto l’occasione di leggere ciò che lei aveva lasciato scritto in alcuni fogli, in pezzetti di carta, in un’agenda, in diari scolastici. Ho avuto l’impressione che in quelle righe ci fosse come uno squarcio del suo animo profondo e semplice, contemplativo e razionale, immerso in una fede profonda che la lasciava libera di esprimersi come figlia verso Dio, amato come padre» (tratto da «Il diario di Sandra», Sempre editore, febbraio 2023).

Scriveva Sandra nel 1978: «Non sono io che cerco Dio ma è Dio che cerca me. Non c’è bisogno che io cerchi chissà quali argomentazioni per avvicinarmi a Dio: le parole prima o poi finiscono e ti accorgi allora che non rimane che la contemplazione, l’adorazione, l’aspettare che Lui ti faccia capire ciò che vuole da te. Sento la contemplazione necessaria al mio incontro con Cristo povero».

Sandra (al centro) dopo una competizione di atletica.

L’indignazione di fronte alle ingiustizie

«Si chiedeva come mai esistono certe prevaricazioni. Perché ci sono le guerre – prosegue Geppi -. Riconosceva la possibilità di lasciare alle spalle le ingiustizie, lavorare insieme affinché siano superate. Per Sandra le ingiustizie sociali erano proprio uno “smacco” su cui lavorare, partendo da sé. Lei si metteva molto in discussione. Si chiedeva: “Cosa posso fare io oggi?”. Cercava di capire come realizzare un passo in più nel cambiare se stessa, prima di tutto, per poter attuare qualcosa di buono per gli altri assieme al Signore». «C’è il tentativo di fare correre l’uomo invano, di blandirlo con false libertà, falsi fini in nome del benessere. E l’uomo viene preso da un vortice di cose che si ritorce contro se stesso. Non è la rivoluzione che porta alla verità, ma la verità che porta alla rivoluzione», scriveva Sandra sul suo diario.

E inoltre: «La carità è la sintesi della contemplazione e dell’azione, il punto di sutura tra il cielo e la terra, tra l’uomo e Dio».

Geppi conferma: «Il desiderio di aiutare gli altri l’aveva molto presente, e fa capire che era tutt’altro che teorica, o romantica, o con la testa sulle nuvole, era molto attenta».

L’attualità di Sandra

Cerchiamo di capire come il messaggio e, soprattutto, l’esempio della beata Sabattini, sia oggi attuale, e sappia parlare ai giovani.

«Una cosa che sembra incredibile è che la figura di Sandra continua a essere giovane e mantiene giovani anche noi (le sette amiche, ndr) quando andiamo a fare le testimonianze su di lei, perché ritorniamo a vivere quel legame, quell’amicizia, quella fraternità che abbiamo condiviso con lei.

Constatiamo come, con la sua semplicità e la sua umanità, riesca a parlare ancora oggi ai giovani. Noi incontriamo migliaia di ragazzi ogni anno».

Geppi Santamato ci spiega come, grazie al messaggio di Sandra, lei e le altre amiche, riescono a parlare alle nuove generazioni.

«Partiamo dal bisogno di ognuno di sentirsi voluto bene, riconosciuto, amato da Dio. Questo è un sogno che tutti hanno. Andiamo a dire loro che, in realtà, devono soltanto mettersi in ascolto. E portiamo l’esempio di Sandra, chiedendo loro di immedesimarsi.

Noi riconosciamo il loro bisogno: in quel momento, se potessero, si tufferebbero in questa relazione, perché ognuno ti guarda con il cuore in mano. Si tratta del bisogno dell’Assoluto, di una relazione con Dio, di sentirsi davvero unici, irripetibili, nelle sue mani. Un bisogno profondo che non trova risposte. E noi, diciamo loro che è a portata di mano».

Geppi utilizza volentieri una metafora: «A me, personalmente, piace anche parlare di Sandra come atleta. Oggi tutti i ragazzi fanno sport, per cui, quando parli di allenamento, tutti capiscono il linguaggio: superare la fatica, andare avanti, cercare di raggiungere gli obiettivi e porsene altri. All’improvviso trasferisco tutto il discorso nell’allenamento dell’anima. Essa esiste ma, come non sai di avere i muscoli finché non li alleni, così è per l’anima. Tu non sai di averla finché qualcuno non ti dice come raggiungerla. È un luogo che nessuno riesce a spiegare. Usiamo parole per indicarlo, come ad esempio il “cuore”. Però, dentro ognuno di noi c’è uno spazio dove si trova la scintilla divina, dove c’è l’incontro con Dio. Più alleni questo spazio, lo tieni in ordine, e più ci stai volentieri e sei pronta, o pronto, a incontrare Dio che ti parla davvero. Ti dà risposte. Però tu devi fare le domande e poi essere pronto ad ascoltare».

Geppi continua: «In seguito, parliamo loro della capacità di riconoscere l’intervento di Dio. Perché è facile chiedere qualcosa, ma poi, quando lui te lo dà, non dici grazie, non riconosci ciò che veramente ti ha aiutato a vivere».

I giovani capiscono che c’è una dimensione da raggiungere. «Dopo però li saluti, e dici loro che se vogliono posso continuare con Sandra. Di solito lasciamo delle sue frasi, prese dal diario.

Un esercizio che facciamo è che dopo aver scelto ognuno una frase a caso devono cercare di capire cosa vuole dire a loro, e se risponde a un loro bisogno. In realtà, secondo noi, non è mai a caso. È lo Spirito che interviene e ti manda quel testo in quel momento. Questi sono piccoli strumenti che ci aiutano a relazionarci con il Padre, dargli uno spazio, riconoscere il suo intervento».

Condivisione di vita

Ma allora, ci chiediamo, quale era la modalità scelta da Sandra per aiutare gli altri?

«Ci tengo a dire che Sandra non ha mai fatto assistenza ai poveri. Non ha mai chiamato la sua presenza assistenza. Nell’assistenza tu fai qualcosa per gli altri mettendoti su un altro piano. Per lei, invece, era un sentirsi parte, sentirsi famiglia, essere lì al fianco con la stessa dignità e con le stesse opportunità. Nella Comunità Papa Giovanni la chiamiamo condivisione diretta o condivisione di vita. Io non vengo da te perché sono bravo e tu hai bisogno, ma sto con te perché siamo fratelli. Oggi magari hai più fragilità tu, ma domani posso averle io. Il segreto della condivisione è che non mi mette su un piano distaccato, o di chi si sente arrivato e non sbaglia. Piuttosto, io con tutte le mie fragilità, con tutti i miei difetti, attraverso la condivisione posso portare qualcosa, posso esprimere tutta me stessa e offrire quello che sono e scoprire che tu ne avevi bisogno in quel momento».

Troviamo scritto nel diario di Sandra: «Noi siamo fatti per amare, non per prendere la croce, ciò sarebbe masochismo. Ma la croce ti piomba addosso proprio nel momento in cui ami totalmente il tuo prossimo».

Marco Bello

La parola del vescovo

La felicità è il dono di sé

La vita di Sandra Sabattini è quella di una giovane studentessa universitaria di medicina, fidanzata, che sentiva però un forte richiamo sia alla vita spirituale sia al servizio, alla carità. Due dimensioni che possono sembrare distanti, ma che in realtà sono profondamente unite.

Nel suo diario emergono chiaramente l’importanza della preghiera e dei ritiri spirituali che viveva con intensità. Chi scende davvero nel profondo di sé scopre che la vita è fatta per essere donata agli altri, e che la strada della felicità passa proprio attraverso il dono di sé.

Questo messaggio è ancora oggi molto attuale, perché i giovani sono alla ricerca della felicità, ma spesso faticano a comprendere quale sia la strada per raggiungerla.

Per scoprirla, è fondamentale incontrare dei maestri che aiutino a entrare in profondità nella propria interiorità.

Un altro aspetto caratteristico dell’esperienza di Sandra, maturato anche grazie all’incontro con don Oreste Benzi e la Comunità Papa Giovanni XXIII, è quello della condivisione autentica: non un servizio occasionale, ma una relazione vera con i poveri e le persone in difficoltà. Una condivisione di tempo e di vita, perché solo così si può scoprire davvero la bellezza presente nell’altro.

In diocesi Sandra Sabattini è una presenza molto viva e sentita. Anche perché la sua beatificazione è relativamente recente e tante persone hanno potuto partecipare a quel momento così importante, vivendolo in prima persona.

Accanto a questo, c’è un elemento particolarmente prezioso: molte persone che l’hanno conosciuta sono ancora tra noi e possono raccontare direttamente la sua vita, il suo stile, la sua fede. Non solo le amiche, ma anche figure come don Nevio Faitanini, suo confessore, e quanti hanno condiviso con lei i luoghi del servizio e della carità.

Esiste dunque una memoria viva, una narrazione concreta e quotidiana della sua esistenza, che continua a circolare nella comunità. Questa presenza è percepibile a tutti i livelli: non solo all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII, ma nell’intera Chiesa riminese e nella città di Rimini, che nutre un grande affetto per Sandra e ne custodisce con riconoscenza la testimonianza.

monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini

Per restare in contatto

  • • Il sito dedicato a Sandra Sabattini: sandrasabattini.org
    Vi si trova anche un cartone animato sulla beata.
  • • La mail delle Amiche di Sandra: info@sandrasabattini.org.
  • • Il docufilm sulla vita di Sandra si può prenotare alla mail sopra.
  • • Sandra raccontata ai più piccoli con una serie di video:
    www.semprenews.it/news/Sandra-Sabattini-mia-amica.html
  • • Libri su Sandra Sabattini sono reperibili su: shop.apg23.org – semprecommunity@apg23.org.
  • • Memoria liturgica di Sandra Sabattini: il 4 maggio.



Angola. Grande Paese, grandi sfide

Dodici anni fa, un gruppo di missionari della Consolata iniziava l’avventura nel Paese africano. Oggi le missioni sono tre, e le difficoltà sono tante. Una popolazione sempre più povera, e uno Stato che offre sempre meno servizi. Il racconto di padre Fredy.

L’Angola è un grande paese in Africa centrale (vasto oltre quattro volte l’Italia). Dopo l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, ha vissuto una cruenta guerra civile lunga quasi trent’anni.

È uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa subsahariana (insieme alla Nigeria) ed è pure grande esportatore di diamanti. Ma è anche uno dei Paesi con il maggiore divario tra i pochi ricchissimi e il resto della popolazione povera. «Qui la ricchezza è scandalosamente elevata così come la povertà», ci dice padre Fredy Alberto Gómez Pérez, missionario della Consolata colombiano. Lo incontriamo quando è di passaggio nella casa madre dell’Istituto a Torino.

I missionari vi lavorano dall’agosto 2014 e contano oggi tre missioni. Padre Fredy è arrivato con il primo gruppo.

A Capalanga, nella diocesi di Viana, c’è la sede principale. Si trova nella grande periferia urbana di Luanda, la capitale, che conta oltre otto milioni di abitanti. Capalanga è anche stata la prima missione Imc in Angola.

C’è poi Funda, nella diocesi di Caxito, sempre nella periferia di Luanda. Le due distano una ventina di minuti.

La terza, invece, è una missione di tipo diverso. A Luacano, nella diocesi di Luena, a mille e trecento chilometri da Luanda, quasi alla frontiera con lo Zambia. È una missione tipicamente rurale. Si trova nella provincia Moxico, la più grande del Paese e senza sbocchi sul mare.

«Luacano è una missione antica, dell’epoca della colonia. Ma non ha avuto mai una permanenza fissa di sacerdoti; quindi, si configura ancora come una missione di prima evangelizzazione, su un territorio vastissimo». Continua padre Fredy (vedi Mc 06/2018). 

Dopo un inizio veloce…

«La missione della Consolata in Angola all’inizio ha avuto un grande progresso, ovvero si è andati avanti rapidamente. Adesso siamo in un momento più statico. Oggi siamo sei missionari, due per ogni comunità, ma dovremmo essere almeno in nove. Questo è legato a una contingenza di carenza di personale». Spiega padre Fredy. Gli altri missionari presenti oggi sono i padri Dani Romero dal Venezuela, Douglas Ghetanda dal Kenya, Fernando Joaquim Chissano dal Mozambico, John Sebastian Kyara dal Tanzania e Jean Baptiste Kambale dalla Rd del Congo.

La presenza in Angola dell’Istituto missioni Consolata, è legata, a livello amministrativo interno, a quella, molto più antica (iniziata nel 1926), in Mozambico.

«Abbiamo recentemente pensato alle prospettive future, e deciso che occorrono tre elementi: più stabilità del personale, maggiore autosufficienza economica, e, inoltre, l’apertura di un seminario per giovani che vogliono diventare missionari della Consolata – continua padre Fredy, esprimendosi con un bel miscuglio di spagnolo, sua lingua madre, e portoghese, che parla in Angola -. Ci siamo detti che occorre ottenere i primi due risultati per poi passare al terzo. Di fatto, nella casa di Capalanga, c’è già la predisposizione per accogliere giovani in formazione, ma, appunto, occorrono più fondi».

Attualmente i giovani angolani motivati a seguire le orme di san Giuseppe Allamano, vanno a studiare a Nairobi, in Kenya, oppure a Maputo, in Mozambico.

Un altro progetto è quello di aprire la quarta missione: «Vogliamo iniziare una presenza a Luena, sede della diocesi, e capoluogo di provincia. Inoltre, sarebbe un punto intermedio e di appoggio alla missione di Luacano. C’è già la disponibilità di un terreno, ma, anche in questo caso, occorre avere personale e finanziamenti».

Corso di alfabetizzazione nella parrocchia di santo Agostinho

Diversità

Chiediamo a padre Fredy quali sono le maggiori sfide in Angola, e come i sei missionari della Consolata le stanno affrontando.

«Capalanga è una realtà tipicamente di grande periferia urbana. Il che vuol dire che ci vivono persone provenienti da tutte le province del Paese, un misto di etnie. Le sfide sono molto vicine al nostro carisma ad gentes. Nell’area della parrocchia abita una grande concentrazione di persone. Molte di esse sono in fase di evangelizzazione, altre sono battezzate, ma necessitano di molta formazione, poi c’è un terzo gruppo di cristiani più maturi e impegnati. Per fare un esempio, a Pasqua, abbiamo avuto quasi quattrocento battesimi, e possiamo contare oltre duemila catecumeni in tutta la parrocchia, tra adolescenti, giovani e adulti.
Però abbiamo solo 220 catechisti, che sono pochi per questi numeri».

«Vai dal feticeiro»

Un’altra grande sfida della quale ci parla padre Fredy è una certa promiscuità religiosa: «Ci sono molte superstizioni anche per chi è cristiano. Un miscuglio di feticismo, divinazione, che continua ad attrarre molti, anche chi partecipa regolarmente alla messa. È qualcosa di misterioso che spaventa ma, al tempo stesso, attira. Quindi per risolvere i problemi che si presentano, ad esempio di salute, il ricorso al feticeiro (stregone, nda) è molto frequente, cosa che influenza molte dinamiche nella comunità».

Il sistema sanitario angolano non aiuta: «C’è un grosso problema che è il cattivo funzionamento dei servizi sanitari di base, che stanno peggiorando sempre più. Se vai all’ospedale, è facile che non ti prendano in cura. Poi c’è la mentalità della guarigione immediata una volta preso il rimedio, come se dovesse accadere per magia, appunto. Allora molti vanno nelle foreste dell’interno a cercare lo stregone».

Oggi in Angola si muore per malattie curabili come la malaria, il colera, la febbre tifoide. C’è anche un incremento di malattie che, fino a qualche tempo fa, non erano comuni, come il diabete, l’ipertensione, le emorragie cerebrali. Queste sono dovute a cattiva alimentazione, e poca attenzione medica ai problemi. «Sono molti anche i casi di depressione. Infine, sono molte le persone che preferiscono non sapere di essere malati, così non si curano», ci dice padre Fredy.

Campo scout a santo Agostinho nel 2024

La minaccia dei sogni

Un’altra questione legata a questo approccio magico alla salute è quella dei sogni. «Quando una persona sogna il vicino o un parente, pensa che sia un sortilegio. Che quella persona sia entrata nel sogno per fargli del male. Questo significa che ci troviamo a gestire problemi tra vicini nati a causa dei sogni. Alcuni arrivano a cercare di non dormire per non sognare, e così si ammalano.

Come missionari stiamo portando avanti la pastorale della salute. Intanto organizziamo formazioni di base, affinché le persone conoscano alcune cure e le principali norme di prevenzione. Poi abbiamo un minimo di farmacia essenziale nelle parrocchie. E, infine, ci sono infermieri e medici volontari che, periodicamente, ci aiutano a curare alcuni casi più semplici. Per i farmaci, ci hanno aiutato alcuni progetti di enti come Impegnarsi serve oppure la Fondazione Missioni Consolata ets».

Malnutrizione in aumento

Un altro aspetto alla base di molti problemi è quello alimentare. L’Angola ha un ampio territorio, in gran parte fertile, e potrebbe produrre cibo sufficiente per il fabbisogno della sua popolazione (circa 38 milioni di abitanti). Ma la terra è largamente sotto sfruttata. La promozione del lavoro agricolo è un approccio recente. Attualmente c’è una forte importazione di cibo (riso, grano, ecc.) da Paesi asiatici (Cina, Thailandia, Vietnam) e latinoamericani (Colombia, Argentina, Brasile). Ma, proprio per questo, e a causa dell’inflazione interna, i prezzi degli alimenti sono in costante aumento.

Padre Fredy ci riporta quello che ha visto con i suoi occhi: «Lo scorso anno, un sacco di 25 kg di riso costava, a seconda della qualità, tra i 9 e i 12mila kwanza (8,50-11 euro). Oggi è passato a costare 19-25mila (18-24 euro). Si consideri che il salario minimo è di 50mila kwanza al mese, che un funzionario guadagna fino tre volte tanto e che molte persone lavorano per cifre inferiori. La situazione dunque è molto grave e l’accesso al cibo sempre più difficile.

Nelle parrocchie facciamo una domenica di raccolta, che viene chiamata domenica del chilo. I parrocchiani sono chiamati a portare riso, pasta, zucchero o altro. Quanto raccolto viene consegnato alla Caritas, la quale lo distribuisce ai più bisognosi. Ovviamente è una goccia nel mare».

C’è poi un’attenzione particolare ai bambini, tramite la pastorale dell’infanzia. «Ci prendiamo cura dei bimbi fino ai sette anni e delle donne incinta. Tra loro ci sono molti casi di malnutrizione. Facciamo una serie di visite alle famiglie per capire chi è a rischio, e impostiamo un programma di recupero. Fornendo alimenti alla famiglia, succede che il paniere per il malnutrito viene usato da tutti i figli, per cui, se deve durare due settimane, in realtà dura tre giorni».

A Funda ci sono problematiche simili a quelle di Capalanga, anche se le condizioni sono talvolta peggiori, ci dice padre Fredy.

Volontari al lavoro per il centro di Santo Agostinho.

Un centro polifunzionale

Per attuare tutto questo, i missionari stanno realizzando un «centro parrocchiale» a Capalanga. Si tratta di un edificio a piano unico, composto da diverse stanze che servono come aule di formazione e catechesi, una cucina, un refettorio, un ambulatorio e un magazzino per farmaci di base.

«Le formazioni che vogliamo realizzare sono quelle sulla salute di base, già citate, ma anche formazioni tecniche come taglio e cucito, cucina, pasticceria e una sorta di educazione civica. Per l’ambulatorio ci sono diversi volontari che vengono ad aiutarci per dare alcune cure di base».

Il missionario ricorda che la fine della costruzione è prevista per giugno, ed è resa possibile anche al contributo dei benefattori della Fondazione Missioni Consolata ets.

Terra di frontiera

Anche nella terza missione, a Luacano, la situazione è molto sfidante. «È una missione che ha più di 60 anni. Durante la guerra civile è stato punto di passaggio di popolazioni in fuga. Si tratta di una comunità cattolica piccola su un territorio immenso. Le sfide sono grandi sia per l’evangelizzazione che per la crescita culturale. Sono popoli presenti in quel territorio da sempre, con una mentalità un po’ chiusa, e con poche possibilità economiche. Si dedicano alla pesca durante tre mesi all’anno (la stagione delle piogge, quando si inondano vaste zone di territorio, nda) o coltivano manioca».

Qui i missionari offrono formazione per diversificare l’economia, introdurre, ad esempio, la coltivazione di mais, grano, pomodori, legumi.

Sono inoltre state costruite quattro sale per la catechesi, la formazione e l’alfabetizzazione. C’è anche una piccola cappella di epoca coloniale che i missionari stanno tentando di rinnovare. I locali della missione, invece, sono ancora da costruire su un terreno già acquisito.

I missionari della Consolata in Angola oggi sono di sei diverse nazionalità, provengono da Africa e America Latina, e sono giovani. È un bel concentrato di energie, diversità e voglia di fare. Pronti a raccogliere le sfide che non mancano.

Marco Bello

Padre Jean Baptiste Kambale a Luacano.

Il declino del gigante

La società civile e la repressione del Governo

«Il clima sociale generale in Angola è in netto peggioramento», ci racconta padre Fredy Gomez Pérez, che vive e lavora nel Paese da dodici anni. L’anno scorso si sono celebrati i cinquant’anni di indipendenza, ma il Governo è sempre stato nella mani di un unico partito, il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla). Fino al 2017 ha «regnato» José Eduardo dos Santos, che ha poi indicato, come suo successore, il compagno di partito, João Lourenço, il quale è stato prontamente eletto.
«Inizialmente c’erano molte aspettative sul nuovo presidente, ma dopo i primi mesi, la situazione si è rivelata perfino peggiore», continua il nostro interlocutore.
Lourenço è stato poi rieletto per un secondo mandato nel 2022 ma, a detta di molti, le elezioni sono state truccate, in quanto il presidente uscente aveva un consenso bassissimo. Nel 2027 si profilano le prossime elezioni, per le quali gli osservatori danno l’esito scontato. Lourenço non potrebbe farsi rieleggere, in quanto i mandati sono ora limitati a due, ma certo l’Mpla avrà il suo candidato vincente.

Semplificando, l’esigua minoranza dei ricchi non ha problemi di educazione o salute. Manda i figli a studiare all’estero oppure nelle scuole internazionali di Luanda. Quando deve farsi curare, va in Sudafrica o in Europa. Ma i ricchi, sono anche quelli che governano, per cui non hanno molto interesse nel migliorare i servizi di base alla popolazione, che sono in costante peggioramento.
Ne è un segnale l’epidemia di colera nel primo semestre 2025, che ha causato oltre cinquecento morti. Anche il livello qualitativo dell’alimentazione degli angolani sta scendendo, con aumento dei casi di malnutrizione.

La società civile angolana è sempre più cosciente e battagliera. Lo dimostrano le proteste del luglio 2025, causate dall’innalzamento del prezzo dei carburanti del 30% (per la progressiva rimozione di sovvenzioni statali), con il conseguente immediato aumento del prezzo dei trasporti pubblici. La repressione ha portato a 22 morti, centinaia di feriti e oltre mille arresti.
Lo Stato, dal canto suo, sta diventando sempre più repressivo.
All’inizio del marzo scorso, il presidente João Lourenço ha firmato una legge molto restrittiva nei confronti della società civile. «La legge garantisce al Governo vasti poteri per autorizzare, monitorare, sospendere e restringere i finanziamenti alle organizzazioni della società civile (come le Ong, ndr), sotto la vaga scusa di “minacce alla sicurezza”», scrive Human rights watch, Ong per la difesa dei diritti umani basata a New York. «Una legge che è l’ultimo esempio in tema di restrizioni dei diritti e delle libertà in Angola», continua l’Ong. Già nel 2024, infatti, il presidente aveva firmato una legge contro il vandalismo, che permette di infliggere pene molto pesanti ai manifestanti, di fatto criminalizzando i partecipanti a manifestazioni pacifiche. Come anche un’altra legge sulla sicurezza nazionale, che aumenta il potere delle forze di sicurezza nel controllo dei media.
Gli esperti concordano sul fatto che la società civile angolana, negli ultimi 15 anni è cresciuta e si è rafforzata. Il malcontento dopo le elezioni «truccate» del 2022 e la crisi economica e alimentare sempre maggiore, la spingono a organizzarsi.

Ma.B.

President of Angola Joao Lourenco arrives ahead of US President Donald Trump arrival for the signing ceremony of a peace deal with the President of Rwanda Paul Kagame and the President of the Democratic Republic of the Congo Felix Tshisekedi at the United States Institute of Peace in Washington, DC, on December 4, 2025. (Photo by ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP)



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Odissea Warao #1 Da nomadi a migranti

La docu serie Odissea Warao racconta la migrazione del popolo Warao dai luoghi di origine, nel delta del Rio Orinoco, in Venezuela, al Brasile. La serie è composta da cinque episodi.




Yanomami

Scopri lo straordinario lavoro dei Missionari e delle Missionarie della Consolata con il popolo Yanomami dell’Amazzonia. La convivenza con i vari popoli indigeni del Roraima è stata una grande scuola.




Haiti. La neve dei Caraibi

Richardson è nato ad Haiti, ma è cresciuto sulle Alpi francesi. Un giorno ha deciso di ricongiungersi con le sue origini. E ha portato sulla neve, per la prima volta nella storia, la bandiera rossa e blu, ideata da Catherine Flon nel 1803. La sua storia è in un libro.

Conosco personalmente Richardson Viano da qualche anno. L’ho incontrato per la prima volta in occasione della sua partecipazione alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, quando la sua storia iniziava a emergere, oltre il dato sportivo o la curiosità. Da allora il dialogo, con lui e con la sua famiglia, non si è interrotto, e questo mi ha consentito di raccontare oggi un percorso seguito da vicino.

Haiti, del resto, per me non è mai stata un tema o un oggetto di studio: è un insieme di volti, di voci, di strade percorse tante volte, di case in cui sono stato accolto, di legami familiari e affettivi che hanno inciso profondamente nella mia vita. È da questo rapporto diretto e vissuto che nasce il mio sguardo su ciò che accade oggi nel Paese, ed è lo stesso sguardo con cui, da anni, provo a raccontare Haiti: non esclusivamente dall’alto della geopolitica o, peggio ancora, dal «nostro» punto di vista, ma dal basso delle storie quotidiane, delle persone e della loro ostinata capacità di resistere. Proprio come nella mia prima esperienza di pubblicazione (il libro Haiti, l’innocenza violata, Infinito edizioni, 2011), quando, dopo il terremoto del 2010, con l’amico Marco Bello, conosciuto proprio ad Haiti, avevamo raccolto le voci della società civile haitiana, che gridava al mondo la sua fondata preoccupazione sulla mancata ricostruzione fisica e morale del Paese.

Anche nella co-scrittura della biografia di Richardson, accanto alla voce del protagonista, è stato fondamentale l’apporto dello scrittore per ragazzi Alessandro Corallo, con il quale ho condiviso esperienze di volontariato in Haiti. Corallo è, inoltre, padre adottivo di un giovane haitiano.

La crisi non si improvvisa

Haiti oggi è attraversata da una crisi profonda e tragica. Non è una crisi improvvisa: è il risultato di decenni di espropriazione della popolazione, di uno Stato svuotato, di un potere frammentato, di una violenza che ha preso il posto delle istituzioni. Le parole che usiamo spesso – «instabilità», «emergenza», «caos» – rischiano però di anestetizzare lo sguardo. Dietro quelle parole ci sono innanzi tutto vittime, migliaia di vittime. Poi ci sono persone, famiglie, bambini, giovani che crescono senza orizzonti, e una società civile che resiste come può.

In questo contesto parlare di sport può sembrare marginale, quasi fuori luogo. E invece non lo è. Perché lo sport, in un Paese come Haiti, non è mai solo sport. È spazio simbolico, è possibilità di riscatto, è narrazione alternativa a quella dominante della disperazione.

La storia di Richardson Viano va letta esattamente così.

Richardson nasce nel 2002 a Port-au-Prince. Nei primi anni della sua vita conosce la povertà, l’abbandono, l’orfanotrofio. Poi l’adozione, l’arrivo in Francia in una famiglia italiana, la scoperta di un mondo che sembra non avere nulla a che fare con quello da cui proviene: la neve, le montagne, lo sci alpino. Una disciplina che, per immaginario, per accesso economico, per colore della pelle di chi la pratica, è lontanissima da Haiti.

Eppure Richardson sceglie di tornare simbolicamente indietro. Decide di gareggiare per Haiti. Di portare quella bandiera su piste dove non era mai stata. A Pechino 2022, a soli 19 anni, diventa il primo atleta haitiano della storia a partecipare a un’Olimpiade invernale.

A febbraio 2026, partecipa ai Giochi olimpici di Milano Cortina nelle gare di slalom gigante e slalom speciale. Arrivando, in questi secondi, 29° su 92 atleti in competizione. Richardson non vince medaglie, ma rompe un confine. E chi conosce Haiti sa che rompere i confini simbolici è spesso più difficile che superare quelli materiali.

Parte della delegazione di Haiti a Milano Cortina. Al centro Richardson Viano (con il libro), primo a destra Alessandro Demarchi (autore dell’articolo). @ Meneghello

Quella bandiera sulla neve

Nel libro Ad Haiti sognavo la neve abbiamo cercato di raccontare proprio questo: non l’eccezionalità individuale fine a se stessa, ma il significato collettivo di una storia personale. È anche la storia di un’adozione, vissuta non come un punto di arrivo ma come un percorso lungo, costellato di domande sull’identità, sulle origini, sul senso dell’appartenenza. Un racconto che può parlare a tanti bambini e ragazzi adottati che, a un certo punto della loro crescita, sentono il bisogno di cercare le proprie radici e spesso faticano a trovare modelli di riferimento nella nostra società. Richardson non è un eroe isolato: è il prodotto di relazioni, di scelte, di sacrifici, ma anche di una diaspora haitiana che, pur tra mille contraddizioni, continua a cercare modi per restituire qualcosa al Paese d’origine. Proprio per questo diventa una figura in cui molti possono riconoscersi e immedesimarsi, perché condivide una storia fatta di distacchi, di passaggi, e di un equilibrio cercato nel tempo.

Lo sport, in Haiti, è da sempre uno dei pochi spazi di riconoscimento nazionale condiviso. Il calcio, soprattutto. Non è un caso che la recente qualificazione della nazionale haitiana ai prossimi Mondiali abbia avuto un impatto emotivo enorme, dentro e fuori dall’isola. In un Paese senza presidente, senza parlamento funzionante, senza sicurezza, quella qualificazione ha rappresentato una rara, fragile, ma reale forma di unità.

Richardson si inserisce in questa stessa traiettoria simbolica.

Appartenere a due mondi

La sua figura parla ai giovani haitiani, e non solo, in modo diretto: non promette soluzioni facili, non nasconde la fatica, non cancella le disuguaglianze. Racconta però che esistono percorsi non lineari, che l’identità non è una gabbia, che si può appartenere a più mondi senza tradirne nessuno.

Questo è un messaggio profondamente politico. In un Paese dove la politica è percepita come assente o distante, corrotta, violenta, lo sport diventa uno dei pochi linguaggi ancora credibili. Non perché sia puro, ma perché è comprensibile, visibile, concreto. Si vince o si perde davanti a tutti. Si cade e ci si rialza sotto gli occhi di tutti.

Oggi molte eccellenze sportive haitiane crescono fuori dal Paese. Anche la nazionale di calcio si è allenata e ha disputato le partite casalinghe negli Stati Uniti. Molte altre figure di rilievo sono espressione della diaspora o di origine haitiana, come la tennista Naomi Osaka, alcune stelle del calcio femminile, dell’Nba e del baseball.

Altre storie sono simili a quelle di Richardson, con uno sforzo personale enorme per costruire e coprire i costi della carriera sportiva. Come lo sciatore fondista Stevenson Savart, esordiente olimpico proprio a Cortina nello sci di fondo con grande attenzione mediatica, adottato in Francia, o lo skater Gasny Pierre Louis, che vive in Cile.

Un’immagine diversa

Tutto ciò non riduce, anzi rafforza, il valore simbolico di queste esperienze: sono storie che tengono vivo un legame, che mostrano possibilità, che offrono a un’intera comunità un’immagine diversa di sé e del proprio futuro.

Haiti non riesce al momento a sviluppare talenti in casa o rendere lo sport accessibile a tutti. Non solo per l’invivibilità e l’instabilità che segnano la vita quotidiana nel Paese, ma anche per la cronica carenza di fondi, infrastrutture e programmi sportivi strutturati. In questo contesto diventa evidente quanto sarebbe decisivo poter investire sul territorio. Le scuole, i centri educativi, le attività sportive di base dovrebbero esistere o resistere nei quartieri di Port-au-Prince e nelle province, perché servirebbero a restituire senso, a costruire immaginari alternativi a quelli delle gang armate, che oggi rappresentano, tragicamente, una delle poche forme di potere organizzato visibile.

In questo senso, il percorso di Richardson non è un’anomalia folkloristica da raccontare con stupore esotico. È una storia che interroga direttamente chi si occupa di cooperazione, di politica internazionale, di solidarietà. Ci chiede se siamo capaci di vedere Haiti non solo come luogo di emergenza permanente, ma come spazio di soggetti, di talenti, di possibilità.

Anche la scelta estetica delle divise olimpiche haitiane va letta così. Non come semplice operazione di immagine, ma come affermazione culturale. Portare sulle piste alpine i colori, i simboli, la pittura naïf haitiana significa dire: esistiamo, siamo qui, non come problema ma come cultura viva. In un mondo che spesso concede visibilità ad Haiti solo quando c’è un terremoto, un uragano o un massacro, questa presenza ha un valore politico enorme.

Bucare la rassegnazione

Naturalmente lo sport non può sostituire la politica. Non può fermare la violenza, ricostruire lo Stato, garantire diritti. Ma può fare una cosa fondamentale: tenere aperta una crepa nell’immaginario della rassegnazione. Può ricordare che Haiti non è solo il luogo dove «tutto va male», ma anche un Paese che continua a produrre senso, bellezza, resistenza.

Scrivere oggi di Richardson Viano, per me, significa questo. Raccontare Haiti dal punto di vista di chi la vive, la ama, la soffre, senza indulgenza e senza pietismo. Significa riconoscere che anche una discesa tra i pali può diventare un atto di dignità collettiva. E che, in un Paese attraversato da una crisi senza fine, ogni gesto che restituisce possibilità di futuro, per quanto fragile, merita di essere preso sul serio.

La storia di Richardson Viano funziona perché non è irraggiungibile: non racconta un’eccezione da ammirare a distanza, ma un percorso fatto di domande, di cadute, di ripartenze. È una storia che può parlare a molti, soprattutto a chi cresce con identità plurime, a chi è stato adottato e a un certo punto sente il bisogno di capire da dove viene, a chi cerca un volto in cui riconoscersi senza sentirsi fuori posto.

Ad Haiti sognavo la neve nasce con questa intenzione: restituire complessità senza togliere umanità. In un tempo in cui Haiti è spesso raccontata solo attraverso la violenza e la perdita, fermarsi su una storia come questa significa scegliere di guardare anche ciò che resiste, ciò che prova a immaginare un futuro, ciò che prima di essere realizzato deve essere sognato. Ed è forse da qui, da questi piccoli segni di possibilità, che può ricominciare un racconto diverso del Paese.

Alessandro Demarchi

Anniversario amaro

Fine mandato per il Consiglio presidenziale, resta il Governo di transizione

Infine è arrivato il 7 febbraio 2026. Data simbolo per Haiti, perché in quel giorno, quarant’anni fa, nel 1986, un sollevamento popolare organizzato cacciò Jean-Claude Duvalier, facendo cadere una sanguinosa dittatura famigliare, iniziata nel 1957. Quest’anno doveva essere la data dell’insediamento del nuovo presidente (l’ultimo eletto, Jovenel Moise, è stato assassinato il 7 luglio 2021), in sostituzione del Consiglio presidenziale di transizione (Cpt). Il Cpt è un organo ideato dal Caricom (Organizzazione degli stati dei Caraibi), riunitosi con Usa, Canada, Francia e Ue a Puerto Rico nel marzo 2024. Riunione su Haiti alla quale, però, non ha partecipato alcuna delegazione haitiana.

Le condizioni per realizzare delle elezioni nel Paese caraibico però non ci sono ancora. Il territorio è frazionato e controllato da bande criminali, armate di tutto punto con equipaggiamenti che arrivano, attraverso vie illegali, dagli Stati Uniti.

Transizione della transizione

Il Cpt, composto da sette membri, che ha svolto dal 25 aprile 2024 il ruolo di presidente, cessa di esistere. La più alta carica dello Stato – ma anche l’unica – diventa, quindi, il primo ministro di transizione, Alix
Didier Fils-Aimé alla guida del Governo, anch’esso di transizione, dall’11 novembre 2024.

Fils-Aimé il 7 febbraio ha fatto un discorso ufficiale, per suggellare il passaggio. Ha promesso la riconquista del territorio, la neutralizzazione delle gang criminali, e la tenuta di elezioni libere. Specificando che lo Stato si impegna a non influenzare la consultazione e a garantire un trattamento egualitario dei candidati. Ha ricordato che la transizione non è completata e continua ad avere come missione il ritorno a una situazione di sicurezza e a un regime democratico.

Per questo, ha continuato, sono mobilitate polizia, Forze armate e la nuova Forza di repressione delle gang (Frg). E, soprattutto, ha fatto appello all’unità della nazione.

Sul terreno, intanto

La realtà sul terreno, però, è catastrofica. Oltre alla quasi totalità della capitale Port-au-Prince, le gang controllano diverse città e comuni dei dipartimenti Ovest, Artibonite e Plateau central, nonché le principali arterie stradali. In questo modo hanno il controllo anche sui trasporti e, quindi, il commercio di una vasta zona del paese.

Secondo l’ultimo rapporto della Binuh (Ufficio delle Nazioni Unite ad Haiti), da gennaio a novembre 2025, sono stati oltre 8.100 gli omicidi causati dai gruppi armati. Anche la pratica del rapimento a scopo di estorsione continua da parte delle gang, e vede una recrudescenza nelle ultime settimane. Secondo il Binuh, durante il 2025 sono 647 i rapimenti ufficialmente censiti.

La «Forza di repressione»

La Frg è un’iniziativa dell’amministrazione Trump. Istituita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel settembre 2025 e dichiarata operativa l’ottobre successivo, sarà completamente dispiegata solo entro ottobre 2026. Di fatto, oggi, è ancora inconsistente. Ha sostituto la Missione multinazionale d’appoggio alla sicurezza (Mmas), comandata dal Kenya che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi fissati. La nuova forza scaturisce da un cambio di strategia della comunità internazionale, ovvero non limitarsi all’appoggio alla polizia nazionale, ma combattere le  gang, oltre che messa in sicurezza delle infrastrutture, e operare per la tenuta di elezioni nel Paese. È previsto che arrivi a avere un effettivo di 5.500 militari e 50 civili. Come già la Mmas, anche la Frg non è sotto l’egida dell’Onu, che però ne ha approvato il mandato con un voto al Consiglio di sicurezza il 30 settembre 2025.

Un’operazione offensiva a carattere militare, quindi, non una forza di polizia, abilitata a operare in modo indipendente dalle autorità haitiane. Sarà coordinata da un Ufficio di appoggio per Haiti, basato a Port-au-Prince, che dovrà gestire le questioni logistiche e amministrative.

La Frg sarà in parte finanziata dal fondo delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

I costi stimati della missione e dell’Ufficio di coordinamento sono circa di un miliardo di dollari all’anno. Fondi, però, ancora da trovare. Come anche i Paesi che parteciperanno con l’invio di truppe.

Un patto teorico?

Sul piano politico, il 21 e 22 febbraio si è tenuta la cerimonia di firma del «Pacte national pour la stabilité et l’organisation des élections» (Patto nazionale per la stabilità e l’organizzazione delle elezioni). Il patto, voluto dal Governo di Fils-Aimé (che lo ha presentato al pubblico il 23 febbraio), è stato firmato da alcuni partiti politici e associazioni della società civile, con il benestare dalla Binuh.

Il suo obiettivo è creare condizioni di stabilità al fine di arrivare alle elezioni. Diverse formazioni politiche, tuttavia, sono contrarie non lo hanno sottoscritto.

Intanto, il 3 marzo, il premier Fils-Aimé ha presentato un nuovo esecutivo, ottenuto con un pesante rimpasto del precedente. Un ennesimo patto, una ulteriore forza militare straniera che non si riesce neppure a dispiegare, miliardi di dollari da trovare. La storia di Haiti pare, quanto mai, drammaticamente ciclica.

Marco Bello

HAITI SU MC

  • • Marco Bello, Lo stato «bandito», giugno 2024.
  • • Simona Carnino, Haiti e Curaçao. La rivincita dei Caraibi, 7 gennaio 2026.



Mai abituarsi alla guerra

Mai abituarsi alla guerra. Da alcune settimane l’Ucraina è entrata nel quinto anno d’invasione da parte della Russia di Vladimir Putin. La popolazione ha appena passato un inverno particolarmente duro perché le azioni belliche, intensificate con l’obiettivo di distruggere le infrastrutture energetiche, hanno puntato direttamente alla popolazione. Una guerra indirizzata ai civili, dunque, in modo diretto (con le bombe) e indiretto (con il freddo e le privazioni).

Mentre scriviamo, si è pure scatenato l’attacco totalmente illegale da parte di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. In flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite (articolo 2), senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza e senza alcuna legittima rivendicazione di autodifesa (articolo 51). Un attacco diretto alle Nazioni Unite già debilitate (si veda l’articolo nella rubrica Cooperando). La mossa di Trump, inoltre, aggira l’autorità costituzionale del Congresso degli Stati Uniti, il cui voto è necessario per una dichiarazione di guerra, a meno di attacco contro gli Usa o minaccia di un attacco imminente. Intanto, è partito il macabro conteggio delle vittime civili nella nuova guerra.

Israele, da due anni e mezzo, punta in modo sistematico alla popolazione della striscia di Gaza, uccidendola, oltre che con i proiettili dei cecchini e le bombe degli aerei, per fame, per malattia, per freddo (mentre Hamas usa la gente come scudi). Continua l’occupazione della Cisgiordania e attacca ancora il Libano distruggendo e uccidendo.

Sono guerre fuori da ogni regola, nelle quali gli eserciti si concedono tutto. Nonostante oggi la guerra ibrida e l’uso dei droni diano l’illusione di guerre meno cruente. Restano le trincee e le linee rosse (o gialle) invalicabili. Mentre il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra paiono retaggi del passato.

Poi ci sono le guerre che si dimenticano semplicemente perché i media non ne parlano.

Il conflitto in Sudan, questo mese, compie tre anni. È descritto dalle agenzie dell’Onu come la più grave catastrofe umanitaria odierna, con oltre 12 milioni di sfollati. Guerra civile, ma in realtà guerra internazionale, con l’implicazione di Emirati arabi uniti, Egitto, Russia, Iran, Turchia. Anche qui, l’assedio e poi la caduta della città di Al Fashir (capoluogo del Nord Darfur) a fine ottobre 2025, ha mostrato rappresaglie e violenze inenarrabili contro i civili. Ma poco è stato e viene raccontato sui media cosiddetti mainstream.

Così come avviene per le guerre nel Sahel. In Burkina Faso, a metà febbraio, si è svolta la più grande offensiva, condotta su vari fronti e in diverse provincie, dei gruppi jihadisti di Jenim, legati ad al-Qaeda. Ha coinvolto centinaia di combattenti e ha portato alla morte di oltre 180 persone in pochi giorni, molte delle quali civili.

Le guerre sono anche circondate da false informazioni, oggi favorite da due elementi: la facilità di diffusione tramite social media (che non sono mezzi di stampa e quindi non sono verificati) e la possibilità di fabbricare notizie, foto e video, attraverso un largo uso dell’intelligenza artificiale. Immagini create ad hoc e diffuse in rete attraverso le piattaforme social, sembrano reali e inducono a credere ad avvenimenti mai accaduti e a orientare l’opinione pubblica.

Mai abituarsi alle guerre, mai dimenticare. Informarsi, anche se è difficile. Viviamo in una società sovraffollata di notizie, ma solo di quelle che ci vogliono dare.

Per avere un’informazione plurale e dettagliata, su alcuni temi o Paesi, occorre cercare, leggere i media alternativi. Proprio come MC. Media che non sono in mano a potenti gruppi economici portatori di interessi, ma sono realizzati dal basso, dalla società civile. Come quelli di cui ci racconta Andrea Saroldi nella rubrica «La legge della solidarietà» di questo numero.

La scelta su come informaci è un’opzione che possiamo ancora scegliere.

Felice Pasqua a tutte e tutti.

Marco Bello,
direttore editoriale




Taiwan-Cina. Acqua calma nello Stretto

In una conferenza stampa, il 30 marzo, Cheng Li-wun, la presidente del partito Kmt (Kuomintang, l’ex partito unico di Chang Kai-shek), ha dichiarato di aver accettato con entusiasmo l’invito del presidente cinese Xi Jinping a guidare una delegazione in visita alla Repubblica popolare cinese (Rpc). Come riporta il Taipei Times, Cheng ha detto che spera di promuovere sviluppi pacifici nelle relazioni intra stretto che portino a stabilità nello Stretto di Taiwan. Il braccio di mare che separa l’isola dal continente, con una larghezza minima di circa 130 km, è presentato dagli analisti come un punto nevralgico della geopolitica mondiale e, talvolta, dai media internazionali, come luogo più pericoloso del mondo.

Il Kmt, attualmente all’opposizione, ha posizioni più filocinesi e meno autonomiste rispetto al Partito democratico progressista (Pdd), dell’attuale presidente Lai Ching-te, in carica dal maggio 2024.

Avvicinare le due sponde

La visita della delegazione è quindi da inquadrare in una strategia di Xi di avvicinamento soft tra le due sponde, in vista della riunificazione agognata da Pechino.

Cheng ha detto di voler migliorare le relazioni intra stretto basandosi sul cosiddetto «consenso del 1992». A fine ottobre quell’anno i delegati della Repubblica popolare (del Partito comunista cinese, Pcc) e quelli della Repubblica di Cina (del Kmt)), incontratisi a Hong Kong definirono il principio di «unicità della Cina», valido per entrambi i lati dello stretto. Di fatto, ognuna delle due parti riconosceva una sola Cina, ma ogni soggetto gli attribuiva un significato diverso. Il «consenso» è tuttora valido e spesso richiamato.

Il presidente e segretario generale del Pcc, Xi Jinping, ha invitato la delegazione del Kmt a visitare le città di Jiangsu, Shanghai e Beijing (Pechino) tra il e 7 e il 12 aprile. Un invito che vuole promuovere lo sviluppo pacifico delle relazioni Pcc-Kmt e intra stretto, ha affermato il direttore dell’Ufficio per gli affari taiwanesi di Pechino, Song Tao.

Il 14-15 maggio, sarà la volta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a volare in Cina su invito di Xi Jinping.

Marco Bello