Il continente delle sfide

Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. Quattro Paesi emblematici. Papa Leone entra in contatto con le piaghe del continente. Come quella dei presidenti a vita. Ma incontra anche le sue risorse: i giovani. E fa risuonare forte un messaggio di pace.

«Fin dall’inizio del pontificato ho pensato ad un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale». Era mercoledì 29 aprile e il Papa raccontava il suo viaggio in Africa ai fedeli presenti in Piazza San Pietro per l’udienza generale. Undici giorni storici, dal 13 al 23 aprile, per riaccendere i fari su un continente molto spesso dimenticato. Una terra piena di problemi, dalla povertà ai conflitti, ma ricca di risorse, non equamente distribuite, e soprattutto di energie umane che andrebbero sostenute e valorizzate.

Migliaia di chilometri, diciotto voli, decine di eventi per visitare l’Algeria, il Camerun, l’Angola e la Guinea Equatoriale.

Visita al centro anziani Annaba, in Algeria © Pool Aigav

L’Algeria, la terra di Agostino

Prima tappa, l’Algeria, il Paese più grande dell’Africa, il più musulmano, ma anche, in un certo senso, quello dal gusto più occidentale. Con l’architettura che rimanda al passato coloniale francese e quell’affaccio sul Mediterraneo che accomuna tante città bagnate dal Mare Nostrum. L’Algeria è la patria di Agostino ma soprattutto è quel cantiere di dialogo tra le fedi che, dopo gli anni della guerra civile, è un cammino consolidato. Non facile, non privo di ostacoli, ma comunque sempre in moto.

Il ricordo dei martiri di Tibhirine, uccisi nel 1996, dai jihadisti (secondo le fonti ufficiali), resta vivo; per questo è stato commovente vedere sincere esperienze di amicizia tra musulmani e cristiani, e quella scritta, «Nostra Signora d’Africa prega per noi e per i musulmani», nella basilica che è riferimento della piccolissima comunità cattolica di Algeri.

A guidarla è il cardinale Jean-Paul Vesco, francese di nascita ma con un passaporto algerino. «Monsignor Pierre Claverie ripeteva spesso che tutti noi dovremmo avere un amico musulmano», dice il cardinale, noto anche per essere un maratoneta, citando il vescovo martire di Orano. Francese, domenicano e pastore in Algeria, assassinato trent’anni fa e beato dal 2018. «A lui devo la mia presenza qui nel Maghreb», confida Vesco.

Il passato, sia il periodo del colonialismo che la lunga guerra civile, il «decennio nero» dal 1992 al 2002, ha lasciato ferite non ancora del tutto rimarginate. Ma oggi si affacciano nuovi pericoli come i «neocolonialismi» e l’indifferenza che lascia morire i migranti, non solo in mare, ma anche nelle traversate del deserto. «Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza!», le parole di Leone al palazzo dei Congressi di Algeri, dove il primo giorno del suo viaggio ha incontrato le autorità del Paese.

Il processo di pacificazione passa innanzitutto dal dialogo tra le fedi. E non a caso, nella prima giornata del suo viaggio apostolico in Africa, il 13 aprile, il Papa ha anche scelto di visitare la Grande moschea di Algeri perché «siamo tutti fratelli e sorelle, e figli dell’unico Dio».

L’Algeria per un agostiniano come papa Leone, e per qualsiasi cristiano, è però Ippona, oggi Annaba, la terra dove Agostino è stato vescovo dal 396 al 430. Qui c’è un sito archeologico: pietre, che vagamente ricordano quella città antica. Oggi questo luogo si è arricchito di un ulivo, piantato il 14 aprile dal Papa della pace «disarmata e disarmante».

Il Camerun, tra guerra e povertà

Manifesto di accoglienza per papa Leone a Bamenda, nel Camerun anglofono, zona di conflitto.
© Manuela Tulli

Da Algeri a Yaoundé, in Camerun, 3.800 chilometri per spostarsi nel cuore dell’Africa equatoriale. Il Camerun è soprannominato «Africa in miniatura» perché racchiude in un solo Paese le principali caratteristiche geografiche, climatiche e culturali dell’intero continente. Dai vulcani attivi alle foreste equatoriali, savane e deserto, e una biodiversità straordinaria, insieme a una popolazione di oltre 200 etnie e lingue.

Nella capitale alcune strade sono state realizzate quest’anno proprio in vista della visita del Papa. Bastava però uscire dal centro, anche di poco, per ritrovare lingue d’asfalto che attraversavano quartieri dove mancava tutto. Case di fango e lamiere sulla terra rossa che si infilava in ogni piega dei vestiti.

La gente vive per lo più in strada, spostandosi a piedi, o con i motorini, unico mezzo abbordabile dalla classe media.

Ad accogliere papa Leone è stato Paul Biya, 93 anni, presidente del Paese, ininterrottamente da 43 anni. Era stato lui ad accogliere Giovanni Paolo II nelle sue visite in Camerun dell’agosto del 1985 e nel settembre del 1995. Sempre Biya aveva accolto a Yaoundé, a marzo del 2009, Benedetto XVI.  È uno dei problemi dell’Africa: la difficoltà di liberarsi da regimi autocratici mascherati da democrazie. è stato così anche in Guinea Equatoriale dove il Papa è stato accolto dal presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. In carica da 46 anni, è il presidente che detiene il potere da maggiore tempo non solo in Africa ma nel mondo. Lui aveva accolto papa Wojtyla nel 1982.

Il vicepresidente della Guinea Equatoriale è Teodorine, uno dei figli, salito agli onori delle cronache per la sua passione per le auto, dalle Lamborghini alle Maserati, ma anche per processi in mezzo mondo nei quali è accusato di corruzione.

Visita Orfanatrofio a Yaoundé © Pool Aigav

Legittimazione dei regimi?

Il segretario del Dicastero per l’evangelizzazione, monsignor Fortunatus Nwachukwu, nigeriano, conosce bene questa piaga: «Abbiamo avuto esempi di governi africani che hanno preso la situazione in mano e hanno iniziato a cambiare le cose nei propri Paesi. Mentre ci sono purtroppo dei governanti che gestiscono il loro potere con arroganza, e quasi applicano in forma inculturata le stesse prassi del colonialismo, adattandole al nepotismo e al tribalismo. Favoriscono le proprie famiglie, le proprie etnie, puntando a cancellare le altre».

E allora che cosa deve fare la Chiesa? Papa Leone XIV lo ha spiegato in maniera illuminante, facendo capire perché i pontefici, che hanno viaggiato nella storia, hanno voluto immergersi anche in queste situazioni. «La presenza di un Papa con qualsiasi capo di Stato può essere interpretata in modi diversi, a volte abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno regimi autoritari, non sempre facciamo grandi proclami, criticando, giudicando o condannando, ma c’è molto lavoro da fare dietro le quinte», ha spiegato Leone rispondendo ai giornalisti che chiedevano se non ci fosse un rischio di legittimazione per questi personaggi.

Per il Papa anche questo è un modo per «applicare il Vangelo a situazioni concrete in modo che la vita delle persone possa essere migliorata».

E, infatti, papa Leone, come i suoi predecessori che sono stati in Africa, non ha fatto sconti a questi signori. È stato proprio in Camerun, di fronte all’inossidabile Biya che ha lanciato un appello chiaro, senza giri di parole: «La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto sono essenziali per ripristinare la fiducia. È tempo di osare un esame di coscienza e un coraggioso salto di qualità», ha aggiunto, spiegando che «l’autorità pubblica è chiamata a essere ponte, mai fattore di divisione».

I due Camerun

Il Camerun, oltre alle disuguaglianze e alla corruzione, vive ancora oggi, sulla propria pelle, la guerra civile nella regione anglofona del Nord. Dal 2016 le richieste di questa parte del Paese sono finite in una guerra di secessione che ha prodotto migliaia di morti. Il Papa ha scelto di toccare con mano questa piaga e si è recato nell’epicentro del conflitto: Bamenda.

«È il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese – ha affermato -. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».

Padre Chin Godlove della congregazione degli Scolopi auspica che la visita del Papa possa avere lasciato in quella terra la pace perché «ne abbiamo davvero molto bisogno».

La gente è provata ma felice: è difficile descrivere l’entusiasmo e la gioia di questo popolo che ha sentito arrivare una carezza e che soprattutto sa vivere una fede che si fa carne, tra preghiere, canti e balli. 

L’Angola, diamanti, petrolio e bidonville

Ragazze in attesa del Papa, alla messa di Kiamba, in Angola. © Manuela Tulli

Terza tappa del viaggio papale è stata Luanda, capitale dell’Angola, una delle città più moderne e costose dell’Africa. Come già succede in Camerun, anche qui la fede si vive con gioia. Seminari e conventi straboccano di vocazioni, ma la Chiesa non ha un compito facile, perché le disuguaglianze sono stridenti (vedi MC maggio 2026).

In Angola, nei giorni della visita del Papa, ovunque c’era gente in festa, i canali tv locali non trasmettevano altro che la visita del pontefice, i fedeli lo attendevano per ore sotto il sole. Al santuario mariano di Muxima, i giovani hanno piantato ovunque le tende. Sono rimasti lì per giorni per essere sicuri di potere vedere il Papa di Roma. Ed è proprio ai giovani che si è rivolto Leone affidando loro «un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà».

In un Paese, l’Angola, dalla bellezza struggente e dai grandi giacimenti di petrolio e diamanti, c’è chi si gode la «saint-tropez» africana, con i suoi lungomare pieni di locali alla moda, e chi non ha neanche l’acqua potabile. I grattacieli di Luanda a fatica riescono a nascondere le baracche di lamiera delle bidonville. Poi ci sono quelle nuove città «made in China», come Kilamba, a marcare la presenza di una potenza economica che vede nell’Africa una miniera senza fine dalla quale drenare risorse. In cambio, la potenza asiatica realizza qualche infrastruttura, una strada, un aeroporto, un quartiere residenziale, ma l’ombra di un nuovo modo di colonizzare è sempre più evidente.

E il Papa non poteva non lanciare un messaggio contro queste profonde disuguaglianze, tra le più ampie nell’Africa e nel mondo. «La storia del vostro Paese – ha detto in Angola -, le conseguenze [della guerra] ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli».

È possibile allora «costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione». E ha invitato tutti a «promettere» di adoperarsi «senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità». Parole, ma anche fatti, perché in ogni tappa papa Leone ha voluto avere almeno un incontro con gli emarginati: bambini orfani o abbandonati, anziani lasciati nelle case di cura perché considerati un peso per le famiglie o addirittura accusati di stregoneria, malati degli ospedali con problemi fisici o psichiatrici. E in ognuno di questi centri ha trovato suore, religiosi, volontari pronti a chinarsi sui dolori del mondo.

Fedeli durante la messa del Papa a Yaoundé, con la bandiera del Camerun. © Pool Aigav

La Guinea Equatoriale, diritti umani a rischio

Da Luanda il papa è volato a Malabo, in Guinea Equatoriale, tra foreste e villini coloniali. È uno dei Paesi più piccoli dell’Africa, sulla cartina appare squadrato, una forma frutto di confini tirati con il righello dai colonizzatori. La capitale, Malano, era sull’isola di Bioko, fino allo scorso gennaio, quando è stata trasferita alla nuova Ciudad de la paz, costruita da zero nella foresta della zona continentale. Nella «San Pietro» guineana, a Mongomo, una chiesa che con il suo porticato vuole ricordare proprio la basilica vaticana, papa Leone ha benedetto la prima pietra della cattedrale che verrà costruita nella nuova capitale.

Ma la benedizione è stata data soprattutto alla gente che vive ai margini. Uno dei momenti storici del viaggio resta la visita al carcere di Bata. «Non posso dimenticare ciò che è accaduto lì», ha detto in seguito papa Leone nell’udienza generale del 29 aprile.

Bata, sul litorale della Guinea Equatoriale, è un penitenziario noto alle associazioni umanitarie, a partire da Amnesty International, per le dure condizioni in cui versano i suoi detenuti. Questi, talvolta, vengono isolati dalle loro stesse famiglie e dagli avvocati.

Per l’arrivo del Papa tutto era lindo, le divise dei carcerati nuove, le pareti intonacate da poco. L’istituto penitenziario ha voluto mostrare il meglio di sé. Ma questo non ha sollevato Leone dal chiedere «rispetto per la dignità di tutti», «umanità» e una giustizia che non abbia come unico obiettivo quello di «punire» ma anche di offrire una nuova chance a chi ha sbagliato. Sono stato commoventi i giovani detenuti tutti schierati nel cortile: quasi tutti uomini, le donne sono una trentina sugli oltre seicento prigionieri totali. Capelli rasati, divise color arancio o verde oliva, a seconda della sezione di appartenenza. Hanno ballato davanti a Leone e cantato in spagnolo, lingua parlata solo in questo Paese in tutto il continente africano. Ma appena il Papa ha lasciato il carcere, scortato dalla sicurezza sotto un diluvio torrenziale, hanno sciolto le righe gridando a gran voce «libertà, libertà».

Papa Prevost sapeva di arrivare in una terra dove i diritti umani non sono pienamente rispettati. Ci sono le carceri, buchi neri, soprusi, ma c’è ancora una volta quella ricchezza distribuita troppo ingiustamente. «Tante sono le ricchezze naturali di cui il Creatore vi ha dotato: vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti», ha detto il pontefice nell’omelia della messa a Mongomo.

Ora, dopo il viaggio di papa Leone, restano tante sfide da affrontare. È ancora l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu a sintetizzare il quadro: «L’Africa è vista a livello internazionale o come un bambino in culla, al quale dare del latte per non farlo piangere, o come una miniera da depredare, o come una discarica in cui riversare ogni tipo di rifiuti. Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare, anche all’interno della Chiesa», sottolinea. «L’Africa si trova in una situazione che non ha voluto, ma sta lavorando per reagire e risollevarsi. Il Signore è con l’Africa, il continente che Gesù ha di legato a sé fin da bambino e dove ha cercato rifugio quando era in pericolo».

Manuela Tulli

Guinea Equatoriale. Il campus universitario dedicato a papa Leone. © Pool Aigav



Africa. Leone XIV verso gli ultimi

Portare una carezza agli «ultimi» della terra, bambini, giovani, malati, anziani. Portarla alle persone che già vivono in terre piene di difficoltà e che, in più, hanno un vissuto di ulteriore sofferenza e rischiano di perdere la speranza.

Papa Leone XIV, nel suo recente viaggio in Africa, dal 13 al 23 aprile, ha voluto toccare con mano le sofferenze di quel popolo spesso abbandonato composto da orfani e disabili, fino agli anziani «parcheggiati» in strutture perché le famiglie non riescono, o non vogliono, occuparsene. E lo ha fatto in un contesto già difficile, segnato da povertà e ingiustizie, dove questa umanità appare ancora più ai margini.

Allo stesso tempo ha mostrato al mondo che ci sono persone, tra religiosi, suore, e volontari, che, con la loro opera quotidiana, sottolineano che non ci sono vite meno degne di altre. E, visitando diverse strutture che si prendono cura degli «ultimi», ha mostrato che ci può essere gioia e condivisione.

L’orfanotrofio in Camerun

A Yaoundé, in Camerun, il Papa ha visitato l’orfanotrofio Ngul Zamba (che tradotto significa «la forza di Dio») che accoglie bambini e giovani, una sessantina in tutto dai 3 ai 20 anni. C’è chi non ha più i genitori, chi invece è stato abbandonato, chi ha già incontrato, nella sua breve strada percorsa, droga o violenza.

Madre Régine Cyrille Ngono Bounoungou, superiora generale delle Figlie di Maria, congregazione in missione in otto Paesi dell’Africa, parla con una grande tenerezza di questi ragazzi fragili: «Questi volti sono per noi il riflesso più puro del Cristo sofferente e pieno di speranza».

E prima dell’abbraccio dei piccoli, il Papa ha rivolto a tutti parole di grande speranza: «Il Vangelo ci ricorda che Gesù aveva una speciale benevolenza per i bambini come voi, li metteva al centro. Sappiate che Lui guarda ognuno di voi, oggi, con lo stesso affetto».

Dai bambini agli anziani in Angola

Dai bambini agli anziani. Quasi ogni giornata del lungo viaggio di Papa Leone XIV in Africa, in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, si è aperto o concluso con una tappa nei luoghi dove le condizioni sembrano, e sono, più difficili, ma dove non manca la gioia che nasce dalle piccole cose della vita quotidiana.

A Saurimo, in Angola, città rinomata per le sue miniere di diamanti, Leone XIV ha visitato il Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo, esempio virtuoso in un continente dove l’assistenza sociale fatica a trovare spazio nelle politiche, che accoglie circa sessanta uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. Il Papa li ha incoraggiati sottolineando che «le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo. E dobbiamo loro riconoscenza, perché hanno affrontato grandi difficoltà per il bene della comunità».

L’ospedale psichiatrico in Guinea Equatoriale

A Malabo, in Guinea Equatoriale, Leone XIV ha invece varcato la soglia dell’ospedale psichiatrico Jean-Pierre Olie, situato nel distretto di Sampaka, nei pressi di Malabo, fino a gennaio di quest’anno capitale del Paese (lentamente si sta trasferendo il cuore dell’amministrazione alla nuova Ciudad de la paz).

Un ospite della struttura, Tarcisio, gli ha dedicato una poesia. Leone lo ha ringraziato aggiungendo: «In un ambiente come questo si compongono ogni giorno tante ‘poesie’ nascoste, forse non con parole, ma con piccoli gesti, con sentimenti, con attenzioni nei rapporti tra di voi. È un poema che solo Dio sa leggere pienamente e che consola il Cuore misericordioso di Cristo».

Accoglienza in Algeria

È, infine, un ponte di dialogo tra le fedi l’attività caritativa della Chiesa in Algeria, paese al 99 per cento musulmano.

Nella città di Sant’Agostino, Ippona, oggi Annaba, Papa Leone ha visitato la Casa per Anziani delle Piccole sorelle dei poveri, un luogo di cura sulla collina di Lala Bouna, proprio accanto alla Basilica dedicata al santo riferimento del Papa agostiniano.
Guidata da suor Philomena Peter, la comunità si dedica agli anziani più bisognosi, tra i quali molti musulmani, restituendo loro dignità e offrendo amicizia senza alcuna distinzione di fede.
Durante la visita, Papa Leone XIV ha incontrato le suore, il personale e i quaranta ospiti per i quali questa casa è diventata «la loro famiglia».

Manuela Tulli




Giordania. Il lento esodo dei cristiani

Il Paese islamico è stretto tra Israele, Siria, Iraq e Arabia saudita. Unico finora in pace nell’area, ospita milioni di profughi. La piccola e antica comunità cristiana vive libertà di culto, ma non di religione. Resiste alle difficoltà, sebbene il rischio della diaspora sia grande.

Fuheis, cittadina a una trentina di chilometri a est del fiume Giordano e a quindici a nord ovest di Amman, la capitale della Giordania, è immersa in un ambiente rurale e montano.

La via principale è costellata di punti di ristoro, diversi dei quali richiamano anche il cibo italiano, dalla pizza alla pasta.

Tra i negozi, ci sono quelli che vendono articoli religiosi, statue per adornare giardini e case, rosari e presepi. Su circa quarantamila abitanti, oltre il 90 per cento sono cristiani.

«Nella piazza principale, ogni anno a dicembre facciamo un grande albero di Natale, e arrivano da tutto il Paese per ammirarlo», dice padre Paul Haddad, parroco della Chiesa greco cattolica melchita di Fuheis.

Nella città, nell’arco di pochi chilometri quadrati, sono presenti cinque chiese di rito cattolico latino e melchita, oltre agli ortodossi.

«I cristiani sono qui da duemila anni, e ancora oggi si celebrano decine di battesimi e matrimoni», sottolinea padre Paul, spiegando che tra i fattori che rafforzano l’identità cristiana della popolazione ci sono le scuole cristiane, le quali, per il loro alto livello di insegnamento, attraggono anche famiglie musulmane.

«Cristiani e musulmani crescono insieme fin dai banchi di scuola, ed è lì che si comincia a coltivare il dialogo tra le fedi», spiega il sacerdote.

Minoranza in diminuzione

La Giordania, incastonata tra Siria, Iraq, Arabia saudita e Israele, ha una superficie poco più grande di un quarto dell’Italia, e conta 12 milioni di abitanti. Di questi, secondo i dati della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), il 95,4 per cento sono musulmani, quasi tutti sunniti. I cristiani sono l’1,3 per cento (circa 156mila). Il resto si divide tra agnostici, atei, baha’i, buddhisti e altre minoranze storiche come zoroastriani e yezidi.

In questo contesto, una città a maggioranza cristiana come Fuheis è un’eccezione.

Altre importanti comunità cristiane nel Paese si trovano a Madaba, la città dei mosaici, a 40 km a sud di Fuheis, dove è forte il culto per Giovanni Battista, o ad Anjara, 50 km a nord di Fuheis, dove c’è il santuario mariano della Madonna del Monte.

I parrocchiani di Fuheis con i quali parliamo non nascondono le difficoltà della convivenza con famiglie di diverse fedi o provenienze: «I cristiani non vendono le case ai musulmani. Le vendono ad altri cristiani per attrarre famiglie che hanno la loro stessa fede da tutto il Paese», spiegano, descrivendo una realtà – comune a tutti i Paesi musulmani – segnata dalla preoccupazione di difendere la propria identità e dal tentativo di conservare una sorta di «christian quarter».

La presenza cristiana, infatti, è drasticamente diminuita negli anni, soprattutto per cause economiche. «Non abbiamo problemi di convivenza tra le fedi. Il mio problema – dice padre Yousef Francis, parroco cattolico latino ad Anjara, originario dell’Egitto ma presente in Giordania con i Missionari del Verbo incarnato da molti anni – è che la comunità perde una, due famiglie l’anno. Prima vanno ad Amman a cercare lavoro. E da lì, poi, vanno all’estero, soprattutto in Canada ed Australia».

Croce sul Monte Nebo, Giordania. Foto in CC da Catholic Church (England and Wales)_flickr


Libertà di culto, ma non di religione

Ovunque si vada in Giordania, i cristiani raccontano di essere rispettati. Hanno rappresentanti in Parlamento, nel Governo e anche nelle forze armate.

L’apertura della monarchia hashemita, che da sempre custodisce anche i luoghi santi a Gerusalemme, è confermata dall’ultimo rapporto sulla libertà religiosa di Acs: «Le relazioni tra musulmani sunniti e cristiani nel Paese sono solitamente pacifiche. La comunità cristiana ha più volte lodato la famiglia reale per aver favorito uno spirito di tolleranza. La Chiesa cattolica è presente con parrocchie e istituzioni, come Caritas Giordania. C’è accoglienza anche per i migranti cristiani e indù, provenienti soprattutto dall’Asia, che vivono e lavorano temporaneamente nel Paese».

Tuttavia, benché sia garantita la libertà di culto, e vengano anche incentivati i pellegrinaggi nei luoghi cristiani dalle stesse autorità giordane, non si può parlare di una vera e propria libertà di religione, perché sono vietati sia il proselitismo che le conversioni al cristianesimo dall’islam.

Conflitti e pellegrinaggi

I conflitti che riguardano tutta l’area del Medio Oriente, da quello tra Israele e Hamas dopo il 7 ottobre 2023 a quello iraniano, hanno inevitabilmente avuto conseguenze anche in Giordania, Paese che ha scelto da anni la via della pace.

Incontriamo ad Amman il Nunzio apostolico monsignor Giovanni Pietro Dal Toso. Egli sottolinea che la comunità cristiana «qui è piccola ma fortunata, perché abbiamo ben tre ministri cristiani nel Governo, e poi i cristiani gestiscono scuole, ospedali, università».

La Giordania, prosegue Dal Toso, «è una terra bellissima, ed è Terra Santa. Può essere meta di turismo, ma soprattutto di pellegrinaggi», esperienze che possono arricchire spiritualmente chi le compie, e aiutare economicamente le comunità cristiane che vi abitano. Ma i pellegrinaggi, a partire dall’ottobre 2023, arrivano con il contagocce: «Quando in Italia si parla di Giordania, in tanti tendono a confondersi e a pensare alla Cisgiordania», prosegue Dal Toso, e questo può rappresentare un freno.

Dopo il 28 febbraio, con l’offensiva di Israele e Usa contro l’Iran, e successivamente contro i villaggi del Libano dove c’è la roccaforte di Hezbollah, anche la Giordania è finita tra i Paesi per i quali, ad esempio le autorità italiane chiedono ai viaggiatori di muoversi con «grande cautela». Le sirene, infatti, talvolta risuonano anche in questo angolo di Medio Oriente che cerca di difendere la pace, perché è difficile proteggere i cieli dal passaggio dei missili.

L’Opera romana pellegrinaggi, però, sta cercando il modo di rilanciare i viaggi di fede nel Paese: «Venire in Giordania – afferma la responsabile dell’Opera, madre Rebecca Nazzaro, pure lei ad Amman – è anche un segno di solidarietà concreta nei confronti dei cristiani che rimangono qui».

Madre Rebecca parla proprio dei giordani cristiani che decidono di non emigrare, nonostante le difficoltà: «Si tratta di un piccolo gregge, come lo ha chiamato papa Leone nel suo viaggio in Turchia, di cui ogni cristiano dovrebbe sentirsi responsabile in uno spirito missionario, a cui tutti siamo chiamati, soprattutto noi che abbiamo la libertà di vivere la nostra fede, affinché possiamo portare anche solo una goccia di speranza, di incoraggiamento, ai cristiani di questo Paese».

Il fiume Giordano nel punto in cui, secondo la tradizione, è avvenuto il battesimo di Gesù. Foto in CC da Ankur Panchbudhe_flickr.

Sul confine con la West Bank

Il conflitto israelo-palestinese è al di là dei confini della Giordania, ma ci sono posti del Paese nei quali il dramma della vicina Palestina si sente più forte.

Uno di questi è il luogo nel quale, secondo la tradizione, fu battezzato Gesù, chiamato Betania al di là del Giordano, in arabo Al-Maghtas, sulla sponda est del fiume.

A separare la Giordania dalla West Bank, la Cisgiordania, c’è solo una lingua d’acqua, il fiume Giordano, appunto. Padre Andres Nowakowski, missionario del Verbo incarnato che vive in un convento sul confine, nel quale durante le messe si rinnovano le promesse battesimali, racconta: «Arriva sempre alle nostre orecchie il suono delle sirene. Quando sono passati i droni dall’Iran diretti su Gerusalemme e Tel Aviv, qui ha tremato tutto. Da noi, la guerra non c’è, ma le conseguenze sì: se prima del 7 ottobre 2023 arrivavano uno o due gruppi di pellegrini al giorno, ora ne arrivano uno o due a settimana».

Le bandiere che sventolano sulle acque del Giordano cambiano di colore a seconda della riva sulla quale sono piantate, come anche le divise dei militari che presidiano il sito religioso, un luogo ultrasensibile sotto il profilo della sicurezza.

Nel santuario cattolico, dove vivono religiosi e religiose, si prega ogni giorno per la pace. «Nella parrocchia di Gaza sono della nostra stessa congregazione», ricorda padre Andres.

Il contatto con i confratelli di Gaza è continuo: «Per noi è molto difficile sopportare il pensiero che qui la vita continua in modo abbastanza normale e che di là, invece, no.

La pace non è ancora arrivata», chiude con tristezza il religioso.

Dialogo interconfessionale

Betania è anche un importante luogo di dialogo tra le confessioni cristiane. A pochi metri, l’una dall’altra, ci sono una chiesa cattolica, una greco ortodossa e una degli ortodossi che fanno riferimento al Patriarcato di Mosca.

«Ci incontriamo periodicamente – riferisce padre Andres -, anche per decidere come accogliere i pellegrini, e recitiamo, in queste occasioni, un salmo insieme».

Non mancano scambi di doni, di bottiglie di vino, da parte dei monaci nuovi arrivati.

Il dialogo tra le diverse confessioni non è scontato, né in Terra Santa, né in altri luoghi.

Basta spostarsi di pochi metri e i cellulari cambiano gestore e fuso orario. I territori dei due Paesi, infatti, qui, dove il fiume fa da confine, si compenetrano.

Padre Andres ci parla della speranza che si riesca a voltare pagina, perché l’eco della guerra tra Israele e Hamas, a Betania di Giordania, non è costituito solo dal suono delle sirene, ma anche dal calo dei viaggi di fede, e quindi dell’economia, e dall’aumento delle famiglie cristiane che cercano fortuna all’estero.

Qui, sulla riva del Giordano, si prega e si spera guardando al futuro. Il santuario cattolico in costruzione non è finito, mancano i mosaici e diversi servizi per i pellegrini, «ma contiamo di essere pronti per il 2030 – assicura padre Andres – quando celebreremo i duemila anni del battesimo di Gesù».

Solidarietà targata Italia

In Giordania ci sono diverse opere di solidarietà «made in Italy». Un esempio è «l’Arsenale dell’incontro» a Madaba, dove andiamo a incontrare tre consacrate del Sermig, il Servizio missionario giovanile, nato a Torino nel 1964 da una intuizione di Ernesto Olivero.

Appena fuori della città, hanno aperto un centro diurno per assistere ragazzi disabili ai quali offrire anche una chance per il loro futuro. Ci sono laboratori di arte, di mosaico, di cucina e di agricoltura sostenibile.

A guidare questa coraggiosa esperienza sono Cristiana, Chiara e un’altra Chiara. Le tre donne hanno lasciato l’Italia, imparato l’arabo e si sono messe al servizio delle famiglie in difficoltà. L’opera fa riferimento alla rete caritativa del Patriarcato latino di Gerusalemme.

«L’idea è molto semplice – spiega una delle tre, Chiara Giorgio -: ci si incontra a partire da ciò che ci unisce, come quella sofferenza che accomuna tanti che è la disabilità». Una condizione che in Giordania ha un’elevata incidenza nella popolazione. Nell’Arsenale dell’incontro si cerca allora di trasformare «la sofferenza in una opportunità per imparare a incontrarci» e «diventare famiglia attorno ai più piccoli, perché loro ci insegnino a dialogare».

I bambini e giovani seguiti nella sede del Sermig di Madaba sono attualmente 275, «ma abbiamo duecento persone in lista d’attesa», fanno presente le missionarie, sottolineando che la richiesta è cresciuta anche per il passaparola tra le famiglie.

Al piano terra c’è una cappella. Come nelle altre sedi del Sermig, a chiudere il tabernacolo è lo sportello a tenuta stagna dei forni con i quali in passato si realizzavano bombe e armi. Un simbolo per dimostrare che la conversione, a partire dagli oggetti per passare ai cuori, è possibile.

«L’Arsenale dell’incontro – spiega Chiara – oggi dà lavoro a 29 persone tra educatori, educatrici e servizi ausiliari. Tra loro c’è anche un giovane ex assistito che oggi lavora a pieno titolo. Un segno di speranza anche per tutti gli altri».

Laboratorio di mosaico organizzato dalla Caritas a Madaba. Foto in c da Catholic Church (England and Wales)_flickr.

Il vino di Anjara

Parla italiano anche la piccola produzione di vino che è stata aperta ad Anjara, al santuario della Madonna del Monte.

Il marchio del vino è «La Giara», e l’azienda è stata avviata grazie all’aiuto della Conferenza episcopale italiana. In essa si offre una formazione e anche un’occasione di guadagno ai giovani.

Italiana è anche la statua della Madonna che fu portata decenni fa in questo angolo della Giordania da un prete italiano, don Angelo Foresto, oggi sepolto presso l’area del santuario insieme alla madre.

Il sito di Anjara, oltre a essere l’unico santuario mariano della Giordania, è anche una vera e propria parrocchia. Essa ha aperto, grazie alla dedizione di religiosi e religiose, anche in questo caso del Verbo incarnato, una serie di opere di misericordia: una scuola, un centro per la fisioterapia dedicato ai ragazzi disabili, un punto Caritas che aiuta le famiglie in difficoltà, e un orfanotrofio. «Ma noi non li chiamiamo orfani – ci tiene a precisare padre Yousef Francis, parroco e responsabile di tutta la struttura -, li chiamiamo “i bambini della casa”».

E qui, presso il santuario di Anjara si ripete l’invito di riprendere i pellegrinaggi, perché il turismo era uno dei pochi settori trainanti dell’economia.

Nell’area mediorientale la Giordania è considerata un Paese a reddito medio, ma la disoccupazione supera il 21 per cento (il 31 se si considerano solo le donne).

Aspettando Leone XIV

Il ritorno dei pellegrini è auspicato anche a Madaba, dove è custodita la prima mappa della città di Gerusalemme. In particolare, si spera in una prossima visita di Papa Leone XIV.

A farsi portavoce di questo desiderio è padre Tareq Abu Hanna, parroco della chiesa latina della Decapitazione di San Giovanni Battista: «Abbiamo avuto la visita in Giordania, e anche qui a Madaba, di quattro pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Auspichiamo che anche Leone venga qui. Conosce la nostra realtà tramite il Patriarca Pierbattista Pizzaballa e sa che lo aspettiamo».

«Sappiamo che per il 2033 è in programmazione un grande evento in Terra Santa», riferisce don Giovanni Biallo, assistente spirituale dell’Opera romana pellegrinaggi, parlando dei duemila anni dalla morte e resurrezione di Cristo, anniversario per il quale papa Leone ha già parlato, a fine novembre, nel corso del suo viaggio in Turchia, di un incontro ecumenico da tenersi a Gerusalemme, dopo quello che si è svolto l’anno scorso a Nicea.

«Ricordo quando venne papa Francesco in Terra Santa, il primo luogo che visitò fu proprio la Giordania».

Quanto a papa Leone, «abbiamo la certezza – conclude don Giovanni – che ha un desiderio molto profondo di venire in questa terra. È qui che noi cristiani siamo nati».

Manuela Tulli

View in the Zaatari Camp Jordan

Profughi

Sono più di 2,39 milioni, secondo l’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi nel vicino Oriente), i rifugiati palestinesi registrati in Giordania.

La maggior parte di essi, per motivi storici che risalgono agli anni tra il 1948 e il 1967, hanno cittadinanza giordana.

Circa il 18 per cento vive in dieci campi profughi ufficiali sparsi in tutto il territorio. Oltre a questi dieci, ce ne sono altri tre non ufficiali, e altri rifugiati vivono vicino ai campi. La gran parte dei profughi palestinesi nel Paese sperimenta condizioni socio economiche difficili.

Dopo il 7 ottobre 2023, la linea ufficiale del Governo giordano è stata quella della chiusura della frontiera, con l’intento di arginare lo «svuotamento» della Cisgiordania.

Ai profughi palestinesi si aggiungono quelli provenienti da altri Paesi. Secondo l’Unhcr, erano circa 561mila a fine 2025, per la gran parte siriani, poi iracheni, yemeniti, sudanesi, somali e altri. Circa l’80% di essi non vive in campi per rifugiati, ma nelle aree urbane. Quasi la metà di questa popolazione rifugiata è costituita da minorenni.

Dal dicembre 2024, con il cambio di regime nella confinante Siria, molti profughi provenienti da quel Paese stanno tornando nella loro terra. L’Unhcr prevede che entro la fine del 2026, la popolazione di rifugiati registrata in Giordania (esclusi i palestinesi) potrebbe diminuire a 290mila persone.

Luca Lorusso




Cristiani d’Arabia. Stranieri e fraterni

Parla il vicario apostolico, monsignor Paolo Martinelli. I conflitti in Medio Oriente, il dialogo, la speranza dei giovani. Un milione di fedeli cattolici, tutti immigrati, negli Emirati arabi uniti, Oman e Yemen. In quest’ultimo Paese la situazione più difficile.

La sofferenza per i conflitti in Medio Oriente non risparmia i cristiani che vivono in Arabia. «Noi – ci dice monsignor Paolo Martinelli, francescano, vicario apostolico per l’Arabia del Sud -, attraverso la presenza dei migranti che provengono da Palestina, Libano, Siria e dagli altri Paesi in conflitto, tutti i giorni facciamo esperienza dell’afflizione che si vive in quei luoghi. Come comunità cristiana, portiamo avanti un’opera di accompagnamento, di sostegno, di condivisione, perché tutti loro, in qualche modo, hanno parenti o amici che hanno patito le violenze, che hanno perso la vita. Cerchiamo di farci carico del loro dolore».

Monsignor Paolo Martinelli | © Apostolic Vicariate of Southern Arabia / AVOSA

Il vicariato del Sud Arabia

La sede principale del vicariato apostolico della Chiesa cattolica per l’Arabia del Sud si trova ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi uniti, ma il suo servizio pastorale abbraccia anche l’Oman e lo Yemen, Paese, quest’ultimo, dove la situazione è difficilissima a causa della guerra.

Il vicariato si estende su un territorio di 930mila km2 (oltre tre volte l’Italia) abitato da 45 milioni di persone.

I cattolici guidati dal vescovo Paolo sono un milione, tutti immigrati per lavoro.

«Negli Emirati arabi, la situazione è tranquilla, e in sicurezza – prosegue il monsignore -. Mi sembra che il Governo abbia una grande capacità di tenere rapporti buoni con gli altri Paesi. Noi possiamo vivere una vita serena, tenuto conto della situazione. Però, nella comunità cristiana, sentiamo l’eco dei conflitti. Tra i nostri fedeli, molti arrivano dal Libano, dalla Palestina, dalla Giordania. A partire dal 7 ottobre del 2023, quasi tutti loro hanno avuto lutti e feriti. Anzi, spesso sono arrivati dalle nostre parti in situazione di emergenza».

La vita della comunità cristiana è scandita da preghiere, messe, catechesi, come in ogni diocesi del mondo.

Una peculiarità del vicariato dell’Arabia del Sud è che il suo territorio si estende in Paesi molto differenti tra loro, per la loro cultura e per la situazione geopolitica che attraversano.

Un’altra peculiarità è quella di fare da punto di riferimento per una comunità composta da persone provenienti da molti posti diversi, compresa l’Italia.

Ora si sente forte anche la presenza degli immigrati scappati dalle vicine guerre. «Tanti dei nostri fedeli sono preoccupati per il destino della propria gente – ci dice monsignor Martinelli -. Per noi è importante camminare insieme, soprattutto non smettere mai di pregare. In tutte le nostre messe c’è sempre un’invocazione per la pace, in particolare nel Medio Oriente.

E poi offriamo un sostegno più complessivo, perché le persone non perdano la speranza e continuino a fare progetti per ricominciare».

© Apostolic Vicariate of Southern Arabia / AVOSA

Lo Yemen pericoloso

Il vescovo ci parla dei tre Paesi del suo vicariato.

Se gli Emirati arabi uniti hanno una forte tradizione di dialogo interreligioso e una cultura che sostiene il confronto tra le persone, pur con le loro differenze culturali, etiche e religiose, l’Oman «è un Paese molto più tradizionale, ma anche molto accogliente, abitato da gente molto mite». Lo Yemen, infine, è un Paese dove è difficile essere cristiani. «Lì, avevamo quattro chiese, ma sono state tutte praticamente distrutte».

È in Yemen che il 4 marzo 2016 furono uccise quattro Missionarie della Carità, la congregazione fondata da Madre Teresa di Calcutta.
Le suore stavano servendo la colazione agli anziani della casa di Aden quando furono attaccate dai terroristi. Assieme a loro morirono anche diversi collaboratori della struttura. In totale, sedici vittime.

Le sorelle si chiamavano suor Annselna, suor Judith, suor Margarita e suor Reginette. Provenivano rispettivamente da India, Kenya e, le altre due, dal Rwanda. La più anziana, Annselna, aveva 57 anni. La trentaduenne Reginette era la più giovane. Suor Annselna, dopo aver servito i poveri negli Stati Uniti e in Italia, aveva deciso, come le tre consorelle, di proseguire il suo operato proprio in Yemen.

«Nonostante l’eccidio, e la continua minaccia degli Houthi – riferisce monsignor Martinelli -, le suore di Madre Teresa hanno scelto di rimanere. Nel Nord dello Yemen hanno due comunità e fanno un lavoro di carità straordinario, in modo assolutamente gratuito. Accolgono chiunque, e se ne prendono cura. Io sono in contatto quasi quotidiano con loro, telefono sempre, soprattutto quando vedo che c’è qualche attacco. E loro che cosa mi rispondono? “Sì, ci sono un po’ di rumori, ma poi non succede niente. Andiamo avanti tranquille”.

Queste suore, quasi ogni notte sentono i bombardamenti, però vanno avanti a lavorare, a prestare il loro servizio di carità. Veramente sono un grande segno di speranza».

Giovani e speranza

«Speranza» è la parola che ricorre di più nella conversazione con questo frate cappuccino, nato a Milano 67 anni fa.

Nel 2014, quando è stato consacrato vescovo, gli è stato consegnato il pastorale appartenuto a monsignor Luigi Padovese, suo confratello e amico, ucciso in Turchia, dove era presidente della conferenza episcopale, nel 2010. Quasi un segno premonitore: il 1° maggio del 2022, papa Francesco lo ha nominato, infatti, vicario apostolico dell’Arabia meridionale. Pastore, come Padovese, in una terra musulmana, dove i cristiani sono da sempre promotori di dialogo.

Parla di speranza, monsignor Martinelli, anche quando si riferisce ai suoi giovani: «C’è un clima molto bello tra di loro, di solidarietà, di chi fa un cammino condiviso, nello spirito della gioventù, quindi nello spirito del guardare al futuro in modo positivo. Trasmettono a tutti la speranza che c’è sempre una possibilità di ricominciare, di costruire, di edificare».

Il vescovo, nell’agosto scorso, è stato a Roma insieme a una novantina di ragazzi per il Giubileo dei giovani. «È stato un grande segno di speranza», sottolinea.

Purtroppo, «nessuno dallo Yemen è riuscito a unirsi al pellegrinaggio. Quando c’era stata l’ultima Giornata mondiale della gioventù, quella di Lisbona nel 2023, uno almeno era riuscito a venire». Poi prosegue, riprendendo il tema del Giubileo: «Il percorso verso Roma, è stato un andare a toccare le sorgenti della speranza, l’amore di Cristo, l’amore di Dio, che ci permette sempre di ricominciare dopo ogni difficoltà, la certezza di essere amati, di essere voluti, e quindi di poter guardare al futuro con fiducia e speranza. Questo è quello che vedo nei miei giovani».

A worshipper carries the Palestinian flag during mass, led by Pope Francis, for an estimated 170,000 Catholics at the Zayed Sports City Stadium on February 5, 2019. (Photo by Giuseppe CACACE / AFP)

Cattolici, tutti immigrati

Le nuove generazioni di cristiani nell’Arabia meridionale sono cosmopolite. Tutti, infatti, sono arrivati con le loro famiglie da Paesi lontani grazie alle grandi possibilità di lavoro nel Golfo.

Di cattolici originari della regione dell’Arabia non ce ne sono. Qui, «la conversione dall’Islam è molto difficile, anzi, di per sé è proprio proibita – sottolinea il vescovo -. Bisogna riconoscere, però, che noi abbiamo libertà di culto: non solo possiamo celebrare quando vogliamo, ma facciamo anche catechesi, formazione cristiana».

Tra gli immigrati, c’è anche una comunità italiana: «Sono più di 20mila negli Emirati arabi uniti. Nell’Oman sono di meno. Non mi risulta che ci siano italiani in questo momento nello Yemen».

Ma la maggior parte dei cattolici che vivono in Arabia sono asiatici: «Abbiamo una forte partecipazione soprattutto di filippini e indiani. I filippini costituiscono praticamente la metà dei nostri fedeli».

Martinelli spiega che «la lingua comune utilizzata è l’inglese. Le liturgie sono celebrate in gran parte in questa lingua, anche perché è richiesta, a differenza dell’arabo, per venire a lavorare in questi Paesi.

Poi ci sono i fedeli di lingua araba, quelli che arrivano, appunto, dal Libano, dalla Palestina o dalla Giordania. Celebriamo anche nella loro lingua».

Del milione di fedeli che fanno riferimento al vicariato, 800-850mila vivono negli Emirati. In questo Paese «le nostre chiese sono strapiene. Abbiamo il problema che non c’è abbastanza spazio per i fedeli, nonostante, soprattutto nelle parrocchie più grandi ad Abu Dhabi e a Dubai, nel fine settimana ci siano messe, una dopo l’altra, dalle 6 di mattina alle 9 di sera.

Negli Emirati arabi uniti abbiamo nove parrocchie. Siamo presenti in sei dei sette Emirati che compongono il Paese. Nell’Oman abbiamo quattro chiese. I fedeli sono poco più di 100mila».

Pope Francis (L) and Egypt’s Azhar Grand Imam Sheikh Ahmed al-Tayeb (R) sign documents during the Human Fraternity Meeting at the Founders Memorial in Abu Dhabi on February 4, 2019. Pope Francis rejected “hatred and violence” in the name of God, on the first visit by the head of the Catholic church to the Muslim-majority Arabian Peninsula. (Photo by Vincenzo PINTO / AFP)

Dialogo interreligioso

Un fattore importante nel vicariato apostolico dell’Arabia del Sud è il dialogo interreligioso. È qui che è nata l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco.

«La visita di papa Francesco del febbraio 2019 – racconta monsignor Martinelli – rimane una pietra miliare, un punto di riferimento per gli stessi Emirati arabi uniti. Il Paese ne fa memoria tutti gli anni. Ricorda con diversi eventi la firma del famoso “Documento sulla fratellanza umana” da parte del Papa insieme al grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb».

Da quel documento del 2019 nacque l’enciclica Fratelli tutti, promulgata da papa Francesco l’anno successivo, il 4 ottobre del 2020. Il documento che propone la fraternità e l’amicizia sociale come vie per costruire un mondo migliore, più giusto e pacifico, con l’impegno di tutti: persone, istituzioni, mondo economico, organizzazioni internazionali, società civile.

Nella Fratelli tutti, papa Francesco ha sottolineato la necessità di vivere nella casa comune come un’unica famiglia, proponendo azioni concrete per restaurare il mondo e superare i malanni generati dalla crisi della pandemia, diventata crisi sanitaria, economica, sociale, politica. In primo piano la pace, perché nessuna opera è possibile se le nazioni e i popoli continuano a combattersi.

Ad Abu Dhabi è rimasto un segno tangibile di questa volontà di dialogo: la Casa della famiglia abramitica. «È un centro composto da una chiesa cattolica, una sinagoga e una moschea, e da un quarto spazio che viene chiamato Forum, dove i fedeli delle diverse religioni – spiega monsignor Martinelli – si possono incontrare per condividere esperienze, affrontare temi, vedere come le varie tradizioni religiose possono dare il loro contributo per una società più fraterna e giusta, più umana».

La Casa della famiglia abramitica ha oggi più che mai il suo valore: «Secondo me è un miracolo che esista. In un momento di grandi tensioni internazionali come questo, è importante anche solo il fatto che ci sia: che ci siano un imam, un rabbino, un prete cattolico, che si occupano, nello stesso luogo, dei fedeli delle tre religioni che si riferiscono, in modo diverso, ad Abramo. È importante che facciano anche delle iniziative comuni di dialogo. Ha una potenzialità molto grande e speriamo di svilupparla sempre di più».

L’Abrahamic family house ad Abu Dhabi ha aperto i battenti il primo marzo 2023. Per i musulmani, tutte le preghiere, comprese quelle del venerdì, si tengono presso la moschea Eminence Ahmed El-Tayeb; per i cattolici, la messa è celebrata in inglese ogni domenica nella chiesa di San Francesco, mentre per gli ebrei si svolgono servizi quotidiani alla sinagoga Moses Ben Maimon.

Ogni edificio può ospitare da 200 a 350 fedeli. Indicazioni e segnali sono scritti in arabo, inglese ed ebraico.

Il centro è un luogo unico per dialogo interreligioso. Durante la giornata, visite guidate gratuite sono offerte ai visitatori in inglese e in arabo.

Oltre alle tre case di culto, c’è un’ampia area di «Accoglienza visitatori» che comprende un caffè, un angolo biblioteca, e un negozio di articoli da regalo. In questa area c’è il «Muro delle intenzioni», dove i visitatori sono invitati a scrivere i loro desideri e i loro impegni per la pace e la fratellanza.

«I fedeli delle diverse religioni, stanno insieme senza confusioni – fa notare il vicario apostolico -. Cioè ognuno va nella sua chiesa, moschea o sinagoga rispettando l’altro. I luoghi per pregare sono costruiti in modo da risultare chiaramente distinti, ma, allo stesso tempo, connessi tra loro.

È bello che, per andare in chiesa, devo riconoscere che c’è la moschea, che c’è la sinagoga.

Il fatto che questa cosa continui a esistere – ribadisce monsignor Martinelli -, pur con tutta la prudenza dovuta dalla situazione del Medio Oriente, credo che sia un segno di speranza. Bisogna continuare a promuovere realtà di dialogo come questa, per poter guardare oltre la tribolazione del momento presente».

La situazione internazionale è difficile, prosegue il vescovo. «Sembriamo impotenti rispetto a tutto quello che sta accadendo, soprattutto nell’area del Medio Oriente. Mancano, a livello internazionale, delle mediazioni forti che siano in grado di mettere attorno allo stesso tavolo le persone.

Seguo da vicino quello che ha fatto, anche ultimamente, il Patriarca di Gerusalemme dei latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Di fatto, siamo nella stessa conferenza episcopale – sottolinea Martinelli. Quindi abbiamo anche possibilità di sentirci, incontrarci. Credo che quello che lui sta facendo rappresenti quello che tutti noi vogliamo fare: mostrare com’è la situazione e, soprattutto, sostenere la fede, la vita di coloro che si trovano nelle difficili condizioni che tutti conosciamo».

Per monsignor Martinelli «non dobbiamo abituarci a questa violenza, dobbiamo dire che le cose non vanno bene, che bisogna cercare la pace. Che mi sembra, poi, il grande lavoro fatto con tenacia e insistenza da papa Francesco, e che adesso sta facendo papa Leone.

Non rimanere inermi, fare sentire la nostra voce, pregare, dare segnali di vicinanza, perché non ci si abitui al male. Questo è importante.

Ricordo la prima frase di Papa Leone quando si è presentato al mondo dicendo: “La pace sia con voi”, “una pace disarmata e disarmante”. E poi quel grido: “Il male non prevarrà”.

Queste sono delle parole che incidono nella storia davanti a tutto il mondo: dire che il male non prevarrà, non accettare che esso diventi una logica, un sistema. Fare in modo che le coscienze non si narcotizzino e che sentiamo tutti il bisogno di fare qualcosa».

Manuela Tulli

ARCHIVIO MC

• Paolo Moiola, Penisola Ara­bica: (Cristiani) Come ospiti tollerati (ma speranzosi), MC gennaio 2019.

Abrahamic Family House, Abu Dhabi. © wikicommons



Mary’s meals. Cibo e libri

Sono circa 150 milioni i piccoli sotto i cinque anni che soffrono la fame nel mondo. L’organizzazione scozzese, nata da un ex allevatore di pesci, aiuta 2 milioni e mezzo di bambini nei Paesi più poveri. Con cibo nelle scuole, nutre corpi e menti.

Magnus MacFarlane-Barrow, ex allevatore di pesci scozzese, classe 1968, dal 2002 si è dato un obiettivo semplice quanto visionario: offrire un pasto quotidiano ai bambini che, nel mondo, soffrono la fame.

Un pasto da consumare a scuola, per ottenere un duplice risultato: fornire una razione di cibo sufficiente e giusta ogni giorno, e offrire così a quei bambini un’occasione per accedere all’istruzione. È, infatti, proprio quest’ultima la vera leva di un possibile riscatto dalla povertà.

Oggi la Onlus di MacFarlane-Barrow, «Mary’s meals» (I pasti di Maria), dà cibo regolarmente a due milioni e mezzo di bambini tra i più poveri della terra.

«Amiamoli e proteggiamoli»

«Vai avanti, avanti, avanti, e che Dio benedica il vostro lavoro!», ha detto papa Francesco a Magnus MacFarlane-Barrow, tra i protagonisti del summit sui diritti dei bambini, «Amiamoli e proteggiamoli», che si è svolto in Vaticano all’inizio di febbraio scorso, poche settimane prima della scomparsa del Pontefice, avvenuta il 21 aprile.

In quell’occasione papa Francesco, che aveva fortemente voluto l’evento, ha annunciato la pubblicazione di un suo documento sui diritti dei bambini, perché «nulla vale la vita di un bambino, e uccidere i piccoli significa negare il futuro». Il testo non ha visto la luce, ma l’attenzione di Francesco per la condizione dei minori è rintracciabile in molti suoi documenti.

Quello dell’infanzia negata «è un grido silenzioso – è stato il monito di papa Francesco al summit – che denuncia l’iniquità del sistema economico, la criminalità delle guerre, la mancanza di cure mediche e di educazione scolastica».

In quella assise, il fondatore di Mary’s meals ha portato la sua testimonianza.

L’associazione ha poi partecipato anche al Giubileo dedicato al mondo del volontariato. «Non sarebbe un vero Anno Santo della Speranza, come lo ha chiamato papa Francesco, se non facessi la promessa di fornire un pasto a ogni bambino che ne ha bisogno, e sostenere così anche il suo diritto a sperare», ha commentato Magnus.

Il piccolo Edward

La storia di Mary’s meals è iniziata nel 2002, quando Magnus MacFarlane-Barrow, durante un viaggio in Malawi, ha toccato con mano la povertà assoluta dei bambini di quel Paese.

Edward, un ragazzino di 14 anni, al capezzale della sua mamma che stava morendo di Aids, alla domanda di Magnus riguardo alle sue speranze per il futuro, gli ha risposto: «Avere abbastanza cibo per mangiare, e andare a scuola».

Da quell’esperienza è nato il suo progetto: la prima «cellula» di  Mary’s meals è stata attivata proprio in Malawi, dove è riuscita da subito a distribuire duecento pasti al giorno ai bambini di una scuola locale, grazie alle donazioni che il benefattore ha fatto convogliare sul progetto, e grazie all’aiuto di volontari sul posto.

Dopo vent’anni, «assistiamo al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci dei nostri giorni», ha di recente commentato l’iniziativa il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York.

Maria dei Balcani

Prima di quell’incontro in Malawi, Magnus, che lavorava in un allevamento di salmoni a Argyll, in Scozia, nel 1983 aveva fatto un pellegrinaggio a Medjugorje con la sua famiglia. Un viaggio che gli aveva toccato il cuore e cambiato la vita: circa dieci anni dopo, aveva cominciato con suo fratello a fare avanti e indietro da casa ai Balcani, per portare aiuti in quelle terre sconvolte dalla guerra.

Ed è per questo che nel 2002, quando ha fondato la onlus per dare scuola e cibo ai bambini del Sud globale, l’ha dedicata alla madre di Gesù. «Ancora oggi – dice MacFarlane-Barrow – sento che questa dedica è per me una grande responsabilità». E sottolinea: gli aiuti «sono per tutti, per i bambini di qualsiasi etnia, colore e fede».

Il lavoro di Mary’s meals si è sviluppato soprattutto all’interno delle scuole pubbliche, ma anche in quelle private delle missioni cattoliche e in alcune scuole islamiche.

Nel periodo del suo impegno per la Bosnia, Magnus ha potuto osservare che la solidarietà dei suoi amici e concittadini era grande e non si fermava, anzi, si moltiplicava, e c’era sempre un nuovo carico di aiuti pronto per partire.

La stessa solidarietà l’ha vista crescere, in proporzioni da lui perfino inattese, quando ha deciso di aiutare i bambini malnutriti e senza istruzione dei Paesi più poveri.

«Oggi, grazie ai donatori, riusciamo a dare un pasto a due milioni e mezzo di bambini e lo facciamo nel posto dove ricevono l’educazione», afferma MacFarlane-Barrow. In questo modo, laddove è presente Mary’s meals, il tasso di frequenza della scuola è cresciuto, anche del 25%. «Ed è soprattutto l’educazione, a cambiare il loro futuro».

Un pasto per tutti è possibile

Sono 50mila i volontari che oggi aiutano Mary’s meals nel mondo. L’organizzazione si sostiene con le donazioni dei privati che arrivano anche dall’Italia, grazie, tra le altre cose, a eventi culturali organizzati per sensibilizzare. «Ci sono aiuti da parte di aziende e grandi benefattori, ma la maggior parte delle offerte arriva dai singoli: 10 euro, 20 dollari. Ed è proprio questo, la generosità della gente più semplice, che ci dà fiducia e ci spinge ad andare avanti.

Non abbiamo invece fondi pubblici e, quindi, quando c’è un cambio di governo – dice MacFarlane-Barrow rispondendo a una domanda sulle nuove politiche dell’amministrazione Usa di Donald Trump – non c’è un vero e proprio impatto su quello che facciamo».

L’associazione lascia che l’organizzazione dei pasti avvenga a livello locale, «questo spinge anche lo sviluppo del territorio. Ma, allo stesso tempo, assicuriamo che noi ci saremo fino a quando avranno bisogno, non li abbandoneremo».

In ogni luogo in cui l’ente opera, si serve di cibo a chilometro zero e di personale locale per preparare i pasti.

In Malawi, dove è nato il progetto, si mangia il porridge di mais e soia. In Ecuador, carne, o pesce, con patate o riso, e alcune verdure, spesso coltivate nello stesso orto scolastico. In India i bambini mangiano il curry di verdure o il dhal con lenticchie e riso.

«In ogni luogo dove cominciamo l’opera, costruiamo e organizziamo un magazzino e una cucina nella scuola – spiega il fondatore di Mary’s meals -. Poi sarà la comunità locale a prendersi la responsabilità di organizzare i volontari, cucinare e servire i pasti ogni giorno».

Magnus, che oggi ha 57 anni e una grande famiglia con la moglie Julie e sette figli, continua costantemente a visitare i Paesi nei quali opera la sua organizzazione.

Ci tiene a rimarcare che «viviamo in un mondo che produce abbastanza cibo per tutti», e che, quindi, «l’obiettivo di far consumare ogni giorno un pasto a scuola a ogni bambino, è del tutto possibile», e, conclude, «è uno scandalo che non si sia già raggiunto».

Il ruolo primario della scuola

Quello che fa veramente la differenza, dopo il cibo, è la scuola. Soprattutto per le bambine che in alcuni Paesi sono tenute ai margini dell’istruzione, sia per ragioni culturali che per la povertà delle famiglie che preferiscono dare le figlie in spose molto presto.

«Studiare significa uscire dallo stato di sottomissione in cui si scivola a causa dell’ignoranza. Se sai fare i conti, ti imbrogliano meno, se sai leggere, puoi capire di più del mondo che ti circonda», spiegano i responsabili di Mary’s meals.

L’istruzione porta crescita sociale e possibilità di occupazione. Quando MacFarlane-Barrow parla di «generazione della speranza», si riferisce ai giovani adulti che hanno studiato e hanno un futuro meno incerto.

Il progetto dell’organizzazione si sviluppa anche in quei Paesi dove è difficile persino portare aiuti: Haiti, Siria, Sudan, Yemen.

In alcuni di questi Paesi ci sono più bambini vittime di conflitti (a volte anche arruolati) che sui banchi di scuola, più mitragliatrici che fornelli per cucinare.

Gli appelli di Francesco

Papa Francesco ha ripetuto più volte durante il suo pontificato che sarebbe stato necessario convertire l’industria degli armamenti destinando i fondi spesi per la guerra alla risoluzione della fame nel mondo.

Nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2025, il Pontefice ha ribadito: «Oso rilanciare un appello, richiamandomi a san Paolo VI e a Benedetto XVI, per le giovani generazioni, in questo tempo segnato dalle guerre: utilizziamo almeno una percentuale fissa del denaro impiegato negli armamenti per la costituzione di un Fondo mondiale che elimini definitivamente la fame e faciliti nei Paesi più poveri attività educative e volte a promuovere lo sviluppo sostenibile, contrastando il cambiamento climatico».

Nel marzo del 2023, ricevendo in Vaticano un gruppo di giovani del Progetto Policoro della Conferenza episcopale italiana, il Papa aveva riferito un dato che poi avrebbe spesso ripetuto nei suoi discorsi e nei suoi appelli per sconfiggere la fame nel mondo: «Mi diceva un tecnico che se per un anno non si facessero armamenti si potrebbe eliminare la fame nel mondo».

Centoquarantotto milioni

Il problema della fame resta, invece, uno dei più giganteschi, nonostante ci siano aree del pianeta dove, al contrario, i sistemi sanitari sono chiamati a lottare contro l’obesità, anche infantile.

Secondo gli ultimi dati sulla fame, riferiti al 2023, presenti nel rapporto «Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo», rilasciato da Fao, Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), Unicef, Oms e Programma alimentare mondiale (Pam), la fame nel mondo è aumentata, e l’obiettivo di eliminare l’emergenza entro il 2030 sembra non essere più a portata di mano.

Nel 2023, nel mondo hanno sofferto la carenza di cibo circa 733 milioni di persone, ben 120 in più rispetto al 2019, quando erano state 613.

Dei 733 milioni di persone colpite dalla fame, circa 148 erano bambini sotto i 5 anni, cioè quasi uno su quattro in quella fascia di età (il 22,3%). Ben 38 milioni di questi hanno sofferto malnutrizione acuta con una grave perdita di peso, e 2,5 milioni sono morti (mentre, allo stesso tempo, per l’Organizzazione mondiale della sanità, erano 37 milioni quelli in sovrappeso).

Per le organizzazioni internazionali che hanno elaborato i dati, le cause principali del peggioramento sono state la pandemia di Covid-19 scoppiata nel 2020, gli shock climatici e i conflitti, sempre più numerosi. Africa e Caraibi sono le zone del pianeta con le situazioni peggiori, soprattutto nelle aree rurali.

Lo stesso rapporto Fao evidenzia che molte regioni del pianeta «sono oggi alle prese con una recrudescenza delle crisi alimentari. Nonostante i progressi compiuti nella lotta alla fame in Asia e in America Latina, nel 2022, il fenomeno appariva ancora in crescita nell’Asia occidentale, nei Caraibi e in tutte le sotto regioni del continente africano».

In particolare, «con una persona su cinque afflitta dalla fame, ossia più del doppio della media globale, l’Africa rimane la regione maggiormente colpita».

L’emergenza non riguarda solo la fame vera e propria. Nel 2023, infatti, secondo lo stesso Rapporto, le condizioni di sicurezza alimentare e di nutrizione, sono rimaste tanto critiche che il 29,6% della popolazione mondiale, pari a 2,4 miliardi di persone, non ha avuto accesso al cibo in modo costante.

A volunteer offers a free school meal from the UK based NGO Mary’s Meals in the Yassa J David Christian Academy. Jawajeh village Montserraodo Country, Liberia Tuesday, June 14, 2016.

Costruire la pace

Dare cibo e scuola ai bambini significa anche provare a costruire un futuro di pace. È lo stesso fondatore di Mary’s meals a raccontare, in particolare, un’esperienza in Liberia, il Paese africano dove è maggiormente diffuso il fenomeno dei bambini-soldato.

Il capitano Alec, uno dei caschi blu delle Nazioni Unite che sono stati nel Paese dal 2003 al 2018, un giorno si è complimentato con la sua organizzazione proprio per la sua azione di pace. «Quello che state facendo funziona. Noi cerchiamo di prevenire il ritorno alla violenza – ha detto il militare della missione Onu, secondo quanto racconta lo stesso MacFarlane-Barrow nel suo libro sulla storia di Mary’s meals – portando via loro i fucili, ma se la gente vuole combattere, se li tiene e li nasconde. E noi come possiamo trovarli nelle foreste? Ma voi, se nutrite i bambini e riuscite a portarli a scuola, potrete davvero costruire qui una pace duratura».

Manuela Tulli

I sedici Paesi di Mary’s meals

  •     Benin: 3.500 bambini.
  •     Ecuador: 350 bambini.
  •     Etiopia: 110mila bambini, soprattutto della zona del Tigray coinvolta nel conflitto armato del 2020-2022.
  •     Haiti: 175mila bambini in oltre 500 scuole nel dipartimento Plateau central e nelle baraccopoli ad alto rischio all’interno e intorno alla capitale, Port-au-Prince.
  •     India: 55mila bambini in quattro Stati nel nord: Delhi, Uttar Pradesh, Jharkhand e Chattisgarh.
  •     Kenya: decine di migliaia di bambini nella contea nord occidentale del Turkana.
  •     Libano: 1.400 bambini libanesi e rifugiati a Beirut.
  •     Liberia: 90mila bambini nelle contee di Bong, Bomi, Grand Cape Mount, Gbarpolu e Montserrado. Alcune scuole sono difficili da raggiungere perché nella giungla.
  •     Madagascar: 88mila bambini in oltre 450 scuole in quattro regioni. Tra questi, anche 300 bambini vulnerabili in sei luoghi di istruzione all’interno di centri di detenzione.
  •     Malawi: più di 1 milione di bambini nella maggior parte dei distretti del Malawi, soprattutto nella zona Sud.
  •     Mozambico: 5mila bambini del semiarido distretto meridionale di Mabalane.
  •     Sud Sudan: 70mila bambini in 120 scuole.
  •     Siria: 4mila bambini di Aleppo.
  •     Yemen: 4.500 bambini in quattro scuole del distretto di Al Mansoora di Aden, un’area con molti sfollati interni.
  •     Zambia: 450mila bambini in tutto il Paese.
  •     Zimbabwe: 105mila bambini in diverse zone del Paese.

Luca Lorusso

A young girl who is deaf pose for a portrait with her school book in the Oscar Romero school for the deaf that is supported by Mary’s Meals, a UK NGO, in Tubmanburg, Liberia Tuesday, June 14, 2016.



Cisgiordania e Gaza. Anche i cristiani nel mirino

Da Gaza a Taybeh, in Cisgiordania, anche i cristiani sono sotto attacco da parte degli israeliani. C’è chi vuole resistere. Ma molte famiglie hanno già scelto di abbandonare i villaggi e ricostruire la propria vita altrove.

Non c’è pace a Taybeh, l’unico villaggio al cento per cento cristiano della Cisgiordania.
Da mesi è stato preso di mira da un gruppo di coloni israeliani che incendiano case, automobili e campi, e rimangono impuniti.
Gli abitanti, cristiano palestinesi, hanno paura. Alcuni sono già andati via, altri stanno pensando di farlo.
La vita in questa terra, infatti, non è facile. Non lo era già prima del 7 ottobre 2023. Tanto più oggi.

E così la piccolissima comunità cristiana della Terra Santa rischia di divenire sempre più esigua.
Nella Striscia di Gaza, i cristiani, dopo 7 ottobre, si sono dimezzati. In Cisgiordania sono diminuiti dai 46mila del 2017 ai 40mila di oggi.

A Taybeh, dopo gli attacchi incendiari più violenti delle ultime settimane e l’arrivo, a metà luglio, dei Patriarchi delle diverse confessioni cristiane, venuti per portare la loro solidarietà, la situazione ora è più calma.
Ma solo in apparenza, perché – riferiscono fonti della comunità cristiana locale – «ci sono continuamente coloni che fanno incursioni nelle case, fanno fotografie e video, alcuni controllano la nostra vita con un drone, ieri notte è stata data alle fiamme un’altra auto».
Le persone con cui parliamo, consapevoli del pericolo personale che corrono, chiedono l’anonimato. Così come il giovane parroco cattolico di rito latino, padre Bashar Fawadleh, ci dice di preferire, al momento, evitare un’eccessiva esposizione mediatica, limitandosi a commentare che «la situazione resta difficile».

Era stato proprio lui nelle scorse settimane, a lanciare l’allarme sul fatto che i coloni avevano tentato di bruciare la chiesa di San Giorgio del V secolo. «Abbiamo paura – aveva detto al momento dei fatti, alla fine di giugno -, ma non ce ne andremo mai».

E invece qualcuno ha deciso di lasciare per sempre questo villaggio: dieci famiglie, infatti, negli ultimi mesi sono emigrate negli Stati Uniti, in Cile e Guatemala, dove hanno parenti. Si tratta più o meno del dieci per cento della popolazione del villaggio, calcolata in circa 1.200 abitanti.

Crocevia tra Gerusalemme, Gerico e Ramallah, Taybeh ha vissuto sempre una vita complicata. Eppure era un villaggio allegro, dedito all’agricoltura e all’allevamento, e alla produzione di birra.
Per anni nel villaggio si è celebrata una sorta di Oktoberfest che attirava persone dai villaggi vicini e turisti. È difficile ora immaginare che una tradizione simile possa andare avanti. Il nuovo contesto si fa ogni giorno più difficile.

Gaza

A Gaza la popolazione cristiana si è addirittura dimezzata: rispetto alle circa mille persone che vi abitavano prima del 7 ottobre ’23, ora sono, tra laici e religiosi, circa cinquecento.
Diversi sono morti nel corso della guerra: non solo quelli uccisi dagli attacchi israeliani, ma anche chi ha perso la vita, ad esempio, per l’impossibilità di curarsi.

«Qui ci conosciamo tutti, già eravamo pochi, ora siamo la metà, ma non vogliamo andare via», ripete padre Gabriel Romanelli, il missionario argentino che regge la parrocchia della Sacra Famiglia in Gaza city e che cerca di aggiornare il mondo su quello che accade attraverso dei videomessaggi con cadenza quasi quotidiana. Anche lui è rimasto ferito a una gamba nel raid dello scorso 17 luglio contro la parrocchia. Attacco che l’esercito israeliano ha poi definito un «errore».
Quanto potranno resistere ancora i cristiani in questa terra martoriata?

Betlemme

Altra città in territorio palestinese che si sta spopolando è Betlemme: di fatto una prigione a cielo aperto.
Come in tutta la Cisgiordania, è sempre più difficile entrare e uscire dai check-point.
I betlemiti, poi, vivevano quasi tutti di un turismo religioso che, a causa del conflitto, ha subito una battuta d’arresto.

Una Terra Santa senza cristiani sarebbe «una tragedia», dice il cardinale Fernando Filoni, che guida l’Ordine del Santo Sepolcro che porta enormi aiuti in questa regione del mondo nella quale c’è bisogno di tutto. «Qui, i cristiani hanno le loro radici, c’erano prima che arrivasse l’islam, e sono un fattore di equilibrio. Se abbandonano questa terra – ha dichiarato ai media vaticani – sarà un problema enorme per tutti».

Manuela Tulli




RD Congo-Rwanda. Pace interessata

«Io sono chiaramente favorevole alla pace, sono sempre contento quando le armi vengono deposte, quando si decide in qualche modo di porre fine alle violenze, ma quello che non va bene è l’ipocrisia». Fridolin Ambongo, il cardinale di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Condo, commenta con queste parole il recente accordo siglato a Washington tra il suo Paese e il vicino Rwanda.
Egli teme che gli interessi personali dei soggetti che hanno deciso di mettersi attorno a un tavolo renda fragile l’accordo, quando invece c’è un grande bisogno di una pace duratura, soprattutto per l’Est del Paese, piagato da decenni di conflitti violenti.

«La corsa ai minerali strategici è oggi, soprattutto in Africa – prosegue il cardinale -, all’origine della proliferazione dei gruppi armati», ma le soluzioni non possono essere calate dall’alto e non possono arrivare dall’esterno.

Monsignor Ambongo, in Vaticano, ai giornalisti presenti per la presentazione del documento delle Chiese del Sud del mondo sulle questioni climatiche, in vista della Cop30 di novembre in Brasile, ironizza sulla soluzione proposta da Donald Trump alla Rd Congo e al Rwanda: «Siete in guerra tra di voi e la causa della guerra sono i minerali. Io, il grande Trump, arriverò, vi riconcilierò e voi mi darete i minerali», dice il cardinale riferendo quello che lui ritiene essere il pensiero e l’interesse del Presidente degli Stati Uniti nella mediazione di questa contesa nel cuore dell’Africa. Ambongo ricorda che Trump «ha provato questa soluzione in Ucraina, ma non ha funzionato».

Il problema, hanno evidenziato in tante occasioni gli esponenti delle Chiese africane, è che tutti vogliono mettere le mani sul Continente: «Terra ricca di biodiversità, minerali e culture, ma impoverita da secoli di estrattivismo, schiavitù e sfruttamento. L’Africa non è un continente povero; è un continente saccheggiato», sottolinea il cardinale della Repubblica Democratica del Congo.

La pace tra Congo e Rwanda rischia dunque di essere effimera, spiegano fonti della Chiesa congolese, perché non si tocca uno dei nodi principali all’origine delle violenze che devastano in particolare la regione del Kivu, ovvero il ruolo delle milizie M23, sostenute dal vicino Rwanda che, dopo avere occupato a gennaio scorso Goma, nel Nord, sono entrati anche a Bukavu, capoluogo del Sud della stessa regione.

Nonostante i dubbi e soprattutto i timori, la Chiesa congolese sostiene il processo di pace, perché esso prevede la cessazione delle ostilità, cosa di cui c’è assoluto bisogno in quelle terre.

«Ci sono nostri fratelli e sorelle che soffrono nell’Est del Paese. Di fronte a questa situazione, sosteniamo la firma di un accordo per porre fine alla guerra e porre fine alle sofferenze del nostro popolo», ha detto Ambongo auspicando che nonostante gli interessi che hanno portato alla firma, sia possibile cominciare a scrivere una nuova pagina.

Manuela Tulli




Rd Congo. Floribert e il sogno della pace in Kivu

Lottò contro la corruzione, il 15 giugno verrà beatificato. La sua Goma, occupata dai ribelli dell’M23, è in ginocchio.

Floribert Bwana Chui, laureato in Legge, volontario per i bambini di strada, nonostante la sua giovane età, a ventisei anni dirigeva, a Goma, l’ufficio delle dogane alla frontiera con il Rwanda. Quando, nel luglio 2007, si rifiutò di lasciarsi corrompere impedendo di far passare carichi di cibo avariato che avrebbero messo a rischio la vita di molte persone della sua terra, soprattutto dei più poveri, venne torturato e ucciso.

Il suo martirio, «in odio alla fede», è stato riconosciuto nel novembre scorso da papa Francesco, aprendo la strada alla sua beatificazione.

Floribert sarà beatificato a Roma, nella basilica di San Paolo fuori le mura, domenica 15 giugno, nel corso di una celebrazione che sarà presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero per le cause dei santi.
La messa vedrà la partecipazione della diocesi di Goma, a partire dal suo vescovo Willy Ngumbi, e di altri rappresentanti della Chiesa congolese, tra cui il cardinale di Kinshasa Fridolin Ambongo.

Nato il 13 giugno 1981 a Goma, capoluogo del Kivu, nell’Est della Rd Congo, Floribert viveva in una regione che non conosce pace ormai da troppo tempo: una terra ricca, con una natura rigogliosa, ma politicamente complessa e travagliata, percorsa da un lungo e sanguinoso conflitto.

Durante i suoi studi, che si conclusero con una laurea in Giurisprudenza, incontrò la Comunità di Sant’Egidio che lo portò ad aiutare i poveri, in particolare i «maibobo», cioè i ragazzi di strada, come sono chiamati con disprezzo nell’area dei Grandi Laghi.

Floribert, attraverso la Scuola della pace, che Sant’Egidio ha in tutto il mondo, voleva farli studiare e aiutarli a diventare i congolesi del futuro. Poi quella scelta: meglio morire che farsi corrompere. E la Chiesa oggi lo annovera tra i martiri e i beati.

Una pace alcora lontana

La Goma di Floribert è, da gennaio di quest’anno, nelle mani dei ribelli dell’M23, appoggiati dai militari ruandesi. Una regione che, secondo fonti della Chiesa locale, a distanza di sei mesi è tuttora in ginocchio.

I vescovi chiedono alla popolazione di mantenere accesa la speranza: «Non dobbiamo mai perdere la fede, qualunque cosa ci accada. Anche quando tutto sembra buio, Dio non potrà mai abbandonarci», ha esortato monsignor Melchisédech Sikuli Paluku, vescovo di Butembo-Beni, in una recente omelia.

Papa Francesco era stato nella Repubblica democratica del Congo a febbraio del 2023. Aveva dovuto rinunciare proprio alla tappa nel Kivu (programmata inizialmente ma poi cancellata nell’agenda del viaggio definitivo) per ragioni di sicurezza. Incontrando i giovani congolesi a Kinshasa aveva esaltato la figura di Floribert: «In quanto cristiano, pregò, pensò agli altri e scelse di essere onesto, dicendo no alla sporcizia della corruzione. Questo è mantenere le mani pulite, mentre le mani che trafficano soldi si sporcano di sangue».

Anche Francis Robert Prevost, Leone XVI, è stato nella Repubblica democratica del Congo nel 2009, quando era Priore generale dell’Ordine di sant’Agostino.
Nella capitale Kinshasa aveva anche inaugurato l’Università agostiniana.

L’appello alla pace lanciato dalla Loggia delle benedizioni, appena eletto Pontefice lo scorso 8 maggio, è stato ben accolto nella Rd Congo. «È una gioia per noi congolesi ascoltare le prime parole del Papa, che riflettono la necessità della pace nel mondo. Questo messaggio ci conforta», ha scritto monsignor Donatien Nshole, segretario generale della Conferenza episcopale del Congo, nel suo messaggio di auguri per l’elezione di Papa Leone XIV. «Ci aspettiamo da lui che continui a seguire il linguaggio di papa Francesco e che presti particolare attenzione all’avvio di una pace duratura nella Repubblica democratica del Congo».

Manuela Tulli




Turchia. Minoranze e dialogo

Le minoranze afflitte da discriminazioni giuridiche. Le difficoltà post terremoto. I luoghi delle prime comunità cristiane, ormai quasi privi di cristiani. I pellegrinaggi come occasioni di incontro e dialogo tra fedi. La Turchia, sempre più islamista, di Erdogan.

«L’ecumenismo e il dialogo interreligioso, […] vengono vissuti da noi nella nostra quotidianità», ha detto monsignor Antuan Ilgit nel novembre scorso ai media vaticani. Il gesuita, amministratore apostolico di Anatolia, primo vescovo cattolico di nazionalità turca, da poco nominato da papa Francesco a succedere al confratello monsignor Paolo Bizzeti, fotografa così i rapporti tra le fedi in Turchia. Il dialogo tra le confessioni all’interno della minoranza cristiana, e con le altre fedi, a partire dall’islam sunnita, è parte della vita quotidiana in questo Paese centrale nello scacchiere geopolitico globale.

In Turchia, la libertà religiosa sulla carta è garantita, e, come constatiamo in prima persona, gli stranieri che vi arrivano sono accolti con favore. Ma, nella quotidianità dei cittadini, i problemi sono enormi. A partire dalla difficoltà di costruire nuove chiese o aprire seminari.

«La discriminazione sistematica delle minoranze religiose in Turchia è per lo più di tipo giuridico, non cruento, ma il risultato, a lungo termine, sembra essere ugualmente grave», denuncia la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) nel suo ultimo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo.

La popolazione turca, di circa 85 milioni di persone, conta una maggioranza assoluta di musulmani sunniti. Per il governo, questi rappresentano il 99%, benché circa 10-25 milioni di essi (secondo l’Uscirf, United states commission on international religious freedom) siano in realtà aleviti, il cui credo, di derivazione sciita, non è riconosciuto, ed è anzi osteggiato nel Paese. Il resto della popolazione, meno dell’1%, è costituita da cristiani ortodossi greci e siriaci, cristiani cattolici romani e caldei, cristiani armeni apostolici e protestanti, baha’i, ebrei, yazidi, testimoni di Geova e altri. Anche l’Uscirf spiega che «le condizioni della libertà religiosa in Turchia sono preoccupanti, con il perpetuarsi di politiche governative restrittive e intrusive sulla pratica religiosa e un netto aumento degli episodi di vandalismo e violenza sociale contro le minoranze. Il governo continua, inoltre, a interferire indebitamente negli affari interni delle comunità religiose».

Nicea, luogo (presunto) del concilio del 325 (foto Vicariato di Roma)

Nicea 325

A fine maggio, si celebrano nel Paese i 1.700 anni del Concilio di Nicea. Un’occasione per rafforzare il dialogo ecumenico tra le confessioni cristiane, e anche quello tra le diverse fedi.

«Le autorità della Turchia – riferisce il vescovo di Istanbul, monsignor Massimiliano Palinuro – ci hanno mostrato i loro progetti per Nicea. La zona, da questo 2025, sarà attrezzata per accogliere i pellegrini e rendere fruibile il sito archeologico del luogo nel quale si celebrò il primo Concilio ecumenico».

È chiaro che, al di là degli interessi storici o culturali, quello principale per la Turchia riguarda il turismo religioso. Quest’ultimo, infatti, dopo il 7 ottobre 2023, a causa della guerra tra Israele e Hamas a Gaza che ha reso più difficili i viaggi nella terra di Gesù, si è spostato verso l’Anatolia, la terra dove, per la prima volta, i membri della Chiesa furono chiamati cristiani.

Allo stesso tempo è vero che, come ci dice padre Alessandro Amprino, cancelliere dell’arcidiocesi di Smirne, «la Chiesa ha la possibilità di crescere nel dialogo con chi non è cristiano».

Il dialogo è sempre stato al centro della pastorale di monsignor Antuan Ilgit: «In questa terra, già da secoli – ha detto al momento della sua ordinazione episcopale nel 2023 -, si sperimenta il dialogo e il cammino tra le differenti realtà cristiane nella quotidianità, condividendo le stesse sorti, gioie e dolori. E lo stesso vale per il dialogo interreligioso con l’islam».

Suor Rebecca Nazzaro (foto Vicariato di Roma)

Pellegrinaggi e incontro

Un volano di incontro e dialogo sono i pellegrinaggi in crescita, soprattutto quelli cattolici.

L’Opera romana pellegrinaggi (Orp), per esempio, propone viaggi nella terra dei Concili e, in particolare, a Nicea.

Suor Rebecca Nazzaro, responsabile dell’Orp, sottolinea come Nicea sia «il luogo che papa Francesco ha indicato come importantissimo da ricordare. Quest’anno sono 1.700 anni dal Concilio nel quale è stata proclamata la divinità di Cristo Gesù nell’unità della Chiesa. […] è il fondamento del Credo che recitiamo tutte le domeniche a messa». Ma i pellegrinaggi interessano molte zone della Turchia. Il Paese è, infatti, ricchissimo di tracce delle prime comunità cristiane che qui si sono sviluppate grazie a san Paolo, san Nicola, san Pietro e san Giovanni.

La Madonna di Efeso, venerata dai musulmani

Efeso. Foto di Diego Allen su Unsplash

Visitiamo a Efeso, nella provincia occidentale di Smirne, un santuario cristiano, frequentato soprattutto dai musulmani: è quello di Meryem Ana, la Casa di Maria, il luogo nel quale tradizionalmente la Madonna visse dopo la morte di Gesù, insieme all’apostolo Giovanni.

Efeso è, dunque, un ponte tra islam e cristianesimo. Lo è Meryem Ana, ma anche il grande parco archeologico dove si trovano i resti della prima basilica dedicata alla Madonna, come anche l’anfiteatro nel quale predicava san Paolo agli efesini.

Oggi, nella terra dove si sono sviluppate le prime comunità di seguaci di Cristo, i cristiani sono pochissimi, non possono celebrare ovunque e, soprattutto, non possono svolgere una vera e propria opera missionaria.

Tuttavia, si vedono germogliare, anche grazie ai pellegrinaggi e al turismo religioso, semi di dialogo e rispetto reciproco.

A raccontarci la devozione delle famiglie islamiche per la Madonna di Efeso sono Caterina e Antonietta, laiche consacrate della famiglia delle Discepole di Maria e dell’apostolo Giovanni.

Entrambe hanno lasciato l’Italia, rispettivamente Salerno e Avellino, dieci anni fa per la Turchia, e da nove vivono a Efeso.

«Per i musulmani, questo posto è un “ibadet yeri”, un luogo sacro, benedetto. Infatti, nel Corano c’è una Sura – ricorda Antonietta – che dice che Maria è la donna più santa tra tutte le donne. E molti musulmani si affidano a lei per avere un bambino. Ci è capitato di incontrare alcune donne musulmane, venute qui per ringraziare la Madonna dopo aver chiesto la grazia di un figlio».

«La Casa della Madonna è un po’ come un ponte tra il cristianesimo e l’islam. Qui pregano sia cristiani che musulmani, e questo è un segno che nella casa di Maria c’è qualcosa di particolare», ci confidano le consacrate.

Antiochia, i segni del sisma

Antiochia, il cartello che indica la chiesa cattolica (© Manuela Tulli)

Il cartello stradale con l’indicazione «katolik kilisesi», Chiesa cattolica, porta in un vicolo stretto e anonimo di Hatay, l’antica Antiochia, all’estremo Sud del Paese. L’ingresso dell’edificio è sobrio come quello delle tante case basse del borgo.

Da qui, Aleppo, in Siria, dista un centinaio di chilometri. Istanbul, invece, 1.100.

Nel convento dei cappuccini vivono dieci frati, sia italiani che di altri Paesi.

Uno dei saloni della casa è stato sistemato con icone e altare per poter celebrare la messa. Questa casa chiesa, intitolata ai santi Pietro e Paolo, è l’unico luogo di culto cattolico in città.

Ad Antiochia, dove i discepoli di Cristo furono per la prima volta chiamati «cristiani», e dove vissero san Pietro e san Paolo, oggi i cattolici sono un centinaio, mentre complessivamente i cristiani sono poco più di un migliaio. Ci sono una decina gli ebrei, mentre, per il resto, la città di 1,2 milioni di abitanti è musulmana.

Oggi, a distanza di due anni dal terribile sisma che colpì l’area, Antiochia resta in gran parte un cumulo di macerie. Sulle rive dell’Oronte sono al lavoro gru per ricostruire la città, ma gran parte della popolazione vive ancora nei centri di accoglienza temporanei o nei villaggi vicini, ospiti di parenti e amici.

Quel 6 febbraio del 2023, quando la Turchia, insieme alla vicina Siria, fu colpita da uno dei terremoti più violenti della storia, la casa dei cappuccini rimase in piedi. Con molti danni, ma niente al confronto con la distruzione attorno.

In questo convento, ha vissuto in missione per quasi 35 anni padre Domenico Bertogli, che da qualche tempo si è trasferito a Istanbul: «Ad Antiochia c’è sempre stato dialogo e rispetto», ci ha detto il frate, oggi quasi novantenne, da 58 anni missionario in Turchia. Lui ad Antiochia ha celebrato «ventisei battesimi» in famiglie non cristiane. «La convivenza c’è sempre stata, è importante però che il dialogo parta dalla propria identità. Io dico sempre: questa è la mia fede. Ma senza proporre e imporre nulla».

Padre Bertogli conserva ancora oggi un Corano regalatogli da una donna musulmana.

Il terremoto del febbraio 2023 ha ridotto in polvere anche un’antichissima moschea di Hatay che, per la sua storia, rappresentava un simbolo di questo proficuo dialogo tra le fedi. Risaliva al VII secolo, ed era dedicata, forse unico caso al mondo, a un «santo» cristiano, Habib-i Nejjar, che, secondo la tradizione, fu punito e martirizzato perché cercò di proteggere e nascondere san Paolo e san Barnaba arrivati in città.

L’imam della moschea, che avevamo incontrato a novembre del 2022, tre mesi prima del terremoto, spiegava che Habib-i Nejjar era venerato dai musulmani proprio per il gesto di generosità nei confronti dei cristiani.

Anche a Iskenderun, a circa 50 km a Nord di Antiochia, restano le ferite del terremoto. «Non se ne parla più – dice monsignor Antuan Ilgit ai media vaticani -, ma la situazione rimane tuttora grave con una precarietà evidente anche qui, dove c’è la sede del nostro vicariato. Il governo turco sta cercando di fare la sua parte: il terremoto ha colpito una zona geograficamente enorme.

Noi abbiamo ancora la nostra cattedrale da ricostruire, e siamo costantemente in contatto con le autorità locali e centrali cercando di superare alcune difficoltà burocratiche».

Antiochia, il convento dei Cappuccini dopo il terremoto del 3 febbraio 2023 (foto Cappuccini Antiochia)

Tarso, città museo

Pozzo di San Paolo a Tarso

Conta i danni del terremoto anche Tarso, la città natale di san Paolo. La chiesa a lui dedicata è oggi un complesso monumentale usato per concerti ed eventi culturali, e per visitarla si paga un biglietto di ingresso.

Non è possibile celebrarvi la messa: i pellegrini cattolici, fino a qualche anno fa, potevano farlo nel convento delle suore della Congregazione delle figlie della Chiesa che avevano adibito una stanza della loro abitazione per il culto. Erano in tre fino al gennaio 2021, quando il Covid si è portato via una di loro, suor Maria Concetta Mustacciu.

Al momento a Tarso non c’è più neanche quella presenza.

«Dire cosa “facciamo” a Tarso – raccontavano le religiose sul portale della loro Congregazione -, città completamente islamica, non è cosa facile. Accogliamo i pellegrini che passano sulle orme di Paolo. Nessun altro tipo di attività è possibile qui, ma noi siamo convinte che la nostra missione non è quella di fare; è semplicemente una missione di presenza: esserci e basta».

Anche il pozzo di san Paolo, all’ingresso della città, è più un’attrazione turistica che un luogo di devozione. Un tempo, quando Tarso era a maggioranza cristiana, si credeva che quell’acqua potesse guarire.

La difficoltà di «vivere», e non solo visitare, i luoghi santi della cristianità resta un vulnus nei pellegrinaggi che spesso fanno riferimento solo alle pietre del passato più che alle «pietre vive» dell’oggi. Il contrario di quello che accade, per esempio, in Palestina, dove i cristiani sono pochi, ma la memoria dei luoghi è vissuta anche grazie alla possibilità di pregare e partecipare alle celebrazioni.

Padre Domenico Bertogli (© Manuela Tulli)

Nonostante le difficoltà, comunque, il dialogo resta un obiettivo forte. È in questa ottica che la comunità francescana in Turchia ha organizzato per il prossimo autunno, dal 12 al 25 ottobre 2025, un incontro di formazione per il dialogo interreligioso ed ecumenico che si terrà presso il Convento di Santa Maria Draperis, a Istanbul.

«Questo programma – spiega fra Eleuthere Makuta – è stato iniziato dall’Ordine Francescano 19 anni fa per continuare il dialogo nello spirito di san Francesco, e coerentemente con gli sforzi di papa Francesco per promuovere la pace e l’armonia tra le nazioni e le religioni». Inoltre, fa notare il francescano, «il 2025 è l’anno giubilare nel quale si commemorano anche gli 800 anni del Cantico delle Creature di san Francesco. Avremo l’opportunità di ascoltare persone che condivideranno le loro esperienze, e i partecipanti stessi che visiteranno vari luoghi per acquisire esperienze di dialogo interreligioso ed ecumenico».

Monsignor Massimiliano Palinuro, vescovo di Istambul
(© Manuela Tulli)

I limiti alla libertà

In questa ricerca di concordia, non mancano gli attriti.

La trasformazione, a Istanbul, della basilica di Santa Sofia in moschea nel 2020 è stata uno di questi. Già basilica cristiana, nel 1453 Santa Sofia fu convertita dagli ottomani in moschea. Nel 1935, durante la repubblica laica di Atatürk, fu trasformata in museo. Nel 2020 è tornata a essere una moschea.

Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, ad agosto 2020, qualche giorno dopo la decisione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha detto: «Siamo stati feriti dalla conversione della basilica di Santa Sofia e della chiesa di Chora in moschee. […] Questi due monumenti unici di Costantinopoli furono costruiti come chiese cristiane. Esprimono lo spirito universale della nostra fede».

Altra ferita è quella degli attentati nelle chiese da parte di fondamentalisti islamici.

Anche se sporadici, sono il segno di una certa insofferenza nei confronti della minoranza cristiana. Aiuto alla Chiesa che soffre, al proposito denuncia: «In Turchia, la piccola comunità cristiana, lo 0,2% della popolazione, è oppressa a causa della progressiva reislamizzazione della società. Attacchi contro le chiese, arresti ingiustificati, impossibilità di ottenere il pieno riconoscimento giuridico delle Chiese cattolica e protestante, proibizione di costruire i seminari delle Chiese cattolica, armena e greco ortodossa, ripetute offese contro la cultura cristiana: sono solo alcune delle preoccupanti manifestazioni di questo pericoloso connubio fra islamismo di Stato ed estremismo di alcuni gruppi sociali».

Ma ci sono anche altri ostacoli al dialogo: «L’educazione religiosa – si legge nell’ultimo Rapporto di Acs – è obbligatoria nelle scuole pubbliche primarie e secondarie, nelle quali viene insegnato esclusivamente l’islam sunnita. Gli studenti di fede cristiana o ebraica possono essere esentati […], previa esplicita richiesta dei loro genitori. Il governo continua a rifiutarsi di concedere tale possibilità anche agli aleviti e agli appartenenti ad altre fedi, che sono invece tenuti a frequentare le lezioni di islam sunnita».

A sottolineare la difficoltà di muoversi in queste ristrettezze giuridiche è anche monsignor Paolo Bizzeti, ex amministratore apostolico del vicariato di Anatolia, innamorato della Turchia fin dalla sua giovinezza. Ci confida che, durante i suoi tanti anni in Turchia, ha assistito a un crescente interesse dei turchi per il cristianesimo: «In ogni parrocchia ci sono dei turchi che chiedono di diventare cristiani». Questi processi, però, non sono facili, perché le persone «hanno bisogno di un accompagnamento e non sempre è possibile offrirglielo».

Bizzeti parla della libertà religiosa e spiega: «La Chiesa cattolica in Turchia non ha personalità giuridica, come non ce l’ha la Caritas. Non si possono costruire cappelle, erigere seminari, ed è anche difficile a volte ottenere permessi di soggiorno per gli operatori pastorali».

Tutto è ancora legato al Trattato di Losanna del 1923, firmato alla fine della prima guerra mondiale. In quell’accordo, la religione cattolica non venne parificata all’islam. «Questo Trattato ha oltre cento anni. Non credo che la Turchia lo voglia mettere in discussione – dice Bizzeti -. E noi?».

Manuela Tulli

Effetti del terremoto a Kahramanmaraş
© Croce rossa spagnola



Turchia. Efeso e Nicea, ponti tra fedi

 

Il luogo del confronto è la «Casa di Maria», frequentata soprattutto dai musulmani. Prove di dialogo anche a Nicea, dove quest’anno si celebrano i 1700 anni del Concilio.

C’è un santuario in Turchia, cristiano ma frequentato soprattutto dai musulmani. È Meryem Ana, la Casa di Maria, a Efeso, il luogo dove, per la Tradizione, la Madonna ha vissuto insieme all’apostolo Giovanni dopo la morte, risurrezione e ascensione di Gesù.

Efeso dunque è come un ponte tra islam e cristianesimo. Lo è Meryem Ana, ma anche il grande parco archeologico nel quale si trovano i resti della prima basilica al mondo dedicata alla Madonna (qui conosciuta come la Madre di Dio), e l’anfiteatro dove San Paolo predicava agli efesini, una delle città più vivaci di quei tempi.

Oggi, nella terra dove si è sviluppata una delle prime comunità seguaci di Cristo, i cristiani sono pochissimi, non possono celebrare dove vogliono e, soprattutto, non possono svolgere una vera e propria opera missionaria.

Tuttavia si vedono germogliare semi di dialogo e rispetto reciproco, considerati anche i tanti pellegrini che scelgono la Turchia per i loro viaggi di fede.

A raccontare la devozione di donne e famiglie islamiche per la Madonna di Efeso, sono Caterina e Antonietta, laiche consacrate della famiglia delle Discepole di Maria e dell’apostolo Giovanni. La prima è di Salerno, l’altra di Avellino. Hanno lasciato l’Italia dieci anni fa per vivere in Turchia e, da nove, vivono a Efeso, «ai piedi di Maria», come loro stesse dicono.

«Per i musulmani questo è un “ibadet yeri”, un luogo sacro, benedetto. Infatti nel Corano c’è una Sura – ricorda Antonietta – che dice che Maria è la donna più santa tra tutte le donne. E molti si affidano a lei per avere un bambino. Ci è capitato qualche volta che alcune donne musulmane siano venute qui e abbiano ringraziato la Madonna aver chiesto la grazia di avere un figlio».

Caterina ci mostra un piccolo oggetto nella bacheca di vetro che sta all’uscita della Casa di Maria: «Una coppia da Ankara ha lasciato questa piccola medaglia – dice mostrando l’oggetto devozionale – con una “d” sopra, che significa “dilek”, desiderio. Dopo sette anni, la coppia ha avuto una bambina e l’ha chiamata proprio così: Desiderio».

Tanti lasciano regali a Meryem, una consolazione per molte famiglie in questa terra.
«La Casa della Madonna è un po’ come un ponte tra le varie religioni, soprattutto tra il Cristianesimo e l’Islam. Qui pregano sia cristiani che musulmani, e questo è già un segno che c’è qualcosa di particolare», dice una delle due consacrate.

La Meryem Ana a Efeso. © Manuela Tulli

Grande attesa c’è anche a Nicea dove a fine maggio verranno celebrati i 1700 anni del famoso Concilio. Un evento al quale, salute permettendo, è atteso anche Papa Francesco.

«Le istituzioni della Turchia – dice il vescovo di Istanbul, monsignor Massimiliano Palinuro – sono impegnate ad accogliere il Santo Padre in maniera straordinaria e generosa. Le autorità ci hanno mostrato i progetti ambiziosi che intendono realizzare a Nicea. Il luogo sarà attrezzato, entro maggio, per accogliere i pellegrini e per rendere fruibile il sito archeologico del posto dove si è celebrato il primo Concilio ecumenico», ha sottolineato parlando con la delegazione dell’Opera pomana pellegrinaggi nelle settimane scorse in missione in Turchia con un gruppo di sacerdoti e giornalisti. «La Turchia – ribadisce il vescovo – si sta preparando a quest’evento in maniera straordinaria, vogliono fare il massimo possibile».

È chiaro che, nonostante nel Paese la fede musulmana sia assolutamente prevalente, oggi c’è nei cittadini turchi un interesse per questi siti legato anche al turismo religioso. Questo, tra l’altro, a causa del conflitto in Medio Oriente, si è spostato proprio qui, verso la terra dove per la prima volta i cristiani furono chiamati in questo modo.

Allo stesso tempo, è vero che in Turchia «la Chiesa ha la possibilità di crescere nel dialogo con chi non è cristiano», come dice padre Alessandro Amprino, cancelliere dell’arcidiocesi di Smirne.

Il dialogo è sempre stato al centro della pastorale di monsignor Antuan Ilgit, vicario apostolico dell’Anatolia: «In questa terra, già da secoli – ha detto al momento della sua ordinazione episcopale poco più di un anno fa -, si sperimenta il dialogo e il cammino d’insieme tra le differenti realtà cristiane nella quotidianità, condividendo le stesse sorti, gioie e dolori. E lo stesso vale in una prospettiva di dialogo interreligioso con l’islam».

Manuela Tulli