Vedere venire il bene


La mia vita, e la vita del mondo: crocifisse come te, Signore, inchiodate sulla morte.

Ero un tamarisco nella steppa: maledetto, gettato in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere (cfr. Ger 17,5-8).

Non vedevo venire alcun bene.
Nessuna consolazione mi toccava.
Tantomeno una speranza.

Ricordo in modo confuso, invece, cosa provavo guardando Maria. Invidia, forse rabbia. Sete, molta sete: un desiderio, allora, ancora senza nome.

Lei era un albero piantato lungo un corso d’acqua che non teme il caldo, perché ha radici stese verso la corrente.
Le sue foglie, in mezzo al sale di quelle ore, rimanevano verdi.

Il mio nome, Pietro, pronunciato da lei,
era un frutto dolce che mi veniva offerto. Bagnava la mia bocca disseccata.

La sua fiducia era il Padre. La sua cura per me era dire bene di Lui e di te.

Senza lei, non so se avrei ritrovato gli occhi per vedere il bene venire.

Di certo oggi protendo anche io le mie radici nodose verso il Padre, e osservo con stupore le mani di molti che, in tutta la Terra, afferrano i frutti del tuo Spirito tra le foglie verdi dei tuoi amici.

Come pellegrini di speranza tra le macerie, con Maria, fissiamo lo sguardo sul bene che viene,
da amico
Luca Lorusso

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Mondo. Morire di parto nel Sud globale

 

Tra il 2000 e il 2023 la mortalità materna è diminuita del 40% a livello mondiale.
Una buona notizia che, però, va tenuta insieme a un’altra: nel 2023 le donne che hanno perso la vita per cause legate alla gravidanza e al parto sono state 260mila. Il tasso di mortalità registrato (197 decessi ogni 100mila nati vivi) è ancora troppo alto per raggiungere l’obiettivo stabilito dall’Agenda 2030 (70 ogni 100mila).
Infine, anche tramite i dati sulla mortalità materna, si può certificare il divario che divide i paesi ricchi da quelli poveri. Due decessi su tre, infatti, sono avvenuti in Paesi fragili o colpiti da conflitti, il 70% in Africa subsahariana.

 

«Non si dimentica mai l’esperienza di quando una donna ti sta scivolando via tra le mani e sai che è troppo tardi», dice all’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) la dottoressa Hadiza Galadanci, docente di ostetricia e ginecologia all’Università Bayero di Kano, in Nigeria.
Parla di una donna che muore di emorragia mentre partorisce un bambino. Muore, cioè, a causa di una complicazione del parto che è frequente, ma, quando affrontata in modo adeguato, non mortale.
Tuttavia, i decessi per emorragia rappresentano il 27% dei casi di mortalità materna, e avvengono quasi tutti in Africa subsahariana, dove persistono numerose sfide, tra cui la mancanza di accesso all’assistenza prenatale, ad assistenti al parto qualificati, a farmaci e a strutture sanitarie.

Nel 2023 sono state 260mila le donne che nel mondo hanno perso la vita per cause legate alla gravidanza e al parto, un tasso di mortalità pari a 197 ogni 100mila nati vivi, troppo alto per raggiungere nel 2030 l’obiettivo di 70 ogni 100mila stabilito dall’Agenda 2030.
Il 92% di tutti i decessi si sono verificati nei Paesi a basso e medio reddito, e la maggior parte di essi si sarebbero potuti prevenire. Il 70% del totale è avvenuto in Africa subsahariana.

Il Paese della dottoressa Galadanci, la Nigeria, è stato nel 2023 il Paese «peggiore» nel quale diventare madre. Il tasso di mortalità materna e il numero assoluto di decessi sono stati i più alti al mondo (993 ogni 100mila nati vivi: circa 75mila donne, 205 ogni giorno).

Dopo la Nigeria, il tasso più alto si è registrato in Ciad (748, per 6mila decessi), poi in Sud Sudan e in Centrafrica (entrambi con un tasso di 692, per 2.300 e 1.700 decessi).
Il primo paese non africano per tasso era l’Afghanistan, con 521 donne morte ogni 100mila nati vivi. Il primo per numeri assoluti era, invece, l’India, con 19mila decessi (e un tasso, inferiore alla media mondiale, pari a 80).

Per fare un confronto: in Italia i decessi per cause correlate alla gravidanza e al parto sono stati 25 nel 2023, per un tasso pari a 6 ogni 100mila nati vivi.

Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, Trends in maternal mortality, lanciato il 7 aprile in occasione della Giornata mondiale della salute, mette sul piatto questi dati.

Lo fa sottolineando che, grazie al miglioramento dell’accesso ai servizi sanitari essenziali in molti Paesi, tra il 2000 e il 2023 il tasso di mortalità materna è diminuito del 40%. Ma lo fa soprattutto denunciando la riduzione graduale dei fondi globali che hanno fatto registrare un notevole rallentamento nei progressi dal 2016 in poi, e che, secondo Unicef Italia, anche alla luce dei recenti tagli agli aiuti, «minacciano i fragili progressi nel porre fine alle morti materne».

La Giornata mondiale della salute ha dato il via a una campagna annuale intitolata «Inizi sani, futuri di speranza», per spronare i governi e la comunità sanitaria a intensificare gli sforzi per porre fine alle morti materne e neonatali prevenibili, e a dare priorità alla salute e al benessere a lungo termine delle donne.

Leggendo il rapporto Onu sono molti i dati interessanti che offrono un’immagine plastica delle disuguaglianze tra paesi ad alto reddito e quelli a basso reddito, e tra quelli con istituzioni stabili, e quelli coinvolti in conflitti di vario genere.

«Tra il 2000 e il 2023 – si legge sul sito dell’Organizzazione mondiale della sanità -, l’Europa orientale e l’Asia meridionale hanno ottenuto la maggiore riduzione complessiva del tasso di mortalità materna: un calo, rispettivamente, del 75% (da 38 a 9) e del 71% (da 405 a 117). […] La maggiore riduzione del rischio di mortalità materna durante questo periodo si è verificata nella regione dell’Asia centrale e meridionale, con un calo dell’83%, da 1 donna su 71 nel 2000 a 1 su 410 nel 2023. […].
L’elevato numero di morti materne in alcune aree del mondo riflette le disuguaglianze nell’accesso a servizi sanitari di qualità ed evidenzia il divario tra ricchi e poveri. Nel 2023, il tasso di mortalità materna nei Paesi a basso reddito era di 346 su 100mila nati vivi, contro 10 su 100mila nati vivi nei Paesi ad alto reddito.

Nel 2023, 37 Paesi sono stati classificati come in conflitto o in fragilità istituzionale/sociale, e rappresentavano il 61% delle morti materne globali, nonostante rappresentassero solo il 25% dei nati vivi.
Il tasso di mortalità materna è significativamente più alto nelle aree colpite da conflitti (504 decessi ogni 100mila nati vivi) rispetto ai contesti fragili (368) e ai contesti non in conflitto né fragili (99)».

Le donne nei Paesi a basso reddito hanno un rischio di mortalità materna più elevato: 1 su 66 contro 1 su 7. 933 nei Paesi ad alto reddito. «Le donne povere nelle aree remote – prosegue l’Oms – hanno meno probabilità di ricevere un’assistenza sanitaria adeguata. Questo è particolarmente vero per le regioni a basso reddito con un numero troppo piccolo di operatori sanitari qualificati […]. Gli ultimi dati disponibili suggeriscono che, nella maggior parte dei Paesi ad alto e medio reddito, circa il 99% di tutte le nascite beneficia della presenza di un’ostetrica, un medico o un’infermiera qualificata, mentre solo il 73% nei Paesi a basso reddito, e l’84% in quelli a reddito medio-basso».

La maggior parte delle morti materne è prevenibile, poiché le soluzioni sanitarie sono ben note. La salute materna e quella del neonato sono strettamente collegate. Per quanto riguarda le morti neonatali, si stima che ogni anno siano oltre 2 milioni i bambini che muoiono nel primo mese di vita, e circa altri 2 milioni che nascono morti. Per questo «è importante – dice l’Oms – che tutti i parti siano assistiti da operatori sanitari qualificati, poiché una gestione e un trattamento tempestivi possono fare la differenza tra la vita e la morte delle donne e dei neonati».

«Nel contesto degli Obiettivi di sviluppo sostenibile – conclude l’Oms -, i Paesi si sono uniti sull’obiettivo di accelerare il declino della mortalità materna entro il 2030. […] “ridurre il tasso di mortalità materna globale a meno di 70 per 100mila nascite […]”. Il tasso globale nel 2023 era di 197 per 100mila nati vivi […]. Tuttavia, le conoscenze scientifiche e mediche sono disponibili per prevenire la maggior parte delle morti. […] è il momento di intensificare gli sforzi coordinati e di mobilitare e rinvigorire gli impegni a livello globale, regionale, nazionale e comunitario […]».

Luca Lorusso




Equapp: un acquisto alla volta

 


Come lottare per i diritti umani e la sostenibilità ambientale nella vita quotidiana? Come indurre le aziende che violano la dignità delle persone e della Terra a cambiare? Come orientare i nostri consumi in una direzione più etica? Domande che non hanno una risposta chiara e semplice. Ma un’app può aiutare.

Una volta c’era la Guida al consumo critico curata dal Centro nuovo modello di sviluppo di Francesco Gesualdi: un’opera che ha informato e formato molti cittadini con le sue diverse edizioni uscite tra il 1998 e il 2012.

Quello sforzo di ricerca e divulgazione ha contribuito a consolidare una consapevolezza: gli acquisti quotidiani di prodotti o servizi influiscono sui diritti umani, le guerre, l’ambiente, gli animali, la democrazia, nel proprio Paese e nel mondo.

Anche grazie a molte altre pubblicazioni e iniziative, la consapevolezza è cresciuta, e oggi sappiamo tutti, bene o male, che rischiamo di avere tra le mani uno smartphone prodotto con materie prime prelevate violando diritti e territori nel Sud globale. Sappiamo che la bevanda offerta ai figli dei nostri ospiti potrebbe essere prodotta da un’azienda che evade le tasse, inquina, sfrutta i bambini, ha politiche antisindacali, ecc.

Sappiamo che le nostre scelte individuali possono avere impatti positivi o negativi, ma come fare oggi a decidere tra un prodotto e un altro? Come fare a raccogliere tutte le informazioni aggiornate di cui avremmo bisogno? E come averle a portata di mano nelle corse quotidiane da cui tutti siamo più o meno travolti?

Abbiamo sentito Marco Ratti, direttore responsabile della testata online osservatoriodiritti.it e presidente dell’associazione non profit Osservatorio sui diritti umani Ets che ha lanciato «Equa», un’applicazione che prova a dare risposte pratiche.

Consumo responsabile

«Comprare un prodotto o un servizio guardando solo al prezzo – esordisce Marco Ratti – significa accettare il rischio che quell’acquisto possa favorire il caporalato, la distruzione della natura, il maltrattamento degli animali e chissà cos’altro. Ma, fino a poco tempo fa, ottenere queste informazioni velocemente, e comportarsi di conseguenza, era pressoché impossibile.

Proprio per questo motivo è nata Equa, la prima app in Italia sul consumo responsabile. Un’applicazione per cellulari, ideata e creata dall’associazione Osservatorio sui diritti umani Ets, per far conoscere l’impatto dei propri acquisti. Uno strumento concreto per “cambiare il mondo un acquisto alla volta”, come recita lo slogan del progetto».

Manifestazione degli abitanti di Piquia de Baixo, Açâilandia (Maranhão, Brasile). Foto di © Marcelo Cruz.

Come funziona Equa

Chi utilizza Equa può ottenere informazioni per compilare una lista della spesa più etica, e può approfondire come si comportano le aziende che provano a venderci beni o servizi.

«Finora – prosegue Ratti -, grazie a un grande lavoro di ricerca, sono stati analizzati quattro prodotti di tre settori: cellulari e tablet per il settore dell’elettronica, la pasta per il settore alimentare e le bibite gassate per il settore bevande. L’obiettivo è di valutare il maggior numero possibile di beni e servizi disponibili in Italia».

In estrema sintesi, le azioni possibili attraverso Equa sono cinque: «In primo luogo, l’utente può cercare un’azienda o marchio e scoprire quanto rispetta i diritti umani, l’ambiente e gli animali, tramite un punteggio da 0 a 100. Più alto è, meglio è.

C’è la possibilità di avere informazioni di base relative all’azienda, come la sede legale, il fatturato, il numero di dipendenti, e una sintesi di quanto emerso dalla ricerca. Si può vedere l’elenco di tutti i brand collegati e l’assetto proprietario.

In aggiunta, chi sceglie di abbonarsi può fare ricerche anche per categorie e per prodotti, così da vedere in un unico colpo d’occhio tutte le aziende che producono ciò a cui si è interessati.

In secondo luogo, Equa permette anche di fare una semplice, ma potente, azione di attivismo: in un click, è possibile inviare all’azienda una email precompilata in cui sono sottolineati i punti critici, per chiedere di cambiare.

Terzo, chi sceglie di registrarsi gratuitamente all’applicazione ha la possibilità di salvare tutte le proprie ricerche, costruire una lista dei preferiti e ricevere notifiche dedicate.

Gli abbonati, inoltre, possono compiere altre due attività. Innanzitutto hanno accesso all’elenco delle alternative più sostenibili. Infine, hanno la possibilità di consultare i punteggi suddivisi secondo le tre categorie: diritti umani, ambiente e animali, e leggere le schede di analisi relative all’impresa, comprese le fonti utilizzate».

I criteri di valutazione

Il fulcro dell’app, spiega ancora Marco Ratti, è costituito dunque dalle analisi delle aziende. Queste sono realizzate da un nutrito gruppo di lavoro tramite griglie di valutazione costruite anche grazie al supporto della realtà più significativa in questo ambito a livello mondiale, l’organizzazione britannica Ethical consumer, e all’appoggio del Centro nuovo modello di sviluppo.

«In estrema sintesi, come accennato, Equa indaga sul comportamento aziendale negli ambiti dei

diritti umani, dell’ambiente e degli animali. A loro volta, queste tre macro aree sono suddivise complessivamente in sedici sezioni e più di cento voci.

L’analisi assegna all’azienda un punteggio compreso tra 0 e 100.

Sarebbe lungo elencare i criteri di valutazione, per cui invito ad andare a leggerli sul sito web www.equapp.it. È utile però chiarire che l’analisi delle singole aziende si basa su due tipi di fonti: innanzitutto, i dati raccolti in maniera indipendente, accedendo ad esempio a database pubblici (per sapere se l’azienda è presente in paradisi fiscali, o collabora con regimi oppressivi e così via); in secondo luogo, le dichiarazioni politiche delle aziende stesse, e gli impegni presi pubblicamente, per esempio nei rapporti di sostenibilità e nei codici di condotta applicati nella catena del valore. In questi casi, all’analisi minuziosa dei documenti aziendali, segue la ricerca di eventuali critiche da parte di fonti autorevoli in merito alle tematiche su cui l’azienda si dichiara virtuosa.

Questo sistema è stato costruito per evitare che un’autodichiarazione dell’impresa sia sufficiente a ottenere un buon punteggio.

Infine, per controllare la qualità delle griglie di valutazione c’è un Comitato scientifico formato da cinque persone: Francesco Gesualdi (fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo), Deborah Lucchetti (coordinatrice per l’Italia della Campagna abiti puliti), Ugo Biggeri (già presidente di Banca etica e attuale coordinatore per l’Europa di Global alliance for banking on values), Gabriella D’Amico (vicepresidente di Assobotteghe), Jason Nardi (presidente della Rete italiana economia solidale)».

Un progetto indipendente

Il progetto di Equa è realizzato da un’associazione non profit. Domandiamo a Marco Ratti come si sostiene da un punto di vista economico. «Oltre che dagli abbonamenti, Equa è sostenuta dalle donazioni di singoli e gruppi, come associazioni, botteghe del commercio equo, gruppi d’acquisto solidale e distretti di economia solidale, ed è potuta decollare grazie al Gruppo Banca etica, che ha sostenuto quasi tutti i costi del primo anno di attività con una grossa donazione.

I soldi non arrivano dunque dalle aziende – prosegue Ratti -, che non possono in alcun modo influenzare le valutazioni.

Inoltre, all’interno di Equa non si incontra alcuna pubblicità, a ulteriore garanzia dell’indipendenza del lavoro.

Per avere più possibilità di raggiungere la piena sostenibilità economica, l’applicazione è stata sviluppata in modalità “Freemium”: può essere scaricata e utilizzata gratuitamente, ma alcuni contenuti sono accessibili solo agli abbonati.

A differenza di un abbonamento qualunque, però, l’associazione ha cercato di dare la possibilità a tutte e tutti di accedere ai servizi Premium: invece di indicare un prezzo fisso, chiediamo all’utente di scegliere tra quattro diversi tagli, 20, 35, 50 o 70 euro all’anno. Qualsiasi taglio darà accesso al 100% dei contenuti.

In altre parole, dunque, chi sceglierà i tagli più alti lo farà per sostenere il progetto».

Luca Lorusso


Un sogno nato in Brasile

L’idea di sviluppare l’app Equa viene da lontano. Dal periodo 2012-2015, quando il suo ideatore e coordinatore, Marco Ratti, ha vissuto con la sua famiglia ad Açâilandia (Maranhão, Brasile), inserendosi in alcuni progetti della comunità locale e dei missionari comboniani.

«In quel periodo ho dovuto cambiare il mio punto di osservazione – racconta il direttore responsabile di Osservatorio diritti -, e questo mi ha portato a modificare il modo di leggere la realtà che mi circonda e mi ha spinto verso progetti a cui non avrei mai pensato prima».

L’esperienza brasiliana di Marco Ratti e della sua famiglia, è stata segnata dalla condivisione con un piccolo gruppo di persone che, nella sua semplicità, stava conducendo una battaglia per il diritto delle comunità locali a una vita dignitosa. «Alcune aziende tra le più ricche e potenti al mondo, con la loro attività mineraria e siderurgica, avevano devastato le loro terre, trasformandole in coltivazioni intensive, carbonaie, altoforni, e rendendole zone con tassi di inquinamento tra i più alti al mondo.

Quella lotta, lenta ma implacabile, condivisa nella quotidianità – spiega Ratti -, mi ha cambiato dentro un giorno alla volta, tanto che, al ritorno in Italia, ho fondato con alcuni colleghi Osservatorio diritti, una testata online indipendente che ancora oggi si occupa di denunciare le violazioni dei diritti umani».

Quello è stato il primo passo, a cui ne sono seguiti altri: «Far conoscere le violazioni era fondamentale, ma per incidere davvero era necessario offrire uno strumento concreto affinché chiunque potesse unirsi alla lotta per la giustizia sociale e ambientale».

Da queste riflessioni è nata la newsletter settimanale «Imprese e diritti umani», e poi, circa quattro anni fa, il lavoro dell’associazione Osservatorio sui diritti umani Ets per creare Equa, uno strumento per il consumo responsabile.

L.L.


Giornalismo indipendente per i diritti umani

«Equa» è l’ultimo progetto di Osservatorio sui diritti umani Ets, un’associazione non profit di Milano nata sei anni fa con due obiettivi: promuovere la cultura dei
diritti umani e praticare il giornalismo indipendente e di qualità. Alla base di tutto c’è una scommessa controcorrente: l’informazione legata ai diritti umani, se fatta in maniera libera e professionale, è capace di interessare tanta gente.

Ogni attività realizzata mira ad avvicinare la vita delle vittime di violazioni alla nostra. Più in generale, l’obiettivo è contribuire a una società più inclusiva.

La testata online

L’associazione è stata fondata nel 2019 da un gruppo di giornalisti che due anni prima aveva avviato la testata online Osservatorio diritti, un giornale italiano specializzato in inchieste, analisi e approfondimenti sul tema dei diritti umani.

Nel corso degli anni, l’informazione prodotta ha avuto impatti importanti, dall’apertura di interrogazioni parlamentari sui diritti dei bambini con disabilità fino alla liberazione di difensori dei diritti umani in Africa.

La testata ha collaborato o collabora a vario titolo con diversi soggetti, tra i quali il master in Diritti umani e gestione dei conflitti della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, la Commissione europea, il Festival dei diritti umani di Milano.

Le altre attività

Il giornale online è stato la prima di molte attività. Nel 2019 l’associazione ha pubblicato il libro Immigrazione oltre i luoghi comuni. Venti bufale smontate un pezzo alla volta, per cominciare a parlarne sul serio, a cui sono seguiti Coronavirus. Viaggio nelle periferie del mondo e Tracce indelebili. Storie di dieci attivisti che hanno cambiato il mondo.

I giornalisti hanno prodotto anche due podcast: Diritti e Rovesci, un approfondimento quotidiano sui diritti umani; Diritti al Cuore, una serie dedicata a racconti di lotta per la difesa dei diritti.

Attualmente cura tre newsletter: quella del mercoledì sui diritti umani, una mensile sui consumi responsabili e quella del sabato su imprese e diritti umani (quest’ultima in abbonamento).

L’associazione fa anche interventi nelle scuole ed eventi di promozione culturale sui diritti umani.

Marco Ratti
direttore responsabile di www.osservatoriodiritti.it




Nigeria. La Chiesa chiede protezione e giustizia

 

Aveva 21 anni, il seminarista Andrew Peter. Si trovava nella canonica della chiesa di San Pietro a Iviukhua-Agenebode, nello Stato di Edo, sud della Nigeria, il 3 marzo, quando intorno alle 21,30 quattro uomini armati hanno fatto irruzione e l’hanno rapito e condotto nella foresta assieme a padre Philip Ekweli.
Quest’ultimo è stato liberato dieci giorni dopo. Andrew invece è stato assassinato.

Il 4 marzo, anche padre Sylvester Okechukwu è stato rapito. In questo caso, nello Stato di Kaduna, nella Nigeria nord occidentale. Sacerdote di 44 anni, catturato nella tarda serata da uomini armati nella canonica della chiesa di cui era parroco, è stato ritrovato senza vita e con segni di violenza il giorno successivo.

Padre Sylvester Okechukwu e il seminarista Andrew Peter sono le ultime vittime della violenza che in Nigeria colpisce non solo il clero, ma tutti i fedeli della Chiesa.

Secondo i dati raccolti dal Catholic Secretariat of Nigeria (CSN) e rilanciati dall’Agenzia Fides il 12 marzo, contando i casi di marzo, negli ultimi dieci anni nel Paese sono stati rapiti 148 tra sacerdoti e seminaristi, di cui 13 poi uccisi.

Le chiese sono diventate bersagli per bande armate e gruppi estremisti, con rapimenti legati a richieste di riscatto e atti intimidatori contro la comunità cristiana.
In molti casi, i rapimenti si concludono con la liberazione delle vittime dopo il pagamento di somme di denaro, ma crescono di numero le situazioni in cui i rapitori decidono di uccidere per inviare un messaggio di terrore e di dominio sul territorio.

La Nigeria è il Paese più popoloso del continente africano, con una popolazione di 228 milioni di abitanti nel 2023 e un tasso di crescita annuale del 2,1%. I musulmani, in maggioranza negli stati del Nord, sono il  53,5% della popolazione, i cristiani, in maggioranza negli stati del Sud, sono il 45,9% (10.6% cattolici, 35.3% altre confessioni cristiane).

Dal punto di vista economico, il prodotto interno lordo (Pil) ha raggiunto 363 miliardi di dollari, mentre il Pil pro capite era di 1.596 dollari e l’inflazione al 24,7%.
Il Paese si trova al 161° posto su 193 nella classifica mondiale dell’indice di sviluppo umano. L’aspettativa di vita è di 54,5 anni, la mortalità infantile al 10,7%. Circa 1 persona su 3 vive in estrema povertà. Il 15,9% della popolazione è denutrita. Solo il 60,5% ha accesso all’elettricità.

Nel solo 2021 sono state 1.493 le uccisioni dovute ad atti di terrorismo. Un dato molto minore a quello relativo al 2014 quando si toccò la vetta delle 7.775 vittime, ma comunque assai alto.

In questo contesto generale, secondo l’ultima World Watch List di Porte Aperte, la situazione dei cristiani nel Paese è una delle più pericolose al mondo. La violenza non è solo opera di gruppi jihadisti come Boko Haram e l’Iswap (Stato islamico nella provincia dell’Africa occidentale), ma anche di bande criminali e milizie etniche, che approfittano dell’instabilità politica e della mancanza di sicurezza.

Le regioni settentrionali del Paese sono particolarmente pericolose: qui i cristiani, che sono in minoranza, vivono in condizioni di costante minaccia e subiscono discriminazioni sociali e legali, soprattutto nei contesti dove vige la Sharia (legge islamica).

Il Rapporto 2024 dell’Uscirf (US Commission on international religious freedom) evidenzia come la libertà religiosa in Nigeria sia gravemente compromessa. Il governo è stato spesso accusato di inazione di fronte agli attacchi contro le comunità cristiane. Le forze di sicurezza sono lente a intervenire e, in alcuni casi, accusate di collusione con i gruppi armati.
Questo clima di impunità ha permesso la crescita di una spirale di violenza che colpisce clero, fedeli e intere comunità che sono state costrette ad abbandonare le proprie case, rifugiandosi in aree più sicure o cercando asilo all’estero.

Gli stati settentrionali che applicano la Sharia, contribuiscono a creare un clima di discriminazione sistematica contro i cristiani, che si traduce in limitazioni dei diritti civili e in attacchi mirati.

Nonostante le numerose denunce e le richieste di intervento, la situazione non sembra migliorare. Il silenzio e l’inerzia delle autorità nigeriane e della comunità internazionale non fanno che alimentare un senso di abbandono tra i cristiani, che continuano a vivere in un clima di paura e incertezza.
Le storie di padre Okechukwu e di Andrew Peter sono solo le ultime due delle tante che raccontano le difficoltà di chi vive la propria fede in Nigeria.

Luca Lorusso




Mondo e tortura. Cresce l’uso dei Taser

 

L’uso dei dispositivi a scarica elettrica, noti come Pesw (Projectile electric shock weapons) o Taser (dal nome del modello più diffuso), da parte delle forze di polizia è in costante aumento in tutto il mondo.

Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni il loro abuso, soprattutto in contesti di detenzione, manifestazioni pubbliche e contro gruppi vulnerabili come bambini, anziani, fasce di popolazione emarginate. Tuttavia, manca ancora un trattato internazionale che ne limiti la produzione, la commercializzazione e l’uso indiscriminato.

 

Ne parla un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani pubblicato lo scorso 6 marzo: «I still can’t sleep at night». The global abuse of electric shock equipment. («Non riesco ancora a dormire la notte». L’abuso globale di apparecchiature per le scosse elettriche). Un lavoro che descrive i due tipi di apparecchiature a scarica elettrica in commercio: quelle a contatto diretto, che Amnesty assieme a molte altre organizzazioni internazionali chiedono di eliminare, e le Pesw a proiettili, armi paralizzanti che funzionano con una carica elettrica a distanza, legittime, ma il cui uso è da limitare a casi estremi.

Il costo umano del commercio e dell’uso non regolamentato di questi prodotti richiede l’urgente necessità di un’azione coordinata e globale.

Esempi concreti di abuso: Iran e Francia

Il lavoro di Amnesty presenta casi di tortura e maltrattamenti avvenuti in tutto il mondo tramite queste apparecchiature negli ultimi dieci anni.

L’Iran è uno dei Paesi nei quale Amnesty International ha documentato l’uso di dispositivi elettrici contro manifestanti pacifici, prigionieri politici e dissidenti.
Molti detenuti hanno subito torture con scariche elettriche prolungate per estorcere confessioni o come forma di punizione.
Le conseguenze per le vittime sono di diversa gravità: ustioni; danni neurologici permanenti, traumi psicologici profondi.

Anche in Francia, per fare solo un altro esempio, nonostante le rigide normative europee, sono stati segnalati abusi. Le forze dell’ordine hanno utilizzato i Taser durante operazioni di polizia, spesso su persone che non rappresentavano una minaccia immediata.

Torture con scosse elettriche: una lunga storia

L’uso della scossa elettrica come strumento di tortura ha radici storiche lontane.

I dispositivi per elettroshock, scrive Amnesty, sono stati a lungo utilizzati per la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti in tutto il mondo, spesso utilizzando metodi improvvisati, come pungoli elettrici per bovini, fili collegati alla rete elettrica o alle batterie delle auto.
I telefoni da campo a manovella «magneto» o «dinamo» furono utilizzati per la prima volta per la tortura dall’esercito francese in Indocina e dalla polizia militare giapponese in tutto il Giappone imperiale negli anni 30.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il telefono da campo fu utilizzato per la tortura in tutta la Francia coloniale, dall’Algeria al Madagascar, nel Kenya britannico e in Vietnam dai marines statunitensi. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti sono emerse armi a scossa elettrica a contatto diretto progettate per le forze dell’ordine.

Negli anni 30 la polizia argentina ha adottato l’uso della picana eléctrica (manganello elettrico), un dispositivo che si sarebbe diffuso in Uruguay, Paraguay e Bolivia, mentre la tortura basata sulla scossa elettrica sarebbe stata ampiamente adottata in America Latina sotto le dittature militari degli anni 70 e 80 per reprimere il dissenso politico.

Oggi, la disponibilità commerciale di Pesw e dispositivi affini ha reso questa pratica più diffusa e difficile da monitorare.

Le conseguenze sulla salute

L’uso di strumenti a scossa elettrica può avere effetti devastanti sulla salute delle persone. Le scariche causano dolore intenso, convulsioni, perdita di controllo motorio e, in alcuni casi, arresto cardiaco.

Sono stati registrati numerosi decessi in seguito all’uso del Taser su individui in precarie condizioni di salute. Gli effetti psicologici, tra cui ansia, depressione e disturbi da stress post-traumatico, sono altrettanto gravi.

Uso contro gruppi vulnerabili

Il problema più allarmante è l’uso di questi trumenti contro categorie di persone vulnerabili.
I detenuti subiscono scosse elettriche come forma di punizione o coercizione. I manifestanti vengono colpiti per disperdere le folle, anche quando non costituiscono una minaccia reale. Le persone con problemi di salute mentale, i minori e gli anziani sono particolarmente vulnerabili agli effetti delle scariche elettriche, che possono causare danni irreversibili.

Amnesty International ha documentato diversi casi di abuso contro minori, spesso in situazioni in cui non rappresentavano alcun pericolo.

Negli Stati Uniti, alcuni bambini di appena 10 anni sono stati colpiti con i Taser da agenti di polizia durante interventi scolastici, per aver mostrato segni di disagio o per piccoli atti di ribellione. In un caso, un bambino autistico è stato colpito durante una crisi emotiva.

Per quanto riguarda gli anziani e le persone con problemi di salute mentale, Amnesty ha registrato casi in cui individui in evidente stato di confusione o in emergenza medica sono stati immobilizzati con Taser, aggravando le loro condizioni.

Negli ospedali psichiatrici e nei centri di detenzione, l’uso dei Taser è stato denunciato come una forma di abuso sistematico.

In alcune occasioni, l’uso della scarica elettrica ha provocato arresti cardiaci fatali.

Produzione e commercio: un mercato in crescita senza regole globali

Il mercato dei dispositivi a scarica elettrica è in espansione. Il modello più diffuso di Pesw è il Taser. Tanto diffuso che nel linguaggio comune il suo nome raggruppa per antonomasia tutti i dispositivi Pesw. È prodotto da Axon Enterprise, la principale azienda del settore, che fornisce le sue armi a oltre 18mila agenzie di polizia in più di 80 Paesi.

Non esistono, però, regolamenti internazionali vincolanti per limitare la produzione e la vendita di questi strumenti. La maggior parte degli Stati non ha controlli adeguati per evitare che questi dispositivi finiscano nelle mani di regimi repressivi o forze di polizia che violano i diritti umani.

La proposta di un Trattato internazionale

Per colmare questa lacuna, Unione Europea, Argentina e Mongolia hanno lanciato l’Alleanza per un commercio libero dalla tortura, con l’obiettivo di vietare la produzione e la compravendita di strumenti di tortura, compresi i Pesw.

Amnesty International e altre Ong chiedono un trattato internazionale che vieti completamente la produzione e l’uso di dispositivi a scarica elettrica da contatto diretto, e che regoli rigorosamente l’uso dei Pesw, imponendo limiti chiari e meccanismi di controllo efficaci.

Un trattato di questo tipo stabilirebbe regole chiare per il commercio e l’uso dei Pesw, riducendo il loro uso come strumenti di repressione e tortura. Solo una regolamentazione globale potrà proteggere i diritti umani e prevenire ulteriori abusi nel mondo.

Luca Lorusso




Italia. La legge che vuole nascondere il commercio di armi

 

Il controllo dei cittadini italiani sul commercio di armi è a rischio. La campagna «Basta favori ai mercanti di armi!» fa pressione sul Parlamento perché i limiti posti dalla legge 185/90 e la trasparenza sui flussi finanziari legati alle armi non vengano azzerati.

C’era una volta la legge 185/90 sul controllo del commercio di armi e sulla trasparenza dei finanziamenti delle banche al settore.

C’era una volta e c’è ancora, nonostante anni di tentativi da parte dei diversi governi di ridurne gli effetti.

Oggi, però, corriamo il rischio che il primo governo Meloni riesca nell’intento.

È all’esame delle Commissioni esteri e difesa della Camera, infatti, il disegno di legge di iniziativa governativa numero 1730 – «Modifiche alla legge 9 luglio 1990, n. 185», già approvato dal Senato -, che, oltre a ridurre il controllo del Parlamento sul commercio italiano di armi, vuole azzerare la trasparenza sui dati delle transazioni finanziarie operate dalle banche.

La società civile perderebbe uno strumento fondamentale per sapere quante armi l’Italia vende e a chi (compresi regimi autoritari e Paesi in conflitto), e quali sono le organizzazioni finanziarie che si offrono come canali per questo commercio. Uno strumento che permette, ad esempio, l’attività di informazione e denuncia della Campagna Banche armate, promossa da Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di pace.

La discussione delle linee generali del disegno di legge avverrà in aula il prossimo 17 marzo.

Prima di allora, ciascuno può fare la sua parte mettendo la propria firma alla petizione online della campagna lanciata dalla Rete italiana pace e disarmo: «Basta favori ai mercanti di armi!» già sostenuta negli ultimi mesi da un nutrito gruppo di organizzazioni che sta facendo sentire la sua voce.

«Diciamo no agli affari armati irresponsabili che alimentano guerre e insicurezza», recita il testo della petizione online.

E prosegue:

«Il Disegno di Legge di iniziativa governativa che modifica, peggiorandola […], la normativa italiana sull’esportazione di armi (la Legge 185/90) è stato approvato dal Senato nel febbraio 2024 e ora […] dovrà essere votato alla Camera dei deputati.

La società civile ha da subito espresso la propria preoccupazione […] evidenziando l’intenzione di indebolire il controllo sulle vendite all’estero di armi voluta da tempo da alcuni gruppi di pressione legati all’industria militare. Ma nonostante interventi di merito nel dibattito al Senato […], il Governo non ha voluto sentire ragioni e ha completamente ignorato e rigettato tali indicazioni […]. Il voto definitivo del Senato ha confermato un rifiuto totale del confronto (anche su questioni specifiche in chiaro conflitto con la normativa internazionale che l’Italia ha sottoscritto) segno evidente che l’obiettivo vero della modifica della Legge 185/90 è solo quello di favorire affari armati potenzialmente pericolosi e dagli impatti altamente negativi.

[…] le richieste della nostra Campagna sono chiare e si possono realizzare concretamente approvando gli emendamenti al DDL illustrati e proposti fin dall’inizio dell’iter parlamentare […]».

Seguono sei proposte molto precise, tra cui, per esempio, quella di «Inserire nella norma nazionale un richiamo esplicito al Trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty)» e quella di «Migliorare la trasparenza complessiva sull’export di armi rendendo più completi e leggibili i dati».

Come partecipare alla campagna?

Firmando la petizione online; facendo aderire la propria organizzazione (associazione, sindacato, parrocchia, circolo,…) al documento di richieste della Rete; promuovendo presso il proprio Comune l’adozione di una mozione in difesa della Legge 185/9o; contattando i Deputati della propria Circoscrizione, Provincia, Regione tramite una bozza di lettera già pronta; rilanciando la mobilitazione sui social media, «in particolare facendo un “tag” ai profili social di Rete pace disarmo della Camera dei deputati e dei partiti politici o parlamentari che ritieni più opportuno sollecitare».

Luca Lorusso




Il tocco delle tue mani


Sento ancora il tocco delle tue mani ruvide sui miei piedi. Mani vive, callose, come quelle di mio padre, di mio nonno. Il tuo lavare, asciugare, accarezzare la mia pelle, ha reso più sensibili i miei timpani che vibrano alle tue parole. Tu mi dici di rimanere in te.

Eppure sai che tra poco ti porteranno via, sai che domani a questa stessa ora sarai un corpo morto, disteso nel buio impenetrabile di un sepolcro.

Lo sai, eppure mi chiedi di rimanere in te.
E mi assicuri che tu rimarrai in me.

Io sono qui, tra il calore calmo delle tue mani sui miei piedi
e la visione del tuo sangue sopra un legno.

Come rimanere in te? Come rimani tu in me?

Com’è che io e te non ci perderemo?

Aprirai una strada nella morte?

Buon cammino a piedi nudi verso la Pasqua,

da amico
Luca Lorusso

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Mondo. Rimesse dei migranti, un ponte tra Paesi

 

Nel 2023 il denaro mandato dai migranti ai loro paesi di origine nel mondo ha raggiunto la cifra record di 822 miliardi di dollari. Un aiuto importante per le famiglie. Un ponte economico e sociale tra i paesi.

 

Ogni anno Carmen manda tra i due e i tremila euro a sua madre a Lima. Da poco ha superato il concorso all’Asl città di Torino e ha iniziato a lavorare come Oss in ospedale, lasciando il precedente lavoro in una casa di riposo privata. Ha potuto anche fare un mutuo per acquistare il suo piccolo alloggio nella periferia Nord della città.

I suoi soldi aiutano la madre e due nipoti, figli di una sorella rimasta vedova a causa di un incidente sul lavoro del marito. Durante la pandemia ha mandato qualche centinaio di euro anche a suo fratello, in difficoltà a San Francisco, negli Usa.

Le rimesse, ovvero il denaro inviato dai migranti ai loro paesi di origine, sono un fenomeno economico e sociale cruciale, un flusso di risorse che collega il lavoro di milioni di persone migrate con lo sviluppo e il sostentamento delle loro famiglie rimaste in patria. Hanno un impatto significativo sia nei paesi di destinazione che in quelli di origine.

L’Italia, con la sua storica tradizione migratoria e un crescente numero di lavoratori stranieri, è uno dei principali paesi europei per volume di rimesse.

I dati: 822 miliardi di $

Carmen è una dei circa 200 milioni di migranti che nel mondo mandano denaro ai territori di provenienza. La Banca mondiale stima che nel 2023 le rimesse a livello globale siano ammontate a 822 miliardi di dollari (circa un terzo del Pil italiano).

Il paese che ha ricevuto la cifra più alta è stata l’India, con una cifra di 119,5 miliardi di dollari. A seguire, il Messico (66 miliardi), le Filippine (39), la Francia (36), la Cina (29). L’Italia è al 17° posto con 12,1 miliardi di rimesse ricevute da italiani all’estero.

Non stupisce che anche paesi ad alto reddito come Francia, Italia, o Germania (all’ottavo posto con 21 miliardi) ricevano grandi volumi di rimesse. La mobilità dei lavoratori europei che espatriano è molto alta e sotto gli occhi di tutti.

Tra i paesi dai quali escono i volumi maggiori di rimesse, troviamo al primo posto gli Usa, con 93 miliardi. A seguire, Arabia saudita (38), Svizzera (37), Germania (22), Cina (20). La Francia è al sesto posto con 19 miliardi di dollari, l’Italia all’undicesimo con 12,2 miliardi.

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio nazionale sull’inclusione finanziaria dei migranti (Onifm), l’Asia si conferma nel 2024 il principale continente destinatario delle rimesse dal nostro Paese: il 40% dei flussi sono diretti verso Bangladesh, Filippine, India, Pakistan e Sri Lanka.

Interessanti variazioni sono state registrate rispetto al 2023, con incrementi significativi per paesi come Bangladesh (+17,4%) e Perù (+11%), mentre si osservano cali per altre nazioni come Pakistan (-9,6%) e Romania (-13,3%). Queste dinamiche riflettono non solo i cambiamenti demografici e migratori, ma anche l’evoluzione dei sistemi finanziari e delle politiche dei paesi di destinazione.

I costi delle rimesse per i migranti

Le rimesse rappresentano spesso una parte considerevole del reddito guadagnato dai migranti. Sono il frutto di sacrifici personali, rinunce a consumi o investimenti.

Su questa situazione già difficile, pesa anche il costo per l’invio del denaro. Nonostante gli sforzi globali per ridurlo, infatti, in Italia, secondo l’Onifm, per l’invio di 150 euro a dicembre 2024 una persona doveva pagare in media il 4,7%, con differenze significative a seconda dei paesi destinatari. Per mandare la stessa cifra in Senegal, ad esempio, il costo era del 2,6%, in Romania 3,89%, in Cina 4,89%, in Ghana 8,33%, in Brasile 9,40%.

Le piattaforme digitali sarebbero più economiche rispetto ai canali tradizionali, ma richiedono una maggiore alfabetizzazione finanziaria e digitale, e sono quindi meno usate.

L’osservatorio per l’inclusione finanziaria dei migranti, nel suo report, sottolinea che ridurre i costi di invio è una priorità sancita anche dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che mira a portarli sotto il 3%.

L’Italia ha già intrapreso iniziative, come il portale «mandasoldiacasa», per aumentare la trasparenza e promuovere la concorrenza tra gli operatori. Tuttavia, il vero potenziale risiede nello sviluppo e nella diffusione di canali digitali accessibili e nell’educazione finanziaria sia nei paesi di origine che di destinazione.

Effetti nei paesi di origine

Per i paesi destinatari, le rimesse sono una fonte essenziale di sostentamento e sviluppo. Questi fondi contribuiscono a migliorare le condizioni di vita, finanziare l’educazione, l’accesso alla salute e promuovere iniziative imprenditoriali.

Tuttavia, vi sono anche aspetti negativi: ad esempio il rischio di creare una dipendenza eccessiva dalle rimesse, cosa che può limitare lo sviluppo di economie autosufficienti. Inoltre, le variazioni dei flussi che da un anno a un altro possono verificarsi, rischiano di portare conseguenze profonde su comunità già vulnerabili.

Ponti tra comunità

Le rimesse non sono semplicemente trasferimenti di denaro, ma ponti economici e sociali che uniscono famiglie e comunità. Supportare i migranti per il loro invio sicuro ed economico significa non solo migliorare la loro qualità di vita, ma anche contribuire allo sviluppo sostenibile globale.

Luca Lorusso




Mondo. Bambini senza nome

Due bambini su dieci non vengono registrati all’anagrafe. Sono 150 milioni: privi di uno dei loro diritti fondamentali.

Ogni dieci bambini nati negli ultimi cinque anni nel mondo, due non sono stati registrati.
Sono 150 milioni in tutto, secondo un recente rapporto Unicef, distribuiti in molti Paesi del Sud globale. Novanta milioni solo nell’Africa subsahariana.
Sono bambini «senza nome», privi di identità legale. Giuridicamente invisibili. Inesistenti per i Paesi nei quali sono nati.

Non a caso la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che il 20 novembre scorso ha compiuto 35 anni, pone il diritto al nome e all’identità personale dei bambini tra quelli fondamentali, subito dopo il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo.

«La società – si legge nel rapporto dell’Unicef – riconosce per la prima volta l’esistenza e l’identità di un bambino attraverso la registrazione della nascita. Un certificato di nascita è la prova di questa identità legale ed è la base su cui i bambini possono stabilire una nazionalità, evitare il rischio di apolidia e cercare protezione dalla violenza e dallo sfruttamento. Ad esempio, il possesso di un certificato di nascita può aiutare a prevenire il lavoro minorile, il matrimonio infantile e il reclutamento di minorenni nelle forze armate, poiché consente di verificare l’età del bambino. Il certificato di nascita può essere richiesto anche per accedere ai servizi in settori quali la sanità, l’istruzione e la giustizia».

Dietro la cifra anonima, ci sono volti e vite reali: bambini yemeniti nati in un paese in guerra da anni, rohingya discriminati e non riconosciuti in Myanmar, neonati della striscia di Gaza, ma anche semplicemente un bambino del Ciad o della Papua Nuova Guinea nato in un villaggio sperduto da una madre sola e priva di mezzi.

I motivi della mancata registrazione possono essere molti: i costi inaccessibili per le famiglie, le distanze invalicabili degli uffici dai luoghi di nascita, le discriminazioni etniche o religiose, l’assenza di consapevolezza nei genitori.

«Ho sette figli – dice Rehema, mamma tanzaniana, in un virgolettato riportato nel report di Unicef -. La mia primogenita ha avuto la fortuna di ottenere il suo certificato di nascita con l’aiuto di un’amica, poiché ne aveva bisogno per entrare all’università. Io non ho potuto aiutarla. […] Non potevo permettermi il costo e la procedura per ottenere i certificati di nascita dei miei figli. Abbiamo problemi finanziari e, anche se so che è importante, semplicemente non era una priorità».

Centocinquanta milioni di bambini sotto i 5 anni non registrati alla nascita corrispondono all’intera popolazione di Francia e Germania messe insieme. È una cifra che dobbiamo aumentare di altri 50 milioni se aggiungiamo quei bambini che, pur essendo stati registrati, non hanno un certificato tra le loro mani.

Gli estensori del rapporto Unicef indicano un trend mondiale positivo (nel 2024, la percentuale di piccoli registrati nel mondo è stata del 77%, mentre nel 2019 era del 75%) ma il miglioramento è inferiore alle attese. Di certo non si raggiungerà l’obiettivo dell’Agenda 2030 su questo tema.

 

 

Basti dare uno sguardo al planisfero qui sopra (tratto dal report di Unicef) per capire la portata del problema per molti paesi: in Etiopia, Zambia e Papua Nuova Guinea le registrazioni di bambini sotto i 5 anni sono state inferiori al 25%: meno di 3 bambini ogni 10.

I paesi che registrano una percentuale tra il 25 e il 50% sono dieci in Africa subsahariana (Congo Rd, Repubblica Centrafricana, Mozambico, Mauritania, Guinea Bissau, Ciad, Uganda, Angola, Zimbabwe, Lesotho) e tre in Asia (Yemen, Afghanistan e Pakistan). Seguono poi i dodici Paesi africani che, assieme a cinque asiatici e al Paraguay in America Latina hanno registrato tra il 51 e il 75% dei bambini negli ultimi 5 anni, e i diciotto che, nel mondo, hanno avuto percentuali tra il 76 e il 90%.

In occasione della pubblicazione del report, la direttrice generale dell’Unicef, Catherine Russell, ha concluso, dopo aver descritto la sintesi dei dati: «Nonostante i progressi, troppi bambini rimangono non contati e non censiti, di fatto invisibili agli occhi del governo o della legge. Ogni bambino ha il diritto di essere registrato e di ricevere un certificato di nascita, in modo da essere riconosciuto, protetto e sostenuto».

Luca Lorusso




Contro il traffico di persone. Accoglienza e liberazione


Da trent’anni aiuta donne vittime della tratta e della prostituzione forzata. Ascolta storie di schiavitù, sevizie, fughe, speranze. Di dignità e libertà ritrovate. In prossimità dell’8 febbraio, Giornata mondiale contro la tratta, incontriamo suor Maresa Sabena, in prima linea al fianco dei migranti.

Ha conosciuto centinaia di donne, soprattutto nigeriane, vittime di tratta e sfruttamento sessuale, suor Maresa Sabena, missionaria della Consolata, 90 anni in questo 2025.

Negli ultimi trent’anni ne ha aiutate molte a uscire dalla loro condizione di schiavitù e ritrovare la propria identità e dignità. Lo ha fatto nel contesto del grande lavoro svolto dall’Ufficio pastorale migranti (Upm) dell’arcidiocesi di Torino: un insieme di centinaia di persone che, per lavoro, o per volontariato, si occupano dei migranti che si trovano nel territorio torinese e che, per vari motivi, si rivolgono a loro.

Dolcezza e fermezza

Incontriamo suor Maresa nella Casa Madre dell’Istituto delle Missionarie della Consolata, in via Coazze 1, a Torino.

Ci accoglie in portineria con un sorriso gentile incorniciato dal velo grigio, e ci conduce in una stanza luminosa e dal soffitto alto dove ci fa accomodare.

I suoi gesti garbati, ma chiari e decisi, la sua voce delicata, ma ferma, ci fanno intravvedere un carattere dolce e forte allo stesso tempo: quello che serve per ascoltare le centinaia di donne vittime di tratta e per affrontare i pericoli che può comportare la loro liberazione, spesso ottenuta tramite la denuncia degli sfruttatori.

Oggi suor Maresa fa un’opera soprattutto di accoglienza e di ascolto, ma c’è stato un tempo nel quale era abituata a trattare con forze dell’ordine, tribunali, sfruttatori, percorsi di protezione per le donne che denunciavano.

I primi vent’anni di missione

Curiosi di conoscere il suo percorso, le chiediamo di darci qualche coordinata per capire chi è: «Sono nata nel 1935 a Savigliano (Cn). Ero figlia unica. Ho studiato a Pinerolo (To) dove la mia famiglia si era trasferita.

Io desideravo la missione. Nel 1956, allora, sono venuta a Torino per presentarmi alle Missionarie della Consolata.

Ho fatto la prima professione nel ’59 e, dopo due giorni, sono entrata nell’amministrazione generale a Grugliasco (To) dove sono rimasta per quasi vent’anni aiutando nelle opere delle missionarie nel mondo. Ricordo in particolare il tempo della guerra in Mozambico. È stato un periodo di lavoro molto intenso per far arrivare gli aiuti alle consorelle».

Con i migranti (del Sud Italia)

Nel 1977, lasciato l’incarico nell’amministrazione, suor Maresa si è impegnata a tempo pieno nella pastorale della parrocchia dell’Ascensione del Signore, con la quale collaborava già da tempo, zona sud ovest di Torino, non distante dagli impianti della Fiat a Mirafiori.

«In quel periodo c’era molta immigrazione dal Sud Italia e nel quartiere c’erano molti problemi – racconta -. I residenti non volevano che i bambini provenienti dal Sud, quasi tutti pugliesi di Bitonto, che abitavano nelle case popolari della zona, frequentassero le scuole con i loro figli. Vi fu una presa di posizione della parrocchia, che promosse anche manifestazioni pubbliche a difesa di queste persone.

Io formai e seguii un gruppo di genitori. Erano persone della comunità parrocchiale sensibili alle disuguaglianze sociali e alle divisioni che vi erano in quartiere. Questo gruppo aiutò i bambini delle case popolari e tenne in contatto le loro famiglie con insegnanti e servizi del territorio.

Organizzammo anche giornate di preghiera e di studio sulla cultura e la religiosità popolare.

Formammo piccoli gruppi biblici nelle case per riflettere sui Vangeli della domenica nei periodi forti dell’anno».

Suor Maresa racconta che in un primo momento aveva vissuto con disagio l’impegno in una parrocchia di Torino: «Mi dicevo che il mio impegno non era nello spirito del nostro istituto. Poi ho capito che invece era tutto un piano che il Signore aveva per me, e mi preparava per altro».

Le donne vittime di tratta

A 59 anni, alla morte dei suoi genitori, suor Maresa ha ricevuto una nuova destinazione, l’Argentina, e ha lasciato il suo lavoro alla parrocchia dell’Ascensione.

Mentre iniziava le pratiche per la partenza, però, una sua consorella che lavorava all’ufficio migranti della diocesi di Torino si è ammalata, e le sue superiore le hanno chiesto di sostituirla temporaneamente.

«Nel ’95 – racconta suor Maresa – iniziai il mio servizio con i migranti. Proprio quell’anno il Governo indisse una sanatoria che permetteva a quelli privi di documenti, ma con un lavoro, di ottenere un permesso di soggiorno. All’ufficio migranti il lavoro si moltiplicò e mi chiesero di rimanere. Poi nel 1998 fu emanata la legge Turco-Napolitano, con alcuni articoli validi ancora oggi. Essa stabiliva il diritto a un permesso di soggiorno per protezione sociale per le donne vittime di tratta che denunciavano i loro sfruttatori. Gli enti che seguivano le donne dovevano avere un riconoscimento dallo Stato e una persona referente, e l’Upm chiese a me.

Iniziai così a occuparmi delle donne vittime di tratta, soprattutto nigeriane reclutate con l’inganno nel loro Paese e tenute come schiave sotto minaccia: un lavoro che richiedeva molto ascolto, ascoltare loro ma anche i loro clienti che le conducevano da noi per ottenere un permesso.

Il passo più complicato era quello della denuncia, accompagnarle in questura, poi ai processi, soprattutto all’incidente probatorio in tribunale (un faccia a faccia fra la donna e la sfruttatrice). Per le donne che denunciavano, si attivava un programma di protezione che a volte le portava anche in altre regioni o province. Se la donna non avesse osservato il programma, l’ente avrebbe potuto toglierle il permesso».

 

Il contrasto alla tratta

Dal primo febbraio 2008 è entrata in vigore la convenzione del Consiglio d’Europa sulla tratta degli esseri umani che stabilisce il diritto di asilo politico per le vittime di tratta. La normativa è entrata in vigore in Italia il primo marzo 2011.

Oggi, quindi, la procedura è molto diversa, ci spiega la missionaria della Consolata, perché di fatto si limita a garantire il permesso di soggiorno senza avviare un percorso di protezione e di inserimento sociale della donna sfruttata, e non si propone il contrasto alla tratta perseguendo gli sfruttatori.

«È una legge che non contrasta la prostituzione perché non incide più su chi sfrutta le donne. Per l’Upm il permesso di soggiorno non è mai stato un traguardo finale, ma la prima tappa di un accompagnamento che portasse la donna a ricuperare fiducia in se stessa e riscoprire la sua dignità e vocazione.

Oggi succede che una donna ottenga il permesso di soggiorno per asilo politico e che, per i motivi più diversi, magari perché la famiglia in Nigeria domanda denaro, decida di continuare a lavorare come prostituta».

Clienti e sfruttatori

Domandiamo a suor Maresa da cosa nasce la tratta. «Da cosa nasce?», ci restituisce la domanda con un sorriso amaro: «Dalla richiesta dei clienti», risponde.

«Inizialmente c’erano alcuni uomini italiani che venivano a presentarci queste donne perché le volevano regolarizzare. Le volevano “salvare”, dicevano.

Spesso però, non era per salvarle, ma per poterle sfruttare da soli.

Abbiamo visto di tutto, anche persone colte, benestanti che volevano regolarizzare le donne e magari cercavano un alloggio per poterle ricevere, stare con loro, lontani dalle loro famiglie».

E gli sfruttatori chi sono? Suor Maresa ci dice che spesso sono donne nigeriane. Le maman hanno basi in Nigeria e in Italia. La gran parte pare che «lavori» per conto proprio, con una piccola rete di complici. Alcune, probabilmente, sono collegate ai clan della mafia nigeriana.

Contattano le donne, sovente in zone rurali molto povere, soprattutto nel territorio di Benin City, promettendo loro di farle studiare e lavorare in Italia, e stabiliscono una cifra che le donne devono pagare per il viaggio. Queste, quindi, firmano un contratto di pagamento del debito, siglandolo con un rito vudù, che per loro è molto impegnativo, e poi, quando arrivano in Italia, si ritrovano con un debito moltiplicato: da 20mila a 60-70mila euro, e con la minaccia di ritorsioni sulla famiglia rimasta in Nigeria. Per questo sono costrette a prostituirsi.

Quando chiediamo a suor Maresa se nei trent’anni di lavoro di contrasto alla tratta abbia mai avuto paura che qualche sfruttatore le facesse del male, lei risponde risoluta: «No. Nonostante il pericolo ci fosse, perché mi conoscevano benissimo, mi sono sempre fidata che c’è Qualcuno che ci aiuta e ci protegge».

La prostituzione cambia

Secondo Rosanna Paradiso, esperta anti tratta che lavora alla procura di Torino, intervistata da Federico Gottardo per «TorinoCronaca», oggi sono almeno tremila le donne nigeriane sfruttate sessualmente nel capoluogo piemontese e in provincia.

«È sempre più difficile capire quali siano le loro vere condizioni», prosegue la missionaria. Il mercato della prostituzione, infatti, sta cambiando: ce ne sono di meno in strada perché è aumentato lo sfruttamento in alloggi o centri massaggi o, a volte, anche in capannoni abbandonati. Questo rende più difficile agli operatori e ai cittadini intercettarle, e a loro chiedere aiuto.

«Negli ultimi anni, la maggioranza delle donne che viene al nostro centro, sono mandate direttamente dalle maman per chiedere aiuto per fare la domanda di asilo politico. Loro mentono, ma se durante il colloquio ci rendiamo conto che sono potenziali vittime della tratta, predisponiamo un incontro con la mediatrice culturale per far emergere la loro vera storia. La mediatrice le mette in condizione di aprirsi e superare le paure legate soprattutto al rito vudù, e a noi offre la possibilità di iniziare un discorso sulla possibilità di ottenere il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Oggi molte passano dalla Libia dove vengono già sfruttate in un modo spaventoso. Quando ci raccontano le loro storie, ci fanno vedere le ferite sul corpo: è una cosa impressionante.

In questi casi le donne presentano la domanda di asilo politico con le vere motivazioni della loro venuta in Italia, però non sono più tenute a denunciare gli sfruttatori, quindi poi teoricamente possono ancora lavorare per strada per pagare il debito».

Ascolto e accoglienza

In trent’anni di servizio all’Ufficio pastorale migranti, suor Maresa Sabena ha accompagnato personalmente più di duecento donne, ciascuna nel suo programma di protezione e inserimento sociale. «Un altro centinaio di donne sono passate da noi – aggiunge -, ma poi hanno abbandonato il programma, magari per andare in Olanda, o in Gran Bretagna». Le domandiamo come fanno le donne ad arrivare da loro: «Per passaparola. Quelle che vengono da noi, si sentono ascoltate, e lo dicono alle altre. Noi, infatti, all’Upm accogliamo in modo famigliare. Quando arriva una persona, non le chiediamo “come mai sei qui?”, “cosa vuoi da me?”. Iniziamo chiedendo se è la prima volta che viene, come ci ha conosciuti, la famiglia, tutte domande molto in generale. Solo dopo questo domandiamo anche se possiamo aiutare in qualche modo, allora vengono fuori più facilmente i problemi».

Oggi però la missionaria non si occupa più soltanto della tratta. Offre il suo servizio nell’ascolto.

«Ascolto tutto il giorno. Ascolto quelli che arrivano, donne e uomini. Siamo sei, sette persone. Ciascun volontario ascolta anche secondo le sue competenze, ci aiutiamo tra noi. Per esempio, c’è un volontario ex dipendente della previdenza sociale: quando arrivano persone sfruttate sul lavoro, le mandiamo da lui. C’è un avvocato: quando ci accorgiamo che la persona è vittima di tratta, con l’appoggio dell’avvocato l’aiutiamo a chiarire come presentare la domanda di asilo.

Ascoltiamo storie di uomini che arrivano dall’Afghanistan, dal Pakistan, che hanno la famiglia là in pericolo e non riescono a farla uscire dal Paese, a ottenere il ricongiungimento famigliare, anche se qui sono ben inseriti.

Arrivano da noi persone che sono appena arrivate in Italia, ma anche alcune che sono in Italia già da tempo e magari non sono riuscite a regolarizzarsi perché hanno sempre lavorato in nero, sfruttate da qualche parte. Allora le aiuti con l’avvocato: se vogliono, possono denunciare per sfruttamento lavorativo. Però non hanno il coraggio di farlo, perché se denunciano perdono il lavoro, e allora come vivono?

È tutto un modo che passa dall’Upm, un mondo di sofferenza».

La comunità ecumenica

Accanto all’ascolto di questo mondo di sofferenza e all’accompagnamento di donne verso la loro liberazione, c’è un’altra esperienza di suor Maresa che ci preme raccontare: quella della nascita del gruppo di preghiera ecumenico in lingua inglese, composto prevalentemente da nigeriani, nato nel 1995 e tutt’ora molto vivace.

«Avevano iniziato a venire all’Upm alcuni giovani uomini nigeriani studenti del politecnico che cercavano uno spazio per la preghiera comunitaria – spiega la missionaria -. Erano in prevalenza anglicani e di altre confessioni cristiane. E alcuni cattolici. Dato che non si trovavano bene nelle nostre chiese, hanno chiesto di poter utilizzare gli spazi dell’Upm e pregare nelle loro lingue, nelle loro modalità.

Hanno iniziato così a incontrarsi ogni domenica per leggere il Vangelo. Poi hanno portato le loro mogli in Italia, che venivano da noi a studiare la lingua italiana. Alcune di loro, in seguito, sono diventate le nostre prime mediatrici culturali in supporto al lavoro con le donne vittime di tratta. Allora ho pensato di inserire nel gruppo anche queste ultime perché potessero avere amicizie con i loro connazionali.

Fra le persone che avevano iniziato il gruppo, ne scelsi cinque, che si erano laureate in Italia, di confessione anglicana, pentecostale e cattolica, e le misi responsabili del gruppo. Chiesi aiuto ai missionari della Consolata che diedero la loro disponibilità: il primo a venire fu padre Antonio Rovelli, e poi diversi altri.

Le loro celebrazioni iniziavano alle 10 e finivano alle 14, ed erano sempre seguite da un tempo di convivialità. A un certo punto hanno anche chiesto di poter fare delle cerimonie particolari, per esempio la dedicazione dei bambini appena nati: la famiglia presenta il bambino ai responsabili e alla comunità perché questi lo offrano al Signore, allora c’è tutta la preghiera di offerta del bambino e la processione delle famiglie che gli portano un dono per dimostrare che sono felici del suo ingresso nella comunità. Bellissimo.

Il gruppo ecumenico, riconosciuto dalla diocesi, esiste ancora oggi e si ritrova ogni domenica a pregare nei locali della chiesa del Cafasso a Torino; ma da alcuni anni non lo seguo più. Quando l’ho lasciato una decina di anni fa erano più di 200 persone».

Missione a Torino

Suor Maresa, all’inizio della nostra conversazione ci ha detto che il suo sogno di ragazza era la missione in Africa: «Contattare le persone di religioni diverse per portare l’annuncio; ma anche aiutare le donne».

Le domandiamo se il suo sogno, pur non essendo mai partita per l’Africa, in qualche modo si è realizzato. «Oggi non rimpiango nulla di ciò che ho fatto e sto facendo. Sono missionaria della Consolata e il mio sogno era l’Africa che, per motivi diversi, non ho potuto raggiungere. Quando ho iniziato a lavorare all’Upm e con le donne vittime di tratta, ho visto che l’Africa la potevo trovare anche qui: donne private della loro dignità erano vicine a me.

Allora ho capito che è inutile sognare paesi lontani se non vedo, non amo e non aiuto quelle donne, meno fortunate di me, che mi abitano accanto, che sono sfruttate a causa le grandi ingiustizie e disuguaglianze che vi sono nel mondo.

Oggi, a molti anni di distanza, non posso che ringraziare il Signore, perché si è servito della mia povertà e fragilità per compiere la sua opera. Lo ringrazio ogni giorno per la vocazione religiosa missionaria, e per la missione che ha scelto per me, anche se molto diversa da quella che sognavo».

Luca Lorusso

 

Archivio MC


Qualche dato sulla tratta in Italia

A livello nazionale, secondo i dati del dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri, nel 2022 sono state 1.823 le persone prese in carico da parte dei progetti antitratta
attivi in Italia; 1.899 nel 2023; ben 1.737 nei soli primi nove mesi del 2024.

Tutti dati parziali, che non tengono conto delle vittime di tratta non intercettate.

Tra le vittime registrare nel 2024, il 58% erano donne, il 38,6% erano di origine nigeriana, il 3,3% minorenni, il 33,7% sfruttate sessualmente.

Un flusso continuo di schiavi del sesso e del lavoro, ma anche di persone costrette alla servitù domestica, all’accattonaggio e ad altre forme di sfruttamento.

L.L.