Un dialogo con Gherardo Colombo
Si può educare al bene
attraverso il male? Partendo da questa domandal’ex magistrato Gherardo
Colombo illustra l’inefficacia della risposta punitiva alle
trasgressioni. Per la difesa e la promozione della dignità della persona
(di chiunque, anche dei colpevoli e delle
loro vittime) sono più appropriati e più efficaci,
rispetto alla carcerazione, i programmi della cosiddetta giustizia
riparativa,
che prevedono l’incontro e la responsabilizzazione di rei, vittime e
società. Abbiamo chiesto a Colombo di
parlarci del suo attuale «lavoro» e del tema del perdono responsabile al
centro di uno dei suoi ultimi libri.
Lo contattiamo via
telefono mentre viaggia in treno per raggiungere una scuola superiore in
Liguria. Da quando si è dimesso dalla magistratura, Gherardo Colombo spende
molte delle sue energie e giornate parlando con giovani e ragazzi di tutta
Italia di «regole»1, di cittadinanza responsabile. Ogni tanto
la voce cordiale che ci parla sparisce nelle gallerie insieme alla linea
telefonica. Ma il messaggio è chiaro: non si può educare al bene attraverso il
male. È necessario trovare una strada alternativa alla punizione e alle pene
tradizionali, perché queste, la carcerazione in primis, in molti casi non
sono condivisibili sul piano ideale e non sono efficaci sul piano pratico.
L’affabilità della voce di Colombo s’intona
perfettamente col ricordo di quell’uomo alto e riccioluto, in abbigliamento
casual, che nel maggio 2012 presentava il suo volume Il perdono responsabile
al Salone del libro passeggiando tra il pubblico e cedendo il microfono a
chiunque volesse intervenire. In quell’incontro, così come nelle pagine del libro,
l’ex magistrato ha illustrato con semplicità l’opposizione tra due modalità di
risposta ai reati, tra due tipi di giustizia: quella «retributiva» e quella «riparativa».
La prima è quella più comune, diffusa a ogni livello,
dall’educazione dei figli alle relazioni inteazionali: la punizione è la giusta
conseguenza della trasgressione. Alla base della giustizia retributiva c’è
l’idea che la persona non ha valore in sé, ma solo in base ai suoi
comportamenti «buoni» o «devianti»: se fa bene riceve il premio, se fa male la
punizione. Nella visione retributiva, la sofferenza della pena viene inferta
per insegnare al colpevole l’obbedienza. Ma chi obbedisce, sostiene Colombo,
non è completamente responsabile delle proprie azioni. La pena quindi non crea
responsabilità, ma al contrario la distrugge. Le persone seguono le regole non
perché le condividano, ma per evitare la punizione, o meritare il premio. Se
una regola non è interiorizzata, c’è il forte rischio che essa verrà violata non
appena mancherà il controllo, cioè il timore di essere «beccati».
La giustizia «riparativa» fa capo, invece, a una cultura
in cui la persona vale in quanto persona, ha dignità - anzi, è
dignità - indipendentemente dai suoi comportamenti buoni o cattivi. È la
cultura (cui s’ispira la Costituzione italiana e la Dichiarazione Onu sui
diritti dell’uomo) per la quale non è la persona a essere finalizzata alla
realizzazione dell’ordine, ma è l’ordine a essere finalizzato alla
realizzazione della persona. Nella visione «riparativa» il centro è la persona,
la sua dignità (che rimane integra anche dopo aver compiuto un crimine), la
ricerca dell’inclusione, il recupero, la riconciliazione. E le esperienze di
giustizia riparativa realizzate nel mondo dimostrano che l’alternativa al
carcere è più efficace anche per la sicurezza sociale.
In più, nella prassi retributiva le vittime vengono in
genere dimenticate, perché l’attenzione è esclusivamente sul reato, mentre
nella visione riparativa la vittima, insieme alla comunità (anch’essa vittima)
e al reo (anch’egli vittima di se stesso), viene coinvolta in prima persona e
può davvero trovare un ristoro che non sia la semplice e svilente realizzazione
dell’istinto di vendetta, che si esaurisce velocemente lasciando il vuoto
ancora più ampio.
Come entra il tema del perdono in tutto questo? In una
situazione di rottura di una relazione (tra il reo, la società e la vittima) il
perdono, al contrario di ciò che si pensa generalmente, non è uno sgravio di
responsabilità, ma al contrario richiama alla responsabilità. La vittima e la
comunità hanno la responsabilità di ri-accogliere il reo, il reo ha la
responsabilità di riparare in qualche modo la vittima e la comunità. Il perdono
rovescia l’ostilità in reciprocità. Questo può avvenire concretamente, ad
esempio, nella mediazione penale, una delle pratiche di giustizia riparativa più
diffuse in tutto il mondo.
Siamo ancora alla legge del taglione
Proviamo a immaginare l’ex magistrato Gherardo Colombo alle prese con un’assemblea di duecento ragazzi di seconda
superiore mentre parla di regole e responsabilità e propone il perdono e la
riconciliazione al posto di carcere e punizione. Gli domandiamo se gli capita
di trovare ragazzi scettici: «Sì, sì... si arrabbiano anche! Le risposte che le
persone hanno a questo mio modo di vedere sono varie. Possiamo dire che più le
persone conoscono il carcere (operatori, volontari…), più lo condividono.
Mentre invece capita che persone informate sul carcere solo alla lontana, per
sentito dire, assumano un atteggiamento di rifiuto. Un rifiuto viscerale di
fronte al quale diventa a volte impossibile approfondire l’argomento. Io credo
che sia molto comprensibile tutto questo, perché per millenni l’approccio al
tema della sanzione è stato molto retributivo. Noi siamo ancora purtroppo alla
legge del taglione come impostazione abituale generale. La giustizia
retributiva ha come strumento l’eliminazione, l’espulsione, l’allontanamento,
l’abbandono della persona che ha commesso il male. C’è in essa l’indisponibilità
al recupero di una relazione, se non in modo oneroso. Invece la caratteristica
della giustizia riparativa sta nel ritenere che al male commesso da una persona
si rimedia attraverso il recupero della persona alla collettività. È
un’impostazione inclusiva che si basa sul riconoscimento dell’altro. Solo
riconoscendo l’altro, il reo può comprendere la sofferenza causata dalla sua
azione, e quindi astenersi dal commettere altre azioni che procurino sofferenza».
La vittima abbandonata
A sentirlo parlare sembra che Colombo sia arrivato a
sposare l’idea della giustizia riparativa non a partire dai ragionamenti, ma
dall’osservazione della realtà carceraria e dei dati che la riguardano: «Sappiamo
che in Italia il 68% delle persone che escono dal carcere commettono nuovi
reati: c’è da chiedersi perché. Se fosse vero che il carcere serve a prevenire
la commissione di reati il tasso di recidiva sarebbe molto più basso». In più
il carcere non aiuta le vittime a superare il trauma, e a ricostruire la
propria dignità violata dal reato, istigando, anzi, un istinto basso (e
distruttivo per la vittima stessa) come la vendetta: «Nel sistema attuale le
vittime sono abbandonate, forse peggio ancora che abbandonate. Alle vittime non
si offre null’altro che il soddisfacimento di un desiderio di vendetta. E anzi,
sovente, le vittime sono chiamate a rivivere a fini processuali il dolore che
era stato loro inferto attraverso la commissione del reato. Ad esempio: una
persona che avesse subito uno stupro, poi deve raccontare nei dettagli come
sono andate le cose prima davanti alla polizia, poi davanti al pubblico
ministero, poi ancora in aula davanti ai giudici e davanti agli imputati e ai
loro avvocati, i quali faranno di tutto per metterla in imbarazzo e per
contraddirla e screditare la sua versione. Questa è la prospettiva della
vittima nel sistema attuale. Invece la giustizia riparativa ha come scopo da
una parte quello di responsabilizzare colui che ha commesso il fatto, e
dall’altra di riparare, per quanto possibile, la vittima, in modo che essa
ricostruisca la dignità che era stata messa in crisi dalla commissione del
reato».
Il perdono responsabile
La parola «responsabilizzare» ci fa tornare alla mente
il titolo del libro di Colombo: Il perdono responsabile. E allora gli
domandiamo: «In che modo si legano i due termini, perdono e responsabilità?». «Il
perdono è la disponibilità a riallacciare una relazione interrotta sulla base
di una duplice responsabilità. Il perdono in primo luogo non è amnesia,
cancellazione del passato, ma anzi presuppone una consapevolezza sicura di ciò
che è successo. Data questa consapevolezza il perdono è la disponibilità al
recupero di una relazione che si era interrotta con la fiducia che anche
dall’altra parte ci sia la medesima disponibilità. Non è uno scambio. Ciascuna
delle due parti ha una disponibilità unilaterale. Quindi il perdono coinvolge
la responsabilità della persona».
Leggendo la Bibbia
Colombo ci racconta che il suo percorso di avvicinamento
al tema della giustizia riparativa è stato lungo: «Ho fatto per più di tre
decenni il magistrato. All’inizio della mia attività la mia convinzione era che
il carcere fosse utile per assolvere a una funzione educativa, in un quadro di
rispetto per la persona. Poi però progressivamente ho riflettuto, ho letto, e
ho avuto l’esperienza degli effetti del carcere. L’approfondimento teorico da
una parte e l’osservazione della pratica dall’altra». Nel breve riassunto delle
tappe del suo percorso, Colombo cita la lettura di Eugene Wiessnet, un gesuita
che nel 1960 pubblicò un libro dal titolo Pena e retribuzione nel quale
aveva fatto un’analisi del rapporto tra trasgressione e retribuzione nelle
Scritture. Infatti, nel leggere il libro di Colombo, siamo rimasti molto
colpiti dall’abbondanza dei riferimenti biblici: «Per me è molto importante
vedere come ci sia stata un’evoluzione. L’idea retribuzionista parte dalla
convinzione che Dio sia un giustiziere, che punisce. La credenza che questo sia
il messaggio delle Scritture è piuttosto diffusa. Io penso che ce ne sia un
altro. Non solo nel nuovo testamento, ma anche nel vecchio. Nella misura in cui
Dio è un Dio amoroso».
Passi concreti, partendo da un’amnistia
Toiamo al piano pratico: nonostante alcune esperienze
positive abbiano iniziato a diffondersi, soprattutto in ambito minorile, la
giustizia riparativa in Italia è decisamente distante dalla sua realizzazione.
Quali passi concreti si possono fare?
«Se vogliamo parlare della situazione attuale, io credo
che adesso, vista la condizione di vita delle persone che stanno in carcere,
una prima soluzione sia quella di prevedere un’amnistia per i reati di minore
gravità. Finché sono così tante le persone in carcere credo che sia impossibile
che esse vivano in modo dignitoso, o comunque nei modi suggeriti dalla nostra
Costituzione. Ci sono molte persone che stanno in carcere pur non essendo per
niente pericolose. Poi credo che sarebbe necessario stimolare la creazione di
un sistema di giustizia riparativa, come del resto ci è richiesto dall’Unione
europea2: noi siamo inadempienti nei confronti dell’Ue sotto
questo profilo. Bisognerebbe che si ricorresse, da parte di chi ha il potere di
farlo, molto più frequentemente alle misure alternative piuttosto che non alla
detenzione in carcere. Sarebbe però soprattutto necessario operare sul piano
culturale, sul piano dell’educazione. Educazione diretta non all’obbedienza,
come generalmente succede, ma diretta all’elaborazione di una capacità di
gestire consapevolmente, responsabilmente la propria libertà».
Luca Lorusso
Note:
1 - «Quel
che faccio più di tutto è girare per l’Italia, nelle scuole e nei circoli, a
parlare di giustizia e della relazione tra regole e persone e di come questa
relazione influisca sulla vita pratica di ciascuno di noi. […] Ho fatto il
magistrato per oltre trentatré anni. […È] progressivamente maturata in me la
convinzione che per far funzionare la giustizia fosse necessaria una profonda
riflessione sulla relazione tra i cittadini e le regole».
www.sulleregole.it.
2 - È
vincolante per gli stati membri dell’Ue la Decisione quadro 2001/220 GAI
(sostituita dalla Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del consiglio
del 25 ottobre 2012) sull’uso della mediazione nelle cause penali.
Il piano pratico. L’inutilità del sistema.
Testo tratto e adattato dai cap. 10 e 11 di G. Colombo, Il
perdono Responsabile, in cui l’autore elenca alcuni luoghi comuni da sfatare.
1- I detenuti fanno una bella vita. I detenuti (64.758 al 30
settembre 2013, stipati in carceri con capienza di 47.615 posti, ndr.) vivono 22 ore al giorno in celle
piccole e sovraffollate, insieme a persone non scelte, a volte arroganti,
problematiche, violente. Solo il 13% di loro lavora. Il tempo non passa mai.
Possono avere sei colloqui al mese, di un’ora ciascuno, coi famigliari, sotto
gli occhi delle guardie, senza intimità alcuna. I colloqui con persone non
famigliari sono rare eccezioni. Le condizioni disumane del carcere sono confermate
dal numero annuale di suicidi: uno su mille (0,1%, mentre tra le persone libere
è 1 su 200mila, lo 0,0005%), di tentati suicidi: uno su cento (1%), di atti di
autolesionismo: uno su dieci (10%).
2- La certezza della pena: «Chi ha commesso un omicidio,
dopo due giorni è fuori». Non bisogna fare confusione tra la custodia
preventiva e la detenzione dopo la condanna. Prima della condanna non si può
essere incarcerati senza motivi validi, senza comprovata pericolosità. Quando
la condanna è definitiva, la pena si sconta secondo regole prestabilite: quindi
è «certa». Le pene alternative sono concesse (dove le risorse lo consentono)
solo a persone non pericolose e disposte alla rieducazione. Gli errori sono
rari, tanto che fanno quasi sempre notizia. Non è frequente che torni a
delinquere chi ha usufruito delle misure alternative al carcere: la recidiva di
questi è del 20% contro il 68% di recidiva delle persone che hanno scontato la
pena in cella. A giugno 2011: dei 67.394 detenuti, solo 17.582 usufruivano di
misure alternative. La pena è certa, ma la certezza non serve ad aumentare la
sicurezza dei cittadini perché in carcere si è spesso «dis-educati» a una vita
sociale sana.
3- La pena è utile come deterrente. Se si vede che alla
violazione segue la pena, per paura della sofferenza della punizione, ci si
astiene dal violare la legge. Deterrenza e intimidazione sono inadeguate a
stimolare il rispetto della dignità propria e altrui, e quindi delle regole.
Incutere paura insegna a obbedire (ostacolando il discernimento e la libertà).
L’obbedienza obbliga ma non convince, e se una regola è rispettata per obbligo,
il suo rispetto viene meno appena manca il controllo. Quasi tutti rispettiamo
le regole perché le condividiamo, non perché temiamo la sanzione. Un killer
della mafia non si lascia intimidire. Un tossicodipendente che fa rapine
nemmeno, perché ha bisogno della droga. Un omicida per raptus non si ferma per
il timore del carcere. Infine la minaccia della pena non intimidisce anche
perché la gran parte dei trasgressori sfuggono alla sanzione: solo l’8% delle
denunce sono seguite da condanne.
4- Bisogna aumentare il sistema repressivo. Sarebbe un costo
insostenibile: più polizia, magistrati, caserme, palazzi di giustizia,
processi, carceri, ecc. E poi creerebbe un vero e proprio stato di polizia in
cui tutti sarebbero sottoposti a esasperanti controlli. Tutta la vita sociale
si bloccherebbe. Non bisogna aumentare la repressione ma diminuire la devianza.
5- I carcerati sono tutti pericolosi. Il carcere attualmente
colpisce sia pericolosi che non. A fine 2009 i detenuti «comuni» erano 50mila
contro i detenuti «pericolosi» che erano 9mila. A metà 2008 ben 14.743 detenuti
sui 55.057 allora reclusi erano tossicodipendenti. Al 30 settembre 2013 solo il
62% dei detenuti aveva una condanna definitiva (il 19% erano in attesa di primo
giudizio, un altro 19% erano condannati in primo e secondo grado). Questa
iper-carcerazione è costata 29 miliardi di Euro tra il 2000 e il 2010. In più,
la nostra cultura esclude non solo i carcerati, ma anche gli ex detenuti, i
quali non trovano lavoro, casa, affetti, ecc. ricadendo in nuovi reati.
6- «Ci vorrebbe la pena di morte». Tutti i dati riguardanti
la pena capitale mostrano in modo inequivocabile che è inefficace: prova ne sia
che negli Usa, paese con popolazione 5,2 volte superiore all’Italia, gli
omicidi sono 28 volte più numerosi.
7- «Col carcere almeno si fa giustizia e le vittime sono
soddisfatte». Il sistema retributivo non ripara la dignità della vittima. La
sofferenza imposta al reo con il carcere procura solo il soddisfacimento
dell’istinto di vendetta. La vittima non viene aiutata a superare il trauma, a
recuperare l’integrità perduta.
8- «Allora lasciamo circolare liberamente le persone
pericolose?». No. Chi è pericoloso deve essere separato, ma la separazione
dovrebbe essere mirata a prevenire l’effettiva pericolosità. Mentre solo una
piccola percentuale dei detenuti oggi reclusi (circa il 20%) è effettivamente
pericolosa. Non è logico, né utile ricorrere al carcere anche per chi non lo è.
Nei confronti di chi è pericoloso, la limitazione della libertà di movimento
deve però essere modellata caso per caso, e non deve essere accompagnata dalla
limitazione, o addirittura esclusione, delle altre libertà fondamentali che non
comportino pericoli per la società: il diritto allo spazio vitale, alla salute,
all’affettività, all’informazione, al lavoro, all’istruzione.
Luca Lorusso
Il perdono responsabile
Ci può dire in sintesi qual è il contenuto del suo
libro? «Il libro si muove su diversi
livelli. Il primo è un approccio di tipo più “filosofico”: quali sono le
incoerenze della pena rispetto al riconoscimento della vita e dignità della
persona? Segue un breve excursus storico sulla cultura retributiva, per
arrivare a un’analisi dell’inadeguatezza del carcere così com’è, e quindi della
punizione, della sofferenza imposta, per raggiungere lo scopo. Il percorso del
libro si conclude con la proposta di una possibile alternativa: quella della
giustizia riparativa».
In sintesi, la pena:
• toglie o limita a chi la subisce diritti fondamentali connaturati alla dignità della
persona;
• non svolge funzioni di prevenzione generale (le persone
commettono reati anche se vengono minacciate pene elevate);
• non svolge funzioni di prevenzione speciale (non evita che
persone colpevoli di reati ne commettano altri);
• non serve a riabilitare i rei, visto l’alto tasso di
recidiva;
• ha un peso economico elevato (dal 2000 al 2010 il sistema
penitenziario è costato all’Italia 29 miliardi di Euro);
• non ha capacità riparative nei confronti della vittima.
Luca Lorusso