siè spento il sole

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Si è spento il sole. Era mezzogiorno quando si è eclissato, e ancora non torna. Il mondo è diventato cieco. Non vediamo più nulla. Nonostante qualche lume sia stato acceso dai centurioni lassù, sotto la tua croce, da questa distanza non riusciamo nemmeno a capire se sei ancora vivo.

E il terrore che le tenebre possano davvero avere vinto sulla luce ci sconvolge. Forse mai più toeremo a vedere?

Nell’angoscia che scuote le nostre viscere ci domandiamo perché hai permesso che ti prendessero? Perché non sei sceso dal patibolo? Perché non ha dimostrato a tutti che davvero eri il Figlio di Dio? E perché Dio non ha mandato i suoi angeli a salvarti? Quasi che fosse impotente.

Ci stringiamo gli uni agli altri nel buio, per sentirci meno persi, e percepiamo quanto siamo piccoli di fronte a tanta oscurità. Perché ci hai abbandonati, Signore? Quante cose ancora non avevamo capito, quante cose ancora dovevi insegnarci? Siamo solo creature fragili, fallaci. Con te ci sentivamo invincibili. Pensavamo che non avremmo più sofferto. Né fame, né malattia, né guerra, né tristezza, né morte. Invece sei proprio tu che muori, oggi. E le tenebre ci stringono per soffocarci.

Ma ecco che l’eclissi arretra. Non era definitiva, allora. La luce torna, e disegna impietosa la forma del tuo corpo inerme. Non sei più in vita. Ci sentiamo sconfitti, eppure sentiamo inspiegabilmente una piccola pace prendere posto in noi, in mezzo all’angoscia. Eri veramente Dio, eppure veramente uomo. Veramente capace di morire. Come noi. È come se il tuo morire ci dicesse che la nostra vita è così piena di dignità, per come è, da non avere bisogno di correttivi. Nemmeno per la morte.

Vediamo Maria. È lì, sotto il tuo corpo, Signore. Schiacciata dal peso della tua sofferenza, e della sofferenza del mondo intero. Eppure sta in piedi. Riusciamo a immaginare i suoi occhi, intensi come sempre, rapiti nella meditazione del tuo mistero. Accanto a lei c’è Giovanni. Ci fa un segno. Pare chiederci di aspettare qui, insieme. Poi sentiamo la voce di Pietro che ci si era avvicinato durante l’oscurità, dopo ore che non lo vedevamo più: «Non sia turbato il vostro cuore – sembra dire più a se stesso che a noi -. Abbiate fede, abbiate fede». Lo guardiamo, stupiti all’udire quelle parole che riportano alla memoria ciò che tu ci avevi detto, Gesù. Poi ci voltiamo di nuovo verso Maria. Sta venendo, in fretta, verso noi.

Buon cammino verso la Pasqua da amico.

Luca Lorusso




Senza dono, che Natale è?

Una conversazione col teologo Roberto Repole


Il rito dei doni a Natale è una furba trovata del
capitalismo consumista, oppure, al contrario, una spina nel fianco del
materialismo?

Dopo il lungo mese di Novembre, quello
in cui le giornate si accorciano drasticamente e inizia a fare freddo, in cui
si sente una certa malinconia, ecco finalmente Dicembre, il mese del Natale.

Si
accendono le luci colorate per le strade, in casa si crea spazio per il presepe
e l’albero, quotidianamente i bimbi aprono le finestrelle del calendario
dell’Avvento dietro cui si nascondono dei poco sobri cioccolatini. Chi ha una
vita spirituale si confronta con la realtà dell’incarnazione di Dio, con le
figure di Maria, Giuseppe, Gesù bambino, Elisabetta, e così via. E si pensa ai
regali.

Spesso,
proprio riguardo ai regali, capita di sentire una lotta interiore: la spinta
spontanea al dono si scontra con la sensazione di essere usati dal mercato, di
renderci complici della riduzione del Natale, delle nostre relazioni, del mondo
intero a una corsa consumistica.

Ci è
così tornato alla mente un piccolo libro dal titolo Dono, che parla
proprio di questo dilemma, e abbiamo conversato con il suo autore: don Roberto
Repole, classe 1967, sacerdote della diocesi di Torino che insegna alla Facoltà
teologica dell’Italia settentrionale e che, dal 2011, è presidente
dell’Associazione teologica italiana.

Cominciando da Babbo
Natale

Il
primo capitolo del libro di Repole si apre proprio con il racconto dell’attesa
di una bimba per il suo regalo di Natale, e pone subito al lettore una domanda
piuttosto provocatoria: il rito dei doni a Natale è una furba trovata del
capitalismo consumista, oppure è, al contrario, una spina nel fianco del
materialismo? Per arrivare alla conclusione che il dono (quello vero) è una
spina nel fianco del materialismo consumista, il testo compie un percorso che
inizia da un’interpretazione molto bella, a nostro modo di vedere, della figura
di Babbo Natale. «Nell’era del capitalismo e del consumismo – ci dice don
Repole -, anche una tradizione come quella del regalo natalizio rischia di
essere assorbita dai dinamismi consumistici. Ciò non toglie però che l’atto di
scambiarsi doni a Natale riveli la nostra resistenza umana proprio ai
meccanismi del consumismo, perché dice che gli uomini non sono soltanto
mercato. Ad esempio la figura di Babbo Natale, individuo che porta regali
venendo da un luogo sconosciuto, rappresenta simbolicamente il fatto che la
vita stessa ci è stata data da qualcuno, e arriva da lontano». Babbo Natale è
un uomo anziano. Sembra più un nonno che un babbo. Don Roberto suggerisce che
anche questo è un simbolo, quello del legame tra le generazioni: «Ciò di cui
viviamo è frutto non soltanto di chi ci ha immediatamente preceduti, ma ci è
donato da tutta l’umanità vissuta prima di noi. Cosa su cui non riflettiamo mai
a sufficienza, soprattutto perché la logica capitalistica ci spinge a pensare
che siamo noi gli unici protagonisti e artefici di noi stessi». Babbo Natale
esprime una comunione più profonda di quella che i nostri occhi carnali possono
vedere: «Siamo in comunione con tutte le generazioni che ci hanno preceduto,
non fosse altro che per il fatto che loro hanno permesso a noi di vivere la
nostra vita così come la viviamo. La consapevolezza del legame tra le
generazioni andrebbe recuperata, perché in questo momento storico corriamo il
rischio di mettere una generazione contro l’altra invece di sottolineare il
debito che ciascuna ha nei confronti della precedente e la responsabilità nei
confronti della successiva».

Il pranzo di Natale

Anche
l’invito al pranzo di Natale o alla cena della vigilia, come la figura di Babbo
Natale, ha un suo senso profondo che oltrepassa quello della gioia dello stare
assieme: invitare qualcuno a un pasto singnifica donargli qualcosa di nostro
allo scopo di nutrirlo, donare la vita. «Dal punto di vista del cristianesimo è
fonte di grande riflessione il fatto che Gesù ci abbia consegnato la certezza
della sua presenza proprio dentro un pasto. Il pasto ha per gli uomini qualcosa
di altamente simbolico. Il bisogno di nutrirci non è soltanto a un livello
biologico. Con il pasto esprimiamo la consapevolezza fondamentale che non ci
diamo la vita da soli, e che abbiamo bisogno di prenderla da fuori. E il fatto
stesso di mangiare insieme dice che noi umani riceviamo e nello stesso tempo
offriamo la vita agli altri. L’invito al pasto, soprattutto in contesti di
grande povertà, significa “io, per una volta, mi prendo cura della tua vita”».

Il dono contraffatto

Ma,
domandiamo a don Roberto, la realtà del dono è sempre positiva? Pensiamo ad
esempio ai regalini dei pacchetti di merendine, per nulla disinteressati, alle
donazioni che i paesi ricchi fanno ai paesi poveri potenziando un circolo
vizioso di dipendenza dei secondi dai primi, a un certo atteggiamento di «dispensare
carità» che, con il donare ai poveri, certifica e rafforza la loro condizione
di emarginazione invece di includerli. «Il dono può essere contraffatto nel
momento in cui non si riflette a sufficienza su quello che c’è in gioco in
esso. Ad esempio il dono diventa negativo quando è sempre e soltanto
unidirezionale. In un caso del genere si crea una strutturale disuguaglianza
tra gli uomini. Qualcuno dona e qualcuno riceve senza possibilità di scambiare
i ruoli. Nel dono autentico invece, nel momento in cui doniamo riceviamo.
Quando faccio un dono a qualcuno, come minimo ricevo da lui la possibilità di
fargli un dono. Sono attivo, ma nello stesso tempo anche passivo: tutti siamo
insieme donatori e donatari».

Il mercato è una
grande cosa

Don
Roberto con la sua voce cordiale pronuncia le parole «dono autentico», ma a noi
viene da chiederci se il dono vero sia possibile, soprattutto in un mondo che
sembra sempre più ridotto a mercato, in cui la logica del mercato, dello
scambio, sembra un destino a cui non possiamo sottrarci. Viviamo in un tempo in
cui la speranza fatica a sopravvivere. «Il mercato è una grande cosa, ma è una
realtà dentro un’altra realtà ben più grande che è la società umana. La crisi
economica in cui oggi viviamo è solo una parte di una crisi più ampia: il
concepire la società come fosse nient’altro che un mercato. In tutti i settori,
l’educazione, la scuola, la salute, gli affetti, noi rischiamo di pensare
secondo la logica del mercato, cioè secondo una logica del pareggio: io dò
qualcosa per ricevere in contraccambio qualche cosa di uguale e contrario.
Quando riduciamo la società a questo, perdiamo qualcosa di fondamentale della
nostra umanità. Mi pare che oggi abbiamo ridotto la società alla logica del
pareggio, e reagiamo alla crisi prodotta da essa con la stessa logica. Incapaci
di vedere che noi siamo ben altro».

Sembra
quasi che la mancanza di speranza nella nostra epoca derivi in qualche modo
dall’idea che il mercato sia una specie di destino inesorabile, contro cui non
si può fare nulla. «È così! La speranza fiorisce laddove c’è l’imprevedibile. E
il dono, la gratuità, è sempre qualcosa di imprevedibile perché non lo possiamo
produrre noi, viene dalla generosità altrui, gratuita. La speranza secondo me
invece muore laddove abbiamo ridotto la società soltanto a ciò che possiamo
prevedere e governare».

La «banalità» del
dono

Dalla
conversazione con don Roberto sembra emergere che il dono sia una realtà meno
banale di quanto sembri a prima vista. Ad esempio, nel suo libro dice che,
mentre il mercato ha una logica dello scambio proporzionato tra dare e avere,
il dono invece ha una logica dello scambio sproporzionato. Mentre il mercato
elimina il rischio, la gratuità, la relazione, la libertà, la responsabilità;
il dono li prevede tutti. «Il dono funziona secondo una logica della
sproporzione. Quando io ricevo un dono, viene a crearsi un disequilibrio tra me
e il donatore, tant’è che mi viene spontaneo dire “grazie, non dovevi, non era
il caso”. Queste parole servono a dire che tra me e il donatore si è creato un
disequilibrio che a sua volta esprime qualcosa di fondamentale, cioè l’assoluta
libertà di chi fa il dono e la sua imprevedibile generosità. Lo squilibrio però
non viene mantenuto perennemente. Io infatti posso contraccambiare, sempre
secondo la logica del dono: non sarà qualcosa di dovuto, sarà qualcosa di
libero e gratuito. All’affermazione della mia persona che c’è stata da parte di
chi mi ha fatto il dono, rispondo con l’affermazione della persona dell’altro
contraccambiando il dono». Si tratta di uno scambio, ma di uno scambio
totalmente differente da quello economico. Perché legato alla gratuità, alla
libertà, alla fiducia.

«Nella
sproporzione, nella disuguaglianza che si crea donando, si afferma un interesse
fondamentale: l’interesse alla persona dell’altro. Per questo mi sembra che una
società umana sia radicata fondamentalmente, come dicono molti acuti sociologi,
proprio in questa dimensione del dono».

E se il cuore di
tutto fosse dono?

Siamo
partiti da Babbo Natale e siamo arrivati a dire che l’umanità è fondata sul
dono. Se una riflessione di questo tipo viene proposta da un teologo è
probabile che in qualche modo c’entri anche Dio nella questione. Lo chiediamo a
don Repole, ricordando che uno degli ultimi capitoli del suo libro si intitola «E
se il cuore di tutto fosse dono?», cioè, se all’origine di tutto, quindi anche
dell’uomo, ci fosse il dono?

«C’è
tutta una tradizione che ci dice che a Natale è Gesù bambino a portare i doni.
Non è un caso che proprio nel giorno di Natale, nella tradizione cristiana,
abbiamo instaurato la prassi rituale del dono: in qualche modo è Gesù Cristo
stesso, in quanto figlio di Dio fatto uomo, a parlare del dono che Dio ha fatto
di se stesso all’umanità. Gesù, dono di Dio, è il fondamento dell’esistenza
stessa del mondo e dell’umanità. Noi siamo purtroppo abituati in modo
catechistico a pensare che dapprima c’è l’uomo, poi il suo peccato, poi di
conseguenza arriva Gesù che ci salva dal peccato. Questo è vero, ma va inserito
in un orizzonte ancora più grande: Dio crea il mondo pensando già a Gesù, ed è
quando decide di farsi dono, di donare se stesso nel suo figlio all’umanità,
che Dio crea l’umanità e il mondo. Dunque per certi aspetti la prima parola del
cristianesimo è proprio “dono”, cioè “grazia”. La grazia è talmente rivelativa
della vita di Dio che in quella grazia, in quel dono, cioè in Gesù, noi
conosciamo che il dono fa parte della vita stessa di Dio. Ed è per questo che
noi siamo impastati di dono. Ed è per questo che, pur in un orizzonte come
quello del mondo contemporaneo in cui un’ipertrofia dell’economicismo e del
mercato sembrerebbe farci smarrire ogni sentirnero di speranza, noi cristiani
possiamo continuare a essere fiduciosi. L’umanità continua a essere altro, e
prima o poi l’inquietudine verso un mondo che ci soffoca in cui tutto è ridotto
a mercato, porterà, porta già ora, a una reazione positiva che fa emergere il
meglio di noi».

Vivere con speranza
in un mondo che l’ha smarrita

In
una società che sembra aver smarrito completamente la speranza, la realtà del
dono può aiutarci a rintracciarla.

«Io
penso che sia una fonte di speranza vedere che, nonostante tutto, anche in
questo nostro mondo, tantissima gente dona. Basta guardare alle cose più
semplici che magari non siamo più abituati a vedere: ci sono ancora persone che
generano figli e donano la vita. Ci sono dei nonni che si prendono cura dei
nipoti. C’è molto volontariato. La nostra società si regge ancora in piedi,
nelle cose grandi come in quelle piccole, grazie al fatto che tantissime
persone donano tempo, energie, denaro. Scendendo in profondità, io credo che
possiamo nutrire speranza nella misura in cui sentiamo una resistenza dentro di
noi rispetto al mondo che si trasforma in mercato. Il fatto che ci siano delle
persone, e sono sempre di più, che sentono soffocante questo mondo è un segno
di speranza, perché significa che stiamo reagendo con i nostri anticorpi, cioè
con la capacità e il desiderio di dono che contraddistinguono la nostra umanità».

A Natale doniamo la
vita

Alla
fine della nostra chiacchierata, alla luce di tutte le considerazioni fatte,
chiediamo a don Repole di darci un consiglio per vivere al meglio la realtà del
dono nel Natale che si avvicina. «I regali di Natale possono avere una
consistenza enorme dal punto di vista umano e spirituale nella misura in cui
sappiamo accogliere il dono guardando negli occhi chi ce lo fa. Vivere il
regalo ricevuto come un segno della presenza di qualcuno che ci sta dando
qualcosa di sé, e il regalo donato da noi come la promessa di volerci essere e
donare per l’altro. I regali di Natale possono essere segnati dalla logica del
peggior consumismo se ci soffermiamo a guardare solo cosa riceviamo o cosa
doniamo, concentrando la nostra attenzione sulle cose in sé e sul loro valore
economico, oppure possono diventare tutt’altro: quando guardiamo negli occhi
chi ci dà un dono e valorizziamo la cosa più importante, cioè non il dono in sé,
ma il fatto che lui/lei si stia consegnando a noi, così come quando, qualunque
cosa noi impacchettiamo per qualcun altro, facendo un dono consegniamo la
nostra vita».

Luca Lorusso

Luca Lorusso




Caro Amico – 02/2014

All’inizio
di questo mese di giugno celebriamo la Pentecoste: il rombo infuocato dello
Spirito Santo che forza la porta sprangata del cenacolo.

I discepoli di Cristo sentono
disarticolarsi la museruola che serra i loro cuori. Il sudario che imbriglia le
loro lingue nell’unico idioma da loro sempre parlato si straccia.

E il flusso della Parola è
liberato dalle loro bocche e dai loro gesti per riversarsi sui popoli (Atti
2,1-11).

L’estate che si apre di fronte a
noi è un campo vasto nel quale giocare le carte affidateci dallo Spirito: in un
paese lontano, in un campo di formazione e lavoro in Italia, in un
pellegrinaggio, o in spiaggia, in montagna, nel riposo, al quale anche
siamo chiamati per gustare la bellezza del dono delle cose.

Per chi affronta le proprie
ferite con la cura della mamma Consolata, una delle carte da giocare è
certamente la consolazione, stile inconfondibile del missionario che va agli
afflitti, agli affaticati e oppressi.

Consolati, consoliamo.
Da amico
buona Pentecoste,
buona festa della Consolata,
buona estate e buona missione.
Luca Lorusso

Indice:
Editoriale
Amicomondo
Per la preghiera
Bibbia on the road
Parole di corsa
Progetto Etiopia
Missione & Missioni
Io, tu, noi

Luca Lorusso




Libertà in affanno 

Riflessioni e fatti sulla libertà religiosa nel mondo – 19


La libertà di religione si conferma un diritto a rischio per
la maggioranza della popolazione mondiale. La regione più restrittiva è quella
del Medio Oriente-Nord Africa, seguita da quella dell’Asia-Pacifico. In Europa,
al terzo posto, a una crescente ostilità sociale corrisponde una crescente
pressione governativa.

Il 14 gennaio scorso è uscito il
quinto rapporto annuale del Pew Research Center1 sulle restrizioni alla libertà
religiosa nel mondo, Religious hostilities reach six-year high. I dati
riferiti riguardano l’anno 2012, che è stato il peggiore per la libertà
religiosa da quando l’organizzazione con sede in Washington DC ha iniziato a
monitorare la situazione, nel 2006-2007.

Libia post Gheddafi

È sufficiente fare attenzione alle
agenzie d’informazione riguardanti un paese come la Libia – scelto a esempio –
per trovarsi concordi con l’analisi del Pew Center che indica un
incremento molto forte delle restrizioni alla libertà religiosa in quelle terre
nel 2012, e per immaginare che, dopo quell’anno, non è probabilmente seguita
una sostanziale diminuzione.

Era il 25 febbraio quando l’agenzia Fides
pubblicava sul suo sito le dichiarazioni del Vicario apostolico di Tripoli
riguardanti il massacro di sette copti a Bengasi: «“Non si capisce bene cosa
vogliano questi fondamentalisti. Sicuramente vogliono mettersi in evidenza
spargendo il sangue di vittime innocenti. I copti ortodossi sono da tempo il
loro bersaglio, soprattutto in Cirenaica” dice […] mons. Giovanni Innocenzo
Martinelli […], commentando l’uccisione di sette lavoratori egiziani di
confessione copto ortodossa […]. Secondo fonti di agenzia, domenica 23 febbraio
i sette egiziani erano stati prelevati nelle loro abitazioni da uomini armati.
I loro corpi sono stati ritrovati il giorno successivo in una località alla
periferia della città. Le vittime sono state uccise da colpi d’arma da fuoco al
petto e alla testa. “Non sappiamo altro […]” dice mons. Martinelli. […] “Siamo
nelle mani di Dio, in queste situazioni incerte e insicure”». Agenzie
precedenti parlano di aggressioni a sacerdoti cattolici o copti ortodossi da
parte di milizie armate, di arresti ed espulsioni di decine di egiziani copti,
o di membri di comunità protestanti, in seguito ad accuse di «proselitismo», di
chiese prese d’assalto.

«In Libia due fedeli sono stati
uccisi in un attacco contro una chiesa copta ortodossa nella città di Misurata
nel mese di dicembre 2012. Questo è stato il “primo attacco [in Libia]
destinato a una chiesa dopo la rivoluzione del 2011”», scrive il Pew Center
nel suo rapporto, illustrando la crescita dell’ostilità sociale nel paese.

L’ostilità sociale nei confronti delle religioni

Per quantificare gli ostacoli
all’espressione e alla pratica religiosa nei singoli paesi, il Pew Center
usa due indicatori: l’indice delle ostilità sociali (Shi: social hostilities
index
), il quale misura gli atti contrari alla libertà di credo verso
determinati gruppi religiosi da parte della società civile, di gruppi o di
singoli; e l’indice delle restrizioni governative (Gri: govement
restrictions index
), il quale misura le azioni delle istituzioni nazionali
o locali che contrastano la religione. Lo studio statistico, avverte il Pew
Center
, tiene conto di alcuni dati e non di altri: misura gli impedimenti
alla libertà religiosa, ma non misura, ad esempio, la quantità di attività
libere e senza ostacoli, non giudica se le restrizioni siano giustificate o
meno, non valuta i processi storici, culturali, sociali che portano alle
restrizioni.

Attraverso una panoramica sul primo
dei due indici, veniamo informati del fatto che l’anno esaminato nel rapporto,
il 2012, è stato quello con i livelli più alti di ostilità sociale nei
confronti della religione mai registrato dall’inizio delle indagini nel
2006-2007. Se nel 2007 si era verificato un livello alto o molto alto nel 20%
dei 198 paesi presi in esame, nel 2011 tali livelli si erano attestati nel 29%
dei paesi, e nel 2012 nel 33%. L’aumento dell’ostilità sociale tra il 2011 e il
2012 è stato constatato in 4 delle 5 aree in cui il Pew Center suddivide
il mondo: l’unica area in cui c’è stata una lieve diminuzione è quella delle
Americhe, mentre l’incremento maggiore è stato rilevato nell’area del Medio
Oriente-Nord Africa. Quest’ultima regione, che è quella con livello medio
dell’indice di ostilità sociale più alto, nel 2012, su una scala di 10 punti,
ha fatto registrare un valore di 6,4 (nel 2011 era 5,4). In alcuni paesi della
zona l’aumento è stato molto vistoso: nella Libia di cui abbiamo già parlato
(da 1,9 nel 2011 a 5,4 nel 2012), in Tunisia (da 3,5 a 6,8), in Siria (da 5,8 a
8,8) e in Libano (da 5,6 a 7,9).

Prendendo in considerazione il mondo
intero, oltre ai quattro paesi dell’area Medio Oriente-Nord Africa, altri sette
hanno fatto registrare un aumento di due punti e più tra il 2011 e il 2012:
Mali, Messico, Guinea, Olanda, Madagascar, Afghanistan e Malawi. Nessun paese
al mondo ha avuto una diminuzione altrettanto cospicua.

L’incremento generale dell’indice è
stato dato dall’aumento molto forte di alcune forme di ostilità sociale: ad
esempio casi di individui aggrediti o sfollati dalle loro case per le loro
attività religiose (questo tipo di vessazione nel 2007 era stato registrato nel
24% dei paesi del mondo, nel 2011 nel 38%, e nel 2012 nel 47%). Il Pew
Center
riporta alcuni episodi emblematici avvenuti in diversi paesi: nel
Nord del Mali, per esempio, gruppi di estremisti islamici hanno condotto
esecuzioni, amputazioni, fustigazioni, distrutto chiese, vietato battesimi,
provocando la fuga di centinaia di cristiani verso la parte Sud del paese; «nello
Sri Lanka a maggioranza buddista alcuni monaci hanno attaccato luoghi di culto
musulmani e cristiani nella città di Dambulla nell’aprile 2012 ed è avvenuta
un’occupazione forzata di una chiesa degli Avventisti del settimo giorno nella
città di Deniyaya nell’agosto dello stesso anno per trasformarlo in un tempio
buddista».

Le restrizioni governative

Per quanto riguarda l’indice relativo
alle restrizioni governative della libertà di credo, il Pew Research Center
informa che non si sono registrati nel 2012 aumenti significativi. Restrizioni
elevate o molto elevate da parte delle istituzioni nazionali o locali si sono
verificate nel 29% dei 198 paesi presi in esame (28% nel 2011; 20% nel 2007).

Nell’ambito delle restrizioni
governative, nel 2012 rispetto all’anno precedente, i cambiamenti significativi
(almeno 2 punti su una scala di 10) sono avvenuti in due soli paesi: un grande
aumento di restrizioni in Rwanda, dove una legge di regolazione delle
organizzazioni religiose ha introdotto requisiti di registrazione molto
stringenti; e una grande diminuzione in Costa d’Avorio dove nel 2012 si sono
placate le violenze etnico-religiose postelettorali del 2011.

Il livello medio delle restrizioni
governative è aumentato in due delle cinque aree: in Medio Oriente-Nord Africa
e in Europa, mentre nelle Americhe è rimasto inalterato, e nelle altre due
regioni (Africa subsahariana e Asia-Pacifico) è diminuito. In particolare
l’Europa è stato il continente in cui le restrizioni governative sono aumentate
di più. L’area in cui invece sono diminuite di più è stata l’Asia-Pacifico.

Anche per le restrizioni governative
il Pew Center riporta alcuni episodi: parla ad esempio del caso di
Tuvalu, il cui governo centrale nel 2012 ha iniziato ad applicare una legge che
impedisce ai fedeli di religioni non riconosciute di riunirsi; della Tunisia,
in cui sono stati fatti dalle autorità pubbliche molti sforzi per rimuovere
alcuni imam che predicavano il salafismo.

I governi hanno usato atti di forza
contro gruppi religiosi o singoli fedeli in quasi la metà (il 48%) dei paesi
del mondo. Altro esempio è quello della Mauritania, il cui governo nell’aprile
2012 ha arrestato 12 attivisti anti-schiavitù con l’accusa di sacrilegio e
blasfemia per aver pubblicamente bruciato alcuni testi sacri considerati dagli
attivisti ispiratori dello schiavismo.

Uno sguardo d’insieme

Mettendo insieme i rilevamenti relativi
ai due indici, il Pew Center afferma che nel 2012 ci sono state
restrizioni elevate o molto elevate (sia sociali che governative) nel 43% dei
paesi (la percentuale più alta registrata dall’organizzazione in 6 anni). Data
la particolare popolosità di alcuni di questi paesi (Nigeria, India, Pakistan,
Egitto, Indonesia e così via) la porzione di popolazione mondiale che ha
vissuto il 2012 in un paese con livelli di restrizione della libertà religiosa
elevati o molto elevati è stata pari al 76% (5,3 miliardi di persone). Nel 2011
la percentuale era del 74%, nel 2007 del 68%.

Tra i 34 paesi con restrizioni molto
elevate (sociali o governative o entrambe) l’unico paese europeo presente era
la Russia (con entrambi gli indici al livello molto elevato). Tra quelli con
restrizioni elevate, i paesi europei erano 17, di cui tre – Bulgaria, Grecia e
Moldova – avevano entrambi gli indici al livello elevato, due avevano al
livello elevato solo l’indice di restrizioni governative, dodici avevano un
elevato indice di ostilità sociale (tra questi ultimi anche l’Italia).

Nel complesso le restrizioni, sia
sociali che governative, alla libertà religiosa nel mondo sono aumentate tra il
2011 e il 2012 almeno un po’ nel 61% dei paesi, e sono diminuite almeno un po’
nel 29%.

Vessazioni nei confronti di gruppi specifici

Un ultimo approfondimento cui vale la
pena accennare, è quello riguardante le vessazioni rivolte a specifici gruppi
religiosi.

I maltrattamenti nei confronti di
gruppi specifici possono avere una matrice sia sociale che istituzionale:
aggressioni fisiche, arresti e detenzioni, profanazione di luoghi sacri,
discriminazioni nel mondo del lavoro, dell’istruzione, delle possibilità di
accesso a un alloggio, aggressioni verbali, intimidazioni. Questo genere di
molestie si sono verificate, nel 2012, in 166 paesi su 198 studiati. Prendendo
in considerazione solo le tre religioni monoteiste, vessazioni nei confronti di
gruppi di musulmani sono state registrate in 109 paesi, nei confronti di gruppi
di ebrei in 71 paesi, verso i cristiani in 110 paesi.

Nel 2012, alcuni gruppi religiosi
avevano più probabilità di essere molestati dai governi che da gruppi sociali o
da privati cittadini, mentre altri avevano più probabilità di essere oggetto di
vessazioni da parte di individui o gruppi sociali che da parte di politiche
governative. Gli ebrei, per esempio hanno subito maltrattamenti sociali in 66
paesi, mentre hanno affrontato vessazioni governative in 28 paesi. Al
contrario, i membri di altre religioni del mondo, come i sikh e i baha’i, sono
stati molestati più volte dai governi (in 35 paesi) di quanto non lo siano
stati da gruppi o individui nella società (21 paesi).

Luca Lorusso
Note

1. Il Pew Forum (pewforum.org) è
un progetto del Pew Research Center, con base a Washington, finanziato
dalla Pew Charitable Trusts: un’organizzazione indipendente non-profit,
non governativa (Ong), fondata negli Usa nel 1948. Tutte le relazioni del
centro sono disponibili su www.pewresearch.org

Tags: libertà religiosa

Luca Lorusso




L’asino muoia, ma il carico arrivi

Ritornare in Tanzania con appena 62 anni di missione sulle spalle.

Ottantasette anni compiuti il 5 febbraio scorso, padre Giovanni Giorda, originario di Piossasco (To), missionario della Consolata, ci conduce in un duplice viaggio: nella storia della Chiesa tanzaniana e nella sua esperienza missionaria iniziata 62 anni fa.

«Nel 2000 in diocesi vi fu un pellegrinaggio della croce. Nella parrocchia di Tosamaganga era programmato per 14 giorni. Un giovane, come risposta a un mio commento sulla fatica di accompagnare la Croce di Gesù per due settimane attraverso tutte le 17 succursali della parrocchia (avevo 73 anni), mi disse: “Punda afe, mzigo ufike”, “l’asino muoia, ma il carico giunga a destinazione”. Anche la gente aveva capito che quell’asino ero io, e il carico era la Croce di Gesù da portare a destinazione, cioè ai poveri, agli ammalati, agli orfani, ai catecumeni». La sua voce ci accompagna in luoghi e tempi lontani. Ci pare di essere di fronte non a una singola persona, ma a un’intera nazione, la Tanzania, e a un’intera Chiesa, quella locale iniziata nella seconda metà dell’Ottocento. Ci sembra di stare di fronte alle generazioni che si sono avvicendate - anche a quelle vissute prima del suo arrivo - nelle terre in cui padre Giovanni Giorda ha speso più di 60 anni di sacerdozio. Abbiamo la netta impressione che tutte le esperienze vissute in più di mezzo secolo stiano lì, vivide dietro le sue palpebre, scalpitanti dietro le sue labbra, ansiose di lasciarsi conoscere. Forse per questo padre Giovanni tende ad aggirare le nostre domande per seguire un suo filo. Il suo racconto è irrefrenabile, con un suo formulario ben definito, un suo percorso sicuro, affinato da una probabile consuetudine a proporlo e riproporlo con il medesimo intreccio narrativo. La storia in questo modo assume una dimensione quasi epica, che viene suffragata dal volto solcato da rughe profonde, dagli occhi consumati e brillanti allo stesso tempo, da una gestualità insolitamente contenuta per un italiano. Quello che padre Giovanni Giorda ci trasmette è l’esperienza di un Dio che accompagna il suo popolo, i poveri, gli ammalati, i giovani della Tanzania, nel susseguirsi dei decenni, delle storie personali e famigliari, comunitarie e nazionali.
Padre Giovanni, puoi dirci qualcosa di te?
«Sono stato ordinato sacerdote diocesano il 29 giugno 1950 nel duomo di Torino dal cardinal Fossati insieme ad altri ventidue compagni. Oggi siamo rimasti in cinque, gli altri sono in paradiso che pregano per noi. In seminario ho sempre preso parte ai circoli missionari. Dopo l’ordinazione, com’era consuetudine per i preti giovani, sono andato a stare nel Convitto della Consolata. È stato in quel periodo che mi sono deciso, e il 16 luglio 1951, con altri due preti, uno di Mondovì che è poi diventato vescovo in Colombia, mons. Cuniberti, e padre Franco Cravero, originario di Torino, siamo andati alla Certosa di Pesio (Cn) per fare il noviziato dai missionari della Consolata. Il 16 luglio 1952 abbiamo fatto i voti, e quel giorno padre Cravero e io abbiamo ricevuto la lettera con la destinazione: Tanganika (l’attuale Tanzania). Il 9 dicembre 1952 siamo partiti. In treno fino a Venezia, poi in motonave per 14 giorni fino a Dar es Salaam. Sbarcati la vigilia di Natale, abbiamo proseguito via terra per Tosamaganga, a 500 km. Qui abbiamo cominciato la missione».
Quindi Tosamaganga, che è la missione in cui tutt’ora lavori, è stata la tua prima destinazione?
«No. Appena arrivato lì, sono partito per la missione di Malangali, Itengule, a 150 km a Sud, per tre mesi. Poi un padre della missione di Ujewa si è ammalato, e sono andato lì a sostituirlo: era la Pasqua del 1953. Per visitare i villaggi inizialmente andavo a piedi, poi in bicicletta. La zona di Ujewa appartiene alla tribù dei Wasangu. Si trova a un’altitudine di mille metri, ma fa molto caldo, a differenza della zona di Tosamaganga, che è a 1500 metri. La zona del Tanganika del Sud dove ho trascorso tutta la mia vita missionaria si chiama Southe Mainland Province, la zona degli altipiani del Sud, in cui clima e agricoltura sono molto buoni. Ciò che viene coltivato lì serve anche per le altre regioni che sono più secche. Alla fine del 1953 il vescovo mi ha chiesto di andare a insegnare in seminario. Così sono tornato a Tosamaganga. Questa volta per rimanerci diversi anni insegnando filosofia e teologia. Parecchi miei studenti sono diventati sacerdoti e vescovi. Alcuni sono già in paradiso e pregano anche per me».
Puoi raccontarci qualcosa della chiesa locale?
«Per il Tanzania del Sud, Tosamaganga è stata la base dell’evangelizzazione. La chiesa cattolica in Tanganika è entrata nel 1868 con i padri missionari dello Spirito Santo che, arrivando dalle isole Réunion e passando da Zanzibar, sono sbarcati a Bagamoyo. A loro era stata affidata la parte Nord del paese - ricordo che nel 1968, quando ero a Kilolo, una missione nella regione di Iringa a circa 1800 metri di altitudine, al freddo, abbiamo festeggiato i 100 anni della chiesa cattolica Tanzaniana -. Dieci anni dopo, nel 1878, sono arrivati dall’Uganda i missionari d’Africa, i cosiddetti padri Bianchi. A loro era stato affidato tutto il Tanganika dell’Ovest. Rimaneva scoperto il Tanganika del Sud. Così nel 1888, dalla Germania, sono arrivati i missionari benedettini. La loro prima missione è finita male: arrivati a Dar es Salaam si sono messi a liberare gli schiavi, e gli arabi che facevano affari con il commercio degli schiavi sono saltati loro addosso uccidendone diversi. La seconda spedizione è avvenuta nel 1891. Questa volta è andata meglio, e nel 1896 sono arrivati a Tosamaganga i primi due missionari. Per quella regione del paese il governo colonizzatore tedesco aveva messo il proprio quartier generale a Iringa, che è attualmente la capitale della regione omonima di Iringa. Lì, ai tempi, c’era il sultano dei Wahehe. I due benedettini, arrivati nella zona proprio per evangelizzare i Wahehe si sono stabiliti su una collina, non troppo vicini e nemmeno troppo lontani dal quartier generale dei tedeschi, distante circa 12 km. Il 1° gennaio 1897 la stazione missionaria di Tosamaganga è stata inaugurata. In quello stesso anno ci sono stati i primi otto battesimi - nell’ufficio parrocchiale conserviamo ancora i registri di quei tempi -, e i benedettini hanno anche fondato un’altra missione per evangelizzare i Wasangu a Madibira, a 150 km a Sud. Nel 1898-99 sono arrivate le suore benedettine. Delle prime quattro, morte giovanissime, si conservano ancora le tombe nel cimitero di Tosamaganga. In seguito i benedettini hanno fondato diverse altre missioni anche a Nord e a Est».  
E i Missionari della Consolata quando sono arrivati?
«Poi è iniziata la prima guerra mondiale. Dal Kenya, colonia britannica, gli inglesi sono scesi in Tanganika per attaccare i tedeschi, e li hanno vinti. I missionari dello Spirito Santo e i padri Bianchi non sono stati toccati, perché non erano tedeschi, ma i benedettini nel 1918 sono stati radunati a Dar es Salaam ed espulsi. Il vescovo del vicariato apostolico di Dar es Salaam, che a quei tempi comprendeva anche il territorio di Iringa, sapeva che in Kenya c’erano dei missionari italiani, e ha scritto una lettera a mons. Filippo Perlo, missionario della Consolata, per chiedergli un “prestito” di personale. È stato così che i primi quattro missionari della Consolata sono partiti per il Tanganika, e sono arrivati a Tosamaganga il 26 maggio 1919. Mons. Perlo li aveva mandati senza interpellare il beato Allamano, e nemmeno il papa. Solo a cose fatte ha scritto una lettera in cui diceva: “In genere, quando uno ha bisogno di aiuto, si rivolge ai ricchi, non ai poveri. Si sono rivolti a noi poveri, per un aiuto. E noi abbiamo risposto di sì, cercando di fare un’opera di carità”». Si commuove padre Giorda ricordando la lettera di mons. Filippo Perlo. La voce gli trema. Quelle parole lo toccano. Le sente sue. «Noi missionari della Consolata siamo arrivati in Tanzania in prestito. E ci siamo ancora. Ora siamo una sessantina senza contare le suore, e siamo presenti in diverse diocesi. Sparsi per il mondo ci sono anche una quarantina di missionari della Consolata nativi del Tanzania. La prefettura apostolica di Iringa è stata eretta nel 1922, separandone il territorio dalla prefettura di Dar es Salaam, e in quell’anno è partita la prima spedizione di missionari della Consolata direttamente dall’Italia, non più dal Kenya: preti, fratelli e suore, arrivati a fine gennaio 1923. Il superiore di quella spedizione era mons. Francesco Cagliero, di Castelnuovo don Bosco, che ha retto quella prefettura dal ’23 al ’35, fondando diverse stazioni missionarie. Morto per incidente stradale, gli è subentrato nel ’36 mons. Attilio Beltramino, che ho assistito all’ultima sua messa il 3 ottobre 1965, quando è morto per infarto. Beltramino in 30 anni ha avviato quasi 30 stazioni di missione. Nel frattempo la diocesi di Iringa è stata divisa in due, con la nascita della diocesi di Njombe. Zone in cui la popolazione era pagana e dove il cristianesimo è stato accolto. Dai missionari della Consolata sono nati anche altri istituti religiosi: mons. Cagliero nel 1931 ha fondato l’istituto delle suore africane di Santa Teresa del Bambino Gesù. Oggi sono circa 400 consacrate. Alcune sono missionarie in Sicilia, altre in Haiti. Mons. Beltramino durante la seconda guerra mondiale ha dato inizio, assieme a padre Ghiotti, alla congregazione dei fratelli africani Servi del Cuore Immacolato di Maria. Oggi una congregazione fiorente presente in diverse zone del Tanzania».
Tornando a te. Dopo Itengule e Ujewa nel 1953, sei andato a insegnare al seminario di Tosamaganga. Quanto sei rimasto lì, e cosa hai fatto dopo?
«Dopo la morte di mons. Beltramino nel 1965, ho lasciato Tosamaganga per andare in una missione appena aperta, Kilolo, dove sono stato fino alla fine del 1969, incaricato della parrocchia e dei fratelli africani. Dal ‘70 sono stato parroco a Tosamaganga. Dopo 10 anni sono ritornato nella zona di Ujewa in cui ero stato all’inizio, nella parrocchia di Chosi, 265 Km a Sud di Iringa, dall’80 all’89. Lì ho patito il caldo come mai in vita mia. Nell’89 sono tornato a Tosamaganga, dove sono stato parroco fino al 2007, quando ho compiuto 80 anni! Da allora sono coadiutore del nuovo parroco, p. Giacomo Rabino».  
Ci puoi parlare dell’aspetto spirituale della tua esperienza missionaria?
«Ormai sono più di 60 anni che vivo in Tanzania. Sono più tanzaniano che italiano. In questi anni ci sono stati alcuni punti forti nella mia vita spirituale. Ne vorrei elencare quattro. Il primo è il motto del beato Giovanni XXIII: “Obbedienza e pace”. Con l’obbedienza si acquista la pace del cuore. Un secondo punto l’ho scoperto nel 1987. Ero venuto in Italia per la mia mamma ammalata. Ritornando in Tanzania ho fatto tappa un paio di giorni ad Addis Abeba. La provvidenza ha voluto che in quei giorni Madre Teresa di Calcutta fosse lì. Ricordo ancora l’incontro che ho avuto con lei. Abbiamo parlato un quarto d’ora. Poi lei mi ha dato un’immagine che raffigurava Gesù flagellato, con le parole del Salmo 69: “L’insulto ha spezzato il mio cuore e mi sento venir meno. Mi aspettavo compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati”. E di suo pugno ha scritto: “Be the one”, “Sii tu quello” (che consola Gesù). Terzo punto, nel 1996. Sulla rivista Jesus ho letto il teologo Hans Urs von Balthasar che spiegava la messa: “Abbiamo ridotto il ‘fate questo in memoria di me’ all’invito a ripetere un rito, ma l’eucaristia presenta Gesù che dà la vita, e quindi quando dice ‘fate questo in memoria di me’, dice ‘fatelo anche voi’, ‘date la vita per i vostri fratelli come io l’ho data’”. Con il quarto punto arriviamo al 2000: ero parroco a Tosamaganga, che allora contava 17 succursali distanti anche 15-20 km. La diocesi di Iringa aveva programmato il pellegrinaggio della croce, che a Tosamaganga è durato 14 giorni. Io ho detto ai giovani che per me sarebbe stata una grande fatica girare per due settimane in tutte le succursali, e un ragazzo mi ha risposto: “Padre, non avere paura”. E poi ha aggiunto: “Punda afe, mzigo ufike”, cioè “l’asino muoia, il carico giunga a destinazione”. L’asino ero io. E il carico era la croce di Gesù. Un proverbio africano che non avevo mai sentito. Anche Gesù dice: “Se il chicco di grano muore porta frutto”. Però io non sono ancora morto, nonostante in questi 60 anni ne abbia corso diverse volte il pericolo. Nel 1982, ad esempio, mi hanno portato all’ospedale di Tosamaganga per la malaria. Una suora mi ha assistito per tutta la notte perché era convinta che io “partissi”. Un’altra volta, nel 1958, sono caduto in un burrone con un camion, ma non mi sono fatto niente… Quello che è importante per me, e per tutti i missionari, è far sì che il carico, cioè Gesù, la sua grazia, il suo perdono, la sua misericordia, la sua bontà giungano alla gente. Facendo quello che faceva Gesù stesso: predicare il Vangelo, curare gli ammalati, insegnare».
Qual è lo stato attuale della Tanzania?
«Abbiamo moltissimi orfani. Alcuni di questi sono sieropositivi. Noi cerchiamo di aiutarli con il cibo, con le spese per la scuola. A Tosamaganga seguiamo almeno una ventina di scuole attraverso i nostri catechisti diffusi sul territorio che ci segnalano le situazioni di difficoltà. Riguardo al cibo, aiutiamo attraverso le nostre piantagioni: abbiamo mais, fagioli, girasoli. Dobbiamo dire grazie ai benefattori italiani che, nonostante la crisi, continuano a dare le loro offerte. Pochi giorni fa un giovane tanzaniano che ora è a Dodoma per studiare all’università mi ha scritto una mail. È un ragazzo orfano che riceve un contributo dal governo, ma che deve pagare una parte delle spese. Mi ha chiesto aiuto, e io gliel’ho promesso».
Che differenze ci sono tra la Tanzania del ‘52 e quella di oggi?
«I ragazzi di allora erano addormentati. Oggi sono vivaci quasi come i nostri italiani. Dal punto di vista politico, oggi c’è un sistema con più partiti, nonostante ci sia al potere sempre il vecchio partito, quello di Julius Nyerere che ha portato all’indipendenza nel 1961 e che, dopo l’unione del Tanganika con Zanzibar nel 1964, ha preso il nome di Ccm (Partito della rivoluzione). Questo è ancora al governo nonostante sia pieno di corruzione. Vedremo cosa succederà quando nel 2015 ci saranno le elezioni. La gente del Tanzania è gente calma, che sopporta e sta in silenzio. Negli ultimi anni però non sopporta più. C’è una nuova generazione che ha studiato. Le università sono piene di giovani che capiscono la situazione e iniziano a dimostrare».
Ci sono problemi di radicalismi religiosi.
«Non molti, ma dobbiamo stare all’erta perché, specialmente a Zanzibar, dove la popolazione è quasi tutta musulmana, c’è un gruppo di estremisti denominato Uamsho (Risveglio) che due anni fa ha ucciso un prete cattolico. Ogni tanto si sente di questi gruppi che bruciano le chiese. Un anno fa nella zona di Arusha c’è stato un attentato contro il vescovo e il nunzio apostolico che dovevano inaugurare una chiesa: è passato un uomo in moto e ha gettato una bomba. Ci sono stati tre morti. Dall’ultimo censimento sembra che in Tanzania vivano tra i 42 e i 45 milioni di persone. Tutte le denominazioni cristiane: cattolica, luterana, anglicana, ecc. contano più del 50% della popolazione. I cattolici sono poco meno del 30%. In seguito ai fatti di violenza religiosa che da almeno un anno destabilizzano il Tanzania, tutte le chiese cristiane si sono incontrate per riflettere su cosa fare».
Quindi il dialogo con le altre chiese cristiane è positivo. Ma con i musulmani come va?
«I musulmani sono al massimo il 30%. Sono concentrati soprattutto sulla costa, verso la quale da molti anni c’è una continua migrazione di cristiani dall’interno del paese: Dar es Salaam oramai ha almeno 50-60 parrocchie. Le relazioni tra i fedeli delle due religioni sono buone. Il problema sono gli estremisti che vogliono coinvolgere sempre più persone. Nel territorio di Tosamaganga c’è qualche gruppo di musulmani, ma sono tranquilli. A Iringa ci sono diversi musulmani, e alcuni di questi vanno all’università cattolica».
Come viene percepito il nuovo pontefice nella chiesa tanzaniana?
«Noi missionari siamo molto contenti. Lo Spirito santo ha lavorato per l’elezione di papa Francesco. Qualcuno è preoccupato perché va troppo in mezzo alla gente, e così facendo si prende dei rischi. Ma sopra eventuali malfattori con cattive intenzioni c’è il Signore, c’è lo Spirito Santo che li tiene a bada, e che aiuteranno il papa a portare avanti tutte le riforme che presenta. Noi siamo contenti perché Francesco mostra uno stile di chiesa che noi missionari un pochino avevamo già: andare in mezzo ai poveri, agli ammalati, aiutarli». Parlando del papa e dei poveri padre Giorda si commuove di nuovo. È bello ascoltare la sua voce rotta dall’emozione di un’intera vita dedicata alla missione.

Luca Lorusso

CRONOLOGIA:
  • 9 dicembre 1952: partenza da Venezia
  • 24 dicembre 1952: arrivo a Dar es Salaam e partenza per Tosamaganga
  • Fine 1952-Pasqua 1953: missione di Malangali, Itengule
  • Pasqua 1953-fine 1953: Ujewa
  • 1954-1965: Tosamaganga seminario
  • 1965-1969: a Kilolo parroco
  • 1970-1980: parroco a Tosamaganga
  • 1981-1988: a Chosi
  • 1989-2007: parroco a Tosamaganga
  • 2007-oggi: coadiutore a Tosamaganga.




Giustizia riparativa 4 – Si tratta di liberare l’uomo

Padre Gianfranco Testa.
Se il mondo missionario s’interessa della persona, il tema
della giustizia riparativa è importante. Si tratta di liberare l’uomo. Parola
di padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata che da decenni si occupa
di perdono e riconciliazione.

Nato a Bra nel 1942,
ordinato nel ’67 a Torino, a 30 anni è partito per l’Argentina. Al tempo dei
generali ha fatto 4 anni di prigione. A 40 anni è andato in Nicaragua, tentando
l’avventura in un paese che in quel momento era per lui molto interessante per
la rivoluzione sandinista, «una rivoluzione cristiano marxista, chiamiamola così,
tanto per spaventare qualcuno», ci ha detto. E poi a 50 anni è partito per la
Colombia. «Adesso, a 70, vado di qua e di là. Sono stato in Albania, in
Palestina. Muovo i miei ultimi passi sempre cercando di riflettere». Di
recente, a Torino, è nata, grazie a lui, l’università del perdono:
www.universitadelperdono.org.

Che senso ha, secondo te, parlare
di giustizia riparativa su una rivista missionaria?

«Se una rivista missionaria s’interessa dell’uomo, della
persona, certamente il tema della giustizia riparativa è importante. Purtroppo
ancora poco dibattuto. Si tratta di liberare l’uomo. Nella giustizia riparativa
il centro di tutto è la persona umana. E mettere l’uomo al centro vuol dire
fare un buon servizio missionario».

Come si sposa la missione della
Chiesa con il tema della giustizia riparativa?

«Io preferisco la parola “restaurativa”. Perché
“riparare” vuol dire mettere le cose a posto, invece qui si tratta di
restaurare la persona, ridarle dignità. Credo che questo discorso sia una sfida
fondamentale per la Chiesa oggi. Un discorso che i politici non sanno fare o non
vogliono fare. È quello per cui l’uomo, nonostante i suoi errori, e anche
l’uomo vittima, viene riconosciuto come persona degna di rispetto, degna di
amore. Oggi, nel sistema di giustizia la vittima scompare, non è importante. La
giustizia cammina da sola senza ascoltare il dolore di chi ha sofferto. Allo
stesso tempo, il colpevole non viene ristabilito come persona. Io penso che la
funzione della giustizia non sia di castigare, ma neppure di essere
indifferente. La funzione della giustizia è di restaurare: la vittima, il
colpevole, la società. Certo, ci sono delle condizioni: se il colpevole non
riconosce quello che ha fatto, allora deve intervenire una giustizia che
diventa “retributiva”. Ma se il colpevole è capace di assumersi la
responsabilità di quello che ha fatto, allora si entra in un dialogo di umanità.
Non di castighi, di leggi, ma di umanità, dove le persone acquistano un rilievo
fondamentale, e ognuno assume le proprie responsabilità, trovando anche le
strade di riparazione».

La Chiesa si è mai espressa in
maniera ufficiale ed esplicita sul tema della giustizia restaurativa?

«No. Finora no. Sarebbe una bella sfida. Penso che
sarebbe bello se ci si sedesse un po’ di teologi, di filosofi, qualche giurista
a pensare, riflettere insieme. L’importante cos’è? È la persona umana! Sempre.
Il cuore della nostra fede non è Dio, di cui possiamo parlare molto poco, ma
siamo noi. Noi che entriamo in noi stessi in profondità, e poi nello spirito,
nella verità, riscopriamo Dio. E siamo capaci anche di perdonare, di restaurare
e di lasciarci restaurare.

Questo mi sembra che sarebbe per la Chiesa un “buon
campo di battaglia”. Aiutare la società ad affrontare la domanda che da 2.800
anni ci si pone: “Come castigare un crimine senza commettee un altro?”. Noi
normalmente perseguiamo i crimini facendo altri crimini. Basti pensare a come
sono gestite le prigioni. Basti guardare la carica di odio, di rancore che si
accumula con la nostra giustizia. Ma che giustizia stiamo facendo? Noi abbiamo,
come Chiesa, un’esperienza di fede, di vita, di sensibilità che è insuperabile.
Forse non abbiamo riflettuto ancora abbastanza su questo tema. Sarebbe un
annunciare un’umanità nuova. La famosa civiltà dell’amore, del rispetto per la
persona, anche per il colpevole, ancora di più per la vittima.

La giustizia restaurativa è, alla fine dei conti, una
prassi quotidiana. Faccio un esempio: in Colombia seguivo dei ragazzi che un
giorno sono entrati in una casa a rubare. Una volta scoperti abbiamo applicato,
in modo informale, tra noi, la giustizia restaurativa: ho proposto loro due
tipi di castighi, oppure di scegliere loro. Il mio castigo sarebbe stato di
farli tornare a casa e di non accettarli più, oppure di non dare loro la prima
comunione alla quale si stavano preparando. E loro, chiamati a partecipare alla
decisione, hanno scelto di lavorare per un certo tempo per la persona che
avevano derubato, di restituire quello che avevano preso. Non è stato un
castigo: quei ragazzi si sono restaurati, hanno assunto le loro responsabilità.
In più abbiamo guadagnato nella vittima un amico, che ha detto: “Questi ragazzi
sono dei disgraziati, dei delinquenti, però sono anche capaci di fare del bene.
Sono capaci di riconoscere il male che fanno”. I ragazzi lavoravano talmente
tanto per “la loro vittima” che doveva fermarli lui stesso. Così si sono
restaurati la vittima, i colpevoli e la comunità.

Ho raccontato questo aneddoto per dire che anche in casa
si può usare la giustizia riparativa. Anche a scuola. Questo è il punto di
arrivo: la giustizia restaurativa non è solo per i palazzi di giustizia, ma
anche per la vita quotidiana. Evitare di castigare. Allo stesso tempo non
lasciare passare mai niente di sbagliato: ogni errore deve essere corretto».

Nella tua vita missionaria sei
stato e vai in diversi paesi del mondo affrontando il tema del perdono e della
riconciliazione. Ci puoi raccontare qualcosa di queste tue esperienze?

«Ieri sono stato in un campo Rom a Collegno (To).
Sappiamo che gli immigrati sono mal visti, ma i Rom sono rifiutati. Certamente
hanno i loro limiti, però mi sono trovato benissimo. Sono stato in Albania a
incontrare cattolici e musulmani sul tema della violenza tradizionale. Tengo
dei corsi sul perdono. Sono dei semi gettati. Non è che si risolvano i
problemi. Ma cerco, insieme ad altri che collaborano con me, una pedagogia del
perdono. Il papa Giovanni Paolo II, per la Giornata mondiale della Pace del
2002, alla fine del suo messaggio chiedeva che si costruisse una pedagogia del
perdono. Noi parliamo sempre del perdono, ma non insegniamo come si fa. Ecco. È
importante tentare di balbettare qualcosa su questa pedagogia del perdono».

Luca Lorusso

SCHEMA COMPARATIVO*

GIUSTIZIA RETRIBUTIVA
GIUSTIZIA RESTAURATIVA
VALORI
Interesse dello STATO al primo posto
Interesse delle PERSONE COINVOLTE e della COMUNITÀ al primo posto
Fuoco sulla PUNIZIONE – prigionia o pene
alternative inefficaci (carità a terzi)
Fuoco sulla RESPONSABILITÀ e sulle
NECESSITÀ delle parti e della comunità

COLPEVOLEZZA
INDIVIDUALE

CORRESPONSABILITÀ
INDIVIDUALE e

COLLETTIVA

Uso
DOGMATICO del Diritto

Uso
CRITICO del Diritto

PROCEDURA
FORMALE, ritualistico / scenario di POTERE
INFORMALE, semplificato / scenario
extragiudiziale o COMUNITARIO

Linguaggio
e regole COMPLESSI

Linguaggio COMUNE e regole FLESSIBILI
Processo decisorio delle AUTORITÀ / operatori giuridici
Processo decisorio CONDIVISO con i coinvolti e la comunità
IMPATTO ED EFFETTI PER LA VITTIMA

MINIMA
PARTECIPAZIONE

VOCE e RUOLO ESSENZIALI nel processo
MINIMA assistenza PSICOSOCIALE e GIURIDICA
Risposta effettiva alle necessità PSICOSOCIALI e GIURIDICHE
INSODDISFAZIONE e FRUSTRAZIONE con il Sistema
SODDISFAZIONE e CONTROLLO sulla situazione, ricupero dell’autostima
IMPATTO ED EFFETTI PER L’ACCUSATO
ALIENATO dal processo, comunicazione tramite l’avvocato

PARTECIPAZIONE
RESPONSABILE nel processo

Necessità
praticamente dimenticate

Necessità
effettivamente considerate

INNACCESSIBILE
e senza interazione

ACCESSIBILE, interagisce con la vittima e la comunità
IMPATTO ED EFFETTI PER LA COMUNITÀ
Restaurazione del tessuto sociale
Reintegrazione dell’accusato e della vittima
Efficacia di un sistema multiporte
Potenziale di riduzione della reincidenza
Pace Sociale con dignità e senza tensioni

* Basato in comparativo schematico di
Renato Sócrates Gomes Pinto, presidente dell’Istituto di Diritto Comparato ed
Internazionale di Brasilia e pensionato dopo una carriera di avvocato,
difensore d’ufficio, promotore e procuratore di giustizia.

Luca Lorusso




Giustizia Riparativa 3 – Un’idea scandalosa di giustizia

Intervista a Claudia Mazzucato, docente alla Cattolica.

Autori e vittime di reato sono portatori di domande,
bisogni, speranze, aspettative. Com’è possibile che entrambi, e la società,
lavorino sul domani senza scordare il passato? La riparazione è qualcosa che
nasce dal dialogo libero e costruttivo sugli effetti distruttivi del reato. È
dirompente parlare di programmi liberi e consensuali dentro la giustizia penale
che in genere è invece il luogo della coercizione, della privazione della
libertà. La giustizia riparativa rimarrà sempre un’aspirazione, che però ha già
prodotto dei grandi risultati: nel Sudafrica dell’apartheid ad esempio.

Professore aggregato di
diritto penale all’Università cattolica di Milano, Claudia Mazzucato si occupa
di modelli alternativi di giustizia penale allo scopo di trovare una coerenza
tra la risposta al reato e i principi della democrazia. Nel corso dei suoi
studi si è imbattuta, nei primi anni ‘90, nel tema della giustizia riparativa,
della mediazione reo-vittima, e da allora ha dedicato la sua vita, non solo
professionale, a questo. È mediatrice volontaria per l’osservatorio del
ministero della Giustizia sulla giustizia riparativa. Ha occasione, quindi, non
solo di studiarla, ma anche di praticarla a titolo volontario. All’Università
segue la formazione degli studenti di giurisprudenza, di sociologia e di
scienze della formazione sui temi del diritto penale e della giustizia
minorile.

Nessuno sa cos’è la Giustizia

La giustizia riparativa suscita
interesse nei suoi studenti?

«Sì moltissimo. Questo tema suscita interesse in tutti.
Da anni io e un gruppo di altre persone teniamo incontri un po’ dappertutto:
scuole, parrocchie, quartieri difficili, fino al Consiglio superiore della
Magistratura. Incontriamo diversi “mondi”, e dovunque troviamo interesse.
Sempre. Anche perché la giustizia riparativa solleva la domanda più generale di
giustizia, che riguarda chiunque.

Il cardinal Martini diceva che nessuno sa bene cosa sia
la giustizia, ma tutti sappiamo molto bene cosa sono le ingiustizie. E la
giustizia riparativa è un itinerario in cerca della giustizia a partire dalle
ingiustizie. Lavora su quello che è andato storto per ripararlo.

Non è un lavoro campato in aria. È, anzi, con i piedi
saldamente per terra. Tanto da occuparsi della quotidianità materiale
dell’autore del reato e della vittima: ci capita negli incontri di mediazione
di dedicare ore a definire le regole di saluto, di distanza o di vicinanza, di
comportamento: “Cosa succede se domani vi incontrate per strada o
sull’autobus?”.

La giustizia riparativa ha anche quest’attenzione: da
domani che cosa succede?

Autori e vittime di reato sono portatori di domande,
bisogni, speranze, aspettative che intrecciano il passato prima del reato, il
momento del reato, il presente e il futuro. Allora noi chiediamo a vittime e
rei di esprimere che cosa c’è nel loro oggi e com’è possibile lavorare
costruttivamente sul domani, senza dimenticare ciò che c’era prima del reato, né
il fatto che un reato è stato commesso, che qualcuno lo ha agito e un altro lo
ha subito».

Risocializzare in gabbia?

«Questo lavoro sul futuro è una cosa che la giustizia
penale tradizionale non può fare perché è tutta retrospettiva: anche quando
condanna una persona all’ergastolo, cioè determina l’interezza del suo futuro, è
tutta ferma sul reato, sul passato. È solo dopo l’inizio della detenzione che
compare un educatore, un assistente sociale che dice: “Beh, adesso pensiamo
alla rieducazione”, che vuol dire ritorno in società. Ma qui spuntano le
incoerenze della giustizia: come parlare di rieducazione a uno che sta in una
gabbia, o di risocializzazione quando tra la persona condannata e la società ci
sono un muro di sei metri, un muro di cinta, uno di intercinta, il blindo, le
sbarre, eccetera? Come si può parlare di risocializzazione se la società è
esclusa dal contatto con il reo?

La riparazione è qualcosa che nasce dall’incontro e dal
dialogo costruttivo sugli effetti distruttivi del reato. Ha l’ambizione di
promuovere responsabilità individuali e collettive per reintegrare il colpevole
e la vittima. Sì, perché anche la vittima ha bisogno di essere risocializzata.
A volte addirittura di essere “rieducata”: può capitare, infatti, che la
vittima appartenga allo stesso mondo deviante del reo. Nell’opinione pubblica
in genere c’è l’immagine della vittima buona, onesta, che subisce
improvvisamente qualche cosa, mentre il reo è cattivo, ma raramente la realtà è
così netta».

Qualcosa di scandaloso

Nel suo saggio Appunti per una
teoria dignitosa del diritto penale
scrive: «La giustizia riparativa può
arrivare addirittura a ridisegnare una nuova geometria della giustizia». È
davvero così rivoluzionaria?

«La giustizia riparativa costringe a guardare al
problema del crimine e al tema della giustizia con occhi nuovi. Essa ha
qualcosa di scandaloso: “Ma come? Reo, vittima e comunità insieme dopo un
reato?”. Tutto l’itinerario millenario della giustizia fino a ora ha diviso il
reo dalla vittima, e ha ripetuto sul reo il male che egli aveva fatto alla
vittima. La giustizia riparativa invece propone: “Mettiamoci insieme,
volontariamente, per pensare a qualcosa di diverso”.

È dirompente parlare di un intervento libero, volontario
e consensuale dentro la giustizia penale, la quale in genere è invece il luogo
della coercizione legittimata, della privazione della libertà. È proprio un
prendere la giustizia così com’è oggi e rovesciarla».

Quali sono gli strumenti della
giustizia riparativa?

«La mediazione diretta, o indiretta, tra autori e
vittime di reati, i community circles, i family group conferences.
Sono programmi costruiti intorno all’incontro a tu per tu, oppure allargato ai
componenti delle famiglie dell’uno e dell’altra, alle comunità. Questi sono gli
strumenti. Ma la cosa fondamentale è che si possa chiamare giustizia riparativa
solo ciò che porta le persone a incontrarsi volontariamente e liberamente.
Quando un magistrato impone un lavoro di pubblica utilità, può fare una cosa
bellissima, ma non è un programma di giustizia riparativa, è una pena. Quando
una persona svolge un lavoro di pubblica utilità che corrisponde a un lavoro
fatto sulla sua dignità, in dialogo con le vittime, con la comunità, e quindi
il soggetto sente di ripararsi, e non solo di riparare, e lo sceglie liberamente
in dialogo con altri, questa è giustizia riparativa. Altro elemento è che gli
incontri sono liberi, aperti, quindi si costruiscono anche in base a ciò di cui
si sente il bisogno. La presenza di un mediatore è importantissima. Anche perché
il facilitatore rappresenta a sua volta la comunità, e fa sì che le persone non
siano sole, sta con loro, e accoglie entrambe le parti con dignità e rispetto,
anche se ha di fronte una persona gravemente colpevole».

Sudafrica: la verità è più importante della pena

Questa nuova idea di giustizia potrà mai realizzarsi?

«Non potremo mai mettere fine al problema della
giustizia. La giustizia riparativa rimarrà sempre un’aspirazione. Però ha già
prodotto dei grandi risultati: l’esperienza del Sudafrica, ad esempio. Nel
momento più drammatico in cui, finito l’apartheid, si sarebbe potuta
scatenare una vera guerra civile, Nelson Mandela, e poi Desmund Tutu e gli
altri che hanno costruito la Commissione verità e riconciliazione hanno
sostenuto a gran voce che se gli oppressi si fossero fatti giustizia in modo
“tradizionale” sugli oppressori, avrebbero riprodotto la stessa violenza che
avevano subito, impedendo l’unità del popolo arcobaleno. E quale giustizia
poteva affermare l’unità dopo la separazione e la segregazione dell’apartheid?
Una giustizia non retributiva dove la verità è più importante della pena.

La giustizia punitiva è reo-centrica, ed essendo
punitiva non può chiedere all’autore del reato di dire la verità. Il diritto
dice che l’accusato non è tenuto a dire la verità, perché se la dicesse
andrebbe incontro alla pena.

Il Sudafrica ha dovuto scardinare il meccanismo della
pena per chiedere la verità».

La verità è «terapeutica»?
Affermarla, riconoscere ciò che è accaduto, di per sé realizza la giustizia e
lenisce le ferite?

«Possiamo dire che la verità può fare molto più di una
pena. Poi probabilmente ci sono persone, vittime, comunità che sentono che
nelle sedute della Commissione la verità non è stata detta abbastanza, e che
non si sentono risanati da quella verità. Ciò che possiamo dire senz’altro è
che alle vittime e alle comunità vittimizzate, quel percorso non ha tolto
nulla. Ha aggiunto semmai qualcosa di positivo. Se ci fosse stato un percorso
di giustizia tradizionale quelle persone non avrebbero ottenuto di più. Anche
solo perché la giustizia penale tradizionale è molto selettiva: soprattutto
dove ci sono state delle atrocità massive non può arrivare a processare e a
punire tutti quelli che in una logica retributiva lo meriterebbero».

Una novità antica

La giustizia riparativa è una «scoperta»
recente o se ne conoscono esperienze in tempi e società del passato?

«È una scoperta, però è anche una riscoperta. Della
giustizia riparativa come la conosciamo oggi possiamo identificare l’origine
negli anni ‘70 in Canada con percorsi di incontro tra giovani autori di reato e
le loro vittime. La pratica, che aveva dato buoni risultati, si è poi espansa
nel mondo, a cominciare dagli Usa, dove però rimane una nicchia. Paesi come la
Nuova Zelanda e l’Australia, partendo da modelli riparativi, sono arrivati
addirittura a ricostruire la giustizia. Anche in Europa ci sono molti paesi che
hanno leggi sulla giustizia riparativa o sulla mediazione reo-vittima.

Dall’altro lato però la giustizia riparativa è una
riscoperta: se andiamo a studiare i modelli di giustizia di certe società
tradizionali, constatiamo che dove è necessario tenere unita la comunità
esistono forme di giustizia di tipo relazionale, dialogico, compositivo, e non
retributivo.

Si può supporre che pratiche di giustizia riparativa ci
fossero anche in tempi antichi: per esempio forme di giustizia riparativa si
trovano nella Sacra Scrittura. Nel Nuovo Testamento (amare i propri nemici,
porgere l’altra guancia, perdonare settanta volte sette…), ma anche nel Vecchio
Testamento (la lite dialogica per ricostruire l’alleanza). Ci sono studi
biblici stupendi su come, attraverso questo tipo di pratica di giustizia, si
possa leggere il rapporto di Dio con il popolo di Israele: un continuo
richiamare l’altro a rispondere del suo tradimento dell’alleanza in un dialogo
che è molto forte, anche violento a tratti, ma che ha sempre come obiettivo la
ricostruzione della relazione».

I casi di Nuova Zelanda e Australia
sono isolati o ci sono altri paesi che si stanno orientando alla giustizia
riparativa? In Italia cosa si fa?

«In Italia ci sono buone pratiche che si stanno
consolidando soprattutto nella giustizia minorile, la giustizia riparativa però
in generale è molto marginale. La Nuova Zelanda ha ripensato il suo sistema penale
usando moltissimo i programmi riparativi con una dimensione comunitaria come i communities
circles
che coinvolgono la comunità, il vicinato, la famiglia, le famiglie
del reo e della vittima. È stata importante la cultura nativa dei Maori.

Tra le altre esperienze, quella sudafricana è
emblematica. Io sento la presenza di una traiettoria culturale nel mondo. La
giustizia penale non è più ferma sulle risposte punitive tradizionali: è stata
scombussolata, movimentata dall’arrivo del tema della giustizia riparativa. E
un po’ dappertutto tra i paesi democratici sta cambiando qualcosa».

Mass Media e «tolleranza zero»

Come spiega questa crescita di
consenso per la giustizia riparativa in un clima globale in cui domina la «tolleranza
zero»?

«Il consenso globale sulla giustizia riparativa è al
livello di studiosi, di Nazioni unite, di Consiglio d’Europa. Quindi la
traiettoria positiva c’è, ma in un contesto generale che va ancora in
tutt’altra direzione. È vero, infatti, che chiunque oggi pensi alla giustizia
penale, pensa al carcere. Non perché il carcere sia una risposta più
realistica. I media, che hanno un ruolo importantissimo sulla giustizia,
purtroppo la banalizzano: ad esempio fanno pensare che quando una persona va in
carcere è tutto risolto, mentre in quel momento si aprono un’infinità di
problemi. Bisognerebbe fare un lavoro di formazione dei giornalisti. Ad esempio
si sentono chiedere alle vittime: “È di-sposto a perdonare?”. Io penso che una
domanda del genere sia inopportuna. Così come: “È soddisfatto dell’ergastolo?”.
Ma come fa la vittima, con il suo bisogno di sentire la propria dignità
reintegrata, a essere soddisfatta dalla sofferenza imposta al colpevole? Se c’è
una soddisfazione, è momentanea. Poi rimane il vuoto che si aggiunge a un altro
vuoto».

Ci mancano profeti

Ci sono esperienze di paesi che
abbiano dei tratti in comune con quella del Sudafrica?

«Il Sudafrica ha aperto una via perché è stata la prima
esperienza a mettersi in mezzo ai due modelli: quello del colpo di spugna con
le amnistie, e quello dei processi penali da Norimberga in giù. Altri paesi
hanno tentato di fare delle cose simili: in Perù con la Commissione verità e
riconciliazione del 2000, ad esempio. In Ruanda con i tribunali Gacaca per il
genocidio del 1994. Il punto è che nessun’altra esperienza è riuscita a
raggiungere il livello di quella sudafricana che è stata particolarissima per
una serie di situazioni convergenti. Il Sudafrica ha cambiato la Costituzione
alla luce dell’idea di Ubuntu (“Io sono perché noi siamo”), ha prodotto un
diritto nuovo. C’è stato un ruolo della Corte Suprema che credo sia l’unico
tribunale del mondo ad avere come logo un albero sotto al quale ci sono persone
bianche e nere intrecciate, invece della bilancia con la spada… E poi i
sudafricani avevano Mandela e Tutu, cioè due vittime esemplari. Mandela diceva:
“Non bisogna vendicarsi”, e Tutu: “Le persone possono cambiare, e noi dobbiamo
crederlo”. Erano dei pulpiti da cui non venivano delle prediche, ma delle
esperienze che avevano una forza di testimonianza pazzesca. Dove non ci sono
figure profetiche così, diventa molto difficile far passare queste idee a
livello pratico.

Ci vogliono dei profeti. Ed è quello che ci manca oggi.
Certamente nel nostro paese».

Luca Lorusso

        «… E BUTTIAMO VIA LA CHIAVE!»                            

Frasi dal web su carcere e giustizia all’indomani del
messaggio alle camere del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

«Credo che i lavori forzati nel senso vero della parola sia
l’unica soluzione per eliminare il problema del sovraffollamento. Anche perché
tu che sei stato vittima e vedi che il tuo aguzzino viene liberato non puoi
continuare a credere in un paese come questo. I lavori ci sono di svariati tipi
e modi con orario come dico io dal sorgere del sole al tramonto come facevano i
contadini».

«In Italia ormai da decenni si pensa solo a salvare ed
aiutare i cittadini disonesti e non quelli onesti e, ancora una volta, questo
viene confermato dalle dichiarazioni rilasciate dal capo dello Stato che
dovrebbe essere il garante della Costituzione nonché super partes e non il
difensore di indifendibili, condannati e delinquenti».

«Il carcere serve per lo sconto della pena, la rieducazione
casomai la fanno quando escono dal carcere e prima di inserirsi nella società.
Pene alternative? Come in Alabama ai primi del ‘900, incatenati a tagliare
l’erba sulle strade o rattoppare l’asfalto che ce n’è un gran bisogno!!! Prima
pensare ad aiutare i cittadini onesti e poi, se avanza tempo, si pensa a quelli
disonesti. […] Se l’Europa ci multa perché le nostre carceri non hanno celle
singole con internet e aria condizionata per il benessere dei criminali credo
che dovremmo mandare […a quel paese] l’Europa: non capisco perché dovremmo
avere a cuore i diritti umani di persone che di umano hanno solo la forma! Più
rispetto per le vittime!!!».

(Tre commenti scelti a caso tra i molti in calce a un
articolo sul blog di Beppe Grillo:
http://www.beppegrillo.it/2013/10/il_piano_carceri_del_m5s.html)

Luca Lorusso




Giustizia Riparativa 2 – Il perdono responsabile

Un dialogo con Gherardo Colombo
Si può educare al bene
attraverso il male? Partendo da questa domandal’ex magistrato Gherardo
Colombo illustra l’inefficacia della risposta punitiva alle
trasgressioni. Per la difesa e la promozione della dignità della persona
(di chiunque, anche dei colpevoli e delle
loro vittime) sono più appropriati e più efficaci,
rispetto alla carcerazione, i programmi della cosiddetta giustizia
riparativa,
che prevedono l’incontro e la responsabilizzazione di rei, vittime e
società. Abbiamo chiesto a Colombo di
parlarci del suo attuale «lavoro» e del tema del perdono responsabile al
centro di uno dei suoi ultimi libri.

Lo contattiamo via telefono mentre viaggia in treno per raggiungere una scuola superiore in Liguria. Da quando si è dimesso dalla magistratura, Gherardo Colombo spende molte delle sue energie e giornate parlando con giovani e ragazzi di tutta Italia di «regole»1, di cittadinanza responsabile. Ogni tanto la voce cordiale che ci parla sparisce nelle gallerie insieme alla linea telefonica. Ma il messaggio è chiaro: non si può educare al bene attraverso il male. È necessario trovare una strada alternativa alla punizione e alle pene tradizionali, perché queste, la carcerazione in primis, in molti casi non sono condivisibili sul piano ideale e non sono efficaci sul piano pratico.

L’affabilità della voce di Colombo s’intona perfettamente col ricordo di quell’uomo alto e riccioluto, in abbigliamento casual, che nel maggio 2012 presentava il suo volume Il perdono responsabile al Salone del libro passeggiando tra il pubblico e cedendo il microfono a chiunque volesse intervenire. In quell’incontro, così come nelle pagine del libro, l’ex magistrato ha illustrato con semplicità l’opposizione tra due modalità di risposta ai reati, tra due tipi di giustizia: quella «retributiva» e quella «riparativa».

La prima è quella più comune, diffusa a ogni livello, dall’educazione dei figli alle relazioni inteazionali: la punizione è la giusta conseguenza della trasgressione. Alla base della giustizia retributiva c’è l’idea che la persona non ha valore in sé, ma solo in base ai suoi comportamenti «buoni» o «devianti»: se fa bene riceve il premio, se fa male la punizione. Nella visione retributiva, la sofferenza della pena viene inferta per insegnare al colpevole l’obbedienza. Ma chi obbedisce, sostiene Colombo, non è completamente responsabile delle proprie azioni. La pena quindi non crea responsabilità, ma al contrario la distrugge. Le persone seguono le regole non perché le condividano, ma per evitare la punizione, o meritare il premio. Se una regola non è interiorizzata, c’è il forte rischio che essa verrà violata non appena mancherà il controllo, cioè il timore di essere «beccati».

La giustizia «riparativa» fa capo, invece, a una cultura in cui la persona vale in quanto persona, ha dignità - anzi, è dignità - indipendentemente dai suoi comportamenti buoni o cattivi. È la cultura (cui s’ispira la Costituzione italiana e la Dichiarazione Onu sui diritti dell’uomo) per la quale non è la persona a essere finalizzata alla realizzazione dell’ordine, ma è l’ordine a essere finalizzato alla realizzazione della persona. Nella visione «riparativa» il centro è la persona, la sua dignità (che rimane integra anche dopo aver compiuto un crimine), la ricerca dell’inclusione, il recupero, la riconciliazione. E le esperienze di giustizia riparativa realizzate nel mondo dimostrano che l’alternativa al carcere è più efficace anche per la sicurezza sociale.

In più, nella prassi retributiva le vittime vengono in genere dimenticate, perché l’attenzione è esclusivamente sul reato, mentre nella visione riparativa la vittima, insieme alla comunità (anch’essa vittima) e al reo (anch’egli vittima di se stesso), viene coinvolta in prima persona e può davvero trovare un ristoro che non sia la semplice e svilente realizzazione dell’istinto di vendetta, che si esaurisce velocemente lasciando il vuoto ancora più ampio.

Come entra il tema del perdono in tutto questo? In una situazione di rottura di una relazione (tra il reo, la società e la vittima) il perdono, al contrario di ciò che si pensa generalmente, non è uno sgravio di responsabilità, ma al contrario richiama alla responsabilità. La vittima e la comunità hanno la responsabilità di ri-accogliere il reo, il reo ha la responsabilità di riparare in qualche modo la vittima e la comunità. Il perdono rovescia l’ostilità in reciprocità. Questo può avvenire concretamente, ad esempio, nella mediazione penale, una delle pratiche di giustizia riparativa più diffuse in tutto il mondo.

Siamo ancora alla legge del taglione

Proviamo a immaginare l’ex magistrato Gherardo Colombo alle prese con un’assemblea di duecento ragazzi di seconda superiore mentre parla di regole e responsabilità e propone il perdono e la riconciliazione al posto di carcere e punizione. Gli domandiamo se gli capita di trovare ragazzi scettici: «Sì, sì... si arrabbiano anche! Le risposte che le persone hanno a questo mio modo di vedere sono varie. Possiamo dire che più le persone conoscono il carcere (operatori, volontari…), più lo condividono. Mentre invece capita che persone informate sul carcere solo alla lontana, per sentito dire, assumano un atteggiamento di rifiuto. Un rifiuto viscerale di fronte al quale diventa a volte impossibile approfondire l’argomento. Io credo che sia molto comprensibile tutto questo, perché per millenni l’approccio al tema della sanzione è stato molto retributivo. Noi siamo ancora purtroppo alla legge del taglione come impostazione abituale generale. La giustizia retributiva ha come strumento l’eliminazione, l’espulsione, l’allontanamento, l’abbandono della persona che ha commesso il male. C’è in essa l’indisponibilità al recupero di una relazione, se non in modo oneroso. Invece la caratteristica della giustizia riparativa sta nel ritenere che al male commesso da una persona si rimedia attraverso il recupero della persona alla collettività. È un’impostazione inclusiva che si basa sul riconoscimento dell’altro. Solo riconoscendo l’altro, il reo può comprendere la sofferenza causata dalla sua azione, e quindi astenersi dal commettere altre azioni che procurino sofferenza».

La vittima abbandonata

A sentirlo parlare sembra che Colombo sia arrivato a sposare l’idea della giustizia riparativa non a partire dai ragionamenti, ma dall’osservazione della realtà carceraria e dei dati che la riguardano: «Sappiamo che in Italia il 68% delle persone che escono dal carcere commettono nuovi reati: c’è da chiedersi perché. Se fosse vero che il carcere serve a prevenire la commissione di reati il tasso di recidiva sarebbe molto più basso». In più il carcere non aiuta le vittime a superare il trauma, e a ricostruire la propria dignità violata dal reato, istigando, anzi, un istinto basso (e distruttivo per la vittima stessa) come la vendetta: «Nel sistema attuale le vittime sono abbandonate, forse peggio ancora che abbandonate. Alle vittime non si offre null’altro che il soddisfacimento di un desiderio di vendetta. E anzi, sovente, le vittime sono chiamate a rivivere a fini processuali il dolore che era stato loro inferto attraverso la commissione del reato. Ad esempio: una persona che avesse subito uno stupro, poi deve raccontare nei dettagli come sono andate le cose prima davanti alla polizia, poi davanti al pubblico ministero, poi ancora in aula davanti ai giudici e davanti agli imputati e ai loro avvocati, i quali faranno di tutto per metterla in imbarazzo e per contraddirla e screditare la sua versione. Questa è la prospettiva della vittima nel sistema attuale. Invece la giustizia riparativa ha come scopo da una parte quello di responsabilizzare colui che ha commesso il fatto, e dall’altra di riparare, per quanto possibile, la vittima, in modo che essa ricostruisca la dignità che era stata messa in crisi dalla commissione del reato».

Il perdono responsabile

La parola «responsabilizzare» ci fa tornare alla mente il titolo del libro di Colombo: Il perdono responsabile. E allora gli domandiamo: «In che modo si legano i due termini, perdono e responsabilità?». «Il perdono è la disponibilità a riallacciare una relazione interrotta sulla base di una duplice responsabilità. Il perdono in primo luogo non è amnesia, cancellazione del passato, ma anzi presuppone una consapevolezza sicura di ciò che è successo. Data questa consapevolezza il perdono è la disponibilità al recupero di una relazione che si era interrotta con la fiducia che anche dall’altra parte ci sia la medesima disponibilità. Non è uno scambio. Ciascuna delle due parti ha una disponibilità unilaterale. Quindi il perdono coinvolge la responsabilità della persona».

Leggendo la Bibbia

Colombo ci racconta che il suo percorso di avvicinamento al tema della giustizia riparativa è stato lungo: «Ho fatto per più di tre decenni il magistrato. All’inizio della mia attività la mia convinzione era che il carcere fosse utile per assolvere a una funzione educativa, in un quadro di rispetto per la persona. Poi però progressivamente ho riflettuto, ho letto, e ho avuto l’esperienza degli effetti del carcere. L’approfondimento teorico da una parte e l’osservazione della pratica dall’altra». Nel breve riassunto delle tappe del suo percorso, Colombo cita la lettura di Eugene Wiessnet, un gesuita che nel 1960 pubblicò un libro dal titolo Pena e retribuzione nel quale aveva fatto un’analisi del rapporto tra trasgressione e retribuzione nelle Scritture. Infatti, nel leggere il libro di Colombo, siamo rimasti molto colpiti dall’abbondanza dei riferimenti biblici: «Per me è molto importante vedere come ci sia stata un’evoluzione. L’idea retribuzionista parte dalla convinzione che Dio sia un giustiziere, che punisce. La credenza che questo sia il messaggio delle Scritture è piuttosto diffusa. Io penso che ce ne sia un altro. Non solo nel nuovo testamento, ma anche nel vecchio. Nella misura in cui Dio è un Dio amoroso».

Passi concreti, partendo da un’amnistia

Toiamo al piano pratico: nonostante alcune esperienze positive abbiano iniziato a diffondersi, soprattutto in ambito minorile, la giustizia riparativa in Italia è decisamente distante dalla sua realizzazione. Quali passi concreti si possono fare?

«Se vogliamo parlare della situazione attuale, io credo che adesso, vista la condizione di vita delle persone che stanno in carcere, una prima soluzione sia quella di prevedere un’amnistia per i reati di minore gravità. Finché sono così tante le persone in carcere credo che sia impossibile che esse vivano in modo dignitoso, o comunque nei modi suggeriti dalla nostra Costituzione. Ci sono molte persone che stanno in carcere pur non essendo per niente pericolose. Poi credo che sarebbe necessario stimolare la creazione di un sistema di giustizia riparativa, come del resto ci è richiesto dall’Unione europea2: noi siamo inadempienti nei confronti dell’Ue sotto questo profilo. Bisognerebbe che si ricorresse, da parte di chi ha il potere di farlo, molto più frequentemente alle misure alternative piuttosto che non alla detenzione in carcere. Sarebbe però soprattutto necessario operare sul piano culturale, sul piano dell’educazione. Educazione diretta non all’obbedienza, come generalmente succede, ma diretta all’elaborazione di una capacità di gestire consapevolmente, responsabilmente la propria libertà».

Luca Lorusso

Note:

1 - «Quel che faccio più di tutto è girare per l’Italia, nelle scuole e nei circoli, a parlare di giustizia e della relazione tra regole e persone e di come questa relazione influisca sulla vita pratica di ciascuno di noi. […] Ho fatto il magistrato per oltre trentatré anni. […È] progressivamente maturata in me la convinzione che per far funzionare la giustizia fosse necessaria una profonda riflessione sulla relazione tra i cittadini e le regole».
www.sulleregole.it.

2 - È vincolante per gli stati membri dell’Ue la Decisione quadro 2001/220 GAI (sostituita dalla Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del consiglio del 25 ottobre 2012) sull’uso della mediazione nelle cause penali.

 
        Il piano pratico. L’inutilità del sistema.                             

Testo tratto e adattato dai cap. 10 e 11 di G. Colombo, Il perdono Responsabile, in cui l’autore elenca alcuni luoghi comuni da sfatare.

1- I detenuti fanno una bella vita. I detenuti (64.758 al 30 settembre 2013, stipati in carceri con capienza di 47.615 posti, ndr.) vivono 22 ore al giorno in celle piccole e sovraffollate, insieme a persone non scelte, a volte arroganti, problematiche, violente. Solo il 13% di loro lavora. Il tempo non passa mai. Possono avere sei colloqui al mese, di un’ora ciascuno, coi famigliari, sotto gli occhi delle guardie, senza intimità alcuna. I colloqui con persone non famigliari sono rare eccezioni. Le condizioni disumane del carcere sono confermate dal numero annuale di suicidi: uno su mille (0,1%, mentre tra le persone libere è 1 su 200mila, lo 0,0005%), di tentati suicidi: uno su cento (1%), di atti di autolesionismo: uno su dieci (10%).

2- La certezza della pena: «Chi ha commesso un omicidio, dopo due giorni è fuori». Non bisogna fare confusione tra la custodia preventiva e la detenzione dopo la condanna. Prima della condanna non si può essere incarcerati senza motivi validi, senza comprovata pericolosità. Quando la condanna è definitiva, la pena si sconta secondo regole prestabilite: quindi è «certa». Le pene alternative sono concesse (dove le risorse lo consentono) solo a persone non pericolose e disposte alla rieducazione. Gli errori sono rari, tanto che fanno quasi sempre notizia. Non è frequente che torni a delinquere chi ha usufruito delle misure alternative al carcere: la recidiva di questi è del 20% contro il 68% di recidiva delle persone che hanno scontato la pena in cella. A giugno 2011: dei 67.394 detenuti, solo 17.582 usufruivano di misure alternative. La pena è certa, ma la certezza non serve ad aumentare la sicurezza dei cittadini perché in carcere si è spesso «dis-educati» a una vita sociale sana.

3- La pena è utile come deterrente. Se si vede che alla violazione segue la pena, per paura della sofferenza della punizione, ci si astiene dal violare la legge. Deterrenza e intimidazione sono inadeguate a stimolare il rispetto della dignità propria e altrui, e quindi delle regole. Incutere paura insegna a obbedire (ostacolando il discernimento e la libertà). L’obbedienza obbliga ma non convince, e se una regola è rispettata per obbligo, il suo rispetto viene meno appena manca il controllo. Quasi tutti rispettiamo le regole perché le condividiamo, non perché temiamo la sanzione. Un killer della mafia non si lascia intimidire. Un tossicodipendente che fa rapine nemmeno, perché ha bisogno della droga. Un omicida per raptus non si ferma per il timore del carcere. Infine la minaccia della pena non intimidisce anche perché la gran parte dei trasgressori sfuggono alla sanzione: solo l’8% delle denunce sono seguite da condanne.

4- Bisogna aumentare il sistema repressivo. Sarebbe un costo insostenibile: più polizia, magistrati, caserme, palazzi di giustizia, processi, carceri, ecc. E poi creerebbe un vero e proprio stato di polizia in cui tutti sarebbero sottoposti a esasperanti controlli. Tutta la vita sociale si bloccherebbe. Non bisogna aumentare la repressione ma diminuire la devianza.

5- I carcerati sono tutti pericolosi. Il carcere attualmente colpisce sia pericolosi che non. A fine 2009 i detenuti «comuni» erano 50mila contro i detenuti «pericolosi» che erano 9mila. A metà 2008 ben 14.743 detenuti sui 55.057 allora reclusi erano tossicodipendenti. Al 30 settembre 2013 solo il 62% dei detenuti aveva una condanna definitiva (il 19% erano in attesa di primo giudizio, un altro 19% erano condannati in primo e secondo grado). Questa iper-carcerazione è costata 29 miliardi di Euro tra il 2000 e il 2010. In più, la nostra cultura esclude non solo i carcerati, ma anche gli ex detenuti, i quali non trovano lavoro, casa, affetti, ecc. ricadendo in nuovi reati.

6- «Ci vorrebbe la pena di morte». Tutti i dati riguardanti la pena capitale mostrano in modo inequivocabile che è inefficace: prova ne sia che negli Usa, paese con popolazione 5,2 volte superiore all’Italia, gli omicidi sono 28 volte più numerosi.

7- «Col carcere almeno si fa giustizia e le vittime sono soddisfatte». Il sistema retributivo non ripara la dignità della vittima. La sofferenza imposta al reo con il carcere procura solo il soddisfacimento dell’istinto di vendetta. La vittima non viene aiutata a superare il trauma, a recuperare l’integrità perduta.

8- «Allora lasciamo circolare liberamente le persone pericolose?». No. Chi è pericoloso deve essere separato, ma la separazione dovrebbe essere mirata a prevenire l’effettiva pericolosità. Mentre solo una piccola percentuale dei detenuti oggi reclusi (circa il 20%) è effettivamente pericolosa. Non è logico, né utile ricorrere al carcere anche per chi non lo è. Nei confronti di chi è pericoloso, la limitazione della libertà di movimento deve però essere modellata caso per caso, e non deve essere accompagnata dalla limitazione, o addirittura esclusione, delle altre libertà fondamentali che non comportino pericoli per la società: il diritto allo spazio vitale, alla salute, all’affettività, all’informazione, al lavoro, all’istruzione.

Luca Lorusso
Il perdono responsabile

Ci può dire in sintesi qual è il contenuto del suo libro? «Il libro si muove su diversi livelli. Il primo è un approccio di tipo più “filosofico”: quali sono le incoerenze della pena rispetto al riconoscimento della vita e dignità della persona? Segue un breve excursus storico sulla cultura retributiva, per arrivare a un’analisi dell’inadeguatezza del carcere così com’è, e quindi della punizione, della sofferenza imposta, per raggiungere lo scopo. Il percorso del libro si conclude con la proposta di una possibile alternativa: quella della giustizia riparativa».

In sintesi, la pena:

• toglie o limita a chi la subisce diritti fondamentali connaturati alla dignità della
persona;
• non svolge funzioni di prevenzione generale (le persone
commettono reati anche se vengono minacciate pene elevate);
• non svolge funzioni di prevenzione speciale (non evita che
persone colpevoli di reati ne commettano altri);
• non serve a riabilitare i rei, visto l’alto tasso di
recidiva;
• ha un peso economico elevato (dal 2000 al 2010 il sistema
penitenziario è costato all’Italia 29 miliardi di Euro);
• non ha capacità riparative nei confronti della vittima.

Luca Lorusso




Giustizia riparativa 1

Rispondere ai delitti senza commettee altri.

Introduzione:
Quando al centro c’è la persona.

Venti pagine di dossier per
parlare poco di carceri (nonostante nel mondo siano ben 10,1 milioni le persone
detenute1) e molto di giustizia e dignità. In cerca di risposte alla
domanda che da millenni assilla l’uomo: «Come rispondere a un delitto senza
commettere un altro delitto?».

Normalmente, quando si
parla di giustizia, la prima immagine che viene in mente è quella del carcere.
I mass media in genere affrontano il tema «giustizia» contando gli anni «dati»
al colpevole di tuo.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di carceri: a
maggio 2014 l’Italia verrà sanzionata dall’Europa se nel frattempo non rimedierà
alle condizioni disumane in cui vivono quasi 65mila persone, stipate in centri
detentivi che possono ospitae 47mila. Il nostro paese è stato condannato
dalla Corte di Strasburgo (quella che nel Consiglio d’Europa vigila sui diritti
umani) per violazione grave e sistematica del divieto di trattamenti inumani e
degradanti, divieto legato direttamente al diritto alla vita. Per scuotere il
Parlamento dall’inerzia, il presidente Napolitano, per la prima volta in 7
anni, l’8 ottobre scorso, ha inviato alle Camere un messaggio nel quale uno dei
passaggi più importanti era l’invito a «ricorrere il più possibile alle misure
alternative alla detenzione e a riorientare la politica penale verso il minimo
ricorso alla carcerazione». Purtroppo in quei giorni si è parlato quasi
esclusivamente, e in forma spesso oppositiva e strumentale, delle «misure
d’emergenza» (indulto e amnistia), e non del fatto che gran parte del problema
del sovraffollamento delle carceri dipende dalle scriteriate politiche
iper-carcerarie degli ultimi anni che, ancora oggi, fanno andare in galera
molte persone non pericolose.

Di giustizia, e non di carceri

In questo dossier parleremo di giustizia senza mettere
il fuoco dell’attenzione sul tema delle carceri, nonostante la sua grande
importanza e la sua urgenza. Riteniamo infatti fondamentale una riflessione più
ampia, che non dia per scontato che la parte più importante del «fare giustizia»
sia la punizione, che provi a mettere in dubbio l’idea di poter «educare al
bene attraverso il male» (rieducare, risocializzare un «delinquente» attraverso
la sofferenza dell’esclusione, della carcerazione).

Abbiamo ascoltato alcune voci di esperti che ci hanno
messo in questione: qual è la nostra idea di persona? È la persona al servizio
della legge, dell’ordine? Oppure è l’ordine al servizio della persona? Domanda
che assomiglia a quella evangelica: l’uomo è stato fatto per il sabato, o il
sabato per l’uomo (cf. Mc 2, 27)? La persona ha un suo valore, una sua dignità
in sé, oppure solo in relazione a ciò che fa (bene o male)?

Negli ultimi decenni una nuova idea e pratica di
giustizia ha iniziato a diffondersi nel mondo: la giustizia riparativa, o
restaurativa. Essa risponde alle domande poste sopra affermando che la persona
ha valore in sé, che non può essere lo strumento, ma il fine, come dicono la
Costituzione italiana e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Essa
esclude che il compito principale della giustizia sia quello di punire, e
afferma, al contrario, che debba restaurare la persona, vittima e colpevole,
insieme alla comunità, alla società (attraverso l’ascolto, l’inclusione, la
responsabilizzazione).

«Dov’è Abele, tuo fratello?»

Tra «gli esperti» interpellati, oltre all’ex magistrato
Gherardo Colombo e alla docente della Cattolica professoressa Claudia
Mazzucato, c’è anche padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata, alle
cui parole affidiamo le ultime righe di questa introduzione: «“Il Signore
impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse”. La pagina
splendida della Genesi al capitolo 4, in una quindicina di righe ci offre
l’affresco più coinvolgente della storia dell’umanità. Non c’è campo per la
vendetta. Il Dio della vita si fà garante dell’assassino, ma non dimentica la
vittima, e ci dice, allora come oggi, che i fratelli sono due e di tutti e due
ci dobbiamo fare carico.

Se pensiamo solo al carcerato e ci interessiamo solo di
lui, potremmo fare la fine del medico che spera non finiscano mai gli ammalati
per non rimanere senza nulla da fare. Il primo compito di un vero operatore
sanitario è di prevenire la malattia. Così il compito principale della
giustizia è di prevenire la devianza. Per fare questo, tra le altre cose, si può
vedere se ci sono delle alternative al carcere.

Quando qualcuno commette un delitto, egli va
innanzitutto contro una persona, non contro una legge. E la riparazione avviene
quando le due persone tornano a incontrarsi in modo positivo.
Questo è impossibile? È un’utopia?
La persona, qualsiasi cosa faccia, anche azioni
distruttive, deve stare al centro del nostro interesse. E la persona ha due
volti: della vittima e del colpevole.

Lo scopo della società è quello di recuperare le persone
in quanto vittime ferite da una azione ingiusta, aiutandole a superare la
“schiavitù” del rancore e del desiderio di vendetta. Allo stesso tempo è quello
di fare in modo che la persona colpevole che ha provocato dei danni senta di
essere capace anche di azioni positive.

Allora la giustizia non serve per “salvare” la legge, ma
per ricostruire la persona. Di qui la giustizia restaurativa, che non è semplicemente
un’alternativa alla giustizia retributiva o rieducativa, ma una modalità di
intervento sulla conflittualità sociale».

Luca Lorusso
Note:

1 – Dato del maggio 2011 ricavato dalla nona
edizione della World Prison Population List dell’Inteational Centre
for Prison Studies
.

              BIBLIOGRAFIA                              
– G. Colombo, Il perdono responsabile, Ponte alle grazie, Milano 2011;
– C. Mazzucato, Appunti per una teoria ‘dignitosa’ del diritto penale a
partire dalla restorative
justice, in Dignità
e diritto. Prospettive interdisciplinari, Libellula edizioni, Tricase (Le) 2010;
– D. Garland, La
cultura del controllo (2001), Il Saggiatore,
Milano 2004;
– E. Wiesnet, Pena
e retribuzione: la riconciliazione tradita
(1960), Giuffrè, Milano 1987;
– M. Foucault, Sorvegliare
e punire (1975), Einaudi, Torino
1993;
– I. Marchetti e C. Mazzucato, La
pena in «castigo». Un’analisi critica su regole e sanzioni, Vita e Pensiero, Milano 2006;
– G. Mannozzi, La
giustizia senza spada, Giuffrè, Milano 2004;
– P. Massaro, Dalla
punizione alla riparazione, Franco Angeli, Milano
2012;
– Pena, riparazione e riconciliazione, Atti del convegno di studi. Como 2005, Insubria
University Press, Varese 2007;
– Howard Zehr, Changing
Lenses. A New Focus for Crime and Justice,
Herald Press, Scottsdale, 1990;
– C. M. Martini, G. Zagrebelsky, La domanda di giustizia, Einaudi, Torino 2003.
– Film: One Day After Peace, di Erez Laufer e Miri Laufer, Israele-Sudafrica
2012.
 
Hanno contribuito a questo dossier

Annalisa Zamburlini
Dottoranda in Sociologia e
metodologia della ricerca sociale presso l’Università Cattolica di Milano. Nel
2010 si è laureata con una tesi dal titolo «Il Parents
Circle – Families Forum israelo palestinese,
un’esperienza di giustizia riparativa?».

Carolina Bedoya
Maya

Dottoressa in Scienze politiche e
relazioni inteazionali e in Scienze per il lavoro sociale e per le politiche
di welfare con una tesi dal titolo «Colombia: tentativi di porre fine al
conflitto tra Transitional
Justice e Restorative justice».

Gherardo
Colombo

Pubblico ministero presso la Procura
di Milano dal 1989 al 2005, poi giudice di Cassazione, ha lasciato la
magistratura nel 2007. È oggi presidente della casa editrice Garzanti.

Claudia
Mazzucato

Docente di Diritto penale e
penale minorile all’Università Cattolica. È stata co-fondatrice dell’Ufficio
per la Mediazione penale di Milano. Dal 2002 partecipa a vari progetti di
ricerca e programmi di formazione nazionali e inteazionali sulla giustizia
riparativa.

Gianfranco
Testa
Missionario della Consolata, ha
prestato il suo servizio missionario in diversi contesti dell’America Latina.
Attualmente è impegnato in Italia.

Coordinamento editoriale
Luca
Lorusso, redattore di MC.

Luca Lorusso e altri




La bellezza in attesa di essere svelata

Caro Amico
L’editoriale

Chiamata
in causa esplicitamente con i suoi precisi riferimenti biblici
(Genesi 1) o in modo indiretto, la Creazione riecheggia nelle pagine
che seguono come uno dei temi principali di questo numero estivo di
amico.

Come
animali di piccola taglia che, loro malgrado, hanno dovuto cedere al
letargo invernale, siamo felici di mettere il muso fuori dalla tana
per scoprire qual è il magnifico lavoro che la primavera, insieme al
Creatore, ha preparato per l’esposizione alla luce calda del sole.

Quanti
di noi durante le settimane che verranno avranno la grazia di
lasciare smarrire lo sguardo sui prodigi plasmati dal Creatore?
Qualcuno partirà per visitare la Creazione nel suo «lato Sud», nei
volti scuri di altri paralleli e meridiani. Qualcuno parteciperà
all’evento ecclesiale giovanile più intenso degli ultimi due anni,
dalla passata edizione della Gmg di Madrid, volando fino a Rio per
incontrare il papa insieme alle meraviglie lì operate in lingua
portoghese dal Signore. Qualcuno rimarrà dove si trova, e anche là
avrà l’occasione per far emergere dalla sua quotidianità la
bellezza celata e sempre in attesa di essere svelata: anche la
Creazione quotidiana, lontana dagli eventi «notiziabili», è
Creazione amata, e amabile.


Chissà
che durante questi mesi non venga maggiormente a galla di fronte allo
sguardo di alcuni di noi anche il lato impoverito della Creazione:
oltre ai sorrisi festanti dei bambini africani, anche i meccanismi
d’ingiustizia che soffocano i sorrisi dei loro genitori, oltre
all’entusiasmo dell’abbraccio di massa sotto il Cristo Redentore
di Rio, anche lo sfinimento delle favelas o delle foreste
latinoamericane rasate a zero.

Il
20 di questo mese festeggiamo la nostra fondatrice, Maria Consolata.
Invocata con l’appellativo di Guadalupe in America Latina, è la
medesima mamma che viene consolata da suo figlio e che consola
portando Lui a chi – a volte senza saperlo – ne ha bisogno.

Consolato,
porta consolazione anche tu, con le tue fatiche e la tua limpidezza.
In qualsiasi angolo di questa meravigliosa opera modellata dalle Sue
dita, sei atteso. Parti.

Luca
Lorusso

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Luca Lorusso