Voi siete la terra, il Padre è il contadino. Egli getta i semi in voi perché portiate frutto. Semina la Parola, sparge me, finché la fame si arresti e il vostro deserto muti in giardino.
Il Padre è il contadino, voi i semi, e io in voi. Egli vi sparpaglia nel mondo perché molti gustino cibo nuovo che non marcisce. Lo Spirito è il vento che prende con sé i semi e li butta dove vuole, in abbondanza.
Non abbiate paura degli uccelli che rubano la mia Parola da voi, che vi strappano dalla terra su cui siete caduti. I semi non sono gettati una volta per sempre. La semina si ripeterà. E non abbiate timore se non c’è profondità sufficiente per accogliere radici robuste in voi e nella porzione di mondo che vi è stata affidata. L’insistenza del seminatore è più dura delle pietre.
Non scoraggiatevi, poi, se l’affanno dei giorni vi stringe in un intrico di filo spinato, se il mondo soffoca in mezzo a tormenti sanguinosi. La misura eccedente della semina aprirà la sua strada.
Il contadino sa come preparare un terreno nuovo. E si prende cura della terra che dà il trenta per uno come della terra che dà il cento.
E nella vostra buona terra, e nella terra buona del creato io germoglio e sono nutrimento per la vita che non muore.
In questo ottobre nel quale celebriamo la centesima giornata missionaria mondiale, ci sentiamo uniti nella missione di rivelare al mondo che tutti siamo Uno in Cristo. Buona semina da amico Luca Lorusso
Il racconto di 50 anni di missione tra i nomadi di tre continenti. In Italia, Brasile, Bangladesh e India e, per brevi periodi, in molti altri Paesi. Una vita povera e felice in tende, palafitte, barche. Il Vangelo comunicato tramite l’aiuto concreto e la vita condivisa.
«Sono stato con gli zingari dodici anni in Italia, poi otto in Brasile, e trenta tra Bangladesh e India». Don Renato Rosso, classe 1945, prete fidei donum della diocesi di Alba, riassume così la sua ricchissima vita missionaria: cinquant’anni tra carovane, barche, accampamenti, palafitte, insieme ai nomadi di tre continenti.
Ha vissuto e pregato con indù, cristiani, musulmani e animisti.
Ha lavorato ai mercati generali di Torino, ha incantato serpenti in Bangladesh, modellato e venduto statue indù in India.
Oggi, dal 2022, vive a Nazareth, ospite di una comunità francescana composta da una dozzina di sacerdoti, tutti di provenienze diverse. Uno di essi, brasiliano, da seminarista ha vissuto con lui assieme ai nomadi per un anno.
ragazzi pastori bhill, Madhia Predesh, India
Dai lebbrosi ai nomadi
Incontriamo don Renato Rosso al Sermig di Torino. È qui perché è legato da tempo all’«Arsenale della pace». Parliamo seduti a un tavolino da giardino nel cortile interno. Indossa un berretto nero e un maglione di pile grigio scuro. Attorno al collo porta una leggera sciarpa bordeaux. La barba bianca spicca sulla pelle bruna del viso affilato. Ha mani vivaci. Il cortile è illuminato da un sole che sta per tramontare.
«Ero nel seminario di Alba – inizia a raccontare – quando, nel 1964, ho incontrato Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi. Eravamo quattrocento seminaristi ad ascoltarlo. Non ricordo una parola di quello che ha detto, ma ricordo che eravamo incantati, in contemplazione.
Alla fine, facciamo una foto e lui si mette proprio dietro di me. Mi afferra la spalla, e mi dice: “Hai paura della lebbra?”.
La mia vita in quell’istante è cambiata. Ho deciso di dare la mia vita per i lebbrosi.
Quel pomeriggio, poi, faccio una passeggiata verso il fiume Tanaro. Lì c’è un accampamento di zingari, e mi dico: “Dunque, con i lebbrosi chissà se avrò mai l’occasione di andarci, perché in Italia non ce ne sono. Invece, con loro l’occasione forse c’è”.
Da quel momento, con un amico, ho iniziato ad andare a trovarli. All’inizio è stato difficile. Ci siamo avvicinati facendo un po’ di scuola con i bambini. È stato bellissimo.
Lentamente siamo diventati amici e io, in seminario, ero già per tutti “Renato degli zingari”.
Otto anni dopo, quando sono diventato prete nel 1972, ho chiesto al mio vescovo di poter andare a vivere con loro: come il parroco che vive in mezzo ai parrocchiani “stanziali”, così noi possiamo vivere spostandoci con i gruppi che si spostano.
A Milano, in quel tempo, c’era don Mario Riboldi, che da quindici anni chiedeva al suo vescovo di poter partire con gli zingari. E il vescovo, che non voleva mandarlo da solo, ogni anno rimandava all’anno dopo. Finché ha saputo di me e gli ha detto: “Ora sì, potete andare”.
Questo vescovo poi è diventato Paolo VI e ha aiutato la pastorale dei nomadi a nascere.
Da lì, nel giro di una decina di anni, in Italia eravamo dodici preti e diverse suore in vari accampamenti di zingari.
Inizialmente ho lavorato con don Mario in Lombardia e Veneto. Quindi sono andato nella Torino del cardinale Pellegrino».
un’immagine degli anni trascorsi da don Renato Rosso tra i nomadi del Brasile.
In Brasile
Per diversi anni, don Renato ha vissuto con i Rom spostandosi da un accampamento all’altro con un carretto trainato a mano, lavorando e condividendo la precarietà dei nomadi.
«Nel 1984, arriva un vescovo dal Brasile, monsignor Nei Paulo Moretto. Quando vede questi preti con gli zingari, dice: “Perché non venite in Brasile?”.
Io vado subito dal mio vescovo, monsignor Luigi Bongianino, e gli dico: “Vorrei fare un po’ di vacanza”. Lui: “Bene! Quante volte ti ho detto che devi riposare?”. Io: “Vorrei riposare in Brasile. Mi hanno detto che là ci sono degli zingari”. E lui ha capito. In sette minuti ho ottenuto il suo consenso, e sono diventato missionario fidei donum».
Don Renato, che qualcuno chiama «lo zingaro di Dio», è stato in Brasile otto anni. Ha percorso la costa dal Nordest a Rio Grande do Sul in diverse carovane di circensi: «Si lavorava specialmente con la scuola, ma anche con la catechesi, perché là in Brasile gli zingari sono tutti battezzati. Magari non sono praticanti, però sono legati alle celebrazioni per “i poveri morti”. Quando un parente muore, c’è la preghiera dopo una settimana, dopo un mese, dopo sei mesi.
Ogni gruppo aveva una quarantina di appuntamenti all’anno in chiesa, e ho pensato: “Se ci organizziamo, potremmo fare un po’ di catechesi. Queste persone non le avremo mai a messa la domenica, un po’ perché sono sempre in movimento, ma anche perché tutti li rifiutano”».
Don Renato ha vissuto con diverse comunità: «Seguivo un gruppo, ci stavo uno o due mesi, intanto creavo legami con sacerdoti, seminaristi e laici del posto. A me interessava sensibilizzare la Chiesa a occuparsi di loro, dei poveri, dire: “Guardate che questi esistono davvero”».
Incomprensioni e semine
Don Renato racconta delle sue esperienze con grande entusiasmo e una forte vena ironica. Confessa che suscitare stupore è sempre stato parte del suo stile, un modo per rompere il muro di diffidenza verso i nomadi.
«Quando arrivavo in un posto con gli zingari, spesso la gente si domandava: “Sarà un prete vero?”. Poi ci si conosceva e si diventava amici.
Una volta sono arrivato a Caracas, Venezuela, con un circo. Io vado dal vescovo: “Sono un prete italiano”. Lui: “Oh, venga, ma che bello, un italiano”. Gli dico che sto in piazza con il circo”. Lui: “Sei da qualcuno che abita vicino al circo”. Io: “No no, sono con il circo. Faccio parte della comunità, come prete”.
Allora mi dice: “Ah, non avevo capito che stava lasciando il ministero!”». Don Renato ride: «Per lui, la cosa era impossibile.
Questo è capitato tante volte: un prete che vive con un gruppo di zingari creava shock, però, allo stesso tempo, interesse.
L’ultimo giorno che eravamo lì, il vescovo è venuto con sacerdoti, suore, seminaristi, e abbiamo riempito il circo».
I primi anni in Brasile, don Renato non aveva il visto permanente. Ogni tre mesi, allora, usciva e visitava i Paesi vicini: Venezuela, Colombia, Perù, Ecuador, Bolivia, Argentina, Uruguay, Paraguay: «Ho cercato, in ogni capitale, almeno una persona che diventasse punto di riferimento per la pastorale dei nomadi – racconta -. Ho trovato qualcuno in tutti i Paesi, e in diversi posti continuano tutt’ora. È stata una semina».
Bangladesh e India
Nel 1992, don Renato è partito per il Bangladesh. Non conosceva nessuno, ma sapeva che anche lì c’erano molti nomadi.
«Io quando mi spostavo non avevo mai dei contatti. Quando sono arrivato in Brasile, a San Paolo, ho trascorso i primi giorni tra una casa di religiosi e un’altra. Ciascuno diceva che il mio sogno si sarebbe realizzato meglio con altri. E allora mi spostavo, finché mi sono fatto ospitare come un viandante dai francescani. Quando ho detto che ero prete, mi hanno accolto e aiutato, e da lì ho iniziato».
Dopo il Brasile, ha preso a stare ogni anno cinque mesi e mezzo in Bangladesh e altrettanti in India. Il resto in Italia o altri Paesi.
«Lì ho trovato un altro mondo. La differenza più grande era la fede. In Brasile, come in Italia, gli zingari erano battezzati: si pregava insieme, si faceva un po’ la vita di parrocchia, anche se itinerante. Invece in Bangladesh e India, almeno per i primi anni, finché non ho conosciuto dei gruppi cristiani, sono stato solo con musulmani, induisti e animisti. Non potevo fare attività pastorali. Allora ho iniziato progetti di istruzione e salute.
Un po’ per volta, anche lì, ho attivato reti di persone che mi davano una mano.
Il tempo di convivenza con un gruppo dipendeva da quando vedevo che la semente gettata cominciava a germogliare e crescere. Ad esempio, per le scuole, quando c’era un insegnante che poteva proseguire per conto proprio, allora mi spostavo».
Don Renato, in Bangladesh e India, ha vissuto con decine di gruppi diversi, sia sulla terraferma che sui fiumi. «Gli zingari dei fiumi vivono sulle barche, delle specie di casette galleggianti. I gruppi sono formati da circa quindici famiglie, ciascuna sulla propria barca. Hanno una vita tranquilla, ma hanno poche possibilità di guadagnare, perché fanno sempre lo stesso percorso. Quelli che vivono sulla terraferma, sempre in gruppi di una quindicina di tende, si possono spostare di più, e hanno più facilità di guadagno, però hanno una vita più faticosa».
Un’altra differenza tra gli anni di India e Bangladesh e quelli precedenti, ci dice don Renato, riguarda la dimensione dell’aiuto alle persone: mentre in Italia e Brasile non ha mai dato un soldo, con bangladesi e indiani, invece, ha avviato decine di progetti.
«Nel tempo, ho fatto molte puntate anche in altri Paesi. Ad esempio, in Algeria, in Madagascar, in Medio Oriente, nelle Filippine, sempre per incontrare i nomadi locali e sviluppare la pastorale della Chiesa per loro. Anche lì ho avviato progetti».
Don Renato Rosso fa scuola con bambini del gruppo di nomadi Jajabor, in Bangladesh.
Scuole mobili e salute
Il missionario ci parla dell’India: «Quando ho provato a catalogare i gruppi nomadi e seminomadi dell’India, ne ho contati 420. Io sono stato con una quindicina di essi, più un’altra decina che ho frequentato poco. Con questa quindicina sono nate iniziative interessanti».
Don Renato ci invita a consultare il suo sito mondonomadi.it. Lì sono raccontati la storia della sua missione, i diversi gruppi presso i quali ha vissuto, e i progetti che ha seguito negli anni.
Racconta: «In India, a un certo punto, ho incontrato un gruppo di nomadi cristiani, i Bhill, nella zona tra il Rajasthan e Madhya Pradesh, stati dell’India centro occidentale. Lì ho avviato nel 2003 un progetto di “scuole mobili” per i bambini pastori.
I Bhill si spostano tutti gli anni per sei mesi dalle loro zone rurali alle periferie delle città. Sono lavoratori molto bravi nell’edilizia e nelle ferrovie.
In quei sei mesi guadagnano bene e poi tornano a casa.
Quando li ho conosciuti, ogni famiglia lasciava in quei mesi un figlio a casa perché accudisse le bestie. Ogni villaggio ha una trentina di famiglie. Ogni famiglia, dieci animali. Quindi rimanevano trenta bambini tra i sei e i quattordici anni con trecento bestie da portare al pascolo. Una specie di società dei ragazzi.
Allora sono andato a fare il pastore un mese con loro e ho pensato alla scuola. Ho motivato alcuni insegnanti che hanno iniziato ad andare ciascuno con un gruppo. Quando erano al pascolo, facevano così: quindici bambini guardavano gli animali, gli altri un’ora di scuola. Poi si cambiava il turno.
La Conferenza episcopale indiana, quando ha visto cosa si faceva, ha stanziato dei fondi, così ho aumentato gli insegnanti, e il progetto è cresciuto.
Quando sono arrivato io, sulle colline di Jhabua i bambini pastori erano circa 40mila. Dopo sedici anni, erano solo il 6%. Questo perché, in sedici anni, i primi ragazzi del progetto erano oramai genitori, e non volevano mandare i loro figli al pascolo».
Le iniziative messe in piedi da don Renato e i suoi collaboratori locali sono sempre state pensate per le realtà concrete che incontrava: di nuovo in India, nella diocesi di Madurai, nello stato del Tamil Nadu, a inizio anni 2000, un bambino nomade aveva bisogno di un intervento al cuore. Costo: 2.500 euro. Don Renato racconta: «Ho parlato con i parenti, la municipalità, la Chiesa locale e l’ospedale. Alla fine si è riusciti a operarlo.
Ho coinvolto, poi, padre Chinnappan, che sarebbe diventato in seguito cappellano della pastorale dei nomadi in India: “Che ne dici se facessimo una fondazione per bambini che hanno bisogno di interventi di questo tipo?”, e, con l’aiuto di uno sponsor tedesco, abbiamo iniziato: all’inizio erano quattro o cinque operazioni all’anno, ora si è arrivati a mille».
Con i Mahali e i Jajabor
Un altro esempio di progetto è quello delle scuole mobili presso i gruppi di Mahali del Nord del Bangladesh, vicino alla città di Rajshahi, al confine con il Bengala Occidentale indiano.
«È stato possibile uno sviluppo incredibile – racconta don Renato -: la maggior parte dei Mahali è cattolica. Essi vivono vendendo cesti e altri oggetti di bambù confezionati da loro. Anche io ho fatto il cestaio.
Oggi, da vent’anni, due famiglie del gruppo gestiscono una serie di progetti riguardanti la scuola, la salute e la catechesi.
Quando sono arrivato là, non c’era un bambino che andasse a scuola. Adesso, ogni anno, un centinaio si iscrive all’università. Diversi giovani sono anche diventati preti o suore».
A Savar, città del Bangladesh centrale, nella conurbazione della capitale Dacca, don Renato ha vissuto con i Jajabor: «Gli uomini per lo più sono incantatori di serpenti, le donne fanno le guaritrici andando nei villaggi a curare i malati, mescolando magia e medicina. Altri vendono bigiotteria, altri ancora fanno i circensi di strada. Sono tutti musulmani. Anche con loro ho investito molto in progetti di scolarizzazione e salute».
Accampamento di un gruppo di nomadi Jajabor in Bangladesh.
Li converti oppure no?
Nei suoi trent’anni trascorsi in prevalenza tra popolazioni non cristiane, don Renato ha sempre vissuto la sua fede esplicitamente, ma senza proselitismo.
«A volte – dice – qualcuno mi domandava: “Ma tu, come cattolico, che cosa fai? Li converti, non li converti?”. E io rispondevo: “Mah, io, come prete, cerco di aiutare i musulmani a diventare musulmani al meglio possibile, e gli indù a diventare indù al meglio possibile”, cioè persone oneste, che pensano a mandare a scuola i bambini, curarli, a valorizzare le donne.
Comunque, nella Chiesa, ho sempre trovato molto più sostegno che non critica».
Don Renato ci racconta un aneddoto: «Siamo a Savar, dove i duemila zingari Jajabor, di cui ti ho appena parlato, vivono in tende e in barche. Lì c’era una moschea fatiscente che a un certo punto è crollata.
La gente ha iniziato a ricostruirla, ma non avendo denaro, ha lasciato solo quattro colonne.
Un giorno, l’allora direttore dell’ufficio missionario di Alba, don Agostino Garavello, viene a visitarmi. Giriamo un po’ e, quando arriviamo lì, gli dico: “Guarda, in Italia abbiamo tante chiese vuote dove la gente non c’è. Qui abbiamo della gente che vuole pregare e non ha un luogo. Che ne dici se li aiutiamo?”.
Abbiamo comperato cemento e ferro per fare una soletta sufficiente perché le persone potessero pregare al coperto.
Fatto questo, gli uomini si sono dati da fare, e in altri sei mesi hanno finito la moschea.
Allora qualcuno mi ha poi detto: “Già non li converti, e ora gli costruisci anche la moschea!”. E io gli dico: “Anche Giovanni Paolo II ha fatto lo stesso. Con il ricavato del suo libro Sulle soglie della speranza, ha ricostruito le moschee nel Kosovo distrutte dalla guerra. Quindi non penso di aver compiuto un’eresia”.
Per dieci anni, ho potuto andare a pregare con loro in moschea. Non facevo le loro preghiere, ma pregavamo insieme.
Dicevo loro: “Voi mi aiutate a essere un bravo cristiano. Io vi aiuto a essere dei bravi musulmani”. Andavo alla moschea anche perché, altrimenti, mi sarei presentato come un ateo. Invece io volevo mostrare loro che la religione per me è importante.
Terminata la preghiera, c’era un momento di condivisione in cui l’imam spiegava il Corano e, a volte, domandava: “La Bibbia cosa dice a riguardo di questo?”.
Poi si usciva e si cominciava a lavorare insieme».
Don Renato ci racconta un altro aneddoto: «Lì a Savar, tutte le volte che entravo in accampamento, i bambini facevano a gara per essere i primi a toccarmi i piedi, per salutarmi. Una volta sono arrivato per cercare una famiglia con un bambino malato di tumore. Arrivo all’accampamento e i bambini corrono a toccare i miei piedi. Poi vedo in una tenda un gruppo di uomini con un imam. Il capo dell’accampamento, in imbarazzo, inizia a giustificarsi: “Le presento padre Renato. È nostro amico da tanti anni. Vede la scuola che c’è qui? Ecco, se non fosse per i cristiani non l’avremmo. Poi vede quei due bambini con il piede ingessato? Sono stati operati in un ospedale qui vicino da medici cristiani”. E continua così.
L’imam lo lascia parlare, poi si alza e dice: “Quello che fanno questi cristiani, sapete che cos’è? È il cuore dell’islam, che noi, per pigrizia, non seguiamo più. Ecco, quindi, se noi vogliamo essere musulmani, dobbiamo seguire questa strada”.
Quindi, quando a volte mi chiedevano: “Ma tu sei lì con gli indù, con i musulmani, e non li converti?”, io rispondevo che Dio vuole convertire il cuore di tutti gli uomini e le donne del mondo, e lo fa con linguaggi diversi. Io penso che quando, ad esempio, degli indù sono in un tempio davanti alla statua di Ganesh in cui loro vedono la protezione, se Dio vuole lavorare nel loro cuore, utilizza quella statua. Dio non può parlare loro con l’immagine della Madonna di Lourdes o di Gesù crocifisso, che non conoscono. Può farlo, invece, con le statue di Ganesh che anche io ho costruito e venduto insieme agli zingari con cui stavo. Certo, queste immagini non sono Parola di Dio. Noi abbiamo la fortuna di aver conosciuto la Parola che si chiama Gesù Cristo. Queste non sono la Parola di Dio, ma sono delle piccole e preziose parole che Dio usa per parlare con loro».
In Terra santa
Dal 2022 don Renato Rosso si è stabilito in Terra santa.
«Dopo i primi cinquant’anni di “zingarite”, vivere in accampamento non era più prudente – dice -, e ho dovuto fermarmi. Appena arrivato ho visto che Nazareth è un luogo di grazia, dove la gente è disposta a fare una revisione di vita profonda. Mi sono detto che era una bellissima occasione per la mia vecchiaia.
Poi lì ci sono i beduini. Potevo visitarli, e, nel tempo libero, accoglievo i pellegrini.
Quando però è cominciata la guerra, i pellegrini sono diminuiti. Allora ho deciso di viaggiare di nuovo. In Brasile, tre mesi per volta, e in Bangladesh.
Per ironia della sorte, i progetti ancora attivi li seguo meglio da Nazareth che dall’accampamento, dove le comunicazioni sono molto più difficili.
Ovviamente, l’accampamento mi manca, ma ci sono stato per cinquant’anni. Mi ritengo anche troppo fortunato».
Luca Lorusso
Dall’accampamento di un gruppo di nomadi Jajabor in Bangladesh.
Mondo. Popoli indigeni tra diritti e minacce
Il prossimo 9 agosto si celebra la Giornata internazionale dei popoli indigeni, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1994 e celebrata per la prima volta nel 1995.
La data del 9 agosto ricorda la riunione inaugurale del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle popolazioni indigene, svoltasi a Ginevra nel 1982, che segnò l’inizio del percorso di riconoscimento dei diritti dei popoli originari.
La giornata internazionale rappresenta uno strumento di sensibilizzazione della comunità internazinale sulle sfide che affrontano le comunità indigene e sul loro contributo alla salvaguardia della diversità culturale, linguistica e ambientale del pianeta.
Trent’anni di cammino dei diritti indigeni
Negli ultimi trent’anni il cammino dei diritti dei popoli indigeni è stato segnato da tappe decisive: dalla proclamazione di due Decenni internazionali dei popoli indigeni fino all’adozione, nel 2007, della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (Undrip). Quest’ultima riconosce il diritto all’autodeterminazione, alla tutela delle terre ancestrali, delle culture, delle lingue e delle istituzioni tradizionali.
Tuttavia, il riconoscimento internazionale non si è tradotto ovunque in un reale miglioramento delle condizioni di vita dei popoli indigeni. Anzi, oggi sono tra i gruppi umani più svantaggiati e vulnerabili a livello globale.
Custodi della diversità culturale e ambientale
Secondo le stime delle Nazioni Unite, nel mondo vivono oltre 476 milioni di persone indigene, distribuite in circa 90 Paesi e appartenenti a più di 5mila culture differenti.
Pur rappresentando meno del 6% della popolazione mondiale, custodiscono una parte fondamentale della diversità culturale dell’umanità e parlano la maggioranza delle circa 7mila lingue esistenti.
I territori dei popoli indigeni comprendono il 28% della superficie del globo e contengono l’11% delle foreste del mondo. Essi, dunque, sono custodi della maggior parte della biodiversità rimanente del mondo.
Povertà, ingiustizie, vulnerabilità
Dietro questa straordinaria ricchezza culturale si nascondono però profonde disuguaglianze. L’Organizzazione internazionale del lavoro stima che i popoli indigeni rappresentino circa il 19% delle persone che nel mondo vivono in condizioni di povertà estrema.
In molti Paesi continuano a subire discriminazioni, espulsioni dalle loro terre ancestrali a favore dello sfruttamento delle risorse naturali, violenze, un accesso limitato ai servizi sanitari e all’istruzione.
A tutto ciò si aggiungono gli effetti del cambiamento climatico, che colpiscono in modo particolare queste comunità.
Anche il rapporto The indigenous world 2026, pubblicato dall’International work group for indigenous affairs (Iwgia), conferma come nel corso dell’ultimo anno siano proseguiti numerosi conflitti per la difesa delle terre indigene, spesso interessate da attività minerarie, grandi opere infrastrutturali e deforestazione.
Il rapporto evidenzia, però, anche una crescente capacità di organizzazione delle comunità indigene e, per quanto riguarda la comunità internazionale, un progressivo riconoscimento del valore dei loro sistemi di conoscenza nella tutela della salute, della biodiversità e del clima.
Il tema dell’anno: le ostetriche indigene custodi della vita e del futuro
L’obiettivo è porre l’attenzione sul ruolo essenziale delle ostetriche tradizionali, non soltanto come figure sanitarie, ma come autentiche custodi di un patrimonio di conoscenze che intreccia medicina, spiritualità, relazioni familiari e rapporto con il territorio.
Le ostetriche indigene rappresentano, infatti, un punto di riferimento fondamentale, soprattutto nelle aree rurali e più remote, dove i servizi sanitari pubblici sono spesso assenti.
Accompagnano le donne durante la gravidanza, il parto e il puerperio, ma il loro compito va ben oltre l’assistenza clinica: trasmettono pratiche tradizionali, conoscenze sulle piante medicinali, sui rituali, le lingue e i valori delle comunità rafforzandone l’identità.
Per molte popolazioni indigene, la nascita non è soltanto un evento biologico, bensì un momento comunitario e spirituale che lega il nuovo nato agli antenati, alla terra e alla cultura del gruppo.
Conoscenze minacciate e da tutelare
Le Nazioni Unite sottolineano come queste conoscenze, tramandate di generazione in generazione, siano oggi minacciate dalla marginalizzazione delle popolazioni indigene, dalla perdita delle lingue tradizionali e dalla progressiva scomparsa delle anziane depositarie del sapere.
Riconoscere il ruolo delle ostetriche significa, quindi, non solo migliorare la salute materna e infantile, ma anche tutelare il diritto dei popoli indigeni a conservare i propri sistemi di conoscenza e a integrarli, quando possibile, con la medicina moderna.
È una prospettiva che richiama i principi della Dichiarazione Onu sui diritti dei popoli indigeni, fondata sul rispetto dell’autodeterminazione e delle pratiche culturali proprie di ciascun popolo.
I Missionari della Consolata accanto ai popoli indigeni
In questo scenario si inserisce l’impegno dei Missionari della Consolata, presenti da decenni accanto a numerose comunità indigene in America Latina e Africa.
La loro azione pastorale e sociale è sempre improntata al rispetto delle culture locali, promuovendo il dialogo interculturale, la difesa dei diritti e l’accompagnamento delle popolazioni nei processi di sviluppo e liberazione.
In Brasile, dove i Missionari della Consolata operano anche nella regione amazzonica, il sostegno alle comunità indigene è uno dei punti caratterizzanti della loro azione missionaria. Accompagnamento pastorale, difesa dei territori tradizionali, promozione dell’educazione interculturale, denuncia delle minacce rappresentate dalla deforestazione, dalle attività minerarie illegali e dall’occupazione delle terre ancestrali.
Attraverso il lavoro condiviso con le Chiese locali e con le organizzazioni indigene, i missionari favoriscono percorsi di formazione dei leader comunitari e sostengono il protagonismo delle popolazioni originarie nella tutela della foresta amazzonica.
Anche nella Repubblica democratica del Congo la presenza della Consolata si affianca ai popoli autoctoni della foresta, in particolare ai gruppi comunemente conosciuti come Pigmei, spesso vittime di discriminazione ed esclusione sociale.
Le iniziative promosse riguardano l’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari, alla tutela dei diritti fondamentali e alla valorizzazione delle tradizioni culturali, nella convinzione che l’annuncio del Vangelo passi anche attraverso la promozione della dignità umana e della giustizia sociale.
Esperienze analoghe dei Missionari della Consolata sono presenti anche in altri Paesi come Kenya, Mozambico, Colombia, Venezuela, Argentina, in sintonia con il magistero di papa Francesco, in particolare nell’enciclica Laudato si’e nell’esortazione apostolica Querida Amazonia.
Difendere i popoli indigeni è difendere l’umanità
La Giornata internazionale dei popoli indigeni 2026 ricorda, dunque, che la tutela dei diritti delle popolazioni originarie non riguarda soltanto una minoranza della popolazione mondiale, ma il futuro dell’intera umanità.
Difendere le loro culture, lingue e territori significa preservare un patrimonio insostituibile di conoscenze sulla convivenza con la natura e sulla cura della vita.
Luca Lorusso
Li avete sempre con voi
L’ho visto lì, appeso al legno. Spogliato di ogni cosa. Persino della vita. Povero, come me. Ho visto anche te in quei paraggi. Te, che lo hai seguito per la Palestina e hai ascoltato le sue parole e assistito ai suoi prodigi e che, soprattutto, lo hai avuto con te.
Ora mi offri un pasto, un panno per coprirmi, una parola di conforto.
Ti sei impresso nel cuore quel momento in cui, due giorni prima che lo catturassero, aveva detto «i poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete» (Mc 14,7). Io ero presente anche quel giorno, nella casa di Simone. Uno dei poveri di cui parlava Gesù. Ma tu non mi avevi riconosciuto finché non mi ha riconosciuto Lui.
Ti dirò di più: forse non avevi ancora riconosciuto nemmeno Lui, finché non l’hai visto inerme sul Golgota. E poi vivo. Risuscitato e povero, come noi.
Ora ti voglio dire una parola: hai riconosciuto me; hai riconosciuto Lui. È tempo di riconoscere anche te. Riconosciti povero. Non avrai più nostalgia di quando lo avevi con te. Non sei più tu ad averlo. È Lui che è con te. Tutti i giorni. Fino alla fine del mondo.
Invitati a riconoscere i poveri e il Signore in loro, e noi stessi poveri, buona estate missionaria da amico Luca Lorusso
Italia. Cresce il non profit e il suo ruolo sociale
Sono 368.367 le istituzioni non profit (Inp) attive in Italia e quasi un milione i lavoratori impiegati nel settore. Un comparto in continua espansione, costituito da Associazioni, Cooperative sociali, Fondazioni e altre forme giuridiche fotografato dall’Istat nel suo terzo censimento permanente delle Inp presentato il 4 giugno scorso.
Un mondo sempre più orientato alla coesione sociale, alla tutela dei diritti e al sostegno delle persone più fragili.
Secondo gli ultimi dati disponibili, riferiti al 2023, le organizzazioni non profit impiegano 949.200 dipendenti. Rispetto al 2016, il numero degli enti è cresciuto del 7,3%, mentre l’occupazione è aumentata del 16,8%, confermando la capacità del Terzo settore di consolidarsi anche sotto il profilo economico e occupazionale.
Cresce la solidarietà organizzata
Uno degli elementi più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda la crescita della componente solidaristica del settore.
Le Inp mutualistiche, orientate prevalentemente agli interessi degli aderenti e al soddisfacimento dei bisogni di relazionalità, espressione e socializzazione, sono il 33,4 per cento: circa 123mila.
Quelle solidaristiche, che orientano le proprie attività alla collettività in generale, e non solo ai propri soci, sono il restante 66,6%, ossia più di 245mila, il 2,2% in più rispetto a due anni prima.
Relazioni, partecipazione civica e inclusione
I settori nei quali lavorano le Inp sono molteplici: dalla sanità alla cooperazione e solidarietà internazionale, dall’ambito religioso allo sviluppo economico e alla coesione sociale, dall’istruzione e ricerca all’ambiente alla cultura e arte, dalla tutela dei diritti e attività politiche al sindacalismo allo sport.
L’analisi dell’Istat mette in evidenza come il non profit italiano stia rafforzando la propria funzione di generatore di «capitale sociale». Le organizzazioni non si limitano a erogare servizi, ma contribuiscono a costruire relazioni, partecipazione civica e inclusione.
Un ruolo che emerge con chiarezza anche dalle finalità dichiarate: il 43,3% degli enti indica tra i propri obiettivi la promozione e la tutela dei diritti, il 43,1% la cura e lo sviluppo dei beni comuni e il 34,4% il sostegno a soggetti deboli o in difficoltà.
L’impegno per le persone fragili
Il censimento conferma, inoltre, il forte impegno del settore nei confronti delle vulnerabilità sociali. Se il 55,6% delle Inp sono orientate al disagio (circa 205mila), quasi 49mila orientano le proprie attività in modo esclusivo verso categorie con specifici disagi, il 13,3%.
Tra queste realtà, oltre una su due si occupa di persone con disabilità fisica, psichica, sensoriale o relazionale. Seguono le organizzazioni che intervengono a favore di persone in difficoltà economica e lavorativa (30,7%), dei minori in condizioni di fragilità (28,3%), delle persone con disagio psicosociale (25,3%) e di coloro che vivono situazioni di solitudine e isolamento (23,2%).
Significativa anche la presenza di enti impegnati a sostegno dei familiari di persone con disagio, delle persone affette da patologie psichiatriche e delle comunità migranti.
L’attenzione alle fasce più vulnerabili della popolazione si riflette anche nei destinatari delle attività. Le organizzazioni orientate al disagio si rivolgono in misura maggiore ai minori e agli anziani, confermando la loro funzione di presidio sociale nei confronti delle categorie più esposte ai rischi di esclusione.
Coinvolgimento e azioni collettive
Accanto all’assistenza, il non profit si distingue per la capacità di attivare la partecipazione dei cittadini. Il 32,1% delle organizzazioni promuove campagne di informazione e sensibilizzazione, mentre il 12,6% coinvolge direttamente la popolazione in azioni collettive. Una quota minore, ma comunque significativa, contribuisce alla definizione delle politiche pubbliche attraverso attività di proposta, monitoraggio e analisi dei bisogni emergenti.
Le prime evidenze del censimento, cui seguiranno nei prossimi mesi ulteriori approfondimenti, delineano, dunque, dunque un settore sempre più orientato all’interesse generale e alla costruzione di comunità inclusive.
In una fase storica caratterizzata da nuove fragilità sociali, dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento delle disuguaglianze, il Terzo settore si conferma una delle principali infrastrutture sociali del Paese, capace di generare fiducia, solidarietà e coesione nei territori.
Luca Lorusso
Restauratori di strade
Vedevo affamati domandare il pane, caviglie ristrette in catene, bambini senza tetto dormire nell’immondizia. Incontravo miseri e nudi privi di riparo, oppressi in cerca di libertà, vite in affanno paralizzate da gioghi gravosi.
Gli afflitti di cuore non trovavano consolazione.
Implorazioni di aiuto si spegnevano nel silenzio, mentre parole empie erano gridate dai tetti delle case giorno e notte.
Nel mezzo di rovine antiche e strade interrotte, mi affannavo per portare aiuto. Ma il mio agitarmi era fatica di delusione. La mia ferita s’infettava, e la mia tenebra si faceva fitta.
Così era, prima che arrivasse il vento a scoperchiare la mia casa. Quando ho sentito una voce pronunciare «Eccomi», e non capivo se venisse dall’aria o dagli amici attorno.
Una fiamma sui loro capi. Stupore nei loro sguardi.
E parole, tracciate come con un dito sulla polvere appena posata: «Ti guiderò sempre, ti sazierò in terreni aridi, rinvigorirò le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono» (Is 58,11).
Ho sentito la mia ferita bruciare meno. Ho visto una luce brillare negli occhi degli altri come l’aurora. E al fondo delle mie tenebre il meriggio.
Qualcuno mi ha spinto, e mi sono trovato tra una folla di lingue e odori, di mani e domande. E ho iniziato a dire a un bambino, e poi a un’anziana, e a una coppia – e loro dicevano a me -: «La tua gente riedificherà le rovine antiche. Ti chiameranno riparatore di brecce, e restauratore di strade perché siano popolate».
Così è dello Spirito, che si trasmette non tra sani, ma tra feriti, e che non rifiuta le tenebre, ma in esse risplende.
Riparatori di brecce e restauratori di strade, lasciamoci dissetare dallo Spirito che zampilla, amico Luca Lorusso
Italia. Firmare per una difesa civile e nonviolenta
Si può mettere una firma entro il 15 settembre 2026 (meglio se lo facciamo subito) per iniziare a dare corpo a «un’altra difesa» civile e nonviolenta.
Il 16 marzo scorso, infatti, i promotori della campagna «Un’altra difesa è possibile» hanno depositato in cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un «Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta», e la raccolta delle 50mila firme necessarie – per l’avvio della discussione in Parlamento – è già iniziata.
Non di sole armi
La violenza è la malattia degenerativa del conflitto, la patologia delle normali dinamiche di relazioni (tra persone, Paesi, generazioni, generi, classi sociali, e così via).
Così come per stare in salute non ci basta il pronto soccorso, ma abbiamo bisogno di un sistema organizzato di prevenzione e di cura dei corpi, anche per la pace non basta mettere le toppe quando scoppia la violenza (intervenendo con le armi, o protestando contro gli interventi armati), ma c’è bisogno di organizzare corpi civili di difesa popolare nonviolenza, c’è bisogno di costruire attivamente – con strutture e soldi pubblici – una cultura della pace, e politiche di prevenzione, mediazione, giustizia, coesione sociale, cooperazione.
È necessario affiancare al super finanziato comparto militare della Difesa un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta perché i cittadini abbiano gli strumenti per difendersi (senza armi) da eventuali aggressioni.
«Nel luglio 2014 – è spiegato – venne depositato per la prima volta in Cassazione il testo della proposta, ora aggiornata, e nel maggio 2015 […] vennero consegnate alla Camera dei deputati oltre 53mila firme. Nel luglio 2017 poi la proposta venne incardinata e calendarizzata in sede di discussione congiunta delle commissioni Affari costituzionali e Difesa della Camera (risultato definibile come storico) ma senza mai giungere all’approvazione definitiva. La Campagna non si è mai fermata: petizioni al Parlamento, incontri istituzionali, mobilitazioni territoriali hanno tenuto viva l’istanza fino ad oggi».
Più avanti, poi, si spiega che la Campagna stessa, lanciata nel 2014, «affonda le radici ben più in profondità: è l’erede di decenni di azioni per l’obiezione di coscienza al servizio militare e delle lotte di quanti hanno pagato di persona il rifiuto delle armi, aprendo la strada al riconoscimento giuridico dell’obiezione e poi del Servizio civile. Quella stessa tradizione di resistenza nonviolenta chiede oggi di compiere un passo ulteriore: non limitarsi a obiettare individualmente, ma dotare la Repubblica di una struttura pubblica, stabile e finanziata, capace di praticare e promuovere la difesa della Patria con strumenti civili e non armati».
Nel solco della Costituzione
«La proposta – prosegue Rete italiana pace e disarmo – istituisce presso la presidenza del Consiglio dei ministri un «Dipartimento dedicato alla difesa civile, non armata e nonviolenta», riconosciuta quale componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, in attuazione degli Articoli 2, 11 e 52 della Costituzione e nel solco della sentenza della Corte costituzionale n. 164 del 1985 che ha riconosciuto l’esistenza di forme “civili” di difesa della patria. Il Dipartimento andrebbe a coordinare i corpi civili di pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo operando in sinergia con il sistema di protezione civile e il Servizio civile universale».
Nel testo della proposta di legge, le risorse finanziarie per questo nuovo Dipartimento arriveranno da un fondo nazionale alimentato dalla Legge di bilancio e dallo strumento del 6 per mille dell’Irpef (analogo a quello dell’8 o del 5 per mille) da destinare esplicitamente, in sede di dichiarazione dei redditi, al fondo stesso.
Come firmare
Per fare in modo che la proposta giunga in Parlamento e sia discussa ed eventualmente approvata, è necessario raccogliere 50mila firme entro il 15 settembre.
Ogni cittadino può firmare in tutta Italia in diversi modi: cercando i banchetti degli enti promotori in piazze, eventi locali, sedi Arci o parrocchie, anche tramite i loro siti web e i profili social, oppure presso le segreterie comunali.
«Invitiamo tutte le cittadine e i cittadini, le associazioni, le comunità locali e le realtà della società civile a unirsi a questa mobilitazione – conclude il comunicato di Rete italiana pace e disarmo -. Firmare questa proposta significa scegliere di difendere la Patria con la nonviolenza come la Costituzione già prevede, e come la storia ci insegna che è possibile».
Luca Lorusso
Per leggere il testo della proposta di legge, clicca qui.
Un viaggio a Nairobi, nella baraccopoli di Korogocho, nel 2003, le cambia la vita. Da allora il Kenya diventa la sua casa. Fonda un gruppo scout nello slum, aiuta molti ragazzi a trovare la loro strada, fa nascere un’attività economica per sostenere altri giovani. E quando torna in Italia, parla sempre di Africa.
Grandi occhiali dalla montatura nera. Capelli lunghi, mossi, raccolti dietro la testa. Anch’essi nero corvino. Indossa un maglione di pile blu scuro con zip, e una sciarpa multicolore. Quella usata spesso dal suo «mentore» padre Alex Zanotelli, il noto missionario comboniano. Antonietta Pignataro ha un sorriso largo e due occhi scuri che puntano senza esitazione in quelli dell’interlocutore.
Da più di vent’anni, da quando lei ne aveva poco meno di 50, è innamorata del Kenya, Paese nel quale trascorre oramai la gran parte del suo tempo al servizio delle persone che incontra.
È di Mesagne, provincia di Brindisi, ma la incontriamo a Torino durante uno dei suoi brevi periodi in Italia. È stata chiamata da amici scout per farle raccontare ad alcuni giovani la sua esperienza, e abbiamo l’occasione di parlare un po’ con lei.
Korogocho come Damasco
«Sono una capo scout», inizia. «La mia storia con l’Africa è cominciata dopo aver incontrato Alex (Zanotelli, ndr). Era il 2003. Io facevo l’agente di commercio nel settore dell’abbigliamento, ed ero molto attiva con gli scout e con le comunità straniere. Lui era in Puglia per un’attività regionale dell’Agesci (Associazione guide e scouts cattolici italiani), e mi ha parlato di Korogocho dove lui aveva vissuto per diversi anni, lo slum (baraccopoli, ndr) di Nairobi costruito in parte sopra un’immensa discarica e abitato oggi da più di 100mila persone.
Dopo quell’incontro, ho proposto ai ragazzi del mio gruppo di partire. Ci siamo preparati, e siamo andati nel 2005».
Antonietta racconta che i ragazzi erano dieci, tra i 18 e i 21 anni. «Quando siamo arrivati a Korogocho mi è successo qualcosa. Non so. È stata un po’ la mia strada verso Damasco».
Racconta il suo impatto con la povertà: «Gli odori, il fumo, i vicoli, la discarica, la fogna a cielo aperto»; e con la gente: «Un giorno c’era un ragazzo che batteva i pugni sulla porta della sua baracca. Voleva entrare, perché dentro c’era suo fratello: qualcuno gli aveva sparato, ma non gli aprivano. Mi sono domandata: come si fa a vivere in un posto così? Come si fa a non diventare criminali? E questa cosa mi ha messo in crisi. Poi, padre Daniele Marescotti ci ha portati dai ragazzi dello slum che frequentavano la parrocchia».
Antonietta racconta di un ragazzo che faceva parte del gruppo, ma stava sempre in disparte. «Aveva 17 anni. Tutti i giorni io lo guardavo e lui mi guardava, però non parlavamo. Poco prima di partire, mi sono avvicinata e gli ho detto: “Senti, noi due non abbiamo parlato, ma ho l’impressione che ci siamo detti molto. Questa è la mia mail. Se vuoi, scrivimi”. Dopo due mesi, mi ha scritto. Si chiamava Longinos Nagila. Si è scusato per non essere stato accogliente e mi ha raccontato che, quando noi eravamo a Korogocho, lui soffriva molto e non riusciva a incontrare le persone come avrebbe voluto».
A quel punto Antonietta ha deciso di ripartire: «Dovevo capire meglio», ci dice. «Quando mi ha rivisto, mi è corso incontro e mi ha detto: “Non ci credo che sei tornata”. Ci siamo abbracciati e abbiamo parlato. Longinos non aveva più i genitori e non aveva prospettive. Perciò è cominciata l’avventura del sostegno a distanza, inizialmente per aiutare lui, poi per aiutare anche molti altri ragazzi dello slum: uno è diventato un ottico, uno insegnante, uno tecnico di computer. Alcuni lavorano nel turismo.
Anche Longinos ha realizzato il suo sogno: ha fatto l’accademia di belle arti, ed è diventato artista. Ha fatto già mostre in Italia, in Svezia, nei paesi arabi, in Inghilterra. Per le mie figlie, Gioia e Francesca, Longinos è diventato come un fratello».
Accoglienza e sviluppo
Da quel primo viaggio nel 2005, Antonietta ha fatto del Kenya la sua seconda casa. Negli anni, la frequenza dei suoi viaggi e la loro lunghezza sono aumentate. Tanto che oggi trascorre più tempo lì che a Mesagne: «Alterno circa 10 mesi in Kenya e due in Italia ogni anno».
Ha fondato l’associazione Huipalas in Italia e, grazie all’aiuto di Longinos, Huipalas Kenya. Ha sostenuto molti bambini in stato di semi abbandono tramite adozioni a distanza. Ha creato un gruppo scout, chiamato «Huipalas Koch open troop», che ha coinvolto da subito un centinaio ragazzi di Korogocho.
Il gruppo, integrato nell’Agesci keniana, affitta la sua sede a poca distanza dallo slum, in un contesto non degradato che consente ai ragazzi di incontrarsi, partecipare a workshop o training di formazione, attivare loro stessi laboratori di arte, musica, grafica, filmmaking, e così acquisire anche competenze utili per un futuro lavoro.
Nel 2011, poi, Antonietta ha acquistato il terreno sul quale avrebbe fondato il «Kijiji village», a 120 km a sud est di Nairobi, sulla strada per Mombasa, vicino al villaggio di Emali.
Lo scopo era quello di dare vita a un’attività economica che potesse sostenere il lavoro portato avanti a Korogocho.
Un po’ per volta, il progetto ha preso forma facendo nascere una fattoria in cui vengono prodotti frutta e ortaggi biologici, un piccolo ristorante, una bakery e una casa di accoglienza per gruppi e per turisti, un laboratorio per la trasformazione della frutta e per produrre salse.
Kijiji village ha portato acqua in un territorio arido, ha piantato 20mila alberi, costruito un impianto di energia solare e serbatoi d’acqua. Oggi dà lavoro a 20 persone del luogo. In più, con i ricavi, sostiene le attività per i ragazzi di Korogocho.
«Il nome dell’associazione, Huipalas, richiama il nome della sciarpa che indosso – ci dice Antonietta -. Quando me l’ha donata, padre Alex mi ha detto: “Adesso che hai conosciuto i poveri, ricordati che non ti lasceranno dormire”. E così è stato. Huipalas è la bandiera dei popoli indigeni andini: diversi colori intessuti tra loro con un unico filo rosso. Nessuno prevale sull’altro, ma tutti si integrano. “Kijiji”, invece, in swahili significa semplicemente “villaggio”».
Tutte le estati Kijiji diventa la meta dei ragazzi del gruppo scout di Korogocho, che ci vanno per i loro campi. Oltre agli scout dello slum, Kijiji ospita anche altri gruppi, sia del Kenya che dell’Italia.
Quando sta in Kenya, Antonietta risiede a Kijiji, dove cerca di far crescere le competenze delle persone che ci lavorano con l’obiettivo di lasciare poi a loro la gestione di tutto.
«Noi vogliamo coinvolgere anche i contadini locali per aiutarli a liberarsi dal peso di dover comprare le sementi, spesso transgeniche, e i pesticidi.
Siamo in contatto con un’associazione di Nairobi che distribuisce i semi di alberi indigeni. Hanno scelto di portare i semi a Kijiji, e noi li distribuiamo, ad esempio ai Maasai per rimboschire la zona e contrastare la desertificazione».
Il contesto in cui sorge il Kijiji village è rurale. «C’è Mombasa road che taglia in due il territorio – spiega -. Da una parte ci sono i Maasai (nomadi pastori), dall’altra ci sono i Kamba (agricoltori). Emali è un paese nato sulla strada, dalle esigenze dei camionisti che spesso provengono dall’Uganda per portare merci al porto di Mombasa, e dei turisti. La sua popolazione è molto variegata e ha molte problematiche: dipendenze, prostituzione. Si sono riunite persone di varie provenienze ed etnie, perché lì ci sono possibilità di lavoro. C’è un certo sviluppo, però il contesto sociale è compromesso. Nella parte del territorio maasai si sta creando un piccolo slum».
Un sogno realizzato
Antonietta parla volentieri dei progetti che ha realizzato e di quelli che sta realizzando. Le chiediamo qual è il suo sogno per il futuro.
«Spero di riuscire a rendere autosufficiente il Kijiji village, spero di lasciarlo in mano a qualcuno di locale. L’associazione oggi è guidata da me, da Longinos e da Philippe, un altro storico collaboratore, ma tutti e tre abbiamo dato le dimissioni perché vogliamo che entrino a gestirla i tre ragazzi che seguono gli scout a Korogocho.
Quando ho iniziato, il mio sogno era più forte di me. Sentivo di dover fare ogni cosa possibile.
Ora sono grata per il percorso fatto. Ogni persona ha aggiunto qualcosa. Se incontro qualcuno posso illuminare la sua vita, e lui può illuminare la mia. È stato sempre così per me».
Luca Lorusso
La luna c’è sempre
Antonietta ha scritto un libro uscito per le edizioni Kurumuny nel 2021. Si intitola «La luna c’è sempre». È grazie alla vendita di 4mila copie di questo volume che l’associazione è riuscita a coprire una quota significativa degli investimenti fatti nel Kijiji village.
«Il libro racconta in modo romanzato un incontro che ho vissuto molti anni fa con una mamma prostituta che abitava in una baracca nello slum di Huruma, vicino a quello di Korogocho. Sua figlia era nel nostro gruppo scout. Aveva scoperto il lavoro della mamma e voleva andare via di casa, perché non sopportava più di rimanere da sola di notte con le sorelline, e non voleva più vedere la madre. La donna era venuta a trovarci nella nostra sede per raccontarci tutto e chiederci aiuto. Alla fine del suo racconto, avevo le mani piene delle sue lacrime.
La luna del titolo fa riferimento all’idea che le persone che incontriamo ci danno la possibilità di illuminare la parte nascosta di noi».
È l’ennesimo passo indietro che il nostro continente, con il nostro Paese in testa, compie sulla tutela dei diritti umani.
Il diritto di asilo. Report Migrantes 2025
Mentre il Parlamento europeo emanava le nuove norme, la fondazione Migrantes – organismo pastorale della Cei, Conferenza episcopale italiana – girava l’Italia per presentare la nona edizione del suo rapporto 2025 sul diritto di asilo. Lo scopo è quello di domandare alle istituzioni italiane, europee e internazionali di intervenire sul fenomeno delle migrazioni con umanità e ragionevolezza.
Pubblicato da Tau edizioni con il sottotitolo «Richiedenti asilo: le speranze recluse», il report mette al centro numeri e statistiche, ma anche analisi approfondite sui molti aspetti legati alla mobilità umana nel nostro tempo a tutte le latitudini.
«Il volume si articola in tre parti – troviamo scritto nella pagina web migrantes.it -: Dal mondo con lo sguardo rivolto all’Europa, con cinque contributi e una scheda; Guardando all’Italia, con altri sei contributi e due schede, e infine un Approfondimento teologico. Ognuna delle due prime parti è corredata di un’ampia sezione di dati statistici, con tabelle, grafici e cartine».
Dati mondiali, storie individuali
Il focus delle analisi riguarda, come sempre, l’Italia e l’Unione europea, ma in questa edizione, per la prima volta, i curatori hanno voluto approfondire cosa si muove sul tema dell’asilo anche al di là dell’Oceano Atlantico, negli Stati Uniti di Donald Trump.
Si passa, così, dalle pagine che spiegano i motivi per cui 123,2 milioni di persone nel 2024 sono state spinte a lasciare la propria casa e il proprio territorio, a quelle sui sistemi di accoglienza in Italia. Da quelle che raccontano l’odissea di Amadou, un ragazzo del Gambia, tra le pieghe della burocrazia italiana, a quelle sulla crisi della cultura europea. Dalle pagine che raccontano esperienze virtuose come l’accoglienza in famiglia di minori non accompagnati, a quelle che parlano di leggi mai emanate che permetterebbero ai famigliari di conoscere la sorte di parenti scomparsi durante la migrazione.
Arretramento globale
Veniamo, dunque, a sapere, tra le altre cose, che nel mondo, nel 2025, il numero di persone in fuga è calato di quasi sei milioni rispetto all’anno precedente, ma il calo è dovuto al rientro di molti, spesso non volontario, in paesi non sicuri. Tre rifugiati su quattro si trovano in paesi a basso o medio reddito, quindi non in Europa e nemmeno negli Usa. Gli sfollati climatici nel 2024 erano 46 milioni.
Scopriamo che, mentre nell’Ue le domande di asilo nel 2024 sono calate (-13%; Germania -30%), in Italia si è registrato il massimo storico (quasi 159 mila), e che, nel frattempo, il nostro Pese ha avuto un record di dinieghi: il 64% delle domande di asilo sono state respinte, contro una media europea del 51%.
Leggiamo anche che in Italia, tra le persone beneficiarie di protezione internazionale e temporanea, due su tre vivono in condizioni di povertà relativa.
Riguardo agli Usa, il report della fondazione Migrantes parla di un modello di politica migratoria dell’amministrazione Trump che rischia di porre fine al sistema di asilo. E non risparmia critiche al sistema Ue che erode gradualmente il diritto di asilo. Mentre sottolinea la trasformazione della cooperazione internazionale in Italia, dove l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) ha perso la sua funzione originaria di riduzione della povertà nei paesi del Sud globale, e ha assunto un ruolo sempre più legato alle logiche della sicurezza, del controllo migratorio e dell’interesse economico nazionale, ad esempio finanziando la Guardia costiera libica.
L’appello della fondazione Migrantes
«Il Report 2025 – è l’appello lanciato dalla fondazione Migrantes sul suo sito, sul quale si può anche leggere e scaricare una sintesi dei contenuti – invita istituzioni e società civile a ricollocare al centro “diritto internazionale, diritto d’asilo, diplomazia e bene comune”. In un mondo che rischia di normalizzare la crisi e la disumanizzazione, il riconoscimento dell’umanità di chi fugge rimane il fondamento irrinunciabile di ogni democrazia».
Luca Lorusso
Tra le mie mani, la tua pace
Hai posato il tuo sguardo nel mio, il tuo cuore sul mio. Senti chiaro il mio turbamento: tu te ne vai, e io non so dove. Dici che viene il Principe di questo mondo, e io non so come, sotto quale aspetto. E so che non so vincerlo.
«Non vi lascio orfani», affermi, mentre prendi congedo. E mi comandi di tenere nel fodero la spada, nonostante le ingiustizie sui poveri, le armi sugli inermi, il sangue sui nostri figli.
Tornerai, dici. E io non so come attenderti. E rabbrividisco al suono di una sirena antiaereo, al ronzio di un drone, al silenzio di ordini digitati su uno schermo.
Mi lasci tra le mani la pace, la tua pace. E le mie mani tremano: di paura, di odio, rassegnazione. Mi pare più ragionevole la pace come la dà il mondo: opporre alla violenza una violenza appena un poco più grande, alla morte una morte appena un poco più efficace. È semplicemente l’unica via possibile. Mi sembra.
«Vado a prepararti un posto. Manderò lo Spirito», hai sussurrato.
«Non sia turbato il tuo cuore, non temere. Te lo dico ora, prima che avvenga, perché quando avverrà, tu creda».
E io ci provo a credere che il Principe di questo mondo non può nulla contro te, contro me. Che la violenza non può che generare violenza, e la morte, morte, fintanto che qualcuno non le spezza.
Forse con l’accoglienza che genera accoglienza, con la vita che genera vita.
«Non ti lascio solo», mi dici. «Sarò con te tutti i giorni».
Infine aggiungi, «Alzati ora, andiamo».
E io reggo tra le dita incerte la pace, la tua pace, da restituire al mondo.
Buon cammino disarmato e disarmante verso la Pasqua,