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Concilio Vaticano II: La missione anima della chiesa


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Testi di Antonio Bonanomi, Gaetano Mazzoleni, Diamantino Guapo Antunese Gianfranco Testa.A cura di Gigi Anataloni

Sommario

Dall’Ad Gentes all’Evangelii Gaudium..

Vittoria! Obiettivo raggiunto.

Tra passato e futuro.

Un documento pietra miliare di una storia infinita.

 

 


Cinquant’anni di cammino missionario

Dall’Ad Gentes all’Evangelii Gaudium

di Antonio Bonanomi

Il 7 dicembre 1965, nell’ultima sessione del Concilio Vaticano II è stato approvato quasi all’unanimità il decreto Ad Gentes. La «missione» diventava cittadina di diritto nella vita della Chiesa, innescando un processo di rinnovamento che sta trovando nuova vitalità proprio ai nostri giorni grazie a papa Francesco, il papa venuto «dall’altro mondo».

Sono passati 50 anni da quel giorno, però ricordo come fosse ieri la forte emozione spirituale con cui da giovane missionario ho letto quel documento. Sentivo che esso accettava le sfide e la necessità del cambiamento, e che faceva passare le missioni dalla periferia al cuore della Chiesa. Vi era evidente la presa di coscienza della nuova realtà del mondo e della Chiesa e lo sforzo per dare a questa novità una risposta. Stavano cadendo molti imperi del Nord con la conquista dell’indipendenza da parte di molti paesi, specialmente in Africa e in Asia. Le culture non europee e le religioni non cristiane esigevano un riconoscimento e un posto nei nuovi scenari mondiali. Allo stesso tempo si faceva ogni giorno più evidente il nuovo volto della Chiesa: un volto con diversi colori per il nascere e il crescere delle Chiese dei vari Continenti.

Personalmente, fin dalla prima lettura, ho considerato il decreto Ad Gentes non come un punto di arrivo ma come un punto di partenza: eravamo all’inizio di una nuova tappa della evangelizzazione. Questo è divenuto per me più evidente col Sinodo sulla evangelizzazione del 1974 e poi con l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (1975) di Paolo VI. Vi si sentiva il profumo di un nuovo stile e di una nuova spiritualità missionaria, attenta ai segni dei tempi e quindi in ascolto degli impulsi dello Spirito santo.

Nel 1976 è apparso, coi tipi delle Edizioni Paoline, il libro del frate cappuccino svizzero, Walbert Bülhmann: La terza Chiesa alle porte. Dopo la prima Chiesa dell’Oriente e la seconda Chiesa dell’Occidente (europea-romana) stava nascendo la terza Chiesa, quella del Sud.

Purtroppo molti in Europa non hanno saputo vedere e accettare con gioia il nuovo che nasceva nel Sud e hanno continuato a piangere il vecchio che moriva nel Nord. Questo si è fatto evidente nell’enciclica di Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio (1990), pubblicata in occasione dei 25 anni dell’Ad Gentes. A partire da quella enciclica molti hanno pensato e scritto che l’Ad Gentes aveva fallito nel suo proposito di promuovere lo spirito missionario della Chiesa. Però non era vero. In realtà stava morendo una tappa dell’evangelizzazione, quella che aveva avuto la Chiesa europea come protagonista, e ne stava iniziando una nuova.

Questa nuova tappa si è manifestata pubblicamente con l’elezione di papa Francesco, il papa venuto dal Sud. La terza Chiesa, che nel 1976 era alle porte, è entrata in casa. Egli ha realizzato questa nuova tappa, oltre che con la sua testimonianza di vita, anche con le sue parole e specialmente con l’esortazione Evangelii Gaudium (2013.)

Alla luce di questa esortazione possiamo dire che quello che l’Ad Gentes aveva detto 50 anni fa si sta facendo realtà, però in una maniera diversa da quello che si pensava. È una delle tante sorprese dello Spirito Santo.

Il papa venuto dal Sud presenta questa nuova tappa dell’evangelizzazione come parte del cammino di una «Chiesa in uscita». Un uscire che si realizza in diversi ambiti:

  • Uscita da una «Chiesa – fortezza», che proteggeva i suoi fedeli dai pericoli della cultura moderna, verso una «Chiesa – ospedale da campo» che si preoccupa di tutte le persone ferite, senza badare alle loro situazioni morali o ideologiche.
  • Uscita da una «Chiesa – istituzione», centrata in se stessa, verso una «Chiesa – movimento», aperta al dialogo universale, con altre Chiese, religioni e ideologie.
  • Uscita da una «Chiesa – gerarchia», creatrice di disuguaglianze, verso una «Chiesa – popolo di Dio», nel quale tutti sono fratelli e sorelle uniti in una immensa comunità fraterna.
  • Uscita da una «Chiesa – autorità» ecclesiastica, lontana dai suoi fedeli, a cui rischia di voltare le spalle, verso una «Chiesa – Buon Pastore», che cammina in mezzo al popolo, che ha l’odore delle pecore e il profumo della misericordia.
  • Uscita da una «Chiesa – papa» di tutti i cristiani e dei vescovi, che governa con il Diritto canonico, verso una «Chiesa – vescovo» di Roma, che presiede nella carità, e solamente così diventa papa della Chiesa universale.
  • Uscita da una «Chiesa – maestra» di dottrine e di norme, verso una «Chiesa – madre», tenera e misericordiosa, con le porte aperte per incontrarsi con tutti, senza guardare la loro appartenenza religiosa, morale o ideologica, ponendo al centro le periferie esistenziali.
  • Uscita da una «Chiesa – ricca» di potere sacro, di pompe e di vestiti solenni, di palazzi apostolici e titoli nobiliari, verso una «Chiesa – povera» e per i poveri, spogliata di simboli di onore, serva e profeticamente contraria al sistema di accumulazione del denaro, l’idolo che produce sofferenza, miseria e morte.
  • Uscita da una «Chiesa che parla» dei poveri, verso una «Chiesa che cammina» con i poveri, dialoga con loro, li abbraccia e li difende.
  • Uscita da una «Chiesa – equidistante» di fronte ai sistemi politici ed economici, verso una «Chiesa che si schiera» a favore delle vittime e chiama per nome i responsabili delle ingiustizie; una Chiesa che invita a Roma i rappresentanti dei Movimenti sociali mondiali per discutere con loro su come creare possibili alternative.
  • Uscita da una «Chiesa – disciplina», dell’ordine e del rigore, nello stile degli scribi e dei farisei, verso una «Chiesa misericordia» impegnata nella rivoluzione della tenerezza e della cura, secondo l’esempio del Buon Samaritano.
  • Uscita da una «Chiesa triste», «con faccia da funerale», verso una Chiesa che vive la gioia e la speranza del Vangelo.
  • Uscita da una «Chiesa senza il mondo», che ha permesso che nascesse un mondo senza Chiesa, verso una «Chiesa – mondo», sensibile al problema dell’ecologia e del futuro della casa comune, la madre terra.

Si tratta di formare una Chiesa nuova, che ritorni alla scuola di Gesù, che viva e dia testimonianza del messaggio essenziale del Vangelo e si faccia collaboratrice di Dio nella costruzione di un mondo nuovo che sia sacramento del Regno.

Nasce così la missione nuova della Chiesa del Sud: la missione dei discepoli missionari. Impegnati con la loro vita nella liberazione dei poveri, nella inculturazione del Vangelo, nel dialogo interreligioso, nella cura del Creato.

Il seme gettato dall’Ad Gentes e concimato dall’Evangelii Nuntiandi si è convertito in albero nell’Evangelii Gaudium.

Antonio Bonanomi

Missionario della Consolata, formatore e animatore in Italia fino all’inizio degli anni ‘80, poi, per oltre trent’anni, missionario in Colombia tra gli indios Nasa del Cauca e consulente delle Conferenze episcopali latino americane (Celam).


I retroscena, dagli appunti di mons. Angelo Cuniberti, imc

Vittoria! Obiettivo raggiunto

di Gaetano Mazzoleni

Nel ricordo del 50° anniversario del decreto conciliare Ad Gentes e della conclusione del Concilio Vaticano II, presentiamo – attingendo dalle sue note autografe – il contributo dato da mons. Angelo Cuniberti, allora vicario apostolico del Caquetá, Colombia, a una più profonda comprensione della dimensione missionaria della Chiesa durante le frenetiche fasi che hanno portato all’approvazione del documento. Aspetti inediti e sconosciuti.

Scorrendo le numerose e fitte pagine delle memorie di mons. Angelo (detto Lino) Cuniberti, tra i tanti temi, due, la missione e la chiesa dei poveri, risaltano e si distinguono per la loro importanza e attualità. Due temi che furono senza dubbio i cardini dell’attività pastorale di mons. Cuniberti ed ebbero una importante incidenza anche sullo stile di vita dei suoi collaboratori, i missionari della Consolata.

Per mons. Cuniberti l’incontro con la missione e il povero non fu il risultato di una riflessione astratta e teorica, fatta a tavolino, o di una analisi sociologica e, meno che mai, ideologica. L’incontro con la missione e la povertà, meglio, con i poveri, si realizzò e si sviluppò invece attraverso l’esperienza pastorale missionaria degli innumerevoli viaggi (correrie) fatti visitando i villaggi, avvicinando e conoscendo le persone, le singole persone, le situazioni, i problemi, vivendo da povero tra i poveri e con i poveri, condividendo personalmente la povertà e l’emarginazione. Il tema della missione e dei poveri era nel suo Dna da sempre, come testimonia l’adozione del motto evangelico che avrebbe orientato la sua vita sacerdotale «… mi ha mandato ad evangelizzare i poveri» (Lc. 4,18), e quello episcopale «Dei nuntius» (messaggero di Dio).

La missione e le missioni

«La Chiesa è missionaria nella sua essenza… La Chiesa non è se non per la missione. La Chiesa deve ritornare al suo stato di missione… Ogni pagina del Concilio dovrebbe vibrare con questa idea missionaria». Queste furono alcune delle affermazioni, raccolte da mons. Cuniberti, che risuonavano nell’aula conciliare, premonitrici di un profondo cambiamento dell’essere della Chiesa.

Mons. Lino approdò al Concilio Ecumenico Vaticano II provenendo dall’esperienza missionaria di frontiera del vicariato apostolico di Florencia-Caquetá (Colombia). Egli vibrava per le «missioni». Questo atteggiamento interiore lo aveva portato alla decisione di lasciare il ministero sacerdotale nella diocesi di Mondovì per entrare nei missionari della Consolata.

Destinato alla Colombia, anche se impegnato nell’animazione vocazionale in varie regioni attorno a Bogotà, aveva coltivato tacitamente nel suo cuore la speranza di aggiungersi al gruppo dei missionari della Consolata che, dal 1952, lavoravano nella «missione» del Caquetá, il territorio amazzonico colombiano affidato allora alla responsabilità pastorale di mons. Antonio Torasso. La «missione» del Caquetá era il sogno di p. Lino Cuniberti.

Con la sua nomina a succedere a mons. Torasso, dopo la morte prematura di questi, entrò a far parte della Conferenza episcopale colombiana e del Comité de Misiones (Comitato delle Missioni), l’organizzazione che raggruppava i vescovi missionari della Colombia le cui giurisdizioni erano in territori marginali, la otra Colombia, in cui oltre all’attività pastorale avevano anche la non indifferente responsabilità morale e pratica della direzione dell’istruzione pubblica.

Il territorio del Caquetá, già frontiera geografica ed ecologica nella foresta amazzonica del Sud del paese, in quegli anni era oggetto anche di un esperimento sociale di riforma agraria con cui il governo nazionale pensava di far fronte alla pressione dei cinturoni di povertà delle città del centro del paese. Un progetto di colonizzazione che attirava una massa di desesperados de la tierra i quali occuparono disordinatamente la selva amazzonica, avventurandosi a confrontarsi con un habitat difficile, sognando di possedere un pezzo di terra su cui ricostruire la vita. Con la realtà della migrazione interna, la regione del Caquetá rappresentava non solo una periferia geografica, ma soprattutto una periferia economica e socio culturale.

Padre conciliare

Il 4 dicembre 1963 si era solennemente conclusa la II sessione del Concilio Vaticano II. Durante tutte le giornate di lavoro della prima e della seconda sessione, mons. Cuniberti aveva seguito le sorti di vari schemi dei documenti, soprattutto di quello sull’attività missionaria, del quale erano apparse ben quattro redazioni, ma sempre molto brevi, lacunose e non corrispondenti all’aspettativa dei vescovi missionari.

Nel febbraio 1964, in preparazione alla III sessione, i vescovi ricevettero un nuovo schema sulle «missioni». Anche questo però, come i precedenti, ancora molto povero e imperfetto. I vescovi mandarono le loro osservazioni. Lo schema fu modificato ancora una volta e, poco prima dell’inizio della III sessione, giunse ai vescovi un ulteriore testo ridotto a sole tredici proposizioni. Mons. Angelo sbottò: «Questo testo oltre ad essere insignificante … è un testo che fa indignare».

Ottobre 1964: un incontro «storico»

A settembre i vescovi tornarono a Roma per la terza fase del Concilio Ecumenico. Il 27 ottobre mons. Anibal Muñoz Duque, presidente della Conferenza episcopale colombiana, ricevette l’invito dal p. Roger Etchegaray (il futuro cardinale, presente al Concilio come esperto per la Conferenza episcopale francese) a un incontro «apud Seminarium gallicum», cioè presso il Pontificio Seminario francese in via Santa Chiara a Roma. Invitati erano i delegati delle Conferenze episcopali più interessate a discutere l’insoddisfacente schema di documento sull’attività missionaria della Chiesa. Mons. Duque, in aula, trasmise l’invito a mons. Cuniberti scrivendo di propria mano: «Designato: mons. Angelo Cuniberti, vicario apostolico di Florencia».

Mons. Angelo si preparò con impegno per quell’incontro. Fin dall’inizio aveva lavorato perché il Concilio presentasse e lanciasse grandi idee sulla natura della Chiesa che «è essenzialmente missionaria» (Ad Gen. 35). Prese così i contatti preliminari con gli altri delegati di ben 22 Conferenze episcopali dei cinque continenti.

All’inizio della riunione tutti si presentarono. Erano presenti solo tre italiani. In primo luogo si trattò la storia e le vicissitudini dello schema sulle missioni che, dopo molteplici redazioni (aveva già raggiunto la 6a redazione), era ridotto a sole tredici proposizioni. Così come presentava, il testo era proprio ai minimi termini, anemico, come se le «missioni» fossero un’appendice folcloristico della Chiesa, mentre invece la dimensione missionaria avrebbe dovuto essere l’aspetto più importante, se fosse stato ritenuto vero ciò che aveva già scritto il Concilio Vaticano I: «la Chiesa presenta nella sua evangelizzazione il motivo della sua credibilità».

Si analizzarono allora le ragioni di tale riduzione ai minimi termini e si cercò di capire l’ansia manifestata da vari vescovi di terminare finalmente il Concilio, già arrivato al terzo anno di lavori. Dato che era già stata annunciata una quarta sessione per l’anno successivo, 1965, tutti i presenti si impegnarono a ottenere in quei giorni l’apertura di un dibattito in aula sullo schema affinché fosse bocciato con un bel «non placet» dalla maggior parte dei Padri conciliari. Si propose quindi di far posticipare l’approvazione dello schema alla sessione successiva per avere così il tempo, con la collaborazione di tutti, di prepararne uno completamente nuovo.

Dopo essersi assicurati interventi vigorosi di personaggi di grosso calibro quali il cardinal Bea (del Segretariato per la promozione dell’Unità dei cristiani) e alcuni cardinali presidenti di conferenze episcopali: Frings (Germania), Suenens (Belgio), Rugambwa (Tanganika) e Léger (Canada), tutti si impegnarono in una campagna «capillare» per richiedere che quel miserabile schema non fosse approvato.

Si discussero alcuni punti e linee essenziali. Il nuovo schema non sarebbe risultato esaustivo, ma avrebbe dovuto contenere i principi essenziali, sostenuti dall’autorità del Concilio come tale. Successivamente sarebbero intervenute le commissioni post-conciliari per stabilirne l’applicazione.

I giorni seguenti alla riunione del 27 ottobre ci fu una straordinaria attività per contattare quanti più vescovi fosse stato possibile allo scopo di convincerli a votare «non placet». Il 30 ottobre mons. Cuniberti e il p. Roger Etchegaray si incontrarono per fare una prima valutazione del potenziale di voti assicurati.

Ostruzionismo

La 116a Congregazione plenaria del 6 novembre 1964 fu caratterizzata dalla presenza di papa Paolo VI e da una celebrazione eucaristica in liturgia etiopica accompagnata da canti ritmati da tamburi. Coordinò i lavori, come presidente di turno, il card. Julius August Doephner, «annuente Pontefice», consenziente il papa, come sentì il bisogno di far notare mons. Felici, segretario generale del Concilio. Nella sua allocuzione papa Paolo VI sottolineò che «abbiamo scelto per la Nostra presenza questo giorno, nel quale la vostra discussione verte sullo Schema delle Missioni. A preferirlo Ci ha persuasi la particolare gravità e importanza dell’argomento al quale ora applicherete le vostre menti e i vostri animi». E aggiunse: «A questo sacro Concilio incombe tra l’altro l’insigne compito di tracciare nuove vie, studiare nuovi mezzi, stimolare una nuova attiva tensione per diffondere più largamente e più fruttuosamente il Vangelo». Intervenne il card. Agagianian (della Chiesa cattolica armena) con un vibrante discorso a favore delle missioni, concluso dicendo che, in generale, il testo piaceva, anche se avrebbe dovuto essere arricchito. Era un invito esplicito ad approvare le misere tredici proposizioni per non prolungare oltre la discussione, congedare così le missioni e passare a un altro argomento.

Iniziarono così gli interventi programmati. Il card. Léger si rammaricò per le molte lacune e carenze presenti nel testo che definì semplicemente «povero». Seguirono i cardinali Rugambwa e Bea, i quali aiutarono l’assemblea a riflettere profondamente sul grande disegno di Dio, aprendo grandi orizzonti. Il tempo stringeva e la discussione fu rinviata al giorno seguente.

Il 7 novembre proseguirono gli interventi sul tema «missioni». I card. Frings, Alfrink (Olanda) e Suenens ricordarono («tirano colpi di cannone», scrisse poi mons. Cuniberti) che, in tutto, la Chiesa d’Olanda contava cinquemila missionari e 70 vescovi in terra di missione. Un vescovo indonesiano, mons. Kaiser, affermò esplicitamente che si doveva rifare un altro schema partendo da zero.

Un vescovo rodesiano, mons. Lamont, con uno stile e un tono speciale, iniziò affermando che i missionari aspettavano qualcosa di molto più sostanzioso dal Concilio. Quelle povere tredici proposizioni erano come «ossa arida et sicca». Gesù afferma: «Ignem veni mittere», cioè fuoco! (sono venuto a portare il fuoco, Lc 12,49, ndr). «E qui, invece di una stupenda splendida luce pentecostale, si finisce per avere solo un lumicino fumigante».

Altri vescovi si susseguirono per richiedere decisamente una «magna carta», una costituzione o un decreto molto solenne. Si sollevò pure la voce di un padre conciliare dal Brasile che si scagliò contro gli esperti dalle opinioni divergenti, concludendo che «per metterli d’accordo c’è una bella soluzione: mandarli tutti a lavorare nelle missioni».

Esaurito in aula il tempo utile di lavoro, rimase sospeso e aperto il dibattito sul tema delle missioni per essere ripreso successivamente.

Vittoria

Il 9 novembre, con un centinaio di relatori ancora in attesa di intervenire, la stessa commissione ad hoc prese l’iniziativa di ritirare lo schema senza la votazione. Ci fu un frenetico applauso. Ma mons. Felici, segretario generale, si appellò ai regolamenti e la presidenza ordinò che si procedesse alla votazione.

Risultato della votazione: 1.601 voti contrari e solo 311 a favore. Lo schema venne rimandato alla quarta sessione! Vittoria! Si era raggiunto l’obiettivo prefisso nella riunione del 27 ottobre.

Al lavoro per preparare un documento degno delle missioni.

Gaetano Mazzoleni
Missionario della Consolata, antropologo, ha lavorato  in Colombia, dove è stato fondatore e direttore del Centro Indigenista di Florencia-Caquetá.
Testo adattato dalle «Memorie di mons. Angelo Cuniberti»


Vaticano II: Episcopato africano, una minoranza attiva che Fa udire la sua voce

Tra passato e futuro

di Diamantino Guapo Antunes

Quando l’11 ottobre del 1962 si aprirono le porte del Concilio, l’episcopato africano era presente con 295 prelati. Nel 1965, alla conclusione del Concilio, il loro numero era aumentato fino a 311. Per comprendere l’azione e il contributo dei vescovi d’Africa al Concilio è necessario conoscere chi essi erano e quali le loro principali esigenze. L’episcopato in Africa era in un periodo di transizione: i vescovi missionari, dopo avere «impiantato» la Chiesa, si preparavano a cedere la loro responsabilità a quelli locali. Questi erano chiamati a continuare l’opera missionaria e a consolidare la Chiesa. Una transizione che si realizzò senza rottura con il passato, ma ereditandolo e migliorandolo.

I vescovi «africani» che parteciparono al Concilio erano, in grande parte, di origine europea quasi tutti provenienti dalle nazioni che avevano colonizzato il continente: Francia, Belgio Inghilterra, Portogallo, o di nazioni con forte dinamismo missionario come Irlanda, Italia, Olanda. Fatte poche eccezioni, quasi tutti erano membri di Istituti religiosi. La maggior parte era arrivata in Africa ancora giovane, essendo stati alcuni di loro i pionieri dell’evangelizzazione nei territori affidati alla loro responsabilità pastorale. Era un episcopato giovane. Essendo pastori di comunità cristiane da poco fondate, il loro ministero si concentrava quasi esclusivamente nel lavoro di fondazione delle strutture indispensabili per la loro crescita e il loro consolidamento. Oltre tutto erano uomini pratici, conoscitori degli usi e costumi dei popoli dei quali erano pastori e animati da grande zelo pastorale. Grande parte di quei vescovi erano coscienti di avere compiuto la loro missione e quindi disposti a rinunciare in favore di vescovi locali, sostenuti in questo anche dagli Istituti missionari.

Vescovi africani

Quando si aprì il Concilio, i vescovi nativi del continente erano settanta. Durante il Concilio il loro numero aumentò tanto che nell’ultima sessione erano già ottantasei. Nel 1965 ventotto paesi avevano almeno un vescovo nativo. Il Congo era il paese africano con il maggior numero di vescovi autoctoni. ben dieci.

Alcune caratteristiche distinguevano da tutti gli altri: l’età, la preparazione teologica e la prudenza pastorale. Era un episcopato molto giovane e di diocesi o vicariati di recente fondazione. Eccetto quindici, tutti gli altri avevano meno di cinquant’anni e appartenevano alla generazione che aveva rivendicato e assunto l’indipendenza del continente. Quasi tutti erano stati ordinati negli ultimi dieci anni prima del Concilio, e ben metà di essi (32) nel periodo preparatorio (1959-1962).

Sebbene fossero una minoranza, occupavano già i luoghi chiave e avevano assunto la responsabilità di dirigere la Chiesa cattolica a livello nazionale e continentale. Molti di loro avevano fatto gli studi teologici in Europa, soprattutto a Roma nell’ateneo di Propaganda Fide. Un’altra caratteristica, già presente nei «vota» (i desideri o auspici) inviati da alcuni alla commissione preparatoria, era il loro equilibrio e la loro prudenza pastorale, senza posizioni radicali sull’indigenizzazione della Chiesa, le sue strutture e la sua liturgia. Le idee espresse alla vigilia del Concilio nelle lettere pastorali, nelle interviste e negli articoli, non erano polemiche o estremiste, caratterizzate com’erano da un grande equilibrio, e focalizzate soprattutto sul carattere pastorale del Concilio, sulla necessità di attualizzare la legge canonica, sull’aggiornamento della liturgia e dei metodi di evangelizzazione. Il fatto che l’episcopato africano fosse eterogeneo e parlasse lingue diverse non impedì che si creasse uno spirito di comunione tra i differenti gruppi e le loro sensibilità e che agissero in forma organizzata a vantaggio degli interessi della Chiesa cattolica in Africa e nel Madagascar.

L’annuncio del Concilio e suo impatto

Il 25 gennaio 1959, papa Giovanni XXIII fece conoscere il suo progetto di convocare un Concilio. Alcuni mesi dopo, affidò la sua preparazione a una commissione con il compito di contattare i vescovi per avere proposte e temi da inserire nel documento preparatorio al Concilio. La consultazione interessò 259 vescovi dell’Africa, dei quali allora solo 36 erano africani.

La sorprendente notizia della convocazione di un Concilio ebbe un forte impatto in Africa. L’analisi delle proposte inviate dai vescovi dell’Africa ci permette di constatare che essa fu accolta con entusiasmo. Per la prima volta l’Africa sub sahariana sarebbe stata presente in un Concilio e per di più rappresentata da alcuni vescovi autoctoni. Vista la situazione del continente e delle sue Chiese locali, un Concilio con caratteristiche pastorali ed ecumeniche era opportuno e rappresentava un’occasione storica per il rinnovamento della Chiesa.

Emancipazione dal colonialismo e indipendenza

Con circa 25 milioni di fedeli alla vigilia del Concilio, la Chiesa cattolica in Africa viveva un periodo di crescita e di africanizzazione (inculturazione e indigenizzazione). Il Concilio Vaticano II si svolse in un periodo di importanti trasformazioni sociopolitiche. Infatti, in quel periodo, furono fatti i passi decisivi per lo smantellamento del colonialismo e la conseguente emancipazione politica di molti stati. Così Concilio e decolonizzazione si influenzarono a vicenda.

La decolonizzazione scatenò un rinnovamento nella vita ecclesiale. Per attenuare il suo colore occidentale e rispondere alle esigenze dell’inculturazione e dell’autenticità, la Chiesa cattolica si sforzò nel riformare le sue strutture, nel rinnovare i suoi metodi pastorali e di rivedere la sua attitudine in relazione al mondo culturale e religioso africano.

Le proposte nella fase preparatoria

Le proposte dell’episcopato africano rivelavano le preoccupazioni sentite dalla Chiesa cattolica africana alla vigilia del Concilio. I temi erano i seguenti: aggiornamento liturgico, il ruolo dei laici nella Chiesa e la collegialità dei vescovi. Il tema dell’aggiornamento liturgico fu quello che raccolse il maggior consenso e ricevette il maggior numero di proposte concrete.

Il rinnovamento, il rispetto alla cultura dei popoli da evangelizzare e l’incorporazione della stessa nel cristianesimo fu un tema molto presente nelle proposte fatte dall’episcopato africano. Era urgente spogliare il cristianesimo della sua veste occidentale per accogliere i valori, le espressioni e i simboli propri delle varie culture africane. Il tutto era definito come indigenizzazione, inculturazione, africanizzazione o autenticità africana, con proposte che sollecitavano un maggior uso delle lingue locali e l’introduzione di simboli, gesti e musiche africane nella messa.

Oltre le proposte dei vescovi, la chiesa africana si preparò per il Concilio con alcune iniziative di carattere teologico – pastorale orientate da sacerdoti e laici africani impegnati in congressi e pubblicazioni. Il Concilio era sentito come un’eccellente opportunità per stimolare l’africanizzazione della Chiesa. Si può quindi affermare che la Chiesa cattolica in Africa, attraverso le attività dei suoi pastori e l’impegno dei suoi fedeli, accolse con gratitudine, si preparò con interesse e si sforzò per fare sentire le sue proposte, segnali di una chiesa viva e partecipativa.

Africanizzare la Chiesa

La crescita della Chiesa cattolica non soltanto accompagnò le trasformazioni sociopolitiche ma anche contribuì, a suo modo, a prepararle e promuoverle. Con l’istituzione di una gerarchia ecclesiastica locale e la nomina di vescovi africani, il processo di africanizzazione della Chiesa fece un salto importante e decisivo. La Santa Sede favoriva il movimento d’indipendenza dei popoli africani.

Nel campo della riflessione teologica – pastorale si fecero passi significativi per una maggior incarnazione del cristianesimo. Come alternativa alla teologia occidentale era nata la «teologia africana» che rivendicava il diritto dei cristiani a pensare ed esprimere il cristianesimo in termini africani. La Chiesa rispondeva così alle critiche dei settori intellettuali locali e internazionali che prevedevano la scomparsa del cristianesimo con la fine del colonialismo.

Un gruppo in crescita

Dei 295 vescovi dell’Africa con diritto di partecipare al Concilio, 265 parteciparono alla prima sessione del Concilio. Rappresentavano approssimativamente l’11% del totale dell’assemblea conciliare costituita da circa 2500 membri. Era una buona percentuale se teniamo presente che l’Africa contava allora appena 25 milioni di cattolici, cioè il 4,6% dei circa 540 milioni di cattolici allora esistenti. Le chiese locali con maggiore numero di padri conciliari erano: Congo (41), Tanganika – oggi Tanzania (23), Africa del Sud (21), Nigeria (17). Il numero di padri conciliari africani aumentò nella seconda sessione, passando da 265 a 303. Durante il Concilio morirono 21 padri conciliari dell’Africa e Madagascar. Durante l’ultima sessione nell’aula conciliare c’erano 311 padri che rappresentavano le chiese locali dell’Africa.

Gli interventi

Durante il Concilio ci furono 2175 interventi orali sui 16 documenti. I vescovi dell’Africa fecero 170 interventi in tutto (7,8%) e appena una minoranza di essi ebbe la possibilità di parlare (70). Alcuni, come portavoce dell’episcopato africano, intervennero varie volte e altri si fecero notare per la loro apertura pastorale e teologica. I vescovi che intervennero più volte furono i seguenti: L. Rugambwa (Kukoba, Tanganika): 15 interventi; Sebastião Soares Resende (Beira, Mozambico): 10 interventi; E. Zoghby (Nubia, Egitto): 10 interventi; D. Huley (Durban, Africa del Sud): 9 interventi.

In totale, gli interventi non furono molti, tuttavia ebbero un impatto qualitativo superiore alla sua quantità. Questo impatto si deve principalmente a due ragioni: manifestavano la posizione di un gruppo di vescovi, non di un singolo, e riflettevano la situazione e le esigenze concrete delle loro chiese locali. La vivacità dell’episcopato africano era espressione della sua giovinezza e del dinamismo delle chiese locali che rappresentavano.

La missione e la chiesa locale

Durante le prime congregazioni generali gli interventi dell’episcopato africano si concentrarono principalmente sulle questioni liturgiche e pastorali, come, per esempio, il tema caldo dell’adattamento (l’inculturazione). Possiamo affermare che gli aspetti caratteristici delle proposte dei vescovi dell’Africa relativi o legati alla teologia missionaria erano contenuti in argomenti di natura pastorale, ma si nota un’evoluzione nel corso del Concilio stimolata dall’arricchimento progressivo del dibattito ecclesiologico. Il decreto Ad Gentes sull’attività missionaria fu il documento per il quale i padri conciliari dell’Africa diedero il contributo più significativo. I loro interventi aiutarono a elaborare un nuovo concetto di missione. Questa non è monopolio degli istituti missionari, ma è una responsabilità di tutta la chiesa che è per natura missionaria. L’attività missionaria ha come oggetto specifico il nascere e crescere di nuove chiese locali che sono il segnale della piena cattolicità della chiesa. Le chiese locali, frutto dell’attività missionaria, non devono essere una semplice copia della chiesa evangelizzatrice, ma devono assumere un’identità che tenga in conto delle realtà in cui sono radicate per mezzo di un processo di adattamento e incarnazione. A loro volta le giovani chiese devono diventare soggetto di evangelizzazione. Questa nuova visione di «Missione», come interscambio tra chiese sorelle, crea necessariamente un nuovo concetto più vivo ed attivo di chiesa locale.

Imparare per trasmettere

Ma più che parlare, i vescovi dell’Africa sentirono la necessità di ascoltare le posizioni degli altri episcopati per imparare dalla loro esperienza. La presenza discreta e silenziosa della maggior parte di loro non era sinonimo di disinteresse, era un silenzio attivo. Seguivano con attenzione il dibattito, studiavano i testi, prendevano nota.

Si preoccupavano di informare i loro cristiani sullo sviluppo dei lavori conciliari per così coinvolgerli e motivarli ai cambiamenti che li avrebbero toccati. Per mezzo dei loro scritti, lettere, articoli nei giornali, davano a conoscere la propria attività nel Concilio, così come i contatti con gli altri vescovi e con organismi internazionali. Manifestavano anche le loro impressioni sul Concilio, sottolineando i fatti e i risultati più importanti: la sua dimensione universale, la riforma liturgica, l’inculturazione, il dialogo ecumenico, ecc.

Diamantino Guapo Antunes
Missionario della Consolata portoghese, attuale superiore delle comunità Imc in Mozambico; ha scritto lo studio «Concílio Vaticano II, o contibuto do Episcopado de África e Madagáscar», Edizioni Missioni Consolata, Torino 2001.

Conferenza dei vescovi dell’Africa nel Dicembre 1962 a Roma. Presiede il card Laureano Rugambwa, con a destra mons O. MvCann di Cape Town e sinistra mons. J.B. Zoa vescovo di Yaundé

 


Chiesa missionaria e Concilio Vaticano II

Un documento pietra miliare di una storia infinita

di Gianfranco Testa

Mai come oggi, nella Chiesa riunita attorno a papa Francesco, si è presa coscienza che l’avvenimento di cinquanta anni fa, il Concilio Vaticano II, è vivo e interpella noi tutti a proseguire un cammino di cui l’Ad Gentes, riportando la «missione» nel cuore della Chiesa e ricordando che ogni cristiano è per sua natura missionario, è stata non un punto di arrivo, ma un punto di partenza.

Per le piazze e le strade di Roma, il Concilio si manifestò subito, all’immaginario collettivo, con un volto ecumenico, universale, grazie all’avvicendarsi di vescovi provenienti da diverse latitudini e di «diversi colori». Quelli latinoamericani non si fecero notare granché, ma quelli asiatici e africani s’imposero all’attenzione della gente. La Chiesa mostrava, così, almeno il suo folclore, non necessariamente la sua missionarietà.

In un primo momento, nei dibattiti conciliari, sembrò quasi che il tema della missione non fosse urgente. Esso si trovava già sottinteso nel documento Lumen Gentium sulla natura della Chiesa, pubblicato dallo stesso Concilio nel novembre 1964, e non sembrava esserci la necessità di renderlo esplicito. Eppure le perplessità sull’attualità e l’opportunità della missione erano forti e presenti in tutta la Chiesa. Non tutti, infatti, vedevano di buon occhio l’ansia di convertire le persone. In più l’opera missionaria era messa in discussione anche dal grande movimento contro il colonialismo, sfociato nell’indipendenza di molti paesi, soprattutto africani. Si pensava che fosse giunto il momento in cui ogni paese programmasse la propria politica e la propria religione.
Alcuni rappresentanti delle chiese orientali, poi, erano preoccupati perché la chiesa occidentale sembrava più interessata alle forme organizzative che all’essenza e alle ragioni profonde della missione. Il nome stesso dell’organismo ecclesiale incaricato di guidare e animare la missione universale, «Propaganda Fide», suscitava dubbi.

Quando, grazie alla richiesta di alcuni padri conciliari, venne presa la decisione di redigere un documento specifico sulla materia, la sua stesura fu travagliata e segnata da diversi rifiuti, al punto che si parlò di una «storia inusitatamente turbolenta» del documento. Nonostante ciò, il 7 dicembre 1965, al momento della promulgazione, l’Ad gentes fu il decreto approvato con la maggioranza più larga, con appena 5 voti contrari.

La Commissione che aveva preparato il decreto sull’attività missionaria della Chiesa si era basata su quanto già espresso nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, ma ne aveva sviluppato i temi in modo originale e profondo.

La Chiesa, come un corpo vivo, deve crescere e manifestare la sua energia vitale, e la missione ne è l’essenza stessa, non la ricerca di un semplice aumento numerico dei suoi membri. Una simile visione di missione interessa tutto il popolo di Dio e non solo alcuni circoli o istituti specializzati. La relazione tra questa nozione ampia di missione e quella specifica di missione ad gentes è, allora, precisata dal fatto che la seconda è l’attuazione dell’unica missione, nelle circostanze, nei luoghi e nelle realtà sociali più diverse.

I contenuti e le ragioni

Se la Chiesa è definita come «sacramento universale di salvezza» vuol dire che la sua funzione di segno e di strumento della salvezza di Dio non ha confini, è universale, per tutti i tempi, i popoli, le lingue, i luoghi. La Chiesa da sacramento-mistero diventa missione.

Con l’Ad gentes si mettono le basi per una teologia della missione che nasce nella stessa Trinità: il Padre manda il Figlio perché sia salvezza per tutti, e questi offre lo Spirito perché tutto sia riassunto nell’amore del Padre.

La Chiesa prende forma nelle varie Chiese locali, che, pur nella loro povertà di mezzi e di personale, sono chiamate a essere, anch’esse, protagoniste della missione. La missione, dal canto suo, è servizio all’uomo, non a quello astratto, filosofico, uguale in tutto il mondo, ma a quello concreto, che, pur mantenendo l’uguaglianza di diritti e di doveri, è diverso di luogo in luogo, per la cultura, le tradizioni di cui è impastato, la concezione della vita e della morte, il rapporto con il sacro.

L’attività missionaria non è altro che la manifestazione e la realizzazione del piano divino nel mondo e nella storia (Ag 9). Non spetta al missionario né alla Chiesa decidere che cosa sia la missione perché il volto della missione è stato delineato da Gesù Cristo. A noi spetta la genialità dell’attuazione, non la fantasia dell’invenzione. La missione precede i missionari e la Chiesa stessa.

Sono affermazioni, quelle contenute nel decreto conciliare, che esigono una revisione del pensiero e dell’azione: si passa dall’atto di impiantare (a volte semplicemente trasferire) la Chiesa, a quello di immergersi nella profondità del progetto divino, a cui si deve continuamente rendere conto.

La storia e le storie

Prima del Concilio tutto era semplice. C’erano i paesi di missione e i missionari che sapevano cosa bisognava fare: portare un po’ di benessere, rendendo civili «gli altri», e, nella misura del possibile, fare l’impossibile per battezzarli e farli diventare cristiani. Si cercava di trapiantare la propria chiesa di origine in Africa, in Amazzonia o in Asia, con gli stessi paramenti, vestiti per i chierichetti, novene, feste, santi e devozioni. Eppure già nel 1659 Propaganda Fide raccomandava: «Cosa potrebbe essere più assurdo che trasferire in Cina
la civiltà e gli usi della Francia, della Spagna,
dell’Italia o di un’altra parte d’Europa?
Non importate tutto questo, ma la fede che non respinge e non lede gli usi e le tradizioni di
nessun popolo, purché non siano immorali».

Tutto era iniziato in modo spettacolare, e degno di imitazione, con Paolo, ma poi, con il passare dei secoli, evangelizzata l’Europa, la missione era stata finalizzata soprattutto alla conversione degli eretici e, cosa molto difficile, dei musulmani.

A metà del secondo millennio, la perdita di una porzione d’Europa, passata sotto l’influenza di Lutero, fu compensata dalla massiccia conquista, a forza di spada e di croce, dell’America Latina. Spagna e Portogallo sfornarono frati cattolici, Inghilterra e Olanda pastori riformati. Il mondo fu condotto a Dio, per sua gloria, sotto varie etichette. Il primo che arrivava faceva di tutto perché la sua porzione di gregge non fosse sequestrata dagli altri. Non mancarono esempi luminosi, ma certo il metodo era assai poco cristiano. L’evangelizzazione unita alla colonia fu poi criticata, e con ragione.

L’evangelizzazione più recente, nascosta sotto l’apparenza di una migliore civiltà, fu anch’essa criticata. Se il Concilio volle far notare che «la Chiesa proibisce severamente di costringere o di indurre e attirare alcuno con inopportuni raggiri ad abbracciare la fede» (Ag 13), lo fece perché questo succedeva e si sentiva la necessità di denunciarlo.

Dopo il Concilio

È vero, il Concilio mise delle basi luminose nel cammino missionario della Chiesa, ma da quelle basi chiare scaturì una crisi, che coincise con la più ampia crisi della cristianità e della società. Venticinque anni dopo, l’enciclica Redemptoris Missio di Giovanni Paolo II parlò di uno «slancio indebolito»: si era detto che tutta la Chiesa era missionaria e che tutto era missione, si era cominciato a parlare di missione del catechista, del gruppo dei cantori, dell’organizzatore dei tornei di calcio parrocchiali, delle signore che spazzavano la chiesa, ecc., ma allora, che cos’era la missione? Per fare chiarezza e delimitare il campo si era aggiunta l’espressione «ad gentes», cioè «alle genti». Ma dove si trovavano «le genti», o, più popolarmente, i pagani? Al bar e all’università, ad esempio, o per strada, allo sballo del sabato notte e nei nuovi templi del consumismo.

I contorni dell’azione missionaria diventarono meno netti, meno facili da decifrare in modo univoco, e questo generava un certo spaesamento. Intanto la strada che era stata aperta stimolava la riflessione. Allora, abbandonato l’esagerato risalto dato alla Chiesa, si cominciò a parlare soprattutto di annuncio di Cristo. E Cristo, era unico salvatore, o salvatore di tutti gli uomini? Nel primo caso l’accento cade sull’esclusività (unico, via tutti gli altri), nel secondo caso, al contrario, sull’inclusività (nessuno è escluso dalla salvezza di Gesù, a meno che la rifiuti).

Una frase che cominciò a risuonare dopo il Concilio affermava che «forse non è necessario che tutti diventino cristiani, ma è necessario che a tutti sia offerta l’esperienza di Gesù». È più o meno quello che affermava Paolo VI quando scriveva «gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentirneri, grazie alla misericordia di Dio, ma potremo noi salvarci se trascuriamo di annunziare il Vangelo?» (En 80).

Non mancò chi disse: «Gesù va bene, ma il cristianesimo, come lo conosciamo, no, perché è troppo segnato dalla cultura occidentale. Se le prime comunità ebbero la saggezza di accettare che i Vangeli fossero quattro, e non uno solo, quattro buone notizie riferite a Gesù, come potremmo noi avere la pretesa di proporre un unico catechismo per tutti i continenti, le lingue e le culture? Annunciamo il Regno, questo ha fatto Gesù, e questo deve fare la Chiesa se vuole essere missionaria».

Speranze e delusioni

Più si rifletteva sulla missione, più questa diventava vera, ma anche, allo stesso tempo, evanescente. C’era perfino da scoraggiarsi. Ecco perché il papa nel 1990 parlò di uno «slancio indebolito».

Alcuni elementi del Concilio prendevano sempre più forma: in tutti i popoli ci sono i germi, i semi del Regno. Gesù l’aveva presentato così: un piccolo seme, che già si trova in ognuno, profondamente immerso nella cultura. Non è trasportato da fuori. Quando il missionario arriva, deve abbandonare i suoi programmi per scovare, difendere e aiutare quel seme a crescere. La Chiesa è chiamata a inculturarsi per diventare «chiesa negra, indigena, asiatica», con i propri modi di esprimersi, mantenendo come suo unico criterio la fedeltà al Regno di Dio.

Ovviamente nel dibattito c’era chi faceva l’avvocato del diavolo: «Non c’è il pericolo che, invece di un grande affresco, alla fine il Regno risulti un mosaico confuso, fatto di tanti piccoli pezzi separati tra di loro che perdono di vista l’insieme? Inoltre, il seme del Verbo, è seminato solo nelle culture o anche nelle religioni, che delle culture sono parte fondamentale?».

Un altro documento dello stesso Concilio, la Dichiarazione sulle relazioni della chiesa con le religioni non cristiane, Nostra Aetate, apriva all’incontro rispettoso con le varie realtà religiose. Ma la considerazione per esse era un mezzo utile o un fattore di confusione nell’impegno missionario? I teologi cercarono di destreggiarsi tra dialogo e missione, dialogo e annuncio, con il timore che il dialogo potesse diventare una strategia nuova e più raffinata di «conquista» delle persone. Che fare? Si doveva allora tacere riguardo alla superiorità della fede in Cristo per dialogare con tutti?

Si iniziò a considerare tutte le religioni come realtà che offrono salvezza. Non allo stesso modo, ma ognuna contiene gli elementi sufficienti per dare, in quella certa realtà e cultura, le risposte necessarie alle persone. Tutte le religioni sono strade di salvezza, come aveva sostenuto anche Paolo VI: «Gli uomini si potranno salvare anche per altre strade». Il problema della salvezza è un problema che lasciamo a Dio. Non diciamo che questa o quella religione sia la migliore, semplicemente ringraziamo Dio che, attraverso tanti mezzi e strumenti diversi, le persone incontrino risposte per realizzare se stesse.

Nuovi linguaggi e contenuti

Se ne è fatta di strada da quando il Concilio ha parlato di dialogo, di semi del Verbo, di inculturazione. Forse il cammino non piace a tutti. Forse si è andati troppo lontano o, forse, fuori percorso. Ma tant’è: la missione continua a essere il laboratorio di esperienze nuove, in cui certi esperimenti hanno fortuna e altri sono un disastro, alcuni sono accettati e altri no, anche se interessanti, come lo erano state le riduzioni gesuitiche del Sudamerica o il tema dei riti cinesi ai tempi di Matteo Ricci.

Il pluralismo religioso ci mette di fronte alla realtà: ai popoli non mancano le religioni, espresse in forme culturali, in strutture cultuali, in miti e dottrine, in esigenze morali, ma le diverse fedi puntano a un’unica meta: vivere il Regno, cioè la comunità fraterna in cui ci si trova tutti uniti, in un rapporto di intimità con l’unico Padre.

La Chiesa è il segno del Regno, ma finché essa dà risalto soprattutto alla dottrina, alla gerarchia, alla verità e non al Vangelo, sarà semplicemente una religione come le altre, forse più strutturata e organizzata delle altre. «Tra voi non sarà così», diceva Gesù: egli chiedeva qualcosa di diverso da un corpo ben ordinato. Non esigeva l’assenza di peccato, la sua pratica era di vicinanza proprio con i peccatori, ma voleva che i suoi fossero totalmente estranei a ogni forma di potere, di apparenza o di divisione in classi: «Voi siete tutti fratelli».

Ecco allora che la missione non porta la Chiesa ai popoli, ma avvia i popoli, con il colore vitale che ciascuno ha, verso una Chiesa che, superata la sua fisionomia religiosa, sia espressione del Regno, della famiglia di Dio: tutti figli, tutti fratelli.

Jonathan Sacks, gran rabbino della Gran Bretagna afferma: «La missione della religione è la speranza», così come Pietro scriveva in una sua lettera: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Lenire la sofferenza esistenziale degli esseri umani è sempre stato il grande affanno del Dio biblico, del Dio di Gesù e anche di quello di Muhammad, dei Veda e delle religioni attente alla realtà della persona umana. La missione è credere che la salvezza, la vita, la speranza sono aspirazione e diritto di tutti.

La primavera di Francesco

Un papa che viene dalla fine del mondo, dove la missione è la quotidianità, non poteva non mettere nei credenti lo spirito dell’«Andate a tutte le genti». Parole come «periferie, poveri, cultura dello scarto, sporcarsi le mani, odorare di pecore», sono entrate nel linguaggio ecclesiale. Certo, non è detto che siano diventate vita vissuta per i cristiani e neppure per i missionari: si richiede una profonda conversione, bisogna uscire dalle fortezze (conventi, parrocchie, strutture), per vivere in mezzo alla gente, per partecipare alla sua storia che è sempre, già, una storia di salvezza, dove si mescolano speranze e delusioni, eroismo e peccato, e dove, in ogni caso, il protagonista è lo Spirito, non l’individuo e neppure la chiesa, che non cerca la propria sopravvivenza, ma la capacità di servizio.

A noi è affidato il compito di portare a maturazione la presente primavera. La missione come speranza è compassione, non è indicare il cammino da compiere, ma camminare insieme.

Gianfranco Testa
Missionario della Consolata che ha operato in Argentina ai tempi della dittatura, poi in Italia, in Nicaragua e in Colombia; oggi è in Italia dove ha fondato l’Università del Perdono, per promuovere la prassi e la spiritualità del perdono soprattutto in realtà dilaniate dalla guerra o da tradizioni che esaltano la vendetta e la violenza.

Sul Concilio Vaticano II vedi il dossier «La Chiesa si scoprì tutta missionaria» (MC 10/2012) pubblicato in occasione del 50° dell’inizio dello stesso.

 




Natale e concilio

2015_12 MC Pagina_03Il Natale di quest’anno accade in un contesto tutto particolare, da un lato c’è il Giubileo della Misericordia, un’occasione per tutti di sperimentare l’amore personale, incondizionato e rigenerante di Dio, dall’altro c’è il circo mediatico che si nutre di notizie, di scandali che coinvolgono persone di Chiesa, di Vatileaks, di gossip e speculazioni su papa Francesco e di molto altro. Non entro nel merito delle varie notizie, spesso purtroppo vere anche se esagerate e fuori contesto; non mi interessa conoscere i particolari. Vorrei solo cercare di capire il senso di quanto sta succedendo. E forse il Natale, quello vero, mi aiuta a farlo.

La storia di cui facciamo memoria è, di per sé, un’anti-storia: quella del figlio di un povero senza terra – immagino Giuseppe dire a Maria (come fece mio padre con mia madre): «Ho solo queste braccia e il bene che ti voglio» – che, appena nato, viene rifiutato dai potenti ed esaltato dagli umili. Partorito durante un viaggio, in una casa non sua, subito cercato per essere ucciso e reso profugo, va poi a vivere nel villaggio più umile e nascosto di tutto Israele, Nazareth. Altro che Messia glorioso e vittorioso, atteso e temuto, altro che «Signore dei Signori, re della terra». La storia del Natale è piuttosto quella di un signor nessuno, ultimo degli ultimi, come cercheranno di dimostrare i suoi uccisori, esponenti di una strana alleanza politico-religiosa, facendogli subire il supplizio riservato agli schiavi-cose con l’inchiodarlo alla croce.

L’evento ricordato a Natale è stato l’inizio di una storia che continua ancora oggi: la contrapposizione tra la logica di Dio e quella degli uomini. L’azione di Dio è libera, gratuita, nascosta, periferica, rispettosa, inclusiva; quella degli uomini, anche di «religione», cerca invece successo, approvazione, potenza, visibilità, centralità, onori e ricchezze. L’uomo vuole impadronirsi di Dio per usarlo per i suoi scopi; invece Dio si offre alla libertà dell’uomo in maniere sempre nuove e non convenzionali.

Cinquant’anni fa il Concilio Vaticano II iniziava un faticoso cammino per liberare la fede dalle sovrastrutture religiose accumulate nei secoli, per restituire alla Chiesa, popolo di Dio, la missione di essere testimone non della potenza giudicante e selettiva di un Dio glorioso nei cieli, ma dell’amore di un Dio che si è fatto uomo e tutti accoglie con una preferenza spiccata per i poveri, i peccatori, gli emarginati e gli scarti, un Dio che disdegna i grandi templi e preferisce i cuori; testimone di un Dio che non parla in lingue auliche che hanno bisogno di interpreti, ma che comunica nel linguaggio comune perché tutti lo conoscano davvero come Padre misericordioso, Pastore buono che conosce ciascuno per nome, Fratello e amico che si fa pane spezzato. È stato un vento impetuoso, il Concilio, che ha disperso le nubi, aperto nuovi orizzonti, alimentato la speranza, ma ha anche creato scompiglio in chi ha visto i propri privilegi e le proprie sicurezze messi in discussione.

In questo mezzo secolo sembra però che quel vento abbia pian piano perso vigore, non solo perché noi uomini abbiamo la memoria corta e ci abituiamo a tutto, ma anche perché quelli a cui piace un Dio sonnacchioso che dall’alto dei cieli si accontenta di nuvole d’incenso, di belle chiese e di tante candele, sono corsi a chiudere porte e finestre, a tagliare ponti e innalzare barricate.

Poi è arrivato il ciclone delle dimissioni di Benedetto XVI, e il vento fresco di Francesco. «Poveri, scarti, emarginati, chiesa in uscita, chiesa ospedale, accoglienza, attenzione alla persona, povertà, trasparenza, sobrietà…»: le parole di sempre, dette in modo nuovo, sgravate dal vetusto «chiesese» dei documenti curiali, sono tornate in libertà. E non solo le parole, ma soprattutto i gesti di Francesco, spiazzano e confondono, oppure confortano e incoraggiano. La reazione dei custodi della tradizione, riluttanti alleati di terremotatori gongolanti, non si è fatta attendere, come abbiamo visto in questi ultimi mesi, prima, durante e dopo il Sinodo sulla famiglia. Il paradigma del Natale si è ripetuto.

Ma il Natale, storia di libertà e gratuità, di semplicità e incontro, non si lascia ingabbiare. Nemmeno dagli scandali che periodicamente scuotono la Chiesa. Come il primo Natale non è stato fermato dalle violenze di Erode o dall’ipocrisia dei custodi del «Tempio e della Legge», così anche il cammino iniziato anni fa dal Concilio e galvanizzato oggi dal carisma di Francesco, non sarà fermato. Anzi, come la storia sacra ci insegna, questi scandali e le sofferenze a essi legate, nelle mani di Dio stanno diventando un’occasione di grazia e rinnovamento, un pungolo a continuare il cammino per la confusione dei «beffardi» e la consolazione e dei «miti e puri di cuore».

Buon Natale. E che il 2016 sia davvero l’anno della misericordia.

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Buona lettura.




Chiesa, dialogo contro terrore

Laurent Lompo, il
primo vescovo nigerino della storia

Giovanissimo, ma già
sperimentato. La sua parola d’ordine è «dialogo interreligioso», non
raccontato, ma applicato. È la nuova guida della piccola comunità dei cattolici
nella diocesi di Niamey. Con approccio «missionario».

1. Intervista con mons. Laurent Lompo

Niamey. Monsignor Laurent Djalwana Lompo è il nuovo arcivescovo
dell’arcidiocesi di Niamey. È il primo vescovo del Niger di nazionalità
nigerina ed è stato intronizzato dal cardinale Philippe Ouedraogo (del Burkina
Faso) il 14 giugno scorso. Originario di Makalondi, 100 Km a Ovest della
capitale, è nato nel 1967. Dopo la scuola primaria nella città natale, il
collegio a Say e il liceo a Niamey, ha passato dieci anni di seminario in
Burkina. È stato ordinato prete nel 1997, e in seguito ha lavorato un anno alla
parrocchia St. Gabriel a Niamey. È stato poi responsabile al foyer Samuel, dove ci si occupa dei giovani che
vengono per maturare la loro vocazione.

Dopo una fase di studi in Francia è rientrato nel 2003, e monsignor Michel
Cartateguy, arcivescovo di Niamey, lo ha nominato vicario generale. Ruolo che
ha ricoperto per dieci anni. Nel 2013 papa Benedetto ha nominato mons. Lompo
vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Niamey e dall’11 ottobre 2014, è stato
chiamato a sostituire mons. Michel.

In Niger, paese a maggioranza
musulmana, i cristiani sono un’esigua minoranza: si parla di alcune decine di
migliaia di persone su 17 milioni. Le diocesi sono due, quella metropolitana di
Niamey e quella di Maradi, il cui pastore è monsignor Ambroise Ouedraogo (cfr.
MC settembre 2007).

Il 29 giugno scorso mons. Lompo era
a Roma per concelebrare la messa con papa Francesco, durante la festa dei santi
Pietro e Paolo. In quell’occasione il santo padre ha benedetto il palio per i
46 arcivescovi metropoliti nominati nell’anno. L’insegna ecclesiastica di lana
bianca «è simbolo del pastore che sente l’odore del gregge e ne porta il peso,
facendo l’unità della Chiesa», ci racconta monsignor Lompo, che incontriamo nel
suo ufficio, a ridosso della sobria cattedrale di Niamey, in pieno centro città.

«Voglio continuare la missione di
mons. Michel, che ha molto operato per questa diocesi, e ha vissuto il suo
motto “Che lui diventi più grande e che io diminuisca”, spingendo il clero
diocesano a prendere le sue responsabilità. Penso sia in questa linea che papa
Francesco mi ha nominato arcivescovo».


Che sentimento prova, in quanto nigerino, a ricoprire questo ruolo
importante per la Chiesa cattolica, in un paese in cui i cattolici sono una
minoranza?

«In un paese in cui il 98% della
gente è musulmana, per me è una gioia, un onore, sapere che la comunità
cristiana ha fatto il suo cammino, è arrivata a maturità. È anche un dovere,
quello di mettere le basi per consolidare il dialogo interreligioso in questo
paese. Gli avvenimenti del 16 e 17 gennaio scorso (manifestazioni anti
cristiane, vedi box, ndr) ci danno ancora l’occasione concreta per
affermare che il dialogo interreligioso è di una importanza capitale. E non
deve restare solo a livello della gerarchia, ovvero dei responsabili e leader
religiosi, ma deve partire dalla base e andare fino in cima. Perché gli eventi
che si sono prodotti hanno mostrato che la gioventù è molto coinvolta. Quindi
vogliamo fare in modo che il dialogo sia vero e sincero. Siamo in un paese
laico, le autorità politiche devono tenere conto del rispetto delle minoranze.
I cristiani hanno il loro posto. Preghiamo affinché questo impegno possa essere
concreto, e noi cristiani possiamo intenderci con i musulmani e continuare la
missione in Niger».

Nella pratica, quale programma avete con i capi religiosi musulmani?

«Siamo rimasti molto stupiti delle
manifestazioni di gennaio. Viste le relazioni che abbiamo, non avremmo mai
immaginato che in Niger si sarebbero potuti produrre degli eventi simili. Noi
stiamo continuando quanto faceva mons. Michel Cartateguy: il dialogo
interreligioso, a tutti i livelli. Il programma sul quale abbiamo riflettuto si
chiama “Vivere insieme”, e tiene conto della formazione della gioventù di oggi.
Una gioventù sbandata, che ha bisogno di contatto tra cristiani e musulmani.
Contiamo di mettere in opera un programma, con il supporto di partner interni
ed estei, affinché possiamo formare i giovani alla tolleranza, al rispetto
mutuo, alla conoscenza dell’altro. Perché quando conosci qualcuno lo rispetti.
Questo rispetto, pensiamo si possa avere se ciascuno è radicato nella sua fede:
i cristiani nella propria fede e così i musulmani. Insieme possiamo coltivare
la pace di cui il Niger ha bisogno oggi».

Vi cornordinate con i leader musulmani?

«Lavoriamo con tutti gli strati
sociali. Abbiamo diverse scuole cattoliche, nelle quali la maggioranza degli
studenti sono musulmani. La formazione mette l’accento sul vivere insieme, e
questo per ogni ordine e grado di scuola. Lo stesso accade nelle attività come
la Caritas, in cui lavoriamo con i musulmani. Anche a livello dei nostri
dispensari cerchiamo la collaborazione con gli altri.

Abbiamo una Commissione nazionale di
dialogo interreligioso che raggruppa musulmani e cattolici a livello di diocesi
di Maradi e di Niamey, insieme costituiscono la commissione interdiocesana, di
cui monsignor Ambroise Ouedraogo è cornordinatore. Alla mia intronizzazione c’è
stato un gran numero di musulmani presenti. Penso che la Commissione permetta
di avvicinarci ulteriormente e di togliere le paure e le incomprensioni dovute
agli eventi del 16 e 17 gennaio scorso. In quei giorni, in seguito alle
caricature del profeta Maometto uscite su Charlie Hebdo, c’è stata una reazione a livello internazionale, che
in altri paesi si è potuta contenere, ma in Niger purtroppo no. C’era un certo
numero di giovani infiltrati, e la gioventù sbandata è una porta aperta agli
attacchi, ai saccheggi e alla profanazione che abbiamo vissuto nelle nostre
diverse chiese. Ci siamo visti con le spalle al muro. Hanno bruciato tutto. Non
accusiamo la comunità musulmana, ma c’è stata una intromissione dall’esterno.
La tattica secondo noi è quella di Boko Haram. Il modo con cui hanno attaccato
le chiese era pianificato, si erano organizzati per bruciare. Stiamo lottando
contro questo nemico comune, che sia cristiano come musulmano. Boko Haram è un
nemico di tutti».

In Niger l’islam è stato sempre molto tollerante. Queste infiltrazioni
riescono a influenzare e radicalizzare i musulmani comuni?

«Oggi non possiamo non parlare di
radicalizzazione, quando vediamo il comportamento esteriore, l’abbigliamento,
le reazioni, penso che l’islam si stia radicalizzando poco a poco in un paese
in cui è stato sempre tollerante. L’influenza estea ha un peso, e noi nel
dialogo interreligioso lo diciamo. Non credevamo che sarebbe potuto succedere,
ma il fatto che ci sia questa radicalizzazione può avere un effetto negativo.
Durante gli assalti a Zinder c’erano delle persone con la bandiera di Boko
Haram, che gridavano parole d’ordine tipiche del gruppo. Queste cose hanno buon
gioco con la grande massa.

Al momento non abbiamo preoccupazione
perché non crediamo che possano capitare ancora questi fatti. Quando
incontriamo i musulmani, le associazioni, i leader politici, tutti condannano
quello che è successo. E penso che delle disposizioni siano state prese. Per
questo diciamo, rispetto a quello che è successo: occorre che lo freniamo con
il dialogo, il mutuo rispetto e il rispetto delle minoranze. Se continuiamo a
operare, cristiani e musulmani insieme, in questa direzione possiamo fermare
questo fenomeno».

Collaborate con altre chiese sorelle in altre parti del mondo?

«In Niger ci sono cattolici ed evangelici. Collaboriamo e
vogliamo impostare l’ecumenismo, affinché tra cristiani ci possiamo conoscere
ancora meglio e lavorare insieme di più.

A livello regionale facciamo parte
della Conferenza episcopale Burkina Faso – Niger e lavoriamo con le chiese
sorelle del Burkina e del Benin. All’intronizzazione c’erano cinque vescovi del
Benin.

Collaboriamo anche con l’Europa, ad
esempio con le diocesi italiane di Lodi, Belluno, Milano e Genova, delle quali
abbiamo dei missionari qui con noi. Recentemente ho fatto un viaggio
nell’ambito di questa collaborazione per rinforzare la cooperazione missionaria
e allo stesso tempo presentare i progetti di ricostruzione per le nostre
chiese.Ho avuto un’accoglienza calorosa e
sono tornato con un’immagine molto bella della chiesa italiana».

Ci sono anche dei missionari di ordini religiosi?

«Sì, ci sono i padri Bianchi, i
Redentoristi, la Società delle missioni africane oltre ai sacerdoti fidei donum, sia dell’Italia che della Francia. Inoltre
abbiamo molte altre congregazioni religiose che vengono dal Benin, Togo,
Burkina Faso, ma anche da Canada e Francia. La maggior parte delle
congregazioni lavorano nelle scuole e nei dispensari. È una fetta importante
della cooperazione missionaria».

Quali sono le sfide maggiori che sente e qual è il suo programma per i
prossimi anni?

«Portiamo avanti la visione che
recita: “Tutti sono missionari in una chiesa famiglia che testimonia l’evangelo
nella realtà del Niger”. Vivere la parola di Dio nel Niger di oggi ha come
sfide, prima di tutto, il dialogo interreligioso, la formazione dei nostri
cristiani alla cultura della tolleranza, la formazione dei cristiani ad avere
una fede solida e a radicarsi ancora di più nella Parola. Perché quando si è
forti a livello spirituale, si regge meglio davanti alle prove. Vogliamo
sviluppare la Caritas diocesana, come servizio ai più poveri del paese, che
sono molti. Mettere l’accento sulla responsabilizzazione. I missionari ci danno
uno stimolo esaltante e dobbiamo fare in modo che tutti i preti, i religiosi, i
laici, ad ogni livello, possano essere responsabili. Una chiesa che poco a poco
prenderà se stessa in carico. È il nostro programma. Noi abbiamo bisogno delle
chiese straniere, ma dobbiamo prima di tutto contare sulle nostre forze. Le
altre vengono a complemento».

In Niger molti cattolici sono di origine straniera. Avete una pastorale
per la diffusione del cattolicesimo?

«È vero, molti cattolici vengono da
altri paesi, ma molti cristiani nelle parrocchie di campagna sono autoctoni.
Prendo il caso di Dogon Doutchi, in zona haussa (prima etnia per numero,
presente anche in Nigeria, ndr) oppure la
zona sonrai: entrambe hanno molti cristiani. Un centro importante è Makalondi,
che raggruppa le parrocchie di Makalondi, Bomanga, Torodi e Kankani. Non posso
dire che si tratta del polmone dei cristiani nigerini, ma in quella zona sono
tutti nazionali. Quest’anno su 400 battesimi, oltre 150 sono stati di persone
originari di quella regione. Lì la gente ha sete di fede, le chiese sono piene
e quando sono stato in visita pastorale, mi hanno detto: “Siamo in
soprannumero, non è che potete trovare i mezzi per costruire altre chiese?”.
Conteremo sulla partecipazione locale per poter costruire luoghi di culto in
queste regioni, dove il cristianesmo avanza rapidamente in numero e qualità.

Penso anche, in questa prospettiva,
alla promozione delle vocazioni, perché il clero diocesano è una necessità.
Abbiamo una pastorale vocazionale. A livello del seminario maggiore ci sono
nove seminaristi, e altri tre stanno facendo l’anno propedeutico. Altri giovani
sono al foyer
Samuel dove si
preparano fino all’esame di maturità.

I missionari sono venuti in passato,
ma adesso vediamo la rarità di quelli che vengono dall’Europa. È il nostro
tuo di fare uno sforzo missionario affinché le comunità comprendano
l’importanza della missione oggi in Niger. Facendo la promozione delle
vocazioni preghiamo ogni giorno e ci mettiamo in opera affinché ci sia un
accompagnamento a livello delle parrocchie. Nella diocesi di Niamey ci sono
circa 45.000 cattolici. La maggioranza si trova della zona di Makalondi. E ogni
anno aumentano».

Come concilia la sua cultura e tradizione africana con la spiritualità
cattolica?

«A livello della nostra diocesi
crediamo molto nello sforzo dell’inculturazione: partire dai valori positivi
delle nostre culture e li leggiamo alla luce del Vangelo che viene a
purificarli in modo che possiamo comprenderli. Un impegno importante è la
traduzione della Bibbia nelle diverse lingue del Niger. Il giorno della mia
intronizzazione abbiamo fatto la processione delle offerte, e hanno partecipato
tutte le etnie del paese nel loro vestito tradizionale, per mostrare
l’universalità. Il Vangelo è venuto per tutte le etnie, non per una sola, tutte
hanno la possibilità di aprirsi al Vangelo. Abbiamo anche utilizzato il griot (importante figura del cantastorie in Africa
dell’Ovest, ndr). Nel paese gourmanché (altra etnia
presente in Niger e Burkina, ndr), il messaggio
trasmesso dal griot diventa un messaggio popolare,
ascoltato da tutto il mondo. Per questo anche il testo che ratifica che sono
diventato arcivescovo e stato tradotto in lingua locale e letto, in modo tale
che tutti potessero comprendere meglio. Prendiamo quello che è positivo nelle
nostre culture e vediamo come si inserisce nel Vangelo. Facciamo questo sforzo
in modo che la Parola prenda più forza nelle nostre culture, perché sappiamo
che il Vangelo entra nella cultura e la purifica, così la nostra fede diventa
solida».

Marco Bello


2. La situazione

A pochi mesi dalle
elezioni, il Niger deve fare i conti con Boko Haram

Stretto tra due
fuochi

Un paese tra i più poveri al mondo si vede costretto a
combattere una guerra. E a vegliare sulla propria sicurezza intea. Un governo
che in oltre quattro anni è riuscito a realizzare infrastrutture e promuovere
l’agricoltura. Una società che tende a islamizzarsi sempre di più a causa di
infiltrazioni e influenze estee.

Niamey. È un torrido
pomeriggio di fine giugno, le piogge stagionali sono in ritardo, e
dall’aeroporto internazionale di Niamey, Diori Hamani, vediamo uno strano
velivolo decollare e dileguarsi rapidamente. È un drone militare,
verosimilmente Usa (non ne esistono altri nella regione). È pilotato da
qualcuno dietro a dei monitor, molto lontano dal caldo e dalla sabbia del
Niger. Si alza in missione verso Est, per ricognizione o per sparare contro gli
uomini di Boko Haram, con i quali è ormai guerra aperta dal febbraio scorso.

Qualche settimana fa, sulla pista del piccolo aeroporto
di Zinder, seconda città del paese, a 900 km a Est della capitale, due caccia
bombardieri Sukhoi, di fabbricazione russa e con insegne nigerine, erano
parcheggiati in attesa di decollo. Sempre all’aeroporto di Zinder, il 24
giugno, una quindicina di militari francesi, facevano una rapida sosta, per
ripartire con il loro turboelica alla volta di Diffa, città a 460 km più ad
Est, zona di guerra.

Paese saheliano con territorio in gran parte desertico, tra i più
poveri del mondo, il Niger è ormai da alcuni anni stretto in una morsa di
guerra. A Nord imperversano i jihadisti di Aqmi (Al Qaida nel Maghreb
islamico, cfr. MC luglio 2012) e vari altri gruppi, attivi in Mali, contro i
quali è in corso una guerra che ormai dura da marzo 2012, con l’intervento
della Francia nel gennaio 2013 (operazione Barckhane) e della successiva
Missione di stabilizzazione delle Nazioni unite (Minusma).

A Sud Est, nella confinante Nigeria, opera da metà anni
‘90 la setta, gruppo integralista Boko Haram (cfr. MC luglio 2012). Questa ha
di fatto cambiato il livello del conflitto, quando nel febbraio scorso, ha
attaccato la città nigerina di Diffa e cominciato incursioni in diversi
villaggi lungo il confine. Oltre al Niger e alla Nigeria sono coinvolti nella
guerra Ciad e Camerun, tant’è che militari nigerini e ciadiani controllano
alcune città in Nigeria, nello stato del Boo (Nord Est), dopo averle
sottratte a Boko Haram. È del luglio scorso la creazione di una nuova
coalizione militare per combattere i terroristi: la Forza d’intervento
multinazionale
, della quale fa parte, oltre ai quattro paesi citati, anche
il Benin, confinante con la Nigeria a Ovest.

Il Niger, è da sempre patria di un islam tollerante, ma qualcosa
sta cambiando. Il paese ha vissuto alcuni avvenimenti mai visti il 16 e 17
gennaio scorso. In seguito all’attentato al settimanale satirico Charlie
Hebdo
a Parigi e alla reazione del mondo contro l’accaduto, a Zinder e
Niamey si sono verificate due violente manifestazioni, rapidamente degenerate,
contro la minoranza cattolica. Chiese e case parrocchiali sono state attaccate
e incendiate, così come scuole cattoliche. Le forze dell’ordine sono riuscite a
intervenire troppo tardi. Monsignor Ambroise Ouedraogo, vescovo di Maradi,
diocesi di cui fa parte anche Zinder, ci racconta: «Qualche giorno prima degli
eventi, padre Léo (missionario d’Africa, originario della Rdc, da anni nel paese,
ndr) aveva mandato una lettera al prefetto per chiedere protezione.
Erano state mandate due camionette di gendarmi. Ma quando c’è stato l’attacco
nessuno ha fermato gli assalitori. Solo la Guardia nazionale, in seguito, è
intervenuta per fermare i manifestanti quando questi hanno tentato di attaccare
l’altra scuola cattolica. A Niamey sono state bruciate sei chiese su otto, di
cui una inaugurata pochi mesi prima. I preti e le suore hanno abbandonato
Zinder per paura. Andiamo a celebrare la messa ogni due settimane da Maradi
(230 km). Ma la chiesa è stata completamente bruciata, come la scuola e i
locali parrocchiali. La celebrazione si effettua sotto una tettornia».

Secondo un professore dell’Università di Niamey, che ha chiesto di
mantenere l’anonimato: «I partiti politici di opposizione hanno usato il
pretesto di Charlie Hebdo per tentare di destabilizzare il paese e i
cristiani sono stati le vittime innocenti della manovra. Diversi esponenti di
questi partiti sono stati riconosciuti durante le violenze e poi arrestati. Gli
studenti del campus di Niamey hanno testimoniato che elementi dei partiti di
opposizione sono andati dalle associazioni studentesche per convincerle a
partecipare massivamente alle manifestazioni, ma queste si sono rifiutate».
Un’analisi, questa, condivisa anche in ambito ecclesiale. Sta di fatto che
membri di Boko Haram erano infiltrati tra i manifestanti e i metodi usati sono
stati quelli della setta nigeriana.

«È certo – ci dice ancora mons. Ouedraogo – che membri
di Boko Haram sono in mezzo a noi».

Il governo di Issoufou Mahamadou è giunto ormai al suo quinto anno
e, a inizio 2016, si terranno le elezioni. Mahamadou, del partito Pnds (Partito
nigerino per la democrazia e il socialismo), oppositore storico dei regimi
succedutisi a partire dagli anni ’90, è arrivato finalmente al potere grazie
alle elezioni del gennaio 2011, che misero fine a 13 mesi di governo di
transizione della giunta militare (cfr. MC giugno-luglio 2011). È stato come se
i nigerini avessero chiesto una svolta, affidando la guida del paese a chi non
l’aveva mai avuta.

L’anno prossimo Mahamadou potrebbe vedere confermata
questa fiducia, oppure potrebbero tornare alcuni falchi del passato, come il
potente ex primo ministro Hama Amadou. Per questo, la campagna elettorale è, di
fatto, già cominciata e il tema «sicurezza contro il terrorismo» è cruciale.

Il governo ha ingaggiato una guerra a trecentosessanta
gradi contro il terrorismo islamico, sul fronte Sud Est e su quello Nord,
intervenendo con il pugno di ferro. Dopo gli attentati a Bamako (capitale del
Mali, a marzo) e a Ndjamena (capitale del Ciad, giugno e luglio), i servizi
segreti – molto efficienti in Niger – mantengono l’allerta alta. La nostra
fonte universitaria: «Si tratta di una guerra “asimmetrica”, un esercito contro
singoli attentatori incontrollabili che si mischiano alla popolazione. Il
governo ha sensibilizzato la popolazione dicendo che se si osserva qualcuno di
sospetto si deve subito avvisare il capo quartiere. Adesso la gente è più
tranquilla, non c’è la fobia che si è avuta subito dopo gli eventi di gennaio.
Penso che il governo sia stato bravo ad assicurare la sicurezza, in un paese
povero, senza mezzi, stretto tra Libia, Mali e Nigeria».

Ma nell’Est, vicino alla frontiera con lo stato nigeriano di Boo,
gruppi di Boko Haram attaccano direttamente i villaggi. È della notte tra il 17
e 18 giugno uno dei peggiori massacri, compiuto nei villaggi Lamana, Boulamare
e Goumao, a circa 50 km da Diffa. Trentotto civili uccisi, di cui 10 bambini,
tre feriti, un centinaio di case bruciate, così come i granai e alcune auto. Un
attacco peggiore era avvenuto solo sull’isola Karamga nel lago Ciad, ad aprile,
con 74 morti tra civili e militari. Gli attacchi sulle isole hanno anche creato
oltre 30.000 sfollati interni, sempre all’estremo Est del paese.

Ci confida una personalità vicina al primo ministro: «Molti
membri di Boko Haram che agiscono sulla frontiera sono ormai nigerini, non
nigeriani. Molti nostri giovani hanno ingrossato le fila dei miliziani. Li
conosciamo e la gente del posto sa chi sono».

Intanto si osservano evidenti cambiamenti nella società nigerina.
Secondo monsignor Ouedraogo «assistiamo a una certa radicalizzazione islamica,
che avviene poco a poco. Ad esempio nel 2001 erano ancora molte le donne che
non portavano il velo. Oggi sono tutte velate». Secondo il professore
universitario «si assiste a una “islamizzazione” piuttosto che a una
radicalizzazione. La gente è più islamizzata a causa della povertà crescente.
Non è tanto dovuto al fatto che abbiano paura dei gruppi radicali. Quella è
stata palpabile dopo gli avvenimenti del 16 e 17 gennaio e l’entrata di Boko
Haram in Niger a febbraio».

E mentre il governo impone regole più stringenti sulle
prediche nelle moschee, in particolare quelle, sempre più diffuse, realizzate
da imam mediorientali, la chiesa cattolica incontra i leader islamici grazie
alla Commissione per il dialogo interreligioso, che ha lo scopo di
sensibilizzare e promuovere dialogo e tolleranza.

Marco Bello


Tag: missione, terrorismo, dialogo

Marco Bello




2 Istituti, 1 Missione


Stesse domande, due intervistati: la superiora e il superiore generali delle missionarie e dei missionari della Consolata, eredi, insieme, del beato Giuseppe Allamano.

Suor Simona Brambilla è brianzola, cinquant’anni, infermiera e psicologa, a fine anni Ottanta sceglie la missione ad gentes e diventa missionaria della Consolata. Nel 2011 è eletta superiora generale. I suoi modi tranquilli e un’apparente timidezza incuriosiscono i suoi interlocutori, almeno quanto la luce, la gioia e l’entusiasmo che ha negli occhi quando racconta della missione e del suo Istituto.

Padre Stefano Camerlengo, marchigiano Doc ma cittadino del mondo, cinquantanove anni, ordinato sacerdote il 19 marzo del 1984 a Wamba, Congo RD, nel 2011 è eletto superiore generale dei missionari della Consolata. Ciò che colpisce di padre Stefano è l’entusiasmo irrefrenabile, l’amore, la dedizione alla missione, e un’apertura mentale plasmata dal pensiero del beato Allamano.

Quando ha scelto di diventare missionario/a? Cosa l’ha spinto/a a lasciare tutto per dedicarti a Dio e alla missione? E perché proprio in questo Istituto?

SUOR SIMONA – Ho deciso quando avevo circa 22 anni e lavoravo come infermiera professionale in un ospedale. Il contatto coi malati ha suscitato in me una serie di domande sul senso della vita e della sofferenza. Da lì è iniziato il mio avvicinamento al Signore e il progressivo e intenso desiderio di consacrarmi a Lui. Ero indecisa tra la clausura e la missione ad gentes. Ho conosciuto i Missionari della Consolata e, dopo un cammino di accompagnamento spirituale con uno di loro, ho chiesto di conoscere le Suore Missionarie della Consolata. A 23 anni sono entrata nel mio Istituto e… eccomi qua. Da allora sono passati, velocissimi, altri 27 anni!

PADRE STEFANO –  La storia della mia vocazione è molto semplice e molto «umana». Ancora molto giovane ho sentito la necessità di condividere la mia vita con i più poveri, da questa spinta iniziale è nato tutto il resto. Sono stati i poveri che mi hanno portato a Gesù, e poi è stato Gesù che mi ha riportato ai poveri. Per questo dono ringrazio in primo luogo il Signore che mi ha fatto «degno» di questa «sublime vocazione», come la chiama il nostro fondatore, il beato Giuseppe Allamano. In secondo luogo, ringrazio i miei confratelli missionari che mi hanno aiutato e plasmato sulle orme della missione, e infine ringrazio tutte le persone che ho incontrato finora nella mia vita che mi hanno aiutato a essere quello che sono, senza dimenticare la mia famiglia che con la sua presenza e vicinanza mi ha insegnato i valori che contano e che non si dimenticano più. Ho scelto l’Istituto dei Missionari della Consolata perché sono stati i primi missionari che ho incontrato sulla mia strada e che, ora, amo come la mia vera famiglia.

Mi racconti l’emozione più grande che ha provato girando il mondo e incontrando tante realtà in questi anni.

SUOR SIMONA – C’è un’emozione che provo tante volte visitando i nostri posti, i nostri popoli: è quella di sentirmi accolta, di ricevere tantissimo. Questo mi fa sentire piccola davanti a tanta gratuità. L’emozione di arrivare alla missione di Arvaiheer in Mongolia e trovare donne, vestite col bellissimo abito tradizionale, che ci offrono la loro bevanda tipica e la sciarpa blu in segno di accoglienza. Di arrivare a Vilacaya, Bolivia, e trovare i rappresentanti del popolo indigeno che ci ornano con pannocchie di mais e un aguayo (panno tipico boliviano, coloratissimo) in segno di benvenuto; di arrivare a Gibuti e trovare i ragazzi del centro di alfabetizzazione di Ali Sabieh coi loro maestri che per dimostrare l’amore verso le nostre sorelle ci decorano le mani con impasto di henna… e tanti, tanti gesti di accoglienza che ci fanno sperimentare come la missione è davvero uno scambio, è un dare e un ricevere.

PADRE STEFANO –  In questi anni di servizio all’Istituto, in cui mi trovo a visitare tanti paesi, tante comunità e tanti missionari, la cosa che più mi emoziona è la forza della debolezza. Mi meraviglia sempre e mi fa cadere in ginocchio a ringraziare, vedere che piccoli uomini in posti sperduti e difficili, con pochi mezzi, tra tantissimi problemi, possono cambiare la storia di un popolo, di un gruppo, sono riferimento e segno di speranza per tanti, sono luci accese in mezzo alla notte del mondo. Un’altra emozione forte te la danno sempre i bambini. Lo sguardo dei bambini, la loro gioia di vivere, la loro pura bellezza sono sempre e ovunque un’emozione fortissima che ti riempie il cuore e ti fa camminare.

Infine, mi piace ricordare che, come missionario, mi sento sempre a casa sua dovunque sia e dovunque vada. Che spettacolo poter trovare sempre delle persone amiche che ti accolgono, ti fanno trovare il calore di una famiglia. Che dono grande l’organizzazione e lo spirito missionario.

Come vede il futuro dell’Istituto. Quali sono secondo lei i punti di forza e quali, qualora ci fossero, le debolezze?

SUOR SIMONA – Un punto di forza è senza dubbio la vivacità del nostro carisma, la missione rivolta ai non cristiani nel segno della Consolazione. L’identità nostra, il nostro Dna è vivo, originalissimo, e chiede di esprimersi oggi in forme nuove, diverse. È sempre se stesso e proprio per questo capace di rinnovarsi, di rivelare aspetti inediti a seconda delle epoche, delle culture, delle circostanze. Un altro aspetto di forza è la passione missionaria che davvero non ci manca.

Di debolezze ne abbiamo. Una è rappresentata dalle quotidiane sfide della vita comune, che chiamano ciascuna di noi a uscire da se stessa, verso la «mistica dell’incontro», vissuta non solo con l’altro là fuori, ma prima di tutto, con la sorella dentro casa nella fruttuosa convivialità delle differenze.  Siamo in cammino, un cammino non facile ma che assolutamente vale la pena di percorrere. Non si può pensare la missione se non a partire dalla comunione.

Il futuro dell’Istituto? Lo immagino luminoso. Dico luminoso, non grandioso. Stiamo diminuendo numericamente, ridimensionando e ridisegnando le nostre presenze, in vista di un rilancio secondo il fine specifico dell’Istituto che è la missione ad gentes nel segno della Consolazione. Per il futuro vedo un Istituto piccolo, umile, gioioso di essere ciò che è chiamato ad essere, impegnato a «fare bene il bene, senza rumore».

PADRE STEFANO –  Personalmente non sono eccessivamente preoccupato per il futuro dell’Istituto, sono più attento alla qualità dell’Istituto. Mi guida una frase della grande santa Edith Stein, Benedetta della Croce: «Noi spesso non sappiamo dove Dio ci conduce. Ma sappiamo che è Lui a condurci. E questo ci basta!». L’Istituto è opera di Dio, è nelle sue mani. Era questa la certezza dell’Allamano e sulla sua scia anche la nostra. I punti di forza della nostra famiglia missionaria sono diversi. Prima di tutto la persona dei missionari. Nelle nostre Costituzioni diciamo chiaramente che «la persona del missionario è il primo bene dell’Istituto», la meraviglia più grande è incontrare questi testimoni, e vederli vivere e lavorare con gioia e generosità nei luoghi più sperduti e difficili dell’umanità. Legata alle persone c’è anche la ricchezza dell’interculturalità: appartenere a diversi popoli e culture e cercare di essere segno insieme della comunione e della solidarietà universale, vivendo e servendo insieme la missione, è un grande messaggio per la nostra società oggi. L’Allamano parlava di «spirito di famiglia».

Certamente siamo umani e, grazie a Dio, non siamo perfetti. Abbiamo anche noi le nostre difficoltà e i nostri problemi a essere fedeli alla grande vocazione che Dio ci ha donato. Anche noi combattiamo ogni giorno con le nostre piccole e grandi infedeltà e fragilità, con il nostro individualismo che rende, a volte, dura la vita comunitaria, con una mancanza di spiritualità forte, per cui ci lasciamo prendere dai modi e dai ragionamenti del mondo. Inoltre, facciamo fatica ad aprirci e accogliere il nuovo, il rinnovamento…

Si parla di crisi di vocazioni, secondo me dovremmo parlare di crisi di valori e d’identità in Europa. Cosa ne pensa?

SUOR SIMONA – Sì, la crisi di vocazioni mi sembra un segno, un aspetto di qualcosa di molto più vasto. E non solo in Europa. Certamente questo fenomeno ci fa pensare. Che cosa stiamo proponendo? Il Vangelo è bello. Il nostro carisma, intuito e accolto dal Fondatore, il beato Giuseppe Allamano, e poi trasmesso a noi, è un tesoro inesauribile; la vocazione a essere Missionaria della Consolata è vocazione alla gioia. E allora, perché il calo vocazionale? Al di là di tutte le analisi sociali, credo che occorra chiedersi: che cosa proponiamo? Che cosa si vede e si legge sui nostri volti, nei nostri rapporti, nelle nostre scelte concrete? Non si tratta di colpevolizzarci. Ma di responsabilizzarci e di risvegliarci, sì. Non saremo mai, credo, un istituto dai grandi numeri e sono convinta che il discernimento vocazionale debba essere un processo molto serio, approfondito e esigente in tutte le sue fasi: «La porta stretta per entrare e larga per uscire» diceva l’Allamano. Per questo non spero in grandi numeri, ma nel coltivare in profondità la chiamata di quelle giovani donne che portano nel loro cuore «il Dna della Consolata», donne a cui possiamo proporre una vita che è davvero bella e intensissima. Non ho detto facile, ho detto bella, che è molto diverso.

PADRE STEFANO –  Circa la crisi vocazionale in Europa non ho molte letture sociali e psicologiche da fare, ma appare evidente la crisi di valori che blocca ogni ideale e sogno. Soprattutto, per me, c’è una crisi della gratuità e della donazione: siamo in una società dove tutto ci è dovuto e in cui io non devo niente; senza la gratuità non si capisce la vocazione, la donazione, l’attenzione all’altro. L’assenza di gratuità provoca anche una mancanza di amore verso i poveri, gli ultimi, gli esclusi. Quando si è troppo piegati su se stessi non si può più dare spazio agli altri; quando i miei problemi sono più grandi e importanti di tutto, non posso chinarmi sulle sofferenze degli altri; quando si perde la compassione non ho più passione per la vita e per la fede e vivo male.

Quali sono le realtà del suo Istituto che secondo lei hanno bisogno di maggiore attenzione e sacrificio?

SUOR SIMONA – Accennavo prima al processo del ridisegnare le presenze. Siamo un Istituto con «lavori in corso», in ristrutturazione, in ripensamento, proprio per essere fedeli nell’oggi al dono originario e originale che abbiamo ricevuto più di 100 anni fa. In questo processo abbiamo riscoperto come fondamento biblico l’icona evangelica della vite e dei tralci. Ogni vite che voglia produrre buon vino ha bisogno di molte cure, tra cui la potatura. Ecco, occorre saper potare i tralci giusti e curare i germogli giusti. La vite potata piange, ma il pianto della vite è preludio a nuovi tralci, a nuovi grappoli, a vino nuovo.

PADRE STEFANO –  Ce ne sono diverse perché siamo sempre in cammino e dobbiamo cercare di migliorare, di andare avanti. Ma posso fermare la mia attenzione su tre aspetti che oggi sono più urgenti.

La formazione:

oggi più di ieri siamo chiamati a curare la formazione dei nostri giovani missionari per ben preparare l’avvenire. Senza una buona formazione non possiamo realizzare una buona missione. I giovani di oggi sono molto più preparati di noi di ieri, ma sono anche figli del loro tempo, per cui dentro di sé vivono profonde contraddizioni e fragilità.

Inoltre, c’è tutto un cambiamento sociale che necessita di introspezione e comprensione. In poche parole, oggi dobbiamo studiare molto per capire come funziona la realtà e che cosa possiamo fare per cambiarla o migliorarla. Anche i cambiamenti della teologia e della prassi missionaria meritano grande attenzione e riflessione e tutto questo rientra nella formazione che oggi preferiamo chiamare continua. Continua appunto, per significare che non ci si dovrebbe fermare mai, che lo studio, la riflessione, l’approfondimento dovrebbero essere il nostro pane quotidiano e la base su cui fondare tutto il nostro servizio alla gente nella missione.

La vita comunitaria:

è chiamata a essere il segno più importante e profetico della missione di domani. Le nostre comunità sono espressione dell’interculturalità e per questo sono un grande segno e progetto di solidarietà per un mondo nuovo e migliore. Tuttavia, anche se riconosciamo che è l’elemento fondamentale, tutti sappiamo che è uno degli aspetti più difficili da vivere in profondità. Sinceramente siamo ancora lontani dall’ideale, a volte viviamo la vita fraterna solo «sulla carta» o seguendo ciascuno il proprio gusto. Tutto questo è inconciliabile con la nostra vocazione e dobbiamo sempre essere vigilanti. Questa situazione necessita di una rivitalizzazione della vita fraterna in comunità, tenendo presente che questo è uno dei termometri principali per verificare la qualità della nostra vita evangelica.

L’economia:

la crisi economica, se da un lato è positiva perché ci permette di recuperare alcuni valori fondamentali e l’umanità di ognuno, dall’altro ci fa cadere in un’eccessiva preoccupazione per noi stessi, per la nostra sopravvivenza. Credo che sia un aspetto importante da curare per una conversione profonda. Il futuro della vita consacrata e della missione ce li giochiamo nell’economia. La crisi ci «obbliga» a rivedere il nostro stile e metodo di fare missione, ci invita a maggiore sobrietà e condivisione con la gente, a fare progetti e cammini decisamente insieme e in cordata con i popoli, le comunità e le persone che serviamo, e non da soli, da protagonisti. Un cammino questo che nello stesso tempo deve prendere in considerazione la difficoltà reale di reperire fondi per realizzare la missione e per dare un minimo di stabilità alle comunità.

Ecco, in sintesi, alcuni aspetti che reputo importanti da approfondire perché su questi si fonderà la vita consacrata per la missione di domani, almeno credo. Molto è il lavoro e ardua la fatica che ci attende su questi temi, ma merita la pena porre mano all’opera, perché dall’attenzione alla qualità dipenderà la fecondità della nostra missione e della nostra vita.

Messa festa della Consolata a Casa Madre, Torino, presieduta da p. Stefano Camerlengo superiore generale

Come pensa possano aiutare i laici e cosa potrebbero fare per l’Istituto?

SUOR SIMONA – Abbiamo diversi tipi di rapporto coi laici… ci sono gli amici, i benefattori, i volontari, e ci sono i «Laici missionari della Consolata», ai quali ci lega un particolare rapporto di fraternità nel carisma. Nel senso che i Lmc condividono con noi suore e con i confratelli missionari il dono dello stesso carisma, vissuto secondo le modalità proprie della vocazione specifica di ciascuno. Il primo aiuto che sicuramente essi ci offrono è quello dell’essere parte di una unica famiglia, con tutte le possibilità di dialogo, confronto e crescita nella comunione che questa appartenenza comune ci dona.

PADRE STEFANO –  Prima di parlare dei laici nell’Istituto e della loro importanza, vorrei sottolineare un atteggiamento che, reputo, dovrebbe essere alla base di tutto, e cioè la simpatia per il mondo, per la società in cui viviamo. La nostra missione comporta anche una simpatia con la società alla quale desideriamo portare la bella notizia del Vangelo, una simpatia che ci permette di entrare in dialogo con gli uomini e le donne di oggi per incontrarli e per condividere il Vangelo. La simpatia ci conduce ad avere una visione positiva del contesto e della cultura nella quale siamo immersi, scoprendo nella nostra realtà le opportunità inedite della grazia che il Signore ci offre per la nostra missione. In questo modo la missione sarà un cammino di andata e ritorno che comporterà l’atto di dare, ma anche quello di ricevere, in attitudine di dialogo fecondo e costruttivo. Con questo atteggiamento di simpatia possiamo valorizzare anche la presenza dei laici e l’importanza del loro ruolo e servizio nella Chiesa e nell’Istituto. La presenza dei laici è fondamentale nella missione, essi sono l’espressione di un carisma che non appartiene a un gruppo ma che va condiviso con tutti. Il carisma più è donato e più è credibile, fecondo e visibile. Nella diversità dei ministeri tutti i cristiani sono chiamati a rispondere generosamente al Signore che chiama ad annunciare la Buona Novella ai vicini e ai lontani. Oggi siamo chiamati a promuovere una missione condivisa con i laici, con le altre comunità religiose e con tutte le forze d’impegno per la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato. Certamente per arrivare a questo è necessaria una conversione profonda che ci faccia superare la mentalità «clericale» che tuttora ci portiamo dentro, in modo che i laici possano esercitare il loro diritto e dovere di partecipare alla conservazione, all’esercizio e alla professione della fede ricevuta e della missione condivisa.

Animazione missionaria. Come l’Istituto la sta portando avanti e cosa pensa dei nuovi metodi di comunicazione come i social network (Facebook, Twitter)? Potrebbero essere d’aiuto?

SUOR SIMONA – Beh, questa per noi è una domanda che si colloca nell’ambito dei «lavori in corso». Credo che anche nell’animazione missionaria la dimensione della comunione sia essenziale: comunità aperte, accoglienti, spazi di ascolto, di preghiera, di riflessione e di azione concertata (in unità di intenti, direbbe l’Allamano!), dove si veda, si assapori il carisma della Consolata in azione.

Vediamo la necessità di aperture missionarie nel mondo virtuale, nelle reti sociali. Stiamo pensando come fare per esserci di più e meglio, in questo mondo. Non abbiamo ancora risposte, ripeto, siamo nei «lavori in corso».

PADRE STEFANO –  Per una buona animazione missionaria sono fondamentali due cose: la testimonianza e la forza del Vangelo. Senza testimonianza evangelica missionaria della nostra vita non c’è un’autentica animazione. Ma la missione è fondata sulla forza del Vangelo. Se il Vangelo non ci riscalda il cuore e non lo conosciamo, le nuove tecniche non potranno fare nulla autonomamente. Personalmente credo che non ci sia cosa migliore del Vangelo come metodologia di animazione missionaria ma considerando il contesto sociale in cui viviamo oggi, ritengo che sia anche importante servirsi dei nuovi mezzi di comunicazione affinché la Parola e la missione arrivino a tutti, anche ai lontani. E su questo abbiamo già un problema, perché oggi noi facciamo fatica a entrare in contatto con i giovani e i lontani, abbiamo bisogno di creatività e fantasia evangelica, abbiamo bisogno di «sporcarci le mani di fango» per condividere con gli ultimi la loro situazione e allora saper narrare il Vangelo dell’esperienza, e non solo quello delle parole. La strada dell’animazione missionaria oggi è quella della vita vissuta e condivisa nelle aeree più difficili e povere del mondo. Come missionari dovremmo rimanere costantemente in contatto con la realtà della nostra gente e sentirci «mendicanti di senso». Ma troppo spesso siamo lontani dalla realtà, chiusi nelle nostre sicurezze, rispondiamo a domande che nessuno pone.

Per rispondere alle esigenze della missione attuale è necessaria una grande sensibilità sociale. In questo modo il contatto con la realtà, letta con gli occhi della fede, indicherà il progetto che il Signore propone per noi. È necessario leggere attentamente i segni dei tempi e dei luoghi, e lasciarsi interpellare da questi. L’impegno nella animazione missionaria comporta una profonda conversione personale, comunitaria e pastorale, altrimenti siamo come «cembali squillanti». La missione è sempre nel segno della speranza: speranza fondata in Cristo e nel Vangelo. Sperando contro ogni speranza. Una speranza d’origine pasquale che certamente avrà futuro perché fondata in Lui. Vivendo e facendo così ci saranno, certamente, ancora giovani generosi che sceglieranno di dare la vita per il Vangelo e per i poveri.

Voglio terminare con un messaggio di san Francesco, a me particolarmente caro in questo tempo, perché lo considero d’ispirazione riguardo la nostra presenza costruttiva nella storia attuale e guida della Chiesa e del nostro Istituto. Egli scriveva ai suoi frati inviati in missione: «Siamo pochi e non abbiamo prestigio. Che cosa possiamo fare per consolidare le colonne della Chiesa? Contro i Saraceni non possiamo lottare perché non possediamo armi. E poi che cosa si ottiene combattendo? Non possiamo lottare contro gli eretici perché ci mancano argomenti dialettici e preparazione intellettuale. Noi possiamo offrire solo le armi dei piccoli, cioè: amore, povertà, pace. Che cosa possiamo mettere al servizio della Chiesa? Solo questo: vivere alla lettera il Vangelo del Signore».

Che questo sia il nostro cammino e la nostra strada!

Romina Remigio




Il ritorno dell’impero?

Gli interessi di Istambul
in Africa e Medio Oriente

La Turchia ha
intrapreso un allargamento  dei propri
orizzonti. In particolare ha espanso la sua influenza in Medio Oriente e
Africa. Non senza intrecci con le primavere arabe. Per interessi economici,
religiosi o puramente geopolitici?

«Neottomanesimo», così è definito il
recente fenomeno dell’inedito protagonismo della Turchia in politica estera. A
partire dagli inizi degli anni Duemila, infatti, Ankara ha iniziato a tessere
intensi rapporti politici, economici e culturali in aree in cui non era
presente (a volte neanche con propri diplomatici). Questa espansione ha
ricordato a molti la vasta influenza che l’impero ottomano esercitò nei secoli
passati nei suoi domini non solo in Asia centrale e in Medio Oriente, ma anche
in Africa. Alcuni analisti vi hanno scorto una volontà di dominio regionale,
altri l’hanno letta come una necessità economica, altri ancora come un modo per
esportare l’islam. Ma di che cosa si tratta realmente? E quali effetti ha
avuto?

 

Origini e fondamenti

La nuova politica economica
turca nasce nel 2002 quando Ahmet Davuto?lu, fino ad allora, un anonimo
professore dell’Università di Beykent a Istanbul, dà alle stampe un corposo
volume dal titolo «Profondità strategica». Il volume teorizza un allargamento
degli orizzonti della politica estera turca verso altre regioni sulla base
degli interessi economici e strategici di Ankara. È una nuova visione del ruolo
della Turchia nel mondo che stravolge gli schemi adottati fino ad allora dai
politici della penisola anatolica. «A partire da Mustafa Kemal Atatürk – spiega
Eugenio Dacrema, esperto di politica mediorientale, ricercatore presso
l’Università di Trento -, la classe politica turca ha sempre guardato Stati
Uniti, Europa e Nato come uniche sponde di interesse. I rapporti con i vicini
sono stati per molto tempo conflittuali, quando non erano un ignorarsi a
vicenda. Con il nuovo trend dettato dall’opera di Davuto?lu, la visione si
amplia. La Turchia dovrebbe diventare un nuovo attore egemonico in una regione
più vasta e, pur non tagliando i rapporti con Europa e Usa, le relazioni con
l’Occidente dovrebbero passare in secondo piano.

Le direttrici dell’espansione della Turchia quindi si
indirizzano verso l’Asia centrale, il Medio Oriente e l’Africa (soprattutto il
Nord Africa). Davuto?lu viene progressivamente coinvolto in questa politica. Da
semplice teorizzatore, ne diventa protagonista, prima come ministro degli
Esteri e poi come premier (carica che ricopre attualmente). Così, le sue tesi
diventano la dottrina ufficiale dell’Akp, il partito al governo, e del suo
leader Recep Tayyip Erdo?an».

Quello
della Turchia è un espansionismo prevalentemente economico e politico. I politici
di Ankara non hanno mai accennato a un ruolo delle forze armate in questa
strategia. Ma ciò è comprensibile, se si considerano le cattive relazioni tra
l’Akp e le forze armate turche, depositarie dell’eredità laica di Atatürk.
Molto di questo entusiasmo deriva dal successo economico degli anni Duemila
quando la Turchia sembrava essere in grado di attrarre nella sua sfera i paesi
del Medio Oriente e di trasformarli in mercati per i propri prodotti. «In realtà
– aggiunge Dacrema -, l’economia turca si è rivelata molto fragile. Il sistema
si è basato sul credito facile volto al consumo e su un’industria nascente, ma
che produce beni di basso valore aggiunto, che fanno fatica a competere sui
medio-alti livelli tecnologici. Ciò ha aumentato la ricchezza, ma si è trattato
di una bolla. La Turchia ha vissuto la stessa crisi della Grecia ed è rimasta a
galla solo perché ha potuto svalutare la moneta (-40% nell’ultimo anno)». Ma
per tutti gli anni Duemila, è l’economia a far da traino alla politica estera
turca. In questo senso va letta la creazione di accordi di libero scambio con i
paesi limitrofi (Libano, Siria e Giordania) accompagnati dalla liberalizzazione
dei visti. Così come l’intesa con l’Iran che, per anni, diventa un partner
strategico per Ankara.

 

 

Le Primavere arabe

Sarebbe limitante, però,
vedere il «Neottomanesimo» solo in chiave economica. La nuova politica turca si
è nutrita anche di una visione politica che si è rivelata «attraente» per molti
paesi arabi.

Da anni, la Turchia si
presenta come un paese musulmano nel quale un partito islamico governa secondo
i principi della democrazia. Questa impostazione è diventata un modello di
riferimento per quelle nazioni che, uscite dalle rivolte arabe, stavano
cercando nuovi assetti politico costituzionali. «Va detto – osserva Valeria
Talbot, ricercatrice dell’Ispi, esperta in Medio Oriente e Nord Africa – che i
rapporti politici con i paesi del Medio Oriente e il Nord Africa hanno subìto
diverse fasi. Dopo la Primavera araba, la Turchia era certamente un modello
politico da imitare. Il successo delle visite di Erdo?an in Egitto e di Davuto?lu
in Tunisia ne sono la dimostrazione più lampante. La successiva apertura alla
Fratellanza musulmana ha però creato tensioni con i paesi del Golfo e con lo
stesso Egitto. Solo da qualche mese i rapporti con Riad sono nuovamente
migliorati e si sono registrate convergenze sul dossier siriano».

È proprio in questo legame
con la Fratellanza che molti hanno visto il limite della politica del
presidente turco. «Erdo?an cercava di prendere sotto la propria protezione la
Fratellanza musulmana internazionale – osserva Dacrema -. Voleva diventare cioè
un modello per gli altri paesi. Un progetto ostacolato tanto dalla Fratellanza
egiziana, che da sempre ha un ruolo di guida dell’organizzazione, sia dalla
tunisina Ennahda che, nonostante la buona accoglienza dei politici turchi, si è
sempre dimostrata piuttosto fredda rispetto all’idea di una guida turca della
Fratellanza. Qui giocano anche un po’ i rapporti non sempre facili tra il mondo
turco e quello arabo.

È un po’ come se la Cdu/Csu
tedesca in passato avesse voluto imporre un suo ruolo guida ai partiti
democristiani europei: i valori in comune c’erano, ma poi ogni Dc ha sempre
lavorato in modo autonomo nel suo paese».

A ciò si è aggiunto un
sostanziale fallimento della penetrazione economica nel Nord Africa e in Medio
Oriente. Inizialmente pareva che la Turchia potesse rubare il mercato agli
imprenditori occidentali. In realtà, non è avvenuto. Le imprese turche sono di
piccole dimensioni e realizzano beni con basso valore aggiunto. Questo, insieme
alla scarsa conoscenza delle dinamiche economiche dei paesi arabi, ha fatto sì
che la Turchia non sia riuscita a scardinare i decennali rapporti che le
aziende europee intrattenevano con i sistemi locali. E, complice la crisi
globale che ha interessato anche il sistema economico turco, la penetrazione
sui mercati arabi è sostanzialmente fallita.

 

 

L’Africa a portata di mano

La Turchia però è andata al
di là del Medio Oriente e del Nord Africa, spingendosi anche nell’Africa
subsahariana. «Il dinamismo turco nell’Africa subsahariana – osservano Marco
Cardoni e Andrea Marino, due funzionari diplomatici del ministero degli Affari
esteri e della Cooperazione internazionale, in una recente analisi pubblicata
per l’Ispi – si caratterizza per un approccio multidimensionale che si
concretizza in un intenso sforzo diplomatico senza precedenti. Ankara ha
proceduto ad ampliare la rete diplomatica, aprendo 19 ambasciate in Africa dal
maggio 2009 al 2014. Oggi in tutto il continente ne possiede 35, di cui 30
nella regione subsahariana». La rete diplomatica ha supportato anche un impegno
crescente negli investimenti diretti e, in particolar modo, nel campo della
cooperazione allo sviluppo. «I numeri parlano chiaro – sostengono Cardoni e
Marino -: il totale degli aiuti nella regione, sommando quelli governativi a
quelli delle Ong, è passato dai 28 milioni di dollari nel 2006 ai 425 nel 2011».
In questo settore il punto di riferimento è l’Agenzia ministeriale per la
cooperazione e lo sviluppo che opera in 37 paesi africani e ha tre sedi: Addis
Abeba, Dakar e

Khartoum. Ciò ha comportato
un impegno nella costruzione o ricostruzione di infrastrutture (porti,
aeroporti, strade, scuole, ospedali), ma anche un’assistenza capillare
attraverso la cooperazione e il volontariato.

L’impegno turco però non si è
realizzato solo attraverso il rafforzamento dei rapporti bilaterali, ma anche
mediante una sempre più ampia partecipazione a missioni inteazionali.
Attualmente, Ankara partecipa a cinque missioni di pace nel Continente: Monusco
nella Repubblica Democratica del Congo, Unamid in Darfur (Sudan), Unmiss nel
Sud Sudan, Unoci in Costa d’Avorio e Unmil in Liberia.

Due simboli della
penetrazione turca sono le Turkish Airlines e Hizmet, il movimento fondato dal
predicatore musulmano Fethullah Gülen. Le linee aeree hanno aperto numerose
rotte verso l’Africa. Oggi la Turkish ha 39 destinazioni in 26 paesi tra i
quali quelli più importanti politicamente e interessanti sotto il profilo
economico: Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Ruanda, Nigeria.
Ma anche destinazioni non coperte da nessun vettore non africano come la
Somalia e l’Eritrea.

L’organizzazione di Gülen,
che vanta più di 10 milioni di seguaci e ha creato un impero mediatico e
culturale, pur non essendo sempre in sintonia con l’Akp ha aperto una rete di
scuole in Africa che hanno contribuito ad avvicinare la società africana a
quella turca. Non solo ma ha favorito l’incontro tra imprenditori africani e
turchi.

Tutti
questi fattori hanno portato a un forte incremento dell’interscambio
commerciale (dai 742 milioni di dollari del 2000 ai 7 miliardi nel 2013) e a un
aumento dell’influenza politica (libera da fardelli coloniali che
appesantiscono i concorrenti). Ma questa influenza è destinata a durare? «Oggi
l’Africa concede molti spazi alla Turchia – concludono Cardoni e Marino -, ma
Pechino, Washington e Bruxelles hanno dalla loro la possibilità di far valere
sul medio-lungo periodo una dimensione economica complessiva maggiore».

 

Enrico Casale

Enrico Casale




La Consolata si è fatta coreana

Ridipinto in stile coreano il quadro della Madonna Consolata.

Lo scorso 20 giugno, anche noi qui in Corea
abbiamo celebrato solennemente la festa della nostra Consolata.

La
pioggia cadeva a dirotto quel giorno, ma in realtà è stata una vera e propria
benedizione perché da oltre un mese il paese stava soffrendo una siccità
terribile, che ha già distrutto molte coltivazioni e non ha nemmeno permesso a
molti contadini di piantare il riso.

Inoltre
pensavamo che la paura del Mers (Middle East respiratory syndrome), del
virus che ha contagiato molte persone, uccidendone quasi 30, e costringendone
migliaia a sottostare alla quarantena, frenasse la gente dal partecipare.
Invece, all’ora stabilita, alle 15, ci siamo ritrovati 200 persone nel salone
sotterraneo della nostra casa centrale di Yokkok.

La
festa della nostra tenerissima Madre è sempre una bella festa, con la gente che
partecipa attenta e commossa. Ma quest’anno c’era un motivo particolare che ha
colpito ancor di più l’attenzione dei nostri amici e fedeli coreani: lo «svelamento»
e la benedizione di un nuovo quadro della Consolata, dipinto in perfetto stile
coreano.

I
nostri amici e fedeli coreani, al vedere il nuovo quadro, sono tutti usciti in
un grande «oh!» di meraviglia, e davvero a loro piace molto: ce lo hanno detto
in tutti i modi possibili.

 

Un po’ di storia

Fin
dall’inizio della nostra presenza in Corea, ci siamo prodigati per fare
conoscere la nostra Consolata, quella originale, intendo. Poi, dopo diversi
anni, ha cominciato a far capolino in comunità l’idea di avee, prima o poi,
una versione «coreana». Si era fatto allora qualche timido tentativo, ma senza
grandi risultati. Qualche anno fa, in un’altra festa della Consolata, avevamo
addirittura lanciato una campagna di brain storming tra i nostri amici,
affinché ci dessero idee e suggerimenti su come sarebbe dovuta essere la
versione coreana della Consolata, ma anche in quell’occasione i risultati erano
stati piuttosto scarsi. La cosa, poco a poco, era finita nel serbatornio dei «sogni
irrealizzati». Fino all’anno scorso, quando il nostro missionario coreano Han
Pedro, durante un’eucaristia celebrata in uno dei santuari dei Martiri a Seoul,
ha avuto la buona sorte di conoscere personalmente la signora Shim Sun-hwa
Caterina: pittrice il cui nome è già molto noto nel paese e la cui arte molto
apprezzata nella Chiesa cattolica. Da quell’incontro provvidenziale e dal
susseguente rapporto di amicizia che ne è nato, il nostro desiderio di avere
una Consolata coreana ha ripreso forza e vigore. Abbiamo così chiesto alla
signora Caterina se poteva cimentarsi nell’impresa. E ha detto di sì.

Hanno
fatto seguito vari incontri, tra Caterina, padre Han Pedro e il nostro
superiore padre Pedro Louro, per presentare e far apprezzare all’artista il
quadro della Consolata nei suoi dettagli, e per rivedere e correggere diverse
volte, poi, le bozze di dipinto che la signora Caterina andava presentando.

Nel
frattempo, altri tasselli del mosaico sono andati provvidenzialmente al loro
posto: per esempio una corposa donazione da parte di una coppia di amici, e la
riflessione in comunità su come fare, una volta che fosse stato pronto il nuovo
quadro, per intronizzarlo solennemente all’entrata della casa di Yokkok, e per
la riproduzione dell’immagine in vari formati e materiali.

Alla
fine siamo arrivati alla bozza che ci soddisfaceva, e l’artista si è messa
d’impegno a «scrivere» l’icona della Consolata nella sua versione coreana.

 


Le parole dell’autrice

«Ho cercato di immergermi nei simboli dell’immagine della
Madre Consolata, e ho cercato di esprimere la stessa simbologia con lo stile
proprio delle immagini coreane. Il volto della Vergine l’ho reso con i
lineamenti teneri e leggermente arrotondati dei volti coreani, mentre lo
sguardo dolce della madre si fissa sul figlio Gesù. I capelli di Maria
Consolata stretti da una bella spilla tradizionale, dal colore oro, indicano in
lei la Madre celeste. Il colore del vestito tradizionale coreano della
Santissima Madre, salvando il senso simbolico della santità, è di un azzurro
oceano profondo, mentre la sua verginità è resa dalle parti in rosso. Il
riflesso dorato dell’anello esprime la sua fedeltà eterna, mentre la pietra di
giada simboleggia la sua mateità.

Gesù è
stato rappresentato in atteggiamento regale, simboleggiato dalla tunica verde
che ricopre l’indumento intimo e viene coperta a sua volta da un mantello
rosso. Un cordoncino tradizionale rosso ne completa l’abbigliamento».

 

A mo’ di conclusione

I missionari della Consolata sono arrivati in Corea ben
27 anni fa, nel 1988. Abbiamo potuto sperimentare sulla nostra carne come i
tempi per ogni cosa, in Corea, dall’imparare la lingua, all’assuefarsi a cibo e
cultura, sono molto lunghi. Anche i tempi per «mettere radici» in Corea,
dunque, sono stati molto lunghi. Ma, con l’aiuto della grazia del Signore,
crediamo proprio di averle messe, e abbastanza profonde. Il quadro della
Consolata «coreana» ne diventa per noi un po’ il simbolo e una bella evidenza.
Dopo tanti anni in Corea, finalmente la Consolata è diventata pienamente
coreana. Ora tocca alla Corea raccogliee il messaggio, e l’invito a diventare
sempre più «missionaria».

Diego Cazzolato

Diego Cazzolato




TTIP, sogno  o incubo?

Qualcuno ne parla
come di una «Nato economica», pensata per rafforzare le relazioni commerciali
nel blocco Usa-Ue, che da solo conta 850 milioni di persone e rappresenta il
40% del Pil mondiale. Altri lo dipingono come il peggiore dei mali:
consegnerebbe le nostre economie alle multinazionali e cancellerebbe anni di
lotte per i diritti di consumatori e lavoratori. A che punto siamo e che cosa
sappiamo sul Ttip, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli
investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership).

«Con il Ttip vogliamo aiutare i cittadini e le imprese, grandi e piccole,
attraverso le seguenti azioni: apertura degli Usa alle imprese dell’Ue;
riduzione degli oneri amministrativi per le imprese esportatrici; definizione
di norme per rendere più agevole ed equo esportare, importare e investire». Così
la Commissione Europea, nella guida Il Ttip visto da vicino, riassume
gli obiettivi dell’accordo che dal 2013 è oggetto delle negoziazioni fra la
stessa Commissione e il governo statunitense. Si tratterebbe, in sostanza, non
solo di eliminare i dazi doganali, che peraltro sono già molto ridotti (circa
al 3%) per la maggior parte dei beni, ma soprattutto di ridurre le cosiddette
barriere non tariffarie, cioè tutto quell’insieme di norme, standard e
regolamenti che di fatto impediscono l’ingresso delle merci in un mercato. Ma
la riduzione di tali barriere avrebbe conseguenze devastanti, controbattono i
detrattori del Ttip. Un esempio? È grazie agli standard Ue, più elevati
rispetto a quelli Usa, che la carne dei bovini americani, allevati con ormoni,
non ha potuto, fino a ora, arrivare sulle tavole europee. Tale uso, infatti, è
consentito negli Usa e vietato in Europa. Lo stesso vale poi per gli organismi
geneticamente modificati e per i prodotti alimentari trattati con pesticidi
banditi nel vecchio continente ma non negli Stati Uniti (se ne contano ben 82).

Altro tema caldo del trattato è il meccanismo di
arbitrato internazionale per risolvere eventuali controversie in materia di
investimenti, il cosiddetto Isds, Investor-State Dispute Settlement, che
prevede il ricorso a un tribunale indipendente nel quale gli arbitri – si legge
sul sito del Parlamento europeo – non sono giudici a tempo pieno, ma avvocati
specializzati in diritto commerciale. Per capire come funziona in concreto
l’Isds, basti pensare ai due casi «Vattenfall contro Germania». Nel primo caso,
la Vattenfall, azienda svedese del settore energetico e costruttrice della
centrale a carbone di Amburgo, fece ricorso contro i parametri che la città
tedesca nel 2009 voleva imporre per legge allo scopo di migliorare la qualità
delle acque che la centrale a carbone della compagnia svedese riversava nel
fiume Elba. Nel secondo caso, il ricorso della Vattenfall fu invece contro
l’abbandono del nucleare deciso dalla cancelliera tedesca Angela Merkel nel
2011 dopo il disastro di Fukushima: l’azienda svedese gestiva infatti due
centrali atomiche nel Nord del paese. In entrambi i casi il colosso svedese
sostenne che le decisioni tedesche generavano aumenti dei costi o perdite, in
violazione del Trattato energetico europeo, che protegge gli
investimenti nel settore energetico, e chiese compensazioni per 1,4 miliardi di
Euro nel primo caso e per 3,7 nel secondo.

 

Tutto in gran segreto

Prima ancora che il Ttip nei suoi contenuti, comunque, a
scatenare la polemica è stata la segretezza delle trattative, affidate a un
gruppo di negoziatori guidati, per l’Ue, dallo spagnolo Ignacio Garcia Bercero,
capo della Direzione Generale del Commercio e, per gli Stati Uniti, da Dan
Mullaney, rappresentante commerciale aggiunto degli Usa per l’Europa e il Medio
Oriente. Dal luglio 2013 al luglio 2015 si sono svolti dieci round di
negoziati, ma i dettagli dell’accordo sono rimasti per lo più segreti. In più,
quando la Commissione ha deciso, lo scorso gennaio, di rendere pubblica una
parte dei documenti, lo ha fatto in modo ambiguo: lo scorso agosto, infatti, il
giornale britannico The Independent, rivelava che ai parlamentari
europei è possibile prendere visione dei documenti riservati solo in
un’apposita sala di lettura sorvegliata, alla quale non si può accedere con
dispositivi elettronici come cellulari e tablet. La vicenda ha anche assunto
contorni da spy story quando Wikileaks ha messo una sorta di taglia
sul Ttip, lanciando una raccolta fondi per centomila euro da consegnare come
premio a chi sia in grado di fornire informazioni e documenti segreti
riguardanti i negoziati.

Il dato certo, per il momento, è che c’è un vero e
proprio abisso fra gli scenari inquietanti di «macdonaldizzazione» dell’Europa
tratteggiati dai movimenti contrari, come la campagna Stop-Ttip, e le
rassicuranti e un po’ asettiche infografiche della Commissione europea che
cercano di smontare i «falsi miti sul trattato».

 

I numeri del Ttip

Secondo uno studio indipendente citato dalla
Commissione, il Ttip dovrebbe portare un incremento annuo di 120 miliardi di
euro all’economia europea e di 95 miliardi a quella statunitense entro il 2027,
facendo espandere di mezzo punto percentuale il Pil del vecchio continente e
dello 0,4% quello a stelle e strisce. Per le famiglie europee tutto questo si
tradurrebbe in un guadagno di cinquecento euro all’anno.

Le esportazioni dall’Europa agli Usa aumenterebbero di
quasi un terzo per un totale di 187 miliardi di euro. I benefici, continua lo
studio, interesserebbero quasi tutti i beni e servizi, ma toccherebbero in
particolare i settori del metallo, dei cibi lavorati, dei prodotti chimici, e
dei mezzi e attrezzature di trasporto. A vivere un vero e proprio boom sarebbe
il settore automobilistico: l’export di veicoli europei crescerebbe infatti del
149%. Si creerebbero quindi decine di migliaia di nuovi posti di lavoro su
entrambe le sponde dell’Atlantico, e le ricadute sul commercio planetario
indurrebbero un incremento del Pil mondiale di ulteriori cento miliardi di euro.

Un’occasione da non perdere, insistono i promotori
dell’accordo, forti dei numeri riportati nello studio.

 

Che cosa dicono i critici

Lo studio citato dalla Commissione è tutto meno che
indipendente, oppongono i detrattori: il suo autore è, infatti, il britannico
Cepr, Centre for Economic Policy Research, che dedica una pagina del suo
sito web ai ringraziamenti nei confronti dei suoi finanziatori, fra i quali
figurano tutte le banche centrali europee e i colossi bancari mondiali, da
Citibank e JP Morgan alle italiane Intesa San Paolo e Unicredit.

E questo è ancora il meno: la Commissione, infatti,
sostiene che a beneficiare del Ttip saranno in primis i cittadini
europei, ma allora – si chiede il centro di ricerca canadese Global Research
– perché nei 597 incontri a porte chiuse con le parti interessate, la
Commissione si è confrontata nell’88% dei casi con i lobbisti del mondo del
business, e solo nel 9% dei casi con gruppi che si occupano di temi di pubblico
interesse come l’ambiente o i diritti dei consumatori e dei lavoratori? E, se
il Ttip ha come obiettivo di aiutare «le imprese, grandi e piccole», perché la Direzione
generale Ue del Commercio
, fra il 2012 e il 2014 – cioè nelle fasi preparatorie
e nei primi cicli di negoziati – ha avuto la stragrande maggioranza degli
incontri con sei raggruppamenti di lobby fra cui Efpia (European Federation
of Pharmaceutical Industries and Associations
– Federazione europea di
Industrie e associazioni farmaceutiche), che rappresenta, fra gli altri,
GlaxoSmithKline, Pfizer, Novartis, Sanofi e Roche, e FoodDrinkEurope, il più
grande gruppo di pressione dell’industria alimentare europea, che dà voce agli
interessi di Nestlé, Coca Cola e Unilever? Dal canto loro, le associazioni di
categoria come l’Unione europea dell’artigianato e delle piccole e medie
imprese
(Uapme) – di cui fanno parte, ad esempio, Confartigianato e Cna –
vedono di buon occhio il trattato ma insistono sulla necessità di salvaguardare
gli standard di qualità europei e di essere maggiormente coinvolte nel processo
negoziale.

I segnali preoccupanti riguardanti il grande peso dei
poteri forti, in effetti, non mancano, se è vero – come riporta il quotidiano
inglese
The Guardian – che all’inizio di quest’anno alcuni
alti funzionari Ue avrebbero insabbiato uno studio che avrebbe contribuito a
identificare e mettere al bando trentuno pesticidi contenenti sostanze che
alterano la funzionalità del sistema endocrino. L’insabbiamento sarebbe avvenuto
in seguito a pressioni esercitate da funzionari del commercio statunitensi, e
anche da colossi della chimica come Bayer e Basf. Questo nonostante diversi
studi scientifici associno le sostanze contenute in quei pesticidi a un aumento
delle mutazioni genitali, dell’infertilità maschile, delle anomalie del feto e
della riduzione del quoziente intellettivo, e stimino in 150 miliardi di euro i
costi sanitari connessi ai danni provocati.

 

Le raccomandazioni del Parlamento europeo

In questa ridda di voci, fughe di notizie, smentite e
precisazioni, un punto fermo che chiarisce almeno un po’ che cosa c’è sui
tavoli negoziali, è la risoluzione adottata lo scorso 8 luglio dal Parlamento
europeo
. Essa contiene una serie di raccomandazioni, tra cui una
riguardante il meccanismo dell’arbitrato internazionale che propone un sistema
alternativo nel quale «i possibili casi siano trattati in modo trasparente da
giudici togati, nominati pubblicamente e indipendenti durante udienze pubbliche».

Vi è poi la richiesta dell’europarlamento ai negoziatori
di escludere dal trattato ambiti nei quali le legislazioni Ue e Usa sono molto
diverse: «I servizi sanitari pubblici, gli Ogm, l’impiego di ormoni nel settore
bovino, il regolamento Reach [relativo alle sostanze chimiche, ndr]
e la sua attuazione, e la clonazione degli animali a scopo di allevamento».
Altre raccomandazioni riguardano la protezione dei dati personali dei cittadini
europei, la tutela delle indicazioni geografiche, la garanzia della
tracciabilità ed etichettatura, il rispetto della normativa sul lavoro. I
critici del Ttip hanno accolto con disappunto anche questa risoluzione perché
colpevole, a loro dire, di essere troppo vaga e di costituire di fatto un
avallo al trattato.

«Se il Ttip sarà un accordo misto (cioè con competenze
condivise fra Unione europea e Stati membri, ndr)», ha dichiarato il
presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, «e ne sono certo, i Parlamenti
nazionali e quello europeo dovranno sottoporlo ad attenta verifica, secondo il
proprio ordinamento». Il commissario europeo per il commercio, Cecilia Malmström,
ha affermato che l’impegno è quello di concludere entro il 2015: l’anno
prossimo infatti terminerà il secondo mandato di Barack Obama e gli Stati Uniti
avranno una nuova amministrazione che potrebbe ridefinire le priorità
statunitensi. In più

Washington sta negoziando anche un secondo trattato, il
Tpp, con undici Stati del Pacifico.

 

I risvolti per i paesi in via di sviluppo

Gli analisti concordano nel dire che attualmente è
ancora presto per immaginare quali potranno essere le ripercussioni
dell’eventuale accordo Usa-Ue per i paesi in via di sviluppo. Tuttavia, alcune
considerazioni preliminari sono emerse, anche di segno positivo: ad esempio
quelle che sottolineano come l’esistenza di un blocco nordatlantico con regole
unificate permetterebbe ai produttori dei paesi terzi di adeguare i loro
prodotti a un solo standard per l’esportazione verso Europa e Stati Uniti, e
non più a due, con un possibile calo dei costi di produzione.

Ma c’è anche chi è più cauto e invita a fare studi più
approfonditi: lo scorso febbraio, la commissione sviluppo del Parlamento
europeo chiedeva ai negoziatori di Bruxelles di considerare il rischio di una «possibile
deviazione degli scambi e degli investimenti per alcuni paesi in via di
sviluppo». Il direttore di Oxfam Germania, Marion Lieser, chiarisce il punto: «Se
l’Unione europea e gli Stati Uniti aprono ulteriormente i loro mercati, le
importazioni da paesi terzi, fra cui quelli in via di sviluppo, potrebbero diminuire.
Prendiamo il caso della Florida, stato della costa orientale statunitense
produttore di frutta esotica: se aumentasse il flusso di questi prodotti dalla
Florida verso l’Europa è plausibile che simili frutti provenienti dai paesi in
via di sviluppo perdano parte della loro quota di mercato». Solo a negoziati
conclusi sarà possibile azzardare previsioni più precise.

Chiara Giovetti

Chiara Giovetti




Amico

 

Hai
lottato con tutte le tue forze e risorse. Non eri solo, ma non avevi con te
niente che ti desse sicurezza, nessun rifugio, nessuna ricetta magica. Eri
esposto alla contingenza vertiginosa della vita, all’assenza di garanzia. Hai
scacciato demoni di ogni tipo: strambi, spaventosi, insensati. Hai unto di olio
molti infermi, e li guarivi con lo stupore di avere ricevuto davvero
potere sugli spiriti immondi. Hai incontrato molti che desideravano rinascere,
e molti altri che invece rifiutavano (cfr. Mc 6, 7-13.30-34).

Hai fatto molto, e vorresti fare
ancora. Ma vieni ora. Vieni con me. In disparte, in un luogo deserto. Riposati
un po’. Qui non hai più nemmeno il tempo per nutrirti, per introdurre in te la
luce necessaria a trovare la guarigione che vi ho posto.

Vieni in un luogo solitario. Sali
su questa piccola barca, e attraversiamo le acque profonde del tuo mare
solcandone con calma la superficie. Non temere: questo pezzo di legno, per
quanto precario, ti proteggerà dall’abisso, perché Io sono con te. Tu starai
con me e potrai osservare su quali creature splendide e lucenti sei sospeso, ma
anche su quali mostri spaventosi e su quale mistero irriducibile ti muovi.

Lo so che tu desideri arrivare
dall’altra parte e trovare riposo sull’altra sponda, distante da queste acque.
Temi di venie inghiottito, di perderti in esse. Ma non puoi riposare di là:
appena sbarcato troverai molte cose nuove da fare. Molte pecore senza pastore.
Troverai innumerevoli incrinature nell’architettura del mondo che ti
chiederanno di essere accolte, un po’ raddrizzate forse, giusto il minimo per
evitare il crollo dell’edificio, ma tant’è: sarai di nuovo preso dalla lotta.

Lo so che vorresti attraversare
il mare in fretta, ma il tuo deserto e il tuo riposo non sono là.

È qua, su questa barchetta al
pelo dell’acqua, il deserto.

È in quel «vieni», in quello «stai
con me», il tuo riposo.

Quando sbarcheremo, allora sarai
pronto per «dare loro da mangiare».

Buon mese missionario da amico.

Luca Lorusso

Luca Lorusso