Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Suor Anania Tabellini Missionaria della Consolata

A nome di tutto il popolo castelfranchese e di tutte le Missionarie della Consolata segnaliamo alla redazione di Missioni Consolata che la suora ritratta nella foto (a pag. 43 del numero di giugno) non è semplicemente «una missionaria», bensì suor Anania Tabellini, morta giovanissima in fama di santità, offrendo la vita per la vocazione del fratello Ernesto, diventato poi prete di Bologna, morto centenario alcuni anni fa e che ne ha curato la pubblicazione degli scritti, riuscendo a far traslare il corpo di sr. Anania nella chiesa parrocchiale di Piumazzo (frazione di Castelfranco Emilia).

Un lettore
23/06/2025, Castelfranco  Emilia (Mo)

  • Grazie di cuore di questa segnalazione che ci ha stimolato a conoscere suor Anania, aiutati anche dal sito della parrocchia di Piumazzo – dove ha scritto di lei suo fratello sacerdote, don Ernesto -, e dalle Missionarie della Consolata.
Sr Anania visita un anziano lebbroso

«Suor Anania, al secolo Anna Tabellini, è la secondogenita di cinque figli. Emilio il padre, Maria Finelli la madre, Ettore ed Ernesto i fratelli, Marcellina ed Evelina le sorelle. Nasce a Piumazzo (Modena) in località Fossa Vecchia il 9 luglio 1904». Lì, in una terra di contadini, Anna cresce, frequenta la scuola e – come era normale allora per le bambine del tempo – le suore per imparare ricamo e cucito. «È iscritta all’Azione Cattolica e si distingue come «socia esemplare”, […] è molto attratta dalle letture missionarie e ben presto manifesta la vocazione religiosa».

«Ancora giovanissima entra nella famiglia religiosa delle Visitandine di Bologna […] poi, quasi improvvisamente, lascia questa per entrare nelle Missionarie della Consolata di Torino. Vuole fermamente andare in missione in Africa. Questa scelta non piace alla famiglia e soprattutto al padre che dice: “Suora sì…missionaria no”».

«Ma il Signore l’ha già totalmente conquistata e non bastano le parole, le suppliche e le lacrime a trattenerla».

Suor Anania lascia Bologna per Torino nel giugno del 1925 e, dopo due anni di noviziato, parte per il Mozambico il 3 luglio del 1927 con il primo gruppo di sei Missionarie della Consolata e arriva a Miruru il 18 settembre.

Miruru è nel profondo interno del Mozambico, quasi nel punto dove si incontrano i confini con Zambia e Zimbabwe. Per le prime missionarie la vita è davvero molto dura. Le suore rimangono a Miruru fino al 1930, quando devono poi spostarsi (a piedi) verso l’Oceano Indiano, nell’isola di Ibo a Cabo Delgado, a quasi 1500 km di distanza.

«Dopo solo sette anni di grandi disagi e rinunce in terra africana, lontana da tutto e da tutti, va incontro a undici mesi di totale infermità, come premio per l’offerta generosa della sua vita: si ammala di tubercolosi e lentamente, serenamente e coscientemente aspetta l’incontro «vero” con il suo amato Signore».

Scrive suor Edvige, che l’assiste nella malattia: «Ieri mattina alle 6, come il solito ricevette la santa Comunione e dopo mezz’ora mi disse: “Non posso più ricevere un’altra volta l’Estrema Unzione, pazienza, sento aumentare molto le mie sofferenze, temo di non sopportarle bene”. “Vedo che soffre tanto, le dissi, ma coraggio sr. Anania, sono le  ultime gemme preziose che mette alla sua corona”. Essa sorrise e poi soggiunse: “Venga qui proprio vicina, non sento più, le mie orecchie vanno chiudendosi ai discorsi degli uomini, per aprirsi lo spero per sempre alla voce del mio Signore…”. E colle lacrime agli occhi baciò il suo Crocifisso».

Il 4 maggio 1934, alle ore 14.30, a trent’anni, suor Anania si unisce al suo Signore. Sepolta a Porto Amelia (oggi Pemba, Cabo Delgado), nel 1975 i suoi resti vengono tumulati nel cimitero del suo paese di origine, fino al 2004, quando nel centenario della sua nascita, il fratello don Ernesto (divenuto sacerdote dopo la morte della sorella quasi a raccoglierne l’eredità) ottiene tutti i permessi per tumularne il corpo nella chiesa di san Giacomo di Piumazzo, dove oggi riposa.

Sul sito della parrocchia si trova molto materiale scritto da don Ernesto sulla sorella e anche la presentazione di alcuni libri da lui scritti in sua memoria.

La foto che abbiamo già pubblicato nel numero di giugno, ritrare suor Amelia mentre visita un anziano lebbroso, ma non abbiamo idea se sia stata fatta nella zona di Miruru o in quella di Cabo Delgado.

Dossier COREA DEL SUD

[Caro Paolo,]
Molto ben fatto! Ti sei informato bene e hai rispettato le fonti. Oggi non è facile fare un articolo su un Paese o un popolo. È come fotografare un’auto in corsa. E in una foto non puoi metterci tutto. Ma dai, va bene come hai fatto. Continua il buon lavoro

Gian Paolo Lamberto,
 missionario Imc in Corea, 14/07/2025

Ho letto con interesse il tuo dossier sulla Corea. Mi sembra bello e ben fatto. Nessuna critica, né dura né severa. L’unico appunto è di carattere tecnico: il candidato che ha perso le ultime elezioni del presidente si chiama Kim Moon-soo e non il nome che tu hai messo. Caro Paolo, ti auguro di continuare bene il tuo impegno di giornalista in giro per il mondo!

Diego Cazzolato,
missionario Imc in Corea, 25/07/2025

  • L’errore si trova nella prima colonna di pag. 36, dove si riporta il nome di Han Duck-soo, presidente ad interim dal 14 dicembre 2024 al 2 maggio 2025 e primo ministro della Corea del Sud per tre mandati, nel 2006, dal 2007 al 2008 e dal 2022 al 2025.
  • Kim Moon-soo era membro del People power party ed era il candidato del suo partito per le elezioni presidenziali del 2025, vinte da Lee Jae-myung.

Sei metri d’eternità

Il fatto

Abbiamo ricevuto una mail che ha bisogno di una piccola introduzione per essere compresa:
il 2 agosto 2025 a Villadossola moriva il giovane Pashtrik Krasniqi, 21 anni, per un incidente sul lavoro.

«Pashtrik stava smontando il ponteggio insieme agli altri operai quando ha sfiorato con la gamba un cavo dell’Enel. La scossa è stata fortissima, pochi attimi e il suo corpo si è accasciato sulle lamiere a sei metri di altezza. Sono stati i colleghi a chiamare i soccorsi, ma per lui non c’è stato niente da fare.
Pashtrik Krasniqi, 21 anni, originario del Kosovo e residente nel Verbano-cusio-ossola. Ennesima vittima sul lavoro in Piemonte».
(Marco Procopio – Rai News.it).

L’email ricevuta

Mi presento: sono Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa, scrittrice e attivista. Scrivo con il corpo, con la memoria, con le ferite che non sono solo mie ma collettive. Scrivo per restituire voce a chi non può più parlare, per tendere parole come ponti tra il dolore e il senso, tra la perdita e la giustizia.

La poesia che ho scritto per Pashtrik Krasniqi nasce così, da un bisogno profondo di non lasciare che un’altra morte sul lavoro cada nel vuoto.

Aveva ventun anni. Era su una piattaforma, a sei metri d’altezza, stava smontando un ponteggio. È bastato un istante, un cavo scoperto, e la folgore lo ha portato via. Una vita spezzata sul lavoro, ancora. Un nome tra i tanti, troppo spesso dimenticati. Pashtrik non può restare una statistica, una riga su un giornale.

La poesia per lui è un atto di cura, un gesto che tenta di accompagnare chi resta, una madre, un padre, gli amici, i colleghi, le persone che lo hanno amato.
È anche un grido: un modo per dire che non possiamo più voltare lo sguardo. Ogni caduta, ogni folgorazione, ogni cantiere che diventa luogo di morte, è una sconfitta sociale, morale, civile.

 Per questo ho scritto Sei metri d’eternità. Perché quei sei metri non siano l’ultimo tratto della vita di un ragazzo, ma il primo passo della nostra coscienza verso un cambiamento necessario.

La poesia per Pashtrik Krasniqi, 21 anni

Una scintilla,
e il cielo ha piegato il collo.

La piazza tace,
sfiata l’ombra in silenzio.
Sotto la croce del sole,
un nome si dissolve:
Pashtrik, luce straniera
sulla pelle d’Italia.

Sei metri più in alto
dell’orologio del paese,
le mani smontavano il tempo,
trave dopo trave.

Ma un filo nero, nudo, infame
gli ha detto:
«Torna a casa,
senza scendere».

La folgore
lo ha vestito d’aurora,
in un abito che la madre
non saprà toccare.
Un corpo si fa lampo,
si fa grido nel metallo,
e la voce si rompe in petali.

Villadossola ha pianto,
ma a capo chino,
come un padre
che non sa chiedere perdono.

Il ponteggio,
costole di una gabbia,
ora è vuoto,
e canta col vento
il suo lutto.

Nessun angelo
ha interrotto il circuito.
Nessuna legge
lo ha trattenuto dal volo.
Il casco è rimasto appeso
a un chiodo d’aria,
frutto che la morte non ha colto.

Le mani di Pashtrik
odoravano di calce, di pioggia
e di futuro ancora intonacato.

Il cavo era
più rapido del sogno,
più svelto della vita
che saliva piano.

Ora, a terra, l’asfalto
conserva il suo nome,
 inciso tra le dita di strato
pendono decisioni.

Il cerchio si chiude,
ma non la domanda:
chi protegge chi costruisce il mondo?

Yuleisy Cruz Lezcano
03/08/2025

  • Pubblichiamo volentieri questa poesia, partecipazione a un dramma che spesso passa inosservato perché coinvolge uno dei tanti «invisibili». Raramente la morte di persone immigrate per incidenti sul lavoro fa notizia: invisibili come sono per il nostro mondo e per la nostra politica, che invece è decisamente molto più vocale quando sbandiera il cosiddetto dovere di «difendere i confini della patria», anche quando questo significa rimandare i migranti nelle mani dei loro sfruttatori, lasciarli annegare nel Mediterraneo e negare i diritti fondamentali a persone che provengono da Paesi martoriati dalla povertà, dai cambiamenti climatici, da regimi politici dittatoriali e soprattutto da troppe guerre.

Festival della Missione 2025 a Torino

In continuità con l’ispirazione tematica del FdM22 «Vivere perdono», alla luce del Giubileo 2025 «Pellegrini di speranza» proposto da Papa Francesco e facendo tesoro delle «Piste tematiche» suggerite dalla Commissione scientifica per il FdM25 – che si tiene a Torino dal 9 al 12 ottobre -, la Direzione generale e la Direzione artistica hanno scelto come tema del prossimo FdM25 «il VoltoProssimo».

A chi mi faccio prossimo? Difficile definire cosa si intenda per missione. L’interrogativo, posto dallo stesso Gesù a ogni donna
e uomo del suo e di tutti i tempi, indica, però, l’orizzonte ai discepoli missionari. La domanda assume drammatica urgenza nel presente spezzato dai muri, ferito dalla Terza guerra mondiale a pezzi, minacciato dal riscaldamento globale.

Prossimo deriva dal superlativo del termine latino «prope», il più vicino. A chi mi faccio più vicino, dunque? Ma prossimo indica anche l’estrema affinità, l’identità di sostanza fra le creature, le quali racchiudono un frammento del Creatore. Tutti, in questo senso, siamo prossimi. Una consapevolezza che, però, si acquisisce nel movimento di «farsi più vicini» a quanti sarebbero da tenere a distanza, geografica ed esistenziale. Proprio come al sacerdote e al levita, le «buone» ragioni non mancano per discriminare gli esseri umani in base a categorie di censo, passaporto, genere, condizione esistenziale. Il Samaritano, però, le ribalta con il più semplice e il più missionario dei gesti: l’approssimarsi a chi trova per la strada. Un volto tumefatto nelle cui fattezze sfigurate riesce a scorgere il Volto.

Volto è una parola densa, in cui l’accento relazionale dell’ebraico «panim», si fonde con i singolari «facies», latino, e «prosopon», greco, che sottolineano l’essenza della persona. Il volto è la soglia prima ed estrema tra interiorità e realtà esterna, luogo per antonomasia di svelamento del se e di incontro con l’altro. «Il cristianesimo è incrocio di sguardi, religione dei volti: volto di Cristo sfigurato e trasfigurato, volto del discepolo che può vedere perché è stato visto, volto del povero, sacramento di Dio, volto di ogni essere umano, creato a immagine di Dio…» (Bruno Chenu).

L’articolo «il» è minuscolo per mettere l’accento su «Volto» e «Prossimo»: due sostantivi «legati» in un’unica parola con il filo che cuce insieme le creature tutte. Il filo del gomitolo che ogni giorno dipanano nel mondo i missionari e le missionarie, quanti, cioè, si fanno prossimi.

A simboleggiare il Festival c’è il logo:  un gomitolo la cui forma sferica ricorda il mondo. I suoi fili colorati si srotolano dal basso, facendo partire i nostri sguardi dal Sud.
 A definire questo mondo non sono i contorni delle nazioni, ma i colori, perché il mondo reale di oggi supera decisamente i confini politici territoriali in cui popoli si riconoscono ed è essenzialmente interconnesso e interdipendente.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Continuate così

Carissimi, da diverso tempo ricevo e leggo molto volentieri la vostra rivista MC e desidero complimentarmi per la ricchezza dei contenuti che allargano il cuore ed arricchiscono l’anima! Continuate così!

Luigia Arnaboldi
04/06/2025

Grazie del vostro servizio

Spettabile direzione,
premetto che per interesse culturale e per lavoro ho viaggiato nell’East Africa, in Medio Oriente e in Sud America, per decenni sempre da solo, adattandomi ai trasporti e soggiorni locali. Negli anni Settanta in Kenya mi chiesero quale fosse la mia opinione di viaggiatore solitario. Risposi con una frase che vale forse oggi più di allora, dissi: «Mi vergogno di avere la pelle bianca». Questa, in sintesi, per quello che ho visto e così ho sempre vissuto: fuori sono di pelle bianca, dentro multirazziale.

Oggi sarebbe impossibile fare gli stessi viaggi da solo senza problemi. Quella che era una comprensione primitiva, semplice e sincera non esiste più perché il mondo si è evoluto in peggio in ogni senso.

Oggi, a Nairobi, anche fare circa un chilometro a piedi dall’albergo per arrivare alla chiesa della Consolata in Westlands è sconsigliabile perché troppo pericoloso.

Faccio questa premessa perché non sono uno sprovveduto, ma ho visto molti dei paesi in cui operano missionari e missionarie, e ho constatato, ad esempio, l’enorme dedizione e persecuzioni vissute dai Comboniani in Sudan.

Vengo oggi per esprimere il mio grande apprezzamento alla redazione per l’alto livello di trasparenza di MC. Non ho molto tempo per leggere e così condivido la copia che ricevo nell’ospedalino che esiste qui a San Giulio d’Orta, così anziani e ricoverati imparano a conoscere un po’ altri mondi e altri popoli.

Ieri leggevo il numero di giugno e ancora una volta mi ha fatto  specie l’esattezza degli articoli che rispecchiano in parole chiare la realtà dell’Ecuador, diventato preda delle bande della droga come la Colombia. L’articolo è perfetto e molto educativo.

La vostra rivista è educativa almeno quanto la Bibbia, anzi di più, perché parla del presente e del sacrificio missionario con le sofferenze in buona parte dovute all’assenza di civismo e cultura da parte di chi va al potere, alla sete di denaro, ecc.

Adesso ogni limite è stato superato. Basti leggere il non livello morale di chi comanda in Usa, il livello criminale in Russia e poi, per finire, alla violenza e ignoranza di parte dei discendenti di quelli che hanno condannato Gesu Cristo. È il vergognoso quanto vigliacco comportamento della minoranza ultra ortodossa, che pagherà un prezzo alto visto che l’olocausto ha insegnato il rispetto per la persona umana e non la mattanza di decine di migliaia di innocenti

Grazie per quello che scrivete. Spero che Gesù Cristo si ricordi della vostra rivista che cerca di educare una popolazione sempre più primitiva, e atea per di più.
Cordiali saluti

Giorgio Biancardi
16/06/2025

Caro signor Giorgio,
non sono sicuro che ci meritiamo così tanti elogi. Ma grazie di cuore, ci incoraggiano a continuare sulla strada del servizio alla verità e, soprattutto, del dare voce a chi voce non ha: gli ultimi della storia, le periferie, i poveri, gli esuli, i rifugiati, i migranti per scelta ma soprattutto per forza, i popoli indigeni, ma anche al nostro pianeta bistrattato, sfruttato, inquinato.

Scrivo questo commento pensando che il Vangelo del giorno in cui scrivo ci dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,42). Parole che Luca ha reso ancora più concrete scrivendo: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27).

Per moltissimi cristiani questo è davvero l’impegno per cui pagano di persona. Basta pensare ai milioni che vivono in condizioni di continua persecuzione diretta o indiretta.

Penso a Floribert Bwana Chui, ucciso il 13 giugno 1981 a Goma, nell’Est dell’Rd Congo e dichiarato beato il 15 giugno scorso. Mi riempie di gioia il pensare che il «Signore Leopardo» (questo è il significato di Bwana Chui) si sia offerto invece come un agello.

E come non ricordare suor Leonella Sgorbati, ora beata, che, mentre la uccidevano a Mogadiscio nel settembre 2006, continuava a ripetere «Perdono, perdono»?

Tutto questo è anche un invito alla speranza, perché nonostante sembrino prevalere atteggiamenti predatori, la logica di guerra e il guadagno a tutti i costi, in realtà ci sono tantissime persone che lottano per un mondo di amore, pace e giustizia, spesso a un prezzo molto alto.

E questo è un grande incoraggiamento a non mollare e a continuare con cuore grande il nostro «pellegrinaggio di speranza».

Il nostro desiderio è quello di mettere l’uomo al centro. E cercare la verità, alla luce di Colui che è «via, verità e vita».

Per questo di questi tempi siamo profondamente rattristati dal disprezzo della vita umana dimostrato da noti potenti della terra, ed esibito senza ritegno sia da chi comanda in Israele che da Hamas, sia da altri fondamentalisti in molti luoghi del mondo.

Ricordo di Padre Franco CELLANA

Gentilissimo padre Gigi,
sono Laura, sorella di padre Franco Cellana. Approfitto della tua cortese disponibilità.

La nostra famiglia era grande, papà, mamma e 12 figli, una zia sorella della mamma. I nostri genitori erano meravigliosi, severi quando serviva ma anche accomodanti. La zia aiutava molto la mamma.

Durante la gravidanza di Franco la mamma aveva fatto un voto al Padre Eterno: «Ti prego fa che mio marito torni dalla guerra e ti prometto che anche se verranno 10-12 figli non mi lamenterò mai», e così il primo ottobre 1942 è nato Franco, un settimino. Ne sono poi arrivati altri otto e Franco, nascendo, ha salvato il papà dalla guerra con l’aiuto del cielo, perché papà Giulio era militare e doveva tornare in Libia, ma esisteva una clausola: con il quarto figlio scattava l’esonero.

Papà Giulio chiamava Franco «piccirillo» per la sua compostezza e prontezza ai richiami. Prima di andare a dormire gli diceva: «Domani, giorno di vacanza, vai al pascolo con le capre (erano due) ed al ritorno metti a posto la legna, mi raccomando!». Il giorno dopo al rientro dal lavoro e alla domanda se vi avesse provveduto, la risposta era: «No, mi sono dimenticato»! E così anche nei giorni successivi. Ricordo che papà fingeva di picchiarlo facendogli presentare entrambe le mani, ma seguivano solo carezze in quanto «lui era il piccirillo»!

Abitando a Tiarno di Sopra, vicino a Trento, agli inizi degli anni 48/50 abbiamo conosciuto i Missionari della Consolata della casa di Rovereto attraverso due fratelli missionari, i padri Giuseppe e Giulio Parisi, trentini anche loro. Frequentavano spesso casa nostra e mamma e papà li fermavano anche a pranzo o cena e a noi ragazzi piaceva ascoltare i loro racconti di tante cose a noi sconosciute; erano simpatici e anche scherzosi. Così due dei miei fratelli, il maggiore ed il secondogenito, sono partiti per l’istituto di Rovereto. Il più grande è tornato a casa, ma andava bene anche per i nostri genitori perché, se non si trovavano bene, era meglio che ritornassero in famiglia.

Padre Franco distribuisce aiuti a Nairobi durante i disordini dell’anno 2008.

Nel 1953 anche Franco decide di andare a fare il missionario. Un giorno tornando da scuola mi dice: «Voglio diventare missionario e andare in Africa», e io di rimando «ma non sai nemmeno dov’è!». Lui non replica, ma giunti a casa prende il sussidiario e mi dice «ecco qua!».
E io «ci vai a piedi o in bici?»

E così nel 1953 parte anche lui, mentre in famiglia manca la forza lavoro (tutti i fratelli sono studenti!). Franco inizia il suo percorso in seminario a Rovereto, è molto diligente, impegnato nello studio, interessato al gioco del calcio e si disimpegna bene col pallone. I primi mesi ho sentito molto la mancanza di quel fratellone cui ero particolarmente affezionata e chiedevo spesso a mamma Teresa quando sarebbe tornato; e lei, molto religiosa: «Se quella è la sua strada ben venga».

Completa gli studi teologici a Madrid, dove è ordinato nel 1967. In Spagna rimane fino al 1977 come animatore missionario e nel 1978 arriva il giorno che ci annuncia la sua destinazione: l’Africa, in Tanzania, il suo sogno da ragazzo!

Ricordandogli i nostri discorsi del 1953, scherzosamente gli ho detto: «Se ti serve la bicicletta c’è quella di papà»! Era felicissimo e tutti noi per lui. Ricordo il suo primo ritorno dalla Tanzania, una gioia immensa per tutti: mamma, papà, zia Romana, fratelli, sorelle e i nipotini, divenuti man mano già numerosi, e paesani e amici d’infanzia.

Pa Franco al Consolata Day del 2007 con due impiegate delle Casa regionale di Westlands, Nairobi

La strada che lui ha intrapreso l’ha percorsa con tanto amore per il prossimo. Ci raccontava la miseria e la povertà di quelle genti che avevano poco o nulla da mangiare, ma con un sorriso che ti prendeva il cuore come pure quello dei loro piccoli. La sua prima visita dall’Africa fu una grande festa per tutti noi parenti. Anche i paesani venivano a salutarlo e lui, sempre disponibile, parlava con tutti. Aveva proprio lo spirito missionario, pronto per una parola di conforto e di coinvolgimento anche per i ragazzi.

Un giorno, all’improvviso, viene a mancare papà Giulio, l’8 agosto 1986. Franco torna dall’Africa per il funerale, rimane poco e quando riparte porta con sé in Tanzania mamma Teresa, abbastanza titubante, seppur felice di questa avventura. Laggiù rivede baba Camillo Calliari, un caro confratello, anche lui trentino, che li accompagna per le missioni. Tiene anche un piccolo diario che al ritorno farà copia per tutti noi. Dopo due anni, viene a mancare anche mamma Teresa e a seguire pure zia Romana che era vissuta sempre nella nostra numerosa famiglia.

Wamba 10 aprile 2016, posa delle ceneri di padre Franco nel piloncino davanti alla chiesa della missione.

Nel 1991 lo chiamano come direttore del centro di animazione a Torino, ma nel 1993 viene eletto consigliere generale dei missionari e si trasferisce a Roma. Poi nel 2000 lo mandano in Kenya, prima parroco al Consolata shrine a Nairobi, poi superiore regionale e infine parroco a Wamba, nel Samburu.

All’inizio del 2014 Franco ritorna in Italia dal Kenya per degli accertamenti presso il Centro tumori di Milano. Aveva una grande speranza di poter tornare fra la sua gente e di rimanervi. Purtroppo, il male se l’è portato via il 15 settembre 2014, tornando alla casa del Padre e lasciando un grande vuoto in tutti noi, parenti, amici, benefattori. L’urna è stata portata a Wamba nel 2016, dove riposa nella missione in cui ha prestato il suo ultimo servizio.

Grazie caro fratello per tutto quello che hai donato a chi ne aveva bisogno; noi continueremo a seguire il tuo esempio e riposa in pace nella tua Africa.

A voi tutti, cari Missionari, un grazie per la serenità che donate, la saggezza, l’amore e la costanza con cui operate.

Un grazie a tutti gli amici e benefattori che hanno aiutato e voluto bene a Franco.

Laura Cellana
06/06/2025

www.festivaldellamissione.it



Noi e Voi, Lettori e Missionari in dialogo

A proposito di castità

Castità: ma perché la chiesa di Roma si ostina a non rendere facoltativo il voto di castità? Un religioso non si sente di sposarsi, bene, un altro desidera sposarsi bene.

Perché continuare a questa violenza contro la natura biologica umana della castità? Io e lei siamo nati grazie all’unione dei nostri genitori, non da angeli.

Quante violenze sessuali di religiosi che sentiamo ogni giorno scomparirebbero. Gli ortodossi, i luterani e i tanti gruppi cristiani hanno già fatto da secoli e decenni questo passo di sincerità morale. Se la Chiesa cattolica vorrà vedere ancora vocazioni deve avere coraggio vero. Non belle parole. So che questa mia email non verrà pubblicata, però per l’affetto che ho fin da bambino alla rivista, mi sono permesso di scriverle.

Alfio Tassinari
Cervia (Ra), 15/05/2025

Grazie per questa email che mi dà l’opportunità di approfondire il punto «castità».

Anzitutto, parlando di castità nell’editoriale non mi riferivo al «voto di castità» che è una scelta libera che uomini e donne fanno sia per la vita religiosa, che per il sacerdozio. Pensavo alla castità come parte qualificante dell’amore.

Parto da un elemento di base: con il battesimo tutti siamo chiamati alla santità, nel senso che lo scopo della nostra vita è vivere come figlie e figli di Dio imitando Gesù nella pratica del suo comandamento nuovo «che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13,34). Da questo noi saremo riconosciuti come «suoi». È in questo contesto che la castità trova il suo vero significato, e non si riduce semplicemente all’astensione dai rapporti sessuali. Castità è fare una scelta di amore totale per l’amato o l’amata (che sia Dio o lo sposo o la sposa). Un amore libero e liberante, con cuore puro, con gratuità, senza mai possedere o usare le persone come oggetti sessuali. È guardare agli altri con occhi limpidi. Diventa così una marcia in più del vero amore, che sia vissuta nelle relazioni tra le persone in generale, o nella vita di coppia.

Aggiungo alcune considerazioni. Si parla e sparla tanto degli abusi commessi da sacerdoti e persone consacrate. Non intendo qui scusare chi li ha fatti o continua a farli. Ma la realtà è molto più complessa. Le statistiche ci dicono che gli abusi e le violenze sessuali non sono un «privilegio» dei religiosi, ma sono diffusi, e in percentuali anche più alte, in tutti gli ambiti della vita umana. Personale sanitario, insegnati, professionisti dello sport e dello spettacolo, uomini e donne sposati, religiosi di altre confessioni, imprenditori e persone normali sono protagonisti di abusi e violenze. Senza parlare dell’infedeltà matrimoniale attraverso la frequentazione di prostitute. E poi la pedofilia, la pornografia (che prosperano sul web), la violenza sulle donne, la tratta, il traffico di minori e altri simili abusi sulla dignità delle persone, sono realtà che coinvolgono milioni di persone (anche sposate) e stanno corrompendo sempre più anche giovanissimi.

Nella Chiesa il problema certo esiste, ma, a differenza che in altri ambiti, c’è anche molta consapevolezza accompagnata da un forte impegno a prevenire e porre rimedio al fenomeno.

C’è anche un altro aspetto che fa riflettere: nella nostra società sempre più giovani non si sposano o lo fanno in età molto avanzata. Potrebbe una giusta comprensione della castità aiutarli a vivere l’amore con pienezza?

In questo contesto, allora, la castità, che – ripeto – non è semplicemente l’astensione dal sesso, diventa una proposta importante e rivoluzionaria. Perché vivere la castità è donazione totale, fedeltà, rispetto – anche per una coppia sposata -, un modo profondo, pulito, libero e liberante di vivere l’amore e le relazioni interpersonali.

Se la castità fosse qualificata solo dalla fisicità dell’astensione dal sesso senza divenire, invece, scuola e palestra di amore vero, come quello di Gesù per noi, allora sarebbe solo sterilità e nulla più.

Fra martino campanaro

Gent. Direttore,
in ogni numero della rivista trovo luoghi che ho frequentato e sui quali avrei qualcosa da aggiungere. Tra l’altro negli anni qualcosa di mio l’avete pubblicato. Di solito non vi scrivo, anche perché le descrizioni dell’autore sono sempre precise e ben circostanziate. Ma sul Myanmar mi aveva profondamente coinvolto e sento che devo aggiungere qualcosa soprattutto dopo la immane tragedia che lo ha colpito nel marzo scorso.

Con alcuni amici avevo visitato il Myanmar nel 2010. Avevamo deciso di evitare, nei limiti del possibile, i luoghi turistici e percorrerlo in barca, sui fiumi. Fermandoci in ogni villaggio che avremmo ritenuto interessante e andando a visitare siti archeologici pochissimo frequentati. Volevamo il contatto con la gente vera, non condizionata dal turismo. E quei contatti li abbiamo avuti.

Per sdrammatizzare un poco la gravissima situazione attuale, allego qualche paginetta simpatica tratta dal mio scritto: «Fra Martino Campanaro in birmano» che i bimbi cantavano ovunque ci fermassimo. Cordiali saluti

Mario Beltrami
Sesto San Giovanni (Mi), 19/05/2025

Grazie di cuore. Sì, la tua firma è già apparsa su MC tanti anni fa. Ecco di seguito alcuni testi e foto di quegli indimenticabili ricordi dal Myanmar.

Yaung Song Ballons: «Frà Martino campanaro» in Birmano

Tornando verso la barca nel villaggio di Shwe Inn Thein, in uno spiazzo che porta alle stupe sono attratto da un asilo dove bambini stanno giocando. Chiedo alle due maestre il permesso di entrare e fare qualche foto, cosa concessa senza difficoltà. Bimbi in fibrillazione e zampillanti come popcorn per l’insolita visita. Dopo tanti sorrisi e cicalecci, un bimbo intona un motivetto familiare, subito assecondato dagli altri.

Non ho difficoltà a riconoscere Frà Martino Campanaro, ovviamente in birmano. L’intono anch’io in italiano e mi ascoltano affascinati ed esterrefatti nello stesso tempo. Non riescono a capire come un extraterrestre, che arriva da zone lontane anni luce, possa conoscere questo motivo. Piace il din don dan finale che manca nella loro versione. Decidiamo di comune accordo (non difficile da raggiungere visto che loro parlano il loro dialetto e io il dialetto milanese), di aggiungere il din don dan alla loro versione.

Per la cronaca il titolo della versione birmana è Yaung Song Ballons, che significa «Palloncini colorati».

Villaggio di Main Thauk: si ripete il canto Frà Martino

Prima di lasciare definitivaente il lago Inlè, facciamo un’ultima puntatina al villaggio di Main Thauk, a non più di dieci minuti di barca. Troviamo un asilo e il gentilissimo invito ad entrare.

I bimbi, gasatissimi, cantano in nostro onore e, come per incanto, si ripete il Frà Martino.

Rispondo alla canzoncina con la versione italiana. Più smaliziati dei loro amichetti di Shwe Inn Thein (forse vedono qualche bianco in più), non restano per niente ammutoliti. Mi lasciano finire e, invitati dalla maestra, la riprendono in birmano facendomi tranquillamente capire che dopo tocca ancora a me. Anzi, lo devo stare seduto in mezzo a loro. La cosa si prolunga gioiosamente e, se non ce ne dovessimo andare, chissà per quanto tempo ancora sarebbe durata.

Shwe Pyi Thar: il villaggio del sorriso

La navigazione sulla nostra barchetta scorre lentamente anche per godere della bellezza della natura intorno a noi. Decidiamo una sosta in un piccolo villaggio, poverissimo. Decine di bambini ad accoglierci sulla riva e ad accompagnarci nel nostro girovagare.

Qui purtroppo non c’è scuola ma, sotto la direzione del capo villaggio, ci intonano dei canti fra i quali non può mancare Frà Martino. Ormai lo consideriamo una sorta di inno nazionale. I bimbi ci stanno vicini, si lasciano fotografare, ma non chiedono nulla.

E questo, abituati ai bimbi questuanti di tantissimi altri Paesi, ci riempie di gioia. Solo pochi, i più fortunati, frequentano una scuola in un villaggio vicino. La scuola costa e solo alcuni se la possono permettere (lasceremo qualche soldino al capo villaggio, davanti a tutti, per aiutare ad aumentarne il numero). Fra i fortunati, nessuna bambina. A loro non serve. Il loro futuro prevede altri compiti. Sarebbe un’inutile perdita di tempo.

Guardo una bimbetta di una decina d’anni. Ricambia il mio sorriso con tanta dolcezza. Lo sguardo è vispo, dentro quella testa, c’è intelligenza da vendere. Perché le deve essere negato il diritto di conoscere ed essere schiavizzata con lavori massacranti, senza alcuna gratificazione?

Sempre che non arrivi qualcuno senza scrupoli che con due soldini e false promesse se la porti via per avviarla su altre strade.

I bimbi del monastero di Bagaya

Il monastero di Bagaya, realizzato in tek circa due secoli fa, è una delle più interessanti testimonianze buddhiste.

Ma da qualche tempo è anche ricordato per la caratteristica torre pendente che l’affianca. Contrariamente alla più famosa Torre di Pisa nostrana, qui la pendenza è stata causata da un terremoto. Ha subito lesioni, ma è ancora concesso salire fino in cima. Non saprei dire se questa concessione è dovuta al turismo, o se siano stati effettuati seri controlli che ne hanno attestato l’agibilità. Fino a metà ci si arriva con una malconcia scala esterna in legno; l’ultimo pezzo è interno in un budello largo mezzo metro.

Ma a me piace ricordare questo monastero per una importante iniziativa. L’unico monaco rimasto ha raccolto bambini che non vanno a scuola e insegna loro le regole del buddhismo tramite la lettura delle sacre scritture. 

Si potrà obiettare che non è un gran che. Che non imparano matematica e inglese, che potrebbero tornare loro comodo.

Ma, vedendo il bicchiere mezzo pieno, non è che imparando a leggere e memorizzare quei testi, non sappiano poi leggere altre cose. E imparando quei caratteri, possono anche capire come metterli a loro volta sulla carta. Anche per scrivere cose diverse. E imparando a leggere e scrivere cose diverse, se hanno la volontà di farlo, potrebbero anche cimentarsi (perché no?) con materie diverse.

Mario Beltrami

MC: semina consapevolezza e amore

Uscito dalla sede torinese (di MC), mi sono chiesto come e quando «Missioni Consolata» fosse arrivata a casa nostra. Entrato con la leggerezza accattivante delle sue copertine, la franchezza degli editoriali, la chiarezza tipografica del sommario, ci ha presto abituato ad alcune rubriche: i dossier documentati, «E la chiamano economia» di Francesco Gesualdi fra i principali. Così, da circa 15 anni, il mix convincente di «aspirazione alla consapevolezza imbevuta d’amore» frena lo scorrere della nostra quotidianità «obbligandoci» a spunti di riflessioni speciali.

Da sempre mi hanno stupito i sorrisi delle copertine, sorrisi che indicavano livelli di realtà comunque presenti al di là delle innegabili situazioni critiche, spesso drammaticamente critiche. Qualche anno fa – insegnavo ancora – mi ero rivolto per mail direttamente a padre Gigi Anataloni chiedendogli il modo di accedere all’enorme archivio della rivista nell’interesse della ricerca dei miei studenti: accordato senz’altro e velocemente. Nel tempo ho mantenuto fermo il desiderio di rendermi conto di persona della «realtà redazionale» di MC e finalmente – terza discesa a Torino dalla Bolzano altoatesina – mi sono ritagliato il tempo necessario.
Incontro prudentemente cordiale all’inizio, ma sempre più affettuosamente e profondamente informativo tanto più quanto più cresceva la percezione dell’autenticità dell’interesse reciproco. Così padre Gigi mi ha introdotto passo passo al cuore pulsante della rivista e della sua passione di direttore responsabile: documentare fatti/esperienze riuscendo a coglierne – al di là degli innegabili problemi – l’alito dell’amore che tesse ragioni di vita. C’è molto di più, anche se magari meno visibile, nella realtà ma bisogna saperlo cogliere.

E le diapositive che mi mostrava (diapositive che affondavano in decenni e decenni passati, fra tecniche di proto-fotografia e proto-realizzazione pratica dell’immagine), così come alcune grandi immagini appese alle pareti chiedevano esplicazioni.

«Perché tanto lavoro manuale e poca meccanica, poca tecnologia, al tempo d’oggi?». «Pensa al frutto dell’acquisto di una macchina, Marco, a cosa lascia nel corso del tempo. Tu vedi qui una fila di persone impegnate in lavoro manuale faticoso, ma non vedi le relazioni che intanto si sono stabilite, le competenze che vengono passate. In questo modo (d’accordo, forse ai tuoi occhi paradossale) si è dato lavoro per anni, una rete di civiltà ha potuto stabilizzarsi. Tante sono le variabili da considerare in un progetto, tante! E solo il tempo può dire se la scommessa è stata vincente, quella per noi fondamentale: la scommessa della civiltà dell’uomo».

Leggevo recentemente: «Nasciamo con un amore innato per la verità, ma siamo pronti a liberarcene non appena ci sia di impaccio» (Roger Money-Kyrle). Ed anche, di Altan: «Cosa dice la tua coscienza?». «Ne ho diverse: sono indeciso su quale mi conviene usare».

Ecco, esperienze come la mia quel pomeriggio aiutano a trovare una bussola per non rimanere tristemente prigionieri del quid di amara ragione che pure contengono sentenze simili.

Proprio perciò ho apprezzato la schiettezza con la quale una dinamica suora proveniente da quello che una volta si chiamava «Terzo mondo» si è congedata ridendo da me: «Ah, lei è un professore… A cosa serve?». Perché i professori servono, certamente, quelli veri però!

Grazie padre Gigi, il nostro incontro mi ha donato una scheggia di gioia vera. E Dio solo sa di quanta ce ne sia bisogno.

Marco Bertorelle
Bolzano-Bozen, 02/02/2025

Grazie anche a te della tua visita. Anche per noi l’incontro con i nostri lettori è importante. Felici poi se riusciamo a essere complici di insegnati nell’aprire gli occhi dei nostri giovani a una visione diversa e più fraterna del mondo intero.




Vedere, discernere, comunicare

Sono le parole che papa Leone ha pronunciato all’incontro con la stampa del 12 maggio scorso, in perfetta continuità con il messaggio lasciato da papa Francesco.

Quasi in contemporanea è uscito un rapporto dell’Ong Amref, «L’Africa mediata 2025», che sottolinea la grande marginalità dell’Africa nel nostro mondo comunicativo. Una marginalità che rasenta l’indifferenza ed è anche condita di stereotipi negativi soprattutto a livello di percezione e, quindi, di azione. Un paradigma, questo, applicabile anche all’informazione che riguarda tanti altri Paesi del mondo, i quali fanno notizia solo quando coinvolgono i nostri interessi o quelli dei potenti di turno.

Tutto questo non fa che confermare il disagio crescente che sento di fronte al modo con cui giornali e televisioni ci stanno informando. Basta calcolare i minuti e le pagine divorati in questi ultimi mesi da certi avvenimenti che prendono tutto. Ci vuole poco a realizzare che il primo quarto del tempo di un noto Tg è dedicato a un’informazione politica sbilanciata in favore di chi è al potere, un altro quarto alle notizie e gossip del giorno, che siano l’elezione di Trump, la malattia di papa Francesco o il totopapa nel tempo del conclave, seguiti poi da un terzo quarto dedicato a poche notizie nazionali e internazionali con ovvia centratura su Ucraina e Palestina, e un ultimo quarto dedicato un po’ allo sport e poi tanto, tantissimo spazio allo spettacolo, dove la notizia diventa spesso pubblicità.

Per parlare del Myanmar ci vuole un terribile terremoto (che merita al massimo due giorni). Eritrea, Sudan, Paesi del Sahel, Libia e altri Paesi affacciati al Mediterraneo, appaiono solo quando l’ennesimo naufragio con decine di morti scalfisce il muro del pregiudizio che fa percepire tutti i migranti (compresi i bambini) come invasori illegali e pericolosi delinquenti dai quali bisogna «difendere la patria».

Per parlare poi della Chiesa, serve la notizia di qualche scandalo clericale, eccezione fatta per la malattia di papa Francesco e l’elezione di papa Leone.
Ma è, questa, vera informazione? Pensiamo a quella marea che sono i social media dove è spesso difficile distinguere il vero dal falso, dove ci illudiamo di poter partecipare, pur rimanendo spettatori dipendenti (dagli algoritmi), acritici e incantati, e dove, soprattutto, rimangono invischiati giovani e giovanissimi.

Non entro nel campo dell’Ia (Intelligenza artificiale), una realtà affascinante e con enormi potenzialità, ma anche con gravi rischi, spesso usata in cerca di risposte sicure che indeboliscono il libero uso del nostro senso critico e, tra l’altro, monopolizzata dai grandi gruppi di potere economico e informatico per aumentare i loro profitti.

Oggi più che mai è necessario che ciascuno usi la propria coscienza e la propria testa, magari in dialogo con lo Spirito che ci guida nel discernimento. Oggi più che mai c’è bisogno di persone che lavorino nella comunicazione ascoltando e rilanciando la voce dei deboli che non hanno voce, invece delle urla di chi ha già megafoni enormi a disposizione.

Come dice papa Leone, «Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana».

Gigi Anataloni
direttore responsabile MC




Fedele fino alla morte

Il popolo Tolai vive nella penisola Gazzelle nel nord est dell’isola della Nuova Britannia in Papua Nuova Guinea. è una delle decine di etnie dell’arcipelago che circonda l’isola principale. Lì è arrivato diversi secoli fa stabilendosi nella zona più fertile di tutta la Papua Nuova Guinea. Popolo di fieri guerrieri, avevano una struttura matriarcale e i bambini venivano educati sotto la responsabilità dello zio materno che insegnava loro le basi di agricoltura, pesca e caccia. I loro nomi sono caratterizzati dal prefisso «To» o «Ia»: «To» per i maschi, «Ia» per le femmine.

Colonizzazione europea

Il primo europeo ad arrivare in queste terre è un navigatore olandese nel 1616, e poi gli inglesi all’inizio del XVIII secolo che chiamano l’isola Nuova Britannia. Nel 1884 arrivano i tedeschi, che prendono il controllo dell’arcipelago. A fine 1800 ci vivono circa 190mila indigeni e 800 tedeschi.

Nel 1914 ritornano gli inglesi dall’Australia. Sconfiggono i tedeschi, e nel 1919, con il trattato di Versailles, l’arcipelago diventa parte dell’Impero britannico. La Papua Nuova Guinea diventa indipendente dall’Australia nel 1975.

I primi missionari

I primi missionari, sia cattolici che protestanti, cominciano a evangelizzare le isole a fine XVIII secolo partendo da Sidney in Australia. La Santa Sede istituisce due vicariati apostolici solo nel 1844: quello della Melanesia e quello della Micronesia, e li affida ai missionari Maristi che mettono la loro base nell’isola di Woodlark e da lì raggiungono le altre isole. Lavorano con coraggio, ma pagano anche un prezzo altissimo: di venti missionari mandati nella regione, sette muoiono per malattie tropicali e cinque diventano totalmente invalidi. Così nel 1850 i Maristi chiedono che altri missionari prendano la responsabilità del Vicariato della Melanesia.

Nel 1852 arrivano i missionari del Pime da Milano, ma anche loro si ritirano nel 1855, lo stesso anno in cui nell’isola di Woodlark è ucciso padre Giovanni Battista Mazzucconi, ora beato.

Nel 1875 entrano in scena con forza i missionari protestanti Metodisti che, nel giro di due anni, riescono ad aprire ben undici stazioni tra i Tolai.

Nel 1881 dall’Australia viene mandato padre René Lannuzel, un sacerdote associato ai Cappuccini. Arrivato nella penisola
Gazelle è subito ben accolto dai nativi e, in poco tempo, battezza 76 bambini.

Nel settembre 1882 sbarcano a Vunapope tre missionari francesi del Sacro Cuore. Nonostante le molte difficoltà (malattie, contese per la terra, restrizioni governative alla loro azione, incendi delle stazioni di missione), la missione comincia a dare i primi frutti. Nel 1887 ci sono 700 cattolici (100 europei e 600 nativi), quattro stazioni di missione, sette scuole con 600 bambini e nove missionari, sei suore e un fratello.

Rakunai e il capo To Puia

I missionari, bene accolti dai Tolai, aprono una stazione di missione a Rakunai, uno dei loro villaggi più importanti. è anche il luogo dove spesso le questioni tra i vari clan vengono risolte in combattimenti tra le parti.

I missionari sono sorpresi dalla rapidità con cui il popolo accoglie il Vangelo. Pur tra grandi difficoltà, fanno uno splendido lavoro di inculturazione ed entro la fine del 19° secolo i Tolai abbandonano pratiche ancestrali come cannibalismo, riti demoniaci, lotte, guerre e pratica della schiavitù.

Rakunai deriva da «ra kunai», che significa «campo di erba» ed è in una delle zone più fertili della regione e anche centro di mercato per i villaggi vicini. Qui troviamo la famiglia di Peter To Rot. Suo padre è Angelo To Puia, un leader del suo clan e capo villaggio di Rakunai. La mamma è Maria Ia Tumul. Peter è il terzo di sei figli: quattro fratelli e due sorelle. Gli ultimi due, i più giovani, muoiono ancora bambini.

Peter nasce probabilmente nel 1912. La sua famiglia è già cristiana. Il padre è stato battezzato nel 1898, ed è uno dei primi cattolici tra i Tolai. To Puia è un capo molto rispettato, un buon padre e un ottimo cristiano. Come capo è attento ai più poveri, soprattutto agli orfani che accoglie e cura nella sua stessa casa. È lui a invitare i missionari a vivere nel villaggio, a costruire  una chiesa e una scuola. È il capo della zona per circa 40 anni e muore nel 1938. La sua conversione al cattolicesimo, con quella della sua famiglia, segna la fine dell’influenza dei Metodisti nell’area, contribuisce ad allentare le discriminazioni governative verso cattolici e incoraggia altre conversioni.

Il prediletto di papà

Il Beato Peter to Rot (in foto elaborata dall’originale in bianco e nero
(Asia News)

To Rot è battezzato lo stesso anno della sua nascita. Riceve la sua formazione cristiana soprattutto dal papà. È un ragazzo tranquillo, gentile e molto obbediente. Ha un rapporto molto profondo con suo padre, di cui, proprio per il suo carattere, è il «prediletto». A sette anni è ammesso nella scuola primaria di Rakunai, che frequenta con regolarità. Sveglio, attento e pronto, partecipa attivamente alle lezioni, e fuori è l’anima dei giochi e anche di vari lavoretti. A scuola impara molto bene la Bibbia, memorizzandone tante pagine.

Visto il suo impegno, riceve la prima Comunione che ha solo circa 11 anni. Quando poi il missionario chiede volontari per servire la messa ogni giorno, lui è uno dei primi a offrirsi. Dato che la sua casa è molto lontana dalla chiesa, il papà gli dà il permesso di stare con dei parenti che abitano vicino a essa e così può andare a servire messa tutti i giorni senza doversi alzare prestissimo e fare una lunga camminata.

Il suo amore per Gesù nell’Eucarestia è il suo più intimo segreto e più grande tesoro. Sarà la forza di tutta la sua vita.

Un ragazzo responsabile

Peter è un ragazzo normale, vivace come tutti i suoi coetanei. Anche lui fa delle marachelle, ma ha un forte autocontrollo: quando le cose degenerano tra gli amici, ha la capacità di dire «basta», e sa farsi ascoltare. Ovvio che, come figlio del capo, è rispettato dai suoi compagni, ma questo non gli fa montare la testa, anzi è molto amichevole con tutti, e ha una speciale attenzione ai più poveri e agli orfani, come ha imparato da suo padre.

Passata l’adolescenza, dovrebbe lasciare la scuola, ma lui vuole continuare. Il parroco, che lo segue da vicino, conosce il suo amore per l’Eucarestia e pensa che To Rot potrebbe essere un buon prete per la sua gente. Ne parla con il papà, To Puia, ma questo gli dice: «Non credo che uno della nostra generazione sia pronto per diventare prete. È troppo presto per quello. Piuttosto mandalo alla scuola di catechisti».

Catechista

Così nel 1930, a 18 anni, Peter entra nel Saint Paul catechist training centre di Taliligap, un centro creato nel 1925 per tutto il vicariato della Melanesia. La scuola accoglie centinaia di giovani, provenienti dagli oltre trenta gruppi linguistici del vicariato, per preparare i futuri catechisti: formarli spiritualmente, insegnare i metodi per comunicare il Vangelo e quanto necessario per animare una comunità anche in assenza del sacerdote; organizzare e gestire una scuola elementare di villaggio, imparando la lingua locale, se necessario; apprendere metodi e contenuti sia per l’insegnamento religioso che per quello scolastico di base; tenere i registri e promuovere attività extra scolastiche.

Arrivato al centro, To Rot si sente subito a casa. Si butta nello studio e diventa uno degli studenti migliori. Sfrutta al meglio il suo tempo, diviso tra preghiera, studio, lavoro nell’orto, attività ricreative e sport. Naturalmente approfondisce anche la sua vita spirituale, e il suo amore per l’Eucarestia diventa sempre più sincero e il centro della sua vita. Per questo fa la comunione tutti i giorni, cosa non abituale allora.

Impiego anticipato

Il corso che frequenta dura tre anni, ma Peter, già all’inizio del 1933, viene mandato al suo villaggio, Ranukai, perché il catechista è andato via e non c’è nessuno ad aiutare il sacerdote. Ha 21 anni, è un giovane sano e robusto, un gran bel ragazzo, ben cosciente del suo stato sia di catechista che di figlio del capo. Servire con umiltà e dedizione creando una profonda collaborazione con il sacerdote, lavorando con lui, chiedendogli approfondimenti sugli aspetti della fede che non gli sono ancora chiari. Ha un solo pensiero nel cuore: essere un buon catechista e servire Gesù con tutto il cuore.

Attento alla vita della sua gente, non è indifferente di fronte ai problemi o a qualcuno che torna al paganesimo. Corregge con gentilezza, interessato al bene delle persone, come avrebbe fatto Gesù stesso: odia il peccato ma ama i peccatori.

Nella scuola è attento ai bisogni dei ragazzi, in particolare i più fragili. Non ama gli scontri, e usa tutta la sua influenza e il suo amore per ricondurre all’ovile le pecore disperse.

Se sa che qualcuno è malato, va a visitarlo nella sua casa e lo aiuta anche a trovare le medicine, oppure, nei casi più gravi, informa il sacerdote perché possa ricevere i sacramenti.

Sposo e padre

Nel 1936, l’11 novembre, si sposa in chiesa con Paula Ia Varpit che ha solo 16 anni. Arrivata a Rakunai a 14 anni, già battezzata, è diventata sua allieva nella scuola, dove è sbocciato l’amore.

Il matrimonio è preparato secondo i costumi locali senza però che siano le famiglie a scegliere sposo o sposa. In più To Rot rifiuta la convivenza di prova prima del matrimonio come previsto dai costumi locali. La celebrazione è quella del rito cattolico seguito poi dalle feste tradizionali a cui Peter ha diritto come figlio del capo.

Il matrimonio di Peter e Paula è esemplare per tutti, soprattutto perché i due si amano profondamente e pregano insieme mattina e sera, condividendo le fatiche quotidiane e superando con l’amore e il rispetto reciproco le tradizioni più negative della cultura Tolai.

Dopo l’invasione dei giapponesi del 1942, il loro amore diventa ancora più forte. Peter e Paula hanno due figli: Andreas To Puia nel dicembre 1939 e Rufina Ia Mama nel 1942. Un terzo nasce nell’agosto 1945.

Occupazione giapponese

Dal 4 gennaio 1942 i giapponesi occupano la Nuova Britannia cacciando gli australiani. Il 25 gennaio arrivano a Rakunai dopo aver bombardato la chiesa in cui sospettano siano nascosti dei soldati nemici.

In un primo momento i giapponesi permettono a padre Laufer, il parroco, di rimanere, ma poi, in ottobre, tutti i missionari sono internati, dapprima in un campo di concentramento a Vunapope, porto e capitale della zona, e più tardi a Ramale.

Così la cura dei cristiani ricade totalmente sui catechisti. To Rot, pur cosciente della gravità della situazione e dei rischi che corre, si prende la responsabilità di essere vicino ai cristiani e sostenerne la fede. Continua a guidare la preghiera domenicale, a battezzare i bambini, a formare le giovani coppie e benedire il loro matrimonio, ad aiutare i più poveri, a visitare gli ammalati e a seppellire i morti. Il tutto registrato accuratamente nei libri della parrocchia. Oltre a questo, visita regolarmente anche i missionari imprigionati e porta loro cibo e vestiario, che però spesso viene confiscato dalla polizia giapponese. Andando a Vunapope, a cinque, sei ore di cammino, coglie anche l’occasione per prendere nella chiesa centrale delle ostie consacrate per distribuire la comunione.

Controllati dalla polizia

Le cose cambiano nel marzo 1943. I giapponesi sentono il peso degli attacchi degli alleati e la Nuova Britannia passa dall’amministrazione civile a quella militare. Una delle conseguenze è che gli occupanti controllano di più i catechisti e ne riducono le attività. To Rot è convocato dalla polizia che gli proibisce di fare incontri con grandi gruppi di cristiani. Nello stesso tempo distruggono completamente la chiesa, con la scusa che è un edificio grande e quindi troppo visibile ai bombardieri alleati.

To Rot ottiene di poter costruire una cappella più piccola e più mimetizzata. Tutta la comunità lo aiuta. È la chiesetta di Palnalama, di rami di palma.

Nuove restrizioni

Nel marzo 1944 la situazione peggiora ancora. I giapponesi stanno perdendo la guerra e controllano solo la penisola Gazelle che è spesso bombardata dagli alleati e tagliata fuori da rifornimenti via mare.

La polizia convoca i catechisti cattolici e i pastori metodisti e comunica loro che tutte le attività religiose sono proibite. To Rot protesta, ma l’ufficiale giapponese, Meshida, lo zittisce brutalmente.

Tornato a casa non si arrende. «Vogliono toglierci la preghiera, ma io continuerò con il mio lavoro». Ormai è solo. I missionari sono nel campo di concentramento, i suoi compagni catechisti sono troppo spaventati e gli ordini dei giapponesi impediscono ogni attività pastorale. Non solo: gli occupanti requisiscono ogni simbolo religioso (libri, crocefissi, immagini) e confiscano e bruciano tutti i registri parrocchiali.

Prudenza e perseveranza

Così esce di notte a incontrare i cristiani radunati in piccoli gruppi in luoghi segreti, prega con loro, li istruisce, battezza i bambini e benedice matrimoni. Ha una cura particolare per gli ammalati e i moribondi. Per essi riesce perfino ad andare fino a Vunapope per riportare loro l’Eucarestia. Non abbandona i suoi amici catechisti, incoraggiandoli, istruendoli personalmente o inviando loro lettere con consigli e istruzioni. Ai suoi cristiani raccomanda la prudenza e li invita alla perseveranza nella preghiera senza mostrarsi in pubblico. È ben cosciente che rischia la prigione e la sua stessa vita.

Viva la poligamia

A giugno 1944 la situazione peggiora ancora. I giapponesi sono alle strette e cercano il sostegno della popolazione locale. Per questo offrono ricompense ai capi locali e, per ingraziarseli, decidono di ripristinare un’antica tradizione culturale dei Tolai: la poligamia, proibita dal cristianesimo e messa fuori legge dai governi precedenti. Non solo la legalizzano, ma puniscono chiunque obietti contro questa decisione.

La proposta è accolta con favore da diversi capi e perfino da uno dei fratelli di To Rot, Tatamai. To Rot non accetta la decisione. Continua così il suo servizio e la sua testimonianza che ha grande influenza sulla sua gente. Questo lo mette in contrasto diretto con i giapponesi, soprattutto con il capo della polizia, Meshida, e un poliziotto locale al loro servizio. Questi vuole prendere come seconda moglie una donna cristiana già sposata. To Rot interviene aiutando la donna davanti al capo villaggio, e questa riesce a tornare da suo marito.
Il poliziotto, To Metapa, diventa furioso con To Rot e cerca ogni opportunità per bloccarlo.

L’arresto

Nel maggio 1945, una sera è di pattuglia e ferma una giovane coppia. I due, interrogati su cosa facciano in giro a quell’ora, impauriti, raccontano che stanno tornando dalla fattoria di famiglia di To Rot, dove quest’ultimo ha appena celebrato alcuni matrimoni, tra cui il loro. To Metapa ha in mano la scusa che cercava e fa arrestare Peter To Rot e i suoi due fratelli la mattina dopo. Perquisiscono da capo a fondo la fattoria dove i tre fratelli vivono, e distruggono tutto il materiale religioso di Peter: Bibbia, crocefisso, catechismo, libri di canti, registri di battesimo e di matrimonio. Picchiano lui e i suoi fratelli. Questi sono condannati a un mese di prigione, e lui a due mesi. La sua chiara opposizione alla poligamia aggrava la situazione.

Viene portato al campo di prigionia di Vunaiara, una struttura molto spartana con capanne di pali circondate da fossati e una galleria scavata nel lato della collina. Viene chiuso in una piccola stanza sotterranea. Nel campo sono prigionieri anche i suoi fratelli, e per un certo tempo può frequentarli. Lui è trattato con più durezza di tutti. Mentre gli altri durante il giorno possono uscire a lavorare nei giardini dei vicini, lui è tenuto in isolamento o mandato a lavorare nella cucina del campo. Spesso di notte è chiuso in una cella sotterranea senza finestre. Può ricevere visite dalla vecchia madre, dalla sorella e dalla moglie con i figli. Lui li incoraggia. «Non piangete. Pregate. Sono qui per una buona causa. Ne sono felice, perché sono qui in ragione della mia fede». Ed è perseverante nella sua preghiera quotidiana.

I suoi fratelli sono rilasciati dopo un mese ma lui, finiti i suoi due, continua a essere internato senza una ragione specifica. L’odio di Meshida e To Metapa blocca ogni via alla libertà.

Gli ultimi giorni

Peter To Rot è ben cosciente che sarà ucciso, ma non ha paura. Due giorni prima di morire, sua moglie incinta va a trovarlo con i due bambini. Gli porta il crocefisso che lui le ha chiesto e aveva lasciato nascosto. Lei gli chiede di smettere di fare il catechista e di ritirarsi a una vita più tranquilla. «Non preoccuparti. È mio dovere morire per Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e per la mia gente», è la sua risposta. Lei insiste, e lui: «Non impedirmi di fare il mio lavoro. È il lavoro di Dio».

A sua madre venuta a visitarlo (probabilmente il 6 luglio) dice: «La polizia mi ha detto che stanno aspettando un medico giapponese che deve venire a darmi delle medicine. Penso che sia una bugia, perché non sono malato. Non so cosa questo significhi». Poi le chiede di pregare per lui e salutandola, in modo molto sereno, le dice: «Questa notte mi metteranno di nuovo nella buca».

Francobollo che rappresenta il momento dell’esecuzione di To Rot

Quella notte vengono due medici giapponesi e tutti i prigionieri, accompagnati dalla polizia indigena, sono mandati fuori, in una fattoria vicina, a giocare e divertirsi in occasione della luna piena, anche se piove. Tutti, tranne To Rot e un ragazzo di 15 anni più giovane di lui. Non ci sono testimoni in giro.

Il capo dei guardiani manda il ragazzo a chiamare To Rot e poi lo caccia via. Si nasconde sul fianco della collina poco distante e vede che un dottore fa un’iniezione a Peter e poi gli dà da bere. Lo fa poi sdraiare e gli riempie il naso e le orecchie di cotone. Peter vuole vomitare. Il medico gli copre la bocca, lo tiene giù e gli dà un colpo sulla gola con un bastone. Dopo un po’ To Rot si irrigidisce e muore. Il ragazzo corre a raccontare quello che ha visto agli altri. Tutti i prigionieri, quando tornano alla prigione vedono il corpo di To Rot, ma, impauriti, si ritirano in silenzio.

Il giorno dopo (7 luglio), dopo il solito appello mattutino, tutti vanno al lavoro. Quando arrivano alcuni collaboratori dei giapponesi, questi vedono il corpo di To Rot e danno l’allarme. Le guardie fingono di essere sorprese. Mishida copre il corpo con un telo e dice a tutti: «Il “ragazzo della missione” era molto malato ed è morto. Dite al capo Tata di Rakunai e ai suoi parenti di venirlo a prendere e portarlo via».

Il capo Tata arriva rapidamente e trova il corpo di To Rot ancora caldo. Naso e bocca sono pieni di cotone, una schiuma puzzolente esce dagli angoli della bocca, c’è un rigonfiamento sul collo, prova di una botta ricevuta, due tagli sanguinolenti nel retro della testa e il segno rosso di una puntura alla vena del braccio sinistro: è chiaro per tutti che To Rot è stato ucciso «per quello che conosceva e per la sua religione». Nessuno crede alla storia della malattia. Bisbigliano tra loro, ma la paura della polizia militare è troppo forte.

Portano il corpo di To Rot a casa dalla sua famiglia. La moglie, Paula, incinta del terzo figlio, scoppia in pianto. Viene preparata la bara. La gente accorre a vederlo. Il funerale è celebrato senza solennità e in silenzio per paura che la polizia faccia altri arresti. Lo seppelliscono nel cimitero della famiglia di sua madre, secondo le loro tradizioni.

Il cardinal Parolin con il quadro del beato il 31 marzo 2025, giorno dell’annuncio della canonizzazione di To Rot (Vatican Media)

Martire

Per riconoscere un vero martire, sono necessarie tre condizioni: che sia ucciso; che la persona sia ben cosciente di rischiare la vita rimanendo fedele alla sua fede; che questo avvenga in odio alla fede.

Nel caso di Peter To Rot questo è  chiaro fin da subito, così papa Giovanni Paolo II lo dichiara martire e beato il 17 gennaio 1995 senza bisogno di miracoli approvati. Lo stesso fa papa Francesco che, il 31 marzo 2025, tre settimane prima della sua scomparsa, ne ha autorizzato la canonizzazione. La data effettiva  sarà decisa da papa Leone XIV. Sarà il primo santo nativo della Papua Nuova Guinea.

Aggiornamento: Peter ToRot, il primo Santo della Papua Nuova Guinea, sarà canonizzato il 19 ottobre 2025, domenica in cui si celebrerà la 99ma Giornata Missionaria Mondiale. Lo ha deciso oggi (13 giugno 2025) Papa Leone XIV, durante la celebrazione del suo primo Concistoro Ordinario Pubblico.
Da Agenzia Fides

Gigi Anataloni

Testo liberamente tradotto e sintetizzato dal libro di padre Thomas Ravaioli, Blessed Peter To Rot, pubblicato dalla Catholic bishop conference of Papua New Guinea and Solomon Islands, 2020.

17 gennaio 1995, papa Giovanni Paolo II con il quadro del nuovo beato il giorno della beatificazione (Vatican Media)



Noi e Voi. Ricordando Francesco

Fino in Mongolia

Visita di papa Francesco in Mongolia — foto Apostolic Prefecture of Ulaanbaatar

In queste ore siamo tutti scossi. È difficile ordinare i pensieri e tradurli in parole di senso compiuto. È un grande shock, che ha bisogno di essere attraversato con fede.

Ci vorrà del tempo per capire fino in fondo la portata del pontificato di papa Francesco. Quello che mi sento di dire adesso è che vedevo incarnata in lui una profonda paternità, che ho sperimentato personalmente in varie occasioni. Mi sentivo attratto dalla sua libertà interiore e dal suo ascolto delle mozioni interiori dello Spirito Santo.

Per noi Missionari e Missionarie della Consolata, papa Francesco è il Pontefice che ha canonizzato il nostro santo Fondatore e che ha dato un impulso missionario grandissimo alla vita e alle scelte della Chiesa.

Con il suo magistero e con il suo esempio ha riportato la missione evangelizzatrice della Chiesa al centro della vita reale delle comunità.

Per quanto riguarda la Chiesa in Mongolia, certamente papa Francesco sarà ricordato nella storia di questo Paese per essere stato il primo Pontefice a venire qui. Ma anche per il coraggio dei suoi discorsi profetici sul valore della fratellanza universale e dell’impegno per la giustizia, la pace e l’armonia del creato.

In queste ore sto ricevendo telefonate e messaggi dalle autorità civili e religiose della Mongolia. Uno dei consiglieri del Presidente mongolo mi ha trasmesso le condoglianze del Capo dello Stato, dicendo che papa Francesco ha scritto a caratteri d’oro una pagina nuova nella storia delle relazioni tra Mongolia e Santa Sede.

Poco fa mi ha chiamato l’Abate primate dei buddhisti mongoli, il Hamba Nomun Khan Javzandorj, con il quale non più di tre mesi fa avevamo avuto la gioia di incontrare personalmente papa Francesco in Vaticano. Mi ha voluto dire che, su richiesta esplicita del Presidente della Mongolia, la comunità monastica buddhista del tempio Gandantegchinlen, domani offrirà una preghiera rituale per l’anima di papa Francesco, come già avevano fatto durante il suo recente ricovero ospedaliero.

papa Francesco è stato capace di parlare al cuore di tutti. Abbiamo tanto da imparare e da applicare alla nostra vita di servi del Vangelo.

Cardinale Giorgio Marengo,
Mongolia, 21/04/2025

L’odore delle pecore

Ringrazio Dio di aver incontrato personalmente papa Francesco.

È stato un grande regalo nella mia vita: un modello di umiltà e povertà francescana da imitare.

Il 16 aprile 2015, durante la visita ad limina di noi vescovi del Kenya, ho avuto la gioia di fare a papa Francesco un regalo speciale. Gli ho detto: «Io lavoro nella diocesi di Maralal, in mezzo ai pastori e perciò ti offro, a nome loro, questa mia mitria di pelle. Ora anche tu, come buon pastore, potrai avere l’odore di pecora, come sempre vai dicendo ai tuoi preti».

Prima di mettergliela sulla testa, lui stesso volle annusarla e poi commentò: «Questa non è pecora ma capra!». Gli risposi: «Sì, è vero. Vedo che te ne intendi. Ma in Kenya le pecore e le capre vanno al pascolo insieme».

Sette mesi dopo, egli fece visita in Kenya (25-27 novembre 2015), e mi fece una bella sorpresa che dimostrava il suo cuore sempre attento ai piccoli favori. Al suo arrivo, nell’aeroporto di Nairobi, sceso dall’aereo, mentre passava davanti alla fila dei vescovi, mi feci coraggio e gli chiesi: «Santità, Lei non si ricorda di me? Sono quello che le ha regalato la mitria di pelle di capra, a Roma». «Mi ricordo, sì – rispose – e la tua mitria me la sono portata dietro da Roma e domani la vedrai sulla mia testa durante la Messa».

Il giorno dopo, all’inizio della Messa, sull’altare si girò leggermente verso di me e mi fece un sorriso come per dire: «Vedi, io mantengo le promesse». Che cuore umano e pieno di calore! Tutt’oggi tengo caro ancora due cosette: il rosario che mi regalò, e che recito tutti i giorni, e un quadretto con la foto in cui lo abbracciai (che coraggio!).

Abbiamo un altro santo che intercede per noi. Un santo che ha baciato i piedi ai presidenti africani, supplicandoli di costruire la pace.

+ Virgilio Pante,
 vescovo emerito di Maralal, Kenya, 23/04/2025

Papa missionario

È stato con sorpresa e profonda tristezza che, la mattina del 21 aprile, alla missione di Boroma, fondata dai gesuiti alla fine del XIX secolo, ho ricevuto la notizia del ritorno di papa Francesco alla casa del Padre.

Era un grande amico del Mozambico, Paese che ha visitato nel settembre 2019. L’ondata di affetto suscitata dalla semplice figura di Francesco ha unito tutti i mozambicani, indipendentemente dal partito politico, dall’etnia e persino dall’appartenenza religiosa. Ci ha lasciato un messaggio di pace e riconciliazione e gesti di solidarietà concreta con le vittime mozambicane dei disastri naturali e dell’insurrezione terroristica a Cabo Delgado, nel Nord del Paese.

Si è detto e si dirà molto su papa Francesco. Per me è stato un padre e un fratello per tutti. Un Papa missionario, che mi ha ispirato molto nel mio lavoro pastorale come Vescovo di Tete, cercando di rendere questa Chiesa locale, dove i Missionari della Consolata sono arrivati 100 anni fa, una Chiesa «in uscita», con le porte aperte a tutti, una Chiesa missionaria.

Ci lascia con l’impegno di continuare a essere fedeli al Vangelo nella nostra vita quotidiana, come discepoli missionari del Signore Gesù, che è risurrezione e vita. Speranza dell’umanità.

Sono grato a papa Francesco per il suo esempio di vita e per le sue parole ispiratrici e trasformatrici rivolte ai fedeli e al mondo: il suo invito a vivere la fede nella gioia e nell’«uscire», senza paura di abbracciare tutti, la sua preoccupazione per i più dimenticati, i più piccoli, i più bisognosi, nella consapevolezza che siamo tutti fratelli e sorelle; e anche la sua vigorosa e instancabile denuncia di un’«economia che uccide», mettendo in pericolo il pianeta, di tanti conflitti che configurano la «terza guerra mondiale a pezzi», così come dei peccati della Chiesa stessa, abusi sessuali, abusi di potere o abusi economici.

Grazie, Francesco.
Perché, come Papa, sei sempre stato un fratello.
Perché, come gesuita, sei sempre stato un missionario.
Oggi piangiamo con te, ma soprattutto ti ringraziamo.
La tua vita è stata il Vangelo condiviso.
La tua morte, un seme di speranza.

+ Diamantino Antunes,
 vescovo di Tete, Mozambico, 23/04/2025

Padre dei poveri

Il mio primo incontro con papa Francesco è avvenuto alla Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro nel 2013. Da poco più di un anno ero stato nominato vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di San Salvador da Bahia e, per la prima volta, partecipavo a un grande evento che mostrava il volto giovane di una Chiesa desiderosa di essere presenza nel mondo.

Ho poi avuto altre occasioni per incontrarlo e godere della sua paternità, fede e semplicità.

«Dio sempre ci sorprende», era solito dire papa Francesco. E la Chiesa è rimasta sorpresa con l’elezione di un uomo «venuto dalla fine del mondo» che ha sempre cercato di mettere al centro della nostra attenzione tutto quello che era considerato periferico.

Cosa ci lascia in eredità papa Francesco?

Successore dell’apostolo Pietro, ha dedicato la sua vita all’annuncio e alla testimonianza del Vangelo. Fin dall’inizio del suo pontificato, egli ha esortato la Chiesa a «uscire», impegnandosi ad annunciare la gioia del Vangelo (Evangelii gaudium), invitando ogni battezzato a partecipare attivamente alla missione evangelizzatrice.

Buon Pastore, ha camminato «davanti, in mezzo e dietro al gregge», con il popolo santo di Dio, soprattutto con i fratelli e le sorelle più poveri che vivono nelle periferie geografiche ed esistenziali.

Profeta del nostro tempo, difensore della dignità umana, ha denunciato la «cultura dell’indif-
ferenza» verso la sofferenza delle persone più vulnerabili e scartate della società.

Ha invocato la pace in un mondo segnato dalle guerre e ha richiamato l’attenzione della società sulla necessità di prendersi cura della nostra Casa Comune.

Padre dei poveri, ha mostrato nei piccoli gesti il volto misericordioso di una Chiesa dalle porte aperte, chiamata a essere «ospedale da campo», testimone di un Dio che non si stanca mai di amare e perdonare.

Sono grato al Signore per averlo conosciuto e incontrato, per la sua testimonianza che ci invita a essere una Chiesa più vicina, più umana e più fedele al Vangelo.

+ Giovanni Crippa,
vescovo di Ilhéus, Brasile, 22/04/2025

Imprevedibile

Un giorno di maggio del 2013, dopo che papa Francesco era stato eletto vescovo di Roma, io, che ero vescovo in Sudafrica, ho pensato di scrivergli, raccontandogli come la sua elezione fosse stata accolta nella nostra parte del mondo.

Il nunzio apostolico mi assicurò che la lettera sarebbe arrivata a lui e non a uno dei suoi segretari. E fu proprio così. Circa un mese dopo ricevetti una sua risposta scritta a mano. Non me lo sarei mai aspettato. Tanto meno quello che è successo dopo.

A luglio papa Francesco si è recato a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù e ha chiesto di organizzare un evento speciale per chi arrivava dall’Argentina (una folla enorme, come potete immaginare!). Dato che io sono Argentino, i vescovi mi hanno invitato a unirmi a loro.

All’arrivo del papa in cattedrale, i vescovi argentini lo hanno salutato con entusiasmo (era la prima volta che lo incontravamo come Papa). Mi sono presentato non aspettandomi che si ricordasse di me. Mi ha detto: «Hai ricevuto la mia lettera?».

È stato travolgente. In mezzo a tutto ciò che stava accadendo intorno a lui, come poteva ricordarlo?

Al di là delle sue omelie, dei suoi discorsi e dei suoi documenti, si potrebbero scrivere pagine e pagine sul fatto che facesse sentire unica ai suoi occhi ogni persona che lo incontrava.

Credo che, come Sacbc (vescovi di Botswana, eSwatini e Sudafrica), non dimenticheremo mai le due visite ad limina che abbiamo avuto con lui nel 2014 e nel 2023.

La prima non la dimenticheremo perché, accogliendoci (in due gruppi in due giorni diversi), ha esordito: «Come si dice nel calcio, il pallone è al centro, chi lo calcia per primo? Di cosa vorresti che parlassimo?».

Era uno spazio aperto per noi per parlare con il successore di Pietro di qualsiasi argomento avessimo nel cuore. Era totalmente nuovo per noi. Ricordo infatti ancora uno dei vescovi che disse dopo l’incontro: «Ho aspettato 20 anni per un momento così».

Il secondo incontro è stato segnato dal fatto di essere stato annullato. Il Papa era in ospedale dopo aver subito un intervento chirurgico importante.

Il giorno in cui è stato dimesso, alcuni di noi si trovavano all’ingresso della sua residenza proprio nel momento in cui è stato riportato dall’ospedale. Mi ha visto e mi ha chiesto se fossimo lì per la visita ad limina e quando ci saremmo incontrati. Ho detto: «L’incontro è stato cancellato. Tu eri in ospedale ma tu sei il Papa e… sei imprevedibile!». Ha salutato gli altri vescovi e poi ha detto: «Dite ai vescovi che potremo incontrarci dopo pranzo».

Nessuno si aspettava che un uomo di 86 anni trovasse il tempo per noi dopo un intervento chirurgico importante. Eravamo solo noi e lui, nessuna segretaria, nessun protocollo, nessuno a tradurre! Era il vescovo di Roma con i suoi fratelli vescovi nel modo più informale. Non sono stati gli argomenti di cui abbiamo parlato quel pomeriggio a rimanere nei nostri cuori, ma quello che abbiamo visto anche domenica scorsa: il suo dare tutto il suo tempo e le sue energie a tutti i costi.

Attraverso momenti come questi, attraverso le sue lettere personali, telefonate, visite… si è fatto vicino a tutti noi, ha testimoniato la cura amorevole di Dio per ogni persona, ma ha anche, silenziosamente, richiamato tutti noi a prenderci cura gli uni degli altri, ad apprezzare il dono gli uni degli altri e, a noi vescovi, ha mostrato il modo in cui siamo chiamati a prenderci cura di coloro che ci sono stati affidati.

+ José Luis Ponce de León,
 vescovo di Manzini, eSwatini, 23/04/2025

Buon samaritano dell’Umanità!

Negli anni del mio servizio di responsabilità come superiore generale nell’Istituto Missioni Consolata, ho avuto più occasioni per incontrare papa Francesco. Non solo insieme agli altri superiori in assemblee tra responsabili, ma anche in momenti personali nei quali si è toccato il cuore della Chiesa e la preoccupazione per diverse situazioni complicate che esigevano un discernimento profondo e ben accorto.

La prima cosa che sempre mi colpiva era la sua calma nell’affrontare temi scottanti e difficili. papa Francesco non perdeva mai la sua serenità e la sua calma, insieme al suo sorriso. Rimaneva a riflettere silenzioso ma non dava mai segni di esagerata preoccupazione o di una sofferenza esasperata.

Una seconda caratteristica che mi ha sempre colpito era la sua grande umanità. Come faceva anche il nostro fondatore, san Giuseppe Allamano, papa Francesco rimaneva concentrato sulla persona che aveva davanti con le sue problematiche e le sue tematiche, sembrava che il mondo e il tempo si fermassero per lui danti alla persona che incontrava.

Un terzo elemento caratteristico di papa Bergoglio era il suo essere fuori dagli schemi, sia nel parlare che nell’agire. Portava la sua parola, il suo modo di sentire le situazioni e gli avvenimenti, non parlava da papa ma da papà.

Come ho provato a dire nelle diverse occasioni nelle quali ho avuto la grazia d’incontrarlo, ogni volta ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte al mio fondatore. Non ho avuto la gioia di conoscerlo, ma da quello che ho sentito e letto di lui, mi sembrava «rivivere» nel nostro caro papa Francesco.

Il ricordo più prezioso che porto nel cuore teneramente di Francesco, è quello di un Papa che ci ha insegnato, e ha insegnato al mondo, l’arte del prendersi cura. Prendersi cura degli altri, della natura, del mondo e di ogni situazione che ognuno vive nella sua storia.

papa Francesco ha camminato nella nostra storia, scandendo i verbi della carità nella logica del Vangelo: una logica che invita a uscire da se stessi per accogliere l’altro, a riconoscere nell’umanità ferita il volto di Cristo, a trasformare ogni incontro in un’opportunità di amore autentico e gratuito.

papa Francesco è stato samaritano nei pensieri e nei gesti. Ci ha ricordato che essere samaritani non è un dono di santità ma un esercizio e un’azione quotidiana, un modo di anticipare il cielo sulla terra.

Grazie caro papa Francesco perché sei stato buon samaritano in mezzo a noi e ci hai insegnato a essere poeti della carità, testimoni di speranza, artisti della cura e a continuare a far fiorire il mondo sotto il peso leggero del nostro amore.

Riposa in pace e, questa volta, prega tu per noi.

 Stefano Camerlengo,
missionario a Dianra, Costa d’Avorio, 23/04/2025

Su MCnotizie tutti i testi dei Missionari della Consolata che hanno avuto un rapporto speciale con papa Francesco.




Donare la vita


Su un numero di MC dei primi anni Cinquanta trovo un grido di dolore per la scarsità delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Uno dei nodi è il basso numero di missionari nel mondo, circa 15mila, rispetto agli oltre 300mila preti diocesani. C’è anche un altro grido di allarme: anche i sacerdoti diocesani sono scarsi in Italia perché, in quegli anni, c’è «solo» un sacerdote ogni 800 persone. Non viene detto qual è l’età media.

Quel grido di dolore di tanti anni fa mi colpisce e mi provoca a riflettere sull’oggi, stimolato anche dalla Giornata mondiale delle vocazioni che celebriamo l’11 maggio con il tema: «Pellegrini di speranza: dono della vita».

Oggi, in Italia, il rapporto è di un sacerdote (età media sopra i 60 anni) ogni duemila persone, mentre l’accorpamento di più parrocchie procede veloce. Non sono migliori le statistiche negli altri paesi europei e americani, mentre invece in Africa, e anche in Asia, c’è un fiorire di vocazioni alla vita consacrata.

Cosa pensare poi del fatto che anche nel nostro istituto, pur ricco di nuovi membri africani, non ci sia neppure un aspirante missionario italiano, e che gli italiani siano oramai scesi di numero a poco più di 160 (eravamo 994 nel 52), sempre più anziani?

È solo una crisi di vocazioni sacerdotali e religiose, o è un sintomo di un disagio più globale della nostra Chiesa e della società? Cosa sta succedendo?

Un missionario non è il venditore di un prodotto di successo, un influencer da milioni di like, un assicuratore, uno che ha tutte le risposte. Neppure sceglie un istituto o una congregazione per garantirsi sicurezza.

In una società come la nostra, dove tutto – moda, pubblicità, comunicazione, stili di vita – vuole portarci a centrarci sul nostro ego; dove l’io ha cancellato il noi; dove quello che conta è avere tutto adesso; dove sei bombardato da cose da fare, sentire, vedere e avere perché altrimenti non sei nessuno; dove non si vuole che la gente pensi, ma che si adegui al pensiero in voga, una proposta come quella di diventare servi per l’annuncio della bella notizia del Vangelo diventa ingombrante e, certo, non appetibile. E questo non solo per le persone consacrate, ma per ogni cristiano che è chiamato a essere missionario in virtù del battesimo.

Eppure, parlare di vocazione è davvero una notizia di vita, liberazione, fraternità e bellezza.

Dire che ciascuno di noi «è una vocazione» ci ricorda, anzitutto, chi siamo veramente: persone chiamate a vivere con amore e intelligenza le nostre relazioni fondamentali: con noi stessi, con gli altri, con il creato e con Dio. Coscienti che Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza e ci ha voluti liberi, creativi, responsabili e non robot perfettamente programmati, delle super intelligenze artificiali che eseguono i suoi ordini.

Per questo vivere la vocazione è un cammino di speranza e un cammino inedito: scopriamo ogni giorno che è solo donando che si riceve e che la vera felicità è far felici gli altri. Come ha fatto Gesù, che è diventato nostro servo per farci scoprire le dimensioni più autentiche della nostra umanità come liberi figli e figlie di Dio Padre: non di un «patriarca», ma di un «papà» che è misericordia, che ama come una mamma ama il bambino che è nella sua pancia.

Allora rispondere alla vocazione, vivere da vero cristiano o diventare sacerdote, missionario, persona consacrata, significa anche scuotersi di dosso l’intontimento e la schiavitù. È reagire all’appiattimento generale, alla rassegnazione, al vivere senza sogni e prospettive, al dominio della logica economica e consumista che divide il mondo in dominatori e dominati, ricchi e poveri, padroni e servi.

In questo contesto, tre parole riacquistano un significato profondo e rivoluzionario.

Castità: non semplice purezza sessuale, ma modo nuovo di relazionarsi con se stessi e gli altri nell’amore, nella libertà, nel rispetto più profondo, senza diventare padroni di nessuno e neppure schiavi di alcuno o di qualcosa. È relazione nuova e sana, libera e liberante.

Povertà: è vivere coscienti che non siamo i padroni del mondo ma solo amministratori, giardinieri, che lavorano insieme per il bene di ciascuno, soprattutto dei più poveri e indifesi. È relazione nuova con i beni di questo mondo, da persone libere, perché noi siamo molto più di quello che abbiamo.

Obbedienza: è fare una scelta che ti fa diventare libero servo degli altri perché sei cosciente che l’unico valore, per cui vale la pena dare tutto per costruire un mondo bello, è l’Amore come l’ha vissuto lo stesso Gesù Cristo che ha obbedito al Padre suo fino a donare la sua vita per noi. È relazione sana con Dio, e quindi con se stessi, senza esaltarsi e neppure sottovalutarsi.

Gigi Anataloni

Ordinazione diaconale di Gabriel Kwedho, SebastienNtoto Ntoto, Matthew Kirema e Joseph Mwaniki per le mani di Mons Virgilio Pante, vescovo di Maralal, il 30/09/2011 a Torino santuario Allamano. – AfMC / Gigi Anataloni

Gruppo sacerdoti novelli ordinati da mons Carlo Re il 20/06/1948: Benozzo Giuseppe, Balest Settimo, Chiuch Enrico, Zabotti Giovanni, Bona Candido, Barbanti Luigi, Ferraroni Livio, Mellino Francesco, Kaltenhauser Bruno, Sevéga Spirito, Lorenzini Livio, Berghi Giovanni – AfMC




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Continuità

Gentile redazione,
sono un lettore della vostra rivista Missioni Consolata, inviata da anni a mia madre. Apprezzo molto la vostra linea editoriale che privilegia valori di libertà, di eguaglianza e di tolleranza, riportando al contempo articoli di politica internazionale di notevole attualità. Volevo comunicarvi che, purtroppo, mia madre, destinataria della rivista, è deceduta. Vi prego pertanto di eliminare il suo nominativo sostituendolo con il mio. Provvederò io a mia volta al contributo per continuare a leggere la vostra interessante rivista. Cordiali saluti e buon lavoro.

Attilio dal Maso, 16/03/2025

Caro Attilio,
grazie del tuo scritto e un grazie anche a tua mamma che ti ha coinvolto nella lettura di MC. Siamo certi che il Signore della Misericordia l’ha accolta nella festa del suo Paradiso.

Una lettera come la tua ci dona gioia, e compensa quelle che richiedono la cancellazione del nome del parente deceduto, a volte con modi e toni perfino offensivi. Grazie a te per la fiducia e l’incoraggiamento che ci comunichi.

Pubblicità

Mi unisco anch’io a tutti quelli che approvano la vostra scelta di non pubblicare pubblicità.

La vostra rivista ha una serietà «da rivista scientifica» che non deve essere intaccata dalle inserzioni. Probabilmente io ho un po’ di fobia per la pubblicità. Per esempio in televisione, mentre seguo un film, all’apparire della pubblicità «zappo» subito su un qualche canale con programmi tipo Affari o Quattro ruote, Cash or trash o Sport, restandoci il tempo che mi sembra necessario per riprendere il film da dove era rimasto.

Apprezzo molto le cartine che corredano i vostri articoli, tra cui le utilissime piccole cartine all’inizio di un articolo che posizionano la nazione di cui si parla.

Ho appena terminato la lettura dell’articolo di Paolo Moiola su Gaza (MC 3/2025): è un articolo perfetto, in particolare per le molte citazioni (Msf, Amnesty, Anna Foa, …). Guardando Gaza in tv mi sono sempre chiesto quanto tempo sarà necessario (per la ricostruzione) a fronte di una simile distruzione. Ho letto la risposta che dà Medici senza frontiere. È incredibile, però ci credo. Come se a Dresda finissero ora di ricostruire (ma la forza tecnica/economica della Germania non ha paragone con quella di Gaza). Mi ricordo sempre della bella e grande «montagnetta» costruita a Milano nell’immediato dopoguerra con le macerie rimosse. Quanto verrà alta la montagna di Gaza?
Saluti e complimenti.

Carlo Maria My, 06/03/2025

Grazie dell’apprezzamento. Di questi tempi abbiamo la concorrenza terribile delle notizie «mordi e fuggi» che più che informarti vogliono tenerti incollato al computer o cellulare, senza darti il tempo di pensare. Crediamo che abbiamo invece bisogno, per mantenere la nostra libertà totale, di una lettura che ci dia il tempo di pensare, di criticare e approfondire e, quindi, fare le nostre scelte libere e responsabili.

«Piccolo»

Padre Gigi,
la lettera arriverà, spero, nel periodo natalizio e dunque ancora in tempo per meditare e celebrare il mistero di un Dio che si fa conoscere per essere vicino a ogni uomo, soprattutto il più «piccolo».

Desidero ringraziare per l’impegno nella preparazione di «Missioni Consolata» che anche un dubbioso, e a volte anticlericale come una persona a me cara, legge con attenzione per conoscere nazioni e luoghi geografici lontani. In particolare, ringrazio per l’editoriale «Quando piccolo è grande» (MC 12/2024, ndr) che intercetta una mia ricerca che dura da tempo riguardo coloro che più sono vicini al cuore di Dio e appartengono a pieno titolo al suo regno. Il termine «piccolo» ha un significato molto profondo e non si riferisce tanto all’età quanto a una condizione per cui una persona di pochi o tanti anni, non gode di considerazione come Sorino o coloro che non contano niente, come li desiderava don Tonino Bello.

Da qualche mese faccio parte della cappellania che porta la santa Eucarestia in una Rsa locale; la liturgia della Parola è preceduta e seguita da attività varie che coinvolgono gli ospiti affinché si superi l’idea che siano tenuti o intrattenuti. Io, nello specifico, in base alle mie competenze, mi occupo di attività di logica quali raccontare una storia, classificare, individuare un assurdo, che li stimola a pensare e a parlare.

È una tristezza infinita pensare che persone che sono state attive nel corso della loro vita ora rischino di essere considerate degli scarti. La loro spiritualità è invece molto ricca e possono donare sapienza, gioia e speranza.

Ancora ringrazio e auguro che anche il 2025 sia un anno di cammino, nell’acquisizione di doni spirituali e di inaspettate belle sorprese.

Milva Capoia, 25/12/2024

Pubblico solo ora quanto scritto il giorno di Natale da Milva, che già altre volte ha contribuito a queste pagine.
Chiedo scusa per il ritardo.
Ricevere una lettera cartacea invece di una e-mail è un grande piacere, allo stesso tempo comporta il rischio che venga tenuta da parte in attesa di essere trascritta «appena possibile», e quindi posticipata più del dovuto.

Cara Milva, le tue considerazioni sui «piccoli» e gli incredibili doni che sono e possono dare alla nostra società, trovano una conferma fantastica sia negli Special olympic games svoltisi a Torino ai primi di marzo, sia, e soprattutto, in come papa Francesco sta vivendo questo tempo di malattia. Anche senza bisogno di attribuirgli scritti bellissimi, ma inventati (come quelli che circolano sui social), papa Francesco ci sta mostrando cosa significa essere piccoli e trovare la vera forza della vita solo nell’amore del Signore.

28ª Settimana biblica a Caserta

Egregio Sig. Direttore,
anche quest’anno la Diocesi di Caserta organizza la Settimana biblica, giunta alla XXVIII edizione, con il patrocinio dell’Associazione biblica italiana, in collaborazione con l’Istituto superiore di scienze religiose interdiocesano SS. Apostoli Pietro e Paolo e con la segreteria del Centro apostolato biblico diocesano. Esperienza fortemente sostenuta dal vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, monsignor Pietro Lagnese. La Settimana biblica si terrà a Caserta da martedì 1 luglio 2025 e fino a sabato 5 luglio 2025. Tema della XXVIII edizione sarà il Vangelo secondo Giovanni, con i biblisti Giuseppe De Virgilio, docente di esegesi del Nuovo Testamento alla Pontificia università della Santa Croce di Gerusalemme a Roma, ed Eusebio Gonzàlez, docente di Teologia biblica alla stessa università. La celebrazione della Settimana biblica rinnova e custodisce la speranza che nutre ogni missione educativa ed evangelizzatrice. «Lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: “Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore” (Salmo 27,14). Possa la forza della speranza riempire il nostro presente, nell’attesa fiduciosa del ritorno del Signore Gesù Cristo» (Spes non confundit, bolla di indizione del Giubileo ordinario 2025, n. 25).

Tutto il popolo di Dio è convocato in assemblea per ascoltare ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. La Settimana biblica, che sarà inaugurata dal vescovo, è un’esperienza culturale e spirituale che richiama a Caserta, ormai da diversi anni, cultori e appassionati della Bibbia che si confrontano con varie esperienze territoriali nell’ambito del progetto «Bibbia e cultura europea» per confermare le parole del cardinale Carlo Maria Martini: «Il futuro dell’Europa si basa sulla lettura della Bibbia quale codice delle radici cristiane dell’Occidente».

La Settimana biblica di Caserta si conferma una valida proposta culturale e sapienziale per far crescere la familiarità del popolo di Dio con la Sacra Scrittura, in una Chiesa sinodale. Papa Francesco, nella Llettera apostolica Aperuit Illis, ci dice che: «La dolcezza della Parola di Dio ci spinge a parteciparla a quanti incontriamo nella nostra vita, per esprimere la certezza della speranza che essa contiene (cfr. 1Pt 3, 15-16)».
Buon cammino giubilare. Cordiali saluti.

don Valentino Picazio

Wamba: rinasce il 17 maggio

Cari amici e benefattori,
la corsa Run for Wamba (una corsa per raccogliere fondi avvenuta in diverse parrocchie della diocesi di Maralal in periodi diversi da dicembre 2024, ndr) è stata molto più di un semplice evento: è stato un viaggio di vita, di salute e di beneficenza. Non è stata solo l’attività di un giorno, ma una missione di servizio per tutta la vita. A nome del Catholic Wamba Hospital vi porgo la nostra più profonda gratitudine per i vostri generosi contributi e il vostro costante sostegno. Grazie a tutti voi che avete strisciato, cavalcato boda bodas, camminato e corso per Wamba. Il vostro sostegno finanziario e morale ci ha permesso, nella fede e nell’unità, di raggiungere un traguardo notevole. Mentre sono grato a tutti voi che avete contribuito, vorrei fare una menzione speciale dei seguenti sostenitori (segue una lista di personalità politiche e religiose locali, di associazioni cattoliche varie, di amici dei missionari, ndr) il cui contributo è stato importante.

Siamo orgogliosi di annunciare che l’iniziativa Run for Wamba ha finora raccolto un totale cumulativo di 1,863 milioni di scellini (quasi 15mila euro). I vostri contributi, sia in natura che nei fatti, sono sempre benvenuti, poiché il viaggio continua fino a quando non realizzeremo pienamente il sogno di vedere il Catholic Wamba Hospital rivitalizzato e pienamente operativo. Portiamo altre buone notizie. I lavori di riparazione e rivitalizzazione a Wamba stanno procedendo bene e ora sono completati quasi al 70%. A Dio piacendo, prevediamo di riaprire ufficialmente l’ospedale il 17 maggio 2025. In questo giorno speciale, celebreremo anche il tanto atteso Giubileo d’oro della Scuola per infermieri della Consolata di Wamba. Diamo un caloroso benvenuto a tutti coloro che si uniranno a noi nel celebrare questo incredibile risultato. Che Dio vi benedica tutti abbondantemente.

don Letaon Albert
diocesi di Maralal, 21/03/2025

Siamo felici di accompagnare la riapertura dell’ospedale, anche se ben coscienti delle enormi sfide che ancora lo attendono. Tale ospedale è stato un presidio speciale per la salute dei bambini e per la lotta contro la mutilazione genitale femminile. La sua Nursing school ha formato migliaia di infermiere e infermieri che ora curano nei dispensari delle varie missioni o in altri ospedali in Kenya. Tanto personale medico volontario ha contribuito alla sua eccellenza, incoraggiato anche da una figura speciale come il dottor Silvio Prandoni che all’ospedale ha dedicato la sua vita.

Auguri allora. Se qualcuno volesse sostenere l’ospedale può sempre farlo attraverso la nostra Fondazione MCO. Trovate i dati e le modalità a pagina 75. Asante sana, grazie di cuore.

 




Un viaggio indimenticabile al Catrimani


Una storia di cinquant’anni fa. Il protagonista, sedicenne, è catapultato nella missione del Catrimani, in piena foresta amazzonica, con uno dei missionari pionieri tra gli Yanomami. Da lui impara l’amore per quel popolo e il segreto dell’obbedienza.

È la fine del 1974. Abito a Bra, in provincia di Cuneo, nella stessa cittadina in cui è nato padre Giovanni Saffirio, missionario della Consolata in Amazzonia. Ho sedici anni e desidero tanto una moto da 125 cc, però i miei genitori non vogliono. Allo stesso tempo Luciana, la sorella di padre Saffirio, da tempo sta cercando un compagno o compagna di viaggio per andare in Brasile, dove Giovanni, nel 1972, ha salvato da morte certa una bambina yanomami alla Missão Catrimani sul rio Catrimani nel territorio federale di Roraima.

La bimba indesiderata

La bambina è figlia di una ragazza yanomami e di un indigeno arrivato dal Rio Orinoco, in Venezuela. L’uomo aveva fatto più di 900 km a piedi nella giungla amazzonica, ed era uno xapuri, cioè uno sciamano, ma con una brutta fama. Pertanto, la comunità yanomami non voleva che la ragazza lo sposasse. Di conseguenza, la neonata, essendo non «regolare» né accettata ufficialmente nella maloca, sarebbe morta di stenti.

Padre Giovanni, dopo estenuanti trattative, è riuscito a convincere tutti a lasciare la piccola, una volta nata, a sua sorella, che anni prima era andata a trovarlo in missione.

Arrivato il momento del parto, la ragazza era corsa nella giungla tutta sola, come abitudine del suo popolo. Padre Giovanni se ne era accorto e l’aveva seguita da lontano. Avvenuto il parto, si era fatto consegnare la bimba, e poi, di corsa, era andato nella baracca della Missão Catrimani per chiamare via radio il piccolo aereo che faceva la spola con Boa Vista. Così, già nei primi giorni di vita, Yana, questo il nome della neonata, ha avuto il battesimo dell’aria.

Tramite una delle prime donne yanomami aiutate da padre Giovanni a diventare infermiera, Abrelina, aveva organizzato dove ospitarla e crescerla a Boa Vista per il tempo che sarebbe servito a sua sorella per fare tutte le pratiche e portarla in Italia come figlia adottiva.

Un viaggio indimenticabile

Venuto a conoscenza di tutte queste vicissitudini, ricatto i miei genitori: o la moto o il viaggio con Luciana, che conosco perché frequentiamo la stessa parrocchia.

Così nei primi mesi del 1975 dico a Luciana che andrò io con lei. All’inizio non fa certo salti di gioia vista la mia età (16 anni), ma, fortuna per me, non c’è nessun altro disposto ad accompagnarla. I mesi passano velocemente e si giunge all’estate. Prepariamo i documenti, facciamo le dovute vaccinazioni e i bagagli. Luciana è contenta che io abbia pochi chili di bagaglio, perché i rimanenti li sfruttiamo per portare materiale per la missione. Per risparmiare sui costi del viaggio, andiamo da Bra al Lussemburgo in treno, poi da là in aereo fino a Trinidad e poi a Georgetown in Guyana.

All’aeroporto di Lussemburgo si unisce a noi il vescovo di Boa Vista, monsignor Servilio Conti, e affrontiamo insieme i disguidi e disagi di tre lunghi giorni di viaggio. In questo tempo Luciana ha modo di aggiornarmi sulle difficoltà dell’adozione del cui esito non è ancora certa.

Giunti a Georgetown, abbiamo ancora un volo per andare a Lethem, città sul confine tra la Guyana e lo stato federale di Roraima in Brasile. L’ultimo aereo è un catorcio, un Dakota residuato della Seconda guerra mondiale con sedili in tela sul quale io non risulto prenotato. Dopo discussioni varie, chi comanda ordina di spostare parte del carico per inserire un sedile in più. Oltre i bagagli, nella cabina c’è di tutto, anche mucche squartate.

Il viaggio è terribile per vuoti d’aria, sobbalzi e due scali fuori programma. Al secondo scalo salto giù dalla disperazione per vomitare. Alla fine arriviamo a Lethem. Lì incontriamo padre Giovanni che è venuto a prenderci.

Non è una passeggiata

A fare da confine tra Guyana e Brasile è il fiume Takutu, che attraversiamo con le barche perché non esiste un ponte. Dopo tre giorni senza lavarmi e, soprattutto, dopo gli effetti dell’ultimo volo, mi sembra bello mettere le mani nell’acqua e rinfrescarmi un po’, benché sia di colore marrone. Ma padre Giovanni mi riprende subito: non è il caso di farlo in quanto potrei toccare dei pesci con aghi avvelenati sul dorso. Comincio ad avere la certezza che non sarà una passeggiata o un viaggio di piacere.

Quando arriviamo a un altro fiume, il Rio Branco, questo è in piena: a mala pena vediamo l’altra riva. Prendiamo un traghetto. Sull’altra sponda c’è la città. Mentre attraversiamo il fiume, vengo a conoscenza del fatto che qualche tempo prima un operaio del traghetto era stato ucciso da un uomo per aver sistemato il suo autoveicolo in un modo che non gli era piaciuto. Ingenuamente chiedo che fine abbia fatto l’assassino. Padre Giovanni mi spiega che è libero perché nessuno è andato a denunciare o ha protestato.

Yana

Arrivati a Boa Vista, salutato il vescovo, andiamo in periferia insieme ad Abrelina, così conosciamo la famiglia che, per due anni, ha cresciuto Yana.

La bimba ha vissuto in una cascina con mucche e maiali. Qualche mese fa ha avuto uno scontro con un maiale e si è rotta la clavicola, ma ormai è guarita e vuole sempre andare in giro per la campagna.

Io e Luciana, per alcuni giorni, rimaniamo ospiti in quella famiglia. Per noi hanno comprato dei materassi di gomma piuma, un lusso, perché loro dormono nelle amache. Così entriamo nella vita di Yana che, piano piano, si abitua a noi. Quando la prendo in braccio e la porto in giro, anche se non sa parlare, fa capire benissimo dove vuole andare… a suon di schiaffoni.

In uno di questi giri vediamo un cobra che attacca una mucca. Torniamo subito alla fattoria dove ci dicono che i serpenti sono un po’ nervosi forse perché sta per cambiare il tempo. Con nostra sorpresa ci accorgiamo che per tutte quelle notti abbiamo dormito proprio vicino a un serpente, ma questo non è velenoso: prende i topi.

Padre Giovanni, sfrutta questi giorni nella capitale per capire dove si è bloccata la pratica di adozione iniziata due anni fa.

Verso il Catrimani

Una sera viene alla fattoria per dirci che domani io e lui partiremo per la Missão Catrimani, mentre Abrelina, Luciana e Yana verranno il giorno dopo con un fuoristrada. Così noi partiamo con un vecchio camion ricevuto in dono da benefattori. Non ne ho mai visto uno che abbia come freno motore il restringimento manuale del tubo di scarico dei fumi.

Così attraversiamo la savana e tramite la transamazzonica (una strada oggi dismessa, ndr) arriviamo alla Missão Catrimani che è già notte.

Mangiamo nello spazio comune e rassettiamo la cucina, poi ci mettiamo in fila indiana per raggiungere la baracca dove dormiremo sulle amache, naturalmente tutto al buio, solo con l’aiuto di qualche pila. Io sono il penultimo e padre Giovanni l’ultimo della fila, con la torcia in mano. Siamo appena entrati nella baracca dormitorio quando sento un grido: «Elio, stai fermo. Non muoverti». A una spanna dal mio piede c’è un serpente tutto colorato ad anelli, detto dei «7 passi», se ti morde hai il tempo di fare sette passi e sei morto. Si era infilato tra un asse e l’altro. Padre Giovanni gli punta il fascio di luce negli occhi e il serpente si gira ed esce da dove è entrato. Fuori lo uccidiamo con una scopa: un’azione pericolosa. Allora chiedo a padre Giovanni perché abbiamo rischiato così per ucciderlo. Lui mi risponde che gli indigeni normalmente escono di notte a fare i loro bisogni ed era probabile che il serpente ne avrebbe morso qualcuno. Noi invece visto che abbiamo il bagno «in casa» siamo considerati un po’ come degli sporcaccioni.

Nei giorni seguenti padre Giovanni mi insegna moltissimo. La prima cosa che imparo è ubbidire.

La liberazione

Un giorno vedo padre Giovanni arrabbiato. A un certo punto mi dice: «Vieni con me». Prendiamo il famoso camion. Salgono sul cassone alcuni indigeni e partiamo. Gli chiedo per dove. Mi dice che andiamo al campo degli uomini della Camargo Corea, la ditta che sta facendo una bretella della transamazzonica.

Coloro che lavorano a queste opere, per le condizioni ambientali proibitive, non sono proprio degli stinchi di santi. Se sei in prigione e ti offri per andare a lavorare lì, ti scontano la pena.

Vengo a scoprire che una ragazza indigena è stata presa e viene tenuta con la forza nel campo come prostituta per tutto l’accampamento.

Quando raggiungiamo il luogo, padre Giovanni chiede dove si trovi la ragazza e dice che la vuole portare via. In pochi minuti veniamo circondati. Il meno armato ha il macete. Si discute animatamente. A un certo punto padre Giovanni mi dice: «Elio vai al camion, metti in moto e tieniti pronto». Sono momenti di tensione, io controllo dagli specchietti. Gli Yanomami venuti con noi saltano sul camion. Poi anche padre Giovanni con la ragazza si butta in cabina. «Veloce, parti», mi dice. Schiaccio a tavoletta l’acceleratore e per alcuni minuti non bado alle buche della strada che prendo a tutta velocità, fino a quando padre Giovanni mi dice: «Elio guidi peggio di un caboclo» (meticcio nato da madre indigena e padre bianco, ndr). Capisco che siamo fuori pericolo e torno a guidare normalmente.

Nella foresta

Altro consiglio utile di padre Giovanni è quello di stare attento a fare le foto agli Yanomami perché essi pensano che con quell’apparecchio stai rubando loro l’anima e, per reazione, potrebbero tirarti una freccia avvelenata con il curaro.

Al Catrimani in questo periodo sono arrivati dei medici e antropologi. Un giorno chiedono a padre Giovanni di accompagnarli ad una maloca «vicina» perché c’è un’epidemia di morbillo e influenza. Perciò ci organizziamo con il camion e partiamo. Arrivati a un certo punto, scendiamo tutti dal camion e procediamo nella giungla con una guida verso la maloca.

Dicono che gli indigeni vedono i sentieri tracciati nella foresta, come aveva fatto il padre di Yana, che dall’Orinoco era arrivato sino al Catrimani. Provo ad addentrarmi nella boscaglia da solo, ma dopo pochi metri non riconosco neppure il punto da dove sono partito. Invece, la guida ci indica la posizione del sentiero senza difficoltà. Arriviamo a un torrente che dobbiamo attraversare. Padre Giovanni e la guida osservano l’acqua sporca in cerca di segnali. Vogliono capire se ci sono dei piranha o altri pericoli nel torrente. Ci immergiamo e lo attraversiamo. Io porto sulle spalle uno zaino con diversi medicinali e padre Giovanni mi dice di non cadere per non bagnare le medicine. Finalmente arriviamo alla maloca e ci mettiamo a servizio dei medici.

Le strade costruite nella giungla sono il miglior sistema per eliminare la popolazione indigena. Essendo rialzate dal piano della foresta, senza sufficienti tubi o ponti per lasciar scorrere l’acqua, generano moltissime zone di ristagno dove si moltiplicano le zanzare portatrici di malaria. In più, il contatto degli operai con gli indigeni porta le nostre malattie, letali per loro che non hanno tutti i nostri anticorpi.

A proposito dei piranha

Padre Giovanni deve dar da mangiare a parecchia gente che lavora nella missione e per questo va a pescare e cacciare selvaggina, così un giorno mi invita ad andare con lui. Partiamo la mattina insieme a un cacciatore e raggiungiamo un punto del fiume Catrimani. Fatto scendere il cacciatore dal camion, ci dedichiamo alla pesca. Prima prendiamo dei pesci piccoli, li tagliamo e li mettiamo come esche su alcuni ami molto grossi legati con filo di ferro doppio a una robusta corda di plastica. Lanciamo il tutto nell’acqua. Nel caso in cui ci siano dei piranha, al secondo morso mangerebbero tutto. Perciò al primo segnale devi tirare la lenza e se l’amo ha agganciato un piranha bisogna portarlo contro la canoa e con il macete fracassargli la testa, altrimenti si rischia di finire come quello yanomami, di cui mi racconta padre Giovanni, che aveva perso un polpaccio a causa del morso di un piranha tirato fuori dall’acqua senza prima ammazzarlo.

Un giorno, sempre mentre siamo in barca sul rio Catrimani vediamo una nuvola di piums (insetti molto piccoli). Padre Giovanni mi spiega che ve ne sono di diversi tipi, anche pericolosi. Nel prosieguo della giornata soleggiata e molto calda, con qualche nuvoletta bianca qua e là, a un certo punto padre Giovanni mi dice: «Elio, metti tutto dentro il sacco impermeabile». Mi passa per la testa il pensiero che abbia un colpo di sole o che sia sotto l’effetto dei morsi dei piums, però, memore degli episodi precedenti, ubbidisco subito. Non faccio in tempo a raccogliere le macchine fotografiche e i contenitori con il pranzo al sacco, che in un minuto la barca si sta riempiendo di pioggia. Padre Giovanni che è alla sua guida, mi passa una ciotola e mi dice: «Butta fuori l’acqua dalla barca». Riusciamo a trovare riparo sotto un grande albero e aspettiamo che finisca il temporale.

Saffirio padre Giovanni

Rientro

Dopo tante peripezie riusciamo a portare a termine la parte burocratica dell’adozione e finalmente possiamo portare Yana in Italia.

Di questa esperienza mi rimarrà il ricordo molto forte di un momento di sconforto di padre Giovanni il quale si vergogna di appartenere al mondo occidentale per tutte le malefatte e i dolori provocati agli Yanomami, e per la distruzione della natura.

Passati alcuni anni, nel periodo in cui padre Giovanni sta negli Stati Uniti, ogni tanto torna dai suoi a Bra e mi racconta dei suoi studi e delle sue ricerche.

Un giorno mi dice che sono fortunato, e questo mi colpisce. Mi rendo conto in questo momento di quanti doni gratuiti ho, e do per scontati.

Ringrazio Dio per questo

Elio Operti




Superiore Generale: “Cristo ha vinto la morte e ci ricorda che la speranza è viva”

Testo da consolata.org


Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza per la potenza dello Spirito Santo” (Rm 15,13).

“Rallegriamoci ed esultiamo perché ‘Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!’ (1Cor 5,7-8). Sostenuto da questa certezza, mentre viviamo l’anno dedicato al nostro santo patrono, San Giuseppe Allamano e celebriamo il giubileo della speranza, desidero rivolgere a tutti voi l’augurio che la risurrezione di Cristo possa ravvivare la speranza, ne esprima tutte le sue potenzialità per la nostra missione di consolazione”.

Queste le parole del Superiore Generale, padre James Bhola Lengarin, IMC, all’inizio del suo Messaggio di Pasqua 2025 inviato a tutti i missionari, missionarie e laici della Consolata, parenti, amici e benefattori.

Il Padre Generale prosegue: “Lasciamoci avvolgere dal dinamismo della Pasqua, sperimentando la misericordia di Dio e la forza della risurrezione di Gesù che riempirà di gioia i nostri cuori così da poterla condividere con gli altri”.

La stessa riflessione è rafforzata in un video realizzato dall’Ufficio per la Comunicazione.

“La speranza radicata nella Pasqua del Signore va testimoniata nella missione attraverso gesti che comunicano la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, che trasformano la “Consolazione” in semi di speranza per ogni persona, nessuno escluso, perché tutti hanno il diritto di sperare in una vita migliore”, afferma padre James Lengarin.

Di seguito il testo integrale del Messaggio di Pasqua del Superiore Generale

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