Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

«Sulawesi crossing»

Grazie Marco per il tuo dossier sulla Chiesa nell’isola di Celebes (Indonesia), e in particolare sulla diocesi di Manado. Questa è informazione buona e molto utile per il mondo, e in particolare per i lettori di Missioni Consolata. Ho mandato questo dossier a monsignor Rolly Untu. Saluti da Manado, da «la gente che sorride».

padre Polce Pitoy,  missionario del Sacro Cuore, Manado, 6/11/2025

La presenza di Marco Bello, della rivista Missioni Consolata, è stata fonte di gioia e cordiale amicizia per me personalmente e per monsignor Fransiskus Nipa, arcivescovo di Makassar. Marco ha svolto un’eccellente attività giornalistica sulla Chiesa cattolica, in particolare sulla nostra comunità nella parte meridionale dell’isola di Sulawesi, in Indonesia. La sua pubblicazione sulla rivista Missioni Consolata ha mostrato al mondo la ricchezza storica e culturale della nostra società, arricchita dall’atmosfera islamica e, naturalmente, la vita della comunità cattolica come «piccola Chiesa» in questa vasta area pastorale. Apprezzo e amo questo dossier intitolato «Sulawesi Crossing», che racconta la città costiera di Makassar, con la sua cattedrale, luogo sacro e culturale iconico nel cuore di questa dinamica città. E anche l’incredibile cultura della società Toraja nella zona montuosa, la città natale di quasi il 60% dei cattolici dell’arcidiocesi. Grazie di cuore a Marco e a tutti i missionari della Consolata.

don I Made Makus Suma, Makassar, 12/11/2025

Grazie a San Giuseppe Allamano

Giovedì primaverile 1915. Durante una delle visite degli studenti e chierici da Torino, l’Allamano si lascia fotografare dal chierico Borello Mario.

Ho conosciuto i Missionari della Consolata nel 1972-1973; ho frequentato alcuni sacerdoti: p. Antonio Lasaponara, p. Vittorio Aquilino, p. Raffaele (Garzia), p. Luigi. La benedizione al mio matrimonio nel 1980 è avvenuta con la celebrazione di padre Antonio. Il 20 Ottobre 2024 ero personalmente presente in piazza San Pietro per la canonizzazione di San Giuseppe Allamano. Negli ultimi mesi ho pregato il nostro comune santo affinché fosse posto rimedio ad una situazione di «umana» e palese ingiustizia.

Il Signore Dio nostro ha ascoltato l’intercessione di San Giuseppe. Per tale motivo rendo grazie.
Spero di essere presto a Torino per rendere personalmente grazie al santo.
Desidero che il mio nome non sia pubblicato.

Lettera firmata
Brindisi, 21/09/2025

La foto, da cui è tratto il particolare del volto di San Giuseppe Allamano qui sopra, ha una sua storia, che comprende anche un accurato lavoro di restauro e colorazione.

Un giovedì di primavera del 1915, come annota il diario del seminario di Torino dei Missionari della Consolata in corso Ferrucci, i chierici vanno in passeggiata a Rivoli, dove sanno che il canonico Allamano li attende. Dopo una conferenza di formazione
e la lettura di diverse lettere di missionari dal Kenya, il fondatore raccomanda loro di tenere frequenti e vivi contatti epistolari con i confratelli in missione. I seminaristi si commuovono.

Finito l’incontro, il chierico Mario Borello, che tiene in mano una macchina fotografica, prega il fondatore di lasciarsi fotografare da solo. Egli cede alla richiesta soltanto davanti alla esplicita promessa del giovane di intensificare subito la corrispondenza con l’Africa. Sapendo della riluttanza che lui aveva nel lasciarsi fotografare da solo, si apprezza ancora di più la sua «paterna concessione» per far crescere lo spirito di famiglia tra i suoi
missionari.

16/02/1926 – 16/02/2026, a cento anni della «Morte del giusto»

Il numero di marzo 1926 de «La Consolata» è totalmente dedicato alla «morte del giusto». Riportiamo, senza modifiche, pochi stralci dalle pagine del periodico.

Funerale di Giuseppe Allamano

L’editoriale

Martedì, 16 febbraio, alle ore 4, santamente spegnevasi nel bacio del Signore il Rev.mo canonico GIUSEPPE ALLAMANO, Fondatore e Superiore Generale dei Missionari e Suore Missionarie della Consolata, da 46 anni Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico di Torino.

La mano, tremante, quasi si ribella a dare il tristissimo annunzio, perché vorremmo ancor persuaderci che non è così; né ci par vero che si siano chiusi per sempre quegli occhi limpidi e sereni che penetravano addentro dei cuori per scoprirne i segreti affanni; e che più non ci sia dato sentir quella voce che tante parole disse di bontà, di consiglio, di conforto e di perdono; e che si siano per sempre irrigidite quelle mani che ognora s’aprivano a beneficare, o s’alzavano a benedire.

Eppure è questa la dura realtà; e nessuna parola noi troviamo che valga ad esprimere il nostro dolore. […] Lutto gravissimo adunque, non solo per il nostro Istituto, né solo per la Diocesi torinese, ma per la Chiesa Cattolica, di cui era e sarà fulgida gemma.

In quest’ora di suprema amarezza, altro conforto non troviamo, né vogliamo trovare, che in pronunziare le parole ch’Egli ripeteva durante il corso della breve malattia e che gli erravano ancora sul labbro moribondo: « Sia fatta la volontà di Dio!»; e ripeterle, com’Egli faceva, con lo sguardo rivolto all’immagine della SS. Consolata, per confidare a Lei tutta la nostra ambascia, per versare nel Suo Cuore materno tutte le nostre lacrime.

E tu, Padre, dal bel Paradiso, di presso al trono della SS. Consolata di cui fosti il Figlio più tenero, a fianco del Beato Cafasso di cui fosti imitatore perfetto nelle virtù, volgi lo sguardo a noi tuoi Figli, che hai lasciato orfani, a tutte le persone che ti volevano bene e, impetrandoci conforto nel dolore, ottienici pure la grazia di poter seguire le tue orme benedette, per consumare la nostra vita, ed ogni istante di essa, come tu facesti, per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

Funerale di Giuseppe Allamano arrivo nella piazza del Duomo

La morte del giusto

«Sive vivimus, sive morimur, Domini sumus». Sia che viviamo sia che moriamo siamo sempre del Signore. Furono queste le parole che il Can.co Giuseppe Allamano pronunziò quando dovette mettersi a letto. Era il 1° febbraio. Due giorni dopo, sembrandogli d’essersi ri-messo alquanto, volle alzarsi nella speranza di poter celebrare la S. Messa; e a chi dolcemente rimproveravalo per questo sforzo, più di volontà che di reale miglioramento, rispondeva: «Son già due giorni che non celebro…; essi, i dottori, non sanno, non capiscono che cosa voglia dire lasciare la Messa …; faccio la Comunione, è vero, ma la Messa, la S. Messa!» e il suo occhio, reso più vivo da tanta passione eucaristica, si fissava, con la solita espressione di fede e d’amore, sul crocifisso che stava davanti a Lui, sopra lo scrittoio.

Povero Padre! La Messa quel giorno non poté celebrarla, e non la celebrò più; il Maestro Divino era già alla porta e bussava, per invitarlo alla Messa eterna del Paradiso. Ed egli, con lo stesso ardore con cui, durante la sua lunga carriera sacerdotale, aveva offerto ogni giorno all’Eterno Padre il calice del Sacrificio, offriva ora tutto se stesso, in unione alla Vittima Divina. […]

«Prego per voi – diceva [a coloro che], vedendolo assorto nella contemplazione dell’immagine della Consolata, lo interrogavano con filiale confidenza che cosa stesse facendo – prego per tutte voi, per tutti i Missionari… è questa la mia continua occupazione… non posso far altro». Ed ai Superiori dell’Istituto, che gli promettevano, alla lor volta, le preghiere dei Missionari, diceva: «Sì, sì, pregate per me… ; vedete, questo poco di vita che ancor mi resta è per voi… vi ho dato tutto!».

[…] La sua abituale giaculatoria, dopo le invocazioni alla SS. Consolata tutte riboccanti di tenero e filiale affetto, erano le parole di Gesù nel Getzemani: «Mio Dio, sia fatta la tua santa volontà». […]

Era lui a confortare quanti, amici e ammiratori, figli e beneficati, venuti a recargli conforto, erano invece vinti dalla commozione al vedere quella preziosa esistenza spegnersi per sempre, e prorompevano in lagrime attorno al suo letto. Li confortava col suo aspetto calmo e sereno, con la parola piena di spirituale unzione, col cenno della mano additante la patria celeste, col dolce e paterno sorriso, con la sua benedizione. […]

Il lunedì, 15 febbraio, nelle prime ore del pomeriggio, il male precipitò improvvisamente, gettando nella più viva costernazione quanti, da due settimane, venivano trepidando intorno a Lui. […]

L’occhio del Morente pare rianimarsi e la sua mano ha un leggero movimento, in un supremo sforzo per alzarsi e benedire. Certo, in quel momento, davanti al suo occhio dovette passare la visione delle care Missioni, dei diletti figli e figlie eredi del suo apostolico spirito, dei poveri africani […]; ed oh, con quale e quanta effusione di cuore egli dovette, in quell’istante, tutti benedire! Fu così, nella visione delle lontane Missioni, ch’Egli, lentamente, dolcemente spegnevasi […].

Ancora dalle sue labbra, qual soffio lieve lieve, uscì il saluto alla celeste Mamma che gli tendeva le braccia: “Ave Maria!”, ancora abbozzò sul crocifisso un lungo, fervido bacio… e il bacio al suo Signore si prolungò nel gaudio e nella luce eterna.

Funerale di Giuseppe Allamano: il corteo funebre lascia il Duomo per recarsi ala Cimitero Monumentale.

da «La Consolata», marzo 1926




Paolo Farinella, Insegnaci a pregare

Raccolta di 20 articoli pubblicati nel 2017 e 2018.
1. Un cambiamento di prospettiva  | 2. «Non sappiamo pregare». | 3. «Dal deserto al cosmo per la storia» | 4. Solitudine, solitarietà e comunità | 5. «La preghiera è un bisogno di Dio»  | 6. Dio ci prega | 7. «Dio amico e Padre, non compagnone» | 8. Pregare nel cuore della lotta | 9. Pregare, un collirio per la vista del cuore | 10. Pregare e l’angoscia del nulla | 11. Preludio: pregare per essere noi stessi | 12. Pregare Dio senza dargli riposo | 13. la preghiera crea e rinnova | 14. Pregare: convertirsi dalla divinità al signore | 15. Pregare: desiderio di respirare in Dio | 16. Pregare come gli uccelli del cielo e i gigli del campo | 17. Pregare: una vocazione ecclesiale | 18. Pregare: lasciarsi accostare dalla Parola e… dalla volpe. | 19. la preghiera traghetta nelle tempeste della vita | 20. la preghiera immerge nella presenza dell’assente




La vita prima di tutto

Il 18 agosto 2025 sono stati beatificati padre Luigi Carrara, fratel Vittorio Faccin e padre Giovanni Didonè, missionari Saveriani, e l’abbé Albert Joubert, sacerdote congolese, assassinati il 28 novembre 1964 a Fizi, nell’ex Congo belga, diventato indipendente dal 30 giugno 1960.

I quattro martiri, da Missionari Saveriani, ottobre 2021

Nei 75 anni di vita della parrocchia Cuore Immacolato di Maria di Baraka a Fizi, territorio affacciato sulla punta Nord del lago Tanganica, nella diocesi di Uvira, in Rd Congo, una data ha segnato fortemente la fede di tutti: il 28 novembre 1964, quel sabato avvenne il «martirio» dei tre missionari saveriani e del sacerdote diocesano, uccisi lo stesso giorno dai medesimi aggressori.

Quel tragico evento è stato percepito gradualmente come l’espressione più alta del valore del Vangelo di Cristo, testimoniato secondo lo Spirito di colui che ha donato la sua vita per liberarci dal peccato e risorgere a vita nuova.

I quattro beati non abbandonarono dal loro gregge in quei tempi tumultuosi della guerra
civile seguita alla dichiarazione di indipendenza dal Belgio. La coerenza con il Vangelo e la consacrazione missionaria richiedevano loro di restare accanto a una popolazione che a sua volta cercava anche di proteggerli dai pericoli, a testimonianza di una fraternità evangelica reciproca e autentica.

Carrara e Faccin, così come Didonè e Joubert, erano ben consapevoli del pericolo imminente. Sapevano che restare al loro posto poteva costare loro la vita. Ma sapevano anche che il martirio non è la scelta della morte. È piuttosto la scelta di non anteporre nulla alla vita di chi amiamo.

La cronaca

Le testimonianze raccolte hanno permesso di ricostituire i fatti del martirio dei nostri quattro testimoni.
Intorno alle 14 arrivò a gran velocità una jeep militare che parcheggiò davanti alla chiesa di Baraka. Si trattava di mulelisti (movimento ribelle di ispirazione maoista fondato nel 1963 da Robert Mulele e più conosciuti come i Simba, ndr.) che, da diversi mesi, occupavano la zona e combattevano contro l’Esercito nazionale congolese (Anc). Il colonnello Abedi Masanga uscì dall’auto nello stesso momento in cui fratel Vittorio Faccin usciva dalla missione, ancora in costruzione.

I luoghi del martirio in Rd Congo, vicino ad Uvira e al Lago Tanganika

Abedi chiese a Faccin di salire sul veicolo e andare a Fizi. Il fratello rifiutò, dicendo che non poteva lasciare padre Carrara solo a Baraka. Il fratello fu colpito tre volte al petto e morì sul colpo.

Padre Luigi Carrara, che stava confessando in chiesa, uscì ancora indossando la stola, tutto sorpreso. Abedi gli ordinò di salire sul veicolo per andare a Fizi in modo da poter essere ucciso là. Carrara rispose che, se doveva essere ucciso, preferiva morire accanto al suo fratello. Si inginocchiò davanti al corpo senza vita di Faccin e, all’improvviso, gli spararono alla testa: bastò un proiettile e morì sul colpo. Cominciarono i maltrattamenti dei corpi dei due. Uno dei mulelisti, Évariste Mauridi Mulisho (che poi si pentirà e diventerà un testimone prezioso del martirio, ndr), tagliò un braccio di Faccin e andò a esibirlo nel villaggio di Baraka.

Più tardi la stessa jeep arrivò davanti alla chiesa di Fizi. Erano circa le 20. I mulelisti che sorvegliavano la missione di Fizi provarono a impedire l’ingresso del colonnello Abedi. Questo s’impose. Chiamò i padri. Giovanni Didonè, presa la lampada a petrolio, aprì la porta. Lui e l’abbé Albert Joubert uscirono incontro al colonnello che puntava la pistola. Didonè cominciò a farsi il segno della croce, ma una pallottola in fronte gli impedì di finire il gesto. Poi Abedi sparò direttamente al petto di padre Joubert che morì accanto al sacerdote suo amico.

Circa trent’anni dopo, padre Cyrille Tambwe conobbe personalmente Évariste Mauridi Mulisho nel campo profughi congolesi di Nyarugusu (Tanzania). Egli aveva riconosciuto il suo errore e che aveva agito sotto l’influenza dell’indottrinamento comunista anticristiano e dell’ingenuo entusiasmo della gioventù. Già all’inizio degli anni ‘70 si era convertito al punto da diventare responsabile di una comunità ecclesiale di base e supervisore nella Legio Mariae.

I tre saveriani

Fratel Faccin, alla guida dei cori, dimostrò il desiderio di coesione e lo spirito di fraternità attraverso liturgie ben preparate e celebrate. I viaggi di Didonè sugli altopiani di Fizi, dove si era organizzata una fiorente comunità di ruandesi, mostrarono l’apertura della missione verso coloro che non erano ben visti nel territorio: Cristo unisce le persone.

Carrara, con la sua pastorale dell’ascolto attraverso il sacramento della riconciliazione, espresse il desiderio di liberare le persone dalla schiavitù del peccato, un tema, quello della schiavitù, molto vicino ai fedeli, tra cui operava, i cui nonni avevano subito la tratta e lo sfruttamento del colonialismo del re Leopoldo del Belgio.

Un attentato contro la fede cristiana

Le testimonianze raccolte dall’abbé Cyrille, che all’epoca dell’indagine diocesana era parroco di Baraka, mettono a fuoco le ragioni del martirio. Questo non è stato conseguenza dell’odio razziale contro i bianchi e l’imperialismo coloniale, odio molto forte nel post indipendenza del Congo, ma di una reazione contro i valori stessi della fede cristiana.

L’azione dei missionari, in quegli anni, consisteva nel dire che ogni separazione, ogni guerra, ogni rifiuto dell’altro non poteva venire dallo Spirito di Dio. Le catechesi e le preghiere insegnate e ripetute prima delle celebrazioni miravano a sottolineare la nuova identità cristiana, come comunità di credenti in colui che tutti salva e che invita a chiamarlo Padre nostro. Le gioie e i dolori di ogni persona sono le gioie e i dolori dell’intera comunità che, per questo, si prende cura dei più bisognosi, come i lebbrosi di Busimba (Fizi). La fede voleva essere radicata nelle opere di carità e nella promozione della dignità.

Le reliquie dei quattro martiri

abbé Albert Joubert

Sacerdote congolese

Fu tra i primi sacerdoti della Chiesa in Kivu. Nacque a Saint Louis de Mrumbi-Moba il 18 ottobre 1908. Suo padre, di origine francese, aveva fatto parte della guardia pontificia in Vaticano prima di dedicarsi completamente alle missioni estere cattoliche. Andò a vivere in Africa, condividendo la cultura e lo stile di vita, sposando una donna del luogo e lottando per l’abolizione della schiavitù. La sua azione e la sua lotta erano radicate in una fede profonda. I coniugi ebbero tre figli: due preti e una figlia religiosa che fu costretta a lasciare la vita consacrata per motivi di salute.

Albert frequentò il seminario minore e poi iniziò gli studi filosofici-teologici completandoli con successo, tanto da essere richiesto come professore. Insegnò presso il Seminario maggiore e fu direttore di scuole.

Formato alla scuola dei missionari, assunse lui stesso uno stile di vita tipicamente missionario, disponibile a trasferirsi nelle missioni dove c’era più bisogno, vivendo con semplicità e con attenzione per i poveri e i sofferenti. Nella diocesi di Uvira, terminò il suo impegno, donando la sua vita come sacrificio di fraternità umana e sacerdotale.

Obbedendo al suo vescovo, si recò in una parrocchia povera e da ricostruire, Kibanga, dove ebbe a che fare con la violenza anticristiana dei suoi connazionali congolesi, i Simba, divenuti ribelli e affiliati all’ideologia atea di stampo cinese, russa e cubana. Per causa loro soffri molto.

Consapevole del pericolo che lo aspettava, accettò di recarsi a Fizi, roccaforte dei ribelli Simba, per unirsi al saveriano Giovanni Didonè. Là subì il martirio il 28 novembre 1964. Testimone della fede in Cristo e della fraternità al di là di ogni popolo e di ogni nazione. Insieme a padre Didonè è sepolto nella chiesa di Fizi, meta di pellegrinaggi.

Padre Giovanni Didonè 

Padre Giovanni Didonè, da Missionari Saveriani, marzo 2024.

La missione come dono totale di sé

Padre Giovanni Didonè nacque a Cusinati di Rosà (Vicenza) il 18 marzo 1930. La sua è una famiglia di agricoltori, crebbe in un clima sereno e religioso. I genitori erano cristiani praticanti e dei loro undici figli, sette si consacrarono al Signore nella vita religiosa.

Il papà non aveva preclusioni sulla scelta del figlio di farsi prete, purché divenisse sacerdote diocesano. Per questo motivo, entrò nel Seminario di Thiene della diocesi di Padova e attese l’età di 20 anni per ottenere l’assenso, pur sofferto, del papà sulla sua scelta. Entrò dai missionari Saveriani nel 1950 ed emise la prima professione il 12 ottobre 1951. Finiti gli studi il 9 novembre 1958 ricevette il presbiterato.

Padre Didonè parti per la missione il 3 dicembre 1959 – festa di San Francesco Saverio, patrono dell’Istituto Saveriano – nella diocesi di Uvira (nel Kivu, Congo belga) dove fu assegnato a diverse missioni: Uvira, Baraka, Fizi, Kiliba. Uno dei tanti problemi che il giovane sacerdote saveriano dovette affrontare era quasi irrisolvibile: far superare i desideri di vendetta esistente tra i clan indigeni e, nel contempo, far cadere i giudizi negativi dei congolesi nei confronti dei bianchi.

Nella tarda primavera del 1962, padre Didonè era a Fizi con un compito ben preciso: costruire una chiesa per la sua comunità, che fu dedicata l’11 febbraio 1963. La ricostruzione delle ultime ore di vita del missionario saveriano si deve a padre Palmiro Cima che, tornato nei luoghi dell’eccidio nel gennaio 1966, ha raccolto informazioni da testimoni oculari.

Padre Didonè concepiva il suo essere missionario come un dono totale di sé a Dio. Nutriva un amore particolare verso la Vergine Maria, che seguiva secondo il metodo suggerito da san Luigi Grignion de Montfort, che diffondeva a tutti, compresa la sua famiglia. Il martirio a Fizi, non lo trovò impreparato.

Padre Luigi Carrara

Padre Luigi Carrara

Spirito di preghiera e disponibilità al servizio

Nacque a Cornale di Pradalunga (Bg) il 3 marzo 1933, quinto di sette fratelli e sorelle. Fu battezzato il 6 marzo e cresimato il 12 giugno dello stesso mese. Trascorse una serena infanzia in una famiglia unita che gli offrì un’educazione religiosa e umana molto solida. Per le ristrettezze economiche in cui versava la famiglia, il padre fu costretto ad emigrare in Svizzera. Lui visse nell’ambiente parrocchiale.

Fu un ragazzo incline alla preghiera e all’età di 14 anni chiese di essere ammesso presso la scuola apostolica dei missionari Saveriani. Terminato il curriculum di studi ginnasiale, a vent’anni entrò in noviziato e, una volta conclusi gli studi teologici, emise la sua professione perpetua e fu ordinato sacerdote il 15 ottobre 1961.

Religioso stimato dai superiori e dai compagni di corso, si distinse sempre per il suo spirito di preghiera e di disponibilità al servizio. Lo studio della teologia si era trasformato in preghiera e meditazione. La frequenza ai Sacramenti era diventata per lui esperienza di vita e motivo di incontrare Cristo nei poveri.

Subito dopo la sua ordinazione presbiterale, il superiore generale lo destinò alla missione del Congo. Gli anni da lui trascorsi in terra africana furono vissuti nel clima della preghiera e del servizio incondizionato ai piccoli e agli umili, senza giudicarli, senza condannarli, ma cercando di giustificarli.

La guerra civile che esplose dopo l’indipendenza del 30 giugno 1960, gli permise di testimoniare la fedeltà al Signore e ai suoi fedeli cristiani, rimanendo con loro fino alla morte.

Fratel Vittorio Faccin

Fratel Vittorio Faccin, davanti alla casa madre dei Saveriani Parma

Il lavoro era la sua passione

Nato a Villaverla (Vi) il 4 gennaio 1934, era terzo di cinque figli di una famiglia di agricoltori nella quale apprese la semplicità e la laboriosità. A 16 anni compì la scelta radicale di entrare tra i missionari Saveriani. Fu accolto a Cremona, dove frequentò le scuole medie. Trovando difficoltà negli studi, gli fu consigliato dai superiori di diventare fratello coadiutore. A 17 anni fu ammesso al noviziato e fece i voti l’8 dicembre 1952. Dopo qualche anno di servizio in Italia chiese e ottenne di partire per la missione del Congo dove arrivò nel 1959.

Là fu addetto alle costruzioni di cui era diventato un esperto, formando molti congolesi a quel mestiere: il lavoro era la sua passione. Dedicava molto del suo tempo libero alla formazione dei catecumeni che si preparavano al battesimo. Pur conservando un certo rammarico per non essere diventato sacerdote, si era convinto che la sua vocazione fosse quella di essere vittima come Gesù nel sacramento dell’Eucaristia.

Il 30 giugno 1960 il Congo divenne indipendente, ma con due fazioni rivali che si combattevano aspramente per il dominio del Paese, dietro la spinta dell’ideologia marxista sovietica e di quella cinese. E lui, come testimone di Cristo che predicava l’amore, fu perseguitato e imprigionato nel 1960. Era felice di poter condividere la prigionia con altri poveri congolesi perseguitati, ben consapevole del pericolo di vita in cui si trovava.

Liberato, tornò a Baraka, e andava a dormire in una famiglia, poiché nella missione non si sentiva sicuro. Lì emise i voti perpetui nel 1962.

Pur avendo la possibilità di fuggire in Burundi, non volle abbandonare i suoi confratelli e restò con loro continuando il suo servizio. Questo gli costò la vita, versando il sangue per Cristo nell’agguato del 28 novembre. è sepolto con padre Carrara nella chiesa di Baraka,

Faustino Turco,
missionario saveriano

Icona dei quattro martiri, da Missionari Saveriani, ottobre 2024



C’è ancora posto per lui?

Quando si legge il Vangelo di Natale, c’è una frase che sempre colpisce: «Non c’era posto per loro nell’alloggio» (Lc 2,7). L’alloggio, spesso e volentieri tradotto albergo, era la «stanza degli ospiti» della casa, come quella nella quale poi Gesù, molti anni dopo, si sarebbe riunito con i suoi per l’ultima cena.
Certo, in quei giorni a Betlemme, la stanza degli ospiti della famiglia di Giuseppe era sicuramente strapiena, visto che il censimento aveva fatto arrivare i parenti da ogni dove e con tutti quegli uomini, donne e bambini accalcati insieme, non era davvero il posto più adatto per far
nascere un bambino. La stalla, con la sua quiete e il suo calore, offriva, invece, un ambiente più accogliente, intimo e discreto.

Il fatto, però, che l’evangelista faccia notare che «non c’era posto» per quella coppia in attesa, significa che non è solo un’informazione logistica, ma che vuole sottolineare proprio la mancata accoglienza da parte dei «suoi», la gente di Betlemme, la città di Davide, colui che aveva ricevuto la promessa del Messia. I «suoi» avrebbero dovuto essere i primi a gioire per la venuta di quel bambino. Invece i primi sono stati i «pastori», gli esclusi, quelli accampati fuori sotto la provvisorietà di una tenda.

Se nascesse oggi, quel bimbo troverebbe un luogo che lo accoglie? Ci sarebbe posto per lui e la sua famiglia? O farebbe la fine di tanti bambini centrati dalle bombe negli ospedali, nelle loro case, nelle scuole, nelle strade? O finirebbe in fondo al mare come tanti piccoli non ancora nati o appena nati da genitori stipati su barconi che attraversano, pieni di speranza, il mare?

Nascesse oggi, i suoi genitori non riuscirebbero neppure a entrare a Betlemme, circondata com’è da un grande muro. La sua gente è chiusa dentro: non si entra e non si esce.

Ma quello non è l’unico muro di oggi. Sembra passata un’eternità dal quel 9 novembre 1989 nel quale il mondo fece festa per la caduta del muro di Berlino, che era segno di divisione, di sfiducia, di mentalità di guerra. Doveva essere la festa per un mondo nuovo, un mondo di pace.

Invece, da allora, di muri ne sono stati costruiti in tutti i continenti, con la scusa di difendere «la patria», l’identità, la sicurezza del proprio Paese contro l’invasione di chi viene per sfruttare le nostre risorse, per sovvertire il nostro modo di vivere, per prendere possesso del nostro mondo, per sostituire la nostra cultura.

Muri fisici, barriere burocratiche o dazi esorbitanti, non importa. Quel che conta è tener fuori o buttar fuori tutti quelli che sembrano pericolosi per nostra sicurezza e il nostro benessere.

In questi tempi abbiamo perfezionato anche un’altra specialità: quella di distruggere le case e le città rendendole mucchi di macerie, costringendo chi vi abita a fuggire o a sopravvivere rintanandosi sottoterra. Chi va sottoterra diventa un invisibile, ma chi fugge, dove va? Da chi è accolto? E mentre per produrre bombe, missili e droni – tutti strumenti di morte – i soldi si trovano, per costruire tutto quello che promuove pace e giustizia, le uniche cose che davvero migliorano la vita di tutti, le risorse non ci sono.

Mi viene poi un’altra domanda guardando al nostro mondo, alla nostra Italia, dove l’invecchiamento aumenta, le coppie si sposano sempre più tardi, la natalità diminuisce giorno dopo giorno. Dovesse essere mandato oggi l’angelo, troverebbe ancora una giovane coppia disposta ad accogliere una nuova vita? E non perché le ragazze o i ragazzi di oggi non siano capaci di amare, anzi. Ma perché la nostra società cerca di uccidere in loro la speranza, offusca il loro futuro e concentra tutto nel qui e ora, nel piacere dell’immediato, nell’io invece che nel noi, nella delega ai poteri forti e agli ultra ricchi, all’Ia e ai social che danno l’illusione di essere inseriti nel mondo, ma in realtà chiudono in stanze sia virtuali che reali.

Eppure, anche solo il porsi queste domande, è un segno di speranza. Vuol dire continuare a resistere, a sognare e lottare per un mondo diverso, un mondo di pace e di fraternità, di giustizia ed equità, un mondo in cui ciascuno e tutti sono cittadini con uguali diritti e doveri, soggetti della propria storia, custodi responsabili e gioiosi del creato. La speranza generata dall’accogliere quel bambino indifeso, Gesù, che è testimone dell’immensa fiducia di Dio nell’uomo, diventa allora la forza che anima l’impegno per un mondo di vera pace.

Certo, come singoli, non abbiamo i mezzi e la forza di compiere gesti eclatanti o risolutivi, ma anche solo l’offrire una accogliente «mangiatoia» a chi bussa alla nostra porta, è un piccolo gesto di amore che come una piccola luce rompe il buio della notte.

Gigi Anataloni
direttore responsabile




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Ricordando PADRE LUIGI BRAMBILLA

 Nato a Olgiate Molgora (Como) il 28/12/1939, è andato in cielo a Torino il 15/10/2025, dopo 66 anni di vita come missionario della Consolata, 61 di sacerdozio e 58 di servizio missionario in Kenya. È stata ricca la sua personalità umana e pastorale. Compito arduo sintetizzarla in brevi espressioni. Sereno, cordiale, comunicativo, scherzoso. Persino burlone. Sì, da essere affettuosamente chiamato Bambo, e lui stesso si chiamava così. Ancora così una settimana prima di morire. Ma «bambo» assolutamente non era. Anzi, esperto e saggio. Tanto da essere eletto due volte vice superiore per un totale di dodici anni; poi tre superiore regionale; e tre consigliere. Incarichi non congeniali al suo carattere, come lui stesso confessava, ma doveva forzatamente arrendersi alla fiducia dei confratelli.

Sempre accogliente e comprensivo, sia dei missionari dati a lui come collaboratori, come dei numerosi ospiti. Era una gioia visitarlo. Regolarmente invitava i confratelli vicini per un pasto. In sua compagnia erano ore di cordiale fraternità.

La sua semplicità e simpatia accattivavano la gente. Nei suoi 58 anni in Kenya sono nove le missioni in cui ha esercitato il ministero come parroco o assistente. Intraprendente e dal cuore pastorale, ovunque era apprezzato e benvoluto. Gli ultimi 15 anni li ha trascorsi a Tuthu, missione madre di tutte le altre a seguire (perché fu la prima a essere fondata nel 1902, ndr) ma non facile a viverci e operare. Tempo spesso uggioso, clima umido, colline da salire sbuffando e scivolose nel scenderle. Eroismo l’esserci vissuto lungo tempo.

Un dono caratteristico che facilitava la relazione con i fedeli e l’apostolato era la perfetta conoscenza della difficile lingua kikuyu. Monsignor Cesare Gatimu, vescovo di Nyeri dal 1964 al 1987, un giorno mi disse che la parlava come un Kikuyu. È tutto dire. E molteplici le testimonianze a riguardo. Perfetto kikuyu, ma provetto pure in inglese e swahili. E, per un tempo a Mekinduri, dovette avventurarsi nella lingua meru. Invidiabile la sua versatilità nelle lingue.

Instancabile, ha svolto il ministero in contesti vari: in missioni piccole e grandi, in missioni di vecchia data e da iniziare, in zone rurali e nelle periferie di città, indifferente per lui. Perché era poliedrico e sapeva facilmente adattarsi alle realtà, e comunicare facilmente e con brio.

Con la sua amabile cordialità negli anni ha saputo animare uno stuolo di persone a cooperare nella vocazione battesimale dell’evangelizzazione, particolarmente nell’area dello sviluppo umano. La dimensione spirituale-pastorale era accompagnata dall’impegno ad aiutare la gente ad acquisire dignità, educazione, salute.

Un curioso ma significativo dettaglio: da giovane missionario era un avido lettore di Topolino. Era la sua ricreazione. Ne aveva una biblioteca.

Dopo intenso, intelligente, e appassionato lavoro di 58 anni in Kenya, primato di pochissimi, gli ultimi mesi destava compassione vederlo ridotto a scheletro. Soffriva fisicamente senza un lamento. Ma aveva una pena e un gran desiderio: tornare a Tuthu perché là c’erano ancora molte cose da fare. Invece, ora riposa in Paradiso. Meritato riposo, suscitando cordoglio, riaccendendo gratitudine, generando l’ondata di affetto che lo accompagnò ovunque. Bambo, saggio ed esperto di missione, riposa in pace.

padre Giuseppe Inverardi
Torino, 18/10/2025

Wamba hospital – Noi c’eravamo

È con immensa gioia che il giorno 17 maggio 2025 abbiamo partecipato alla riapertura dell’ospedale di Wamba. Tantissima gente, carica di speranza e di gioia era presente a quell’importante appuntamento, tanto atteso da tutta la popolazione, che si è messa in gioco in prima persona raccogliendo fondi ed impegnandosi manualmente per sistemare la struttura, rendendola bella ed accogliente.

Erano presenti, col vescovo Hieronymus Joya e il vescovo emerito Virgilio Pante, 20 sacerdoti per la celebrazione della santa Messa inserita al centro di quella imponente cerimonia: un’occasione unica per incontrare tanti amici tutti insieme.

Noi c’eravamo, presenti con la nostra testimonianza dell’essere lì con la gente in un momento così importante e storico.

All’inizio dell’evento, cominciato alle 9.30 e terminato alle 16, la grande folla attendeva fuori davanti al cancello il taglio del nastro da parte del vescovo Joya, il quale ha poi incaricato tutti i sacerdoti presenti di benedire tutti i reparti dell’ospedale. In seguito, ci siamo radunati tutti nel piazzale di ingresso decorosamente abbellito con festoni e tende per ombreggiare i presenti. Li è stata celebrata la santa Messa e gli invitati (politici, organizzazioni e medici) hanno avuto modo di salutare e commentare l’evento: anche a noi è stato chiesto di porgere un saluto.

Con tanta emozione abbiamo dato il nostro contributo per valorizzare questa prestigiosa opera riaperta con la gente e per la gente bisognosa di cure. È stata occasione per menzionare l’associazione Amici di padre Gheddo, il Gruppo di Amici di monsignor Locati e i genitori Rosetta e Giovanni Servi di Dio, cha assieme all’associazione monsignor Oscar Romero, si sono impegnati per dare energia elettrica attraverso la costruzione di un impianto fotovoltaico con batterie, e a costuire una panetteria in grado di dare pane sia ai degenti che al pubblico esterno in modo da poter generare un aiuto economico all’ospedale. Importante è essere stati lì presenti insieme a loro per testimoniare che non sono soli ma insieme in un’unica Chiesa di amicizia e solidarietà.

Ringraziamo il vescovo monsignor Joya e tutte le autorità civili e militari presenti che ci hanno dato questa grande opportunità. Un particolare grazie a fratel Severino Mbae che ha dato il massimo per accoglierci e per il suo instancabile impegno per far rifiorire questa «rosa del deserto». Grazie!

Angelo Rescaldina, Associazione Oscar Romero,
 Magenta (Mi), 09/10/2025

Diamo ancora spazio a questo avvenimento, ringraziando tutti gli amici che sono impegnati nella grande avventura di far rifiorire la «rosa». Il cammino è appena ricominciato. Auguriamo ogni bene alla diocesi di Maralal e a tutta la sua gente. Un grazie anticipato a tutti coloro che vorranno dare una mano.

Perché sì al nucleare civile

Egregio direttore,
desidero offrire alcuni chiarimenti tecnici riguardo alle affermazioni del mio collega Mirco Elena (apparse in queste pagine nel numero scorso, e riferite all’articolo sul nucleare civile di MC ottobre). Mirco sostiene che (testuale) sia «errato dire che l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi».

Questa affermazione non corrisponde alla realtà tecnica.

I reattori civili utilizzano uranio arricchito al 3-5% di U-235, mentre le armi nucleari richiedono uranio arricchito oltre il 90%. Passare dal primo al secondo livello non è un semplice «proseguimento» dello stesso processo: richiede moltiplicare la capacità di arricchimento di ordini di grandezza, con cascate di centrifughe enormemente più estese e anni di operazioni intensive, facilmente rilevabili dall’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica).

Per quanto riguarda il plutonio, i reattori civili producono Pu-239 mescolato con isotopi inadatti all’uso bellico (Pu-240, Pu-241). Il plutonio weapons-grade richiede invece cicli di irraggiamento brevissimi (2-3 mesi) e reattori progettati specificamente per frequenti ricariche, oltre a impianti dedicati di riprocessamento chimico, metallurgia nucleare specializzata e sofisticati sistemi di detonazione.

Il caso iraniano è emblematico: nonostante disponesse di reattori civili, ha impiegato decenni per sviluppare capacità di arricchimento significative, dimostrando che il salto tecnologico è tutt’altro che automatico.

Sulla seconda questione, la critica ha fondamento parziale. È vero che nell’estate 2022 la Francia ha dovuto ridurre la produzione di alcuni reattori a causa delle temperature elevate dei fiumi. Tuttavia, è fondamentale precisare che i reattori funzionavano perfettamente: sono stati i limiti normativi di scarico termico, posti a protezione degli ecosistemi fluviali, a imporre restrizioni temporanee e parziali, non problemi tecnici intrinseci. Inoltre, questo vincolo riguarda tutte le centrali termiche (gas, carbone) che utilizzano raffreddamento fluviale, mentre gli impianti nucleari costieri, che usano acqua marina, non hanno registrato problemi.

Affermare che il nucleare opera «indipendentemente» dalle condizioni meteorologiche è certamente una semplificazione, ma resta una fonte energetica molto più affidabile e prevedibile rispetto alle rinnovabili variabili. I vincoli esistono ma sono gestibili attraverso torri di raffreddamento, sistemi a secco o scelta appropriata dei siti.
Cordiali saluti,

Piergiorgio Pescali
03/10/2025

Edizione 2025 di Top 200

A settembre è uscita la nuova edizione di Top 200, il rapporto che il Centro nuovo modello di sviluppo dedica alle prime 200 multinazionali del mondo classificate secondo il criterio del fatturato. L’attenzione verso le Top 200 deriva dal fatto che molte di esse hanno più potere di molti Stati.

Nel rapporto sono utilizzati due metodi per confrontare il potere economico fra nazioni e multinazionali. Un primo metodo consiste nel mettere a confronto i fatturati con i Pil nazionali, ossia la ricchezza complessiva prodotta nei singoli Paesi. Secondo questa metodica scopriamo che nel 2024 fra i primi cento posti siedono 42 multinazionali, precisando che la prima, ossia Walmart; compare al 23° posto, appena dopo Taiwan. Il quadro cambia radicalmente se anziché in base al Prodotto interno lordo, elenchiamo gli stati in base agli introiti governativi. Rappresentazione più reale perché basata su criteri più omogenei. Osservando questi dati, fra i primi cento posti siedono ben 67 multinazionali, con la prima multinazionale che compare al 13° posto, prima dell’Australia.

Oltre al fatturato, il rapporto fornisce il numero dei dipendenti e i profitti realizzati da ogni multinazionale. Complessivamente nel 2024 le Top 200 hanno fatturato oltre 28mila miliardi di dollari, una grandezza corrispondente al 25% del Pil mondiale. Quanto ai profitti, sono ammontati a duemila miliardi di dollari, praticamente il doppio di quelli realizzati dieci anni fa.

Oltre ai dati statistici relativi alle Top 200, il rapporto offre anche degli approfondimenti su tematiche di particolare rilevanza economica e sociale. Se qualche anno fa si occupò della presenza dei privati nella sanità, quest’anno si concentra sull’invadenza del mercato in ambito scolastico.

Secondo l’Unesco in tutto il mondo, 350 milioni di ragazzi frequentano scuole non statali, con l’incidenza più grande nella scuola per l’infanzia. In Italia la legge permette la gestione di scuole da parte di soggetti privati, ma le distingue in paritarie e non paritarie a seconda che possano rilasciare o meno certificati riconosciuti. La maggior parte delle scuole paritarie sono gestite da strutture cattoliche per un totale di 515.135 alunni, pari al 66% di tutti gli allievi presenti nelle scuole paritarie. Si stima che la restante quota sia distribuita per il 14% nelle scuole per l’infanzia gestite dagli enti locali e un altro 20% nelle scuole paritarie gestite da altri enti privati come cooperative, fondazioni, associazioni, ma anche società commerciali.

Oltre che nella scuola primaria e secondaria, l’istruzione privata è presente anche a livello universitario. Lo stato italiano riconosce 29 università private di cui 9 attive solo per via telematica. Fra le principali università private compaiono la Bocconi, posseduta dalla fondazione di famiglia, la Luiss, posseduta da varie realtà imprenditoriali, fra cui Confindustria, l’università Cattolica, posseduta da varie istituzioni ecclesiastiche. Complessivamente in Italia le università private accolgono il 20% degli studenti universitari, ma in termini di gettito assorbono il 45% delle tasse pagate dagli studenti.

Un altro tema affrontato nel Rapporto si riferisce al piano di riarmo intrapreso dall’Unione europea. In ossequio ai consigli forniti da Mario Draghi, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato un regolamento per mettere a disposizione degli stati membri prestiti agevolati, per complessivi 150 miliardi di euro, da utilizzarsi nel 2025 per il rafforzamento dell’industria bellica. Draghi sostiene che il rilancio dell’industria bellica fa bene a tutta l’economia perché fa crescere l’occupazione, ma Greenpeace ha dimostrato che altri settori creano molti più posti dell’industria militare.

Di fatto le risorse impiegate per rafforzare gli eserciti e l’industria bellica europea sono sottratte alla soluzione degli innumerevoli problemi sociali e ambientali presenti nel nostro continente. Ciò nonostante, la Commissione europea auspica che in cinque anni la spesa bellica aumenti di 800 miliardi di euro. Complessivamente nell’Unione europea il numero di imprese presenti nel settore bellico si aggira attorno a duemila unità, ma le prime 10 si aggiudicano da sole metà del fatturato. Ed è triste constare che le più grandi sono partecipate in maniera consistente dai governi. Il governo italiano, ad esempio, possiede il 30% di Leonardo e il 71% di Fincantieri per il tramite di Cassa depositi e prestiti. Il rapporto contiene una mappa relativa alla proprietà delle prime 10 imprese belliche europee, dalla quale emerge che il governo francese è il più coinvolto con le imprese di armi essendo presente nella proprietà di Airbus, Safran, Thales e varie altre.

Il Rapporto contiene anche altri approfondimenti, fra cui uno relativo all’espandersi delle plutocrazie nel mondo. Ossia la presa di potere politico da parte dei magnati dell’economia come mostra la conquista della presidenza da parte di Trump negli Stati Uniti. Il rapporto contiene una mappa del mondo in cui sono riportati altri 35 casi di plutocrazie disseminate nei cinque continenti.

Le ultime due schede si riferiscono a iniziative di resistenza nei confronti delle multinazionali. Due in particolare: quella intrapresa dai consumatori francesi contro Tesla per le esternazioni fasciste da parte del suo amministratore delegato Elon Musk e quella intrapresa dal Fondo norvegese contro Caterpillar e alcune banche israeliane per la loro collaborazione con l’oppressione del popolo palestinese. A dimostrazione che anche le potenze le più forti possono essere combattute.

Francesco Gesualdi

Il rapporto Top 200 è reperibile sul sito del Centro nuovo modello di sviluppo: www.cnms.it




Paolo Farinella, Storia del Giubileo

Raccolta di testi pubblicati a puntate nelle pagine di questa rivista da ottobre 2015 a dicembre 2016




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

GIOVANI AL MAKIUNGU HOSPITAL

Giovani. Vacanze. Mese di agosto. Lo stereotipo legato a queste parole farebbe pensare a una vacanza nella riviera romagnola o in qualche isola della Spagna, eppure per due giovani di Cernusco Lombardone la scelta è stata un’altra.

Angelica Brivio, 18 anni, e Matteo Biella, 23, cresciuti nella realtà oratoriana del paese, hanno voluto trascorrere quindici giorni in Tanzania presso il Makiungu hospital, dove opera padre Sandro Nava, missionario della Consolata, accompagnati da alcuni soci dell’associazione I bagai di binari con cui collaborano.

Per Matteo non è la prima volta in terra missionaria; proprio l’anno scorso aveva visitato la realtà di padre Carlo Biella in Mozambico.

«Ciò che mi ha spinto maggiormente a intraprendere questa esperienza è stata la curiosità di vedere con i miei occhi il lavoro svolto da padre Sandro – ci ha raccontato -. Allo stesso tempo, l’idea di visitare Paesi meno rinomati rappresenta per me sempre uno stimolo ulteriore».

«Volevo conoscere un mondo completamente diverso dal mio, avvicinarmi alle persone, mettermi al servizio degli altri – aggiunge Angelica -. Inoltre, volendo intraprendere gli studi di medicina, era per me anche un’opportunità di vedere da vicino cosa significa realmente lavorare in un ospedale».

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

Le aspettative di questa esperienza sono state appagante nel vedere come il missionario cernuschese si sia mosso in questi cinque anni per portare il Makiungu hospital a essere oggi uno degli ospedali più all’avanguardia del Paese, accessibile anche alle persone meno abbienti.

«Le mie aspettative non solo sono state confermate, ma addirittura superate – ha voluto precisare Matteo -. L’ospedale è gestito in maniera impeccabile: ogni dettaglio è curato con attenzione, dalla pulizia interna ed esterna, al perfetto funzionamento e rifornimento costante della farmacia, fino all’efficienza straordinaria dei numerosi reparti».

«Le mie aspettative – ha aggiunto Angelica – sono state superate in quanto ho avuto la possibilità di affiancare una dottoressa e di entrare in contatto con i pazienti. Ho vissuto per alcuni giorni la realtà ospedaliera osservando come si effettuavano gli esami nel reparto di Rianimazione. Inoltre, ogni giorno riuscivamo a ritagliarci un’ora di tempo da trascorrere con i bambini residenti con le loro famiglie vicino all’ospedale. Quello che ho ricevuto da loro non si può spiegare solo a parole; mi hanno insegnato che l’amore non ha bisogno di una lingua in comune. Basta un sorriso, un abbraccio o qualche bolla di sapone per creare un legame che ti resta nel cuore».

Con impegno, i due giovani sono stati di supporto alla realtà di padre Sandro. Hanno svolto principalmente compiti logistici, come lo smistamento di decine di scatoloni presenti nel magazzino e la loro suddivisione per tipologia di oggetti donati. Si trattava soprattutto di vestiti e giochi per bambini: i primi sono stati distribuiti in pacchetti, ciascuno contenente il minimo indispensabile di vestiario, consegnati ai neonati e ai bambini ricoverati.

«I giochi, invece, sono stati donati ai gruppi di bambini che ogni sera, verso le 18, “venivano a trovarci” sotto la nostra dimora – aggiunge Matteo -. Palloncini, girandole e bolle di sapone erano diventati un dono quotidiano. In ospedale invece mi sono occupato esclusivamente del taglio delle garze, un’operazione semplice ma essenziale dato l’elevato consumo giornaliero». Un’esperienza che ha indubbiamente lasciato il segno.

St Joseph Allamano Makiungu Hospital

«Mi ha colpito l’amore incondizionato dei bambini. Il modo in cui si attaccano a te con fiducia, pur non conoscendoti – precisa Angelica -. Il modo in cui riescono a sorridere pur avendo pochissimo. Un palloncino colorato, una bolla di sapone, un po’ di solletico… e i loro occhi si illuminano. È difficile da spiegare, ma ho capito che la felicità è un qualcosa molto più semplice di quanto pensiamo e che non ci accorgiamo di quanto siamo fortunati».

«Un altro aspetto che mi ha colpito è stato vedere le decine di targhe di ringraziamento dedicate ai privati e alle associazioni che hanno reso possibile la costruzione dell’ospedale e l’acquisto di importanti macchinari: segni concreti di fiducia e vicinanza verso padre Sandro e la sua missione. Mi ha reso orgoglioso vedere scritto su due di esse il nome del mio paese», ha voluto spiegare Matteo.

Chiedere cosa ognuno di loro porti a casa, dopo questa piccola esperienza missionaria, viene automatico.

«Una versione di me stessa più consapevole, più grata. Ho riscoperto il valore della semplicità e la bellezza delle piccole cose. Ho capito che voglio davvero intraprendere la strada della facoltà di medicina, ma non solo per “guarire” malati, bensì anche per accompagnare le persone nei momenti più difficili», ha risposto Angelica.

«Oltre alle tredici magliette di calcio acquistate nei suggestivi e colorati mercati della Tanzania, ho acquisito una consapevolezza profonda – tiene a raccontarci Matteo -. Per costruire e mantenere operativo un ospedale nel cuore della natura servono passione, dedizione, costanza e un impegno instancabile».

Uno degli obiettivi del sodalizio cernuschese è quello di sensibilizzare, coinvolgere più persone, meglio ancora se giovani.

«Consiglierei senza esitazioni questa esperienza a tutti – incalza Matteo -, soprattutto a chi studia medicina o sogna di diventare medico o infermiere».

«Non si tratta solo di un viaggio, ma è un vero e proprio tuffo in un’altra realtà. È un’occasione per crescere, mettersi alla prova, aprire gli occhi e il cuore. Consiglierei a chiunque abbia voglia di imparare, di dare e allo stesso tempo di ricevere molto di più; fare un’esperienza così, lascia un segno indelebile».
Provare per credere.

I bagai di binari
Cernusco Lombardone (Lc), 26/08/2025

St Joseph Allamano Makiungu Hospital, con padre Sandro Nava

Vero missionario (Cellana p Franco)

Era il 1993, tanti anni fa. L’associazione Amici Missioni Consolata muoveva i suoi primi passi nel Cam (allora Centro di animazione missionaria) attaccato alla Casa madre dei Missionari della Consolata in Torino. Dopo i primi anni con padre Giordano Rigamonti, l’associazione aveva trovato in padre Franco Cellana il suo «cappellano».

Appena letto quanto pubblicato su di lui nella rivista di agosto-settembre in ricordo di padre Franco, l’amico Ottavio Losana, allora presidente degli Amc dopo essere stato per anni capo nazionale degli scout dell’Agesci, mi è arrivato in ufficio, a dispetto della sua «giovane» età, e mi ha portato questa poesia che lui stesso aveva scritto nel 1993, quando padre Franco era stato nominato consigliere generale dell’Istituto e aveva dovuto lasciare Torino e, quindi, gli Amici.

Padre Franco, 4° a sinistra, accucciato, con gli. AMC a Bevera di Castello Brianza nel 1992
Padre Franco Cellana alla festa della Consolata nel Consolata shrine di Nairobi nel 2009

Caro Franco,
due anni son passati
da quando questa grande associazione
mi ha messo assieme a te,
in coabitazione, ad occupare
il posto altolocato di presidente.

E già tu ci abbandoni,
che ad altro incarico ti hanno nominato;
il Gran Consiglio ahimè va rispettato,
non valgono lusinghe o ricchi doni.

Eri giunto fra noi dal Tanzania,
trovandoci un po’ incerti e quasi tonti
per la partenza del padre Rigamonti.
Ma la tristezza l’hai spazzata via
come un torrente dei monti del Trentino
che dalle rocce scende a cascatella
portando l’acqua sempre fresca e bella
dentro le sponde di un laghetto alpino.

Sempre di corsa,
sempre un po’ in ritardo,
ma sempre pronto
al momento del bisogno
ci hai indicato il grandissimo sogno
del mondo missionario.

Con lo sguardo,
con l’esempio e con la tua parola
ci hai insegnato a guardare lontano,
a aprire il cuore, a stendere la mano
a ogni persona e a non lasciarla sola.

Pronto,
se c’è qualcosa che un po’ sgarra,
a strimpellare sulla tua chitarra,
così a cantare le lodi del Signore
ci hai insegnato in italiano,
ma anche in kiswaili, in brasiliano,
in spagnolo, e a tutte le ore
mai ti sei dichiarato maldisposto
a stare in amicizia in mezzo a noi.

Che faremo noi tutti d’ora in poi?
Chi verrà a occupare questo posto?

Caro Franco, alpino poderoso,
forte, sincero, leale, generoso,
pronto a bere un bicchiere in compagnia,
infinita sarà la nostalgia!

Ora basta, che già io mi commuovo:
anche se orfani, anche se infelici,
continueremo ad essere tuoi amici.

Parte il vecchio assistente. Viva il nuovo

Ottavio Losana,
AMC Torino, agosto 2025

Gli Amici Missioni Consolata sono sempre grati a padre Franco e continuano oggi il loro generoso impegno missionario, speranzosi di trovare nuovi giovani amici che condividano con loro la bella avventura di supporter dei missionari

Chondogyo

Caro Paolo Moiola,
sono stato molto felice di leggere l’articolo sul chondogyo in italiano (MC 10/2025 pp. 17-19 dove si usa il termine «ceondoismo», ndr).

Vorrei commentarlo con due precisazioni.

La prima. Il simbolo della nostra Chiesa – chiamato Kungulzang – non ha significato se preso parzialmente. Il suo significato è possibile solo nella sua forma completa. Come ti ho detto spesso «Per comprendere facilmente il cuore dell’universo», perché rappresenta il dinamismo dello spirito.

La seconda. Come tu stesso avevi notato, il chondogyo è una religione molto spirituale fin dalla sua origine. Quindi, affermare che esso sia diventato spirituale sotto l’influenza della dominazione giapponese è sbagliato.

Infatti, il terzo maestro del chondogyo, Son Byeong-hui (detto Euiam), che è stato anche leader del Movimento per l’indipendenza 3.1 («Movimento Sam-il»), aveva una profonda pratica spirituale già nel 1880, molto tempo prima dell’invasione della Corea da parte del Giappone (avvenuta nel 1894, ndr).

Detto questo, sono molto felice e ti ringrazio molto per il tuo sincero impegno. Cordiali saluti,

Yoontaek Jung
(responsabile della chiesa di Seul), 23/09/2025

Nucleare

Caro Direttore,
nel mio articolo sul nucleare pubblicato nel numero di ottobre, la figura a pag. 12 sui costi delle diverse fonti energetiche avrebbe dovuto riportare nella legenda che la curva in grigio scuro è relativa alle centrali a gas metano usate per far fronte ai picchi di richiesta elettrica sulla rete (quindi per periodi brevi, con la conseguenza che i costi relativi all’impianto si spalmano su una limitata produzione energetica, facendo aumentare di molto il costo dell’elettricità). La curva del «Gas naturale», in colore grigio chiaro, si riferisce invece ad impianti usati continuativamente, con una grande produzione di elettricità, che pertanto risulta più economica (corretto nella versione online, ndr).

Con l’occasione mi permetto di evidenziare come, sempre sul numero di MC di ottobre, nel testo a firma Piergiorgio Pescali, sia errato dire che «l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi» [rispetto all’uso nei reattori]. Magari fosse così!

Purtroppo, disponendo delle tecnologie e dei materiali per un programma nucleare civile, si possiede quanto è necessario per realizzare bombe nucleari; procedere a farle o meno è solo questione di scelta politica da parte dei governi.

Pure criticabile è l’affermazione che una centrale nucleare può operare indipendentemente dalle condizioni meteorologiche (e, aggiungerei, anche ambientali). Basta vedere i problemi che varie centrali nucleari in Francia e altri paesi hanno avuto negli ultimi due anni, durante periodi di alte temperature estive. Cordiali saluti.

Mirco Elena (fisico)
21/09/2025




Paolo Farinella,Le nozze di Cana

Racconta di 38 articoli pubblicati tra dicembre 2009 e gennaio 2013.

1. Un matrimonio senza sposi | 2. Un fatto mille domande | 3. Un vangelo, tanti autori | 4. Segni e indizi per imparare a crescere | 5. Un vangelo, moltissime prospettive: dall’ora alla gloria | 6. A Cana manca la sposa, ma c’è la donna (la «Madre») | 7. Otto personaggi in cerca di simboli | 8. A Cana finisce la vedovanza di Gerusalemme | 9. Rahab anticipa il terzo giorno | 10. Un protagonista delle nozze: il vino del Messia | 11. Un protagonista delle nozze: il vino dell’abbondanza | 12. Un Dio «straniero» abolisce i confini | 13. Dal Targum al midràsh: acqua, sangue e vino | 14. Rilettura cristiana di Genesi | 15. Le nozze di Cana, oltre le nozze di Cana | 16. Le nozze di Cana, il futuro è dietro di noi | 17. Simbologia del terzo giorno | 18. Ecco il santuario della santa alleanza | 19. Il matrimonio al tempo di Gesù, nella Scrittura, nel Giudaismo | 20. Tre villaggi per una sposa assente | 21. «C’era là la madre di Gesù» | 22. «Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli» | 23. «Ecco lo sposo» | 24. «Vino non hanno» | 25. Da madre a donna | 26. La «donna» sacramento dell’abbandono credente | 27. Ubbidire è imitare | 28. Gesù il figlio di Giuseppe | 29. Le giare di pietra e le tavole in pietra della legge | 30. Storia d’Israele in sei giare di pietra | 31. La gioia è la vera purificazione cristiana | 32. Non schiavi ma amici a servizio | 33. «Gustate e vedete come è buono il Signore» | 34. Sapere dove si sta | 35. E io dissi: «Chi sei, o Signore?» | 36. Il racconto delle nozze di Cana | 37. Il racconto delle nozze di Cana | 38. Dal miracolo al segno




Missionari di speranza, artigiani di pace

Editoriale comune delle riviste della FESMI
(Federazione stampa missionaria italiana)

Francesco evidenzia che la missione oggi si realizza «in un mondo che, nelle aree più “sviluppate”, mostra sintomi gravi di crisi dell’umano: diffuso senso di smarrimento, solitudine e abbandono degli anziani, difficoltà di trovare la disponibilità al soccorso di chi ci vive accanto. Sta venendo meno […] la prossimità: siamo tutti interconnessi, ma non siamo in relazione». Siamo centrati su noi stessi e incapaci di altruismo, continua il papa. Va in questa direzione anche il tema della terza edizione del Festival della Missione a Torino: «Il volto prossimo»
(9-12 ottobre 2025).

Leone dal canto suo afferma che nel contesto mondiale attuale, che obbliga milioni di persone a lasciare la propria terra d’origine, «la generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana». Di fronte a scenari così spaventosi – continua Leone -, «è importante che cresca nel cuore dei più il desiderio di sperare in un futuro di dignità e pace per tutti gli esseri umani. Tale futuro è parte essenziale del progetto di Dio sull’umanità e sul resto del creato».

Dire che «i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza» è una provocazione audace per un paese come l’Italia, che sembra aver esaurito la sua tensione missionaria, un invito a reagire positivamente, appunto da «pellegrini» che non si accontentano di stare ai bordi della strada guardando la storia passare. Siamo pellegrini, non «fuggiaschi», chiamati cioè a fare la nostra parte «per diventare “artigiani” di speranza e restauratori di umanità». Questo non si realizza solo informandosi, firmando appelli, protestando, ma anche pregando, intessendo una relazione profonda con Dio, per liberarci dalla nostra autoreferenzialità e dai condizionamenti delle società in cui viviamo, lasciandoci invece contagiare dal sogno di restaurare l’umanità che ha in Gesù il suo modello insuperabile. La vita, nella sua dimensione orante, ci fa capire chi veramente siamo, smascherando i nostri egoismi, le tentazioni di farla da padroni sugli altri e sui beni di questo mondo, oltre che guarirci dallo scoraggiamento e dalla paura. Un sogno che può diventare realtà, se camminiamo davvero insieme, sinodalmente, come membra vive della Chiesa e della società civile, non da semplici spettatori, ma da artigiani di pace e restauratori di umanità, sempre dalla parte delle vittime, dei piccoli, degli scartati, degli ultimi. Vivere allora la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato e la Giornata missionaria mondiale vuol dire, sì, partecipare alla missione della Chiesa con gesti concreti di solidarietà nei confronti dei missionari e delle missionarie negli angoli più sperduti del pianeta, ma anche, e soprattutto, rinnovare il nostro impegno di missionari di speranza e artigiani di pace nella nostra realtà quotidiana.

FESMI




Karibuni Kenya

Parte della famiglia Pante viaggia per quindici giorni nel Samburu. La visita allo «zio missionario», vescovo emerito di Maralal, è l’occasione per conoscere alcuni dei luoghi nei quali i Missionari della Consolata hanno lavorato e lavorano al servizio del Vangelo e delle popolazioni locali.

La prima cosa cosa che vediamo all’aeroporto di Nairobi è la scritta «karibuni», «benvenuti» in swahili. È l’inizio di febbraio. Siamo venuti per visitare monsignor Virgilio Pante, vescovo emerito di Maralal, nel Samburu. Il nostro zio missionario.

Eravamo stati in Kenya 23 anni fa: allora zio Virgilio era appena stato consacrato vescovo. Ora è in pensione. Si fa per dire.

La seconda cosa, è il sorriso dello zio. Non sono molti a poterlo chiamare così: i più gli si rivolgono con il titolo di «monsignore», in Italia, o , in Kenya, di «bishop» o «askofu» in swahili. A Mararal, la sua città, è chiamato anche «baba», cioè «papà».

Ci fermeremo con lui quindici giorni. Siamo un pezzo della sua famiglia: suo fratello Remigio con la sua sposa, due figlie, un figlio e la nuora.

Nel traffico di Nairobi

I saluti di benvenuto sono rapidi e danno un’idea piuttosto precisa di come saranno i nostri spostamenti: veloci e puntuali, o per lo meno ci proveremo. Il traffico di Nairobi, infatti, ha altri piani. Per le strade di questa città, caotica e molto più affollata di ventitré anni fa, vediamo di tutto: da pulmini agghindati come carri di Carnevale a motociclisti senza casco, o biker che, pur avendolo, trasportano altre due o tre persone; da auto appena uscite dalla concessionaria a camion che sembrano residuati bellici del secondo conflitto mondiale.

Il nostro mezzo non è da meno: la «Bufala», com’è amorevolmente soprannominata da Virgilio, è una vecchia Toyota già usata come ambulanza e riadattata al trasporto di parenti in visita. Un piccolo foro circolare sullo sportello del guidatore è il ricordo di un proiettile che, alcuni anni fa, ha rotto il femore (e l’arteria femorale) di uno dei suoi vecchi conducenti.

A questo punto capiamo che, per sopravvivere a un viaggio che promette una sorpresa dopo l’altra, è indispensabile avere un certo gusto per l’avventura, del quale tutto il nostro bel gruppo è provvidenzialmente dotato.

Il clima che ci accoglie nella capitale è abbastanza temperato ed è per noi un sollievo avendo lasciato in Europa l’inverno.

Siamo accolti nella casa dei
Missionari della Consolata di Westlands a Nairobi. Qui l’atmosfera è familiare, rilassata e si respira un forte senso di comunità. Oggi è sabato e i missionari celebrano la messa prefestiva in italiano per i nostri connazionali residenti a Nairobi. Hanno preso l’abitudine di fermarsi dopo la celebrazione per un momento di convivialità e ricordo di un’Italia che, per alcuni di loro, i quali non parlano italiano come prima lingua, è una «casa» mai vista, essendo nati all’estero.

Verso Maralal

Dopo aver salutato i nostri ospiti, la Bufala è nuovamente su strada per arrivare a Maralal.

Oltre 380 km per quasi dieci ore rappresentano un viaggio lungo per un’ambulanza in pensione carica di persone e bagagli. Perciò una tappa a Nanyuki è doverosa, se non altro per una foto sotto il cartello che marca il punto esatto del passaggio dell’Equatore e meravigliarsi di come gli aghi immersi in piccole bacinelle d’acqua ruotino in un senso anziché nell’altro a seconda dell’emisfero in cui si trovano.

L’arrivo a Maralal avviene a tarda sera. Ad aspettarci c’è una calda zuppa di verdure. Per noi, stremati dalla traversata e dal caldo che comincia ad aumentare, è il benvenuto migliore.

Il giorno dopo scopriamo subito che sono molti gli abitanti di Maralal impazienti di conoscere finalmente la famiglia di Bishop bike, il loro amato vescovo «scaduto», diventato un’icona in sella alla sua moto (famigliarmente bike), uno che ha aiutato molti e ancora continua a fare tanto.

«Baba askofu»

Tutti quelli che incontriamo ricordano bene come Virgilio sia stata una figura centrale per la formazione scolastica, come un vero baba, un buon padre di famiglia, tanto da essere orgogliosi di potersi presentare a noi come i suoi figli adottivi. E se loro sono la famiglia di Virgilio, allora anche il resto dei Pante è parte della loro famiglia. Gli incontri sono solenni e carichi di riconoscenza, tanto è forte il desiderio di raccontarci come lo zio Virgilio sia uno dei protagonisti della loro storia. Arriviamo a comprendere quanto sia importante per loro un uomo che per noi forse è «solo» uno parente lontano, ma che per la gente di Maralal è stato una roccia in mezzo alla tempesta, qualcuno che ha dato la possibilità di costruire un futuro su basi solide e durature. Priscilla, Agatha e Silas, che ci hanno accolto, sono stati solo alcuni dei molti che hanno beneficiato dell’aiuto della missione: il lavoro di zio Virgilio continua attraverso la scuola per i bambini adottati a distanza, perché il futuro si crea permettendo un accesso facile a un’istruzione di qualità.

Wamba

La Consolata in questo è maestra: a Wamba, il villaggio in cui Virgilio è approdato, con moto e doppietta, nel lontano 1972, ha sede un liceo femminile, che si piazza da un paio di anni al secondo posto a livello nazionale per i migliori risultati all’esame di maturità. Un fiore all’occhiello per un villaggio perso nella savana, che è stato la nostra prima doccia di realtà.

Siamo arrivati a Wamba dopo più di un’ora di strada attraverso monti e savane. Anche qui nessuno dimentica baba Virgilio, uno che ha lavorato e combattuto per mantenere vivo ed efficiente quello che, operativo, è uno degli ospedali più all’avanguardia nella regione settentrionale del Kenya.

Pertanto, se la scuola secondaria per ragazze è un fiore all’occhiello, questo ospedale è una vera «rosa del deserto», che, grazie all’aiuto di numerosi medici italiani volontari e alla sua posizione strategica, ha salvato tantissime vite.

Sereolipi, la nuova chiesa

Dopo Wamba è la volta di Sereolipi. Il nome di questo villaggio significa «fiume sterile» e non ci mettiamo molto a capire il perché. Il caldo torrido del luogo e la scarsità di alberi fanno da sfondo alla messa per l’inaugurazione della grande chiesa voluta dal compianto padre Egidio Pedenzini (+2022), una grande festa per una comunità cristiana cresciuta molto e troppo velocemente per la piccola chiesetta con il tetto di lamiera degli inizi.

Oltre alla benedizione della nuova struttura, il vescovo emerito concelebra con monsignor Hieronimus Joya, suo successore, la funzione per l’apertura della porta giubilare e il 25° di matrimonio di una coppia di Salorno (Bolzano), Edoardo e Liliana Martinelli, grandi amici e sostenitori della missione da quando erano fidanzati e poi sposati a South Horr per mano di padre Egidio.

Verso South Horr

La partenza dopo la celebrazione sembra l’inizio dello storico safari rally keniano. La nostra tappa è il villaggio di South Horr, «la fonte meridionale». Nemmeno questo si trova dietro l’angolo, ma il nome ci fa ben sperare: sepolto tra frondosi alberi di mango, il villaggio è fresco, ameno e pieno di fiori e la comunità che lo anima è giovane, unita e vitale, costruita attorno alla piccola missione consolidata da padre Egidio Pedenzini che l’ha abitata per molti anni senza fronzoli, ma lasciando anche qui la sua indelebile impronta.

Il compianto sacerdote era anche un grande amante degli animali che accoglieva e accudiva: gatti, manguste, testuggini e struzzi. Dentro le mura della missione di South Horr gironzola sereno un pulcino di struzzo. Il «piccolino», con i suoi due metri di altezza e le movenze di un velociraptor, ama la compagnia e non solo sa perfettamente dove si trovi la finestra della sala da pranzo per elemosinare qualche boccone, ma adora sbucare a sorpresa da dietro angoli e cespugli quando sente il chiacchiericcio degli ospiti.

Eppure, non ci sono solo esotici animali da compagnia a stupirci: il cielo notturno che avvolge la vetta del sacro monte Ng’iro è nero e fatto di un silenzio quasi totale; le stelle cadenti che lo attraversano ci invitano ad affidare loro i nostri desideri.

Tuttavia, ancor più del cielo, ci stupisce la piccola ma energica comunità di suore che vive vicino alla missione. Esse gestiscono un immacolato dispensario dove curano le patologie più frequenti e assistono le donne del villaggio e quelle della popolazione samburu limitrofe nell’educazione prenatale e puerperale.

Ci uniamo a loro dopo la coloratissima messa domenicale per un caffè, un giro di accordi di chitarra dai sapori latini e un bicchierino di tequila, che una delle sorelle ci offre facendo onore alle sue origini messicane. Un intermezzo allegro, ideale prima di rimetterci in viaggio attraverso i deserti, quello sabbioso prima, e quello di rocce poi, che ci separano dalla piccola città di Loiyangalani, nella contea di Marsabit, sulle rive del Lago Turkana, il grande specchio d’acqua che il Kenya condivide con l’Etiopia.

Kamote, villaggio e chiesa allagati

Loyangalani

Le verdi fronde delle acacie si diradano mano a mano che avanziamo verso Nord e le greggi di capre si trasformano in mandrie di romedari nascoste tra le nere rocce vulcaniche.

Fa molto caldo. Alla partenza credevamo di poterci adattare facilmente alle temperature dell’Africa equatoriale, ma ci sbagliavamo. Qui, sulle rive del lago salato, si possono raggiungere anche i 58 gradi. E noi cerchiamo di integrare i liquidi con bustine di sali minerali e tuffi in una delle sorgenti termali presenti nell’oasi del villaggio, la cui acqua a circa 38 gradi sembra comunque provenire da una fonte alpina tanto dà refrigerio.

Gli alberi che possono offrire ombra non sono molti e tutti concentrati dove l’acqua dolce spacca il terreno sassoso.

L’orizzonte, quasi bianco da quanto è accecante il sole, è rotto solo dai fusti snelli delle pale eoliche piantate vicino al lago. Con le sue 365 turbine, il vento, che di notte sembra voler scoperchiare i tetti delle nostre casupole, alimenta dal 15 al 20% della rete elettrica nazionale.

Gli edifici della cittadina si mescolano e amalgamano alla perfezione con le capanne di frasche rotondeggianti del popolo Turkana, simili, eppure differenti, da quelle quasi rettangolari dei vicini Samburu. Due popoli che vivono una convivenza non sempre felice visto che le incursioni di una tribù nei territori dell’altra non sono rare, così come lo scoppio di quelle che sono più di semplici scaramucce.

Kamote, villaggio e chiesa allagati

Gli «El Molo»

Oltre a Turkana e Samburu, le rive dell’ex Lago Rodolfo sono la terra della piccola tribù El Molo. Si tratta di pastori di capre e mandriani di cammelli. Il loro loro introito principale è quello derivante dalla pesca del tilapia e del persico del Nilo, catturati cavalcando minuscole zattere costruite legando assieme due o tre tronchi ben levigati dal sale e dal sole. Considerando che, al nostro arrivo, un sacerdote dal sorriso buono, padre Francis Otieno, ci rassicura sul fatto di non dover temere punture di scorpione o morsi di serpenti, dato «in frigo abbiamo tutti gli antidoti», i coccodrilli non sono proprio in cima alla nostra lista di preoccupazioni.

Quando c’è da scegliere il mezzo con cui arrivare all’isola sulla quale sorge il villaggio degli El Molo, la scelta cade unanime su un barchino in vetroresina. Nell’isola uno sparuto gruppetto di persone ci accoglie, ci vende pesce fresco e, incredibilmente, riconosce Remigio. Uno degli anziani ricorda, infatti, di aver conosciuto nel 2002 quel bianco alto e secco, fratello dell’allora neo vescovo Pante. A quei tempi l’isola era raggiungibile a piedi e sulla riva del lago c’era una grande spiaggia su cui era stata costruita una bella chiesetta e una scuola che oggi invece sono allagate dalle acque del lago che continuano a salire.

La missione di Loiyangalani fu fondata da Padre Michele Stallone, ucciso da predoni nel 1965 a poca distanza dalla missione, e considerato da molti uno dei primi martiri del Kenya. Essa comprende un dispensario molto curato e una scuola primaria, dove si tengono anche corsi di aggiornamento e formazione per adulti.

I piccoli alunni, incuriositi più che infastiditi dal nostro arrivo proprio durante l’ora del pranzo, ci tengono a dimostrare al vescovo emerito i loro progressi nella lingua inglese e a fare qualche piccolo scherzo a noialtri che ritorniamo bambini prendendo in mano i gessi per scrivere i nostri nomi sulle lavagne.

Bambini allegri e numerosi, per fortuna. Il compromesso con i genitori è che i figli frequentino la scuola in cambio di almeno un pasto al giorno: riso e fagioli, un piatto completo che riesce ad arginare almeno in parte la malnutrizione così comune sulle rive del Lago Turkana, dove si vive principalmente di pesce e latte di capra. Qui anche l’acqua potabile è un bene di lusso, perché il lago è salatissimo e troppo ricco di fluoruro. Solo le tribù residenti da generazioni osano berne l’acqua, pur non essendo immuni da conseguenze.

Padre Francis Otieno ci fa da guida e la sera ci fa godere un tramonto mozzafiato. Ci conduce nei pressi di un piccolo villaggio di capanne e poi lungo un sentierino sassoso fino all’acqua, che già diventa scura. Lì prepariamo dei tronchi bianchi su cui sederci e raccogliamo sassolini e denti di persico mentre aspettiamo il momento in cui il sole scivolerà rapido dietro alle montagne sull’altra sponda. È facile, spontaneo, il canto che intoniamo e la sensazione è proprio quella che il Signore sia con noi.

Sulla strada del ritorno

Quando, il giorno dopo, ci lasciamo il lago alle spalle, lo facciamo con la poesia della serata precedente nel cuore, e la Bufala carica di bottigliette d’acqua. La nostra meta è nuovamente la casa della diocesi a Maralal, ma questa volta passeremo per Barsaloi, nei territori in cui è vissuta Corinne Hofmann, la Masai Bianca.

Pensare a lei ci fa riflettere sulla realtà delle donne in Kenya, dove non sono rare le figure eroiche: ne abbiamo conosciute parecchie con il fuoco negli occhi e i figli sulle spalle, che conquistano le loro vite un pezzetto alla volta in un Paese dove la mutilazione genitale femminile, pur essendo vietata dalla legge, è ancora una pratica diffusa. La missione di baba Virgilio Pante è arrivata anche a loro, in luoghi dove lo Stato non sempre riesce a essere una presenza rassicurante, per dare sostegno e conforto attraverso l’educazione, gli ospedali e le persone.

La vita del Bishop bike non ha la presunzione di raccontare solo storie a lieto fine; ma la mano della Consolata è stata tesa a molti, anche grazie all’aiuto del nostro paese, Lamon, che ha donato al Kenya un uomo «poderoso» e anche tanti aiuti per il cambiamento.

Una scuola di vita

Che bilancio possiamo quindi trarre dal nostro safari?

Non abbiamo trovato riposo, questo è poco ma sicuro!

Siamo stati scioccati, sconvolti, da una realtà così distante dalla nostra quotidianità, dai resort blasonati e dai safari lodge pubblicizzati nelle agenzie.

Abbiamo trovato una strana mescolanza tra la cultura tribale e quella occidentale, con la seconda che vorrebbe dominare la prima che, per fortuna, è troppo tenace per tramontare.

Ci siamo disconnessi dal mondo e dalle sue notizie, dai parenti lasciati a casa e dalle amicizie virtuali.

Abbiamo imparato a viaggiare leggeri, quando siamo stati costretti a scegliere quali oggetti personali portare, perché lo spazio per i bagagli era occupato dallo spazio per le persone; abbiamo di conseguenza imparato a dare ai nostri beni il giusto valore, che va oltre quello economico e affettivo.

Siamo stati spinti a provare, ad assaggiare, a cantare, a metterci in gioco e a non avere paura dell’ignoto.

Ci siamo rigenerati, tornando certamente stanchi, ma con qualche semino di consapevolezza in più su noi stessi e il nostro posto nel mondo.

Francesca Pante,
con Remigio e Daniele Pante, Noemi Angeli, Antonella Bazzocco e Allison De Bacco