Il futuro dell’Ia e il nostro

Da poco più di un anno l’Intelligenza artificiale (Ia) è diventata tema quotidiano. Quali conseguenze comporta questa rivoluzione? E come si affronteranno gli altissimi costi ambientali che essa genera?

Quando, nel 1867, Joseph Thomson scoprì l’elettrone non poteva immaginare che la sua scoperta avrebbe aperto la strada a una valanga di ricerche scientifiche che avrebbero rivoluzionato il nostro modo di vivere e lavorare. Il tema di fondo è l’elettronica. Essa ha trovato così tanti ambiti di applicazione da avere dato vita a tantissimi settori, fra cui le telecomunicazioni, l’aereospaziale, le connessioni a distanza, l’elaborazione dati e, ultima arrivata, l’intelligenza artificiale (Ia). Ciascuno con le proprie caratteristiche, la propria tecnologia, i propri materiali di base, i propri supporti tecnici, ma anche i propri tempi di evoluzione. E, mentre certi settori hanno ormai raggiunto un certo grado di maturità, altri sono ancora in piena evoluzione. Per questo sono terreno di scontro e di contesa non solo fra imprese, ma addirittura fra Stati. Perché controllare quelle tecnologie significa, di fatto, dominare l’intera economia in un sistema che non vive di ciò che ha raggiunto, ma di ciò che deve ancora venire. Non a caso il motore del capitalismo è l’innovazione, fondamentale non solo per accrescere gli spazi produttivi, ma anche per abbattere i costi di produzione e quindi vincere l’eterna battaglia per la concorrenza.

Dal militare al civile

Senza dimenticare che, quando l’innovazione non basta a garantire il predominio, l’arma di riserva è la supremazia militare dipendente anch’essa dalla superiorità tecnologica.

In effetti, i confini fra civile e militare si fanno sempre più sottili, non solo perché la sfera economica chiede aiuto a quella militare quando non ce la fa a dominare la situazione con le strategie classiche di tipo economico, ma anche perché le invenzioni nate in ambito militare si sono, in seguito, estese a quello civile. Ne sono una dimostrazione la storia del Gps o di Internet ma anche di molte altre tecnologie. Del resto, sono ormai tantissime le imprese informatiche inserite contemporaneamente in un campo e nell’altro.

Dati e data center

Fra le novità tecnologiche in via di definizione, che daranno forma al futuro, c’è senz’altro la gestione centralizzata dei dati e l’intelligenza artificiale. La gestione dei dati si riferisce alle tecniche per raccogliere, archiviare, organizzare, proteggere ed elaborare tutte le informazioni utili allo svolgimento della propria attività. Nei primi anni di utilizzo di massa del computer, la soluzione più naturale di gestione dei dati consisteva nel dotarsi, struttura per struttura, di apparecchiature proprie, sufficientemente capienti per le proprie esigenze. Con l’evolversi della tecnologia, la soluzione più utilizzata è diventata quella dell’immagazzinamento centralizzato, ossia il deposito dei propri dati in megastrutture, i data center. Questi sono gestiti da terzi che di mestiere affittano spazi informatici capaci di immagazzinare dati ed elaborarli secondo le esigenze dei propri clienti. Un esempio banale potrebbe essere la custodia di dati relativi a clienti e fornitori con annesso servizio di ragioneria per la tenuta conti, gestione dei pagamenti e incasso delle fatture. E, per imprimere un tocco di simpatia a questa nuova politica gestionale, il trasferimento a distanza dei dati e relativa lavorazione è stato battezzato cloud computing che potrebbe essere tradotto come «elaborazione fra le nuvole».

La convenienza delle aziende, o di chiunque altro deve gestire un numero importante di dati, a trasferire le proprie attività informatiche nei data center, piuttosto che gestirle in proprio, è una questione di risparmio economico e di efficienza.

In ambito informatico, la tecnologia evolve rapidamente, bisogna spendere in continuazione per essere al passo con le ultime novità. Alla fine, risulta più conveniente appaltare il servizio a un ente terzo che, in cambio di un affitto annuale, garantisce spazi adeguati e tecnologie aggiornate.

La rivoluzione dell’Ia

La rivoluzione dell’Ia. (Foto Andrea de Santis-Unsplash)

La tecnologia informatica che oggi sta di nuovo rivoluzionando la nostra esistenza si chiama intelligenza artificiale, che si può definire coma la capacità delle macchine di svolgere compiti che, normalmente, richiedono capacità di ragionamento, apprendimento e creatività tipiche dell’essere umano. Le sue applicazioni stanno avanzando in ogni settore: dalle auto senza conducente, ai robot che svolgono funzioni infermieristiche, fino ai call center addetti ai rapporti con il pubblico o agli studi di assistenza legale. In ambito quotidiano molti stanno conoscendo l’intelligenza artificiale tramite l’uso di piattaforme come ChatGPT capaci di conversare con chi le interpella, di rispondere a domande, di creare testi, di fornire immagini, di tradurre lingue e molto altro. Ed è inutile dire che l’intelligenza artificiale sta diventando un caposaldo anche in ambito militare, con tutti i rischi che possono esserci ad affidare alle macchine decisioni di morte che non dovrebbero essere affidate neanche agli umani. In effetti, l’intelligenza artificiale, tanto è strabiliante per ciò che è capace di fare, tanto pone problemi sul piano morale e politico, considerato che attenta alla democrazia stessa. Essa, infatti, è capace di generare e veicolare informazioni, foto e filmati falsi o di censurare, ossia bloccare la circolazione di opinioni sgradite al potere o non condivise dai gestori delle piattaforme social. Del resto, è già abbastanza inquietante che miliardi di informazioni – riguardanti strutture pubbliche, aziende, singoli cittadini – siano concentrate in poche strutture controllate da una manciata di aziende informatiche che possono usare i nostri dati come merce da vendere ai soggetti più vari: aziende pubblicitarie e commerciali, partiti politici, servizi segreti. La nostra intimità e i nostri valori violati per vile denaro.

Tutto in mani private

Gli investimenti mondiali nei data center sono quasi raddoppiati dopo il 2022 raggiungendo i 500 miliardi di dollari nel 2024. Il risultato è che, a oggi, si contano all’incirca 12mila data center a livello globale, per il 45% localizzati negli Stati Uniti. Palazzi interi ricolmi di milioni di componenti informatiche (computer, hard disk e memorie), che però non sono mai abbastanza per i bisogni di un’intelligenza artificiale in continua evoluzione. Per questo si vanno strutturando centri di elaborazione dati sempre più grandi e complessi, i cosiddetti data center hyperscale, che inducono un numero crescente di soggetti economici di tutto il mondo a trasferire i propri dati presso di loro al fine di ottenere servizi migliori in tempi più rapidi.

Il rovescio della medaglia di tutto questo è la concentrazione di potere: pochi gestori privati –  Amazon, Google, Microsoft, Meta, TikTok, Alibaba, Apple – di fatto hanno il controllo di intere economie, con possibilità di decidere se farle funzionare o sabotarle (MC ha dedicato al tema un dossier ad agosto 2024, ndr). Un tema che, purtroppo, non sembra interessare i governi dal momento che in nessuna parte del mondo si è aperta la discussione sulla necessità di considerare i servizi informatici come servizi strategici da fare gestire a soggetti pubblici operanti sotto controllo democratico. Il massimo della preoccupazione espressa dai governi è la nazionalità dei gestori partendo dall’assunto che non presentano rischi se risiedono in Stati amici o, meglio ancora, se appartengono al proprio Paese. Una posizione in linea con il patriottismo produttivo oggi tanto in voga. E non per finalità ambientali o sociali, ma come strategia di difesa delle imprese di casa propria in un mondo sempre più dominato da scarsità di risorse e iniqua distribuzione della ricchezza che, di fatto, impedisce l’allargamento del mercato.

Per il dominio digitale

La battaglia per il dominio digitale si combatte essenzialmente fra Usa, Cina e Unione europea (ma un ruolo fondamentale lo ha Taiwan, ndr) e non riguarda solo i data center, ma anche la produzione di semiconduttori (i componenti base delle macchine informatiche) e il controllo delle materie prime utili a produrli. Ognuno cerca di garantirsi il primato nei tre ambiti tramite sovvenzioni alla produzione, dazi, tutela dei brevetti, accordi di approvvigionamento commerciale, limiti all’esportazione. In questa chiave vanno letti i fondi stanziati negli ultimi anni da Usa, Cina, e Unione europea a favore della propria industria elettronica, o i dazi imposti da Usa e Unione europea verso i semiconduttori cinesi o le restrizioni introdotte dalla Cina sull’esportazione dei minerali necessari alla produzione di materiale informatico, di cui ha grande disponibilità.

Il sistema insegue la tecnologia perché è funzionale alla logica concorrenziale delle imprese, ma, per farcela accettare, ci dicono che serve a garantirci una vita migliore. Su quest’affermazione si dovrebbe discutere ma, pur dandola per buona, sappiamo per esperienza che le innovazioni tecnologiche aprono sempre nuove problematiche di carattere sociale e ambientale, se non morale.

A maggior ragione la tecnologia digitale, rispetto alla quale le Nazioni Unite hanno istituito un organismo indipendente di esperti per individuare rischi e opportunità dell’intelligenza artificiale (Un office for digital and emerging technologies, Odet). La struttura, istituita nel corso del 2025, non ha ancora prodotto risultati, ma alcune problematiche sono già state accertate.

Consumi fuori controllo

Fra queste, c’è un elevato impatto ambientale per i bisogni esorbitanti di energia elettrica da parte dell’intelligenza artificiale e, quindi, dei data center.

Per la verità tutta la filiera informatica è altamente energivora, dall’estrazione dei minerali utili alla costruzione dei circuiti elettronici, fino al funzionamento dei computer ovunque siano dislocati. Ma l’intelligenza artificiale ha impresso un’accelerazione perché servono componenti sempre più complessi, e interconnessioni sempre più abbondanti.

L’Agenzia internazionale per l’energia (International energy agency) informa che, ad oggi, la produzione di semiconduttori assorbe l’1% dell’energia elettrica mondiale, mentre l’insieme dei data center assorbe l’1,5% del totale. Presi singolarmente i data center più grandi consumano la stessa quantità di energia elettrica assorbita da 100mila famiglie, mentre si stanno costruendo strutture che consumeranno quanto due milioni di famiglie corrispondenti a città come Los Angeles.

Dal 2017 a oggi l’elettricità assorbita dai data center a livello globale è cresciuta del 12% all’anno fino a raggiungere i 415 terawatt/ora nel 2024, consumati per il 45% negli Stati Uniti, il 25% in Cina, il 15% in Europa. Entro il 2030 l’assorbimento complessivo da parte dei data center raddoppierà alterando profondamente l’odierno rapporto fra settori produttivi.

Negli Stati Uniti, ad esempio, si prevede che i data center consumeranno un ammontare di energia elettrica superiore a quella assorbita dalle industrie dell’acciaio, del cemento e dell’alluminio messe insieme.

Per ragioni ambientali sarebbe utile che la maggiore quantità di energia elettrica richiesta venisse fornita solo dalle rinnovabili, ma considerazioni di carattere tecnico e finanziario spingono anche verso soluzioni di vecchio tipo come le centrali funzionanti con i tradizionali combustibili fossili e centrali nucleari. Con un aumento certo di emissioni di anidride carbonica e, nel caso del nucleare, di rischio radioattivo. Non a caso l’Agenzia internazionale dell’energia prevede che la CO2 mondiale collegata ai data center passerà da 175 milioni di tonnellate di oggi a 320 milioni di tonnellate nel 2030. E non è tutto.

La rivoluzione dell’Ia. (Foto Igor Omilaev-Unsplash)

La questione idrica

Quando si parla di elettricità, un elemento che si tende a trascurare è l’acqua. Essa svolge un ruolo fondamentale non solo nelle stazioni idroelettriche, ma anche nelle centrali termiche e nucleari (per il raffreddamento, ndr). Dunque, se aumenta la produzione di energia elettrica da fonti tradizionali, aumenta anche il consumo di acqua. L’Agenzia internazionale per l’energia stima che, allo stato attuale, il consumo mondiale di acqua collegato all’energia elettrica utilizzata dai data center corrisponde a 373 miliardi di litri all’anno. Ad essi vanno aggiunti altri 140 miliardi di litri per gli impianti di raffreddamento indispensabili al loro buon funzionamento e un’altra cinquantina di miliardi per la produzione di semiconduttori. Il totale fa 560 miliardi di litri all’anno che potrebbero diventare 1.200 nel 2030.

Un bilancio sicuramente pesante per un pianeta che si dimostra sempre più assetato e che vede crescere i data center proprio nei luoghi a maggiore criticità, com’è, ad esempio, lo stato della Virginia negli Stati Uniti. In un’intervista pubblicata dal Financial Times il 14 agosto 2024, la stessa Microsoft ha ammesso che il 42% dell’acqua che utilizza globalmente proviene da «aree a stress idrico», mentre Google ha dichiarato che il 15% dei suoi prelievi idrici avviene in «aree con alta scarsità di acqua».

Intelligenze

In conclusione, l’intelligenza artificiale è un’altra dimostrazione che nessuna innovazione tecnologica è priva di conseguenze. Dovremmo meditare se non sia meglio organizzarci per valorizzare a pieno l’intelligenza di tutti gli esseri umani piuttosto che affidarci all’intelligenza delle macchine che, per quanto sviluppata, è sempre ammaestrata e – quindi – stupida.

Francesco Gesualdi

 



Dietro i «giochi» delle banche

Dal mondo delle banche arrivano rumori di spade: lotte fra giganti per la supremazia. E poiché ogni tattica è buona pur di raggiungere i propri obiettivi, proprio come succede nel gioco del Risiko, questo è il termine usato ogni volta che si riaccendono le lotte tra banche per il controllo reciproco. Lotte che, paradossalmente, si accentuano quando le banche sentono odore di vacche magre. Com’è il caso del tempo che stiamo vivendo.

Il 2023 e 2024 sono stati anni d’oro per le banche di tutta Europa, Italia compresa. La Banca d’Italia informa che, nel 2023, i profitti lordi del sistema bancario italiano si sono attestati a 45,4 miliardi di euro, il 40% in più rispetto a quelli ottenuti nel 2022. Nel 2024 sono saliti addirittura a 51,5 miliardi di euro.

Dai tassi agli azionisti

La spinta è venuta dall’aumento dei tassi di interesse decretato dalla Banca centrale europea (Bce) come mossa contro l’inflazione. L’operazione, partita nel luglio 2022, ha raggiunto il suo apice nel dicembre 2023 quando il tasso di interesse è stato portato al 4,5%. Una vera mannaia, per famiglie e imprese indebitate, ma un regalo insperato per il sistema bancario, che in Italia ha visto un’impennata degli introiti da interessi del 36% nel 2023. Tanto più che le banche avevano pensato bene di alzare gli interessi applicati sui prestiti, ma di lasciare invariati, ossia prossimi allo zero, quelli applicati sui depositi.

Nel giugno 2024, considerata vinta la lotta contro l’inflazione, la Bce ha deciso di cominciare ad allentare la morsa sui tassi di interesse intervenendo con ripetuti ribassi, fino al 2% del giugno 2025. Con viva preoccupazione del sistema bancario che ha visto svanire la sua gallina dalle uova d’oro. Per questo, vari protagonisti hanno cominciato a darsi da fare per continuare a raccogliere gli stessi profitti, ma da fonti diverse. Con ottimi risultati: a giugno 2025, le prime cinque banche italiane hanno dichiarato il 13,5% di utili in più rispetto a giugno 2024. Utili distribuiti agli azionisti.

Le banche, ieri e oggi

Al giorno d’oggi, le banche sono qualcosa di più dei vecchi intermediari che raccoglievano risparmio per passarlo a chi era in cerca di prestiti.

Le banche moderne sono macchine finanziarie che usano canali molto più ampi per fare soldi attraverso i soldi. Lo dimostra tutto quel flusso di introiti che va sotto il nome di commissioni, cioè soldi incassati per i servizi più vari: la gestione dei conti corrente, i pagamenti tramite carta elettronica, la compravendita di titoli, le assicurazioni sulle esportazioni e molto altro. Voci di entrata che, nel 2023-2024, hanno rappresentato un terzo degli introiti bancari, che però erano attorno al 40% negli anni precedenti, quando i tassi di interesse erano bassi. Questo spiega perché molte banche hanno intrecci proprietari con il mondo assicurativo mentre anche le più piccole si sono dotate di «società di gestione del risparmio» (Sgr) per la creazione di fondi comuni di investimento. E con il crescere delle famiglie facoltose, molte banche si stanno anche organizzando per offrire servizi di così detto wealth management e private banking, forme di amministrazione personalizzata di grandi patrimoni, generalmente superiori ai 500mila euro, con l’obiettivo di farli fruttare in vario modo. Esempi di banche con questo genere di servizio sono Unicredit, Intesa San Paolo, Banca Sella, Banca Generali e varie altre.

Una banca particolarmente attrezzata per attirare clienti desiderosi di guadagnare attraverso investimenti in titoli di proprietà (azioni), prestiti ad aziende (obbligazioni) e varie altre diavolerie finanziarie, è la Banca popolare di Milano (Bpm) che, recentemente, ha acquisito l’intera proprietà di Anima, uno dei principali gruppi finanziari italiani, gestore di fondi di investimento, fondi pensione, assicurazioni, per un patrimonio complessivo valutato in 190 miliardi di euro.

Non a caso Bpm è stata presa subito di mira da Unicredit, il secondo colosso bancario italiano, che nel novembre 2024 ha dichiarato di voler lanciare un’operazione d’acquisto per inglobare Bpm nel proprio impero. Ma le concentrazioni bancarie sono operazioni sensibili che richiedono il nulla osta da parte di varie istituzioni, per cui solo nell’aprile 2025 Unicredit è potuta passare alla fase operativa. La banca aveva già annunciato che il periodo di acquisto delle azioni Bpm sarebbe durato dal 28 aprile al 23 giugno 2025.

foto Miquel Parera – Unsplash

Il «golden power»

Tutto si è fermato per l’altolà imposto dal Governo italiano che si opponeva all’acquisizione in nome del golden power, il diritto di veto che consente allo Stato di bloccare le operazioni ritenute contrarie agli interessi nazionali.

Fra i punti critici sollevati dal Governo c’è il fatto che Unicredit è ancora presente in Russia, paese sotto sanzione per la sua aggressione all’Ucraina. Ma sorprende che proprio Antonio Tajani, ministro degli Esteri, abbia votato contro il decreto di golden power e abbia addirittura chiesto che la sua contrarietà venisse scritta a verbale. Questo fatto permette alle malelingue di sostenere che il vero motivo per cui Giancarlo Giorgietti, ministro dell’Economia, abbia preteso di mettere il veto su Unicredit non sia dovuto agli interessi nazionali, ma all’obiettivo di favorire un altro progetto di fusione bancaria gradito al suo partito. La fusione, cioè, fra Bpm e Monte dei Paschi di Siena, due banche che, a detta di Salvini, sono italianissime contrariamente a Unicredit che è definita «straniera». Sulla base di quale criterio non è dato saperlo. Se l’italianità delle banche dovesse essere misurata in base alla nazionalità dei loro azionisti, si cadrebbe comunque male. I primi due azionisti di Unicredit sono BlackRock (7,3%) e Capital Group (5,1%), due fondi statunitensi. I primi tre azionisti di Bpm sono Credit Agricole (19,8%), BlackRock (5%), JPMorgan (3%), banca francese la prima, fondo e banca statunitensi gli altri due. Ma, al di là della nazionalità degli azionisti, l’aspetto che forse più interessa alla Lega è il mantenimento dello status quo in un territorio che è suo bacino di voti.

Constatato che, in territorio padano, Bpm è stato attore di stabilità economica e che la stabilità economica è garanzia di stabilità politica, la Lega teme l’arrivo di nuovi soggetti che potrebbero alterare la situazione.

A seguito del veto del Governo italiano, Unicredit ha impugnato il provvedimento di fronte al Tar il quale il 12 luglio si è pronunciato a favore della banca, almeno in parte. Per di più, del caso si è occupata anche la Commissione europea che il 16 luglio ha contestato al governo italiano la validità del suo decreto. Ciò nonostante, il 22 luglio Unicredit ha annunciato di voler gettare la spugna: rinunciava definitivamente all’acquisto di Bpm per l’allungarsi dei tempi necessari a ottenere «una risoluzione definitiva della questione golden power».

In teoria, ora Monte dei Paschi avrebbe avuto campo libero per portare avanti il suo progetto di fusione con Bpm, ma stranamente più nessuno ne ha parlato. Eppure, Bpm è già presente nell’azionariato della banca senese con una partecipazione che rasenta il 9%. Evidentemente quell’idea è stata poco più di un’ipotesi accarezzata lì per lì, ma poi lasciata cadere, perché, nel frattempo, Mps ha ufficializzato un altro progetto di acquisizione, addirittura di Mediobanca. Un progetto che molti ritengono stravagante perché una banca piccola (Mps) vuole mangiarne una grande (Mediobanca). Tanto da pensare che le vere finalità dell’operazione non siano di tipo economico, ma dettate da ragioni di potere.

La banca più antica

Fino agli anni Duemila, Monte dei Paschi, la banca più antica d’Italia, con sede a Siena, aveva fatto parlare di sé soprattutto per i benefici economici e culturali che aveva apportato al territorio senese. Poi si è fatta prendere dal gigantismo e ha sbandato. L’inciampo più serio è avvenuto nel 2007 quando si è indebitata pesantemente per acquistare la Banca Antonveneta.

Il problema, tuttavia, non è emerso subito, perché i dirigenti erano riusciti a nascondere il marcio dietro un’intricata operazione di ingegneria finanziaria.

Quando, però, nel 2011 la magistratura ha portato a galla la gravità della situazione, lo Stato ha dovuto intervenire con potenti iniezioni di denaro per evitare il fallimento. L’intervento pubblico è avvenuto a più riprese fino a concentrare nelle mani dello Stato più di due terzi del capitale azionario di Mps. Oggi, il pacchetto azionario in suo possesso corrisponde all’11,7% perché, dopo il 2017, molte quote sono state vendute. L’ultima grande vendita è avvenuta nel novembre 2024 e ha lasciato dietro di sé una montagna di polemiche. Non tanto per la decisione del Governo di ridurre la propria presenza nella banca senese, ma per le modalità con le quali è avvenuta la vendita delle azioni in suo possesso. Tant’è che la stessa Commissione europea ha aperto un’inchiesta, non ancora conclusa, per appurare se le procedure siano state corrette, o se – come denunciano alcuni, fra cui Unicredit – siano stati utilizzati degli stratagemmi per favorire alcuni soggetti rispetto ad altri. In particolare, Francesco Caltagirone, patron di un vasto impero comprendente anche il quotidiano Il Messaggero, e Delfin, società della famiglia Del Vecchio, proprietaria, fra l’altro, di Luxottica. Le loro quote rasentano in ambedue i casi il 10% e oggi Caltagirone e Delfin sono rispettivamente il secondo e terzo azionista di Mps, seguiti da Bpm che detiene un altro 9%.

Il fatto intrigante è che Caltagirone e Del Vecchio compaiono anche fra gli azionisti di Mediobanca, la banca che Mps vuole inglobare.

La storia di Mediobanca

Fondata nel 1946 da tre banche di proprietà statale, dieci anni più tardi Mediobanca è stata quotata in borsa e data in pasto ai privati, rappresentando, così, una sorta di sperimentazione ante litteram di privatizzazione. Mediobanca è stata però una sperimentazione anche di un nuovo modo di fare banca. Essa, infatti, non è una banca ordinaria, ma una banca d’affari o banca d’investimenti che dir si voglia. Mentre le banche ordinarie, cosiddette commerciali, si rivolgono al grande pubblico con l’intento di raccogliere risparmio da chicchessia per offrire prestiti e servizi finanziari di uso comune, le banche d’affari si rivolgono a un pubblico ristretto, ma più facoltoso, desideroso di investimenti più lucrosi anche se più rischiosi. Inoltre, si rivolgono al mondo delle grandi imprese per aiutarle a realizzare non solo i loro investimenti produttivi, ma anche i loro progetti di riorganizzazione aziendale, tramite ristrutturazioni, acquisizioni, fusioni. Le banche d’affari, insomma, svolgono un ruolo centrale nella definizione degli assetti proprietari dei grandi complessi societari, per cui tutti gli imprenditori di un certo calibro vogliono parteciparvi per poter dire la propria su questioni strategiche per l’assetto produttivo e finanziario dell’economia nazionale.

Mediobanca non ha fatto eccezione, tanto da essere stata definita il «salotto buono» d’Italia.

Nel momento in cui scriviamo (agosto 2025), Mediobanca conta migliaia di azionisti per la maggior parte con quote al di sotto dell’1%, con l’eccezione di tre: Delfin (Del Vecchio) con il 19,8%, Caltagirone con il 10%, BlackRock con il 3,5%. In teoria, in Mediobanca dovrebbero comandare Del Vecchio e Caltagirone, ma la vecchia dirigenza continua a godere della fiducia del piccolo azionariato che riesce ad agire in maniera compatta. Il governo della banca, infatti, continua a essere nelle mani di Alberto Nagel, un banchiere che ricopre la carica di amministratore delegato da più di un quindicennio. Questo con profondo disappunto dei due azionisti di maggioranza, che – tra l’altro – sono azionisti importanti anche in un’altra società di cui Mediobanca è il maggiore azionista: Generali.

Banca Monte dei Paschi di Siena in Pisa – foto Petar Milosevic

La vittoria di Monte dei Paschi

Stiamo parlando della più grande società assicuratrice d’Italia, che ha come primo azionista Mediobanca (13,2%), seguita da Del Vecchio (10%) e da Caltagirone (7%). Inutile dire che, in Generali, comanda Mediobanca e che la «sfortunata» coppia Del Vecchio-Caltagirone non comanda né di qua né di là, pur avendo numeri consistenti. La frustrazione dei due soci deve essere grande e molti leggono l’intenzione del Monte dei Paschi di Siena di voler acquisire Mediobanca, come una mossa che permetterebbe alla coppia Del Vecchio-Caltagirone di conquistare, con un colpo solo, il governo di due banche e una società d’assicurazione. Prospettiva, questa, gradita anche al Governo italiano, perché si troverebbe anch’esso al comando di due banche e un’assicurazione, due realtà che possono giocare un ruolo importante nell’assorbimento dei titoli di debito pubblico, che rappresentano una fonte strategica di entrata governativa.

Con un comunicato dell’11 luglio 2025, il Consiglio di amministrazione di Mediobanca si è dichiarato contrario all’operazione annunciata da Mps nei suoi confronti. Invano.

Ricevute tutte le approvazioni da parte delle autorità competenti, il 14 luglio Mps ha diramato un avviso per informare tutti i possessori di azioni Mediobanca di essere disposta ad acquistarle tramite una modalità particolare, definita di scambio. In data 8 settembre, Monte dei Paschi ha raggiunto il 62,3 per cento del capitale, conquistando la maggioranza assoluta di Mediobanca e divenendo così il terzo colosso bancario italiano dopo Intesa San Paolo e Unicredit. Qualunque sarà il prosieguo della vicenda, non sarà comunque la fine del risiko bancario, bensì il suo inizio.

Francesco Gesualdi

foto Dmytro Demidko – Unsplash



Uno su cinque non ce la fa

Il numero degli occupati è aumentato, ma sono aumentati anche i lavoratori poveri, soprattutto in  Italia. Inflazione, contratti precari, mancanza di tutele legislative sono le cause principali della situazione.

Il 30 ottobre 2024, nella trasmissione «Porta a porta», la premier italiana Giorgia Meloni aveva affermato: «L’unico modo per combattere la povertà è creare lavoro». La stessa frase l’aveva pronunciata nel 2020 durante un festival curato dall’Ordine dei consulenti del lavoro. Ed è in ossequio a questo mantra che, a fine 2023, fra i primi atti del suo governo, c’è stata l’abolizione del così detto «reddito di cittadinanza», sostituito con altre forme di provvidenze per la formazione al lavoro. Tuttavia, secondo la Caritas (Rapporto su povertà ed esclusione sociale 2024), 331mila famiglie, per un totale di 665mila persone, non sono rientrate nella riforma e hanno perso qualsiasi tipo di sussidio. Nel 2024, la stessa Caritas ha assistito 277.775 persone (La povertà in Italia. Report 2025).

Un salario da poveri

La grande novità dei nostri tempi è che si può rimanere poveri pur lavorando. Lo certifica lo stesso istituto di statistica italiano: «Non sempre il reddito proveniente dall’attività lavorativa è sufficiente a eliminare il rischio di povertà per il lavoratore e la sua famiglia». E aggiunge: «Nel 2023, i lavoratori a basso reddito (che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale) sono pari al 21% del totale».

Tradotto in termini concreti, l’Istat ci sta dicendo che si è lavoratori poveri quando si guadagna meno di 12.700 euro l’anno. Ci dice anche che, a trovarsi in questa condizione, sono 3,8 milioni di lavoratori, ossia uno su cinque. Una tendenza che è andata peggiorando nel tempo: «Nel 2023, la quota dei lavoratori a basso reddito risulta più alta di circa quattro punti rispetto a quella stimata nell’anno pre crisi 2007, quando era pari al 16,7%».

Di recente anche l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) si è soffermata sui salari pagati in Italia con uno studio uscito nell’aprile 2025. In maniera impietosa, lo studio rivela che – dal 2008 al 2024 – i salari italiani hanno perso l’8,7% in termini di potere d’acquisto. Questo significa che da un punto di vista monetario possono essere pure aumentati, ma la quantità di cose che riescono a comprare si è ridotta.

Fra i paesi del G20, i lavoratori italiani hanno conseguito il risultato peggiore, considerato che i salari giapponesi hanno perso il 6,3%, quelli spagnoli il 4,5% e quelli inglesi il 2,5%. Altre nazioni, invece, hanno registrato aumenti addirittura a due cifre, com’è successo in Corea del Sud (+20,2%), in Germania (+14,4%), negli Stati Uniti (+11,2%).

A corrodere i salari è stata ovunque l’inflazione, che ha raggiunto il suo apice nel 2022, quando i prezzi hanno registrato un aumento attorno al 9% nei Paesi a economia avanzata.

In Italia gli aumenti più consistenti si sono fatti sentire nel settore alimentare, negli affitti e nelle utenze domestiche. Come tutti hanno sperimentato, le bollette del gas e dell’energia elettrica, sono più che raddoppiate nel corso del 2022.

Nel grafico della Caritas (Report 2025) l’andamento delle retribuzioni reali lorde per dipendente tra il 2019 e il 2024 (2019=100): l’Italia occupa l’ultimo posto con distacco.

Ancora i polli di Trilussa

Un tempo in Italia avevamo la scala mobile, un meccanismo che faceva aumentare in automatico i salari all’aumentare dei prezzi. Il meccanismo non era perfetto, ma rappresentava una buona difesa contro l’inflazione. Nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso, il meccanismo venne duramente attaccato dai governi e dalle associazioni imprenditoriali, finché, nel 1992, il sindacato cedette e accettò di eliminarla. Da allora, le sole possibilità per i salari di aumentare sono legate agli aumenti contrattuali e alla decisione del potere politico di ridurre la pressione fiscale sui salari. Ossia, nel secondo caso, di accettare minori entrate pubbliche per fare crescere i soldi in tasca ai lavoratori. In questa direzione sono andati, ad esempio, il bonus introdotto da Renzi nel 2014 e la riduzione del così detto «cuneo fiscale» da parte del governo Draghi prima, e del governo Meloni dopo. Manovre che però non sono state sufficienti a compensare pienamente la corrosione dell’inflazione come documenta lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

Ovviamente i dati dell’Oil si riferiscono all’impatto che l’inflazione ha avuto sulla media dei salari e come – succede ogni volta che si procede per medie – la realtà ne può uscire distorta.

Trilussa lo spiegò in romanesco con l’esempio dei polli: «Da li conti che se fanno seconno le statistiche d’adesso risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra nelle spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso perch’è c’è un antro che ne magna due».

Anche nel caso dell’inflazione, le conseguenze non sono equamente distribuite. Se già non arrivi alla fine del mese, un minimo aumento dei prezzi può gettarti nella disperazione, mentre non te ne accorgi neanche se tutti i mesi hai di che far crescere il tuo conto in banca. Dunque, per avere un’idea più precisa della sofferenza reale provocata dall’inflazione bisogna studiare meglio la distribuzione dei salari.

Salari giù, profitti su

Se puntiamo la lente sulle imprese private ed eliminiamo le poche decine di amministratori delegati con retribuzioni che vanno anche oltre i venti milioni di euro l’anno, rimangono 16 milioni di dipendenti che l’associazione «A buon diritto» ha studiato utilizzando la banca dati dell’Inps del 2022.

Dai calcoli effettuati dall’associazione e pubblicati sul sito rapportodiritti.it, risulta che il 52% dei dipendenti delle imprese private percepisce salari lordi inferiori ai 20mila euro, il 37% addirittura inferiori ai 15mila euro. Solo il 41% percepisce una retribuzione lorda da ceto medio, compresa fra i 20mila e i 40mila euro. Mentre i dirigenti con salari fino a 80mila euro sono appena il 7% del totale.

Per la verità i salari in Italia sono fermi dal 1991. Lo certifica l’Inapp, l’ente pubblico che effettua ricerche sulle politiche del lavoro. Nel suo rapporto 2023 precisa che fra il 1991 e il 2022 «in termini reali i livelli salariali sono rimasti pressoché invariati, con una crescita dell’1%, a differenza degli altri paesi Ocse (a economia avanzata) ove sono cresciuti in media del 32,5%».

Studiando le serie storiche, si scopre che la slavina dei salari è cominciata negli anni Sessanta del secolo scorso con vantaggio speculare per i profitti. Lo mostra chiaramente la composizione del prodotto interno lordo. Nel 1960 i salari rappresentavano il 77% della ricchezza prodotta in Italia, i profitti il 23%. A inizio millennio, la quota di prodotto nazionale formata dai salari era scesa attorno al 60%, quella formata dai profitti era salita al 40%. Una situazione rimasta invariata fino ai nostri giorni.

Lavoratori precari

Il livello dei salari dipende in parte dalla tecnologia (in gergo produttività), in parte dai rapporti di forza fra lavoratori e imprese, in parte dall’orientamento politico dei governi in carica. Negli anni successivi al secondo dopoguerra tutte queste dinamiche si muovevano in maniera favorevole ai lavoratori e i salari crebbero. Ma poi gli equilibri sono cambiati. La tecnologia ha continuato a progredire, ma dentro un progetto di profitto e di mercato sempre più selvaggio che – per giunta – si stava estendendo a livello globale.

Il lavoro è stato trattato sempre di più come un costo da comprimere affinché le imprese, in concorrenza perenne fra loro a livello nazionale e mondiale, potessero vincere la loro lotta per la sopraffazione reciproca. Le tutele conquistate hanno cominciato a sgretolarsi e accanto ai rapporti di lavoro stabili e tutelati si sono fatti strada contratti di assunzione precari pensati per soddisfare unicamente le esigenze delle imprese.

Contratti a tempo determinato, contratti a chiamata, contratti in affitto, contratti stagionali: la lista delle tipologie possibili è nota solo ai consulenti del lavoro, ma è chiaro a tutti che il numero dei precari è andato crescendo e, assieme a essi, la debolezza dei lavoratori con inevitabili ripercussioni sui livelli salariali.

Immigrati e donne

Il Rapporto sullo stato dei diritti in Italia segnala che dal 2014 al 2024 il numero complessivo delle persone occupate è cresciuto di oltre un milione e settecentomila unità, ma i lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato sono aumentati del 14,2%, quelli a termine del 40%. E se facciamo una fotografia con fermo immagine al 2022, troviamo che le persone che lavoravano con un contratto a termine da più di cinque anni, dunque in maniera continuativa, erano quasi 4 milioni, il 17% degli occupati. Tutte persone a bassa tutela lavorativa, soprattutto fra gli immigrati.

Basti dire che, fra i lavoratori immigrati, la quota di quelli con contratto a tempo determinato è del 19% contro il 12% fra i lavoratori italiani. Non a caso un elemento di disuguaglianza salariale è anche la nazionalità: «I lavoratori migranti in Italia percepiscono un salario orario inferiore del 26,3% rispetto a quello dei lavoratori nazionali». Lo sostiene lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

Un’altra categoria penalizzata sul piano salariale è quella delle donne. Secondo il Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, «nel 2022 complessivamente la retribuzione media annua degli uomini è stata superiore del 43,3% rispetto a quella delle donne». E aggiunge: «Ciò non significa direttamente che vi sia una disparità di trattamento economico a parità di mansioni e lavoro tra uomini e donne, ma mette in evidenza come vi sia una forte disparità, dal punto di vista delle opportunità di lavoro, che di fatto discrimina le donne».

Un’ulteriore spiegazione fornita dall’Oil è «il maggiore ricorso al lavoro a tempo parziale da parte delle donne ed elementi retributivi che favoriscono i lavoratori rispetto alle lavoratrici, in particolare in tema di carichi familiari».

n Italia crescono i lavoratori poveri: da anni i salari reali diminuiscono. Foto Nikguy-Pixabay.

Come aumentare i salari

Il dibattito su come fare aumentare i salari è un tema aperto e, mentre c’è chi sostiene che l’importante è investire in tecnologia per consentire alle imprese di aumentare i salari senza subire contraccolpi, la storia ci dice che la tecnologia da sola non basta.

Le imprese non offrono aumenti salariali spontaneamente, ma solo sotto pressione dei lavoratori e della legge. Per questo servono misure legislative che potenzino la forza contrattuale dei lavoratori e protezione speciale per le categorie che non sono in grado di organizzarsi. Ecco due ambiti rispetto ai quali la legge può avere un ruolo determinante procedendo lungo quattro direttrici.

La prima è quella di regolamentare in maniera più rigida il ricorso al lavoro a tempo determinato o esternalizzato, perché la precarietà induce i lavoratori ad accettare qualsiasi sopruso per paura di non essere riassunti. Allo stesso tempo, vanno rafforzate le strutture di controllo che devono poter agire con ampio potere di intervento perché solo la paura della sorpresa conferisce ai controlli capacità di deterrenza verso chi è incline a violare la legge. Del resto, che oggi i controlli siano insufficienti e inefficaci lo dimostra anche l’alto numero di incidenti sul lavoro.

La terza linea di intervento riguarda la revisione della normativa sui licenziamenti per impedire che questi siano utilizzati come arma di ricatto verso chi si impegna in ambito sindacale.

Infine, bisogna fissare per legge il minimo salariale al di sotto del quale nessuno può scendere. Che non significa impedire ai sindacati di usare la propria forza per contrattare salari più alti, ma garantire a chi di forza non ne ha che l’articolo 36 della Costituzione vale anche per lui: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Formulazione chiara che deve solo essere applicata.

Francesco Gesualdi




Il futuro non sarà dell’auto

L’auto dà lavoro a milioni di persone, ma il suo è un settore maturo, oltre che inquinante. Si sostiene che la soluzione sia l’auto elettrica. La realtà è però diversa. Per un futuro giusto e sostenibile sono altre le strade.

Il 2025 si è aperto decisamente male per l’industria automobilistica. Almeno per quella europea. Non certo un fulmine a ciel sereno se si considera che, già nel 2018, si ebbe una prima riduzione di vendite a livello globale. Riduzione che è continuata anche negli anni successivi per raggiungere il suo punto più elevato nel 2020, in piena pandemia da Covid.

Successivamente, è iniziata la risalita per raggiungere i 74,6 milioni di vendite a livello mondiale nel 2024, ma ancora 5 milioni in meno rispetto al 2017 (dati Acea).

L’anno è stato altalenante: qualche mese di più, qualche mese di meno, per chiudersi complessivamente con un più 2,5% rispetto al 2023. La lieve crescita ha riguardato soprattutto Cina e Stati Uniti, mentre il mercato europeo non ha registrato variazioni di rilievo. Intanto, nel primo trimestre 2025, l’Europa ha registrato una riduzione di vendite dello 0,2% rispetto allo stesso periodo di un anno prima (meno 1,6 in Italia). Le industrie che ne hanno risentito di più sono state proprio i maggiori attori del mercato europeo: Volkswagen (che include Audi, Seat, Cupra, Škoda, Bentley, Lamborghini e Porsche) e Stellantis (con i marchi italiani: Fiat, Abarth, Alfa Romeo, Lancia, Maserati).

Gli analisti imputano lo scarso dinamismo del mercato dell’auto a guerre, economia rallentata, alti prezzi e alti tassi di interesse che scoraggiano gli acquisti a rate.

Un miliardo e mezzo di auto

In realtà, quello dell’auto è un settore ormai saturo in molte aree del mondo. A livello globale, i mezzi circolanti sono un miliardo e mezzo, con incidenze altissime in alcuni continenti: quasi un’auto a testa in Nord America e una ogni due persone in Europa. Oltre che saturo, il settore è anche inquinante dato che contribuisce a circa il 12% delle emissioni mondiali di anidride carbonica.

Nell’Unione europea le auto contribuiscono addirittura al 16% del totale emesso entro i suoi confini. È proprio questa sua alta capacità inquinante che sta generando problemi economici alle case automobilistiche, soprattutto nell’Unione europea che è all’avanguardia nella lotta ai cambiamenti climatici.

Fra le misure adottate dalla Commissione europea c’è anche quella di imporre alle case automobilistiche la produzione di auto che – gradualmente – riducano le emissioni di anidride carbonica, fino ad arrivare allo zero nel 2035.

Più in specifico i limiti sono di 93,6 grammi a chilometro per il periodo 2025-2029 e di 49,5 grammi per gli anni 2030-2034. Subito si sono levate le grida di allarme dei produttori che, temendo di non riuscire a rispettare i nuovi standard, hanno paventato multe miliardarie. Una botta, a loro dire, che rischierebbe di metterli al tappeto in un momento in cui devono già investire un sacco di soldi nella trasformazione industriale che, in pochi anni, li possa portare a produrre solo auto elettriche. E, alla fine, il lavoro per indurre le autorità europee ad ammorbidire le regole sulle emissioni di CO2 sembrerebbe aver avuto i suoi frutti: nel marzo 2025, infatti, la Commissione europea ha annunciato l’intenzione di voler modificare il regolamento in questione in modo da dare più respiro alle case automobilistiche.

La transizione e l’auto elettrica

Su un punto sembrano essere tutti d’accordo: l’auto va prodotta, ma deve essere pulita, ossia elettrica. Un ulteriore caso di transizione ecologica in salsa capitalista che insegue il mito della crescita infinita, illudendosi che possa conciliarsi con la capacità di tenuta del pianeta attuando un semplice cambio di tecnologia. Ma di produzioni a impatto zero non ne esistono, considerato che perfino l’invio di un messaggio di posta elettronica richiede consumo di energia e, quindi, di materia.

Nel caso dell’auto elettrica l’uni-co obiettivo ambientale perseguito è la riduzione di anidride carbonica, ma se già esistono dubbi rispetto a questa finalità, ancora di più ne sorgono se allarghiamo la visuale ad altri aspetti. Per cominciare la vita di un’auto elettrica non comincia quando è su strada, ma quando i suoi materiali si trovano ancora nelle viscere della terra sotto forma di minerali grezzi.

Il passaggio dalle miniere ai saloni di vendita è un lungo processo di trasformazione che coinvolge decine di materiali, petrolio incluso, i quali, oltre a manomettere l’ambiente nei luoghi di estrazione e a richiedere il consumo di grandi quantità di acqua e di energia, comportano anche il rilascio di molti rifiuti, anidride carbonica compresa.

Secondo i calcoli della rivista on line earth.org, sono ben quattro le tonnellate di anidride carbonica emesse lungo il percorso produttivo di un auto elettrica. Ma queste quattro tonnellate sono che l’inizio. Il vero problema arriva quando si tratta di ricaricare le batterie. Se l’energia elettrica utilizzata proviene da centrali a combustibili fossili, non si fa altro che far rientrare dalla finestra la CO2 che si è espulsa dalla porta.

In termini di anidride carbonica, l’auto elettrica ha senso solo se il sistema energetico nazionale si regge sulle rinnovabili. Tuttavia, poiché è abbastanza difficile soddisfare la nostra voracità energetica solo con acqua, vento e sole, ormai tutti fanno un gran parlare di apertura al nucleare. Una tecnologia tutt’altro che priva di rischi.

Un’altra seria criticità dell’auto elettrica è la scarsità dei minerali necessari alla costruzione delle batterie: litio, cobalto, grafite e le terre rare. Probabilmente ce n’è abbastanza per garantire l’auto elettrica ai benestanti, ma non alla gente comune e, soprattutto, a quel miliardo di persone che non dispone ancora di energia elettrica.

Così il nostro superconsumo si trasforma in una dichiarazione di guerra contro i poveri.

La necessità di ridurre i consumi

In un documento intitolato «Sradicare la povertà oltre la crescita» (maggio 2024), Olivier De Schutter, relatore speciale alle Nazioni Unite per i diritti umani, mette in evidenza l’inconciliabilità fra il nostro consumismo e la dignità degli esseri umani a livello planetario. Il report Onu si conclude affermando che la lotta alla povertà esige, inevitabilmente, un ridimensionamento dei consumi da parte dei più ricchi. Che non significa ritorno alla candela, ma eliminazione del superfluo, e un altro modo di organizzare il soddisfacimento dei nostri bisogni.

Nell’ambito della mobilità, ad esempio, significa coprire a piedi i piccoli percorsi, usare la bici per i medi tragitti, utilizzare mezzi pubblici o condivisi sulle lunghe percorrenze, concepire il grande viaggio come un evento eccezionale della vita.

Molti stanno cominciando a capire che, per coniugare sostenibilità con equità, dobbiamo ritrovare il senso del limite. Ma una paura ci impedisce di staccarci dal consumismo: si chiama posto di lavoro. Nel settore auto, ad esempio, gli addetti sono quasi 14 milioni a livello europeo, il 6% di tutti gli occupati. Che faranno tutte quelle famiglie se la gente smette di comprare auto?

Il problema è serio e va affrontato con spirito di solidarietà, ma non può essere utilizzato come giustificazione per continuare nel solco del consumismo. Al contrario, bisogna ammettere che siamo cresciuti in una logica di malsviluppo che ha espanso settori nocivi, utili solo al mercato. Fra essi l’auto, la moda, l’arredamento, l’elettronica, la pubblicità, ma anche le armi e molto altro. Quei settori vanno fortemente ridimensionati, sapendo che potremo farlo senza eccessivi scossoni se sapremo battere quattro strade.

Le strade per l’alternativa

La prima è il soccorso alle persone colpite dalla riduzione del lavoro affinché possano continuare a provvedere a se stesse nonostante la perdita dell’impiego.

La seconda è la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro per garantire l’inclusione lavorativa di tutti. Concetto semplice che rappresenta l’aspirazione di molti, ma che trova la resistenza dei proprietari d’azienda timorosi per le ricadute sui loro profitti.

La terza strada, altrettanto semplice da intraprendere, ma più difficile da accettare perché si scontra con la nostra mentalità, riguarda la funzione del lavoro. Nella nostra società mercantile il lavoro serve solo a guadagnare un salario perché la nostra dipendenza dal denaro è diventata totale. Per qualsiasi bisogno ci venga in mente, la soluzione è sempre comprare. Ma per comprare ci vogliono i soldi e poiché non abbiamo altro modo di ottenerli se non vendendo il nostro tempo, siamo diventati tutti sostenitori del consumismo. Abbiamo ben chiaro, infatti, che le aziende assumono solo se vendono ciò che producono. Perciò, consideriamo il consumo una virtù che sostiene il lavoro. L’unico modo per uscire da questo circolo vizioso è recuperare la concezione originaria del lavoro. Quella del tempo in cui il lavoro sfuggiva al circuito del denaro perché era messo al servizio diretto dei bisogni che ciascuno avvertiva. Una modalità che, se ha il limite di potersi attuare solo in ambiti semplici, ha il vantaggio di rompere la dipendenza dai consumi degli altri. Ogni bisogno che riusciamo a soddisfare da soli è non solo conquista di autonomia, ma anche contributo dato alla sostenibilità e all’equità. Per questo il fai da te va espanso in tutti gli ambiti possibili ricordandoci che già oggi è presente fra noi.

Il già citato rapporto Schutter sostiene che nel mondo «circa 16,4 miliardi di ore sono dedicate quotidianamente alla cura dei bambini e dei familiari più anziani oltre che alle attività domestiche come quella di cucinare, pulire, riparare, procurarsi acqua e legna da ardere. Una quantità di tempo che corrisponde a otto ore al giorno di due miliardi di persone che provvedono alle proprie famiglie senza corrispettivo in denaro. Se questo lavoro venisse conteggiato secondo i parametri di un salario minimo, rappresenterebbe il 9% del prodotto lordo mondiale».

La quarta strada che dobbiamo battere è il potenziamento (e la trasformazione) dell’economia pubblica. Lo spazio e il ruolo da assegnare all’economia pubblica è da sempre oggetto di dibattito fino a contraddistinguere gli schieramenti politici.

L’opinione di chi scrive è che l’economia pubblica deve essere lo spazio della solidarietà collettiva. Una solidarietà organizzata non solo per garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni fondamentali riconosciuti come diritti, ma anche la tutela dei beni comuni e un livello minimo di occupazione per tutti. Con un’avvertenza.

Secondo la concezione dominante, l’economia pubblica è una sorta di vassallo, addirittura un parassita che vive di tasse, ossia di ricchezza generata nel mercato. Per cui se il mercato va bene, l’economia pubblica può fornire molti servizi, se invece va male, deve autolimitarsi. Una dipendenza che va spezzata perché impedisce all’economia pubblica di svolgere il ruolo di erogatore di servizi a tutela dei diritti e la funzione di datore di lavoro di ultima istanza, come invece dovrebbe essere.

Non soldi, ma tempo e competenze

La realtà lo dimostra: abbiamo un esercito di disoccupati e una quantità infinita di bisogni da soddisfare, ma non operiamo la connessione, semplicemente perché non ci sono i soldi per pagare gli stipendi. E se producessimo «un corto circuito»? Se invece di chiedere soldi ai cittadini, chiedessimo tempo e competenze, non risolveremmo il problema?

Tra comunità e cittadini, il patto potrebbe essere semplice. Ogni adulto mette a disposizione dieci giorni al mese, o quello che sia, e in cambio si aggiudica il diritto, dalla culla alla tomba, di accedere – gratis per sé e i propri familiari – a tutti i beni e i servizi che la comunità ha classificato come diritti: una quantità appropriata di acqua, cibo, vestiario, energia, oltre ad alloggio, sanità, istruzione, trasporti locali, comunicazioni. Un paracadute integrale che risolverebbe in forma ugualitaria qualsiasi altra esigenza di pensione e reddito di cittadinanza.

D’un colpo costruiremmo una grande casa capace di garantire a tutti una triplice area di sicurezza: la salvaguardia dei beni comuni, il soddisfacimento dei bisogni fondamentali e un’occupazione minima.

Sogno impossibile? Forse. Ma perché non cominciamo con l’istituzione di un servizio civile obbligatorio per tutti?

Francesco Gesualdi




I dazi dell’impero

Un tempo dominava la globalizzazione. Oggi sono tornati di moda nazionalismo e protezionismo. Cerchiamo di comprendere come l’economia mondiale è arrivata a questo punto e cosa può riservarci il futuro.

Qualcuno ha spiegato le scelte protezionistiche di Donald Trump come una strategia finalizzata ad aumentare gli introiti governativi senza aumentare le tasse ai più ricchi. In effetti, i dazi sono forme mascherate di tasse indirette che gravano su tutti i consumatori alla stregua dell’Iva, l’imposta sul valore aggiunto.

Tasse trasversali che non distinguono fra chi ha e chi non ha e, proprio per questo, maggiormente pagate dai poveri, perché questi ultimi consumano tutto ciò che guadagnano, i ricchi solo una parte.

A convalidare la tesi dei dazi accresciuti per fare cassa alle spalle dei poveri c’è anche la scelta di spazzare via l’Usaid, l’Agenzia statunitense di cooperazione internazionale, e di ritirarsi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) di cui gli Stati Uniti erano il primo finanziatore. Tuttavia, per quanto il risultato fiscale a costo zero per i più ricchi sia uno dei piccioni che Trump intende prendere, esso non può essere considerato il motivo principale, anche perché la strategia non è priva di rischi. Molti analisti, infatti, hanno fatto notare che l’aumento di prezzo dei beni importati è destinato a provocare inevitabilmente inflazione, ossia aumento generalizzato dei prezzi, soprattutto se a essere colpiti sono beni di consumo di massa o semilavorati che entrano nella filiera produttiva di molti prodotti. Una prospettiva, quella dell’inflazione, che i governanti vivono con apprensione perché è motivo di malcontento per tutta la popolazione. Anche Trump teme l’inflazione ma, se ha deciso di correre il rischio, è per qualche ragione di ordine superiore.

Il disegno di Trump

Ritratto di Donald Trump, il presidente Usa, che ha scatenato la «guerra dei dazi». Foto Library of Congress – Unsplash.

Nel suo primo discorso da nuovo Presidente, tenuto il 4 marzo davanti al Congresso americano, Trump ha affermato: «Ci sono paesi che da decenni usano i dazi contro di noi. Ora tocca a noi usarli contro di loro. Mediamente, l’Unione europea, la Cina, il Brasile, l’India, il Messico, il Canada e innumerevoli altre nazioni applicano nei nostri confronti tariffe molto più alte di quelle che noi applichiamo a loro. I dazi cinesi sono il doppio dei nostri e quelli della Corea del Sud addirittura il quadruplo, nonostante l’aiuto militare che le abbiamo fornito».

È difficile dire se le affermazioni di Trump rispondano al vero, ma poco importa. Ciò che conta sono le conclusioni a cui giunge: «L’aumento dei dazi ci farà incassare migliaia di miliardi di dollari e creerà un gran numero di posti di lavoro».

Ecco svelato il vero obiettivo di Trump: creare così tanti ostacoli all’ingresso di merci negli Stati Uniti, da spingere chi vuole entrare nel loro mercato a trasferirvi la produzione.

In altre parole, il vero obiettivo è il richiamo delle attività produttive come strategia per rafforzare l’economia statunitense e ottenere, a cascata, altri risultati. Non solo cioè la crescita dell’occupazione, ma anche delle entrate fiscali per avere di che pagare l’enorme debito pubblico accumulato dal Paese. E già si vedono dei segnali di successo di questa strategia.

Valga, come esempio, l’annuncio della multinazionale taiwanese Tsmc di volere investire almeno cento miliardi di dollari negli Stati Uniti per produrre semiconduttori, o le intenzioni di investimento oltre oceano espresse da colossi europei come Stellantis, Bmw, Volkswagen, Pirelli.

Vincitori e perdenti della globalizzazione

Protezionismo e richiamo della produzione in patria sono tutto il contrario della globalizzazione, il progetto perseguito da alcuni decenni che ha per obiettivo la costruzione di un mercato mondiale con piena libertà di movimento per merci e produzioni. Un progetto sostenuto da tutti i centri di potere, ed è sbalorditivo che, a voltargli le spalle, sia proprio un uomo come Trump che appartiene al mondo degli affari. Ma Trump è anche un nazionalista e questo cambia tutto.

Il punto è che tutte le politiche creano vincitori e perdenti. I vincitori della globalizzazione sono sempre state le imprese più votate alle vendite che alla produzione. O meglio, imprese che trattano merci dalla produzione flessibile, spezzettabile, collocabile un pezzo qua, un pezzo là, dove conviene di più. Se commercializzi vestiario o computer, la globalizzazione è perfetta, perché puoi usare il mondo intero non solo come mercato, ma anche come villaggio produttivo: ogni fase viene svolta nel Paese dove produrre costa meno, spesso senza dover neanche possedere gli stabilimenti produttivi perché puoi sempre rivolgerti a dei terzisti. Tuttavia, se produci e vendi acciaio è tutta un’altra storia perché l’impiantistica costringe a produzioni centralizzate. Tant’è che l’industria pesante – sia quella europea, che statunitense – non ha mai salutato la globalizzazione con grande favore. Al contrario, l’ha vissuta come una minaccia per l’intensificarsi della concorrenza dovuta all’arrivo di prodotti provenienti da Paesi come la Cina o l’India che riescono a produrre acciaio e alluminio a prezzi molto più bassi.

Una sensazione di minaccia vissuta anche da altri settori, ad esempio dalle imprese agricole, le quali, essendo legate alla terra, sono per definizione stanziali e, quindi, esposte alla concorrenza dei prodotti provenienti da Paesi con costi più bassi e regole ambientali più blande.

Containers di merci. Foto Yoav Aziz – Unsplash.

Grandi e piccoli

In ogni caso, il fronte degli imprenditori pro o contro la globalizzazione non è determinato solo dall’attività economica, ma anche dalla dimensione d’impresa. In linea di massima, i grandi operatori sono a favore, i piccoli contro.

In Occidente, molte piccole imprese sono nate come terzisti al servizio dei grandi complessi industriali dell’automobile, dell’abbigliamento, della meccanica, della chimica, delle concerie, del mobile, e quando si sono accorti che i loro committenti preferivano passare le commesse a terzisti asiatici piuttosto che a loro, ci sono rimasti parecchio male.

Alla fine, dovevano scegliere se chiudere o trasferirsi loro stessi all’estero, dove produrre costa meno. Questa, ad esempio, è stata la scelta fatta da molti padroncini del Nordest italiano che hanno preferito spostarsi in Serbia, Albania o addirittura in India, piuttosto che chiudere. Altri, invece, sono rimasti a casa loro e, in nome del nazionalismo, hanno chiesto alle forze politiche di proteggerli dai processi di internazionalizzazione a partire da quello europeo. Istanza recepita soprattutto dalla Lega che, non a caso, è il partito più antieuropeista.

Fra grandi e piccoli, anche negli Stati Uniti gli scontenti della globalizzazione sono tanti e Trump li rappresenta tutti con politiche che puntano a proteggere la produzione interna anche a costo di contravvenire alle regole classiche del libero mercato. Del resto, da un po’ di anni, la destra si contraddistingue ovunque per la sua capacità di trasgredire l’ortodossia di mercato, mentre la sinistra si presenta come il suo più strenuo difensore, facendo rimanere in campo due sole parti politiche: quella dei reazionari e quella dei conservatori.

I Paesi verso i quali Trump ha annunciato punizioni doganali sono essenzialmente cinque: Messico, Canada, Unione europea, Vietnam e Cina. Collettivamente sono accusati di essere i principali «invasori» del mercato americano, ma singolarmente ognuno di loro è perseguito anche per colpe particolari. L’Unione europea, ad esempio, è accusata di accanimento verso le imprese americane che operano sul suo territorio. Come esempio sono citate le multe milionarie applicate nei loro confronti per avere violato le regole europee in ambito fiscale e commerciale. Già nell’agosto 2024, la US Chamber of commerce, la più grande organizzazione imprenditoriale del mondo, aveva inviato una lettera aperta alla Commissione europea per protestare contro le multe a dodici zeri inflitte a Apple, Amazon, Google, Meta, Microsoft e altre imprese americane. Così, per mostrare riconoscenza a Trump che aveva annunciato battaglia all’Ue, nel novembre 2024 sia Bezos che Zuckerberg – l’uno patron di Amazon, l’altro di Meta – si sono affrettati a versare un milione di dollari ciascuno per sostenere le spese di festeggiamento in occasione dell’insediamento del nuovo Presidente.

La questione cinese

Più complessa appare la partita con la Cina, contro la quale, già durante il precedente mandato, Trump aveva ingaggiato un duro braccio di ferro. Fra tutti, la Cina è l’avversario più temuto, non solo per la sua capacità di competere all’interno del mercato americano, ma anche per lo spazio commerciale che ha conquistato a livello mondiale. Spazio che, se è occupato da Pechino, non può essere utilizzato dalle imprese statunitensi.

Va ricordato che l’aspirazione di ogni impresa capitalista è di impedire ai prodotti altrui di entrare in casa propria, ma di poter collocare i propri nei mercati degli altri. Per le imprese capitaliste l’allargamento dei mercati è una questione strategica ed esse hanno due possibilità per vincere la partita.

La prima, quella politically correct, è data dalla concorrenza, giocata sul piano dell’innovazione tecnologica e dell’abbattimento dei costi: la prima serve per sedurre i consumatori con nuovi prodotti, il secondo per sedurli sul piano dei prezzi. Tuttavia, la via della concorrenza non sempre è di facile percorribilità. Allora il capitalismo è tentato di passare alle maniere forti, al tentativo cioè di sopraffare i concorrenti con sanzioni economiche, con sbarramento delle vie commerciali, con intimidazioni militari.

Per questo tutte le grandi potenze economiche hanno sempre cercato di assicurarsi una forza militare capace di mettere paura agli avversari. Anche perché lo sbocco di mercato non è la sola sfida posta alle imprese capitaliste.

La sfida per i minerali

Altrettanto importante, e forse ancora più determinante, è la possibilità di disporre delle materie prime utili a produrre ciò che si intende vendere. E se, ai fini della conquista dei mercati, la forza militare è sempre stata usata in maniera velata, al contrario per il controllo delle materie prime è sempre stata usata in maniera manifesta. L’avventura coloniale ne è una dimostrazione (e oggi c’è il timore che quest’era possa riaprirsi, ammesso che si sia mai conclusa). Per la conquista delle ricchezze del sottosuolo tutt’oggi si combatte in Rd Congo e, in una certa misura, anche a Gaza e in Ucraina.

Non è un caso che, come prezzo per la pace, gli Stati Uniti abbiano imposto a Kiev la cessione dei suoi siti minerari.

In futuro, la guerra per le materie prime potrebbe coinvolgere perfino il Circolo polare artico. Lo ha paventato Trump a più riprese, sostenendo di non escludere l’uso della forza militare per annettere la Groenlandia, la più grande isola non continentale che, nel proprio sottosuolo, custodisce grandi quantità di risorse naturali.

Non solo petrolio e gas, ma anche numerosi minerali di importanza strategica per l’era che si sta delineando, dominata dall’informatica, dalle telecomunicazioni, dall’aerospaziale, dalle energie rinnovabili, dalla mobilità elettrica. Il problema è che i minerali utili allo sviluppo delle tecnologie moderne sono scarsi. Così, come succede ogni volta che si sente ostacolato dalla scarsità, il capitalismo ripiega verso l’imperialismo, la conquista dell’egemonia economica manu militari.

Trasporto merci ad opera di una nota compagnia. Foto Galen Crout – Unsplash.

Dal welfare al warfare

Ai nostri giorni, la chiamata alle armi risuona ovunque. Perfino l’Unione europea sta virando dal «welfare» al «warfare», ossia dalla spesa sociale alle spese di guerra (si veda articolo a pagina 19).

Pur di permettere agli Stati membri di accrescere il proprio arsenale militare, nel marzo 2025 la Commissione europea ha accettato di contravvenire al principio di basso deficit, autorizzando nuovo debito per 800 miliardi di euro. Una scelta che i nostri figli pagheranno a caro prezzo in termini di riduzione di diritti sociali, di mancata tutela ambientale, di perdita di beni comuni.

Nel suo libro «Le monde confisqué», lo storico ed economista francese Arnaud Orain definisce il capitalismo nella morsa della scarsità con l’appellativo di «capitalismo della finitudine» (sostitutivo del «capitalismo concorrenziale»), riconoscibile per tre caratteristiche: controllo militare delle vie marittime; uso della forza in sostituzione di regole condivise; affermazione di monopoli in settori chiave dell’economia mondiale.

Tutti aspetti già ampiamente presenti, come testimonia la corsa al controllo del Mar Rosso, del canale di Panama, dell’Oceano Artico. O il crescere di colossi mondiali in settori chiave come quello dei trasporti, delle vie informatiche, delle attività satellitari, del commercio online. O l’uso dei dazi come strumento di guerra economica in aperta violazione delle regole scolpite nei trattati interni all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Un’organizzazione questa che, fin dalla sua nascita (era il 1995), ha imposto un’ordine economico e commerciale foriero di sconquassi sociali.

Guerre commerciali

Nel burrascoso incontro dello scorso 28 febbraio alla Casa Bianca, Trump ha accusato Zelensky di scherzare con la terza guerra mondiale, senza rendersi conto che il primo a scherzare con il fuoco è proprio lui comportandosi da prepotente. Perché le guerre commerciali si sa dove cominciano, mai dove finiscono. Tanto più che Trump è del tutto imprevedibile cambiando idea ogni minuto, non si sa se per calcolo strategico o per instabilità caratteriale.

Fatto sta che, dopo avere ordinato dazi a doppie cifre per decine di paesi, il 9 aprile si è velocemente corretto decretando la loro sospensione per 90 giorni. Formalmente, dice di averlo fatto per permettere l’avvio di trattative con ognuno di loro, nei fatti doveva calmare il nervosismo dei mercati che stava facendo crollare le borse di tutto il mondo. Il solo Paese escluso dal beneficio è stato la Cina, l’altro grande colosso mondiale, sui cui prodotti gli Stati Uniti applicano un dazio complessivo del 145%, nel momento in cui scriviamo. Una misura a cui la Cina ha risposto con controdazi del 125%, mettendo in apprensione il mondo intero, perché il passo dalla guerra commerciale a quella militare è breve.

A questo punto, la domanda da porci è: come possiamo uscire da questo gioco al massacro, sapendo che il capitalismo è intrinsecamente violento per la sua tendenza alla sopraffazione.

Progettare un altro sistema

La mia convinzione è che dovremmo agire in due direzioni. Da una parte, dovremmo cercare di abbassare il livello di aggressività sostituendo le politiche di riarmo con il multilate- ralismo. Ossia rafforzando le sedi internazionali deputate a dirimere i conflitti e a dare al mondo regole di convivenza economica basate sulla cooperazione, la solidarietà, il rispetto dei diritti umani, la salvaguardia del creato.

Dall’altra, dovremmo riconoscere che, vivendo su un pianeta dalle risorse finite, c’è l’obbligo di porre un limite alla nostra voracità. Un vecchio proverbio indiano dice che «quando il cavallo è morto, la cosa più intelligente da fare è scendere», per cui dovremmo metterci al lavoro per progettare un altro sistema economico, non più orientato alla crescita sotto il dominio del mercato, ma finalizzato al benvivere di tutti nel rispetto dell’equità e del creato. Progetto possibile purché si sappia ripensare il lavoro, ridimensionare il mercato e rafforzare l’economia della solidarietà collettiva.

Francesco Gesualdi




Rimettiamo i loro debiti


In apertura del 27° Giubileo indetto dalla Chiesa cattolica, papa Francesco è tornato su un tema già oggetto di una campagna internazionale in occasione del precedente Giubileo dell’anno 2000.

Il tema è quello del «debito del Sud del mondo» o – meglio – delle somme che le nazioni a reddito medio basso (Cina inclusa) devono ad altre nazioni.

In tutto, si tratta di 135 paesi, genericamente definiti «Sud globale». Nel 2023, questi paesi avevano un debito complessivo verso l’estero pari a 8.800 miliardi di dollari, per il 57% a carico dei governi e il 43% a carico di soggetti privati, principalmente imprese. Due entità giuridicamente ben distinte fra loro, ma economicamente connesse perché entrambe attingono alla stessa fonte per pagare i propri debiti esteri. Il bacino comune si chiama introiti da esportazione, il principale canale di ingresso di dollari, euro e altre valute forti che i creditori esteri pretendono come forma di pagamento. Se il sistema paese non dovesse avere abbastanza valuta estera per tutti i pagamenti, toccherebbe al governo trovarne aprendo nuovo debito.

I numeri del debito

Nel primo scorcio di questo secolo il debito estero del Sud ha conosciuto un andamento a singhiozzo. Mentre dal 2000 al 2007 è rimasto abbastanza stabile passando da 2.000 a 3.100 miliardi di dollari, nei 15 anni successivi è praticamente triplicato, sfiorando, nel 2023, i 9.000 miliardi di dollari.

Secondo i dati forniti dall’Unctad, agenzia delle Nazioni Unite, se nel 2010 il debito este-ro rappresentava mediamente il 19% del prodotto lordo dei paesi del Sud, nel 2022 era salito al 28%. Debito che, messo a confronto con gli introiti da esportazioni, nel 2010 rappresentava il 71%, nel 2022 il 92% dell’importo incassato. Situazione ancora peggiore per il gruppo dei 45 paesi più poveri del mondo (per la maggior parte africani) il cui debito estero rappresenta il 54% del Pil e il 250% delle loro esportazioni.

Borse e speculatori

L’ultimo evento che ha fatto crescere il debito dei 45 paesi più poveri, quelli che l’Unctad definisce «paesi meno sviluppati», è stato l’aumento del prezzo dei cereali.

Spiegato ufficialmente come un effetto della guerra in Ucraina, in realtà la variazione è stata il prodotto della speculazione finanziaria sempre pronta a trasformare le sciagure in occasioni di arricchimento. In effetti non c’è stata proporzionalità fra la quantità di grano che la guerra aveva fatto mancare e l’aumento dei prezzi che, in poche settimane, erano cresciuti del 50%.

Il fatto è che il prezzo delle risorse commercializzate a livello mondiale si forma nelle borse merci, luoghi popolati più da soggetti che usano i prezzi come strumenti di scommessa che da imprese interessate a comprare realmente le materie prime trattate. Peccato, però, che le puntate degli scommettitori si ripercuotano sui prezzi reali produ-

cendo sconquassi a tutti i livelli, ivi compresa la fame, la recessione e l’indebitamento dei governi.

Quando è scoppiata la guerra in Ucraina, il mondo stava appena uscendo da un altro periodo difficile, questa volta prodotto da un virus, il Covid-19 che, oltre ad avere provocato ovunque una battuta d’arresto delle attività produttive, aveva costretto tutti i governi del mondo ad accrescere le proprie spese sanitarie. Le due emergenze messe assieme avevano fatto crescere il debito pubblico che, a livello mondiale, è passato da 75mila miliardi di dollari, nel 2019, a 97mila nel 2023. E benché più dell’80% del nuovo debito pubblico sia stato generato dai governi dei paesi ricchi, i problemi più seri li stanno incontrando quelli poveri.

Nel 2023 il debito pubblico complessivo del Sud del mondo ammontava a 29mila miliardi di dollari, con conseguenze poco gravi per paesi con economie in crescita come Cina, Indonesia o India, ma un vero flagello per quelli stagnanti come sono la maggior parte dei paesi collocati nell’Africa subsahariana.

Anche perché i paesi con minori capacità finanziarie finiscono per pagare di più.

La spesa per interessi

Debito estero e Giubileo 2025. Foto PublicDomainPictures – Pixabay.

È la legge del mercato. L’argomentazione è che il prestito comporta un rischio per il creditore. Questo rischio va compensato, e poiché il povero ha più probabilità del ricco di non riuscire a restituire le somme ricevute, deve accettare di pagare interessi più alti. Teoria confermata dai fatti.

Secondo i dati riferiti dall’Unctad, il tasso medio pagato sui titoli del debito pubblico fra il 2020 e il 2024, è stato dello 0,85% per la Germania, del 2,5%  per gli Stati Uniti, del 5,35% per i paesi asiatici e del 9,8% per quelli africani.

Il risultato è che nel 2023 la spesa per interessi dell’insieme dei paesi del Sud ha raggiunto gli 847 miliardi di dollari, il 26% in più rispetto al 2021. Con ricadute pesanti sulle popolazioni di molti paesi dove la spesa sanitaria o per istruzione è inferiore a quella per ripagare gli interessi del debito. Ad esempio, in Asia (Cina esclusa), nel periodo 2020-2022, la spesa per interessi è stata mediamente di 84 dollari pro capite, quella per la sanità di 62 dollari. Quanto all’Africa, è stata di 70 dollari la spesa per interessi, di 39 dollari quella per la sanità.

La conclusione è che 3,3 miliardi di persone vivono in paesi che spendono più per interessi sul debito che per sanità o istruzione, mentre nei paesi ricchi la situazione è all’inverso.

Valga, come confronto, l’Italia che, pur avendo un debito pubblico di 3mila miliardi di euro, nel 2023 ha registrato una spesa pubblica pro capite per la sanità pari a 3.400 euro contro 1.300 per interessi.

La raccolta fiscale

Il punto è che i paesi del Sud hanno una scarsa capacità di raccolta fiscale, per cui basta un minimo aumento di spesa imposta dall’esterno per peggiorare i già fragili bilanci. Basti dire che, mentre nell’Unione europea la raccolta fiscale rappresenta mediamente il 40% del Pil, nei paesi del Sud si attesta su una media del 29%. Percentuale che scende addirittura al 12% nei 45 paesi più poveri.

Un fenomeno dovuto a una varietà di fattori fra cui una pubblica amministrazione debole e male organizzata, un’alta percentuale di economia informale, una massiccia evasione fiscale (anche da parte di grandi complessi multinazionali).

Purtroppo, quella per interessi non è l’unica voce di spesa del debito. Agli interessi vanno aggiunte le quote di capitale da restituire annualmente. Queste ultime più gli interessi sono definite «servizio del debito». Nel caso del Sud del mondo una parte importante del servizio del debito è verso l’estero. Nel 2022 è stato di circa 1.400 miliardi di dollari, dei quali 406 per interessi.

Messo a confronto con le entrate governative, si scopre che nel 2023 il servizio del debito estero nel Sud del mondo ha assorbito mediamente il 17% delle entrate pubbliche con punte che hanno raggiunto il 65% in Angola, il 52% in Laos, il 43% in Pakistan ed Egitto.

Il tutto mentre povertà e cambiamenti climatici pongono sfide finanziarie enormi.

Rinunciare a 353 miliardi

Secondo lo studio condotto nel 2023 da un gruppo di esperti per conto del G20, da qui al 2030, al Sud del mondo (Cina esclusa) servirebbero ogni anno 5.400 miliardi di dollari, di cui 2.400 per affrontare la crisi climatica e 3.000 per combattere la miseria.  Ciò nonostante nel 2023 i governi del Sud hanno speso per il servizio del debito 12 volte e mezzo in più di quanto non abbiano speso per difendersi dai cambiamenti climatici.

Lo sostiene un rapporto della Misereor tedesca secondo il quale mediamente i governi del Sud destinano al totale del servizio del debito il 33% delle risorse pubbliche mentre ai cambiamenti climatici solo il 2,5%.

Considerato che una quota rilevante del servizio del debito del Sud è verso creditori esteri, la parte più sensibile della nostra società insiste affinché vengano annullati almeno i crediti vantati verso i paesi più poveri. In tutto 45 nazioni che ospitano il 13% della popolazione mondiale con un reddito pro capite inferiore ai mille dollari all’anno e bassissimi livelli di sviluppo umano.

Basti dire che, nell’insieme di questi paesi (33 dei quali africani), vive la metà dei poveri assoluti del mondo, persone che campando con meno di due dollari al giorno, non si nutrono abbastanza, non hanno una casa degna di questo nome, muoiono di malattie banali come una bronchite o una dissenteria. Il 22% dei bambini di questi paesi non va a scuola, mentre il 44% della popolazione non dispone di corrente elettrica e il 63% non ha l’acqua corrente né adeguati servizi igienici.

L’Unctad ci informa che, complessivamente, i governi di questi 45 paesi detengono un debito verso l’estero di 353 miliardi di dollari, una cifra irrisoria per i nostri livelli economici, ma una vera e propria condanna a morte per loro che, messi tutti assieme, hanno introiti governativi di appena 160 miliardi di dollari.

Nel 2023 ne hanno dovuti accantonare una trentina per ripagare il loro debito verso le ricche istituzioni estere. Ne sono rimasti all’incirca 130 per soddisfare i bisogni sociali e sanitari di oltre un miliardo di persone, sen-

za contare tutte le altre spese che ogni governo del mondo normalmente sostiene.

«Chi deve a chi?»

Come termine di paragone il governo italiano utilizza più di 800 miliardi di euro all’anno per una popolazione che non raggiunge i 60 milioni. Insomma, 353 miliardi di dollari per paesi così malandati sono un’enormità, ma non altrettanto per i loro creditori.

Certo, spacchettando la somma, si scopre che uno dei principali creditori è la Cina che vanta all’incirca 50 miliardi di crediti, il 14% del debito totale dei 45 paesi più poveri. Il resto, però, fa capo ad altri governi per lo più del Nord (21%), alla Banca mondiale e ad altre istituzioni finanziarie multilaterali (42%), a banche commerciali e ad altri soggetti privati (23%). Anche l’Italia compare fra i creditori con 1,2 miliardi di dollari. Paesi che non andrebbero falliti se depennassero i crediti vantati verso i «dannati della terra».

Invece, succede che sei dei 45 paesi più poveri hanno già conosciuto momenti di bancarotta, mentre altri quindici ne sono sull’orlo.

La richiesta di annullamento del debito è sostenuta anche dal fatto che, analizzando bene le cose, si scopre che non è il Sud  povero, bensì il Nord ricco, a essere in debito. Un debito formato nel corso dei secoli da politiche di oppressione e mal sviluppo che hanno provocato danni sociali e ambientali così alti al Sud del mondo, da gettarlo nello stato di fragilità economica che oggi lo costringe ad indebitarsi.

Un rapporto pubblicato recentemente da Action Aid, dal titolo emblematico Who owes who? (Chi deve a chi?), sostiene che fra danni ambientali, danni da colonialismo, danni da scambio ineguale e danni da esportazione illecita di capitali, il Sud dovrebbe ricevere un indennizzo pari a un milione di miliardi di dollari, cifra che corrisponde a dieci volte il prodotto lordo mondiale.

L’appello di Francesco

Un quadro ben chiaro a papa Francesco che, nel suo discorso tenuto il 1° gennaio 2025, in occasione della 58a giornata dedicata alla pace, ha dichiarato: «Debito estero e debito ecologico sono due facce della stessa medaglia, figli della stessa logica di sfruttamento che ha portato alla crisi del debito. Nello spirito di questo Anno giubilare, sollecito la comunità internazionale a lavorare per l’annullamento del debito estero come riconoscimento del debito ecologico esistente fra Nord e Sud del mondo. Un appello di solidarietà che è prima di tutto un’esigenza di giustizia».

Appello accolto dalla Caritas internazionale che, in apertura dell’Anno giubilare, ha lanciato la campagna «Trasformare il debito in speranza», ricordando che, negli ultimi dodici anni, le nazioni ricche hanno speso per sovvenzioni ai combustibili fossili sei volte di più di quanto non abbiano versato ai paesi vulnerabili per aiutarli ad arginare le conseguenze prodotte dai cambiamenti climatici.

Quei soldi avrebbero potuto fornire quasi metà del denaro di cui i paesi più vulnerabili hanno bisogno per iniziare a proteggersi.

La campagna è presente anche in Italia con cinque richieste fondamentali: ridimensionare o annullare la spesa per interessi dei paesi più poveri, convertire il loro debito in spese a favore delle popolazioni, aiutare i paesi del Sud a lottare contro l’evasione fiscale specie quella attuata da parte delle multinazio-

nali, portare la cooperazione dei paesi del Nord almeno allo 0,7% del Pil come richiedono le Nazioni Unite, riformare l’assetto finanziario internazionale in un’ottica non predatoria. Obiettivi raggiungibili che contribuirebbero a ottenere un mondo più giusto e quindi la pace.

Francesco Gesualdi




E la chiamano economia 7/2024

Ebook "E la chiamano economia 7/2024

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Fu un saggista e storico scozzese di nome Thomas Carlyle (1795-1881) a definire l’economia «scienza triste» (dismal science). Si ritiene che questa definizione sia stata ispirata dalla previsione del pastore ed economista Thomas Robert Malthus (1766-1834) secondo cui la popolazione mondiale sarebbe cresciuta sempre più velocemente del cibo, condannando l’umanità a povertà e difficoltà senza fine.
L’economia si merita questa definizione dispregiativa? Se guardiamo alle diseguaglianze che essa produce (con i ricchi sempre più ricchi) e alla distruzione ambientale (il riscaldamento globale di origine antropica, ma non solo), allora la risposta è «sì, se la merita». Eppure, come ci racconta Francesco Gesualdi nelle sue analisi, il benessere per tutti non sarebbe un’utopia se si capisse che la crescita infinita è insostenibile e ci fosse la volontà politica di imboccare strade diverse.
Un esempio che si muove in questa direzione si può trovare nell’ultima puntata dell’anno, «Riparare alla barbarie». In essa il nostro autore parla della «due diligence», la direttiva dell’Unione europea (2024/1760), per le grandi imprese. Secondo la norma, il profitto è lecito soltanto «se ottenuto nel rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’integrità del pianeta».
Pur senza risolvere i tanti problemi sul tappeto, già l’implementazione effettiva (e globale) di questa norma farebbe fare un salto qualitativo importante all’economia nel suo complesso. Buona lettura. (Paolo Moiola)




E la chiamano economia 6/2023

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Pochi, tanti o troppi? Si parla di esseri umani e del dilemma sul loro numero. Francesco Gesualdi, fondatore del «Centro nuovo modello di sviluppo» e autore di «E la chiamano economia», se ne è occupato nei numeri di aprile e maggio 2023 di Missioni Consolata.
La situazione vede i paesi ricchi con tassi di natalità bassi o negativi e una popolazione invecchiata (bisognosa – dunque – di pensioni e assistenza medica), mentre – al contrario – i paesi poveri hanno tassi positivi e una popolazione giovane che non trova lavoro. Otto miliardi di persone – questa l’attuale consistenza della popolazione mondiale – sono un problema se il sistema politico ed economico rimane quello vigente.
Osserva Gesualdi: «Considerato che il mondo è formato da aree con una penuria di giovani e altre con un eccesso, sarebbe interesse di tutti un riequilibrio attraverso una maggiore libertà di movimento delle persone». Una soluzione tanto semplice quanto banale.
Anche il mito dell’equazione «più gente, più inquinamento» viene ridimensionato. «Troppo spesso – spiega il nostro autore – attribuiamo la responsabilità degli squilibri naturali a chi fa molti figli. Ma dimentichiamo che le popolazioni ad alta fertilità sono anche quelle con tassi di consumo e di inquinamento al di sotto della soglia di sostenibilità».
Buona lettura. (Paolo Moiola)




E la chiamano economia 5/2022

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Il 2022 è stato l’anno dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. Oltre ai morti, al dolore e alle devastazioni, il conflitto ha prodotto pesanti conseguenze sulle relazioni internazionali e sull’economia mondiale. In primis, l’aumento dei prezzi di beni primari come il grano e l’esplosione delle spese militari. La domanda è: sarebbe possibile «avere un mondo senza eserciti?». La risposta è «sì», ma occorrono alcuni passaggi obbligatori, spiega l’autore.

Anche la transizione verso un’esistenza più sostenibile si dimostra una strada piena d’ostacoli visto che l’utilizzo delle fonti fossili – carbone, petrolio e gas – rimane di gran lunga la preferita. Al momento, neppure l’auto elettrica è la soluzione dei problemi, visti gli enormi costi ambientali delle sue batterie. «Dobbiamo ritrovare il senso del limite», ripete senza sosta l’autore. Un autore molto apprezzato dai lettori.

A fine anno la redazione ha ricevuto la lettera di una abbonata in cui, tra le altre cose, si legge: «Mi appassiono perfino all’economia che, spiegata da Francesco Gesualdi, ha tutto un altro sapore!». Per Francesco (Francuccio) Gesualdi e Missioni Consolata un nuovo incentivo per continuare a raccontare l’economia come – forse – nessun altro sa (o vuole) fare. Buona lettura a tutte e tutti. (Paolo Moiola)




E la chiamano economia 4/2021

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Il 2021 è stato l’anno della rivincita sul Covid-19, il virus che ha travolto il mondo. La diffusione dei vaccini – pur non accettati da tutti e non disponibili per tutti – ha posto un argine importante alla pandemia. Tuttavia, anche in questo caso, l’economia ha giocato un ruolo centrale e, purtroppo, ancora una volta, non fondato sull’equità. Nel suo primo contributo dell’anno, Francesco Gesualdi spiega lo scandalo dei brevetti su farmaci e vaccini che fanno mantenere altissimi e spesso inaccessibili i prezzi. È lecito – si chiede, tra l’altro, l’autore – ricevere soldi pubblici per la ricerca scientifica e poi imporre prezzi elevati per aumentare i profitti privati?

Oltre ai vaccini, nell’Unione europea, la battaglia contro la pandemia e le sue conseguenze sull’esistenza quotidiana delle persone ha visto il varo del «Next generation Eu» che, in Italia, è stato chiamato «Piano nazionale di ripresa e resilienza». Ci sono i fondi, ma anche tanti dubbi.

Francesco Gesualdi, già allievo di don Milani, ci aiuta poi a leggere l’enciclica «Fratelli tutti» di Francesco, un papa da sempre attento all’economia sia per quanto concerne le sue (intollerabili) distorsioni («Questa economia uccide») che le sue relazioni con l’ambiente e la nostra Casa comune.

L’anno si conclude con un articolo sull’irrisolta questione del «salario minimo», che in verità andrebbe declinato come «salario vivibile». Un salario, cioè, che con 40 ore di lavoro settimanale permetta al singolo lavoratore e ai suoi familiari di far fronte ai bisogni di base individuati in cibo, alloggio, vestiario, sanità, energia, trasporti, istruzione. Insomma, l’economia com’è e come dovrebbe essere. (Paolo Moiola)