La strada delle sanzioni

Blocco, embargo, sanzioni: la terminologia è varia, ma lo strumento è – più o meno – lo stesso. Viene utilizzato al posto di un attacco armato per fare pressione su un Paese. Cosa comporta? È utile?

Usare il commercio come «arma di ricatto» non è una novità dei tempi moderni. Fin dall’antichità le strategie d’assedio contemplavano il blocco dei rifornimenti per ottenere la resa degli assediati sulla spinta della fame e della sete.

La prima documentazione scritta di questo tipo di assedio risale al 1478 a.C. allorché il faraone egizio Thutmose III conquistò Megiddo, una cittadina cananea localizzata sul monte citato nell’Apocalisse (Ap 16,16) come Armaghedòn, il luogo in cui – secondo il libro sacro – avverrà l’ultima battaglia tra Cristo e le forze del male.

Venendo ai nostri giorni, il caso più recente di blocco dei rifornimenti a supporto di operazioni militari, è stato quello attuato da Israele nei confronti di Gaza, provocando lo sdegno del mondo intero. Nell’ultimo secolo, il blocco commerciale ha subìto una sorta di riabilitazione perché si è capito che può essere utilizzato come via alternativa a quella armata, specie se assunta in forma collegiale da parte della comunità internazionale. Lo scopo è di indurre i governi con comportamenti illegittimi a uniformarsi al diritto internazionale.

I blocchi commerciali assunti come via di pressione alternativa a quella armata sono definiti «embarghi». Quando includono anche misure di carattere finanziario, tali provvedimenti sono genericamente indicati con il termine di «sanzioni economiche».

Contro l’Italia

La prima nazione a subire un embargo decretato dalla comunità internazionale fu, nel 1935, l’Italia, colpevole di avere aggredito l’Etiopia.
La decisione venne assunta all’interno della «Società delle nazioni», il progenitore delle attuali Nazioni Unite.

Benché il provvedimento comprendesse sanzioni sia di carattere commerciale che finanziario, l’effetto fu blando perché erano stati esclusi dal blocco beni strategici come petrolio, acciaio, carbone.

In realtà, l’effetto finale fu addirittura positivo per l’Italia perché permise a Mussolini di rafforzare nel Paese l’orgoglio nazionalista facendo passare Roma come vittima dell’odio straniero. Fatto sta che, di lì a poco, le sanzioni contro l’Italia vennero tolte, convincendo Germania e Giappone che avrebbero potuto procedere impuniti nei loro propositi imperialistici.

Constatata la sua inefficacia, dopo la Seconda guerra mondiale la Società delle nazioni venne sciolta e sostituita con un organismo dai fondamenti più solidi.

Nascita delle Nazioni Unite

Il 26 giugno 1945 i rappresentanti di 51 nazioni si riunirono a San Francisco e firmarono la carta istitutiva delle Nazioni Unite. Tra i suoi organismi esse comprendono il Consiglio di sicurezza che, in teoria, ha il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

Secondo quanto disposto dall’articolo 41, fra i poteri del Consiglio di sicurezza c’è anche quello decretare misure non armate che «possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio e altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche».

Il primo embargo di un certo peso decretato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu risale al 1966 contro la Rhodesia meridionale, oggi Zimbabwe. Il provvedimento era stato richiesto dalla Gran Bretagna per indurre Ian Smith, un bianco segregazionista, a lasciare il potere che aveva preso con la forza. A quel tempo il Paese era ancora una colonia britannica, ma, in vista della sua indipendenza, la minoranza bianca aveva deciso di fare un colpo di Stato per impedire alla maggioranza nera di assumerne la guida nel momento della liberazione.

Per la verità, già qualche anno prima, il Consiglio di sicurezza aveva acceso i riflettori su un altro Paese segregazionista. Era il Sudafrica contro il quale nel 1963 aveva deliberato il blocco del commercio di armi, ma su base volontaria.

Nel 1977, tuttavia, la misura divenne vincolante. Così, sommata alle proteste internazionali, all’opposizione interna al Paese e ad altre forme di embargo decretate dall’assemblea delle Nazioni Unite, nel 1994 essa riuscì a fare capitolare il regime dell’apartheid.

L’embargo all’Iraq

Nel corso della sua esistenza il Consiglio di sicurezza ha emesso provvedimenti di embargo contro numerosi Paesi per periodi più o meno lunghi e per i motivi più vari, spesso per fermare governi oppressivi o responsabili di aggressioni verso altri Paesi. Non a caso la maggior parte degli embarghi sono stati circoscritti al commercio di armi, anche se non sono mancati embarghi totali, o comunque molto estesi.

Ricordiamo l’embargo verso la Rhodesia Meridionale fra il 1966 e il 1979, contro la Yugoslavia fra il 1991 e il 1996, contro l’Iraq fra il 1990 e il 2003, contro la Libia fra 1992 e il 2003.

Il più duro di tutti fu quello contro l’Iraq che si attirò molte critiche per i danni inflitti alla popolazione. Benché fossero esonerati i beni di prima necessità, di fatto valevano clausole così restrittive che nessun tipo di merce, o quasi, poteva sbarcare nel Paese.

Sostenendo che diversi articoli di importanza vitale sarebbero potuti essere utilizzati dall’Iraq anche per scopi militari, gli Stati Uniti e il Regno Unito avevano posto il veto sull’invio di prodotti come depuratori d’acqua, materiali edili, derrate alimentari, farmaci salva vita.

Perfino le spedizioni dei vaccini erano state bloccate, sostenendo che avrebbero potuto essere utilizzati per la produzione di armi biologiche. Si stima che centinaia di migliaia di persone morirono in Iraq per la scarsità di cibo, acqua, farmaci. Fra loro molti bambini.

Il problema era così grave che lo stesso Boutros Boutros-Ghali, segretario delle Nazioni Unite dal 1992 al 1996, definì le sanzioni «uno strumento rozzo che pone una questione etica, ossia se la sofferenza inflitta alla popolazione più vulnerabile sia un mezzo legittimo per esercitare pressione sui leader politici».

Israele intoccabile

Nel 2025 una ventina di Paesi risultavano a vario titolo oggetto di sanzioni decretate dalle Nazioni Unite. Fra essi Afghanistan, Sudan, Libia, Iran, Siria, Iraq, Repubblica democratica del Congo, Corea del Nord. Tutti con l’accusa di essere regimi oppressivi, stati terroristici, o parti belligeranti di conflitti in corso.

Stranamente, nella lista non compare Israele, autore di numerosi soprusi nei confronti del popolo palestinese e – addirittura – accusata di genocidio da parte di vari Governi e altre entità internazionali, tra cui la stessa Onu.

Il fatto è che le sanzioni devono avere l’approvazione del Consiglio di sicurezza al cui interno siedono in maniera permanente cinque stati (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, vincitori della Seconda guerra mondiale) che hanno diritto di veto.

Purtroppo, gli Stati Uniti pongono sempre il veto su qualsiasi risoluzione tesa a condannare e sanzionare Israele che, di conseguenza, continua a spadroneggiare impunita. Come del resto rimangono impuniti tutti gli atti di aggressione di Russia e Usa, che sono tanti.

L’anomalia del diritto di veto getta molte ombre sull’oggettività delle sanzioni decretate dalle Nazioni Unite, lasciando intendere che, a essere colpiti, sono solo i Paesi senza protettori dentro il Consiglio di sicurezza.

A rendere lo strumento ancora più discutibile, c’è il fatto che, oltre a quelle decretate dalle Nazioni Unite, ci sono anche le sanzioni decise autonomamente da singoli Paesi che usano criteri di applicazione tutti propri.

Valgano come esempio gli Stati Uniti, ma anche l’Unione europea, entrambi con legislazioni interne che ammettono l’uso delle sanzioni contro Stati che, a loro avviso, non si comportano bene o che rappresentano una minaccia per la propria sicurezza.

È questa mescolanza fra interventi punitivi contro chi viola il diritto internazionale e interventi che mirano a colpire politiche ritenute contrarie agli interessi di singoli Stati o gruppi di Paesi, che fanno perdere credibilità alle sanzioni. Rimane, infatti, sempre il dubbio se esse siano usate come strumento di ripristino della legalità o come strumento per punire i Paesi ritenuti nemici.

Una delle tante vecchie auto americane in uso a Cuba; dopo un embargo (el bloqueo) di 64 anni, oggi l’isola è allo stremo. Foto Willipixel – Pixabay.

Cuba, 64 anni di embargo

Gli Stati Uniti, ad esempio, dal 1962 hanno imposto un blocco commerciale e finanziario nei confronti di Cuba, prima accusandola di essere nemica della libertà, poi di sponsorizzare (addirittura) il terrorismo. Quando la semplice verità è che gli Stati Uniti non hanno mai tollerato che, nel proprio «cortile di casa», ossia in America Latina, ci fossero Stati a orientamento socialista.

Dopo sessantaquattro anni di strangolamento economico, mitigato a fasi alterne dal sostegno di Paesi come la Russia o il Venezuela, oggi l’isola è arrivata al capolinea, a corto com’è di ogni bene di prima necessità. In particolare, di materiale sanitario e carburante che, oltre a paralizzare i trasporti, compromette qualsiasi tipo di produzione e di servizio per le continue interruzioni di corrente.

Venezuela e Iran

Una persona con la bandiera del Venezuela sulle spalle; il Paese latinoamericano prima ha subito pesanti sanzioni, poi è stato «preso» dagli Usa. Foto Andres Silva – Unsplash.

Nella stessa ottica vanno lette le sanzioni decretate da Trump nel gennaio 2025 contro le esportazioni di greggio da parte del governo venezuelano.

Che queste avessero come unico scopo quello di spodestare il presidente Nicolas Maduro per riportare il petrolio venezuelano sotto controllo delle compagnie statunitensi, lo hanno dimostrato gli eventi successivi. Infatti, il 2 gennaio 2026, un commando di soldati Usa si è para-

cadutato su Caracas per catturare il presidente venezuelano e trasferirlo in una prigione statunitense.

Alla luce dell’aggressione armata contro l’Iran, iniziata nel marzo 2026, anche le sanzioni decretate a più riprese nei confronti del Paese del Medio Oriente, si possono leggere come una strategia che ha un unico obiettivo: far cadere un governo ritenuto nemico degli Stati Uniti fin dalla cacciata dello Shah, avvenuta nel 1979.

La politica dell’Unione europea non sembra altrettanto cinica, quantunque generi dubbi la scelta di andare allo scontro aperto con la Russia, sia sul piano militare che economico.

I numerosi pacchetti di sanzioni commerciali e finanziarie decretati contro personalità ed entità del governo russo, a seguito dell’aggressione all’Ucraina, non sono sembrate nient’altro che strategie di supporto alla scelta armata da subito sposata e sostenuta dall’Unione europea.

Odiose o lodevoli

Per concludere, potremmo dire che le sanzioni sono sempre lodevoli quando colpiscono il commercio di armi. Al contrario, sono sempre odiose quando mettono a repentaglio la vita delle popolazioni.

In tutti gli altri casi sono ora odiose, ora lodevoli, a seconda delle motivazioni. Sono lodevoli quando dimostrano di perseguire genuinamente la difesa dei diritti umani previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. Sono odiose quando sono forme mascherate di aggressione per imporre la propria volontà ad altri Stati.

Francesco Gesualdi




Videogiochi fuori controllo

Nella classifica dell’intrattenimento sono al terzo posto, dopo la televisione e i social. Il loro crescente successo porta con sé vari problemi: dalla grande diffusione tra i minori alla ludopatia.

S i narra che la carriera da miliardario di Elon Musk, oggi primo nella classifica di Forbes per ricchezza detenuta a livello mondiale, sia iniziata con la progettazione di un videogioco. Era il 1986 ed Elon, appena dodicenne, ma appassionato di tecnologia, progettò un gioco elettronico di guerre spaziali, che vendette a una ditta del settore per 500 dollari. A quel tempo, i videogiochi si avvalevano di schermi televisivi collegati a una particolare apparecchiatura denominata «console», una tecnologia ancora esistente, anche se schermi e programmi sono di tutt’altro genere.

Dalla vecchia «console» all’«online»

Oggi i videogiochi tramite console stanno cedendo terreno davanti a quelli online, fruibili su computer o cellulari.

Nel 2024 il fatturato complessivo del settore, a livello mondiale, è stato di 190 miliardi di dollari, per il 28% generato dal comparto console (con PlayStation di Sony, Xbox di Microsoft e Switch di Nintendo) e tutto il resto dalla tecnologia online. In particolare, la modalità via cellulare tramite app fa la parte del leone, aggiudicandosi il 49% di tutti gli introiti.

Benché i due tipi di videogioco, quella a console e quella online, seguano percorsi di utilizzo distinti fra loro, in comune hanno le stesse tecnologie di progettazione, che ormai fanno un uso crescente di intelligenza artificiale. Da questo punto di vista il settore è talmente avanzato che è osservato dagli altri comparti produttivi – compreso quello della difesa – per stringere accordi di utilizzo dei risultati raggiunti. Un capovolgimento di ruoli che solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile. Più in generale, la filiera di fornitura dei videogiochi si può dividere in due grandi blocchi: quello di progettazione e quello di pubblicazione. L’una dedicata alla messa a punto dei giochi, l’altra alla messa in circolazione tramite la gestione dei dispositivi, delle piattaforme e delle app che permettono alle persone di giocare.

Ci sono ditte che fanno solo progettazione e vendono i loro prodotti a quelle che provvedono a mettere i giochi sul mercato. Alcuni esempi sono Juego Studios, Virtuos, Cubix, e altri.

Sempre più spesso, però, la progettazione avviene da parte di colossi che gestiscono anche la pubblicazione. Per quanto riguarda i giochi svolti tramite console alcuni esempi sono le giapponesi Sony e Nintendo e l’americana Microsoft Games, mentre sul lato dei giochi online (sia Pc che cellulare) compaiono le cinesi Tencent e Net Easy Games, le americane Activision Blizzard (di proprietà Microsoft), Electronic Arts, Epic Games, Roblox, Valve Steam, Nvidia, Netflix, la francese Ubisoft, la sudcoreana Nexon. Imprese che ormai non appartengono più, se non in minima parte, ai fondatori, ma sempre di più ai grandi soggetti della finanza.

Come accaduto, ad esempio, nel settembre 2025 quando Electronic Arts – al sesto posto per fatturato nel settore dei videogiochi – è stata comprata per 55 miliardi di dollari da un consorzio formato dal fondo sovrano saudita Pif, dalla società d’investimento Affinity partners di proprietà di Jared Kushner, genero di Donald Trump, e dal fondo californiano Silver Lake. I tre soggetti sono stati affiancati dalla banca statunitense JP Morgan, che ha messo sul tavolo 20 miliardi di dollari per finanziare l’operazione.

Il mondo della finanza è sempre più attratto dal settore dei videogiochi perché si sta dimostrando molto promettente. Basti dire che, dal 2005 al 2025, il suo giro d’affari è raddoppiato.

Gratis? Non proprio

A prima vista, questi numeri non si giustificano. Molti giochi online, infatti, sono gratuiti. Ma il trucco, anzi i trucchi, ci sono, anche se non si vedono.

Per prima cosa, un prezzo che tutti devono pagare per giocare è la tortura della pubblicità, che, nel 2024, ha generato introiti per 60 miliardi di dollari ai gestori di videogiochi online. In secondo luogo, molti videogiochi offrono gratuitamente solo i primi livelli, ma poi, per continuare a giocare, chiedono un pagamento.

In inglese, il sistema si chiama «Free to play + microtransactions» (Liberi di giocare + microtransazioni). Gratuitamente ti fanno entrare e ti fanno provare il brivido del gioco, ma poi, se vuoi godere di tutte le potenzialità, devi pagare un prezzo per ogni novità che vuoi aggiungere.

Per spillare ancora più soldi, c’è poi il sistema delle cosiddette «loot boxes», ossia le scatole delle sorprese, una sorta di gioco d’azzardo per cui paghi, ma non sai cosa otterrai: può essere niente e può essere una montagna di opportunità. L’intelligenza artificiale organizzerà le cose in modo da indurre il giocatore a fare più puntate possibili finché non si sarà dissanguato.

Numero ed età dei giocatori

La quantità di persone che praticano i videogiochi sta crescendo velocemente. Nel 2025, il numero di giocatori era stimato in tre miliardi e mezzo a livello mondiale, il 5% in più dell’anno precedente. Quanto all’Europa, l’associazione imprenditoriale di categoria stima che il 54% degli abitanti del continente, in prevalenza maschi, pratichi una qualche attività di videogioco.

Mediamente gli europei dedicano ai videogiochi 9 ore e mezzo per settimana, contro le 17 passate sui social media e 23 alla televisione.

Quello che preoccupa è l’età dei giocatori. In Europa, l’incidenza più alta di giocatori si trova fra i bambini in età compresa tra gli 11 e i 13 anni. In questa fascia d’età, ben l’85% fa uso di videogiochi mentre fra gli adulti in età compresa fra 45 e 65 anni l’incidenza è del 33%.

A rendere le cose ancora più allarmanti, c’è il fatto che ormai si comincia a giocare all’età di due anni, quando la deambulazione è ancora instabile, ma i pollici sanno già digitare sulla tastiera del cellulare, magari di ultima generazione. Non esistono statistiche sull’incidenza dei giocatori nella primissima infanzia, ma ma ci sono per i bambini europei tra i 6 e i 10 anni: il 69%.

La questione del tempo

I videogiochi presentano una varietà di problemi, alcuni comuni a tutti gli altri giochi, altri specifici, dovuti alla tecnologia impiegata e ai contenuti offerti. Fra i problemi condivisi con gli altri giochi, al primo posto c’è il furto di tempo, specie fra le fasce giovanili.

Don Lorenzo Milani, che aveva criticato aspramente la propensione delle parrocchie a farsi promotrici di giochi, considerava il gioco una sorta di bestemmia del tempo, «dono prezioso di Dio che passa e non torna».

Più laicamente, il gioco, salvo eccezioni, lo potremmo considerare un ostacolo all’elevazione personale, alla socialità, alla democrazia, considerato che le ore del giorno sono piuttosto limitate. Fra lavoro, accudimento della propria persona e sonno, se ne vanno una ventina di ore per cui diventa davvero risicato il tempo da destinare alla riflessione, alle relazioni affettive, alla partecipazione. Tutte dimensioni oggi fortemente in crisi come si evince dalla vittoria del pensiero breve, dai legami familiari sempre più sfilacciati, dalla democrazia in crisi profonda. L’afflusso alle urne sta andando pericolosamente sotto la soglia del 50% e mentre si cita la sfiducia verso i politici come causa principale della disaffezione popolare alla politica, si dimentica la difficoltà a capire la complessità come elemento che frena la partecipazione. Per partecipare con cognizione di causa a un sistema politicamente, economicamente e giuridicamente complesso, oltre che profondamente intrecciato a livello internazionale come è quello di oggi, servono due condizioni di fondo: una solida base culturale e un’ampia informazione quotidiana. E, se la solida base culturale dipende dal tipo di scuola che ci viene offerta, la capacità di informarci è fortemente dipendente anche dalla disponibilità di tempo. Purtroppo, se lo usiamo per giocare e divagarci, non ne rimane per informarci, lasciando campo libero all’indifferenza, al qualunquismo, agli autoritarismi.

Dalla libera scelta alla ludopatia

Fin qui abbiamo considerato la perdita di tempo come scelta libera di persone che hanno conservato la capacità di decidere se e quanto giocare. Ma non sempre è così perché in taluni il gioco crea dipendenza al pari di una droga.

Il termine esatto è ludopatia e consiste in un bisogno di giocare così irrefrenabile da diventare il principale obiettivo di vita.

Secondo gli ultimi dati pubblicati nel 2023 dall’Istituto superiore di sanità, in Italia la ludopatia riguarda all’incirca un milione e mezzo di persone e da quando si sono sviluppati i videogiochi il fenomeno è in crescita. La possibilità di giocare è, infatti, costantemente a portata di mano grazie al cellulare, perennemente in funzione.

Un dato ancora più preoccupante riguarda i minori. Il 10,4% degli studenti italiani giocatori tra i 14 e i 17 anni è un giocatore problematico, fa notare l’Istituto, che precisa: si definiscono problematici coloro i quali manifestano un comportamento di gioco che genera conseguenze negative per se stessi, per le persone che li circondano (come la rete sociale) e per la comunità in generale.

Sempre secondo i dati dell’Istituto italiano, con riferimento ai soli giocatori maschi, la percentuale di giovani che presenta un «possibile uso problematico dei videogiochi» è del 14,5% fra i diciassettenni e – addirittura – del 27% fra gli undicenni.

Un allarme confermato dal fatto che il 15,6% del primo gruppo e il 18% del secondo gruppo stanno davanti ai videogiochi più di quattro ore al giorno.

Nel 2018 anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha inserito la ludopatia da videogiochi nella lista delle malattie ufficialmente riconosciute, descrivendola come una condizione «caratterizzata dall’incapacità di tenere il gioco sotto controllo, considerandolo così importante da dargli la precedenza su qualsiasi altro interesse e attività quotidiana anche quando ci sono segni evidenti di quanto questa scelta sia dannosa».

Secondo uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista inglese
Public health in practice, mediamente l’8,6% dei giovani del mondo in età compresa fra 10 e 21 anni, è a rischio dipendenza da videogiochi, con l’Iran che arriva al 33% e l’Egitto addirittura al 63%.

L’impronta

Oltre all’aspetto socio sanitario, c’è anche quello educativo, perché ogni esperienza lascia un’impronta su di noi. Quella dei videogiochi non è delle migliori, per la spinta all’uso irresponsabile del tempo, lo stimolo consumista indotto dalla pubblicità, l’istigazione alla violenza esercitata dai contenuti bellici. La legge potrebbe porre degli argini a queste derive, ma è alquanto improbabile che lo faccia per non inimicarsi il mondo degli affari. Stante la situazione, solo una forte presa di coscienza collettiva potrà salvarci.

Francesco Gesualdi

 



Invece di armarci, potremmo…

Sommario

Introduzione: «Svuotare gli arsenali, riempire i granai»

Il nostro dossier inizia con questa frase di Sandro Pertini, pronunciata davanti al Parlamento in seduta comune il 9 luglio del 1978, giorno del suo insediamento come presidente della Repubblica italiana.

Nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (il 5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche, non solo da un punto di vista politico, ma anche finanziario e sociale.

La somma aggiuntiva, infatti, non sarà trovata aumentando le tasse sui ricchi, ma facendo lievitare il debito pubblico – già alla cifra record di 3.100 miliardi di euro – e tagliando le spese sociali.

Le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile.

Ecco perché, invece di armarci, potremmo, anzi dovremmo, spendere di più in sanità, scuola, difesa del territorio, accoglienza dei migranti e in molti altri ambiti che condizionano pesantemente la qualità della nostra vita personale, familiare, collettiva.

Le pagine che seguono passano in rassegna alcune delle problematiche più urgenti che dovremmo risolvere, evidenziando criticità e necessità finanziarie che la scelta militare non consente di soddisfare.

Francesco Gesualdi

Invece di armarci, potremmo:
Soccorrere la sanità pubblica

A forza di tagli e finanziamenti insufficienti, il Servizio sanitario nazionale non è più in grado di dare risposte rapide ed efficaci.

Le liste d’attesa rappresentano una delle criticità più pressanti del nostro Servizio sanitario. Secondo il ministero della Salute nel 2023 l’attesa media per una visita specialistica ha superato i 4 mesi, mentre per esami diagnostici come risonanza magnetica e Tac può arrivare anche a 12 mesi. Per interventi chirurgici, come la protesi d’anca o la cataratta, in molte regioni bisogna aspettare oltre un anno.

I lunghi tempi di attesa inducono molte persone a rinunciare alle cure: nel 2024, i rinunciatari sono stati 5,8 milioni, pari al 9,9% della popolazione. Chi può, invece, ricorre alla sanità privata: tra il 2012 e il 2024 la spesa sanitaria delle famiglie è cresciuta da 32 a 41 miliardi di euro.

La crisi della sanità pubblica emerge anche dalla carenza di personale. Ad esempio, mancano fra i 16mila e i 22mila infermieri. Quanto ai medici, le associazioni di categoria avvertono che sul territorio mancano 5.575 medici di famiglia, mentre negli ospedali mancano fra i 20 e i 25mila medici specialistici. La crisi è avvertita particolarmente nei reparti di pronto soccorso (almeno 3.500 medici in meno), oltre a quelli di rianimazione, pediatria, chirurgia, psichiatria.

Anche il raffronto con gli altri stati mette in evidenza il declino della sanità italiana. Mediamente, nell’Unione europea, la sanità pubblica assorbe il 6,9 % del Prodotto interno lordo, in Germania addirittura il 10,6%. In Italia non supera il 6,3%.

La conclusione della Fondazione Gimbe è che, per riportare la sanità pubblica italiana alla media europea, dovremmo aumentare il suo bilancio di una quindicina di miliardi di euro all’anno. Ma dove reperirli se si continua a sprecarli per spese di morte? ◆

Fonti

Fondazione Gimbe, Ottavo rapporto sul «Servizio sanitario nazionale», 9 ottobre 2025

Invece di armarci, potremmo:
Organizzare una buona scuola

La Costituzione italiana afferma che la scuola è aperta a tutti. Un concetto da intendersi sotto un duplice profilo.

La scuola italiana dovrebbe essere in grado di accogliere tutti e di fornire a tutti il sapere necessario a essere cittadini sovrani. Questi due propositi, però, non trovano riscontro nella realtà dei fatti.

Nel 1967, quando uscì il celebre libro Lettera a una professoressa, l’impostazione classista della scuola traspariva dall’alto numero di bocciature che buttavano fuori i ragazzi più poveri. Oggi sembrerebbe non essere più così perché le bocciature sono diventate così rare da avere ridotto l’abbandono scolastico sotto l’1%. Tuttavia, frequentare la scuola non significa automaticamente imparare. Da questo punto di vista i risultati sono deludenti. L’Istat certifica che oltre il 12% dei ragazzi sono persi, pur avendo formalmente frequentato l’intero ciclo della scuola dell’obbligo, perché il loro livello di conoscenze è ben al di sotto di quelle programmate. Del resto, che la scuola non assolva al proprio compito lo dimostra anche l’alta percentuale di «analfabetismo di ritorno».

L’Ocse ha appurato che il 35% degli adulti italiani, in età compresa fra i 16 e i 64 anni, fatica a comprendere testi brevi e a risolvere piccoli problemi di matematica. Si tratta di persone che, pur sapendo leggere e scrivere, incontrano difficoltà nella comprensione e nell’uso di informazioni scritte, con ripercussioni sulla loro capacità di accedere ai servizi, gestire situazioni burocratiche e affrontare il mondo del lavoro. Figurarsi capire un articolo di fondo o un dibattito parlamentare.

Per essere all’altezza del suo mandato costituzionale, la scuola deve mettersi a completa disposizione degli studenti sia in termini di tempo che di offerta didattica. Deve aumentare le ore annuali di insegnamento, deve ridurre il numero di allievi per classe, deve avere un numero di insegnanti sufficiente per personalizzare l’insegnamento, se necessario. Esigenza particolarmente sentita in un contesto fortemente multietnico come quello di oggi.

Organizzare una scuola al servizio di tutti è possibile, ma bisogna investirci denaro. Molto di più dei 52 miliardi di euro stanziati oggi. Invece succede il contrario. Se rapportata al Pil, la ricchezza prodotta nel paese, la spesa per la scuola è scesa dal 4,4% del 1995 al 3,9% di oggi. Ben al di sotto della media europea che si attesta al 4,7%.

Purtroppo, si preferisce destinare i soldi alle spese militari che – nello stesso periodo – sono passate dall’1,09% al 2% del Pil. Ma non è con i fucili che si costruisce la democrazia, bensì con cittadini ben istruiti. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
mettere le scuole in sicurezza

In Italia può succedere di andare a scuola e rischiare di morire perché l’edificio non è sicuro.

È successo a San Giuliano di Puglia nel 2002, quando una scossa di terremoto fece crollare il solaio di un plesso scolastico provocando la morte di 27 bambini e un’insegnante. Ed è successo a Rivoli nel 2008, quando il crollo improvviso di un controsoffitto uccise uno studente liceale.

Ancora oggi il 90% degli edifici scolastici statali, 36mila su 40mila, risultano tecnicamente irregolari perché non dispongono di tutte le certificazioni previste dalla legge. Addirittura 3.600 (10%) sono totalmente fuori norma perché non ne possiedono neanche una, pur ospitando 700mila persone fra allievi, insegnanti e personale amministrativo.

Il problema di fondo degli edifici scolastici è che sono vecchi. Due su tre sono stati costruiti più di 40 anni fa senza criteri antisismici, con l’impiego di materiali scadenti e senza misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche. In una parola andrebbero rifatti.

Attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) lo Stato ha stanziato 3,9 miliardi per l’ammodernamento degli edifici scolastici. Iniziativa lodevole, ma insufficiente. Secondo uno studio realizzato nel 2019 dalla Fondazione Agnelli, servirebbero 200 miliardi di euro, sei volte la cifra che abbiamo speso per armi nel 2025. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
Migliorare lo stato sociale

Salari, indennità per disoccupazione e pensioni troppo bassi: i poveri ci sono, lo Stato meno.

Teoricamente, ogni italiano dispone di una somma stimabile in 20.000 euro l’anno.

Si tratta, ovviamente, di una finzione statistica, perché in realtà le differenze di reddito sono notevoli. L’Istat conferma che, mediamente, gli introiti delle famiglie più ricche sono cinque volte e mezzo più alti di quelle più povere. E, andando più nel dettaglio, si scopre che gli ultimi della fila, all’incirca 12 milioni di individui, hanno un reddito attorno ai 2.000 euro l’anno, mentre le prime 60mila persone hanno introiti superiori al milione di euro.

La conclusione è che, in Italia, più di 13 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione, vivono una qualche forma di povertà e non solo per colpa della disoccupazione, ma anche di basse pensioni e bassi salari. In effetti, ci sono quattro milioni e mezzo di pensionati che riscuotono meno di 1.000 euro al mese (un milione e mezzo addirittura meno di 500 euro), mentre 3,8 milioni di individui sono poveri, pur lavorando, perché guadagnano meno di 1.000 euro al mese.

Una categoria particolarmente esposta alla povertà è quella dei bambini. In Italia, il 13,8% di loro – ossia 1,2 milioni di minori – vivono in povertà assoluta con tutto ciò che ne consegue sul piano scolastico, igienico, sanitario, perfino alimentare. Tanto che 200mila bambini in età compresa tra 0 e 5 anni (8,5% del totale) vivono in famiglie che non riescono a garantire un pasto adeguato ogni due giorni.

Fra indennità di disoccupazione, sostegno alla maternità e infanzia, assegni familiari, pensioni sociali, nel 2024 lo Stato italiano ha destinato alla protezione sociale 77 miliardi di euro, all’incirca il 13% delle entrate tributarie. Ma i problemi sociali da risolvere sono ancora molti, per cui la cifra va aumentata. Prova ne sia che, nel febbraio 2026, per mancanza di fondi, il Parlamento ha respinto la proposta di ampliare il congedo parentale nei confronti dei figli. Ma – anche in questo caso – i soldi si potevano trovare attingendo al comparto militare. ◆

Fonti

asilinido-baby-pixabay

Invece di armarci, potremmo:
allestire servizi per l’infanzia

L’Italia lamenta uno dei tassi di natalità più bassi del mondo. I motivi sono molti. Tra questi, la mancanza di asili nido.

In Italia, il numero di figli per donna fertile è ormai sceso a 1,14, tanto che, nel 2025, le nascite si sono arrestate a 355mila, circa 15mila in meno rispetto al 2024 (-3,9 per cento).

Al primo posto fra i motivi della bassa natalità ci sono le difficoltà economiche legate alla precarietà lavorativa, ai bassi salari, all’elevato costo della vita e alle alte spese per il mantenimento dei figli. Ma ci sono anche le difficoltà di conciliare lavoro e maternità o paternità per la mancanza di strutture di sostegno all’infanzia.

In Italia, gli asili nido hanno posti sufficienti per ospitare solo il 31,6% dei bambini in età compresa fra zero e tre anni. In Campania e Sicilia il livello di copertura scende al 13,2% e al 13,9%. Numeri che mettono chiaramente in evidenza quanto lo Stato sia latitante. Soprattutto se consideriamo che solo il 33% dei 378.500 posti disponibili a livello nazionale sono di offerta pubblica, mentre i restanti sono asili privati. Con inevitabili ripercussioni sui bilanci delle famiglie.

Secondo un’inchiesta condotta nel 2024 dalla rivista Altroconsumo, la retta media mensile pagata dalle famiglie con Isee di 30mila euro si aggira sui 500 euro a Milano e Torino, poco meno a Firenze, per permettere ai propri bambini di frequentare asili nido comunali. Nei nidi privati degli stessi territori la retta media sale a 640 euro, tranne a Milano dove raggiunge gli 800 euro mensili. L’impatto è attenuato da un bonus erogato dallo Stato di 327 euro al mese, ma le famiglie debbono pur sempre sborsare di tasca propria fra i 100 e i 450 euro al mese per ogni figlio a seconda di dove risiedono.

Gli asili nido sono un servizio utile non solo per i genitori che devono assentarsi per lavoro, ma per i bambini stessi a motivo delle opportunità di socialità e degli stimoli formativi che possono ricevere fin dai primi tempi di vita. Le ricerche confermano che l’educazione e la cura della prima infanzia rappresentano uno strumento privilegiato per ridurre il tasso di abbandono scolastico precoce, a sua volta strettamente correlato allo svantaggio socioeconomico. Per questo gli asili nido devono essere gratuiti e in numero sufficiente ad accogliere tutti i bambini. Ma richiedono stanziamenti per decine di miliardi di euro, non solo per costruire gli edifici, ma anche per assumere il personale e pagare il materiale utile a farli funzionare. In una società che si dichiara civilizzata la scelta fra armi e asili nido non dovrebbe neppure porsi. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
risanare la giustizia

Sia in ambito civile che penale per ottenere una sentenza definitiva occorrono anni. A ciò va aggiunto il disastro degli istituti penali.

In Europa, l’Italia ha il primato per lentezza giudiziaria. Nei contenziosi civili o commerciali ci vogliono in media 500 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri 700 per un giudizio di appello e altri 1.000 per un verdetto finale della Cassazione. In totale, ci vogliono mediamente cinque anni e dieci mesi per ottenere una sentenza definitiva in ambito civile. Quanto ai processi penali, di media passano 1.600 giorni (quattro anni e mezzo) dalla fase delle indagini preliminari alla sentenza della Corte di cassazione.

Tutti concordano che lo stato di crisi in cui si trova la giustizia italiana non è da imputare alla negligenza di chi ci lavora, ma alla carenza cronica di personale e mezzi. Oltre alla mancanza del 18% dei magistrati (1.900 su 10.600 previsti), il ministero della Giustizia certifica che, al dicembre 2024, mancavano 15mila funzionari sui 45.600 previsti. Solo grazie ai due miliardi di euro ottenuti dall’Unione europea tramite il Pnrr, è stato possibile assumere a tempo determinato 12mila addetti che hanno contribuito a ridurre dell’80% le cause civili arretrate. Ma si tratta di una misura temporanea.

La crisi della giustizia coinvolge anche il sistema carcerario. L’associazione Antigone riporta che, al 30 novembre 2025, in Italia le persone detenute erano più di 63mila a fronte di una capienza effettiva di 46mila posti. Il tasso medio di sovraffollamento è del 138,5%, con punte oltre il 200% nelle carceri di Milano, Foggia, Lucca. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate dall’associazione, non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona. La triste conseguenza è l’aumento dei suicidi arrivati a 76 nel 2025, un’incidenza 20 volte più alta rispetto alla popolazione non carcerata.

Le cose non vanno meglio negli istituti penali per minori. Da quando il «decreto Caivano» ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare e ridotto l’uso delle alternative al carcere, è cresciuto il tasso di affollamento negli istituti minorili fin oltre il 140%. Al colmo dell’esasperazione si sono intensificate le proteste dei ragazzi carcerati, ma come risposta sono arrivati provvedimenti disciplinari e farmaci. La rivista Altreconomia riporta che, nel 2024, la spesa pro capite per psicofarmaci è cresciuta a dismisura in molte carceri minorili, addirittura del 1.000% nel carcere di Pontremoli.

In termini monetari, il ministero della Giustizia assorbe 11 miliardi di euro l’anno. Per ridare dignità alle carceri e permettere alla giustizia di recuperare efficienza, servirebbe una disponibilità aggiuntiva di un miliardo l’anno per l’assunzione del personale mancante. Inoltre servirebbe una spesa straordinaria di un miliardo e mezzo per interventi edilizi e tecnologici. Cifre tutto sommato contenute, che però si scontrano con la scelta di investire in spese di morte piuttosto che in spese di maggiore giustizia. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
mettere il territorio in sicurezza

Milioni di italiani vivono in zone a rischio idrogeologico.

L’Italia è un territorio fragile sempre più esposto a frane, cedimenti di terreno, alluvioni, anche a causa dei cambiamenti climatici. Ne sono una triste conferma il crollo, nel 2026, di una porzione importante del paese di Niscemi, un comune della Sicilia meridionale. Oppure la frana che nel 2022 colpì il comune di Casamicciola, nell’isola di Ischia, provocando la morte di 12 persone, centinaia di sfollati e gravi danni alla rete stradale. Per non parlare del disastro che nel 2023 coinvolse 44 comuni dell’Emilia-Romagna. Le forti piogge provocarono lo straripamento di 23 fiumi, con allagamento di 540 chilometri quadrati di territorio, causando la morte di 17 persone e danni a case, strade e attività produttive per 10 miliardi di euro.

Stando ai dati Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in Italia i comuni variamente a rischio idrogeologico, per la probabilità di eventi come frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera, sono 7.463, il 94,5% del totale. Complessivamente oltre 30 milioni di persone vivono in aree vulnerabili di cui 5,7 in zone a rischio frane e 6,8 in aree a rischio alluvioni.

Sappiamo che il rischio idrogeologico è stato aggravato da scelte sbagliate come disboscamenti, agricoltura intensiva, cementificazione eccessiva e indiscriminata. Ed è da qui che dobbiamo partire per rimettere il nostro territorio in sicurezza. Ma nel contempo dobbiamo realizzare tutta una serie di interventi per limitare allagamenti, frane e cedimenti di terreno.

Nel libro «Fuori dalle emergenze», i due autori, esponenti della fondazione Earth and water agenda, sostengono che «l’Italia può ridurre drasticamente vittime e danni da terremoti, alluvioni, frane, incendi e siccità investendo circa lo 0,9% del Pil ogni anno per quindici anni». Il totale fa 300 miliardi di euro, 20 all’anno, una cifra che costituisce una ragione di più per sbarazzarsi delle spese inutili e dannose, come quelle militari. ◆

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Invece di armarci, potremmo:
bonificare la rete idrica

La carenza d’acqua sarà sempre più grave. Eppure, non si fa abbastanza per impedire perdite e sprechi.

Nel 2024, l’8,7% delle famiglie italiane ha lamentato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua. I problemi principali includono interruzioni temporanee, cali di pressione e razionamenti. I disservizi riguardano tutte le regioni, con percentuali variabili, e coinvolgono circa 2,3 milioni di famiglie, oltre due terzi delle quali residenti nel Mezzogiorno.

Con l’acuirsi dei cambiamenti climatici, la carenza d’acqua è destinata ad aggravarsi, anche perché molte infrastrutture sono vecchie e fatiscenti. Ad esempio, la maggior parte delle grandi dighe e degli invasi idrici d’Italia è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso ed avrebbe bisogno di importanti lavori di ristrutturazione per poter assolvere alla propria funzione in piena efficienza.

Anche la rete idrica è molto vecchia: il 60% ha più di 30 anni, il 25% addirittura più di 50 anni. I materiali sono così deteriorati che il 42% dell’acqua immessa in rete viene dispersa. Le perdite sono particolarmente critiche al Centro Sud, con punte del 71% a Potenza.

L’istituto Ambrosetti ha calcolato che per mettere il sistema idrico in sicurezza servirebbero 50 miliardi di euro, più di quanto si spende in un solo anno per armamenti. Ricordandoci che, senza l’intervento dello Stato, rimangono due sole alternative: rubinetti sempre più a secco o bollette sempre più care. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
accelerare la transizione energetica

L’abbandono dei combustibili fossili è sempre più necessario, eppure non pare una priorità.

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca ad assorbirne. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con una serie di effetti a catena. I climatologi ci dicono che oggi la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850, con effetti negativi sul clima, sul livello dei mari, sulla biodiversità, sul ciclo dell’acqua, sulla produzione agricola. Il motivo per cui, negli ultimi due secoli, l’umanità ha prodotto così tanta anidride carbonica, da compromettere gli equilibri naturali, è da ricercarsi nell’utilizzo eccessivo di combustibili fossili, ossia carbone, gas e petrolio. Dunque, se vogliamo salvarci, dobbiamo abbandonare questi materiali e ottenere energia da fonti rinnovabili: sole, vento, corsi d’acqua. Ma, in Italia, le fonti rinnovabili contribuiscono solo al 42,4% dell’energia elettrica prodotta (dato 2025), mentre in Spagna e Germania rappresentano il 60%.

I cambiamenti necessari per staccare la spina dai combustibili fossili vanno sotto il nome di transizione energetica e coinvolgono il modo di costruire, scaldare e refrigerare le nostre case, il modo di produrre, consumare e trasportare l’energia elettrica, il modo di fare agricoltura, il modo di fornire energia ai mezzi di trasporto. Per ognuno di questi aspetti l’Unione europea ha fissato degli obiettivi che gli stati membri debbono raggiungere entro il 2030, chiedendo a ognuno di loro di presentare il proprio piano d’azione. Anche l’Italia ha presentato il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), nel quale specifica che, per il solo periodo 2024-2030, la transizione energetica richiederà investimenti complessivi per 824 miliardi di euro. Il Piano non precisa chi dovrà sostenere la spesa, ma certamente anche lo Stato dovrà fare la propria parte per importi ben superiori ai 20 miliardi di euro stanziati tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Decisamente è arrivato il tempo di ridefinire le nostre priorità. ◆

Fonti

  • – Ministero dell’Ambiente e Sicurezza energetica
  • – European House Ambrosetti, «Lo stato della transizione energetica in Italia», 2025

Invece di armarci, potremmo:
accogliere degnamente i migranti

L’Italia è un Paese vecchio. Anche per questo l’immigrazione è indispensabile.

Ogni anno, nel mondo, decine di milioni di persone sono costrette a lasciare le loro case per fuggire da guerre, fame, povertà, disastri naturali, repressione politica. Molti migranti bussano anche alle nostre porte, ma noi cerchiamo di tenerli fuori. Anche a costo di farli morire in mare.

Nel 2025 è stata accertata la morte di 1.324 persone nel Mediterraneo centrale e di 2.200 su tutte le rotte mediterranee.

La cosa assurda è che noi rifiutiamo gli immigrati, ma ne abbiamo bisogno. Le statistiche confermano che l’Italia sta invecchiando: un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni, l’8% addirittura più di 80. Una popolazione di vecchi è destinata al declino; avremmo tutto l’interesse ad aprire le porte ai giovani stranieri e a investire su di loro per farne dei cittadini che si prendano cura della nostra collettività. Come del resto già fanno coloro che ormai hanno messo radici «casa nostra» (che oramai è anche «casa loro»).

I migranti contribuiscono in maniera significativa alla nostra economia. Nel 2023 hanno prodotto 177 miliardi di euro (pari al 9% del Pil), pagato tasse per 13 miliardi, e versato contributi pensionistici per 25 miliardi. Molti anziani devono ringraziare gli immigrati se riscuotono una pensione, perché i pagamenti sono effettuati con la liquidità messa a disposizione da chi lavora.

Al dicembre 2025 si contavano 142mila immigrati nelle strutture predisposte dal governo per i richiedenti asilo. Strutture che, per ammissione generale, assomigliano più a centri di detenzione che di accoglienza. Il centro di Gjader, in Albania, ne è una triste conferma.

Il Governo non fornisce numeri sui costi sostenuti nel 2025 a favore dei richiedenti asilo, ma verosimilmente la cifra si aggira su 2-3 miliardi di euro, meno di un decimo di quanto abbiamo speso in armamenti. Se destinassimo parte delle spese militari all’accoglienza, potremmo dare ospitalità a un numero ben più ampio di richiedenti asilo, ma soprattutto di qualità più decorosa. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
potenziare la cooperazione

Nel 2015 l’Onu ha stabilito una serie di obiettivi di sviluppo da raggiungere entro il 2030. La scadenza è vicina, la meta ancora lontana.

Se lasciamo l’Italia e allarghiamo lo sguardo al mondo, scopriamo problematiche ben più gravi di quelle esistenti nel nostro Paese.

Nel 2015 tutti gli Stati si misero d’accordo per porre fine a una serie di vergogne che affliggono il mondo. Problematiche come la fame, la penuria di acqua pulita e di servizi igienici, la mancanza di corrente elettrica, le migrazioni forzate dovute ai disastri naturali. Il programma, la cosiddetta «Agenda 30», prevedeva interventi in 17 ambiti, che vennero battezzati «obiettivi per lo sviluppo sostenibile», da raggiungere entro il 2030. Ma, a pochi anni dal traguardo, molte problematiche rimangono ancora da risolvere, mentre alcune si sono addirittura aggravate.

Attualmente 750 milioni di persone soffrono la fame. Oltre 2 miliardi di individui hanno problemi di approvvigionamento idrico e mancano di servizi igienici. Più di 1 miliardo non dispone di corrente elettrica. Intanto, cresce il numero di chi è costretto ad abbandonare le proprie case per allagamenti, carestie o siccità dovuti al peggioramento della crisi climatica.

Le necessità finanziarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 sono nell’ordine delle migliaia di miliardi di euro: cifre impossibili per i paesi più poveri, che per giunta soffrono anche le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici. Da soli non ce la faranno mai ad affrontare le spese necessarie per garantire ai propri cittadini livelli adeguati di sanità, istruzione, alloggio, sicurezza di vita. Anche perché sono nella morsa di debiti pesantissimi verso l’estero.

L’unica soluzione è che intervengano i Paesi ricchi, tanto più che la loro fortuna è stata costruita sullo sfruttamento di quelli poveri. Posizione condivisa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che, già nel 1970, aveva indicato lo 0,70% del reddito nazionale come quota da destinare alla solidarietà internazionale. Una percentuale che, applicata all’Italia, corrisponde a 14 miliardi di euro, ma il nostro Paese si ferma a 6 miliardi, appena lo 0,29% del nostro reddito nazionale. Con un’inclinazione a ridurre, non solo per il riaffiorare degli spiriti nazionalistici, ma anche per il restringersi delle disponibilità economiche dovuto all’aumento delle spese militari. ◆

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Don Lorenzo Milani

Invece di armarci, potremmo:
investire nella difesa nonviolenta

Sull’esempio di Ghandi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani.

Difendersi è una necessità, ma è pericoloso affidarsi alla via armata perché espone a conseguenze molto gravi sia in tempo di guerra che di pace. In caso di guerra, per i morti provocati dalle bombe, i veleni sprigionati dai siti chimici danneggiati, i materiali radioattivi emessi da certi ordigni, la distruzione di case, ospedali, strade, fabbriche che creano il caos sociale ed economico. In tempo di pace, per l’inquinamento connesso alla produzione di armi, le risorse sottratte alla soluzione dei problemi sociali e sanitari, il mancato stimolo a compiere scelte politiche ed economiche che favoriscono la pace. E tutto questo senza certezza di difesa, perché nei conflitti armati non vince chi ha ragione, ma il più forte. A rigor di logica, chi decide di basare la propria difesa sulla forza delle armi può avere successo solo se punta a essere il primo al mondo per dotazione armata. Ma sapendo che ciò porterebbe al collasso economico e sociale, nessun Paese di piccola e media taglia si avvia per questa strada, finendo per mettersi nella posizione assurda di chi impoverisce il comparto sociale per alimentare un sistema militare inefficace.

L’unico modo per uscire da questa situazione senza senso è decidere di basare la difesa su una forza diversa da quella armata: la forza della verità. Una potenza che si basa su popoli così convinti dei propri valori che di fronte all’aggressore mettono in atto la non collaborazione come hanno insegnato Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani (nella foto). L’alternativa, insomma, è la difesa popolare nonviolenta basata sulla constatazione che nessun invasore può sopravvivere di fronte a un popolo che non è disposto a collaborare. Ossia che non obbedisce agli ordini dell’esercito occupante, che non paga i tributi imposti, che diserta tutte le attività utili al dominio dell’invasore. Molti pensano che si tratti di pura teoria, ma oltre all’esperienza indiana, ci sono altri casi di successo di resistenza nonviolenta perfino nei confronti dei nazisti.

La difesa nonviolenta può funzionare, ma ha bisogno di cittadini motivati e addestrati alle tecniche della non collaborazione. Un risultato che si può ottenere investendo di più nella formazione ai valori costituzionali e istituendo un Servizio nazionale di difesa popolare non violenta funzionante con la partecipazione obbligatoria di tutti i cittadini, sia uomini che donne. Qualche mese della propria vita utilizzato per apprendere le tecniche di disobbedienza civile e rendere gratuitamente un servizio sociale e ambientale alla collettività.

Un passo in questa direzione è rappresentato dalla proposta di legge di iniziativa popolare per la «difesa civile non armata e non violenta», lanciata dalla Campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
istituire un corpo civile di pace

Fare azioni d’interposizione nei conflitti è possibile. Gli esempi dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e della Comunità di Sant’Egidio.

I conflitti non sono mai fulmini a ciel sereno. Hanno sempre dietro di sé risentimenti provocati da abusi, accordi non rispettati, diritti violati. Spesso è il loro accumulo a provocare ritorsioni, vendette e contro vendette. La guerra fra Israele e Palestinesi ha alle spalle una storia di questo tipo: dal 1967 a oggi sono una trentina le risoluzioni Onu violate da Israele. Se Israele avesse avuto attorno a sé Paesi amici che l’avessero indotta a interrompere gli abusi, l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 probabilmente non sarebbe mai avvenuto.

L’articolo 11 della nostra Costituzione rileva la necessità dell’azione internazionale per garantire la pace. Due iniziative che potrebbero essere assunte in questa direzione sono la creazione per via legislativa dei Corpi d’interposizione nonviolenta (anche detti «Corpi civili di pace») e l’istituzione del ministero della Riconciliazione.

I Corpi d’interposizione nonviolenta dovrebbero essere corpi governativi non armati con il compito d’intervenire in zone di conflitto come forze d’interposizione disarmata al fine di proteggere la popolazione, dissuadere le parti belligeranti dall’uso delle armi (usando come deterrente la propria presenza), prospettare alle parti soluzioni di pace.

Una simile attività è svolta in alcune aree del mondo dall’Associazione Papa Giovanni XXIII tramite l’«Operazione Colomba», a dimostrazione che si può fare.

Il ministero della Riconciliazione dovrebbe avere il compito di mantenere l’attenzione sulle zone più calde del mondo per valutare gli abusi commessi. Quindi, esercitare tutta la pressione diplomatica possibile per farli cessare. Parimenti dovrebbe avviare ogni iniziativa di mediazione per fare parlare le parti in conflitto. Solo attraverso il dialogo si può giungere a soluzioni condivise per vie pacifiche.

Fino ad oggi, in Italia, il compito di mediazione è stato svolto principalmente da organizzazioni della società civile come la Comunità di Sant’Egidio. Ma si tratta di azioni tampone. L’attività di mediazione deve essere svolta in maniera continuativa, avendo a disposizione tutte le risorse che servono. Per questo deve essere assunta dai governi che – però – devono dare prova di neutralità sganciandosi da qualsiasi tipo di alleanza militare.

Anche i Corpi civili di pace sono previsti dalla proposta di legge di iniziativa popolare lanciata nel marzo 2026 dalla campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
rafforzare le nazioni unite

Nata nel 1945, oggi l’Onu versa in una crisi grave e pericolosa.

Convinti che le guerre vadano evitate, nel 1945 venne istituita l’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come luogo d’incontro di tutte le nazioni per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, definire regole universali a tutela dei diritti umani, politici e sociali, discutere e risolvere i problemi che affliggono l’umanità da un punto di vista sanitario, ambientale e sociale.

Non a caso all’interno delle Nazioni Unite sono nate agenzie come l’Unicef a protezione dell’infanzia, la Fao per la promozione della produzione agricola, l’Oms a difesa della salute, l’Oil (Ilo)a tutela del lavoro, l’Unep a protezione dell’ambiente.

Grazie all’Onu, è stato possibile promuovere il processo di decolonizzazione, portare all’ordine del giorno il tema della miseria, far maturare l’idea dello «sviluppo umano», far crescere la cultura dell’eguaglianza di genere e della tutela ambientale, disinnescare alcuni conflitti.

Oggi ci sono governi che vogliono indebolire, o addirittura distruggere, il sistema delle Nazioni Unite. In particolare, gli Stati Uniti che – sotto Trump – hanno deciso di abbandonare alcune agenzie internazionali, di ridurre i finanziamenti a loro favore, di lanciare organismi alternativi, diretti da loro stessi, per la gestione di situazioni particolari. Tipico il Board of peace, creato nel gennaio 2026, per amministrare quel che resta di Gaza, secondo logiche affaristiche e neocoloniali.  Oltre al Segretariato generale, il sistema delle Nazioni Unite comprende una quarantina di agenzie specializzate su temi specifici che complessivamente richiedono un fabbisogno finanziario attorno ai 70 miliardi di dollari. Nel 2022 la somma raccolta è stata di 74 miliardi, ma nel 2023 si è fermata a 67 miliardi. Segno di come i governi, che contribuiscono a circa il 70% del fabbisogno finanziario delle Nazioni Unite, stiano riducendo il proprio impegno. Non a caso sta salendo la quota di finanziamento delle realtà private con il rischio che le Nazioni Unite si pieghino al mondo degli affari.

L’Italia si vanta di essere fra i maggiori contributori del sistema delle Nazioni Unite. Nel 2024 il suo contributo complessivo è stato di circa 850 milioni di dollari, per il 13% destinato al Segretariato generale, il 22% a operazioni di mantenimento di pace, il 65% alle agenzie di sviluppo sociale e umanitario. La cifra, però, rappresenta a malapena un quarantesimo della spesa militare. Come Paese che, secondo la Costituzione, «ripudia la guerra» e ha l’obbligo di «favorire le organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia fra le nazioni», dovremmo invertire le proporzioni. ◆

Fonti

Hanno firmato il dossier:

Francesco Gesualdi. Autore dei testi. È coordinatore del «Centro nuovo modello di sviluppo», associazione di volontariato che svolge attività di ricerca al servizio dei gruppi militanti, su: rapporti Nord/Sud, processi di impoverimento, squilibri ambientali, modelli economici alternativi. Per MC è responsabile da anni di un’apprezzata rubrica di economia. Sito web: www.cnms.it.

Roberto Benotti. Alias «Robihood», autore delle vignette. Da sempre produce vignette su tutto, dalla politica al sociale, dalla religione al cibo. È appena uscito il suo ultimo libro: «Francesco anima libera» (edizioni inDialogo, Milano). Sito web: www.robertobenotti.it.

A cura di Paolo Moiola, giornalista MC.




Sapore di «woke»

Il termine indica l’opposizione a qualsiasi forma di discriminazione: razziale, sessuale, sociale, etnica, religiosa. Per il presidente statunitense è, invece, l’origine di tutti i mali. Da cancellare a ogni costo.

Donald Trump l’aveva annunciato in campagna elettorale e l’ha confermato nel suo discorso tenuto il 4 marzo 2025 davanti al Congresso: avrebbe fatto qualunque cosa per demolire tutto ciò che ha il sapore di woke. E, per dimostrare fin dove è disposto a spingersi, il 6 febbraio 2026 ha pubblicato un post, elaborato dall’intelligenza artificiale, che rappresenta Barack Obama e la moglie Michelle nelle sembianze di scimmie. Benvenuti fra le bravate oscurantiste dell’uomo eletto per la seconda volta a presidente degli Stati Uniti d’America, il Paese da molti additato come faro della democrazia.

Nascita ed evoluzione di un termine

«Stai all’erta. Vota». Immagine Marcia Fudge-Wikimedia 2018.

Prima che Donald Trump tornasse alla Casa Bianca, solo pochi in Italia conoscevano l’esistenza del termine woke e un numero ancora più piccolo era a conoscenza del suo significato politico. Da un punto di vista linguistico, woke è un’espressione dialettale delle comunità nere degli Stati Uniti, per indicare lo stato di veglia contrapposto a quella di sonno. Ma, come succede pure in italiano, sveglio ha anche un significato metaforico che indica la capacità di capire al volo la realtà. Come esortazione, poi, è un invito «a tenere gli occhi aperti, a stare all’erta».

L’espressione assunse connotati politici negli anni Trenta quando nove adolescenti neri di Scottsboro (foto pagina seguente), una cittadina dell’Alabama, finirono sotto processo con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di due donne bianche. Il processo si concluse con un verdetto di colpevolezza e la condanna a morte di quasi tutti gli imputati. Ma, per come si era svolto il dibattimento, apparve chiaro a tutti che si era trattato di un processo farsa, animato solo da un intento punitivo di matrice razzista. In effetti, la giuria era formata solo da maschi bianchi ed erano state accettate per buone prove del tutto inconsistenti.

A seguito del processo si levarono molte proteste e il cantante nero Huddie Ledbetter – in arte Lead Belly – diede il proprio contributo componendo una canzone che invitava tutti i neri degli Stati Uniti a evitare l’Alabama. E, nel caso qualcuno non avesse potuto rinunciarvi, Lead Belly raccomandava di «essere woke», ossia di tenere gli occhi bene aperti per non incorrere in rappresaglie razziste. Così l’Alabama divenne l’emblema del razzismo e woke la parola d’ordine contro la discriminazione razziale.

Più tardi, attorno agli anni Settanta, il termine venne adottato anche dal movimento Lgbt che lottava per i diritti delle minoranze sessuali, e woke assunse il significato più ampio di opposizione a qualsiasi forma di discriminazione, sia essa razziale, sessuale, etnica, religiosa o sociale. Un’opposizione che, messa in positivo, si traduce nell’aspirazione a una società più giusta e più inclusiva, per cui woke è diventato sinonimo di parità, accoglienza, diritti.

Le leggi anti discriminazione

Il primo grande successo del movimento woke si concretizzò nel 1964, quando venne emanato il Civil rights act. Il provvedimento, promosso da John F. Kennedy, ma firmato da Lyndon Johnson, metteva fuori legge qualsiasi forma di discriminazione attuata nei luoghi pubblici, nei posti di lavoro, nelle scuole.

La lotta alla discriminazione continuò nel 1965 con una legge che vietava qualsiasi pratica tesa a escludere dal voto chi aveva bassi livelli di istruzione o di reddito. Nell’ambito più specifico della discriminazione sessuale, nel 1993 venne votata una legge per mettere fine all’esclusione degli omosessuali dall’arruolamento nell’esercito, purché non manifestassero pubblicamente la loro tendenza sessuale. Ma, nel 2010, un provvedimento firmato da Barack Obama tolse anche questo vincolo, e l’esercito si aprì totalmente a qualsiasi orientamento sessuale.

Intanto, nel 2009, era stata emanata una legge contro i crimini animati da odio verso gay e transgender. Più tardi anche Joe Biden si spese a favore delle categorie più svantaggiate tramite l’emanazione di vari ordini esecutivi che non solo destinavano più fondi a senza casa, invalidi e senza reddito, ma obbligavano gli uffici e le agenzie federali a dotarsi di tutti gli strumenti necessari ad assicurare l’assunzione, la parità salariale e di carriera alle persone tradizionalmente discriminate su base razziale, sociale e sessuale.

Non a caso tali provvedimenti hanno preso il nome di Dei, acronimo di «diversità, equità, inclusione».

Revisionismo e disprezzo

Appena tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha firmato tre ordini esecutivi, o meglio tre «contrordini», per annullare le iniziative di Biden, sostenendo – addirittura – che è discriminatorio cercare di favorire determinate categorie. Purtroppo, è stato solo l’inizio di un processo revisionista di proporzioni ben più vaste.

Deciso a ripristinare il modello anti woke in ogni ambito del vivere economico e sociale, Trump ha dato battaglia a tutto ciò che ha il sapore di solidarietà, equità, inclusione. Ed ha cominciato proprio dalla solidarietà, ordinando la sospensione di tutti i programmi di cooperazione internazionale che gli Stati Uniti gestivano nei paesi più poveri tramite Usaid,l’agenzia statale di cooperazione.

Si sperava che si trattasse di un provvedimento temporaneo, invece il primo luglio 2025 l’Usaid venne chiusa definitivamente e ai paesi più poveri è venuto a mancare un canale di assistenza importante.

A titolo d’esempio, nel 2024 l’agenzia aveva erogato fondi per 32 miliardi di dollari, per la maggior parte destinati a programmi di aiuto alimentare e sanitario. Secondo uno studio della rivista scientifica Lancet, la soppressione dell’attività dell’Usaid può significare la morte per oltre 14 milioni di persone da qui al 2030. Del resto, il disprezzo di Trump per la cooperazione internazionale emerge anche dalla decisione, assunta nel gennaio 2026, di ritirare gli Stati Uniti (e i loro contributi) da ben 66 organismi internazionali, fra cui l’Organizzazione mondiale della sanità.

La «grande bella» legge

In ogni caso il provvedimento anti woke di cui Trump va più fiero viene assunto nel luglio 2025 quando il Congresso approva una legge di proposta governativa che il tycoon battezza Big beautiful bill, grande bellissima legge Di naturafinanziaria, il provvedimento introduce tagli fiscali alle classi più agiate, riduce i fondi destinati all’assistenza sanitaria e alimentare, aggrava i costi per le pratiche dei migranti, potenzia le forze di polizia addette alla repressione dell’immigrazione clandestina. In breve, è un capolavoro di disuguaglianza sociale, di lotta ai poveri, di lotta ai migranti.

Negli Stati Uniti, più di 43 milioni di persone (il 12,9% della popolazione) vivono in condizione di povertà estrema, addirittura incapaci di mangiare adeguatamente. Riescono a sbarcare il lunario grazie ai buoni cibo ricevuti dallo Stato spendibili nei supermercati. Ma un’altra cinquantina di milioni di persone, per un totale di 90 milioni di individui, non sono in grado di pagarsi un’assicurazione sanitaria e riescono ad avere le cure minime solo grazie al programma di assistenza governativa denominato Medicaid.

Secondo le indagini condotte dall’Ufficio studi dei parlamentari democratici, i tagli previsti dal Big beautiful bill lasceranno 15 milioni di americani senza nessun tipo di assistenza medica, mentre priveranno 5 milioni di poveri dei buoni alimentari. E mentre la spesa sanitaria è stata ridotta di 800 miliardi di dollari, quella per contrastare l’immigrazione clandestina è stata aumentata di 140 miliardi di dollari. Soldi che, stando alle rivelazioni del Financial Times, sono stati in parte destinati ad aziende edili come Fisher Sand & Gravel per la costruzione del muro alla frontiera con il Messico, in parte ad aziende come Palantir, Deloitte, Amazon, Microsoft, per il potenziamento
del servizio di sorveglianza
elettronica, in parte al ministero dell’Interno per il rafforzamento dell’Ice, il famigerato corpo di polizia istituito per dare la caccia ai migranti irregolari (cfr. MC aprile 2026).

Le operazioni dell’Ice

«Non posso respirare», lo slogan del movimento statunitense Black lives matter. Foto Obi-Unspash.

L’Ice venne istituito nel 2003 da George Bush e, per il nome che porta, era concepito come una sorta di guardia di frontiera antimmigrazione. Ice, infatti, sta per Immigration customs enforcement che può essere tradotto come Controllo migratorio alle frontiere. Trump però l’ha trasformato in un corpo che esegue rastrellamenti all’interno del territorio statunitense per scovare gli immigrati irregolari sparsi per il Paese.

L’operazione speciale è iniziata nell’aprile del 2025 con un ordine esecutivo firmato da Trump per «proteggere la comunità americana dagli alieni criminali». Dopo aver lamentato che alcuni Stati della nazione stanno disobbedendo alle leggi federali in quanto «continuano a usare la loro autorità per violare, ostacolare e sfidare le leggi federali sull’immigrazione», Trump ha ordinato agli uffici interni di individuare tali Stati e di assumere tutte le misure necessarie per ripristinare il rispetto della legge federale.

Gli Stati finiti nella lista nera sono diciassette, fra cui California, New Jersey, Massachusetts, Washington. Ma le cronache ci dicono che il Minnesota è risultato essere lo Stato più preso di mira, forse perché si trova al confine con il Canada, nazione che Trump rivendica come cinquantunesimo componente degli Stati Uniti. Trump vi ha mandato truppe speciali dell’Ice per rintracciare tutti gli stranieri soggiornanti con permessi ritenuti abusivi, per arrestarli e rinchiuderli in appositi centri di detenzione e, infine, deportarli nel proprio paese di provenienza, o anche altrove, come testimoniano le deportazioni effettuate verso il Salvador, Costa Rica, Messico, Panama, addirittura Rwanda, Uganda, Sud Sudan, Eswatini (ex Swaziland). Alla popolazione di Minneapolis, capitale del Minnesota, l’intervento dell’Ice ha ricordato i rastrellamenti eseguiti dalle SS per scovare gli ebrei e deportarli nei campi di concentramento. Perciò, c’è stata una forte opposizione popolare che è costata la vita a due dimostranti e difensori dei diritti umani.

Qualche numero

In termini numerici la quantità di immigrati deportati dagli Usa nel 2025 è simile a quelli deportati nel 2024: 675mila contro 650mila. È cambiata però la loro composizione. Sotto Biden il 75% degli arresti avvenivano alla frontiera, il 25% nel resto del Paese; sotto Trump il 25% sono avvenuti alla frontiera, il 75% dispersi sul territorio. Un’inversione dovuta al rallentamento del flusso migratorio indotto dal clima di paura provocato dalle misure di Trump e allo sguinzagliamento dei poliziotti dell’Ice sul territorio nazionale.

Il Deportation data project conferma che, nel primo anno di amministrazione Trump 2, il numero di deportati, prelevati in località lontane dai confini, è aumentato quattro volte e mezzo. E pensare che gli Stati Uniti, al pari tutti i Paesi industrializzati, afflitti da processi d’invecchiamento, hanno un assoluto bisogno di immigrati.

L’American immigration council sostiene che perfino gli immigrati irregolari – all’incirca 10 milioni – contribuiscono al finanziamento dei servizi sociali e sanitari statunitensi tramite le tasse che pagano su ciò che consumano. Nel 2023, il loro contributo è stato pari a 89 miliardi di dollari. E se prendiamo i 50 milioni di immigrati complessivi presenti negli Stati Uniti, scopriamo che contribuiscono al 17% delle imposte raccolte nel Paese, mentre sono determinanti in settori chiave come agricoltura, costruzioni, industria alimentare. Chissà che dove non è riuscita la coscienza, riesca lo spirito di convenienza a convincere il popolo Maga che il futuro è woke o non è.

Francesco Gesualdi




Le «tre sorelle» danno i voti

Il «rating» è un voto d’affidabilità finanziaria assegnato da alcune agenzie private a società, enti o Stati. Le più importanti sono tre, tutte statunitensi. La questione è: chi controlla la correttezza delle agenzie?

Da qualche tempo alle nazioni vengono assegnate pagelle come se fossero degli scolaretti sui banchi di scuola. In cattedra non siedono però dei professori, bensì delle imprese, cosiddette «di rating», alla lettera agenzie di valutazione. In tutto il mondo ne esistono all’incirca centocinquanta, ma le più grandi sono tre, tutte con casa madre statunitense: Moody’s, S&P e Fitch, anche dette «le tre sorelle».

Imprese dai contorni misteriosi, le agenzie di rating sono ben conosciute soprattutto da chi cerca di guadagnare tramite i prestiti perché è per questi che esse sono nate. Benché la loro fisionomia sia cambiata nel corso del tempo, queste agenzie hanno mantenuto l’impronta del controspionaggio: il loro compito è, infatti, raccogliere informazioni sulla solidità economica di chi richiede prestiti – che sia un’azienda o uno Stato -, affinché affinché i loro finanziatori possano stabilire se si tratta di soggetti sicuri, ai quali conviene prestare denaro, o di soggetti inaffidabili dai quali è meglio stare alla larga.

Gli inizi

La nascita delle agenzie di rating avviene negli Stati Uniti e si collega alla costruzione delle ferrovie. Siamo nella seconda metà del 1800 e il treno a vapore è ormai una realtà consolidata. Si moltiplicano le imprese decise a costruire ferrovie come mezzo di collegamento fra le diverse località del Paese. Il primo tratto, di appena 13 miglia, viene costruito nel 1827 per collegare la città di Baltimora al fiume Ohio. Successivamente, vengono realizzati centinaia di altri tronconi, fino a completare, nel 1869, la ferrovia transcontinentale, che collega la due coste degli Stati Uniti. La messa in posa dei binari richiede una gran quantità di denaro che le imprese si procurano non solo ricorrendo alle banche, ma anche chiedendo prestiti al grande pubblico che, in cambio, ottiene delle ricevute, dette obbligazioni (titoli di debito). In caso di necessità, i prestatori possono cedere le obbligazioni ad altri per rientrare subito del proprio capitale.

La possibilità di vendere titoli di debito dipende molto dalla reputazione di cui godono le imprese emittenti. Se stimate, i loro titoli sono molto richiesti e quindi ben collocabili, altrimenti nessuno li vuole e chi li ha vive nell’angoscia di non riuscire ad avere indietro il capitale prestato né il pagamento degli interessi pattuiti.

Durante il boom della rete ferroviaria, molti risparmiatori si erano arricchiti grazie ai prestiti concessi alle imprese di costruzione, ma c’era anche chi aveva subito delle sonore perdite, semplicemente perché si era fidato di imprese poco solide. In effetti i costruttori erano così tanti e le informazioni su di loro così scarse che mettersi in affari con loro era un po’ come fare un salto nel buio. Fu in questo clima di incertezza che l’avvocato Henry B. Poor iniziò a condurre indagini sulla situazione economica dei costruttori di ferrovie pubblicando poi le informazioni raccolte in una sorta di guida dal titolo più culturale che economico: History of railways and canals in the United States (Storia delle ferrovie e dei canali negli Stati Uniti).

La prima pubblicazione avvenne nel 1860 e fu un tale successo che, nel 1868, l’avvocato decise di fondare un’impresa di famiglia specializzata in informazioni finanziarie. La chiamò HV and HW Poor Company. In seguito altri uomini d’affari decisero di dedicarsi allo stesso genere di attività: fu così che nacquero Moody’s (1909), Standard statistics company (1922), Fitch publishing company (1924). Nel 1941, Poor e Standard decisero di fondersi dando vita a Standard & Poor’s, poi ribattezzata S&P Global ratings.

Piovono voti

Oggi l’attività di indagine su chi richiede prestiti è estesa a livello mondiale ed è gestita da decine di imprese investigative che, complessivamente, nel 2025 hanno fatturato 123 miliardi di dollari.

Nel loro mirino può finire ogni tipo di richiedente prestiti: famiglie, imprese, governi. Su ognuno di loro viene aperto un dossier e tutte le informazioni raccolte sono rivendute a chiunque svolga attività creditizia: banche, società finanziarie, investitori privati. Ma qualcuno ha pensato di andare oltre, condensando le informazioni raccolte in un voto sintetico di valutazione (rating, in inglese), in modo da facilitare l’attività decisionale dei creditori. La prima impresa investigativa a fare questo tipo di operazione fu Moody’s che, nel 1916, pubblicò pagelle di valutazione sulle imprese ferroviarie utilizzando una scala calibrata su ventuno livelli: dal voto più alto «Aaa», interpretabile come molto affidabile, fino a quello più basso di «C», corrispondente a soggetto da evitare.

In seguito anche le altre due imprese d’indagine finanziaria, Fitch e Standard&Poor’s, imitarono l’iniziativa di Moody’s e oggi le tre sorelle coprono la quasi totalità del giro d’affari procurato dall’attività di rating, che complessivamente nel 2025 è stato stimato in 25-30 miliardi di dollari a livello mondiale.

Anche l’Italia è fra le entità scrutinate dalle agenzie di rating. Quando, nel novembre 2025, Moody’s ha emesso il suo ultimo verdetto, Giancarlo Giorgietti, ministro dell’Economia, si dichiarato molto soddisfatto. Dopo 23 anni di valutazione «Baa3», il voto italiano è passato a «Baa2», un piccolo avanzamento che il ministro ha interpretato come «un’ulteriore conferma della ritrovata fiducia in questo governo e dunque nell’Italia». 

Moody’s, agenzia statunitense, è una delle «tre sorelle» del rating. (Imagoeconomica)

La crisi del 2008

Arrivati a questo punto, la domanda diventa: ci si può fidare delle agenzie di rating? La domanda non è peregrina considerato il ruolo che esse hanno avuto nella crisi finanziaria del 2008. Giova ricordare che la crisi ebbe origine dalla messa in vendita di titoli di investimento che erano legati alla capacità delle famiglie americane di ripagare i mutui che avevano acceso presso le banche per comprare casa. In altre parole, i titoli in questione erano delle specie di scommesse che garantivano alti ritorni agli investitori, ma solo se le famiglie americane onoravano i loro impegni sui mutui, altrimenti tutto sarebbe andato perduto. Di titoli/scommessa con questa particolarità ne erano stati emessi per un quantitativo corrispondente a circa duemila miliardi di dollari ed erano stati offerti a chiunque fosse in cerca di alti rendimenti, comprese banche, assicurazioni, fondi pensione di ogni parte del mondo, che ci si erano buttati a capofitto.

Sfortunatamente, circa la metà dei titoli in circolazione risultarono legati a mutui accesi da famiglie inadempienti. Così, i soggetti che avevano accettato la scommessa si ritrovarono con perdite enormi. La preoccupazione principale era legata alle banche che rischiavano di dover chiudere i battenti, mettendo a rischio non solo i soldi dei risparmiatori, ma la capacità di funzionamento dell’intero sistema economico. Molte di loro si salvarono solo perché vennero soccorse dai rispettivi governi che però si indebitarono pesantemente per raccogliere il denaro necessario a impedire i fallimenti bancari.

Le indagini condotte dal Congresso statunitense e vari altri organi di vigilanza, appurarono che i titoli/scommessa avevano trovato grande accoglienza in tutto il mondo finanziario perché godevano di ottimi voti da parte delle agenzie di rating. Voti che tutti avevano interpretato come garanzia di sicurezza.

Quello che però le agenzie non avevano detto era che, a pagare le parcelle per l’attività di valutazione, erano le stesse società che emettevano i titoli, condizionando pesantemente l’esito finale del voto.

Negli anni che seguirono la crisi finanziaria, le agenzie di rating finirono in vari procedimenti giudiziari, molti dei quali si conclusero con ammissione di colpa da parte loro, considerati i patteggiamenti a cui approdarono. Valgano come esempio la multa da 1,3 miliardi di dollari accettata nel 2015 da Standard & Poor’s e quella da 864 milioni di dollari accettata nel 2017da Moody’s.

Voti e speculatori

Lezione imparata? Non proprio, a giudicare da quanto è emerso da un servizio giornalistico effettuato nel 2019 dal Wall Street Journal. L’indagine condotta su 30mila valutazioni a cavallo di più anni, conferma che è rimasto il vizietto alla sopravvalutazione dei titoli/scommessa. A complicare le cose, tuttavia, c’è il fatto che, nei casi diversi dai titoli/scommessa, l’interesse di chi commissiona la valutazione non è sempre quello di avere dei voti alti. Un esempio riguarda la valutazione degli Stati in cerca di prestiti. Se a commissionare la valutazione sono i Governi, l’esortazione è per buoni voti perché il loro obiettivo è attirare la fiducia degli investitori e quindi ottenere a buon mercato i prestiti agognati. La situazione cambia però radicalmente se la richiesta di valutazione è avanzata dagli speculatori. Da soggetti, cioè, che scommettono sul fallimento degli Stati. In tal caso l’esortazione è per voti al ribasso in modo da indurre gli investitori a non comprare il debito degli Stati presi di mira e innalzare le probabilità del loro fallimento, con possibilità, per gli speculatori, di intascare il premio sulle scommesse ingaggiate.

Si sospetta che un caso del genere si sia verificato nel 2010 nei confronti della Grecia, allorché venne classificata al rango di «Stato spazzatura». La Grecia evitò il fallimento solo per l’intervento dell’Unione europea che però fece pagare un prezzo durissimo al popolo greco in termini di sacrifici economici e sociali.

L’interesse a dare bassi voti agli Stati, purtroppo, non è solo degli speculatori, ma anche di banche, assicurazioni, fondi pensione e qualsiasi altro soggetto interessato a prestare denaro ai governi. Per la semplice ragione che, secondo la legge di mercato, ai debitori poco affidabili si possono estorcere alti tassi di interesse. Proprio ciò che lamentano gli Stati africani.

Il primo Paese africano a ricevere una pagella sullo stato della propria economia fu il Sudafrica nel 1996 e non fu per niente buona. In seguito, altri 31 Paesi africani, su un totale di 55, furono classificati dalle tre sorelle, ma ben 26 di loro contestarono il voto ricevuto, considerandolo troppo basso. Tanto che l’Unione africana sta lavorando attorno alla creazione di una propria agenzia di rating.

Se la pagella è brutta

Il punto è che una cattiva pagella ha conseguenze molto concrete. In primo luogo, diventa più difficile trovare investitori disposti a concedere prestiti. Come dice Maggie Mutesi, membro della società di consulenza AfriCatalyst: «La retrocessione, anche di un solo punto, da parte delle agenzie di rating può fare mancare i fondi necessari al potenziamento della rete elettrica, ritardare la costruzione di una strada, impedire l’acquisto di macchinari o l’assunzione di nuovo personale da parte degli ospedali».

Sul tema, nel 2023 il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha condotto una ricerca su sedici nazioni africane e ha concluso che «le nazioni analizzate avrebbero potuto raccogliere 46 miliardi di dollari in più se le agenzie di rating avessero espresso giudizi basati di più sui dati statistici e meno su opinioni soggettive». La ricerca ha anche appurato che le cattive valutazioni hanno costretto i sedici Paesi in questione a sborsare annualmente all’incirca un miliardo di dollari in più per interessi. Ennesima conferma che la guerra ai poveri non si fa solo con i cannoni, ma anche con la finanza.

Francesco Gesualdi

Standard and Poor’s è la più vecchia e grande agenzia di rating del mondo.
 



Mai dire patrimoniale

L’Italia è un Paese fondato sull’ingiustizia fiscale. Di conseguenza, la disuguaglianza cresce e lo Stato non ha risorse sufficienti per i servizi. Una soluzione ci  sarebbe: invece di fare sconti ai «paperoni», sarebbe utile introdurre una patrimoniale.

Stando ai dati del 2024, in Italia la sfera pubblica amministra oltre 1.100 miliardi di euro, un importo corrispondente a circa il 50% del Prodotto interno lordo (Pil).

La cifra comprende tutto: dalle pensioni al sostegno di individui e famiglie, dall’istruzione all’ordine pubblico, dall’apparato giudiziario al funzionamento della pubblica amministrazione, sen-za dimenticare gli interessi sul debito pubblico.

In ordine decrescente, la prima spesa è quella per pensioni (comprese quelle sociali) che assorbono 337 miliardi, ossia il 30% dell’intera spesa pubblica. Seguono la sanità con 138 miliardi (12%), il sostegno a individui e famiglie con 109 miliardi (10%), gli interessi sul debito 85 miliardi (8%), l’istruzione 79 miliardi (7%) e più giù il complesso militare con 32 miliardi (2,9%).

Il prelievo fiscale

Come si sa, lo Stato non vende ciò che fornisce, tutt’al più chiede delle compartecipazioni sui servizi. Ragion per cui si procura il denaro di cui ha bisogno tramite la fiscalità che consiste in prelievi forzosi, strutturati attorno a due canali principali: i contributi (oneri) sociali e i tributi.

I contributi sociali sono prelievi attuati in sede di produzione sul valore dei salari; i tributi sono prelievi sui proventi e i consumi delle famiglie. Gli oneri sociali contribuiscono al 25% del fabbisogno dello Stato; i tributi al 59%. Ciò che manca, proviene da altre fonti come profitti da partecipazioni societarie e compartecipazioni dei cittadini ai servizi ottenuti (ad esempio, il ticket pagato per una visita medica). Inoltre, se le normali forme di entrata non bastano, lo Stato copre la differenza con l’indebitamento che, nel 2024, è stato di 75 miliardi. Somma che, aggiunta agli indebitamenti precedenti, ha portato il debito complessivo dello Stato italiano a 3mila miliardi di euro.

Nel 2024 l’imposizione fiscale (oneri sociali e tributi) in Italia ha prodotto un gettito di 933 miliardi di euro che rappresenta il 42,6% del Pil.

Tale percentuale è nota come pressione fiscale e indica la quota di ricchezza di cui lo Stato si appropria in maniera forzosa. Molti ritengono che, in Italia, abbiamo una pressione fiscale spropositata, ma in altri paesi dell’Unione europea è anche più alta. Valgano come esempio l’Austria, la Danimarca, la Francia con livelli attestati rispettivamente al 43,2%, 43,5% e  44,3% del Pil.

Il problema della pressione fiscale non è la percentuale in sé, ma i criteri di imposizione adottati, e l’uso che viene fatto del prelievo fiscale. Se gestito con l’intento di fare cassa per spese inutili e dannose, il prelievo fiscale è odioso, ma se è gestito con criteri di equità per spese finalizzate al miglioramento della vita di tutti, è un potente motore di livellamento sociale e di promozione della dignità umana.

L’articolo disatteso

Per capire la qualità del prelievo fiscale in Italia, conviene partire dalla Costituzione che, al tema, dedica l’articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Un testo conciso che, con poche parole, esprime tre concetti fondamentali. Il primo: tutti devono fare la propria parte. Il secondo: ognuno deve contribuire in base alle proprie possibilità. Il terzo: chi più ha, più deve mettere. Purtroppo, né il secondo, né il terzo principio sono adeguatamente applicati. Il secondo perché alcuni canali di ricchezza godono di trattamenti fiscali agevolati o non sono tassati affatto. Il terzo perché la progressività messa in campo lascia molto a desiderare.

Le aliquote sui redditi

La progressività è un concetto matematico che, in linguaggio corrente, può essere riassunto con la massima coniata dai ragazzi di Barbiana in Lettera a una professoressa: «Non c’è niente di più ingiusto che fare le parti uguali fra disuguali». Che, in ambito fiscale, diventa «non c’è niente di più ingiusto che applicare la stessa percentuale di prelievo su redditi disuguali». Un esempio fa capire bene perché.

Se hai due figli a carico e guadagni mille euro al mese, cento euro di imposte possono risultarti fatali. Se – invece – guadagni diecimila euro, anche se paghi mille euro di imposte puoi continuare a vivere nel lusso. Eppure, in ambedue i casi, verrebbe applicata la stessa percentuale di prelievo, ossia un’aliquota del 10%. Chiaro esempio di come le aliquote abbiano un diverso peso specifico in base al reddito percepito e come sia necessario differenziarle per garantire un minimo di equità.  A questo punta la progressività: adottare un metodo di tassazione che procede per scaglioni. Ossia tassazione zero fino a un certo ammontare di reddito riconosciuto come indispensabile per poter vivere, e poi aliquote crescenti sulle diverse porzioni di reddito che si aggiungono.

A titolo di esempio, la progressività potrebbe essere articolata come segue: esenzione universale e incondizionata fino a 10mila euro l’anno, 10% sull’aggiunta di 5mila euro, 11% sull’ulteriore aggiunta di 5mila euro, 13% sull’aggiunta successiva e avanti di questo passo, fino a raggiungere il 90% sulle quote milionarie.

La progressività procede per aliquote crescenti sugli importi che si aggiungono perché la ricchezza incamerata svolge funzioni diverse via via che cresce. Le quote più basse non possono essere toccate, o possono essere toccate poco, perché servono per i bisogni fondamentali. Viceversa, le quote che si aggiungono sono risparmiate o utilizzate per consumi sempre più di lusso, per cui possono essere tassate con aliquote elevate senza paura di compromettere la vita delle famiglie, ma – anzi -migliorandola perché, con maggiori introiti, lo Stato può garantire servizi migliori per tutti. Senza contare che la progressività riduce le disuguaglianze e rafforza la cultura della solidarietà.

L’Irpef, l’Iva e le altre

In Italia, l’imposta sul reddito, ossia su ciò che entra nelle nostre tasche come ricchezza corrente, si chiama Irpef, acronimo di «Imposta reddito persone fisiche».

Quando venne introdotta, nel 1974, era strutturata su 32 scaglioni, l’ultimo dei quali al 72% su un reddito che – rivalutato al costo della vita di oggi – corrisponderebbe a quattro milioni di euro o poco più. Gradatamente gli scaglioni sono stati ridotti fino a diventare tre, tra i quali il più alto è al 43%, oltre i 50mila euro.

Va detto, tuttavia, che l’Irpef rappresenta solo una parte di ciò che versiamo alle casse pubbliche, e neanche la più voluminosa.

Altre due voci hanno un grande peso e hanno il difetto di essere in percentuale fissa. Si tratta dei contributi sociali e dell’Iva, l’Imposta sul valore aggiunto.

Mettendo insieme tutte le somme che versiamo allo Stato, ci rendiamo conto che la progressività in Italia è molto blanda e che, oltre certi importi, vige addirittura la regressività, ossia aliquote decrescenti.

Una ricerca condotta dall’Istituto superiore Sant’Anna di Pisa relativa al 2015 riporta che la pressione fiscale passa dal 40% per i redditi al di sotto di 15mila euro, al 50% per i redditi attestati sui 62mila euro, e scende poi sui redditi oltre gli 82mila euro. Ad esempio, è del 35% per chi guadagna 530mila euro.

Lo studio mette in evidenza che, per assurdo, chi percepisce me-no di 7mila euro l’anno, come chi vive di sola pensione minima, subisce una pressione fiscale del 50%. Artificio dovuto al fatto che, spendendo tutto ciò che incassa, paga alte tasse indirette su tutti i suoi proventi.

La quantità di persone che può usufruire di un sistema fiscale regressivo è piccola, dal momento che corrisponde al 5% più ricco della popolazione adulta, ossia due milioni e mezzo di individui. Individui, questi, che incamerano oltre un quarto della ricchezza complessiva prodotta nel nostro Paese.

Foto Gerd Altmann-Pixabay.

La disuguaglianza

In effetti, l’Italia è nel gruppo dei paesi industrializzati a maggiore disuguaglianza sociale. Questo dato si ricava non solo da come è distribuito il reddito nazionale, ossia la ricchezza prodotta annualmente, ma anche da come è ripartito il patrimonio nazionale, ossia la ricchezza accumulata sotto forma di edifici, risparmi bancari, proprietà aziendali.

La Banca d’Italia certifica che il 10% più povero della popolazione possiede meno dello 0,1% del patrimonio complessivo, mentre il 10% più ricco possiede il 52%. E le differenze si stanno accentuando, considerato che, dal 2020 al 2022, la ricchezza del 10% più ricco è cresciuta di due punti percentuale.

La disuguaglianza è una piaga di livello mondiale che un fisco più giusto potrebbe arginare. Attraverso tre scelte di fondo: maggiore progressività sui redditi, un’alta tassazione sulle eredità più ricche, la tassazione dei grandi patrimoni. Ma, invece di organizzarsi per ridurre le disuguaglianze, oggi gli Stati sono in gara fra loro per richiamare in casa propria i paperoni mondiali, seducendoli con trattamenti fiscali di favore. In Europa, già da tempo immemorabile, paradisi fiscali come Monaco, Andorra, Svizzera, fanno ponti d’oro ai ricchi stranieri che si insediano nei loro confini, ma ora questo tipo di offerta è avanzata anche da Grecia, Malta, Portogallo e perfino dall’Italia.

Asilo fiscale per i paperoni

L’ingresso dell’Italia nel club degli offerenti asilo fiscale ai paperoni mondiali è avvenuto con la legge finanziaria varata nel dicembre 2016, ad opera del Governo guidato da Matteo Renzi. Allora, come oggi, il Governo era alla ricerca di soldi senza affondare le mani nelle tasche dei ricchi nostrani, e varò una legge che permetteva ai ricchi stranieri di prendere la residenza nel nostro Paese con la garanzia che, per quindici anni, nessuno avrebbe indagato sui loro guadagni esteri in cambio di una tassa forfettaria di centomila euro all’anno, più altri benefici per i loro familiari.

Nel corso degli otto anni successivi l’ammontare è stato rivisto prima a duecentomila euro, poi a trecentomila da parte dell’ultima finanziaria varata nel dicembre 2025.

Dai documenti della Corte dei Conti, si apprende che, nel 2023, i paperoni stranieri che avevano aderito all’offerta italiana erano 2.875. Lo studio legale Maisto e Associati stima però che, in seguito, se ne siano aggiunti altri 1.200. In tal modo, il totale odierno sarebbe di oltre 4mila persone, tutte ritenute Uhnwi, sigla inglese che sta per «Individui a ricchezza netta ultra elevata» (Ultra high net worth individual). Persone, cioè, con patrimoni superiori ai 30 milioni di dollari.

Nel mondo ne sono stati censiti mezzo milione sparsi in ogni continente, compresa la poverissima Africa. Benché rappresentino solo lo 0,006% della popolazione mondiale, gli ultra ricchi posseggono il 13% della ricchezza privata totale.

Quali risultati si aspettasse il governo Renzi prostituendosi ai paperoni stranieri non è dato saperlo, ma, alla resa dei conti, il beneficio economico per le casse pubbliche italiane è stato piuttosto modesto.

Nel 2023 il gettito è stato di 315 milioni di euro, ossia lo 0,03% dell’intera spesa pubblica. Un risultato insignificante che, però, ha notevoli costi sociali e politici. Sul piano sociale ne sanno qualcosa città come Milano, Roma, Firenze, i centri urbani prescelti dai ricchi stranieri.

In queste città, l’incetta di appartamenti da parte dei nuovi residenti ha fatto lievitare a dismisura il prezzo delle abitazioni, rendendo più cari non solo gli acquisti, ma anche gli affitti. Sul piano politico, il danno è valoriale perché normalizza, anzi legittima, le disuguaglianze. Che, al contrario, andrebbero combattute, cominciando con un sistema fiscale seriamente progressivo su ogni manifestazione di ricchezza.

Grandi patrimoni

Non a caso gli economisti più attenti insistono sulla necessità di tassare anche i patrimoni, almeno quelli oltre un certo ammontare. Un’imposta patrimo-

niale avrebbe un grande effetto livellatore, non solo perché andrebbe a colpire le accumulazioni più scandalose, ma anche perché fornirebbe allo Stato i soldi necessari a garantire sanità, istruzione e altri servizi fondamentali per tutti i cittadini.

La Cgil ha calcolato che una tassa di appena l’1,5% sui patrimoni superiori a due milioni di euro, in Italia garantirebbe un gettito aggiuntivo di 26 miliardi che permetterebbe di rimettere in sesto la sanità e sostenere meglio le famiglie più fragili, senza ricorrere al debito. La dimostrazione che la strada giusta da seguire non è quella dei favori e dei condoni, ma quella indicata dalla Costituzione.

Francesco Gesualdi

I principi del sistema fiscale italiano sono iscritti nella Costituzione , ma la realtà si sta muovendo in direzione opposta. Foto Gerd Altmann-Pixabay.



E la chiamano Economia 8/2025

Dazi e Intelligenza artificiale

Il 2025 è stato l’anno di Donald Trump e dell’Intelligenza artificiale. Il ritorno alla Casa Bianca del tycoon ha portato conseguenze immediate per l’economia mondiale. La mente va subito all’arma dei dazi utilizzata dal presidente Usa come strumento di politica economica e, forse ancora di più, come arma di pressione e minaccia. Le conseguenze sono state plurime: la fine della globalizzazione come l’avevamo conosciuta, la forza crescente del nazionalismo, la nuova suddivisione del mondo in blocchi d’influenza. Per difendere o ampliare i quali, tutti i mezzi sono leciti, compresi quelli militari. A tal punto che anche l’Unione europea – osserva Francesco Gesualdi – «sta virando dal “welfare” al “warfare”, ossia dalla spesa sociale alle spese di guerra».

Il secondo evento che ha dominato il 2025 è stata la diffusione rapidissima dell’Intelligenza artificiale (Ia, o Ai nell’acronimo inglese). Una diffusione che sta producendo cambiamenti radicali non soltanto nell’organizzazione del lavoro, ma anche nei modi di pensare e agire delle singole persone. Francesco Gesualdi ridimensiona gli eccessi di entusiasmo e ottimismo attorno all’Ia descrivendola in maniera critica e ricordando che la sua affermazione ha costi molto elevati: l’appropriazione illegale dei nostri dati personali, lo strapotere di poche aziende private a scapito degli Stati, oltre a un consumo di energia e di acqua esorbitanti, a spese di un pianeta già da tempo sotto stress.

In questa situazione complessa e preoccupante, l’autore ricorda che le alternative esistono. In primis, è indispensabile tornare al multilateralismo. Occorre poi progettare un sistema economico diverso che non guardi al mercato, ma al «benvivere di tutti nel rispetto dell’equità e del creato».

Al di là di queste speranze, è però facile prevedere che (anche) il 2026 sarà un anno complicato. Come sempre, l’economia e le sue conseguenze saranno raccontate sulle pagine della rivista e del sito.

Paolo Moiola




Il mercato del carbonio

Introdotto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi (2015), il meccanismo dei crediti di carbonio è ingegnoso, ma consente molti imbrogli. Anche per l’assenza di controlli da parte degli Stati. 

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca a assorbirne. Un paio di numeri illustrano bene la situazione.

Secondo l’organizzazione Global carbon project, nel 2024 l’umanità ha prodotto 41 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, ma gli oceani e il sistema vegetale sono stati capaci di assorbirne solo il 50-60%. Pertanto, un’altra ventina di miliardi di tonnellate sono salite in atmosfera, accrescendo ulteriormente la concentrazione di anidride carbonica che oggi si calcola in 430 parti per milione.

Come termine di paragone, nel 1700, prima della Rivoluzione industriale, la sua concentrazione è stata stimata in 280 parti per milione. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con inevitabili ripercussioni sul clima. I climatologi ci dicono che, oggi, la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850.  

Ricerche condotte da Our world in data dicono che Stati Uniti e Unione europea sono i maggiori responsabili delle emissioni accumulate fra il 1750 e il 2017: i primi avendo contribuito per il 25%, la seconda per il 22%. Quanto all’Africa, il suo contributo è stimato nell’ordine del 2-3%. La responsabilità non è, quindi, identica per tutti.

Lontani da Parigi

I primi richiami alla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica risalgono al 1972 da parte della Conferenza scientifica delle Nazioni Unite riunita a Stoccolma. Ma solo nel 2015, 43 anni dopo, i governi di tutto il mondo hanno accettato di accordarsi su un piano per impedire alla temperatura terrestre di salire oltre 2 gradi centigradi, meglio ancora 1,5 gradi, rispetto all’epoca preindustriale.

Si tratta dell’Accordo di Parigi che, tuttavia, traccia solo delle direttrici di marcia che gli Stati devono (dovrebbero) trasformare in impegni concreti tramite incontri annuali noti come Cop, acronimo inglese per Conferenza delle parti (Conference of the parties).

L’ultima (fallimentare) Cop, la numero 30, si è tenuta a novembre a Belém, in Brasile (articolo a pag. 63), senza la partecipazione degli Stati Uniti che – per decisione di Trump – hanno abbandonato l’Accordo di Parigi. Un abbandono che rischia di fare naufragare definitivamente un’intesa già traballante perché – al di là delle parole – governi ed imprese non sembrano realmente intenzionate a fare ciò che serve per fermare i cambiamenti climatici.

Tecnologia e politica

Il punto è molto semplice. Dal momento che i cambiamenti climatici sono la conseguenza di un utilizzo eccessivo di combustibili fossili, l’unico modo per fermare il processo è ridurre il consumo di petrolio, carbone e metano.

Un obiettivo che si raggiunge agendo contemporaneamente su due fronti: quello tecnologico, per ottenere energia da fonti non fossili, e quello politico, per ridurre il livello dei consumi. Ma il sistema economico fa difficoltà ad accettare sia l’uno che l’altro: il primo per ragioni di costi, il secondo per ragioni di impostazione.

Due difficoltà che si colgono bene analizzando alcuni dei settori più inquinanti: acciaio, cemento, abbigliamento, allevamenti, trasporti.

Per ridurre le emissioni da parte dell’industria dell’acciaio e del cemento servirebbero altre tecnologie, che però non vengono introdotte perché molto costose. La vicenda dell’acciaieria di Taranto ne è una triste conferma: benché siano noti i suoi danni (non solo ambientali, ma anche sanitari), il rinnovamento non avviene perché costa tanto e le due sole opzioni in campo sembrano essere quella della chiusura o del tenersi l’industria inquinante.

Per ridurre le emissioni provenienti da abbigliamento, allevamenti e trasporti, la soluzione più semplice è quella di ridurre i consumi. Potremmo vivere benissimo senza fast fashion, senza carne a tutti i pasti, senza automobile, ma il sistema non può accettare una simile prospettiva perché la sua sopravvivenza si basa sulla crescita. L’obiettivo del capitalismo è garantire profitto alle imprese, possibile solo se c’è certezza di vendite. Così il consumo, e di conseguenza la produzione, sono i due snodi centrali. Ma poiché l’inclinazione al consumo non fa parte della nostra natura umana, il sistema si è organizzato in tutti i modi possibili per spingerci a consumare oltre misura.

Le vie sono quelle della pubblicità, della moda, dell’introduzione di nuovi prodotti che generano nuovi bisogni. Tipico il caso dei telefonini. Questo continuo lavaggio del cervello ha fatto breccia in tutti noi e perfino i sindacati si oppongono alla prospettiva della sobrietà in nome del lavoro. Un ragionamento che conosciamo fin troppo bene: per vivere ci serve un salario, quindi un lavoro, ma il lavoro lo danno le imprese solo se vendono ciò che producono. Dunque, dobbiamo consumare sempre di più, anche se questo comporta conseguenze negative per molti: per il pianeta a causa dell’inquinamento, per le nostre vite a causa di un eccesso di cose, per le relazioni umane e sociali a causa della mancanza di tempo, per le generazioni che verranno perché erediteranno un pianeta tossico ed esaurito.

Per uscire da questa trappola, le alternative ci sarebbero, ma le nostre «gabbie mentali» ci impediscono anche solo di prenderle in considerazione.

Foto Tyler Casey – Unsplash.

I palliativi del sistema

Non volendo intraprendere le strade che servirebbero per toglierci dai guai, il sistema si sta inventando un sacco di palliativi, come quello inserito all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi secondo il quale uno Stato o un’impresa può dimostrare di avere ridotto le proprie emissioni di anidride carbonica non perché le abbia ridotte davvero, ma perché ha finanziato una buona pratica attuata in un altro paese.

Un po’ come un’impresa di armi che, pur continuando a produrre bombe, pretende di essere considerata nonviolenta perché finanzia la Croce Rossa.

Immaginando che la questione ambientale possa essere ridotta a un bilancio economico, nella colonna dei debiti scriveremmo le quantità di anidride carbonica emesse, nella colonna dei crediti scriveremmo le quantità di anidride carbonica eliminate tramite iniziative positive.

L’Articolo 6 dell’accordo di Parigi permette agli Stati di iscrivere nella colonna dei crediti anche le tonnellate di anidride carbonica che i loro finanziamenti contribuiscono ad abbattere in un paese straniero, di solito scelto tra i più poveri. È in virtù di questa trovata che, nell’Accordo di Parigi, il trasferimento delle riduzioni di anidride carbonica da un’entità all’altra è indicato come «meccanismo dei crediti di carbonio».

Cosa prevede l’articolo 6

L’articolo 6 non definisce quali progetti possono rientrare nei crediti di carbonio, ma – per consuetudine – comprendono le iniziative di riforestazione o di tutela delle foreste, gli investi-

menti nell’ambito delle energie rinnovabili, qualsiasi altra iniziativa tesa a ridurre le emissioni di anidride carbonica.

L’articolo 6 impone, però, una serie di regole per impedire la degenerazione dello strumento. Fra esse, l’obbligo di trasparenza, il divieto di doppio conteggio, la creazione di organismi internazionali addetti al controllo.

Purtroppo, gli Stati ci hanno messo nove anni per accordarsi su tutti i dettagli, e solo nel 2025 il meccanismo è entrato ufficialmente in funzione con tanto di regole e organismi di governo. Un’attesa che è durata nove anni per gli Stati, ma non per le imprese che, nel frattempo, hanno deciso di agire da sole ravvisando in quel meccanismo un ottimo strumento per farsi passare (a buon mercato) come «verdi».

Le imprese più inquinanti possono, infatti, continuare a emettere grandi quantità di anidride carbonica, comunicando di averle ridotte in virtù dei crediti acquistati. Così, a partire dal 2016, si è assistito all’esplosione del mercato volontario dei crediti di carbonio che, fino ad allora, aveva funzionato in maniera embrionale.

Dal 2005 al 2024, attraverso questo canale, i crediti commercializzati sono passati da 13 a 84 milioni di tonnellate con un coinvolgimento particolare delle imprese petrolifere, automobilistiche, informatiche. Nel 2024 il più grande acquirente di crediti di carbonio è stato Shell che si rifornisce da progetti agricoli e forestali avviati in varie parti del mondo fra cui Australia, Filippine, Senegal. Altri grandi acquirenti sono Microsoft, Eni, PetroChina, Volkswagen, per un giro d’affari che nel 2024 è stato calcolato in 535 milioni di dollari.

La preservazione delle foreste non è l’unica via individuata per liberare il pianeta dall’anidride carbonica. Ci sono anche progetti che puntano a ridurre le quantità emesse. Nel qual caso sono poste in vendita le negaCO2, ossia le tonnellate di anidride carbonica non prodotte.

Esempi che vanno in questa direzione sono gli impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, o progetti che promuovono stufe per cucinare a basse emissioni. I gestori di tali progetti calcolano le tonnellate di anidride carbonica risparmiate rispetto agli impianti tradizionali e le cedono a chi ha bisogno di alleggerire il proprio carico di CO2 in cambio di denaro per le spese di impianto o di gestione. Ad esempio, Acqua minerale San Benedetto compensa le sue emissioni acquistando crediti generati in vari paesi del mondo, non solo da progetti di riforestazione, ma anche da impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, come una centrale idroelettrica del Pamir, in Tajikistan.

Elaborazione da un grafico di earth.org

L’imbroglio è certificato

In apparenza sembra tutto lineare, ma uno dei problemi di questo circuito è che non esistono controlli pubblici: l’intero sistema è affidato a società private di certificazione che rilasciano certificati sulla validità dei progetti e sulle tonnellate di anidride carbonica eliminate secondo i loro criteri. Per di più la certificazione è pagata dai proprietari dei progetti che hanno tutto l’interesse a ricevere attestati che gonfiano il servizio reso al pianeta in modo da avere più crediti di carbonio da mettere in vendita. Del resto, le stesse società di certificazione hanno una partecipazione sui crediti commercializzati.

In conclusione, numerose indagini, non solo giornalistiche, ma anche universitarie, hanno evidenziato vari casi di conti che non tornano. Tanto da avere indotto alcune società certificanti ad adottare misure correttive. Ad esempio, nel settembre 2025, Verra, una società di certificazione statunitense, fra le più grandi del mondo, è stata costretta ad ammettere di avere validato la vendita di 15 milioni di crediti inesistenti vantati da un progetto di riforestazione nello Zimbabwe gestito dalla società Carbon green investments. Fra i clienti invischiati nella frode compaiono anche Volkwagen, Nestlé, Total che ora dovranno valutare come correggere i propri bilanci di sostenibilità.

Truffe a parte, vari esperti ritengono che i crediti di carbonio possano svolgere un ruolo positivo, ma solo se provengono da progetti che riducono realmente l’anidride carbonica presente in atmosfera senza produrre alcun tipo di danno collaterale né di tipo ambientale, né sociale.

Sulla questione giungono molti allarmi, soprattutto dall’Africa dove è stata da poco istituita l’Africa carbon market initiative per promuovere la vendita dei crediti di carbonio ottenuti nel continente. Un’impresa molto attiva nella vendita dei crediti di carbonio è Green resources di proprietà del fondo African forestry impact platform (Afip), a sua volta partecipato da varie multinazionali, fra cui le giapponesi Mitsui e Nomura.

Green Resources si presenta come la più grande impresa africana di sviluppo forestale e trasformazione di legname. In effetti, gestisce all’incirca 38mila ettari di piantagioni legnose in Mozambico, Tanzania e Uganda. Per la maggior parte si tratta, però, di monoculture di pino ed eucalipto, che pongono al tempo stesso problemi di ordine ambientale e sociale. Quello di carattere ambientale è che le monoculture distruggono la biodiversità e hanno bisogno di molti trattamenti chimici. Quello di ordine sociale è che mettono in moto un processo di land grabbing, ossia di sottrazione di terre a spese delle comunità locali.

L’umanità deve trovare i modi per arrestare i cambiamenti climatici, ma non è certo con l’abuso e con l’inganno che potrà riuscirci.

Francesco Gesualdi

 



Le ambiguità del piano Mattei

Enrico Mattei è stato un grande italiano. Lo è anche il piano che ha preso il suo nome? Senza voler criticare a priori il progetto, per ora prevalgono i dubbi.

All’apparenza sembra un progetto di cooperazione. Nei fatti è uno strumento di geopolitica. La differenza fra i due concetti è abissale e va tenuta presente per capirne le intenzioni e gli effetti: la cooperazione è finalizzata a sradicare la povertà, tutelare i diritti umani, prevenire i conflitti; la geopolitica è finalizzata a garantire una posizione di vantaggio al proprio Paese rispetto agli altri.

Stiamo parlando del cosiddetto piano Mattei, molto simile al Belt and road initiative, il piano messo a punto dalla Cina, per sostenere e realizzare la costruzione di strade, ferrovie, porti, aeroporti in vari paesi del Sud del mondo, al fine di rafforzare i propri rapporti commerciali e garantirsi, possibilmente, una presenza militare oltre confine. Il piano Mattei si focalizza sull’Africa con l’intento di sostenere tutti quegli interventi che possono garantire all’Italia il massimo dei risultati possibili in termini di riduzione dell’immigrazione clandestina, di apertura di nuovi mercati, di approvvigionamento di materie prime. Il tutto, così si dice, senza propositi predatori e per questo dedicato a Enrico Mattei (foto a pag. 56) che, negli anni Cinquanta del secolo scorso, avviò lo sfruttamento d’idrocarburi nei paesi africani pagando un giusto prezzo ai governi locali.

Si chiamava Enrico Mattei

La prima volta che la premier Giorgia Meloni ha accennato al piano Mattei è stato il 22 ottobre 2022 quando si è presentata in Parlamento per chiedere la fiducia al proprio Governo. E lo ha fatto parlando dell’immigrazione clandestina: «Tutto quello che noi vogliamo fare in rapporto al tema dell’immigrazione, è impedire che la selezione di ingresso in Italia la facciano gli scafisti. E allora mancherà un’ultima cosa da fare, forse la più importante: rimuovere le cause che portano i migranti, soprattutto i più giovani, ad abbandonare la propria terra, le proprie radici culturali e la propria famiglia per cercare una vita migliore in Europa.
Lo scorso 27 ottobre è stato il sessantesimo anniversario della morte di Enrico Mattei, un grande italiano che fu tra gli artefici della ricostruzione postbellica, capace di stringere accordi di reciproca convenienza con nazioni di tutto il mondo. Ecco, credo che l’Italia debba farsi promotrice di un “piano Mattei” per l’Africa, un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area subsahariana. E ci piacerebbe così recuperare finalmente, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il ruolo strategico che l’Italia ha nel Mediterraneo».

In sintesi, si potrebbe dire che l’obiettivo è quello di creare più stretti rapporti economici con l’Africa per tenere gli africani lontani dalle città italiane, ma anche per ridare centralità economica e politica all’Italia, in perfetta linea con la logica nazionalista.

Concetto ripreso dalla stessa Meloni quasi un anno dopo, il 3 ottobre 2023, in un discorso tenuto a Torino al Festival delle regioni: «Se il futuro è il tema delle materie prime, allora devo ricordare che l’Africa non è un continente povero. Devo ricordare che, mentre l’Europa ha un problema di approvvigionamento energetico, l’Africa è potenzialmente un enorme produttore di energia e che le due cose possono stare insieme tramite la realizzazione di investimenti strategici, com’è ad esempio il cavo di collegamento sottomarino con la Tunisia».

Enrico Mattei – Flickr

Vita o morte

La questione energetica è sempre stata un tema cruciale in tutte le epoche, ma per un sistema organizzato sulla crescita, com’è il capitalismo, è addirittura una questione di vita o di morte. Specie per l’Europa che internamente può fare affidamento solo su fonti rinnovabili, da cui ottiene, però, solo il 47% del proprio fabbisogno elettrico e il 25% dell’intero fabbisogno energetico. In più, oggi, l’Ue è in guerra con la Russia, suo tradizionale venditore di gas, avendo – di conseguenza – un bisogno assoluto di fornitori alternativi di prodotti energetici. Per questo la premier guarda all’Africa, con il duplice obiettivo di coprire i fabbisogni dell’Italia e fare diventare il nostro paese il punto d’ingresso di materiale energetico per tutta l’Europa. Concetto ribadito nel gennaio 2024 durante il discorso che ha tenuto alla conferenza Italia-Africa: «Noi siamo sempre stati convinti che l’Italia abbia tutte le carte in regola per diventare l’hub naturale di approvvigionamento energetico per l’intera Europa. […] L’interesse che persegue l’Italia è aiutare le Nazioni africane interessate a produrre energia sufficiente alle proprie esigenze e ad esportare in Europa la parte in eccesso. […] Tra le iniziative in quest’ambito voglio ricordare quella in Kenya dedicata allo sviluppo della filiera dei biocarburanti, che punta a coinvolgere fino a circa 400mila agricoltori entro il 2027. Ma chiaramente questo scambio funziona se ci sono anche infrastrutture di connessione tra i due continenti e lavoriamo da tempo anche su questo, soprattutto insieme all’Unione europea. Penso all’interconnessione elettrica Elmed tra Italia e Tunisia, o al nuovo corridoio H2 Sud per il trasporto dell’idrogeno dal Nord Africa all’Europa centrale passando per l’Italia».

Per capire meglio il discorso di Meloni, vale la pena precisare che Elmed è un progetto che prevede la costruzione di un elettrodotto tra Sicilia e Tunisia, per una lunghezza complessiva di 220 chilometri, di cui 200 in cavo sottomarino. Un progetto portato avanti dalla società elettrica italiana Terna e da quella tunisina Steg, con il finanziamento di fondi europei e della Banca mondiale, per garantire all’Europa energia elettrica prodotta in Nord Africa da fonti rinnovabili. Quanto al corridoio H2 Sud, è un progetto portato avanti da un consorzio di imprese europee, fra cui l’italiana Snam, finalizzato a costruire una conduttura lunga 3.300 km per trasportare idrogeno prodotto in Tunisia fino al cuore d’Europa.

Puntualmente ambedue i progetti sono stati inseriti nel piano Mattei attirando le critiche di molti gruppi ambientalisti e terzomondisti: «Ci opponiamo alla produzione di idrogeno verde nel Sud del mondo, e allo sviluppo di infrastrutture a essa collegate, a causa della sua estrema inefficienza. Per produrre idrogeno servono enormi quantità di elettricità e acqua, due risorse scarse nei paesi che si intende trasformare in produttori di idrogeno da inviare in Europa».

Un «verde» di facciata

È il vecchio modello estrattivista in versione ambientalista che, invece di convogliare le risorse verso la soluzione dei bisogni locali, le dirotta verso la produzione di ciò che serve ai vecchi paesi coloniali per continuare a gozzovigliare a spese di tutti senza sensi di colpa di tipo ambientale. «Un’operazione di greenwashing estremamente utile anche alle industrie di combustibili fossili che possono farsi passare per verdi, mentre continuano a inondare il pianeta di prodotti tossici che sconvolgono il clima». Così si esprime Siphesihle Mvundla, attivista per la giustizia climatica ed energetica di GroundWorkFriends of the Earth Sudafrica.

Del resto, un altro progetto energetico inserito nel piano Mattei, suscita forti dubbi sul rispetto dello spirito non predatorio vantato da Giorgia Meloni. Il progetto in questione è gestito da società del gruppo Eni e ha come oggetto la coltivazione in Kenya di semi di ricino destinati alla produzione di biocarburante negli stabilimenti Eni operanti a Gela e Porto Marghera. Il progetto, che ha ricevuto prestiti per 210 milioni di dollari, di cui 135 dall’International finance corporation (Banca mondiale) e 75 dal Fondo italiano per il clima, è reclamizzato come un’iniziativa che offre una prospettiva di vita a centinaia di migliaia di piccoli contadini proprietari di terre semiaride, inadatte ad altre coltivazioni. Ma varie testimonianze raccolte dal coordinamento europeo Transport&environment mettono in dubbio i vantaggi sociali e ambientali vantati da Eni. Per cominciare va detto che nel programma sono entrati anche molti coltivatori che già producevano mais e legumi per il mercato locale. Di fronte agli alti guadagni prospettati dalla multinazionale italiana, hanno deciso di cambiare coltivazione, ma sono rimasti delusi. I contratti firmati, infatti, prevedevano l’ottenimento agevolato se non gratuito dei semi, ma compensi totalmente rapportati alle quantità di prodotto consegnato. E quando le annate sono andate male, per loro è stata la fame. Tant’è che molti hanno deciso di tornare alle coltivazioni tradizionali.

Prima le imprese italiane

Oltre che in ambito energetico, il Piano Mattei intende intervenire anche in altri settori ritenuti strategici: istruzione, sanità, agricoltura, infrastrutture sia fisiche che digitali. In ogni caso sempre privilegiando il sostegno alle imprese italiane che prendono parte ai progetti, a volte come partner, a volte come promotori. Un’attenzione, quella verso le imprese, che emerge anche analizzando la composizione della cabina di regia, l’organismo che decide i progetti da promuovere e come finanziarli. Due terzi dei suoi componenti sono rappresentanti d’impresa o di associazioni imprenditoriali (Acea, Snam, Fincantieri, Eni, Leonardo, Fs, Enel, Terna, Confagricoltura, Coldiretti, Confartigianato e altre). Del resto, durante il discorso alla Conferenza Italia-Africa, Giorgia Meloni ha precisato che il piano non può «prescindere dal pieno coinvolgimento di tutto il “Sistema Italia” complessivamente inteso, a partire dalla Cooperazione allo sviluppo e dal settore privato che è fondamentale coinvolgere nella nostra strategia, dato l’enorme patrimonio di conoscenza, tecnologia e soluzioni innovative che può vantare».

Il risultato è che, fra i primi progetti inseriti nel piano Mattei, c’è l’avvio, in Algeria, di un polo agricolo gestito dall’azienda italiana Bonifiche ferraresi per la messa in produzione di 36mila ettari di terreni semiaridi nei pressi dell’oasi di Timimoun. Il 70% della superficie sarà coltivata a cereali – grano duro e tenero – e la restante parte dedicata a legumi e semi oleosi. Il tutto secondo le tecnologie più moderne che prevedono l’intervento di varie altre imprese italiane, fra cui Consorzi agrari d’Italia e Irritec Spa per lo sviluppo del sistema di irrigazione, la società Ocrim Spa per la realizzazione di impianti di trasformazione, Giorgio Tesi Group per le attività vivaistiche, la società Diagram per la digitalizzazione, Acea per le tecnologie legate alla fonte idrica. Recentemente la lista si è arricchita anche della presenza di Leonardo Spa che fornirà tecnologie digitali e satellitari per monitorare dallo spazio le colture, i suoli e le risorse idriche.

Non è dato sapere se i raccolti verranno acquistati dal governo algerino e quindi rivenduti localmente a prezzi politici, o se saranno immessi nel mercato locale ai prezzi totalmente decisi dall’azienda produttrice. Dalla relazione, presentata al Parlamento il 17 luglio 2024, si apprende, comunque, che il 30% del raccolto è destinato alla esportazione verso l’Italia. In particolare, quello di grano duro di cui il Paese ha grande bisogno per la produzione di pasta. Dallo stesso documento, si apprende anche che il progetto è sostenuto da Simest, società di Cassa depositi e prestiti, gruppo controllato all’82% dal Governo italiano. Istituita con il compito di sostenere l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Simest interviene sia concedendo prestiti agevolati, sia partecipando al capitale sociale delle aziende selezionate. Nel caso di Bonifiche ferraresi, il finanziamento, pari a 15 milioni di euro, ha assunto la forma di partecipazione all’aumento di capitale decretato da  una sua controllata operante all’estero.

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Un piano generico

Per la verità, da un punto di vista finanziario, il piano è piuttosto generico. Non precisa quali progetti hanno diritto a contributi a fondo perduto, quali solo a prestiti. Si limita a dire che per il primo quadriennio, il piano potrà contare su una disponibilità finanziaria di 5,2 miliardi di euro, di cui 3 attinti dal Fondo italiano per il clima e 2,2 dai fondi per la Cooperazione allo sviluppo. Inoltre, asserisce di volersi avvalere della collaborazione di una serie di istituti finanziari italiani di natura pubblica come la Cassa depositi e prestiti, Simest, Sace e altri fondi di livello internazionale. Ma non precisa né i criteri di finanziamento né le procedure da seguire, forse per lasciare ampia libertà di manovra alla Cabina di regia che di volta in volta potrà decidere quale forma di aiuto assicurare e da parte di chi.

La legge prevede che, a giugno di ogni anno, venga presentata una relazione al Parlamento sullo stato di avanzamento dei progetti. Ma più fonti lamentano scarsa trasparenza.

L’Osservatorio conti pubblici dell’Università cattolica, ad esempio, scrive che «spesso non vengono citate le risorse messe in campo per singolo progetto, e quando vengono citate non è chiara la ripartizione fra risorse pubbliche e private». Un ulteriore elemento che getta ombra su un piano già pieno di ambiguità.

Francesco Gesualdi




Il futuro dell’Ia e il nostro

Da poco più di un anno l’Intelligenza artificiale (Ia) è diventata tema quotidiano. Quali conseguenze comporta questa rivoluzione? E come si affronteranno gli altissimi costi ambientali che essa genera?

Quando, nel 1867, Joseph Thomson scoprì l’elettrone non poteva immaginare che la sua scoperta avrebbe aperto la strada a una valanga di ricerche scientifiche che avrebbero rivoluzionato il nostro modo di vivere e lavorare. Il tema di fondo è l’elettronica. Essa ha trovato così tanti ambiti di applicazione da avere dato vita a tantissimi settori, fra cui le telecomunicazioni, l’aereospaziale, le connessioni a distanza, l’elaborazione dati e, ultima arrivata, l’intelligenza artificiale (Ia). Ciascuno con le proprie caratteristiche, la propria tecnologia, i propri materiali di base, i propri supporti tecnici, ma anche i propri tempi di evoluzione. E, mentre certi settori hanno ormai raggiunto un certo grado di maturità, altri sono ancora in piena evoluzione. Per questo sono terreno di scontro e di contesa non solo fra imprese, ma addirittura fra Stati. Perché controllare quelle tecnologie significa, di fatto, dominare l’intera economia in un sistema che non vive di ciò che ha raggiunto, ma di ciò che deve ancora venire. Non a caso il motore del capitalismo è l’innovazione, fondamentale non solo per accrescere gli spazi produttivi, ma anche per abbattere i costi di produzione e quindi vincere l’eterna battaglia per la concorrenza.

Dal militare al civile

Senza dimenticare che, quando l’innovazione non basta a garantire il predominio, l’arma di riserva è la supremazia militare dipendente anch’essa dalla superiorità tecnologica.

In effetti, i confini fra civile e militare si fanno sempre più sottili, non solo perché la sfera economica chiede aiuto a quella militare quando non ce la fa a dominare la situazione con le strategie classiche di tipo economico, ma anche perché le invenzioni nate in ambito militare si sono, in seguito, estese a quello civile. Ne sono una dimostrazione la storia del Gps o di Internet ma anche di molte altre tecnologie. Del resto, sono ormai tantissime le imprese informatiche inserite contemporaneamente in un campo e nell’altro.

Dati e data center

Fra le novità tecnologiche in via di definizione, che daranno forma al futuro, c’è senz’altro la gestione centralizzata dei dati e l’intelligenza artificiale. La gestione dei dati si riferisce alle tecniche per raccogliere, archiviare, organizzare, proteggere ed elaborare tutte le informazioni utili allo svolgimento della propria attività. Nei primi anni di utilizzo di massa del computer, la soluzione più naturale di gestione dei dati consisteva nel dotarsi, struttura per struttura, di apparecchiature proprie, sufficientemente capienti per le proprie esigenze. Con l’evolversi della tecnologia, la soluzione più utilizzata è diventata quella dell’immagazzinamento centralizzato, ossia il deposito dei propri dati in megastrutture, i data center. Questi sono gestiti da terzi che di mestiere affittano spazi informatici capaci di immagazzinare dati ed elaborarli secondo le esigenze dei propri clienti. Un esempio banale potrebbe essere la custodia di dati relativi a clienti e fornitori con annesso servizio di ragioneria per la tenuta conti, gestione dei pagamenti e incasso delle fatture. E, per imprimere un tocco di simpatia a questa nuova politica gestionale, il trasferimento a distanza dei dati e relativa lavorazione è stato battezzato cloud computing che potrebbe essere tradotto come «elaborazione fra le nuvole».

La convenienza delle aziende, o di chiunque altro deve gestire un numero importante di dati, a trasferire le proprie attività informatiche nei data center, piuttosto che gestirle in proprio, è una questione di risparmio economico e di efficienza.

In ambito informatico, la tecnologia evolve rapidamente, bisogna spendere in continuazione per essere al passo con le ultime novità. Alla fine, risulta più conveniente appaltare il servizio a un ente terzo che, in cambio di un affitto annuale, garantisce spazi adeguati e tecnologie aggiornate.

La rivoluzione dell’Ia

La rivoluzione dell’Ia. (Foto Andrea de Santis-Unsplash)

La tecnologia informatica che oggi sta di nuovo rivoluzionando la nostra esistenza si chiama intelligenza artificiale, che si può definire coma la capacità delle macchine di svolgere compiti che, normalmente, richiedono capacità di ragionamento, apprendimento e creatività tipiche dell’essere umano. Le sue applicazioni stanno avanzando in ogni settore: dalle auto senza conducente, ai robot che svolgono funzioni infermieristiche, fino ai call center addetti ai rapporti con il pubblico o agli studi di assistenza legale. In ambito quotidiano molti stanno conoscendo l’intelligenza artificiale tramite l’uso di piattaforme come ChatGPT capaci di conversare con chi le interpella, di rispondere a domande, di creare testi, di fornire immagini, di tradurre lingue e molto altro. Ed è inutile dire che l’intelligenza artificiale sta diventando un caposaldo anche in ambito militare, con tutti i rischi che possono esserci ad affidare alle macchine decisioni di morte che non dovrebbero essere affidate neanche agli umani. In effetti, l’intelligenza artificiale, tanto è strabiliante per ciò che è capace di fare, tanto pone problemi sul piano morale e politico, considerato che attenta alla democrazia stessa. Essa, infatti, è capace di generare e veicolare informazioni, foto e filmati falsi o di censurare, ossia bloccare la circolazione di opinioni sgradite al potere o non condivise dai gestori delle piattaforme social. Del resto, è già abbastanza inquietante che miliardi di informazioni – riguardanti strutture pubbliche, aziende, singoli cittadini – siano concentrate in poche strutture controllate da una manciata di aziende informatiche che possono usare i nostri dati come merce da vendere ai soggetti più vari: aziende pubblicitarie e commerciali, partiti politici, servizi segreti. La nostra intimità e i nostri valori violati per vile denaro.

Tutto in mani private

Gli investimenti mondiali nei data center sono quasi raddoppiati dopo il 2022 raggiungendo i 500 miliardi di dollari nel 2024. Il risultato è che, a oggi, si contano all’incirca 12mila data center a livello globale, per il 45% localizzati negli Stati Uniti. Palazzi interi ricolmi di milioni di componenti informatiche (computer, hard disk e memorie), che però non sono mai abbastanza per i bisogni di un’intelligenza artificiale in continua evoluzione. Per questo si vanno strutturando centri di elaborazione dati sempre più grandi e complessi, i cosiddetti data center hyperscale, che inducono un numero crescente di soggetti economici di tutto il mondo a trasferire i propri dati presso di loro al fine di ottenere servizi migliori in tempi più rapidi.

Il rovescio della medaglia di tutto questo è la concentrazione di potere: pochi gestori privati –  Amazon, Google, Microsoft, Meta, TikTok, Alibaba, Apple – di fatto hanno il controllo di intere economie, con possibilità di decidere se farle funzionare o sabotarle (MC ha dedicato al tema un dossier ad agosto 2024, ndr). Un tema che, purtroppo, non sembra interessare i governi dal momento che in nessuna parte del mondo si è aperta la discussione sulla necessità di considerare i servizi informatici come servizi strategici da fare gestire a soggetti pubblici operanti sotto controllo democratico. Il massimo della preoccupazione espressa dai governi è la nazionalità dei gestori partendo dall’assunto che non presentano rischi se risiedono in Stati amici o, meglio ancora, se appartengono al proprio Paese. Una posizione in linea con il patriottismo produttivo oggi tanto in voga. E non per finalità ambientali o sociali, ma come strategia di difesa delle imprese di casa propria in un mondo sempre più dominato da scarsità di risorse e iniqua distribuzione della ricchezza che, di fatto, impedisce l’allargamento del mercato.

Per il dominio digitale

La battaglia per il dominio digitale si combatte essenzialmente fra Usa, Cina e Unione europea (ma un ruolo fondamentale lo ha Taiwan, ndr) e non riguarda solo i data center, ma anche la produzione di semiconduttori (i componenti base delle macchine informatiche) e il controllo delle materie prime utili a produrli. Ognuno cerca di garantirsi il primato nei tre ambiti tramite sovvenzioni alla produzione, dazi, tutela dei brevetti, accordi di approvvigionamento commerciale, limiti all’esportazione. In questa chiave vanno letti i fondi stanziati negli ultimi anni da Usa, Cina, e Unione europea a favore della propria industria elettronica, o i dazi imposti da Usa e Unione europea verso i semiconduttori cinesi o le restrizioni introdotte dalla Cina sull’esportazione dei minerali necessari alla produzione di materiale informatico, di cui ha grande disponibilità.

Il sistema insegue la tecnologia perché è funzionale alla logica concorrenziale delle imprese, ma, per farcela accettare, ci dicono che serve a garantirci una vita migliore. Su quest’affermazione si dovrebbe discutere ma, pur dandola per buona, sappiamo per esperienza che le innovazioni tecnologiche aprono sempre nuove problematiche di carattere sociale e ambientale, se non morale.

A maggior ragione la tecnologia digitale, rispetto alla quale le Nazioni Unite hanno istituito un organismo indipendente di esperti per individuare rischi e opportunità dell’intelligenza artificiale (Un office for digital and emerging technologies, Odet). La struttura, istituita nel corso del 2025, non ha ancora prodotto risultati, ma alcune problematiche sono già state accertate.

Consumi fuori controllo

Fra queste, c’è un elevato impatto ambientale per i bisogni esorbitanti di energia elettrica da parte dell’intelligenza artificiale e, quindi, dei data center.

Per la verità tutta la filiera informatica è altamente energivora, dall’estrazione dei minerali utili alla costruzione dei circuiti elettronici, fino al funzionamento dei computer ovunque siano dislocati. Ma l’intelligenza artificiale ha impresso un’accelerazione perché servono componenti sempre più complessi, e interconnessioni sempre più abbondanti.

L’Agenzia internazionale per l’energia (International energy agency) informa che, ad oggi, la produzione di semiconduttori assorbe l’1% dell’energia elettrica mondiale, mentre l’insieme dei data center assorbe l’1,5% del totale. Presi singolarmente i data center più grandi consumano la stessa quantità di energia elettrica assorbita da 100mila famiglie, mentre si stanno costruendo strutture che consumeranno quanto due milioni di famiglie corrispondenti a città come Los Angeles.

Dal 2017 a oggi l’elettricità assorbita dai data center a livello globale è cresciuta del 12% all’anno fino a raggiungere i 415 terawatt/ora nel 2024, consumati per il 45% negli Stati Uniti, il 25% in Cina, il 15% in Europa. Entro il 2030 l’assorbimento complessivo da parte dei data center raddoppierà alterando profondamente l’odierno rapporto fra settori produttivi.

Negli Stati Uniti, ad esempio, si prevede che i data center consumeranno un ammontare di energia elettrica superiore a quella assorbita dalle industrie dell’acciaio, del cemento e dell’alluminio messe insieme.

Per ragioni ambientali sarebbe utile che la maggiore quantità di energia elettrica richiesta venisse fornita solo dalle rinnovabili, ma considerazioni di carattere tecnico e finanziario spingono anche verso soluzioni di vecchio tipo come le centrali funzionanti con i tradizionali combustibili fossili e centrali nucleari. Con un aumento certo di emissioni di anidride carbonica e, nel caso del nucleare, di rischio radioattivo. Non a caso l’Agenzia internazionale dell’energia prevede che la CO2 mondiale collegata ai data center passerà da 175 milioni di tonnellate di oggi a 320 milioni di tonnellate nel 2030. E non è tutto.

La rivoluzione dell’Ia. (Foto Igor Omilaev-Unsplash)

La questione idrica

Quando si parla di elettricità, un elemento che si tende a trascurare è l’acqua. Essa svolge un ruolo fondamentale non solo nelle stazioni idroelettriche, ma anche nelle centrali termiche e nucleari (per il raffreddamento, ndr). Dunque, se aumenta la produzione di energia elettrica da fonti tradizionali, aumenta anche il consumo di acqua. L’Agenzia internazionale per l’energia stima che, allo stato attuale, il consumo mondiale di acqua collegato all’energia elettrica utilizzata dai data center corrisponde a 373 miliardi di litri all’anno. Ad essi vanno aggiunti altri 140 miliardi di litri per gli impianti di raffreddamento indispensabili al loro buon funzionamento e un’altra cinquantina di miliardi per la produzione di semiconduttori. Il totale fa 560 miliardi di litri all’anno che potrebbero diventare 1.200 nel 2030.

Un bilancio sicuramente pesante per un pianeta che si dimostra sempre più assetato e che vede crescere i data center proprio nei luoghi a maggiore criticità, com’è, ad esempio, lo stato della Virginia negli Stati Uniti. In un’intervista pubblicata dal Financial Times il 14 agosto 2024, la stessa Microsoft ha ammesso che il 42% dell’acqua che utilizza globalmente proviene da «aree a stress idrico», mentre Google ha dichiarato che il 15% dei suoi prelievi idrici avviene in «aree con alta scarsità di acqua».

Intelligenze

In conclusione, l’intelligenza artificiale è un’altra dimostrazione che nessuna innovazione tecnologica è priva di conseguenze. Dovremmo meditare se non sia meglio organizzarci per valorizzare a pieno l’intelligenza di tutti gli esseri umani piuttosto che affidarci all’intelligenza delle macchine che, per quanto sviluppata, è sempre ammaestrata e – quindi – stupida.

Francesco Gesualdi