I Contadini di Dio


Giovani mennoniti si riposano dopo una mattinata trascorsa a ripulire un campo dagli arbusti (colonia San Miguel Gruenwald, Conception). Foto Fabiomassimo Antenozio.

Lontani dalle tentazioni del mondo

Vita quotidiana dei Mennoniti boliviani


Occupano le pianure della Bolivia orientale. Chiusi nelle loro comunità, vivono di agricoltura. Parlano il plautdietsch, una sorta di dialetto tedesco. Sono i mennoniti, una popolazione anabattista che, per obbligo religioso, vive isolata dal resto del mondo. Un nostro collaboratore e un fotografo hanno visitato alcuni villaggi mennoniti e conversato con gli abitanti. Questo è il loro reportage.

San Miguel Gruenwald (Conceptión). Il maestro legge ad alta voce e i bambini – biondi, tutti vestiti uguali, camicia e salopette – ripetono in coro. Le bambine – bionde, tutte vestite uguali, foulard in testa – trascrivono le frasi di un libro. Nella scuola, tra i banchi di legno, la luce del mattino quasi non arriva. Fuori, il sole illumina i campi di mais, i grilli cantano, un calesse trasporta taniche di latte.

San Miguel – 23 famiglie di agricoltori e allevatori, senza acqua corrente né elettricità – è una colonia mennonita nella pianura di Santa Cruz de la Sierra, Bolivia orientale. È qui che, nel 1954, arrivarono una decina di mennoniti, decisi a mantenere unita la comunità e sfuggire alle tentazioni del mondo. Oggi ce ne sono centomila.

Nella scuola di San Miguel è il momento della pausa. Per prendere il sole sul prato, bambini da una parte, bambine dall’altra. Nella sala in penombra, il maestro mi mostra il libro di testo: una bibbia in caratteri gotici, tradotta in plautdietsch, un tedesco antico con influenze olandesi. La lingua di Menno Simons, anabattista e capostipite mennonita. «La sofferenza è la consolazione del fedele», scriveva nel 1539.

Il maestro è un uomo sui 30 anni dal volto caprino. «E qui disegnano i bambini?», chiedo.

Il maestro rimane muto. «Disegnare, arte, pittura», insisto. Provo a spiegarmi, mi metto a gesticolare. E penso che non avevo mai dovuto cercare le parole per definire «disegnare».

Alla fine, risponde in uno spagnolo singhiozzante con i verbi all’infinito: «No, questo no. Qui solo leggere, scrivere e contare».

Abram e l’Apocalisse

Sono arrivato a San Miguel Gruenwald con Fabiomassimo Antenozio, fotografo che dal 2020 porta avanti un progetto sui mennoniti della provincia di Santa Cruz. La colonia è nata tredici anni fa, quando alcune famiglie mennonite abbandonarono altre colonie.

«Dove stavamo prima, i giovani avevano molte tentazioni, la sera si riunivano per bere, andavano con le donnacce», ci dice Enrique Lowen.

È alto, un po’ ingobbito, magro, radi capelli bianchi gli arrivano alle tempie, lunga barba bianca incolta. Nato in Messico, è arrivato in Bolivia quando aveva 11 anni, oggi ne ha 62 ma ne dimostra dieci in più.

Le case di San Miguel sono tutte simili: un pianterreno con muri di mattoni, tetto di zinco, ampio giardino. Attorno ad alcune si trovano cavalli, galline, alberi da frutto, macchine da lavoro. Le porte non hanno serrature, i cani non hanno collari, il terreno non è recintato.

Abram, il gemello di Enrique, è uno dei due capi della comunità, il più anziano. I due fratelli sono identici anche nell’abbigliamento: salopette, camicia logora e cappello da cowboy.

Ci accoglie nel patio di casa, sistema in cerchio alcune sedie di plastica. Il dialogo è un po’ lento, è difficile trasformarlo in un’intervista, bisogna superare lo scoglio dello spagnolo elementare che parlano i mennoniti e trovare temi comuni.

Abram spiega che nella colonia non hanno il telefono, non gli interessa averlo. Nemmeno per le emergenze.

«Non usiamo la tecnologia».

«Anche il pozzo da cui attingete l’acqua è tecnologia», dico, calandomi nel ruolo dell’inquisitore.

«Ho paura di ciò che non si vede. Il telefono non si vede come funziona, il pozzo sì. Abbiamo le carte d’identità scadute, quelle nuove hanno il chip, non vogliamo usarle. Quando arriverà la bestia, nel giorno dell’Apocalisse, noi saremo indipendenti dalla tecnologia, tu no».

Mi parla con pazienza, senza animosità, come se spiegasse ovvietà a uno un po’ lento di comprensione. Poi apre una Bibbia in spagnolo e indica con il dito una pagina: «La conoscenza è il male. Guarda la prima lettera ai Corinzi 1:18-19: “Distruggerò la sapienza dei saggi e distruggerò l’intelligenza degli intelligenti”».

Ritorna il silenzio.

Mennoniti, tutti vestiti con la salopette, in attesa del pagamento della vendita di un toro (colonia Riva Palacios). Foto Fabiomassimo Antenozio.

Le donne dei mennoniti

A due case di distanza vivono Abram Klasen, il fabbro, e sua moglie Margaret Enss, che ha lavorato per due anni come assistente in un ospedale di Santa Cruz. Così è diventata farmacista e ostetrica della colonia.

Nel suo studio, una stanza accanto alla casa, c’è un armadio in legno pieno di farmaci: olio di merluzzo, complesso B, paracetamolo, integratori di ferro. Margaret parla a malapena lo spagnolo, capisce un po’ le nostre domande e risponde con poche parole. Prescrive medicine a una donna con il suo bambino in braccio.

Qui le donne non vedono un medico durante la gravidanza. Nessuna fa un’ecografia.

La cena a casa di Enrique viene servita subito dopo il tramonto. Fuori il buio è quasi totale, c’è solo la luce della luna, delle stelle e delle lucciole. A casa, la famiglia si riunisce attorno al tavolo. Nella stanza illuminata dalla lampada a olio si mangiano fagioli, mais, pane integrale, formaggio e maionese del supermercato. Una preghiera silenziosa anticipa il pasto. Dopo cena, le donne puliscono silenziosamente la tavola. Poi tutta la famiglia si riunisce per leggere e chiacchierare. Una delle figlie di Enrique è sordomuta, legge lettere in plautdietsch sul giornale della comunità.

A scuola non si insegna lo spagnolo. Gli uomini lo imparano parlando con i boliviani, serve loro per commerciare. Le donne non hanno quasi contatti al di fuori della colonia. Ma, secondo Enrique, la lingua dovrebbero impararla: «Perché mia moglie non diventi gelosa quando parlo con una donna boliviana».

Bisogna rimanere umili

Affonda nella sedia in legno, sembra avere un peso che lo opprime: «Il mondo è pieno di male, di tentazioni della carne. Un peccato è il desiderio di fare altre cose, di lasciare la colonia. Perché dopo un po’ la Bibbia diventa ripetitiva, le passeggiate per la colonia monotone. Voi avete la televisione e il cellulare, non vi annoiate. Ma non potete vivere senza tecnologia. Qui a volte mi annoio. Questo perché la mia fede è fragile, vorrei che fosse più solida».

Dopo colazione, con una bevanda d’orzo in polvere Nestlé, gli uomini di casa di Enrique legano tre cavalli attorno a una ruota. Il movimento circolare degli animali aziona un meccanismo la cui energia alimenta la lavatrice e il mulino per cereali, ai quali lavorano le donne. San Miguel è una delle colonie più conservatrici, rifiuta non solo la tecnologia, ma anche il diesel, i conti bancari, i prestiti con interesse.

«So che pensate che tutto questo sia una follia, ma noi vogliamo rimanere umili. Dio avrà misericordia degli umili», ci dice Enrique, mentre il figlio scaccia i pappagalli verdi che mangiano il mais, spaventandoli con la fionda, «slang» in plautdietsch.

Nella scuola di San Miguel

Al mattino, torniamo nella chiesa che funge anche da scuola. Biondi, magri e silenziosi, sedici bambini e tredici bambine svolgono i loro compiti. Per rispondere alle domande del maestro, aprono il palmo della mano e lo alzano discretamente. Maria, la figlia appena nata dei due maestri (ma la donna rimarrà in silenzio per tutta la durata della nostra visita), dorme in una culla accanto alla lavagna. Il maestro dal volto caprino chiede al mio collega di smettere di scattare foto.

«Disturba i bambini. Mi fa schifo che tu abbia scattato delle foto», dice amareggiato, nel suo spagnolo stentato.

Ci scusiamo. Risponde scusandosi a sua volta.

Gli edifici di San Miguel – case, chiesa, segheria, officine, caseificio, latrine – si ergono su entrambi i lati di una strada sterrata che percorriamo con la nostra jeep. Di tanto in tanto, dobbiamo accostarla per far passare i carri trainati dai cavalli. Quello condotto da un anziano si accosta al finestrino della jeep. L’uomo ha un dolore al ginocchio, dovrebbe operarsi.

«Non lo farò, devo resistere ancora un po’, sono vecchio. E come va la guerra? Il tuo paese è con la Russia o l’Ucraina?».

Abram Klasen nella sala d’aspetto della moglie Margarita Enns che aiuta le donne mennonite a partorire (colonia San Miguel Gruenwald, Conception). Foto Fabiomassimo Antenozio.

A cena da Cornelius

Cornelius Remar ha ventinove anni, cinque figli e quattordici ettari di terreno. Capelli rossastri, barba rada dello stesso colore, pelle bianca madreperla. È uno dei due capi della colonia San Miguel, il più giovane.

«Ti piace essere il capo?», gli chiedo.

Alza le spalle: «Che ci posso fare? Devo rispettare l’obbligo, la decisione della comunità».

Ci invita a sederci nel patio di casa sua, ci mostra il libro con cui ha imparato lo spagnolo.

«È stato difficile, ma lo parlo. Ai miei figli, di tanto in tanto, dico qualche parola in spagnolo. Lo impareranno quando saranno più grandi.

Noi vendiamo tori vivi ai macelli di Santa Cruz, un animale si vende tra i 1.000 e i 1.500 dollari. Una mucca da carne si vende a circa 500. Ho mucche bianche, mi piace il colore».

Ceniamo con la famiglia di Cornelius, attorno ad un tavolo di legno. I bambini non mangiano con noi e ci guardano incuriositi. Ci sono ciotole di mais, spaghetti integrali, insalata di cetrioli, una bevanda dolce alla frutta e un barattolo di maionese fatta in casa.

«Mio suocero fa la maionese, a casa ha un frullatore», racconta Cornelius con una punta di entusiasmo. È preoccupato perché ha sentito che i «paisanos collas» (indigeni boliviani degli altipiani) stanno occupando la terra dei mennoniti.

«Non possiamo fare niente, ce ne andiamo. Siamo preoccupati per questo e per la Mas (dice “la” Mas riferendosi al Movimento verso il socialismo, partito che domina la politica boliviana dal 2006, ndr). Se entra il comunismo abbiamo paura di perdere i nostri privilegi».

Cornelius è nato in Argentina, i suoi genitori in Messico, i suoi nonni in Canada e i suoi figli in Bolivia. I mennoniti sono sempre stati in movimento. L’idea della persecuzione ce l’hanno piantata nell’inconscio.

In un capanno di fianco a casa, Cornelius aziona la ruota trainata da cavalli per macinare chicchi di mais, sorgo, crusca e soia per nutrire i maiali. Il rumore del mulino sovrasta le voci, bisogna gridare per farsi sentire. Uno dei cavalli ha una ferita in bocca che si allarga con il movimento della briglia e dalla quale esce del pus. Cornelius ha provato a pulirla, hanno chiesto a un veterinario, ma non sono riusciti a curarla.

«Cosa ti piacerebbe per il futuro?».

«Non voglio che progrediamo nella tecnologia ma nello sviluppo spirituale», dice mettendosi la mano destra sul cuore.

Ragazzi mennoniti osservano gli adulti mentre vaccinano alcuni giovani bovini (colonia Riva Palacios). Foto Fabiomassimo Antenozio.

Martin, salopette e barba da profeta

Martin Brun ci accoglie nel suo giardino, ci sediamo sotto gli alberi da frutto, ci offre acqua e chirimoya (annona). Ha 62 anni, una lunga barba da profeta, il naso aquilino, l’immancabile salopette, il cappello e uno sguardo curioso.

«Ti piacerebbe viaggiare?», chiedo. In verità, più che chiedere cerco una via d’uscita dal ruolo dell’inquisitore. Si sente il canto delle cicale.

Martin guarda gli alberi del giardino.

«Per viaggiare è necessario avere soldi. Viaggio solo se ho qualcosa da fare. Quanti ettari hai nel tuo paese? Il tuo lavoro è scrivere per il giornale? Non capisco come si possa guadagnarsi da vivere solo con il giornalismo». Le notizie volano, penso tra me e me.

Accanto alla casa, il giovane Abram, 17 anni, il figlio più giovane di Martin, ha trasformato un capannone in un magazzino dove vende strumenti da lavoro, collane, grattugie, giochi per bambini, tutto confezionato in buste di plastica con etichette made in China. La produzione cinese ha raggiunto anche la comunità più conservatrice dei mennoniti boliviani.

Il giovane Abram ha un innato senso degli affari e mi convince a comprare un cappello a falde larghe e un barattolo di miele.

Insieme a suo fratello ci chiede di poter usare il nostro telefono per chiamare il loro fratello maggiore, trasferitosi in America Centrale, in Belize. Sognano di poter andare a trovarlo.

«Lì usano le lampade elettriche, uccidono i maiali con la pistola, non usano coltelli».

I due fratelli ci portano su un carro con le ruote di ferro trainato da due cavalli. Con il mio telefono registro un video, gli mostro la macchina fotografica. Con gli adulti non abbiamo usato i nostri dispositivi tecnologici, con i due ragazzi mi sento come se stessi facendo loro assaggiare un frutto proibito.

Con l’aiuto dei cavalli e di un ingegnoso macchinario rudimentale, i figli di Iacob Fresen costruiscono un pozzo (colonia San Miguel Gruenwald, Conception). Foto Fabiomassimo Antenozio.

Disboscatori implacabili

Raggiungiamo una collina di pietra bianca, ricoperta di alberi e cactus.

«La c’era la tana del leone». Indicano una grotta nella roccia. In realtà, qui non ci sono leoni. Si riferiscono ai giaguari, endemici nel bosque seco chiquitano. I giaguari stanno scomparendo man mano che la foresta si restringe: tra il 1986 e il 2019 è diminuita del 16%, circa 5 milioni di ettari; gli incendi del 2019 hanno distrutto due milioni di ettari. La Bolivia è il terzo paese con il più alto tasso di deforestazione al mondo. Essa si concentra a Santa Cruz, dove la frontiera agricola si espande per sostenere la produzione di soia. Furono proprio i mennoniti, negli anni Novanta, a inaugurare la coltivazione della soia boliviana. Oggi ne producono circa il 16% disboscando fino al 90% delle loro aree: è il tasso di deforestazione più alto di qualsiasi altro tipo di produttore nazionale. Ed espandono le loro terre di circa 80mila ettari all’anno. Se la tendenza fosse confermata, potrebbero occupare un terzo della superficie coltivata della provincia di Santa Cruz, come ci ha spiegato Gonzalo Colque, ricercatore della Fundación tierra.

Il sole è brutale, c’è silenzio sulla collina di pietra bianca, tutt’intorno si vede il tetto del Bosque chiquitano. Il giovane Abram si arrampica agilmente su un albero e fa piroette tra i rami.

Abram, 17 anni, che sogna di viaggiare, che sa come vendere agli sconosciuti, che si esercita come un ginnasta professionista, ha il germe della curiosità nel sangue. E ha già capito che c’è un mondo fuori da questo XVI secolo in cui ci siamo incontrati.

Dopo la cena a casa di Martin andiamo a dormire in una costruzione accanto alla casa. Di notte, nel silenzio della campagna, si leva il canto delle tre figlie di Martin, un canto religioso. Fino a quel momento non avevamo sentito le loro voci.

Il giorno dopo Martin ci accompagna nel quartiere vicino, San Cristóbal. Va a trovare un altro figlio, approfitta del passaggio in jeep e ci indica la strada. In mezzo al bosco si apre una radura.

«Qui c’erano le piste d’atterraggio degli aerei del traffico di droga».

Durante il viaggio accidentato in fuoristrada, la conversazione finalmente scorre.

«Deve essere interessante viaggiare per conoscere. I nostri antenati venivano dall’Europa, non credo di poter andare a vederla, l’Europa».

«Festeggiate il Natale, i compleanni, i matrimoni?».

«Non celebriamo la nascita di Cristo ma la sua sofferenza. Figurati se festeggio il mio compleanno».

Cornelio Remar bagna gli ingranaggi della ruota per attivare il suo rudimentale defogliatore per separare il mais (colonia mennonita San Miguel Gruenwald, Conception). Foto Fabiomassimo Antenozio.

Storia delle donne di Manitoba

Ci spostiamo a Manitoba. Questa colonia mennonita è stata fondata nel 1993, oggi ci vivono 1.794 persone: 340 famiglie divise in quindici campi distribuiti su 22mila ettari. In ogni campo una chiesa e una scuola.

I carri hanno ruote in gomma, per l’elettricità vengono utilizzati generatori diesel. Le strade diritte e non asfaltate, le case spaziose con cancelli di legno, tetti di lamiera, i pascoli curati, i silos dipinti di fresco, ci dicono che ci troviamo in una colonia ricca. I recinti ai giardini e i lucchetti alle porte dicono invece che siamo arrivati nella prima fase del capitalismo, quella che ha bisogno di delimitare perché si possa dire «questo è mio».

Qui, tra il 2005 e il 2009, centocinquanta donne e ragazze denunciarono di essere state vittime di stupro. In un primo momento, la comunità spiegò alle autorità di polizia che che si trattava di «selvaggia fantasia femminile» o, più probabilmente, della punizione del diavolo per alcuni dei loro peccati. Le donne non si arresero e riuscirono a dimostrare la verità: erano state drogate con anestetici per cavalli prima di essere violentate da un gruppo di mennoniti della colonia, parenti delle vittime, zii, fratelli o vicini di casa. Le donne dovettero affrontare uomini violenti, una morale che le costringeva al silenzio, e lo Stato boliviano che non si era mai occupato di far rispettare le leggi all’interno delle colonie. Otto mennoniti di Manitoba sono stati giudicati colpevoli con condanne tra i 12 ei 25 anni di carcere.

Allontanare i «brutti pensieri»

La casa di Don Juan si trova accanto alla sua officina metallurgica, dove vengono prodotti macchinari agricoli, trattori e aratri. Sono pezzi unici realizzati a partire dai suoi disegni. Gli ordini superano la produzione e si deve sempre aspettare un po’ per la consegna.

«Ma bisogna migliorare e lavorare, altrimenti i giovani si perdono in brutti pensieri», racconta Don Juan.

L’uomo ha circa 60 anni e vive con la moglie, le figlie e i nipoti. Le donne di casa indossano abiti a due o tre colori, con sobri decori floreali, non si depilano le gambe e hanno i fianchi larghi.

Quando Fabiomassimo mostra loro le foto che gli aveva scattato nel 2020, la barriera della diffidenza crolla e tutti accorrono in fretta a guardare le stampe. Nella casa ci sono due frigoriferi giganti, nella sala da pranzo tre statue kitsch in ceramica dai colori pastello: un pappagallo, un cane, un’aquila. Da un sacchetto pieno di oggetti sbuca anche un grattaschiena in plastica color salmone.

Un genero di Don Juan gioca con un bambino e il suo trattore in miniatura. A cena la sala si illumina con lanterne elettriche, si mangiano hamburger con salse, zuppa di pasta e gelatina per dessert.

Rispetto a San Miguel, nella colonia di Manitoba aumenta la tecnologia, la ricchezza e le recinzioni che la proteggono. E anche la varietà della cucina, dell’abbigliamento e dei sorrisi tra genitori e figli sono maggiori.

Pesticidi e tumori

Anita, sei anni, siede sulle ginocchia del nonno, Don Juan. «Anita lava la tina» (la vasca, in spagnolo) scrive il nonno e la invita a leggerlo al contrario. Anita vive con i nonni perché i suoi genitori sono all’ospedale oncologico di Santa Cruz per assistere sua sorella Eva, malata di leucemia.

Tra i mennoniti si registra un aumento dei tumori, in particolare dei tumori alla pelle e alle vie respiratorie, che sembra legato all’uso di prodotti agrochimici, anche se non esistono ancora prove scientifiche che lo dimostrino, chiarisce Gonzalo Colque, il ricercatore della Fundación Tierra.

Ciò che sembra certo è che i mennoniti non hanno chiari i rischi associati all’uso di prodotti agrochimici, che di solito applicano senza utilizzare protezioni.

«Portatemi al negozio di veleni», ci chiede Don Juan, indicando la nostra jeep. Il magazzino è un grande edificio recintato, con muri di mattoni rossi. Ci sono tonnellate di prodotti chimici per l’agricoltura, sementi geneticamente modificate, macchinari agricoli. Tutto importato. Sul muro di mattoni, un gancio per cavallo.

A Manitoba la modernità dell’agroexport di Santa Cruz convive con il desiderio dei mennoniti di vivere isolati dal mondo.

Juan Von e Jacob disboscano un terreno per ricavare travetti da alberi ciquitani (colonia mennonita Taibò, Santa Rosa, Chiquitania); il tasso di deforestazione provocato dai mennoniti è molto alto, arrivando a disboscare fino al 90% delle aree di insediamento. Foto Fabiomassimo Antenozio.

Jacob, la fede senza rinunce e tristezza

Se la colonia San Miguel rappresenta il tentativo radicale di replicare lo stile di vita di Menno Simons del XVI secolo, la colonia Nuevo Horizonte, dove arriviamo, è l’estremo opposto: 4.400 ettari, 60 famiglie, 300 persone, le strade sterrate hanno le rotonde, i cartelli indicano viale Menno e via Lutero, ci sono cartelli stradali e una pubblicità della Coca-Cola. I mennoniti vestono con jeans e camicia, nessuno indossa cappello di paglia o salopette e si spostano in automobile. Se non ce lo avessero detto, ci sarebbe sembrato di arrivare in una colonia agricola di europei biondi. Nell’emporio della colonia una telecamera punta verso la porta principale e un cartello avverte «Non masticare coca», la foglia della pianta che molti boliviani lasciano macerare in bocca. Jacob Peter, 37 anni, ci accoglie nel suo ufficio al primo piano del magazzino, seduto dietro un computer.

«La Bibbia ci insegna che abbiamo la libertà in Gesù Cristo, non ci dice come dobbiamo essere. Questa colonia è nata con l’idea di fare qualcosa di diverso. Viviamo una vita centrata sulla fede, non sulla rinuncia. Rispetto agli altri mennoniti, abbiamo anche un modo diverso di lavorare, abbiamo fondato un’associazione dotata di personalità giuridica. Guardiamo al futuro, vogliamo che i nostri figli studino per progredire. Vogliamo essere un esempio per gli altri mennoniti, per mostrare loro che è possibile vivere una vita non così sacrificata, che la tecnologia facilita il lavoro, che non è obbligatorio essere tristi. Ho tre figli, le famiglie qui da noi hanno meno figli che nelle colonie tradizionali, dove ce ne sono anche quindici per famiglia».

Jacob ha vissuto fino all’età di 27 anni nella colonia Las Brechas. A 14 anni aveva cominciato a bere, lo faceva di nascosto e aveva continuato fino a diventare alcolizzato. Poi era andato in un centro di riabilitazione.

«È lì ho che incontrato davvero Gesù e la mia vita è cambiata. Quando sono tornato nella colonia Las Brechas ho cercato di spiegare al pastore cosa mi era successo ma non riusciva a capire. Una domenica sono stato espulso dalla chiesa e il lunedì successivo nessun paziente si è presentato nel mio studio di dentista. Mi hanno isolato. Ecco perché sono venuto qui».

Ci porta a fare un giro per Nuevo Horizonte con la sua 4×4. «Qui la terra costa 1.600 dollari per ettaro. Nella zona urbana della colonia, non viene coltivata la soia né è consentito l’allevamento del bestiame».

Nell’abitato spiccano la scuola chiesa, alcune case e qualche silos, ma se non fosse per l’indicazione di Jacob, la differenza con il resto della colonia non si noterebbe. L’auto rallenta a un incrocio: «Ci sono già stati due incidenti stradali qui». Tra me e me penso: chissà come sarebbe una rissa stradale tra mennoniti.

Bambini e bambine tra i banchi di legno della scuola di San Miguel; attraverso la Bibbia imparano a leggere e a scrivere in plautdietsch e a fare qualche operazione matematica basilare; durante l’intervallo, prendono il solo sull’erba, i maschi da una parte e le femmine dall’altra. Foto Fabiomassimo Antenozio.

Una scuola diversa

Superiamo incolumi l’incrocio e parcheggiamo davanti ad un edificio moderno con il tetto di lamiera. «Questa è la scuola. Abbiamo insegnanti di spagnolo, tra i docenti ci sono sei mennoniti e un tedesco. Le lezioni sono in spagnolo e tedesco, non in plauditesch. Si insegnano matematica, scienze naturali e musica, si studia dai cinque ai 18 anni. I miei figli devono avere la possibilità di studiare, di essere architetti, ingegneri o medici, qualunque cosa vogliano. Immaginiamo che debbano studiare all’università a Santa Cruz, vivendo in una casa con altri mennoniti, per proteggersi dai pericoli del mondo».

Ci mostra il libro di scienze naturali Las meravillas del mundo sostenido por Dios (Le meraviglie del mondo sostenuto da Dio) di Vara y Cayado, una casa editrice religiosa con sede negli Stati Uniti che distribuisce «testi scolastici con un approccio cristocentrico». Nel corridoio c’è una mappa della Bolivia: è la prima che vediamo nelle colonie che abbiamo visitato.

Accanto alla scuola chiesa ci sono un campo da calcio e due da pallavolo. «La domenica ci incontriamo qui dopo la messa, le donne cucinano, facciamo sport e musica. Qui c’è un matrimonio misto, un mennonita con una donna boliviana, hanno già dei figli. Non vedo i matrimoni misti come una cosa negativa, ma penso che la vita di una coppia con culture così lontane sia difficile», dice Jacob.

Se i figli di Jacob diventeranno medici e andranno a lavorare in città, se la comunità si aprirà al matrimonio misto, cosa accadrà ai mennoniti di Santa Cruz tra tre generazioni? «Solo l’isolamento garantisce di mantenere intatta l’identità, come sanno i pastori che vietano l’insegnamento dello spagnolo e autorizzano solo la lettura della Bibbia».

Pedro, il farmacista

Las Brechas costituiscono un gruppo di colonie nate alla fine degli anni Sessanta fondate da mennoniti provenienti dal Messico. Usano generatori diesel, ma non usano pneumatici.

Quando vai a Las Brechas ti chiedono: che numero? Andiamo a Las Brechas 8 per incontrare Pedro Peter, un uomo sulla settantina, padre di Jacob di Nuevo Horizonte.

Pedro è il farmacista (ma anche dentista) della colonia. Ci riceve nel suo studio, al quale si accede attraverso la sala di un emporio che vende tele monocrome, attrezzi agricoli e saponi. Al centro del suo ufficio si trovano una sedia con poggiatesta che usa per le visite e due scrivanie. Negli armadietti c’è una confezione di Viagra, integratori alimentari, un ossimetro, un cubo di Rubik. «Lo risolvo in meno di tre minuti», dice con un sorriso soddisfatto.

Ci sono pile di libri, riviste, giornali ingialliti. Ci mostra alcuni titoli: «Perché gli uomini hanno i capezzoli?», «Il diritto alla sessualità maschile» (sottotitolo: «Cosa fare quando senti di perdere la capacità sessuale?»); «Abbi cura di te. I risultati sorprendenti della nutrizione orto molecolare».

Su una lavagna, una frase in tedesco: «Una vita senza amore è una tavola apparecchiata con i piatti vuoti».

«Ho imparato lo spagnolo da solo quando avevo 12 anni. Leggevo i fumetti di Condorito, mio padre aveva dei libri a casa e da bambino leggevo come un matto, mi isolavo per leggere. A volte leggo romanzi, ma soprattutto libri di medicina. Leggo in tedesco, spagnolo, un po’ di portoghese e libri di medicina in inglese. Sono sempre tentato nel comprare libri. Quando ne vedo uno sul pensiero positivo non posso resistere. Ho due enciclopedie che utilizzo per parole che non conosco.

I mennoniti non sono interessati alla lettura. Non sono incoraggiati a scuola. Insegnano loro solo a lavorare e a pregare». Lo dice come se parlasse di una comunità alla quale non appartiene.

«I pastori decidono cosa viene insegnato a scuola. E gli insegnanti insegnano ciò che hanno imparato, nel modo in cui è stato loro insegnato. Non sanno nient’altro.

Dovrebbero insegnare lo spagnolo a scuola, anche alle donne. Nel mio studio, alle donne che vengono in gravidanza, dico “andate dal ginecologo, fatevi controllare”. Mi piace il modello della colonia di mio figlio, Nuevo Horizonte. Ma qui a Las Brechas non posso dirlo. Guarda, questo è il mio diario. Scrivo gli avvenimenti principali di ogni giornata. Guarda qui – dice Pedro rivolgendosi a Fabiomassimo -, ho scritto che sei già venuto a trovarmi nel 2020».

«Ti senti più boliviano o più mennonita?», chiedo.

«Mi sento boliviano e mennonita, entrambe le cose. Prima ci riconosciamo come mennoniti e solo successivamente come mennoniti del Paraguay o del Messico».

«Che posto nel mondo ti piacerebbe visitare?».

Silenzio. È un silenzio fruttuoso, Pedro chiude le labbra per pensare alla risposta.

«Le cascate! Vorrei andare a Iguazú. Ma non ho tempo, ho molti pazienti qui. E devo prendermi cura di mia moglie che è malata».

Donne nella sala d’aspetto di una clinica mennonita (colonia Riva Palacios); le donne mennonite partoriscono in media tra i 7 e i 12 figli senza effettuare controlli ed ecografie. Foto Fabiomassimo Antenozio.

Juan: «Il mondo è pericoloso»

A Las Brechas ci hanno detto che vive un mennonita che ha lavorato per un decennio come guida, accompagnando altri mennoniti in un viaggio di duemila chilometri fino a un ospedale oncologico a San Paolo, in Brasile, che offriva cure a un prezzo inferiore rispetto alla Bolivia. Juan Hildebrand ci accoglie nel patio di casa sua, affacciato su un giardino con carrubi e galline che razzolano tranquillamente.

«Non era un buon lavoro. Troppo tempo lontano dalla famiglia. Non ho insegnato il portoghese ai miei figli, non voglio che facciano il mio stesso mestiere».

Juan però guadagnava abbastanza per non coltivare la terra. Lavorava molto, accompagnava tante persone in Brasile, faceva fino a sei viaggi in un anno.

«Il mondo è pericoloso – ci spiega -. Se la colonia cambia, noi ce ne andiamo. Stiamo già vedendo diversi segnali di cambiamento, cose che non mi piacciono. Mio figlio è uno degli otto leader che si riuniscono nel consiglio dei capi delle colonie a Santa Cruz, è il rappresentante di Las Brechas. Qui non insegniamo lo spagnolo per non avere troppi contatti con il mondo, la lingua è la porta perché le cose cambino. E non voglio che cambino. I mennoniti di San Miguel sono radicali, ma li rispetto. Loro li riconosci dalla barba».

Con la mano fa un gesto per indicare le barbe lunghe e incolte che abbiamo visto a San Miguel.

«Quegli altri, quelli di Nuevo Horizonte, si riconoscono dai loro vestiti, non usano la salopette. Ma sono di un’altra religione. Jacob, il figlio del farmacista Pedro Peter, ha abbandonato la nostra religione. Non posso dire che pecchino, ma secondo me non andranno in paradiso. La Bibbia è la verità. Io ci credo».

Juan Hildebrand ha adottato una ragazza orfana:

«Il loro padre era un alcolizzato, è stato assassinato dalle prostitute, la comunità si è presa cura dei suoi figli. I bambini li devi punire, per evitare le tentazioni», dice chiarendo la sua idea di educazione paterna.

La piccola Sara rientra a casa dopo aver portato un po’ d’acqua al padre che sta lavorando nella sua officina (colonia mennonita Riva Palacios). Foto Fabiomassimo Antenozio.

Storia dei fratelli Jacob, artigiani

Parcheggiamo la jeep nel giardino della casa del pastore in Las Brechas 9. Lui non si fa vedere, manda i suoi figli a dirci che è occupato, non vuole riceverci nemmeno più tardi. È così che guida la comunità, rifiutandosi di vedere il mondo.

«Allora, adesso andiamo a visitare i fratelli anarchici della colonia – suggerisce Fabiomassimo. Hanno dei pannelli solari nascosti sul tetto, per non essere scoperti e costretti a rimuoverli». Devia la macchina e si dirige verso una grande casa.

Pedro Jacob, il fratello maggiore, ha un magazzino dove lavora marmo e granito. Produce piani di lavoro per cucine e bagni, e tavoli. Ha 29 anni, occhi azzurri, mani grandi, è bassino con spalle larghe, capelli neri ricoperti di polvere. Non indossa la salopette, ma pantaloni neri, una camicia bianca con strisce azzurre e bretelle bianche e rosse.

«Ho imparato questo mestiere da solo, prima lavoravo la terra, da quattro anni mi dedico a questo».

Ci mostra le sue macchine da lavoro: una per tagliare il marmo in linea retta, l’altra serve per eseguire tagli concavi. Le ha inventate e costruite lui stesso, «perché in Bolivia non si trova nulla».

Per realizzare i tagli concavi utilizza una macchina sulla quale ha installato dei tubetti di plastica che schizzano acqua, per abbassare la temperatura e controllare il turbinio della polvere.

«In Europa rideranno di questa macchina», dice con un po’ di vergogna.

Pedro Jacob ha più richieste di quante ne possa soddisfare. Non vuole assumere più persone ma vorrebbe aumentare il parco macchine. Gli serve un tetto più grande e una gru, ma ha bisogno di soldi che non ha.

«Le banche mi offrono credito, ma io non voglio rischiare», ci dice mentre continua a lavorare.

Il figlio di sette anni gli porge una chiave inglese senza che il padre debba chiedergliela.

Juan Jacob, il fratello minore, vive nel terreno adiacente. Ha 26 anni e tra pochi mesi diventerà padre. Nel suo laboratorio costruisce mobili: acquista compensato e tavole di legno. Ha una macchina italiana che taglia le assi, l’ha adattata alle sue esigenze. Un’altra mette una patina di vernice bianca sui mobili. Il fratello maggiore gli fa notare un’imperfezione sull’anta di un armadio.

Lui ci mostra il suo allevamento di polli. Seimila volatili, divisi in due gabbie tra maschi e femmine. Mangiano un composto che li fa ingrassare velocemente, più ne mangiano, più hanno fame. Sono le sei e mezza, ora del tramonto. Juan accende dei neon bianchi per illuminare le gabbie. «Così non distinguono il giorno dalla notte e continuano a mangiare».

Ha acquistato pulcini da 40 grammi e dopo sette settimane con questo regime arrivano a pesare 2,5 chili e sono pronti per il macello.

«Ma noi non li mangiamo, sono solo per la vendita», chiarisce.

Mostro ai due fratelli il video che ho registrato a casa di Cornelius nella colonia San Miguel, con i cavalli che si muovono in tondo per azionare la ruota che macina il grano.

«Poveri animali. E che spreco di tempo!».

Ridono i due fratelli.

Federico Nastasi


Abram Redekop mostra una bibbia proveniente dalla Germania, scritta in plautdietsch (basso tedesco) (colonia mennonita Riva Palacios). Foto Fabiomassimo Antenozio.

Una storia svizzera e olandese

Dai protestanti agli anabattisti

L’ epoca della riforma protestante (1517) è segnata da conflitti politici, sociali e religiosi. In questo contesto, gli «anabattisti» (da anabattismo, «immergere di nuovo», «ribattezzare») emersero come una corrente radicale che rifiutava i compromessi fatti dai leader riformatori, come Lutero, con la Chiesa tradizionale e i governanti. Questo gruppo riteneva che il battesimo amministrato ai bambini fosse invalido e, pertanto, lo prevedeva soltanto per adulti capaici di libero arbitrio e moralmente retti. Questa scelta li portò a essere perseguitati e chiamati dispregiativamente «anabattisti» dalle autorità ecclesiastiche e statali. La persecuzione degli anabattisti fu particolarmente brutale in Svizzera, dove molti leader furono giustiziati o mandati in esilio. Questo portò alla dispersione del movimento, ma rafforzò anche la solidarietà tra i suoi seguaci.

Un’immagine di Menno Simons (1496-1561), ex prete cattolico fondatore della corrente anabattista dei Mennoniti.

Nel 1536, il prete cattolico olandese Menno Simons lasciò la Chiesa e divenne leader delle giovani comunità anabattiste ribelli del Nord. Personaggio carismatico e predicatore rispettato, nel 1539 pubblicò il suo «Libro dei fondamenti» che divenne – insieme ai «Sette articoli di Schleitheim» – una sistematizzazione dottrinale della nuova Chiesa. Sulla base della diffusione dei «Fondamenti», nonché del vasto lavoro del predicatore Menno, il movimento ricevette il nome di mennoniti.

A causa delle persecuzioni, fin dall’inizio della loro storia, i mennoniti furono costretti a fuggire. La maggior parte cercò rifugio in territori con governanti tolleranti all’interno dell’Impero germanico. Tuttavia, a partire dal XVI secolo, le migrazioni iniziarono in tre direzioni principali: verso il Nord America, verso l’Europa orientale (Prussia, Polonia e Russia) e dall’Europa orientale verso il Nord, il Centro e il Sud America. Queste migrazioni, inizialmente spontanee, divennero imprese collettive più organizzate a partire dal XVIII secolo. Sorsero le prime colonie mennonite, unità socio-religiose contadine.

Secondo i dati della Conferenza mondiale mennonita, nel 2022, esistevano 109 chiese nazionali e un’associazione internazionale mennonita. Della popolazione totale registrata, il 56% è originario dell’Africa e dell’Asia. Il secondo posto è occupato da Stati Uniti e Canada, con il 30%, divisi più o meno equamente tra mennoniti «moderni» integrati nella società e agricoltori tradizionali. I paesi d’origine, Svizzera, Olanda e Germania, ospitano meno del 3% della popolazione mennonita totale. La popolazione dei coloni in America Latina rappresenta poco meno del 10% del totale.

Fe.N.


Juan Enns passeggia all’interno di uno dei suoi campi di soia, uno dei prodotti di punta degli agricoltori mennoniti (colonia Manitoba). Foto Fabiomassimo Antenozio.

Anno 1527, le sette regole e il sermone

Essere anabattisti

Sono sette le regole fondamentali degli anabattisti e sono note come «articoli di Schleitheim» dal nome della località svizzera (Canton Sciaffusa) dove il 24 febbraio del 1527 vennero sottoscritti. Essi rappresentano il primo credo del movimento mennonita che, pur evolvendosi nel tempo, trova in essi la propria Magna carta. In sintesi, essi trattano di:

  1. Battesimo – Solo per gli adulti coscienti. Nessun battesimo per i bambini perché non hanno ancora coscienza del bene e del male e quindi del peccato. Per questo non trarrebbero alcun vantaggio dal battesimo.
  2. Scomunica – La disciplina interna delle comunità mennonite prevede l’espulsione in caso di reiterata e accertata violazione delle norme (errori o peccati) da parte di un membro.
  3. Cena del Signore – Solo ai credenti battezzati è permesso di partecipare alla Santa Cena del Signore.
  4. Separazione dal mondo – Dio ci esorta a uscire da Babilonia e dall’Egitto. Pertanto, è richiesta una vita separata dal mondo rifuggendo la partecipazione a qualsiasi tipo di istituzioni politiche, sociali e religiose.
  5. Pastori – Ogni comunità elegge un proprio pastore, che legge le Scritture, insegna, ammonisce, spezza il pane.
  6. Non resistenza – La spada è bandita. È respinto ogni tipo di violenza perché «non bisogna resistere al male». È escluso, di conseguenza, ogni servizio militare.
  7. Giuramento – Cristo vieta qualsiasi giuramento ai suoi discepoli. Cristo è semplice: sì o no. Tutti quelli che lo cercano con semplicità, intenderanno la sua parola. Non è, pertanto, consentito alcun giuramento verso qualsiasi autorità civile o religiosa.

Gli articoli esprimono quanto il movimento si fondi non solo sulle sacre scritture in generale, ma in particolare sul «Sermone della Montagna» del Vangelo di San Matteo letto come un’esortazione alla buona condotta quotidiana: ricerca della giustizia, purezza di cuore, amore verso i nemici e, soprattutto, predisposizione alla sofferenza.

Fe.N.

Iacob Klassen e la moglie Agata Enns cullano la loro primogenita sotto il portico di casa illuminando la notte con torce a led (colonia mennonita Manitoba). Foto Fabiomassimo Antenozio.

Pacifismo radicale e fuga dal mondo

La scelta mennonita

Fin dalla loro nascita, in Europa occidentale, intorno al 1525 come corrente radicale nel mondo protestante, gli anabattisti sono stati perseguitati dalle chiese ufficiali e dai decreti governativi. Alla violenza, rispondono con la fuga. Pacifisti radicali, non usano violenza nemmeno per difendersi. Fuggono alla ricerca di posti più tranquilli.

Credono nel battesimo degli adulti e nell’isolamento dal mondo, dove il peccato si nasconde sotto ogni pietra. Non partecipano alla vita politica né hanno una gerarchia ecclesiastica: i pastori sono eletti dalla comunità. Ma la reputazione di agricoltori disciplinati e versatili interessa i governi che vogliono colonizzare terre vergini. Così è successo in Polonia nel XVIII secolo, quando il re li invitò a stabilirsi nelle paludi del fiume Vistola. Oggi qualcosa di simile accade in alcune zone della foresta amazzonica peruviana. In cambio, i mennoniti chiedono di poter vivere secondo i loro principi e firmano accordi con gli Stati ospitanti per garantire quelli che chiamano privilegi: non votare, non pagare le tasse, libertà di insegnamento ed esenzione dal servizio militare.

Oggi la corrente anabattista dei mennoniti conta circa 1,5 milioni di fedeli presenti in 80 paesi. Le migrazioni l’hanno portata dalla Svizzera, dall’Alsazia e dal Sud Ovest della Germania, a passare, con il tempo, attraverso l’Olanda, per stabilirsi in Russia su invito della zarina Caterina II, attraversare la Cina, coltivare le terre del Canada e del Messico dopo la rivoluzione del 1920, sostenere la colonizzazione del Chaco in Paraguay e, infine, raggiungere anche le pianure della provincia di Santa Cruz in Bolivia negli anni Cinquanta. I mennoniti boliviani discendono dagli «Altkolonier», la corrente più conservatrice nata in Russia alla fine del XVIII secolo, che rifiutano l’uso della luce elettrica, degli pneumatici e dell’istruzione pubblica. Gli Altkolonier si sono sparsi nel mondo secondo una dinamica tipica dell’espansione mennonita: quando le controversie dentro la comunità diventano irrisolvibili, la comunità si divide. L’altro motore dell’espansione è garantire la terra ai tanti figli che le famiglie mennonite mettono al mondo.

Fe.N.


Mappa della Bolivia; nella parte orientale (Nación Camba) è attivo un movimento autonomista.

A Santa Cruz, conservatori e autonomisti

Bolivia, «Collas» contro «Cambas»

Il latte, i raccolti, gli animali di San Miguel e delle altre decine di colonie vengono venduti al mercato agrario di Santa Cruz. Tutti contribuiscono al settore agricolo della provincia orientale della Bolivia. La produzione di Santa Cruz rappresenta la metà della produzione agricola nazionale. Il modello, implementato dai governi neoliberisti del XX secolo e sostenuto dal capitale straniero e dalla Banca mondiale, è concepito per l’esportazione. Un prodotto più di ogni altro rappresenta il modello di agroexport: la soia. Nella provincia ci sono un milione e quattrocentomila ettari coltivati a soia, dieci volte la superficie di Città del Messico. Il 99% della soia boliviana viene prodotta a Santa Cruz. Questo legume e i suoi derivati rappresentano l’11% delle esportazioni totali del Paese. E furono i Mennoniti, negli anni Novanta, a inaugurare la coltivazione della soia boliviana, oggi ne producono circa il 16%. Il resto è prodotto da imprenditori brasiliani e nazionali.

Nei duemila ettari dell’azienda «La Morita» ci sono campi di soia, ordinati, identici tra loro, e qualche mucca da carne. Il proprietario, Esteban, 33 anni, arriva con un aereo privato e subito sottolinea la sua appartenenza: «Qui siamo discendenti degli europei».

È di origine italiana e sua madre aveva sangue camba, gli indigeni delle pianure boliviane. È alto, capelli neri con i primi fili bianchi, camicia di marca, jeans e scarponcini da trekking, robusto, spalle larghe, sicuro di sé. Ha studiato all’estero, ci tiene a farlo sapere, usa parole in inglese e portoghese. «Perfetto!», dice con entusiasmo prima di rispondere a ogni mia domanda, usa modi amichevoli per dimostrare la sua autorità. Ci porta a fare un giro tra i campi, ci fermiamo davanti a un campo di soia.

«Ruotiamo le colture, facciamo tre raccolti all’anno. Nelle pause mettiamo il bestiame, per smuovere la terra. Non facciamo monocolture e lasciamo il 40% della superficie boschiva, ci protegge naturalmente dal vento, dal gelo e da alcuni insetti, lo facciamo perché è conveniente. E ovviamente – lo dice per ultimo e suona come qualcosa da non dimenticare – per difendere l’ambiente. Io sono la quinta generazione di agricoltori in Bolivia. Voglio che mia figlia, che ora ha tre anni, possa lavorare questa terra.

Non tutti sono come noi. Gli estrattivisti puntano alle produzioni a breve termine. Se ci sono aree abbandonate, vengono utilizzate solo per assegnarle a persone legate a un partito politico. Vedi quella terra laggiù? Il governo l’ha affidato a una comunità indigena dei Collas, lasciano la terra improduttiva. Guarda quella cisterna, deve avergliela data una Ong, non c’è nemmeno un pozzo».

Si riferisce, senza citarlo, al progetto del governo Mas per favorire la migrazione dei contadini colla, popolazione indigena delle montagne, verso la provincia orientale.

Il giudizio sul governo del Mas, il risentimento del proprietario terriero di quinta generazione, fanno parte delle fratture Est Ovest, pianura montagna, e dell’antagonismo tra gli indigeni dell’altopiano, i Collas, con gli abitanti della Bolivia orientale, i Cambas.

Santa Cruz è il bastione conservatore della Bolivia. Con i governi Mas, le spinte autonomiste sono aumentate. Nel dicembre 2022 è stato incarcerato il governatore del dipartimento, Luis Fernando Camacho, leader religioso e di destra, che è diventato l’antitesi del Mas e di Evo Morales e ha infiammato le manifestazioni di piazza del 2019, alimentandole con promesse di autonomia dal potere centrale di La Paz, la capitale costruita a 3.600 metri sulle Ande, la più alta del mondo.

Camacho è stato accusato di aver pianificato il colpo di stato che ha deposto il governo di Evo Morales. La popolazione di Santa Cruz è scesa in piazza, ha bloccato l’aeroporto e ha bruciato edifici pubblici per chiedere la liberazione del leader cruceño da quello che considerano un sequestro. Nel mercato cittadino, un diavolo dipinto su un muro dice «Arce, ti cerco, assassino», in riferimento all’attuale presidente della Bolivia ed esponente del Mas, Luis Arce.

Fe.N.


Frame dal film dedicato alla storia delle violenze sulle donne mennonite di Manitoba.

Donne che parlano

Un libro, un film

La brutta storia delle donne mennonite di Manitoba è stata raccontata nel libro «They speak» (Donne che parlano, nella traduzione italiana del 2018) di Miriam Toews e nell’omonimo film («Women talking») del 2022, con due nomination agli Oscar.


Hanno firmato il dossier:

Federico Nastasi
Ricercatore e giornalista indipendente. Collabora con El Pais, l’Espresso e il Manifesto. Attraverso periodi trascorsi sul campo, ha raccontato i principali avvenimenti politici latinoamericani recenti (in Uruguay, Cile, Ecuador e Brasile). È con MC da marzo 2021.

Fabiomassimo Antenozio
Fotografo romano con la passione per il reportage. Nel 2013 e 2014 i primi viaggi in Bolivia, in particolare nelle regioni dello Yungas, Potosì e La Paz. Il suo progetto fotografico «Verde mennonita» è arrivato secondo a Portfolio Italia 2023 Fiaf, inserito nel festival ReWriters, e ha ricevuto la menzione d’onore al Prague Photo 2023. Inoltre, è stato pubblicato su El Pais Semanal e online su Travel Globe e Berlino Magazine.

A cura di Paolo Moiola, giornalista redazione MC (cfr. Lontani dal mondo, Viaggio tra i mennoniti, MC maggio 1999).

Fonti principali
Adalberto J. Kopp, Las colonias menonitas en Bolivia: antecedentes, asentamientos y propuestas para un diálogo, La Paz, Fundación Tierra, 2015; Mennonite world conference: mwc-cmm.org; Fundación Tierra: www.ftierra.org.

 




Uruguay. Una parentesi tranquilla

Indice

 

L’Uruguay, un «cuscinetto» tra Brasile e Argentina

Una scelta di laicità

Si dice che gli uruguaiani discendano dai migranti, soprattutto gli spagnoli e gli italiani, che arrivarono nell’Ottocento. È un dato di fatto, però parziale. I Guaraní e gli altri popoli indigeni sono scomparsi da tempo, ma hanno lasciato la loro impronta. Reportage dal paese più laico dell’America Latina.

Montevideo. L’Uruguay è la parentesi tranquilla tra i giganti Brasile e Argentina. È il paese più ricco (assieme al Cile) e più laico dell’America Latina, con i partiti politici più vecchi del mondo, il Partido blanco e il Partido colorado. Rinomata la sua stabilità in una regione caratterizzata da grandi passioni e grandi delusioni, «siamo argentini col valium», sentenziò Eduardo Galeano, scrittore uruguaiano di fama internazionale. Nel Novecento, era la «Svizzera d’America Latina», «un paese piccolo e felice, con istituzioni sociali esemplari» secondo Albert Einstein che lo visitò nel 1925, quando era già presente il divorzio, il divieto del lavoro minorile, i permessi di maternità e le pensioni di invalidità.

È curiosa la storia di questo paesito, come lo chiamano affettuosamente i suoi abitanti, esteso come mezza Italia, ma con meno degli abitanti della Toscana (3,5 milioni contro 3,7), metà dei quali concentrati nella capitale, Montevideo.

«Il nostro padre fondatore, José Artigas, a inizio Ottocento non lottava per l’Uruguay indipendente, ma sognava una federazione delle province del Rio de La Plata, una patria grande. Anche culturalmente non c’erano ragioni perché nascesse uno stato qui, siamo molto simili agli argentini. La storia andò diversamente: la diplomazia inglese sostenne la nascita di uno stato cuscinetto tra l’impero spagnolo e quello portoghese, tra Argentina e Brasile, in una zona chiave per la navigazione dei fiumi che portano al cuore dell’America Latina», spiega a MC Luis Bertola, storico economico presso la Universidad de la República dell’Uruguay.

Rodeo di cavalli alla festa della «Patria Gaucha» nel dipartimento di Tacuarembó. Foto Mauricio Zina.
20190316 – Ruedo de doma de caballos durante la fiesta de la “Patria Gaucha” en el departamento de Tacuarembó, Uruguay.

Un paese di soli immigrati?

«I messicani discendono dai Maya, i peruviani dagli Incas, gli uruguaiani discendono dalle navi», recita un detto nazionale. Nel 1860, un terzo della popolazione era composto da migranti. E sono loro, soprattutto spagnoli e italiani, arrivati a fine Ottocento, che hanno fatto il paese. Letteralmente hanno costruito l’Uruguay, e soprattutto la sua capitale cosmopolita, Montevideo: i suoi palazzi liberty, il porto, i sindacati, le squadre di calcio, le imprese. E hanno cambiato i gusti e affermato le mode: a inizio Novecento circolano automobili Fiat, si beve vino spagnolo e Fernet di Milano. E ancora oggi, nella cucina si riconosce quell’impronta: si può mangiare una torta pascualina, torta salata di bieta secondo la ricetta ligure, o una milanesa napolitana, un incontro tra una cotoletta e una pizza.

Bertola però avverte «la storia dei migranti che arrivano con le navi a fondare l’Uruguay è un po’ un mito. Com’è un mito che tutta la popolazione indigena, i Guaraní, sia stata sterminata dagli spagnoli, che serve a rafforzare l’idea che siamo purosangue “europei”. Gli studi genetici dicono che il 30% della popolazione attuale è di discendenza indigena. Pensate al calciatore Edison Cavani, che ha giocato in Italia, a Palermo e Napoli: i tratti del suo viso sono indigeni. Esiste ancora oggi una segregazione, un’esclusione per origine, che passa anche dal discorso storico prevalente», afferma Bertola, che ha dedicato parte dei suoi studi alle origini della popolazione per spiegare la storia economica dei paesi latinoamericani.

Panoramica del porto di Montevideo, capitale dell’Uruguay. Foto Leandro Ubilla.

Garibaldi e i colorados

È certo però che la relazione tra migrazione e Uruguay è inscindibile, come mostra la storia di un italiano: Giuseppe Garibaldi. Il quale visse circa un decennio, negli anni ’40 dell’Ottocento, a Montevideo, a stretto contatto con la grande comunità italiana. Per sostenere la famiglia si impegnò nei lavori più disparati, fu anche insegnante di matematica. Fondò la Legione italiana, impegnata nell’attività rivoluzionaria e militare a favore del giovane stato uruguaiano. La Legione, oltre che per il coraggio in battaglia, si caratterizzava per un particolare: le camicie rosse. L’origine dell’indumento simbolo delle cause patriottiche, sembra si debba più che altro alla necessità: una spedizione di stoffa rossa destinata agli operai di Montevideo che il generale italiano acquistò a basso costo per vestire i suoi soldati. È in Sud America, tra Brasile e Uruguay, che Garibaldi maturò il polso di comandante carismatico e affinò la tattica della guerriglia poi utilizzata nel Risorgimento italiano. Ed è lì che «l’eroe dei due mondi» crebbe nel suo amore per la libertà: nelle sue memorie racconta come lo affascinassero le immense praterie della Pampa e il modo di vivere libero e indipendente dei suoi abitanti, i gauchos.

Un biglietto di 10 pesos del 1887 con il ritratto di Giuseppe (José) Garibaldi, che in Uruguay visse per quasi dieci anni. Foto Museo Histórico Nacional-Casa de José Garibaldi.

La storia del paese si è sviluppata nella relazione, spesso conflittuale, tra Montevideo e l’interior, tra la metropoli e la campagna. È un paese «macrocefalo», afferma Bertola, «con una capitale sproporzionata, per dimensioni e rilevanza, rispetto al resto. Già nell’Ottocento, l’urbanizzazione cresceva rapidamente, poca gente era impiegata nell’agricoltura e nell’allevamento, la maggior parte lavorava nei servizi e nel settore terziario. Abbiamo avuto grandi classi medie prima di avere una grande classe operaia», così Bertola spiega la nascita di una società liberale e moderna per l’epoca. L’espressione politica di queste classi medie, in particolare della borghesia commerciale, era il Partido colorado, mentre il Partido blanco, più conservatore, era il riferimento degli interessi rurali dell’interior. Si tratta di due partiti dell’establishment, ma sono formazioni pigliatutto, alternatesi al potere ininterrottamente dal 1828 fino al 2004, con la parentesi della dittatura militare 1973-1988. Il conflitto tra i due partiti ha diviso a lungo la società. Ne è un esempio proprio Garibaldi, considerato un eroe dai colorados, per le sue vittorie nella Guerra grande (1839-1851), una guerra civile e internazionale, che ha visto blancos e colorados schierati sui fronti opposti. Garibaldi era schierato con i colorados, che ancora oggi espongono un suo ritratto nella loro sede e gli hanno dedicato una statua sulla rambla del porto della capitale.

Molto dell’Uruguay odierno lo si capisce attraverso la figura del colorado José Batlle y Ordóñez, presidente della Repubblica nel 1903-1907 e nel 1911-1915, che ha lasciato un’impronta ben più profonda di quella dei suoi due governi. A lui si deve la modernizzazione dello stato, i diritti dei lavoratori, dei minori, delle donne, la divisione tra stato e chiesa. La sua eredità, il «battlsimo» (ci si riferisce così all’ala sinistra dei colorados, e ad una tendenza socialdemocratica o anche di sinistra anticlericale) ha marcato a fondo cultura e politica del paesito per tutto il Novecento. Ed è da questa tendenza che sorge il Frente amplio, una coalizione di partiti che, nel 2004, romperà il secolare monopolio blancos-colorados.

I cinquant’anni del Frente amplio

Il Frente amplio (Fa), di cui quest’anno si celebrano i cinquant’anni di storia, è un pezzo del mosaico delle stranezze del paesito. Un movimento di partiti di sinistra di ogni tendenza, dai democristiani agli ex guerriglieri tupamaro, è anche un modo di essere, un’identità per gli uruguaiani. In una società altamente politicizzata, dove il voto è obbligatorio, è comune che le persone dichiarino la loro adesione politica. E oggi, passeggiando per le strade della capitale, è frequente vedere le bandiere tricolore del Fa ai balconi dei condomini o i murales con slogan e i volti dei suoi leader. «È un piccolo mistero l’esistenza di un soggetto politico così variegato, che unisce culture così diverse. Un po’ si deve al pragmatismo e alla maturità dei dirigenti politici, che hanno sempre messo a valore ciò che li univa, anziché ciò che li divideva. Il Fa, ad esempio, non si è mai definito socialista, benché al suo interno vi siano molti gruppi di tale tendenza. I leader politici hanno fatto concessioni ideologiche a favore dell’unità. L’altra ragione dell’unità è l’origine: il Fa è nato come unione dei militanti di base, con i comitati di quartiere, movimenti cattolici, studenti e operai. C’è una mistica dell’origine, le radici popolari e i movimenti di base, che spinge molti a sentirsi frenteamplisti, prima che a identificarsi con uno dei suoi molti partiti. Gli elettori cambiano il loro voto tra i partiti del Fa, ma restano leali al Fa. I partiti lo sanno e restano leali al patto di unità», spiega Bertola. Il Frente amplio è stato al governo per quindici anni, dal 2005 al 2020, cambiando profondamente il paese. Nel quindicennio, si sono alternate due figure, fondamentali nella storia del paese: José «Pepe» Mujica e Tabaré Vázquez.

L’allora presidente Pepe Mujica, ex tupamaro, con Michelle Bachelet, all’epoca presidente del Cile. Foto: Gobierno de Chile.

Pepe Mujica, la semplicità al potere

José Mujica, «el Pepe» come lo chiamano nel Rio de La Plata, è un leader affascinante e sobrio, sopravvissuto alle torture della dittatura, che lo chiuse in un pozzo per dodici anni, come racconta il film La noche de 12 años. Mujica, che di recente ha abbandonato la politica attiva, è uno degli esponenti tupamaro, il movimento di sinistra rivoluzionaria che ha dato vita ad azioni di guerriglia urbana tra metà anni ’60 e inizio anni ’70. I tupamaro si fecero conoscere con iniziative contro la corruzione e per la giustizia sociale, come il furto di un carico di alimenti di proprietà di una grande impresa poi distribuito agli abitanti di un quartiere povero. I «Robin Hood della guerriglia», come li definì il New York Times, godevano dell’appoggio di una parte importante della popolazione. È grazie a questo appoggio, ad esempio, che nel 1971, centoundici tupamaro, tra cui lo stesso Mujica, scapparono dal carcere di Punta Carretas, realizzando l’evasione di detenuti politici più grande della storia. Nei primi due anni di dittatura l’organizzazione fu sostanzialmente smantellata, i leader arrestati, uccisi o in esilio. La dittatura nel paese fu una notte lunga dodici anni, durante i quali, scrive Galeano, «Libertà è stato solo il nome di una piazza e di un carcere. In quel carcere, tutti erano prigionieri, eccetto i secondini e gli esuli. C’erano tre milioni di detenuti, benché sembrasse fossero solo qualche migliaio. Capucci invisibili coprirono gli uruguaiani, condannati all’isolamento e al silenzio, benché non vivessero la tortura. Paura e silenzio furono le regole della vita quotidiana. La dittatura, nemica di tutto ciò che cresce e si muove, ricoprì di cemento i prati delle piazze e tagliò tutti gli alberi che poté».

Con il ritorno alla democrazia, gli ex tupamaro, deposte le armi, hanno accettato la sfida elettorale e si sono riuniti in quello che oggi è il primo partito del Fa per consensi: il Movimiento de participación popular (Mpp).

Nella politica del Mpp ai tempi della democrazia, c’è un elemento di fondo che fa rumore: una relazione di vicinanza e rispetto con i militari. Proprio con gli esponenti dell’armata responsabile delle torture e della repressione nei tempi della dittatura, Mujica e i suoi tengono aperto un dialogo. Le interpretazioni di questa relazione – apparentemente una «sindrome di Stoccolma» per la quale i torturati si innamorano dei torturatori – sono le più disparate, da quella cospirativa (un accordo siglato ai tempi della dittatura, benché non vi siano prove né evidenze), alla vicinanza di idee, «la comunione del ferro», tra ex combattenti. Quel che è certo è che, una volta arrivati al governo, gli ex guerriglieri hanno optato per il ministero della Difesa, con Fernández Huidobro, «el Ñato», anche lui sopravvissuto a un decennio di carcere in isolamento. Mujica ha raccontato di un pranzo con «i pezzi grossi dell’armata, generali, colonnelli, militari fascisti, c’era di tutto» finalizzato a creare un clima di cordialità. E ancora oggi Mujica tiene aperto il dialogo con Guido Manini, ex generale, ora leader di Cabildo Abierto, partito di estrema destra attualmente al governo. Qualunque sia l’origine e la natura di questa curiosa relazione, è una delle tante stranezze di un paesito solo apparentemente tranquillo.

Il successo elettorale del Mpp si deve «soprattutto alla figura di Mujica», afferma Bertola, che da studente fu un attivista tupamaro.

Eletto presidente nel 2009, Mujica promuove politiche sociali ed economiche di successo, con la riduzione di disoccupazione e povertà, e legalizza l’aborto e il consumo della cannabis. Ma il consenso popolare è probabilmente più legato al suo modo di essere, di interpretare il suo ruolo pubblico, lontano dagli schemi tradizionali, anche per gli standard della sinistra latinoamericana. Nel 2014, a un giornalista spagnolo stupito nello scoprire come il presidente dell’Uruguay viva in una casa di due stanze, Mujica semplicemente risponde: «Il vantaggio di avere una casa così piccola è che tra me e mia moglie spazziamo e riordiniamo tutto in un lampo».

L’oncologo Tabaré Vázquez, morto a dicembre 2020, è stato presidente dell’Uruguay per due mandati. Foto: Presidencia de la República Mexicana.

Tabaré Vazquez, il medico riformatore

Prima e dopo Mujica, presidente è un uomo la cui storia racconta molto dell’anima dell’Uruguay: Tabaré Vazquez. Il Frente vince le elezioni del 2004 e arriva per la prima volta al governo nazionale con quest’uomo, un medico socialista figlio dell’Uruguay popolare, nato nel 1940 nel quartiere operaio La Teja. Tabaré Vazquez cresce in una casa con le pietre sul tetto per non farlo volare via quando c’è vento forte, gioca come portiere nei campetti di terra battuta. All’università sceglie medicina e, nel frattempo, si innamora di Maria Auxiliadora Delgado, con la quale resterà unito tutta la vita. Siamo a metà degli anni ’70. L’Uruguay, come tutto il Cono Sur, vive la dittatura militare, i morti e gli scomparsi caduti nella rete di repressione della polizia politica.

La vita di Tabaré si divide tra la famiglia, l’impegno sociale e il mestiere di medico. Si specializza in oncologia, perché «ho perso i miei genitori e mia sorella per il cancro. Ho un nemico e lo voglio combattere», e diventa uno degli specialisti più importanti della regione.

Nel 1979 diviene presidente del Club Progresso, la piccola squadra di calcio de La Teja. Tabaré usa il calcio per promuovere attività sociali nel quartiere e porta la squadra alla consacrazione. Nel 1989, il Progresso vince lo scudetto e gioca la Coppa libertadores, la Champions league latino-americana.

In quell’anno ci sono le elezioni a sindaco di Montevideo e il Frente amplio cerca una figura fuori dagli schemi. Scelgono lui. Tabaré presenta un programma di proposte concrete e lo slogan è «consideralo fatto». Va in giro a piedi. Nelle assemblee è lui che passa il microfono per ascoltare più che per parlare. La politica, dice, è come la medicina: «Bisogna ascoltare chi vive un problema poiché spesso ne conosce la soluzione, come il malato conosce la sua malattia». Vince e diventa il primo sindaco di sinistra della capitale, è la prima vittoria nella storia del Frente amplio. Mantiene le promesse e raggiunge livelli di consenso altissimi, smentisce la leggenda nera per cui il ruolo di sindaco di Montevideo è una tomba per la carriera politica. E la sua carriera fa un balzo: nel 1994 è candidato del Frente amplio a presidente della Repubblica. Perde, ma il Fa diventa un attore politico alla pari dei partiti storici. Tabaré comincia a modellare la coalizione sulla sua idea di riformismo pragmatico.

Il suo riferimento era Salvador Allende, anche lui medico, socialista e massone. «Da lui, possiamo apprendere molto. Anche gli errori da non ripetere», diceva riferendosi al presidente cileno eletto democraticamente e poi rovesciato da un golpe sostenuto dagli Stati Uniti.

Quando si va alle elezioni presidenziali del 2004, il paese non si è ancora rialzato dalla crisi bancaria del 2002, trasformatasi nella peggiore crisi economica della sua storia, spingendo due persone su cinque in povertà. Tabaré come candidato del Fa deve scontrarsi con la propaganda della destra: «Con la sinistra arriveranno povertà e conflitti sociali, le istituzioni saranno distrutte, finiremo come Cuba». Lui non è certo un estremista, ma questa retorica ha sempre funzionato in Uruguay.

Stavolta però l’aria è diversa, lo si capisce nella chiusura della campagna elettorale a Montevideo, un immenso fiume di persone riempie l’Avenida del Libertador, mentre suona «Todo cambia» di Mercedes Sosa. Il Frente amplio vince e finisce il bipolarismo che durava dal 1828.

L’attuale presidente Luis Alberto Lacalle Pou del Partido blanco, storico partito conservatore tornato al potere nel marzo 2020, dopo 15 anni di Frente amplio. Foto Presidencia de la Republica.

Dopo 15 anni, tornano i conservatori

Comincia un’azione di governo su due assi. Primo: verità e giustizia per i crimini della dittatura militare. E poi le riforme: immediato sostegno ai poveri. Tabaré risponde alle critiche: «C’è chi dice che i poveri useranno il denaro del piano di Emergenza per comprarsi il vino. E io chiedo: perché i poveri non possono bersi un vino?». La gestione dell’economia è sapiente, viene approvata una riforma fiscale in senso progressivo, i conti tornano in ordine e il paese riparte. Nasce poi il Sistema di salute universale, la legge sul lavoro domestico, l’Agenzia per l’innovazione e la ricerca, gli investimenti sulla digitalizzazione. Ma la riforma che tutti ricordano è il Plan Ceibal: un computer per tutti i bambini. Molti, durante la pandemia di Coronavirus e la quarantena, hanno ricordato il primo governo del Fa, la salute pubblica e l’educazione digitale grazie alle quali il paese ha reagito bene al Covid-19. La critica principale al suo primo governo è il veto presidenziale posto alla legge pro-aborto, già votata dal Parlamento, che lo porterà a dimettersi dal Partito socialista (componente del Frente).

Con il secondo governo Tabaré, tra il 2015 e il 2020, viene estesa la copertura pubblica per le cure ad anziani, bambini, disabili; si decreta l’educazione come bene essenziale; col Plan Ceibal arriva un tablet a tutti gli anziani. Secondo la Confederazione sindacale internazionale, l’Uruguay diventa il paese più avanzato nelle Americhe, da Nord a Sud, per rispetto dei «diritti del lavoro, della libertà di associazione, della contrattazione collettiva e dello sciopero».

Nel 2019 muore la moglie e quello stesso giorno Tabaré annuncia che sta lottando contro un cancro al polmone. Una beffa: l’uomo colpito dal male che ha studiato da medico e combattuto da presidente, con le sue leggi antifumo. A fine anno, il Partido blanco – grazie a una vittoria risicata – torna al governo. Cala il sipario sul lungo quindicennio del Fa, senza una polemica né un ricorso da parte degli sconfitti. La transizione è esemplare: un altro dei falsi miti sulla sinistra rotti da Tabaré.

Tabaré muore il 6 dicembre 2020, a ottant’anni. Il governo dichiara tre giorni di lutto nazionale, le strade si riempiono di persone emozionate, fiori e messaggi. Uno dice: «Una maestra, grata di aver vissuto mentre eri presidente». La sua figura è la personificazione della saga della sinistra uruguaiana, una storia di molte sconfitte ma che alla fine trova la strada per la vittoria, assicurando stabilità democratica, crescita con uguaglianza e redistribuzione del potere. Un ciclo lungo 15 anni, conclusosi con la morte di Tabaré e il ritiro dalla vita pubblica di Pepe Mujica. Oggi il Frente amplio cerca nuove strade.

 Federico Nastasi

Mappa dell’Uruguay, paese stretto tra l’Argentina e il Brasile. Illustrazione Treccani.

Uruguay

  • Forma di governo: Repubblica presidenziale.
  • Presidente: dal 1 marzo 2020, Luis Alberto Lacalle Pou (Partido blanco, di centro destra).
  • Superficie: 176mila km² (circa metà dell’Italia).
  • Abitanti: 3,4 milioni (circa 40% sono di origine italiana).
  • Popoli indigeni: sono quasi estinti come popoli autonomi.
  • Città principali: Montevideo (capitale con 1,9 milioni di abitanti), Salto, Punta del Este (principale centro turistico), Colonia del Sacramento (città storica).
  • Religioni principali: 58% cristiani (42% cattolici, 16% protestanti); 17% credenti senza affiliazione; 16% atei; 5% agnostici; 5% altre religioni.
  • Economia: agricoltura (soia) e allevamento (bovino e ovino); Pil pro capite 22.400 Usd (secondo paese dell’America Latina dopo il Cile).
  • Vaccino anti-Covid principale: Sinovac.

L’arcivescovo cardinale Daniel Sturla durante una messa nella parrocchia della Annunciazione, nel quartiere Cerrito de la Victoria, a Montevideo. Foto Mauricio Zina.

La Chiesa cattolica

Piccola (eppure presente)

Meno della metà della popolazione si dichiara cattolica. Eppure, il cattolicesimo è componente essenziale della cultura nazionale. I cattolici sono tra i conservatori, ma anche nel Fronte ampio. E c’erano tra i tupamaros.

Il 25 dicembre in Uruguay si festeggia il giorno della famiglia, la Settimana santa è la settimana del turismo. «La chiesa cattolica è piccola e povera. E un prete che cammina per strada attira l’attenzione», spiega Eduardo Murias, ex seminarista, funzionario pubblico e «fervente cattolico». Nel paesito, meno della metà della popolazione si dichiara cattolica, un unicum in un’America Latina dove il cattolicesimo è sempre stato molto diffuso.

«La nascita dell’Uruguay non è frutto dell’evangelizzazione dei popoli indigeni, come in altri paesi della regione. I migranti arrivati dall’Europa erano liberali, socialisti e anarchici, riuniti in logge massoniche anticlericali. E inoltre, con la separazione chiesa-stato iniziata a metà Ottocento, presto la religione divenne un fatto privato e i poteri pubblici pienamente laici. Il presidente José Batlle y Ordóñez canalizzò il liberalismo radicale delle classi medie urbane e accelerò la laicizzazione dello stato», spiega a MC Juan Pablo Martí, professore di storia economica della Universidad de la Republica, e «cattolico poco praticante, aderente alla Comunidad de Vida Cristiana dei gesuiti». «Qui, essere sacerdote non eleva a nessuno status particolare. Ricordo quando dissi alla mia famiglia e agli amici che volevo essere sacerdote: “Che peccato, che spreco”, mi dissero. Nessuno mi incoraggiò, sembrava una scelta senza senso», racconta Murias, che ha abbandonato il seminario, ma non la fede.

All’opposizione della dittatura

Nonostante queste premesse, il cattolicesimo è una delle principali componenti della cultura nazionale. «L’azione pubblica tra fine ‘800 e inizio ‘900 nasceva dall’impulso dei cattolici: si pensi alle società di mutuo soccorso; alle cooperative di risparmio, alle casse popolari, ai sindacati di lavoratori cristiani», spiega Martí. «E anche se l’educazione del mio paese è assolutamente laica, storicamente, le scuole delle congregazioni gesuite e domenicane sono state fondamentali, molti presidenti passarono da quelle aule», afferma lo storico.

Politicamente, non vi è un partito cattolico di riferimento, vi sono settori cattolici nei partiti tradizionali, nel partito conservatore blanco soprattutto. Ma anche tra i colorados e il Frente amplio, nato nel 1971 grazie al contributo della Democrazia cristiana e della gioventù cattolica di sinistra. E anche tra i guerriglieri tupamaro c’erano cattolici.

Durante la dittatura, la Chiesa divenne uno spazio di militanza e mobilitazione sociale contro il regime, grazie all’impegno del clero e dei fedeli. A differenza dell’Argentina, qui le gerarchie non supportarono i militari: l’arcivescovo Carlos Parteli di Montevideo fu – discreto ma inarrestabile – una spina nel fianco della dittatura. Marcelo Mendiharat, vescovo della diocesi di Salto, fu perseguitato e se ne andò in Argentina, altri sacerdoti furono perseguitati come oppositori alla dittatura. Le parrocchie aprirono le porte agli incontri politici, in un’epoca in cui sindacati e partiti erano vietati. Fu in quei saloni che crebbe una parte della classe dirigente del Frente amplio. «Un quarto dei deputati del Fa sono cristiani, alcuni cattolici altri evangelici. Si riconoscono come militanti cristiani. Javier Miranda, presidente del Fa, figlio di un comunista desaparecido, è cresciuto in un collegio gesuita e spesso afferma che la sua militanza si deve alla sua formazione religiosa», spiega Martí.

«Durante i cacerolazos contro la dittatura, le chiese facevano suonare le campane a sostegno della protesta. Nel 1983, nel salone della chiesa Los Capuchinos San Antonio y Santa Clara, nel centro di Montevideo, si tenne uno sciopero della fame per la scarcerazione di Adolfo Wassen, dirigente tupamaro affetto da un cancro mortale, perché potesse passare in casa gli ultimi giorni della battaglia contro la malattia», mi racconta Martin, maestro di yoga e cattolico.

Offerta durante una cerimonia dell’Umbanda celebrata sulla spiaggia Ramírez, a Montevideo. Foto Mauricio Zina.
20200202 – Mae Susana de Oxum realiza una ofrenda a la diosa de Umbanda Iemanjá en la Playa Ramírez de Montevideo, Uruguay

Pro o contro Francesco

Il rinnovamento della Chiesa con il Concilio Vaticano II (1962-1965) trovò terreno fertile in Uruguay, dove già da inizio Novecento si anticipavano alcune delle conclusioni del Concilio, in particolare l’idea di una «Chiesa vicina ai bisognosi e lontana dal potere». Spiega Martì: «Negli anni Sessanta, la gioventù cattolica, l’Azione Cattolica in particolare, era molto attiva nel sociale ed era molto progressista, il Concilio formalizzò questo impegno». E, all’epoca, non mancavano i preti operai «come il mio, nel quartiere la Blanqueda, che lavorava in fabbrica perché non voleva essere mantenuto dalla Chiesa», ricorda Martin.

Quella che si conosce come teologia della liberazione, in Uruguay ha diversi esponenti, tutt’ora in gran forza. E genera diffidenza verso chi, come Eduardo Murias, vive la fede in maniera diversa. Un punto di dissidio tra i fedeli è la figura di Francesco. Il papa argentino qui divide: «A volte lo chiamo Bergoglio, non Francesco, mi viene difficile riconoscerlo come papa. Non lo critico, ma le sue posizioni teologiche mi generano confusione, non danno certezze a noi fedeli. E la Chiesa dev’essere di tutti, la sua figura ha diviso più che unire. In Argentina lo accusano di essere peronista, a me non interessa la politica, mi chiedo però perché stia cambiando le nostre tradizioni liturgiche», si anima Eduardo e aggiunge: «La Chiesa è di tutti. Io vengo dalla tradizionale spiritualista, ma ho fatto molte azioni per i più deboli. Non voglio vivere in una Chiesa di soli seguaci della teologia della liberazione. Per me la fede è azione e preghiera insieme».

A Murias piacerebbe una Chiesa meno legata al prete e con più attivismo dei fedeli, «come dice Francesco», afferma, dopo aver chiarito le sue critiche al papa. «Durante la pandemia, ho fatto molto volontariato e la gente l’ha apprezzato, adesso alcuni vengono in chiesa con me. Per superare la diffidenza verso il cattolicesimo, bisognerà sviluppare di più l’impegno dei fedeli e non aspettare le iniziative del prete. Ci sono pochi movimenti di base, bisognerebbe rafforzarli». E bisognerebbe «sanzionare con forza i preti che commettono violenze sessuali, non solo cambiarli di parrocchia», continua Eduardo, riferendosi ai recenti scandali che hanno riguardato abusi sui minori nella chiesa di Minas. «Siamo una iglesia chica e molte cose si sanno prima che scoppino gli scandali, la vox populi corre più della giustizia ordinaria. La nostra è una Chiesa apatica che non ha preso le dovute misure in tempo», critica Eduardo. Bisognerebbe «dare ai preti la formazione adatta sul voto del celibato. Ricordo che quando ero in seminario, un prete spagnolo ci disse che quando incrociavamo una bella ragazza per strada, dovevamo cambiare marciapiede. Ma non si può scappare tutta la vita», conclude Eduardo.

Federico Nastasi

Daniel Manuelian, a Casa Armenia, nel quartiere Prado, a Montevideo. Foto Mauricio Zina.
20210304 – El Presidente de la Colectividad Armenia Daniel Manuelian, posa para un retrato en la Casa Armenia del barrio Prado en Montevideo, Uruguay

La comunità armena

Uruguay, un paese accogliente

«Sono armena», mi dice con il suo spagnolo rioplatense Silvana, una libraia della Ciudad Vieja di Montevideo. Silvana, benché sia nata in Uruguay, non parli armeno e non abbia mai messo piede in Armenia, ci tiene alla sua identità. E come lei ci sono circa quindicimila armeni nel paesito, grati all’Uruguay per essere stato il primo paese al mondo ad avere riconosciuto il «Medz Yeghern», il genocidio armeno, con una legge nel 1965.

Tra il 1915 e il 1916, l’Impero ottomano, guidato dal governo dei «Giovani Turchi», pianificò e realizzò la deportazione della popolazione armena dal proprio territorio, autorizzata con la legge Tehcir del 29 maggio 1915, provocando la morte di un milione e mezzo di armeni. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 a Costantinopoli, con un’operazione che decapitò l’intellighenzia armena, più di mille tra giornalisti, scrittori, poeti, delegati al parlamento, furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada. Nelle marce della morte, che coinvolsero 1,2 milioni di persone, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. I maschi delle famiglie, adulti e bambini, vennero trucidati, e le donne trascinate attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia.

Malgrado l’esodo e le prove fotografiche che testimoniano l’accaduto, la Turchia non riconosce quello che molti storici definiscono il primo genocidio moderno, basato sulla programmazione «scientifica» dello sterminio.

Nel 2016, in occasione del centenario del genocidio, papa Francesco ha visitato l’Armenia, condannando il genocidio e ha pregato per evitare che questa tragedia possa ripetersi. Durante la visita a Erevan, ha sottolineato come la memoria possa essere «fonte di pace» per portare i due paesi sulla strada della riconciliazione.

Il paese che chiedeva migranti

«Negli anni ‘20 e ‘30, l’Uruguay faceva propaganda pro immigrazione: arrivarono italiani, spagnoli, e anche sette-ottomila armeni. Partivano dal Libano, dalla Francia o dalla Siria. Erano cresciuti negli orfanotrofi, poiché il genocidio si era già perpetrato. «Erano smarriti, non avevano idea di dove fossero arrivati, non avevano niente in mano», spiega a MC Diego Karamanukian, intellettuale della comunità armena di Montevideo, che parla un perfetto armeno e dirige Radio Arax, programma radiofonico di cultura armena.

Com’è possibile che dopo un secolo dal genocidio, quattro generazioni e 13mila chilometri di distanza dal luogo degli avvenimenti, l’identità armena sia ancora così forte sulla sponda nord del Rio de La Plata? «Sono cresciuto con i racconti di terrore di mia nonna, che è stata serva di una famiglia turca. Arrivò qui non per cercare lavoro, ma per non farsi ammazzare. Curare questa identità è una reazione al genocidio e al negazionismo che dura tutt’ora», spiega Daniel Manuelian. Lui e Diego sono dirigenti di Hnchakian, il partito socialdemocratico armeno presente in molti paesi, tra cui Libano, Usa e anche Uruguay. Per questa intervista, ci ricevono a Casa Armenia, un bell’edificio con giardino nel quartiere residenziale del Prado, nella parte Ovest di Montevideo. È sede del partito, luogo di cultura, sport e feste.

«È incredibile pensare come un gruppo di persone, arrivate coperte solo di stracci, in poco tempo non solo trovò lavoro e mise su famiglia, ma organizzò la comunità, fondò scuole, chiese, associazioni, giornali, radio, cori, festival musicali. Così curarono l’identità perseguitata dall’Impero ottomano, la misero in salvo dall’oblio», ragiona con orgoglio Diego, descrivendo l’attività dei primi armeni di Uruguay. «Sono arrivati sapendo che non c’era un biglietto di ritorno, hanno costruito qui la patria che avevano perso. Si sono riuniti attorno al centro di Montevideo, dove c’erano le industrie. E forse c’è anche una ragione geografica e nostalgica: andarono lì perché cercavano le montagne del loro paese», continua Diego. I primi arrivati, all’inizio, lavoravano come operai, in attività che non richiedevano la conoscenza dello spagnolo. Poi, si dedicarono ai piccoli commerci e alle botteghe, agli almacenes. Nei vecchi edifici nella parte occidentale della città, ci sono ancora insegne in spagnolo e armeno. L’ex presidente Tabaré Vazquez raccontava che nel suo quartiere, La Teja, la sua famiglia, in un periodo di ristrettezze, aveva ricevuto aiuto e cibo da un commerciante armeno.

«Qui gli armeni si sono fatti volere bene e hanno contribuito alla costruzione del paese. Non ci siamo ghettizzati, al contrario. Prima di tutto siamo armeni, ma siamo uruguaiani: tifiamo Nacional e Peñarol (i due club di calcio più seguiti del paese, ndr), abbiamo visto l’Uruguay due volte campione del mondo. La nostra cucina si è mescolata con quella uruguaiana: qui puoi mangiare un buonissimo lehmeyun (una specie di pizza armena, ndr) con aggiunta di mozzarella locale. Abbiamo ricevuto accoglienza e riconoscimento: a Montevideo si può passeggiare su Rambla Armenia, ci sono monumenti e targhe che ricordano il genocidio, e il 24 aprile è il Giorno della Memoria. Se in Armenia dici che sei uruguaiano, ti si aprono le porte», spiega Diego.

Difendere l’identità armena

«È il negazionismo che mi fa rabbia. Io sono la prova viva del genocidio. Se non ci fosse stato, semplicemente non sarei qui. Me lo ha spiegato uno psicologo: ci teniamo così tanto alla nostra identità perché il nostro è un trauma non riconosciuto», racconta Daniel. Ma oggi l’identità della comunità in Uruguay è a rischio: «Mio figlio non parla l’armeno, non si interessa molto alla storia, non vive il mio stesso trauma. Ma se per strada gli gridano “armeno” si gira. È la quarta generazione, l’identità col tempo si perde», confessa un po’ sconsolato Daniel.

«In Libano, Turchia, Siria, l’identità armena si mantiene attraverso la religione cristiana ortodossa: essere armeni è un modo per non essere musulmani. Qui in Uruguay, un paese così laico, il tema religioso non è conflittuale. Quindi, è più difficile curare l’identità», ragiona Diego. Che prosegue un po’ sconfortato: «La lingua è un problema, è difficile, pochi la parlano e pochissimi la insegnano, non si parla più in famiglia». Ma poi ha un guizzo: «A volte la curiosità risorge. C’è chi segue corsi online di armeno, adesso c’è anche un corso universitario. E poi, con internet, molti seguono le notizie dell’Armenia, come adesso con il conflitto del Nagorno Karabakh. Si sta affievolendo l’identità, ma non scomparirà. L’identità è volontà», conclude con un po’ di speranza.

Federico Nastasi

L’entusiasmo di un gruppo di tifosi della nazionale. Foto Jimmy Baikovicius.

Il calcio, una religione laica

È celeste il colore della passione

In Uruguay, il calcio è una vera religione laica. Lo gioca chiunque, ovunque, con qualunque clima, a qualunque ora. Anche per questo un paese tanto piccolo ha mietuto successi.

Viaggiando per l’Uruguay, un giorno sono arrivato a Mercedes, un paese sulla riva del Rio Negro, il fiume che fa da frontiera con l’Argentina. Pochi giorni prima, il fiume aveva esondato e rimaneva fango e acqua stagnante sulla sponda, attrezzata con panchine, altalene e (naturalmente) griglie per la carne. Quella volta mi sono incantato a fissare una partita di pallone, zaini per terra a indicare le porte, undici contro undici con l’acqua fino alle caviglie.

Il calcio è la vera religione dell’Uruguay, lo gioca chiunque, ovunque, con qualunque clima, a qualunque ora. Così si spiega come un paese così piccolo abbia vinto due Coppe del mondo (1930 e 1950) e due medaglie dei Giochi Olimpici (1924 e 1928), quattro trofei come le stelle che la Celeste, la nazionale uruguaiana, espone sulla maglia. Dal paesito provengono campioni in ogni epoca, da Juan Alberto Schiaffino – campione del mondo nel 1950 con l’Uruguay e titolare anche della nazionale italiana – a Luis Suarez, centravanti dell’Atletico Madrid e massimo realizzatore con la nazionale. È la Celeste che accende la passione degli uruguaiani, quando finalmente possono vedere tutti insieme i loro campioni, normalmente impegnati nei club europei. Da quindici anni, alla guida della nazionale c’è Óscar Tabárez, detto il Maestro, ex insegnante di scuola e filosofo del pallone. Lui ha costruito un modello di selezione di giovani campioni (El proceso) che ha permesso la crescita costante degli atleti, dalle giovanili, fino all’affermazione in nazionale. Il suo motto, «il cammino è la ricompensa», esemplifica la dedizione e la passione grazie alla quale è diventato l’allenatore di nazionale più longevo del mondo.

Ed è nel paesito che si è giocata la prima edizione della Coppa del mondo, al Estadio Centenario, nel 1930. Oggi lo stadio ospita il Museo del calcio che, insieme ai cimeli delle imprese della Celeste, mostra i numeri della passione: 598 club di calcio per bambini con 60mila aderenti, si giocano duemila partite a settimana, recita un tabellone con malcelato orgoglio.

Di recente, la passione si è diffusa anche tra le donne. Jessica, trentenne funzionaria del ministero della Cultura, mi racconta che da bambina le piaceva giocare a calcio, ma negli anni ’90 non era ben vista una bimba con gli scarpini e dovette rinunciare. Oggi finalmente si possono osservare partite di calcio femminile sulla rambla e l’Uruguay ha ospitato il mondiale under-17 di calcio femminile nel 2018.

Un’immagine storica del «Maracanazo» quando l’Uruguay sconfisse per 2 a 1 i padroni di casa del Brasile nella finale della Coppa del mondo, a Rio de Janeiro (16 luglio 1950).

Il calcio e la dittatura

Le vicende calcistiche si legano anche alla storia politica del paese. Nel 1980, l’Uruguay ospitò il Mundialito, un torneo a inviti per le sei nazionali vincitrici della Coppa del Mondo. Ad un mese dall’inizio del torneo, il 30 novembre, si svolse un referendum costituzionale, che nelle intenzioni dei militari avrebbe dovuto legittimare il governo dittatoriale di Aparicio Méndez. Il risultato fu sorprendente: la giunta al potere fu sconfitta. La dittatura cercò di evitare che il torneo si trasformasse in un megafono per l’opposizione, provando a strumentalizzarlo a proprio favore, secondo l’esempio di due anni prima offerto dalla giunta militare di Videla con i mondiali argentini. Al Mundialito, l’Uruguay giocò alla grande, superò l’Italia di Bearzot per 2-0, e in finale incontrò il Brasile. Si ripeteva una sfida epica, con lo storico precedente del campionato del mondo 1950, il Maracanazo, che vide la Celeste festeggiare la sua seconda Coppa del mondo, e la Seleção vivere una delle sue peggiori tragedie sportive. Anche al Mundialito, la Celeste uscirà vincitrice per 2-1 contro un Brasile di campioni, guidato da Santana. E la dittatura militare, perso il referendum e fallito il tentativo di strumentalizzazione del torneo, si avviò sul viale del tramonto, sancito con il ritorno della democrazia quattro anni dopo.

Panoramica sullo stadio del Centenario, a Montevideo. Foto Rodrigo Soldon.

Una passione interclassista

Al calcio è dedicato Splendori e miserie del gioco del calcio, uno dei libri più famosi di Eduardo Galeano, nel quale si chiede: «In cosa il calcio rassomiglia a Dio? Nella devozione dei suoi fedeli, nello scetticismo di molti intellettuali».

Nel paesito, a dire il vero, la passione per il pallone è interclassista e negli stadi si mescolano persone di ogni origine. «L’Uruguay è uno di quei paesi dove dovrebbero mettere delle porte di calcio alle frontiere. Al visitatore sarebbe chiaro che quel paese altro non è che un gran campo di football con l’aggiunta di alcune presenze accidentali: alberi, mucche, strade, edifici», ha scritto l’argentino Jorge Valdano. Ripensando alla partita vista sul lungofiume di Mercedes, con la palla che neanche rimbalzava nel prato zuppo d’acqua, credo che Valdano avesse proprio ragione.

Federico Nastasi

Un momento di Uruguay-Messico, Coppa America 2011. Foto Sam Kelly.

Archivio MC

Hanno firmato questo dossier:

Federico Nastasi – dottorando in economia, ricercatore presso il Cepal (Comisión económica para América Latina), giornalista indipendente. Vive in America Latina, tra Montevideo e Santiago del Cile, collaborando con radio, riviste, quotidiani in italiano e spagnolo. Ha raccontato il referendum cileno con la newsletter «Plaza Dignidad – Lettere dal Cile». È alla sua seconda collaborazione con MC dopo il dossier Cile dello scorso marzo.

A cura di Paolo Moiola – Giornalista, redazione MC.

Due bambine a cavallo alla «Rural del Prado», a Montevideo. Foto Mauricio Zina.
20190420 – Niñas montan un caballo durante la Rural del Prado en Montevideo, Uruguay




Cile. Ora si chiama Plaza Dignidad


Indice

«Le strade si aggiustano. I morti non ritornano» dice il cartello di un manifestante (foto Camera Memories).

Le conseguenze della rivolta cilena

La dignità e il risveglio di un paese

Sottotraccia da tempo, la rivolta cilena è scoppiata nell’ottobre del 2019.  È costata molto, ma ha raggiunto un obiettivo impensabile: la formazione (ad aprile 2021) di un’assemblea che dovrà redigere una nuova Costituzione, sostitutiva di quella del 1980 voluta dal generale Augusto Pinochet.

Santiago del Cile, Metro Estación Central, 18 ottobre 2019. Il governo ha annunciato l’aumento di 30 pesos del biglietto della metro, meno di 4 centesimi di euro. Una ragazza salta il tornello ed entra senza pagare. La segue un altro, poi una ragazza. In breve, si diffonde l’evasione massiva in decine di stazioni della metro di Santiago: «Evadir es otra forma de luchar», «non pagare è un’altra forma di lottare», gridano i giovani.

È il primo smottamento, al quale il governo risponde con la repressione. La protesta aumenta e viene imposto il coprifuoco. La rabbia esplode e in poco tempo l’urlo indistinto si traduce in una voce chiara che domanda un radicale ripensamento del paese. Il 25 ottobre 2019 si riuniscono pacificamente nella piazza centrale di Santiago, Plaza Italia o Plaza Baquedano, ribattezzata «Plaza de la Dignidad», due milioni di persone nella marcia «más grande de Chile» per chiedere un nuovo patto sociale, per ridefinire le regole del gioco da cima a fondo. In questa giornata si saldano le proteste degli studenti, delle femministe, dei lavoratori della salute, dei movimenti indigenisti, ma soprattutto il malessere della gente comune.

«Chile despertó», gridano i manifestanti, il Cile si è risvegliato, cantano uomini e donne di tutte le generazioni, nelle piazze di tutto il paese, dai deserti del Nord fino alle città della Tierra del Fuego. Nelle piazze convivono manifestanti pacifici, gruppi musicali, performance teatrali, assemblee improvvisate e frange più violente. Il paese arde: bruciano edifici di banche, fondi pensione, supermercati, infrastrutture pubbliche e anche qualche chiesa (il clero cileno è scosso da scandali di abusi sessuali, sui quali sta cercando di far luce papa Francesco, e di cui parliamo nell’ultima parte di questo dossier). Il governo di centro destra, guidato dal magnate Sebastian Piñera, sembra sul punto di crollare quando cede a una richiesta che fino a poco fa sembrava irrealizzabile. Il 15 novembre 2019 «l’Accordo per la pace e la nuova Costituzione», sottoscritto trasversalmente dai partiti, disegna uno scenario inedito: l’apertura di un processo costituente che porterà a superare la Costituzione del 1980, imposta dalla dittatura militare e architrave del modello neoliberista che ha dato forma al Cile odierno.

Comincia così il percorso costituente che il paese da oltre un anno sta sperimentando. «La protesta di ottobre 2019 nasce da un movimento ampio, senza leader né richieste precise. Va inquadrata nella dinamica dei grandi movimenti globali, dagli Usa a Hong Kong. Ci sono importanti aspettative verso la nuova Costituzione, ma è bene chiarire che molte richieste di cambiamento non riguardano la Carta, ma politiche pubbliche e cambi culturali: «Penso alle pensioni basse», spiega a Missioni Consolata Josè Antonio Viera-Gallo, primo presidente della Camera del Cile della transizione democratica, tra il 1990 e il 1993. Fa poi un parallelo con l’Italia, paese dove – insieme a migliaia di connazionali – trovò rifugio dalla dittatura di Pinochet. «Il momento costituente cileno è privo dell’epica della Costituente italiana, della volontà di ricostruire il paese distrutto dalla guerra e dal fascismo. E privo dei grandi leader della Costituente spagnola che, pur di superare la dittatura accettarono la monarchia, la stessa che combatterono nella guerra civile. Per questo credo si debba puntare sull’essenziale: un ruolo più ampio dello stato in economia; ridurre i quorum ipermaggioritari; decentralizzare lo stato; riconoscere i popoli originari, un dramma del Cile odierno; allargare i diritti sociali e politici. Fare queste cose sarebbe già tanto, cambierebbe il paese. Tuttavia, il processo ha una sua originalità: l’assemblea che dovrebbe redigere la nuova Costituzione avrà perfetta parità di genere, un unicum al mondo. Questo è il risultato di un voto trasversale in parlamento che mi fa pensare che alcuni risultati per l’uguaglianza di genere siano ormai irreversibili», conclude il politico cileno.

La pandemia di Coronavirus rallenta il processo costituente, ma senza interromperlo. Inizialmente previsto per aprile, il referendum viene celebrato il 25 ottobre 2020. E i risultati sono incontrovertibili: i «Sì» per la nuova Costituzione raggiungono il 78,25%. Il secondo quesito, «Quale organo dovrà redigere la nuova Costituzione?», vede prevalere con il 79% l’opzione di un’assemblea interamente eletta dai cittadini. L’affluenza è stata la più alta dal ritorno alla democrazia, ma comunque inferiore al 50%. Adesso la sfida è trasformare la forza del risultato elettorale in un nuovo patto sociale, passare dal «voto destituente al patto costituente», ha scritto il politologo Juan Pablo Luna.

Il magnate Sebástian Piñera, nel 2018 eletto presidente del Cile per la seconda volta. La sua mascherina ricorda che il Covid-19 ha colpito duro anche qui (foto Claudio Reyes / AFP).

Un occhio della testa

Plaza de la Dignidad è l’epicentro del processo costituente cileno. Lì, nei mesi della protesta, si ritrovano mamme con i passeggini, coppie di innamorati, anziani che ricordano i tempi di Pinochet. E, quasi a ogni corteo, volano pietre, si costruiscono barricate, si respira aspro l’odore dei lacrimogeni, crepita il fuoco. C’è certamente una componente di violenti organizzati tra i manifestanti. La rabbia però trabocca oltre questa organizzazione e coinvolge anche i manifestanti a volto scoperto, le persone comuni che assistono agli abusi della polizia. Agli occhi di un europeo abituato alle categorie di buoni e cattivi, al Pasolini di Valle Giulia che difende i poliziotti contro gli studenti borghesi, quel che succede in Cile non è comprensibile. Per due motivi: primo, qui i manifestanti non sono studenti borghesi, ma i rappresentanti di un malcontento condiviso dalla maggioranza della popolazione; secondo, qui la polizia ha una lunga e consolidata tradizione di abusi di potere al proprio attivo, come testimonia il report della missione Onu sulla violenza durante la protesta. Un libro dell’orrore che ripercorre, col linguaggio formale del resoconto, l’insieme di violenze, abusi, torture, morti sospette. La specialità della polizia cilena è generare danni permanenti alla vista, con l’uso di proiettili di gomma. Analisi ex post sui bossoli mostrano la presenza di piombo dentro le cartucce. Così, 472 persone sono ferite agli occhi dall’inizio delle proteste. Tra queste c’è Gustavo Gatica, uno studente di psicologia di 21 anni. Il pomeriggio dell’8 novembre 2019 passeggia per Plaza de la Dignidad insieme al fratello e scatta delle fotografie con la sua nuova macchina Sony. Viene colpito dagli spari dei carabineros a entrambi gli occhi. Resterà cieco per sempre. «In Cile, la dignità vale un occhio della testa», recita una scritta di vernice in Plaza Dignidad.

Lo stato di diritto europeo qui non esiste. Pertanto, non si possono applicare le stesse categorie interpretative per capire ciò che avviene. Pasolini ci viene in aiuto quando dice che «chi viene odiato inizia a odiare»: questa è una buona chiave per intendere il clima d’odio che attraversa il paese. Un odio tra manifestanti, polizia, classi sociali.

La violenta repressione delle forze dell’ordine si accompagna con le azioni di resistenza della primera línea, l’avanguardia delle manifestazioni, composta da giovanissimi che costruiscono barricate, affrontano le forze dell’ordine con pietre, fionde e si difendono con caschi e scudi di plastica. Molti di loro provengono da uno dei più grandi fallimenti delle politiche pubbliche cilene, il Sename, «Sistema nazionale dei minori», che dovrebbe prendersi cura dei minori soli, ma che, invece, è un inferno in terra: violenze sessuali, adozioni illegali, vendita di organi. Chi entra al Sename è condannato a una vita di marginalità, dalla quale è quasi impossibile venir fuori. Una parte di questi ragazzi ha trovato nella primera línea un luogo di rappresentanza, scrive la giornalista Carolina Rojas. «Ragazzini cresciuti nella violenza si esprimono con il linguaggio della violenza, impossibile chiedere loro un elenco delle riforme urgenti per il paese», afferma la politologa Javiera Arce. La grande maggioranza dei manifestanti è assolutamente pacifica, ma tra alcuni di loro prevale un sentimento di tolleranza della violenza della primera línea. «Ci proteggono dai carabineros, permettono a tutti di manifestare pacificamente», racconta Marcia, manifestante in Plaza de la Dignidad.

Kissinger e Pinochet nel 1973

Frustrazione e consapevolezza

La domanda è: perché nel paese più florido e pacifico dell’America Latina, che si vantava di essere il più europeo, è bastato l’aumento di pochi spiccioli del biglietto della metropolitana per far detonare un processo di radicale ripensamento sfociato nell’avvio di una nuova fase costituente? Per lungo tempo considerato un caso di successo tra i paesi latinoamericani, il Cile ha sconfitto la povertà assoluta, ma ha fallito nella redistribuzione della ricchezza. Oggi fa parte del club dei paesi ricchi Ocse e ha un reddito pro capite di circa 24mila $, la soglia attorno alla quale un paese si considera di reddito medio, ma le diseguaglianze sono profonde: il 75% dei lavoratori guadagna meno di 700 $ al mese e la pensione media è di 300 $. Come mostrano i dati Cepal (Comisión económica para América Latina), un quarto del totale della ricchezza è nelle mani dell’1% della popolazione, mentre il 10% concentra il 66% della torta. All’estremo opposto, la metà delle famiglie più povere detiene il 2% della ricchezza.

Per tutti gli anni Novanta, il Cile ha davvero sognato di toccare il cielo con un dito. Il sogno si materializzava in consumi di massa: televisori, case, auto, assicurazioni sanitarie, università per i figli e vacanze, grazie a un sistema di credito al consumo che ha permesso anche alle classi più umili di consumare al di sopra delle proprie possibilità. Così è nata la bolla dell’iper-indebitamento nella quale la famiglia media cilena ha un debito di circa il 75% del proprio reddito. Con il rallentamento della crescita mondiale, il peso del debito è aumentato e si è persa l’idea di un futuro migliore. «I cileni ricchi vivono come i ricchi in Germania, i poveri come in Mongolia», nota Branko Milanovic, ex capo economista della Banca mondiale.

La disuguaglianza tra ricchi e poveri si riconosce anche dal diverso sguardo sul futuro. Le élite cilene hanno sempre a disposizione opportunità personali o di corporazione, mentre i ceti popolari senza aspirazioni collettive e gravati dal peso del debito individuale sono spinti verso l’impoverimento. L’uguaglianza materiale è una delle basi su cui poggia la domanda popolare per una nuova Costituzione.

«Ci trattano come consumatori, non come cittadini», ci spiega Claudia Heiss, direttrice del corso di Scienza politica della Universidad de Chile. La frustrazione è forte soprattutto nei giovani professionisti, cresciuti con la democrazia, che non hanno conosciuto la povertà né la dittatura, e hanno creduto alla promessa della meritocrazia: «Sei padrone del tuo destino, dipende tutto da te». Sono «l’eroe sconfitto del paese. Lavorano in ambiti diversi da quelli per cui hanno studiato, si sono rassegnati a un futuro più piccolo di quello che avevano sognato», li descrive il sociologo Manuel Canales.

«I giovani professionisti frustrati sono la coscienza sociale del movimento popolare del 2019», continua Canales, che ha promosso dei laboratori di ricerca su questo segmento di popolazione. Hanno studiato, affogano nei debiti per pagarsi la laurea, ma è grazie all’educazione se parlano il linguaggio della scienza e della legge, grazie all’educazione hanno preso coscienza dell’ingiustizia di una società dove le relazioni contano più di titoli di studio e sacrifici. Con la protesta del 2019 hanno compreso che il loro malessere non è un fallimento individuale, ma un fatto collettivo. La protesta li ha liberati dal senso di colpa, da debitori sono diventati creditori, chiedono indietro le promesse tradite. «Abbiamo aperto gli occhi», «Ci siamo tolti la benda», spiegano al gruppo di ricerca di Canales. La teoria neoliberista, di cui sono impregnate la Costituzione vigente e la società, non è stata sostituita da un’ideologia diversa. Ma qualcosa è cambiato, si è liberata un’energia, una forza di cooperazione, come nel caso delle ollas comunes, i pasti organizzati dai vicini durante la quarantena. «C’è rabbia e c’è speranza in questi giovani professionisti», conclude la ricerca di Canales.

Vista dall’alto della Plaza Italia-Plaza Baquedano a Santiago, ribattezzata Plaza de la Dignidad all’inizio della protesta cilena, nell’ottobre del 2019 (foto Christian Van Der Henst S.).

Provare a inventare un paese

Di cosa è fatta l’energia sprigionata dalla frustrazione dei cileni? Si è posta la stessa domanda Clelia Bartoli, filosofa del diritto presso l’Università di Palermo, che ha raccolto in un libro, «Aquí se funda un país», i suoi studi sul paese. La ricercatrice siciliana ha visitato il Cile durante la rivolta e ha potuto fare esperienza di quella felicità pubblica di cui parlava Hannah Arendt, che nasce dalla scoperta collettiva che ciò che esiste può essere messo in discussione, tentando una riconfigurazione della comunità tramite la comunità stessa. La differenza, spiega Bartoli, è che la felicità privata si gusta solo quando l’oggetto del desiderio è stato conquistato, mentre la felicità pubblica è un processo. L’improvviso moltiplicarsi di iniziative di mobilitazione, resistenza e dibattito in Cile si può spiegare con il fatto che le persone abbiano assaporato l’inatteso piacere dell’agorà. Lo sforzo di trasformare il mondo in un posto migliore è gratificante già in corso d’opera, durante la lotta per raggiungerlo.

«Così, la percezione improvvisa (o l’illusione) che posso agire per cambiare la società in meglio, e che inoltre posso unirmi ad altri con lo stesso obiettivo è, in tali circostanze, piacevole in sé. Per assaporare questo piacere non è necessario che la società venga effettivamente trasformata nel breve periodo: è sufficiente agire come se il cambiamento fosse possibile», ragiona l’autrice. Lo slogan «Chile despertó» è una maniera per descrivere questo insight collettivo: l’eccitante scoperta che la realtà non è un copione già scritto dalle autorità, ma qualcosa di cui si può divenire artefici insieme ad altri.

Il titolo del libro della professoressa Bartoli – Qui si fonda un paese – riprende quello di un’esperienza di teatro di cittadinanza ideata da un gruppo di giovani attori cileni. La performance, che dura un giorno intero, invita gli spettatori a inventare insieme la bandiera, l’inno, le regole, i principi, i diritti e i servizi di uno stato immaginario. «Quando ho chiesto a quei ragazzi e a quelle ragazze come era venuta loro in mente questa idea, mi hanno risposto: “Reimmaginare insieme il paese che vorremmo abitare è esattamente quello che stiamo provando a fare adesso qui in Cile”», racconta Bartoli.

Il generale Pinochet con il presidente Allende (foto Archivo General Histórico del Chile).

Un processo costituente sui generis

Il processo cileno è interessante anche perché mostra le contraddizioni e le relazioni tra poteri costituiti e il potere costituente. I poteri costituiti sono, nel caso cileno, tutto ciò che era riconosciuto come legittima autorità fino allo scoppio della rivolta del 2019: il governo, i carabineros, il parlamento, la Costituzione del 1980. Il potere costituente è invece Plaza de la Dignidad, una potenza distruttrice del vecchio assetto e creatrice di quello venturo. Esso è, per definizione, indisciplinato ed extralegale. «Nei cambi di sistema, chi si impadronisce del potere costituente stralcia le vecchie norme e permane in una dimensione priva di legge, finché una nuova Costituzione non verrà emanata e, con essa, il nuovo ordine», prosegue Bartoli. Il problema è ciò che avviene nella transizione tra il vecchio e il nuovo ordine. Si pensi al passaggio tra il regime fascista e la Repubblica italiana, nella transizione tra il vecchio potere e la costituente, la resistenza diede vita ad atti extralegali (ad esempio, Mussolini appeso per i piedi a piazzale Loreto), finché, tramite la Costituzione repubblicana, furono reinventate le regole, i principi della comunità e nacque una nuova legittimazione. «ll momento di transizione da un ordinamento a un altro, è il vero scoglio per i filosofi del diritto poiché avviene uno spiazzante sovvertimento del rapporto tra fatti e norme. In tempi di ordinaria amministrazione, la legge giudica i fatti e decreta se questi siano legittimi o meno. In tempi di profonda crisi politica, il rapporto tra regole e realtà si inverte. Sono i fatti che imperiosamente dettano legge alla legge, che determinano l’abrogazione e la sostituzione dei poteri fino ad allora vigenti», spiega Bartoli.

Tornando al Cile, il caso è un unicum poiché il parlamento e il governo – i soggetti titolari dei poteri costituiti – hanno ceduto alla possibilità che si avvii una nuova fase costituente, ma hanno trovato la maniera di indirizzare il potere costituente, mantenendo il controllo della situazione, attraverso l’«Accordo per la pace e la nuova Costituzione» firmato a novembre 2019. È piuttosto scontato che i custodi dello status quo provino a non lasciarsi scalzare, mentre gli insorti tentino di riscrivere le regole del gioco senza i vincoli imposti da chi ha governato fino a ora. «La stranezza del caso cileno consiste quindi nel fatto che i poteri costituiti – che la rivolta popolare addita come illegittimi – siano riusciti a dare norme al potere costituente, ammansendolo e disciplinandolo. Evitando che vi sia quell’intervallo extralegale che solitamente si frappone tra il vecchio e il nuovo corso», conclude la ricercatrice palermitana.

Un addetto mostra la scheda con la prima domanda del referendum tenutosi il 25 ottobre 2020: «Vuole lei una nuova Costituzione?» (foto Felipe Vargas Figueroa / NurPhoto / AFP).

Verso l’Assemblea costituente

Monumento al presidente Salvador Allende, a Santiago (foto Paolo Moiola).

L’11 aprile 2021 si terranno le elezioni dei 155 membri della Convenzione costituzionale (Cc), la prima Assemblea costituente con perfetta parità di genere al mondo. Vi saranno anche seggi garantiti per i dieci popoli originari (il 10,8% dei 18 milioni di cileni), tra questi gli Aymara dei deserti del Nord, i Rapanui dell’isola omonima, e il più grande: il popolo Mapuche. Vi è un grande dibattito sulla possibilità di eleggere membri indipendenti dai partiti tradizionali nella Cc, poiché, come spiega lo storico cileno di origini liguri Sergio Grez Toso, «la legge che regola le elezioni per la Costituente è la stessa per il parlamento, favorisce dunque i partiti tradizionali, i quali non devono raccogliere firme per presentare le liste». Ma «il problema non è escludere i politici di professione a favore degli indipendenti, né escludere le élite di Santiago, o che un settore politico schiacci un altro. Il dilemma è come rappresentare proporzionalmente la diversità del paese, dato il clima di diffidenza, le regole e l’iniqua distribuzione di risorse economiche e reti relazionali», afferma il politologo Juan Pablo Luna.

Una volta eletta, la convenzione costituente lavorerà da maggio 2021 a maggio 2022 per redigere la proposta di nuova Costituzione, il testo dovrà essere approvato con 2/3 dell’assemblea – clausola imposta dai partiti di destra per consentire l’avvio del processo costituente – e sarà poi sottoposto a voto referendario di ratifica nell’agosto 2022. Se la proposta dovesse essere respinta, resterà in vigore la Costituzione del 1980.

Il processo costituente è complesso, ma tutto sommato lineare. L’esito non scontato, la domanda di fondo è se si raggiungeranno i 2/3 della Cc per approvare un testo minimo che metta d’accordo tutti sull’essenziale, rischiando così però di deludere le aspettative popolari. O se invece, si possa osare di più, accordarsi su un testo costituzionale più ricco che risponda alle pressanti esigenze di cambiamento che sono venute dal movimento del 2019.

Federico Nastasi

La «wenüfoye», la bandiera dei Mapuche (Foto Diego Marin).


Il popolo dei Mapuche

Combattuti e discriminati (ma mai sconfitti)

Incas e conquistatori spagnoli non riuscirono a sottometterli. Dopo l’indipendenza dalla Spagna, furono traditi. La dittatura di Pinochet non riconobbe mai i loro diritti e li escluse dalla Costituzione. Oggi la scrittura di una nuova carta fondamentale potrebbe dare ai Mapuche un po’ di giustizia.

Tra le mille bandiere che sventolano a Plaza Dignidad, spiccano gli stendardi mapuche: l’unico popolo indigeno che è riuscito a tener testa ai conquistadores, sebbene a carissimo prezzo, e tuttora vittima di plurime discriminazioni. Nella wenüfoye, la bandiera mapuche, è riassunta la cosmogonia di quel popolo: le tre fasce orizzontali rappresentano le diverse dimensioni dell’esistenza (la blu si riferisce a quella celeste, la verde a quella terrestre, la rossa alla dimensione interiore, della natura e dell’uomo); al centro, c’è il tamburo sacro, le cui decorazioni alludono ai punti cardinali e al ciclo delle stagioni.

Cosa simboleggia la wenüfoye per gli insorti cileni? Per intendere il Cile e il momento costituente in atto, è indispensabile comprendere cosa rappresenta il popolo mapuche nella cultura cilena.

Torres del Paine, tra cielo e terra (foto Paolo Moiola).

Due visioni del mondo opposte

La questione mapuche risale ai tempi della colonizzazione, un conflitto secolare basato su due visioni del mondo inconciliabili: quella europea legata all’idea di progresso, a una concezione del tempo lineare e fondata sulla proprietà privata; e quella mapuche che pensa il tempo in maniera circolare e non conosce l’idea di progredire. I Mapuche vivono in comunità, vedono come un abominio la proprietà privata della terra. Il mapu è la terra, vi sono terre sacre ed è lì che vivono gli antenati. È, dunque, inconcepibile che qualcuno recinti i boschi, mettendoci un cartello «proprietà privata» e separando i Mapuche dai loro predecessori e dalle terre ancestrali del Wallmapu, la terra mapuche.

I Mapuche resistettero prima agli Incas, poi ai conquistatori spagnoli, i quali, non potendoli sconfiggere, nel 1641 firmarono con essi un trattato di pace. Come fece a resistere una popolazione nomade e apparentemente meno potente di altri regni indigeni, i quali invece furono travolti dagli invasori? La forza dei Mapuche sembra stia proprio nell’assenza di un’organizzazione politica centralizzata. Tradizionalmente, questa popolazione si aggregava in nuclei piccoli, sparpagliati e mobili, con una leadership fluida, a metà tra la sfera politica e spirituale. Ciò li avrebbe resi più sfuggenti alla capacità del conquistatore di sconfiggerli, sottometterli o corromperli.

All’inizio del XIX secolo, le diverse comunità indigene ebbero un ruolo determinante nel conseguimento dell’indipendenza cilena dal dominio spagnolo. Ma una volta che la nuova nazione fu costituita, ne furono traditi. Le terre nelle quali i Mapuche e gli altri popoli originari vivevano di agricoltura e allevamento, furono un po’ alla volta vendute «legalmente» o addirittura donate dalla classe dirigente cilena a magnati locali e stranieri e a multinazionali in cambio di appoggio e favori. Da metà Ottocento, i Mapuche si trovarono a combattere contro le truppe del nuovo Cile indipendente. E contro i coloni, migranti europei ai quali era stato promesso un sogno di prosperità, un pezzo di terra e che invece si ritrovarono in mezzo a un conflitto che non conoscevano. Il governo socialista di Allende (1970-1973) avviò una riforma per l’esproprio dei latifondi e la loro statalizzazione o redistribuzione ai contadini e ai popoli originari. La dittatura, sostenuta dai grandi proprietari fondiari, non solo interruppe questo processo, ma varò una controriforma agraria attraverso cui le terre confiscate vennero restituite ai vecchi detentori. E i Mapuche, in gran numero contadini e comunisti, furono tra i primi obiettivi della repressione seguita al golpe.

Le ferite procurate da secoli di conflitti sono profonde: sottomissione, razzismo, conversioni forzate, culture cancellate.

Lo scontro tra stato e movimenti indigenisti è ancora vicenda di cronaca. Uno dei casi che ha destato maggiore indignazione nell’opinione pubblica cilena è stato quello dell’uccisione di Camilo Catrillanca per mano del comando Jungla, una squadra speciale di carabineros, addestrata tra Colombia e Stati Uniti per svolgere operazioni preventive nelle regioni del Bio Bio e dell’Araucania, dove è più presente la popolazione mapuche. Il giovane contadino mapuche è stato freddato mentre lavorava il suo campo, esattamente un anno prima dello scoppio della protesta di Plaza de la Dignidad.

La mapuche Juanita Millal con in mano un «kultrun» (strumento tradizionale indigeno); la Millal è una candidata mapuche della «Lista del pueblo» che si presenterà alla competizione elettorale per la formazione dell’Assemblea costituente (foto Claudio Reyes / AFP).

Il «colonialismo giuridico» dello stato cileno

Oggi, nel processo costituente in atto, i Mapuche vedono un’opportunità. Il «colonialismo giuridico» si manifesta anche nella grande omissione della Costituzione, l’unica in America Latina a non menzionare i popoli indigeni. In tal modo non sono tutelate le lingue e le culture, né tantomeno riconosciuti – anche solo parzialmente – gli istituti, le norme e le consuetudini che caratterizzano la vita dei nativi del subcontinente americano fin dall’epoca precolombiana. Ecco perché una delle richieste più condivise della mobilitazione attuale è per una nuova Costituzione «plurinazionale».

«Partecipiamo al processo, vogliamo una nuova Costituzione che riconosca le varie nazionalità presenti in Cile, come è successo in Brasile e Bolivia di recente», spiega Jessica Cayupi, avvocata e portavoce della Rete delle donne mapuche. E continua: «Chiediamo diritti collettivi come popolo: libertà di insegnamento della nostra lingua, di cultura, autodeterminazione. E terre. Non vogliamo essere indipendenti, è un risarcimento per tutto ciò che ci è stato tolto in passato. La nuova Costituzione, scritta con la partecipazione diretta dei popoli originari, è il primo passo».

Una cultura di libertà e dignità

«I Maya e gli Aztechi hanno lasciato templi e piramidi, gli Incas il Cuzco. Perché dovremmo essere orgogliosi della cultura mapuche? – si chiede il filosofo Gastón Soublette -. Sono gli unici che non si sono arresi agli spagnoli. A questa resistenza è dedicato “La Araucana”, poema epico in lingua spagnola della fine del XVI secolo. Ma cosa hanno difeso per tre secoli? La loro cultura materiale era povera, la ceramica banale. L’opera magna dei Mapuche è immateriale: è una cultura di libertà e di dignità umana. I Mapuche sono come il popolo di Israele: non ha lasciato tracce materiali rilevanti, ma ha dato il monoteismo al mondo». Forse anche per questo la wenüfoye è diventata uno dei simboli della grande protesta sociale di fine 2019.

Isola di Chiloé, colori e palafitte. (foto Rodrigo Rioseco-Pixabay).

Visione europea e cosmovisione mapuche

In mapudungún (letteralmente, parlare della terra), la lingua dei Mapuche, esistono quattordici verbi per descrivere modi e gradi del risvegliarsi. Questa attenzione meticolosa al passaggio tra sonno e veglia è legata alla cosmovisione di questo popolo. Nella cosmologia mapuche, l’uomo – Wenchu, da wen (cielo) e chu (contrarre; cfr. Diccionario Mapuche), traducibile come «l’uomo è un cielo contratto in un corpo» – cascò dal cielo perdendo i sensi nell’impatto sulla terra. Allora la donna – Dhomo, cioè «lei per la quale siamo di più», poiché dà luce, ma anche perché eleva, risveglia l’uomo – scese dal cielo a risvegliarlo, ma dimenticò di svegliare il cuore. Da allora la missione dell’essere umano è fare in modo che la propria anima torni a essere pienamente vigile e cosciente.

La cultura mapuche, la lingua in particolare, è stata per lungo tempo un elemento di discriminazione. Jessica Cayupi è una warriachi, una Mapuche nata in città. «Sono nata a Santiago in una famiglia mapuche. I miei non mi hanno insegnato il mapudungun, perché non volevano trasmettermi lo stigma di essere indigena. Ho vissuto il razzismo e sono cresciuta con il mito della discendenza europea. Un cognome spagnolo è più prestigioso di uno mapuche. Ma ci si dimentica che gli spagnoli qui arrivavano spesso come uomini soli. Non si sono riprodotti tra loro, hanno trovato le donne indigene, molte sono state violentate. E i battesimi forzati hanno cancellato i nostri nomi. Ci hanno imposto lo spagnolo e la loro religione, cancellando la nostra lingua e la nostra cosmovisione. La nostra cultura è per certi versi superiore a quella europea, che mette l’uomo al centro del mondo. Per noi si deve vivere in armonia con tutte le forme di vita, umane e non. Tutto ha uno spirito. Da bambina litigavo con i miei coetanei quando spezzavano il ramo di un albero per gioco. Per me è un abominio. È superiore alla nostra, la cultura dell’accumulazione e dell’individualismo che ha prodotto il disastro ambientale in atto?», si chiede Cayupi.

Violenza e camion

Nella divisione amministrativa odierna, la Wallmapu corrisponde all’Araucania, la regione più povera del paese dove industrie estrattive, spesso straniere, hanno un comportamento predatorio, distribuiscono poca ricchezza e lasciano siccità e inquinamento. In Wallmapu si respira un clima di violenza latente: zone militarizzate, fondi agricoli protetti dai carabinieri, camion bruciati, blocchi stradali. Ogni tanto la violenza esplode e qualcuno muore. È successo a una coppia di anziani proprietari terrieri, discendenti di europei, bruciati vivi in casa. Ed è successo a diversi Mapuche, colpiti alle spalle dalle pallottole dai carabinieri, i quali hanno poi messo in piedi goffi tentativi di depistaggio.

Ad agosto 2020, numerosi tir hanno bloccato importanti snodi stradali del paese, richiamando alla memoria quanto avvenne nell’ottobre del 1972 (paro de los camioneros), quando quarantamila autisti incrociarono le braccia per quasi un mese. Allora si trattò di un piano per destabilizzare il governo Allende, promosso dal padronato economico e industriale, supportato dagli Stati Uniti di Richard Nixon e Henry Kissinger (come confermano gli archivi Usa desecretati a fine 2020) e realizzato d’intesa con gli apparati militari che, infatti, non intervennero a bloccare la protesta.

La manifestazione degli autotrasportatori del 2020, come quella del 1972, è uno sciopero padronale in quanto promosso dai proprietari dei camion più che dai camioneros stessi. I tir che trasportano i prodotti di quelle aziende sono stati sovente il bersaglio degli attacchi di membri di gruppi radicali mapuche. Le organizzazioni di categoria hanno promosso l’agitazione reclamando e ottenendo maggiori interventi e investimenti per incrementare la sicurezza nelle rotte verso il Sud del paese, nonché drastiche misure repressive nei confronti dei riottosi.

Passata la tormenta dei giorni di protesta di agosto, è tornato il quotidiano: nei disegni dei bambini dell’Araucania, insieme al prato alla casa e al cielo, ci sono gli elicotteri e le camionette dei militari. I figli degli opposti fronti crescono dentro un contesto di violenza. Per fare la pace, conclude Jessica Cayupi, «serve giustizia innanzitutto. Il processo costituente è il primo passo, non l’ultimo. La nostra lotta durerà ancora».

Federico Nastasi

La particolare facciata della chiesa di Castro, capoluogo dell’isola di Chiloé (foto Paolo Moiola).

La Chiesa cattolica cilena durante la dittatura

Solidarietà (ma anche connivenza)

La Chiesa cattolica cilena ha conosciuto luci ed ombre. Le prime sono legate alle azioni meritorie della Vicaría de la solidaridad, le seconde ad alcuni scandali per i quali papa Francesco ha chiesto perdono.

Durante la lunga notte della dittatura militare di Pinochet (1973-1990), la chiesa cilena ha vissuto due esperienze completamente diverse, opposte tra loro.

Ha visto nascere la Vicaría de la solidaridad, un centro di aiuto giuridico, di coordinamento dei familiari delle vittime della dittatura, dove la fede si intrecciava con l’azione sociale, spesso con veri e propri atti di eroismo. Contemporaneamente, un’altra parte della chiesa è stata refugium peccatorum dei sostenitori della dittatura, offrendo un porto sicuro a quella parte di società cilena conservatrice che la notte del golpe militare aveva brindato con champagne per celebrare la fine del governo di Unidad Popolar del presidente Allende.

Due sono le figure che rappresentano questa dualità: Fernando Karadima e Raúl Silva Henríquez.

Il Rasputin di Santiago

Fernando Karadima Fariña, sacerdote dal 1958, era il parroco della chiesa El Bosque, nella provincia di Santiago, punto di riferimento delle élite cilene. La sua figura è un enigma nella storia del paese: un uomo «volgare e illetterato» che è giunto a «dominare il settore conservatore della società cilena», diventando il responsabile di molti giovani rampolli di quel mondo. Molti di essi sono poi diventati vittime dei suoi abusi sessuali per anni.

La parrocchia El Bosque era l’opposto della chiesa post conciliare di Medellin e Puebla, ovvero di quella chiesa latinoamericana che univa la fede alla prassi assumendo un ruolo sociale. Il «Rasputin di Santiago» non si preoccupava delle ingiustizie sociali e infantilizzava i fedeli pretendendo sottomissione, minacciando continuamente l’inferno e disprezzando le donne, per le quali era previsto un ruolo di obbedienza e subalternità. L’accesso al paradiso era garantito solo dalla fede cieca ne «El Rey» o «El Santito», come si faceva chiamare Karadima. Assistevano alle sue messe consiglieri di Pinochet, ricchi impresari, ex terroristi di estrema destra, e soprattutto un gruppo di adolescenti fragili, spesso cresciuti senza padre. Quest’ultimo elemento era una delle chiavi che Karadima utilizzava per annichilire quei ragazzi e ottenerne favori sessuali, sfruttando il suo ruolo di padre spirituale e i segreti della confessione. Le vittime avrebbero in seguito dichiarato di essersi sentite colpevoli di aver svegliato in lui il desiderio sessuale, a riprova della pervasività del controllo psicologico del loro carnefice.

Il prete svolgeva poi un ruolo fondamentale: induceva – con ogni mezzo – «la vocazione» al sacerdozio nei giovani. El Bosque era un’oasi nel deserto delle vocazioni che la chiesa cilena stava attraversando. Karadima era il direttore spirituale di giovani brillanti che venivano da famiglie di destra, i quali poi scalavano facilmente le gerarchie. Si stima abbia indirizzato una cinquantina di giovani al sacerdozio e che, grazie a loro, abbia costruito una ragnatela di potere nella nomenklatura ecclesiastica cilena, «una rete di protezione attorno ai suoi abusi, l’alibi della sua perversione», dice Luis Lira (in J.A. Guzmán, G. Villarrubia, M. González, Los secretos del imperio Karadima, 2011). Grazie a questa rete, alla conoscenza degli indicibili segreti di molti prelati e alla sua consuetudine con il potere, Karadima è entrato in relazione con Angelo Sodano, nunzio apostolico in Cile tra il 1977 e il 1988, l’epoca feroce della dittatura militare. Sodano lo avrebbe promosso negli ambienti romani, cercando i suoi consigli nelle nomine dei vescovi. Il punto di contatto tra Karadima e Sodano sarebbe stato Rodrigo Serrano Bombal, funzionario della Dina, la polizia segreta di Pinochet, secondo quanto ha raccontato il medico James Hamilton, una delle vittime del prete, che ha aggiunto: «Karadima era ultra pinochettista».

Sodano era assai vicino alla dittatura di Pinochet. È stato lui a coordinare, nel 1987, la visita di Giovanni Paolo II in Cile. Soltanto nel dicembre 2019, il prelato è stato allontanato da incarichi di responsabilità da papa Francesco, per la copertura che aveva fornito all’ex padre messicano Maciel Marcial, fondatore dei Legionari di Cristo, pedofilo e abusatore seriale.

La ragnatela di Karadima è stata squarciata da una donna: Veronica Miranda. È stata lei, la sposa di James Hamilton, che ha cominciato a rifiutarsi di obbedire agli ordini del sacerdote, il quale l’aveva accusata davanti al marito di essere posseduta dal demonio. È stata lei che prima è riuscita a far parlare il marito in casa, poi ha sporto pubblica denuncia. Quando il matrimonio tra i due si è rotto, i coniugi sono stati inizialmente isolati dal loro circuito sociale e accusati di mentire. Ma ormai il guscio era rotto. Insieme ad Hamilton, molti altri uomini hanno denunciato Karadima per gli abusi subiti. La verità è venuta a galla, nonostante numerosi tentativi di insabbiamento del clero cileno: Karadima (condannato nel 2011 dal tribunale ecclesiastico e nel 2018 ridotto allo stato laicale da Francesco) è stato il punto più evidente di una rete di perversione presente dentro la chiesa cilena.

Vista parziale della torre campanaria di una chiesa in legno dell’isola di Chiloé. Costruite dai gesuiti, 16 di esse, nel 2000, sono state dichiarate dall’Unesco patrimonio dell’umanità (foto Paolo Moiola).

Il viaggio di Francesco

Nel suo (difficile) viaggio nel paese (15-18 gennaio 2018), papa Francesco ha incontrato una delegazione delle vittime di abusi: «Sento dolore e vergogna per il danno irreparabile causato ai giovani da alcuni ministri della Chiesa. È giusto chiedere scusa e appoggiare con ogni mezzo le vittime, e impegnarsi perché non accada mai più» ha detto il pontefice.

Come si spiega dunque l’enigma Karadima? Come ha fatto un uomo «di tanta poca luce e tante meschine ambizioni» ad arrivare a guidare la spiritualità della élite cilena, a costruire una rete di favori, abusi e silenzi? Lo ha fatto solo «grazie a giganteschi aiuti arrivati dalle convinzioni politiche e morali delle élite degli anni ’80, le quali erano attratte dal suo messaggio semplice: il peccato peggiore è quello sessuale, la salvezza e la bontà si raggiungono pregando in una cappella, senza occuparsi di ciò che accade al di fuori del proprio circolo sociale». Nell’ambiente di El Bosque, la predicazione di Karadima permetteva alle élite di conciliare la ricchezza materiale, la condizione di classe dominante e la fede, dentro un sistema di protezione garantita dalla dittatura militare. Il messaggio di Karadima «riscaldava le loro anime», conclude l’inchiesta del libro I segreti dell’impero Karadima.

L’arcivescovo della Solidaridad

Mentre le élite cilene accorrevano al pulpito di Karadima e si tappavano occhi e orecchie di fronte ai mormorii di abusi e di corruzione, nella stessa città di Santiago vi era un’altra chiesa.

Il 4 ottobre 1973, nel giorno di San Francesco, meno di un mese dopo il golpe militare, è nato il «Comitato di Cooperazione per la pace», promosso dall’arcivescovo di Santiago, Raúl Silva Henríquez, per la chiesa cattolica, insieme ai rappresentanti dell’ebraismo e delle confessioni luterana e ortodossa e alcuni pastori evangelici. L’obiettivo era quello di vigilare in modo stabile sulla violazione dei diritti umani perpetrati fin dal primo giorno dell’insediamento di Augusto Pinochet. Per due anni, questo gruppo ha offerto assistenza sociale e legale ai detenuti, a coloro che subivano le torture e le crudeltà degli agenti del generale.

Nel 1975, a causa delle pressioni della dittatura, il Comitato è stato sciolto. L’arcivescovo Raúl Silva Henríquez ha però reagito chiedendo e ottenendo da Paolo VI la creazione della «Vicaría de la solidaridad».

Così, mentre la repressione di Pinochet non conosceva pause, la Vicaría, grazie alla protezione della Chiesa cattolica, ha potuto continuare il lavoro interrotto del Comitato per la pace. Le sue attività erano divise in quattro dipartimenti: giuridico, del lavoro, agricolo e territoriale, arrivando a impiegare fino a 300 persone, tra giuristi, medici, psicologi e altro personale. Oltre a offrire difesa giuridica, promuoveva attività lavorative e di formazione, pubblicava la rivista Solidaridad, organizzava mense sociali che alimentavano migliaia di persone al giorno durante la crisi del 1982. Ed è diventata il punto di raccolta delle denunce di sparizione, permettendo così di costruire un archivio dei desaparecidos. In almeno due occasioni, nel 1978 e nel 1984, ha promosso eventi pubblici a favore dei diritti umani. Non potendo chiuderla, il governo militare ha provato a più riprese a terrorizzare i suoi membri, tramite minacce, persecuzioni, espulsioni e anche assassinii. Ciononostante, la Vicaría ha continuato ad operare durante tutta la lunga notte della dittatura e si è sciolta solo nel 1992, con il ritorno della democrazia. Oggi esiste una Fondazione  che ne conserva l’archivio e ne promuove la memoria.

Due modi di intendere la fede

Raúl Silva Henriquez e Fernando Karadima sono le due facce della Chiesa in America Latina. Nelle differenze tra queste due figure, vi è la differente concezione della fede, del ruolo del pastore, del Concilio Vaticano II, del rapporto con le ingiustizie sociali. Una differenza che ha attraversato la Chiesa latinoamericana nel corso della seconda metà del Novecento e che è tuttora vigente.

Federico Nastasi

Bandiera cilena nel deserto (foto Cissa Ferreira-Pixabay).


Archivio MC

  • Paolo Moiola, «Buon lavoro, presidenta», maggio 2014;
  • Paolo Moiola, Il peso della memoria, giugno 2014;
  • Paolo Moiola, Forse Darwin piangerebbe, luglio 2014;
  • Paolo Moiola, Eroi e terroristi in un paese ingiusto, gennaio 2011;
  • C. Meneses – L. Rubino, Dietro i sorrisi, l’ombra del generale, aprile 2010.

Hanno firmato questo dossier:

  • Federico Nastasi – Dottorando in economia, ricercatore presso il Cepal (Comisión económica para América Latina), giornalista indipendente. Vive in America Latina, tra Montevideo e Santiago del Cile, collaborando con radio, riviste, quotidiani in italiano e spagnolo. Ha raccontato il referendum cileno con la newsletter «Plaza Dignidad – Lettere dal Cile».  È alla sua prima collaborazione con MC.
  • A cura di Paolo Moiola – Giornalista, redazione MC.

Ali dispiegate sull’isola di Chiloé (foto Paolo Moiola).