Il clima non è democratico

I paesi del Nord Europa sono spesso citati come modelli, anche per l’attenzione ad ambiente e sostenibilità. Oslo non fa eccezione, eppure anche lì i cambiamenti climatici non colpiscono tutti allo stesso modo. I quartieri più poveri hanno meno accesso agli spazi verdi e si trovano più lontani dall’acqua. Non è un dettaglio secondario, dato che la vicinanza a questi elementi determina la qualità dell’aria, la temperatura percepita e la salute di chi ci vive. I dati mostrano quanto questa distribuzione sia tutt’altro che casuale: a Oslo, un aumento di tremila dollari nel reddito annuo corrisponde mediamente a un aumento del 10% nella disponibilità di spazi verdi nel proprio quartiere. In altre parole, il verde urbano, una delle principali difese contro caldo e inquinamento, si distribuisce seguendo il reddito.

Il conto che pagano gli altri
Nel 2026, secondo Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha esaurito il proprio budget annuale di emissioni di carbonio (la quantità di CO₂ che può essere emessa per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°) dopo soli dieci giorni dall’inizio dell’anno. Lo 0,1% più ricco lo aveva già fatto il 3 gennaio. Eppure chi contribuisce di più al problema è anche chi ha più risorse per proteggersi dalle sue conseguenze.
Le emissioni dei più ricchi non sono solo un problema ambientale, ma anche economico e umano. Tra il 1990 e il 2050 le emissioni di consumo dell’1% più ricco del mondo stanno causando danni economici globali per decine di trilioni di dollari, concentrati soprattutto nei paesi a reddito basso e medio basso. La cifra è pari a circa tre volte i finanziamenti climatici trasferiti ai Paesi più poveri negli ultimi trent’anni. Solo quattro anni di emissioni dell’1% più ricco sono sufficienti a causare milioni di morti in eccesso per caldo nel corso del secolo, il 78% nei paesi poveri, dove chi muore è anche chi ha emesso meno.
La disparità tra Nord e Sud del mondo è forse la più evidente, ma il principio vale ovunque. I cambiamenti climatici colpiscono più duramente chi vive già in condizioni di vulnerabilità: donne, bambini, anziani, famiglie in povertà, persone migranti. Le disuguaglianze preesistenti amplificano i rischi climatici e questi, a loro volta, aggravano le disuguaglianze.
Vale anche in Europa. I paesi dell’Europa orientale e meridionale sono più esposti all’inquinamento da particolato e ozono, dipendono di più dai combustibili fossili e registrano rischi di mortalità da inquinamento più alti. In molte di queste regioni, dove i redditi sono più bassi e la disoccupazione più alta, le famiglie faticano anche a permettersi abitazioni adeguatamente riscaldate o raffreddate, proprio dove le temperature estreme sono più frequenti. Anche all’interno delle città più ricche, le comunità più svantaggiate vivono più vicino alle fonti di inquinamento, come strade trafficate e industrie. Chi ha meno reddito ha anche meno voce in capitolo su dove vivere, lavorare o mandare i figli a scuola. Il risultato è una concentrazione sistematica di anziani, bambini e famiglie in difficoltà nelle aree più esposte, con meno risorse per proteggersi.

Due casi concreti
Non è quindi solo una questione di dove si vive, ma anche di chi si è. Uno studio condotto nei Paesi Bassi su oltre 17 milioni di persone ha mostrato che i gruppi etnici minoritari sono esposti a livelli di inquinamento atmosferico più alti rispetto alla popolazione di origine olandese, e che questa disparità persiste nelle aree rurali e anche a parità di posizione socioeconomica. Quindi, l’appartenenza a una minoranza etnica è di per sé un fattore di rischio ambientale, indipendentemente dal reddito.
A Londra, il problema dell’inquinamento dell’aria non finisce quando si chiude la porta di casa. Nei quartieri più poveri le concentrazioni di biossido di azoto sono più alte, anche perché le abitazioni a basso reddito si trovano più vicine alle strade trafficate. Chi vive in appartamenti piccoli e poco ventilati accumula livelli più alti di inquinanti e, trascorrendo più tempo in casa per disoccupazione, insicurezza percepita o mancanza di alternative, ne è anche più esposto. Bambini, anziani e persone con patologie respiratorie o cardiovascolari sono i più colpiti. I ricercatori chiamano questo meccanismo «triple jeopardy»: più esposti all’inquinamento, più vulnerabili ai suoi effetti e meno in grado di proteggersi. Un circolo che difficilmente si spezza con i soli comportamenti individuali, quando sono le condizioni strutturali a determinarlo.

Chi sopravvive all’estate
Le ondate di calore sono la principale causa di morte legata al clima in Europa. Nell’estate del 2025, in soli dieci giorni, il caldo ha ucciso 2.300 persone in 12 grandi città europee. L’88% ha riguardato persone over 65. Secondo uno studio, circa due terzi dei decessi sono attribuibili al cambiamento climatico: senza il riscaldamento globale prodotto dalla combustione di combustibili fossili, molti di loro sarebbero sopravvissuti.
Anche dentro le cifre si nasconde una geografia della disuguaglianza. Nella stessa estate, il quartiere di Puente de Vallecas di Madrid, uno dei più poveri della città, ha registrato temperature stradali di oltre 41°. A poche centinaia di metri, dove una fila di gelsi ombreggiava il marciapiede, si scendeva a 38°. Non è una coincidenza che il quartiere più povero abbia anche meno alberi: dal 2019 ne ha persi oltre 1.300, mentre la crescita del verde urbano si è concentrata nei quartieri a reddito medio alto. A questo si aggiunge che molte famiglie non possono permettersi l’aria condizionata.
La crisi climatica non colpisce a caso, ma lungo le linee già tracciate dalla disuguaglianza. Ridurre le emissioni è necessario, ma senza affrontare le fratture delle nostre società, continueremo a proteggere alcuni e a esporre altri. Combattere le disuguaglianze potrebbe non salvare solo le persone, ma anche essere una condizione per salvare il pianeta.

Eva Castelletti




Spagna. Regolarizzazione su larga scala

«Marte può aspettare. L’umanità no». Così il premier spagnolo Pedro Sánchez ha risposto su X alle critiche di Elon Musk. L’umanità a cui fa riferimento è quella nei confronti di circa mezzo milione di persone migranti che vivono in Spagna in situazione di irregolarità e che, grazie a un nuovo decreto, potrebbero ottenere un permesso di soggiorno della durata di un anno.

Il decreto
Il 27 gennaio il governo ha approvato un decreto reale che, secondo le stime, potrebbe consentire la regolarizzazione di circa 500mila persone. I criteri di accesso sono relativamente flessibili: il richiedente dovrà dimostrare di aver vissuto in Spagna per almeno cinque mesi – o di aver chiesto protezione internazionale – prima del 31 dicembre 2025, non avere precedenti penali e non rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico. Una seconda bozza del decreto ha chiarito che non si tratterà di una regolarizzazione automatica o generalizzata: saranno previsti filtri e requisiti specifici. Nonostante ciò, l’intervento sarà massiccio.
Chi verrà regolarizzato riceverà un permesso di soggiorno valido per un anno, che rappresenta un primo passo verso una piena integrazione nel sistema giuridico spagnolo, pur non costituendo una residenza permanente. Il permesso consentirà di lavorare legalmente in tutto il territorio nazionale e in qualsiasi settore, anche mentre la domanda è ancora in fase di valutazione. Questo dovrebbe facilitare l’uscita dal lavoro informale e ridurre il rischio di sfruttamento. L’accesso al lavoro legale permetterà inoltre di essere inclusi nel sistema di sicurezza sociale e di beneficiare di tutele, contributi pensionistici e alcuni servizi sociali, favorendo una maggiore integrazione.
Il decreto reale è stato approvato direttamente dal Consiglio dei ministri, non dovendo passare dal Congresso dei deputati. In questo modo, Sánchez ha evitato il rischio che la misura venisse bloccata, non godendo di una maggioranza particolarmente solida. L’entrata in vigore del provvedimento è attesa ad aprile.

Umanità e buon senso
In un momento in cui il discorso pubblico sull’immigrazione si radicalizza sempre di più, sia da un lato che dall’altro dell’Atlantico, la scelta della Spagna appare come un segnale di forte umanità. Ma si tratta anche di buon senso. Molte di queste persone sono infatti già inserite nella società e nel mercato del lavoro. La regolarizzazione consentirà loro di entrare nell’economia formale, pagare le tasse e contribuire al sistema di sicurezza sociale, invece di rimanere intrappolate nel lavoro informale. Secondo due studi, il processo di regolarizzazione potrebbe generare un beneficio netto allo Stato compreso tra 3.300 e 4.000 euro per persona, grazie all’effetto combinato dei contributi previdenziali e dell’imposta sul reddito, mentre l’aumento della spesa per i servizi pubblici resterebbe relativamente contenuto.
Lungi dal voler promuovere una visione secondo la quale le persone migranti valgono solo per il loro contributo, nel contesto spagnolo il fattore economico resta però impossibile da ignorare. Nel Paese persistono problemi importanti, tra cui forti disparità territoriali, un tasso di disoccupazione giovanile elevato e una diffusa presenza di part time involontario. Inoltre, settori come il turismo, uno dei motori dell’economia nazionale, contribuiscono ad aggravare alcune criticità, come la crisi abitativa.
Allo stesso tempo, negli ultimi anni l’economia spagnola si è affermata come una delle più dinamiche. Lo confermano i dati sul Pil. Nel 2025 il Pil spagnolo è aumentato del 2,9%, più del doppio rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’1,4%. In Italia, nello stesso periodo, la crescita si è fermata allo 0,4%. Nel 2025, per la prima volta dal 2008, il tasso di disoccupazione è sceso sotto al 10% (9,93%), pari a 2,47 milioni di persone. Nello stesso anno, i nuovi contratti a tempo indeterminato hanno portato il numero di occupati alla cifra record di 22,46 milioni.
Sebbene siano molti i fattori che concorrono alla crescita, tra i più citati vi è proprio il contributo dell’immigrazione. I flussi migratori hanno stimolato la domanda interna e contribuito a ringiovanire la forza lavoro. Negli ultimi anni i lavoratori stranieri hanno assunto un ruolo sempre più centrale nel mercato del lavoro: oltre tre milioni contribuiscono al sistema di previdenza sociale, pari al 14% dei lavoratori. Nel 2024, dei 468mila nuovi posti di lavoro creati, circa 409mila sono stati occupati da migranti o da persone con doppia cittadinanza.

Una spinta dal basso
È incoraggiante constatare che la spinta alla regolarizzazione provenga dal basso. È stata un’iniziativa di legge popolare a raccogliere oltre 700mila firme, con il sostegno di diversi sindacati e dalla Chiesa cattolica. Il Congresso dei deputati ha votato a larga maggioranza per prendere in considerazione la proposta: 310 deputati a favore e solo 33 contrari. Nonostante questo ampio sostegno iniziale, l’iniziativa si è arenata nei mesi successivi ed è rimasta bloccata fino a gennaio.
Le reazioni al nuovo decreto sono state molto diverse: da un lato, le critiche del Partito popolare di centrodestra e quello di estrema destra Vox, dall’altro la Conferenza episcopale spagnola, che ha definito la misura un atto di giustizia sociale.
Tra le obiezioni più frequenti vi è quella secondo cui la regolarizzazione potrebbe incentivare un aumento dei flussi irregolari. Questo argomento, oltre a non prendere il considerazione le vere dinamiche che muovono i flussi, può essere facilmente smentito guardando al passato. Non è infatti la prima volta che la Spagna adotta una misura di questo tipo: nel 2005 il governo guidato da José Luis Rodriguez Zapatero regolarizzò circa 576mila persone. Nessuna ricerca ha mai dimostrato una correlazione tra i processi di regolarizzazione e un aumento degli arrivi. In passato come oggi, regolarizzare significa integrare, non attrarre nuovi flussi.

Eva Castelletti




Francia-Regno Unito. Migrazione: accordo discutibile

Nel 2024, 36.816 persone hanno raggiunto il Regno Unito attraversando la Manica su piccole imbarcazioni. A metà ottobre 2025 il dato aveva già superato quota 36.886, 70 in più rispetto all’intero anno precedente. I numeri continuano a crescere e fanno da sfondo all’accordo annunciato il 10 luglio da Londra e Parigi per affrontare gli attraversamenti irregolari.
L’intesa prevede un meccanismo di scambio: per ogni persona entrata irregolarmente nel Regno Unito e rimpatriata in Francia, Londra si impegna ad accogliere un richiedente asilo presente sul territorio francese, la cui domanda avrebbe maggiori probabilità di successo. Da qui il nome «one in, one out». Presentandolo in una conferenza stampa congiunta, Keir Starmer ed Emmanuel Macron lo hanno definito «rivoluzionario», sostenendo che contribuirà a «spezzare il modello» dei trafficanti e ad avere un forte effetto deterrente. Ma, a qualche mese dall’avvio, è davvero questo il bilancio?

Numeri e contraddizioni
A fine novembre, gli esiti restavano modesti: 113 persone rimpatriate in Francia e 84 richiedenti asilo ammessi nel Regno Unito. Nello stesso periodo, però, in una sola giornata 217 persone hanno attraversato la Manica, quasi il doppio di quelle rimandate indietro dall’avvio del programma. Numeri che già mettono in dubbio la sua efficacia deterrente.
A rendere evidenti le contraddizioni è la storia di un cittadino iraniano, che dopo essere stato rimpatriato in Francia ha tentato nuovamente la traversata, riuscendo a tornare nel Regno Unito. Successivamente è stato riportato di nuovo a Parigi. «Se avessi pensato che la Francia fosse sicura per me, non sarei mai tornato nel Regno Unito», ha raccontato al The Guardian. Dice di essere finito, prima del primo attraversamento, in una rete di trafficanti nel Nord della Francia, dove sarebbe stato sfruttato e minacciato. Crede che lo stiano ancora cercando e dichiara: «Ho paura ogni volta che esco dal rifugio. Qui non sono al sicuro».
La sua storia è come quella di altri, fatta di pericoli e assenza di protezione, e mostra come le teorie della deterrenza possano scontrarsi con la logica disperata della sopravvivenza.

L’evoluzione della traversata
Le città portuali di Calais e Boulogne-sur-Mer sono da decenni snodi centrali delle dinamiche migratorie verso il Regno Unito. Già nel 1999 la polizia segnalava la presenza di campi attorno a Calais, dove i migranti attendevano l’occasione per salire su un mezzo diretto a Dover.
La rotta è balzata all’attenzione internazionale con la nascita della cosiddetta «giungla di Calais». Nel gennaio 2015, alla periferia della città, è sorto un insediamento di tende e roulotte che ha ospitato fino a 10mila persone. Una crisi alimentata anche dagli effetti a catena della rotta balcanica, che ha trasformato Calais in un imbuto verso il Regno Unito. La forte pressione migratoria ha portato Londra a predisporre importanti controlli sulle navi e lungo le vie di accesso dalla Francia.
Fino ad allora gli attraversamenti avvenivano soprattutto nascosti nei tir, nei container o sui traghetti. Dopo lo smantellamento della giungla e l’inasprimento delle misure di sicurezza, questa via è diventata sempre più impraticabile. È così che la rotta ha cambiato volto: migranti e trafficanti hanno iniziato a puntare su piccole imbarcazioni autonome, rendendo la traversata ancora più pericolosa.

Violenza e critiche, il bilancio della sicurezza
Chi tenta la traversata si muove in un contesto di estrema violenza. Un’inchiesta di Le Monde ha documentato episodi in cui le forze di polizia avrebbero cercato di destabilizzare, se non addirittura affondare, i gommoni. Un rapporto dell’Ong Project play ha denunciato le violenze subite dai minori e ha registrato almeno 15 bambini morti alla frontiera nel 2024, più che nei quattro anni precedenti messi insieme. Uno studio di Human Rights Network, invece, rileva che la strategia per fermare le traversate ha aumentato violenza, morti e potere dei trafficanti, senza ridurre gli arrivi. Il rapporto segnala anche l’uso della forza da parte della polizia francese, dai proiettili di gomma ai gas lacrimogeni. Anche se gli abusi avvengono sul suolo francese, il governo britannico contribuisce: dal 2018 ha versato a Parigi almeno 763,4 milioni di euro per la «messa in sicurezza» del confine.
Quindici organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto la sospensione del trattato con un ricorso avviato davanti alla giustizia francese. La contestazione riguarda il meccanismo di riammissione. «Queste misure non offrono garanzie sufficienti per tenere conto della situazione individuale delle persone in esilio. L’approccio è altamente discutibile e non rispetta adeguatamente il principio della dignità umana», ha spiegato l’avvocato che ha presentato il ricorso.

Eva Castelletti




L’accordo che viola i diritti

La stretta collaborazione tra Italia e Libia in ambito migratorio alimenta un sistema di violenze e soprusi. Al centro dei rapporti tra i due Paesi c’è il Memorandum d’intesa che si è appena rinnovato. Sopravvissuti e associazioni ne chiedono la cancellazione.

Il 24 agosto 2025 la Guardia costiera libica ha sparato contro la Ocean Viking, nave della Ong SOS Méditerranée, mentre si trovava in acque internazionali. I colpi sono partiti da una motovedetta di fabbricazione italiana, una delle tante donate dal nostro Paese nell’ambito della cooperazione con la Libia nel Mediterraneo.

Il 2 novembre 2025, il «Memorandum d’intesa» che regola i rapporti tra Italia e Libia sul fronte migratorio si è rinnovato automaticamente – per la terza volta – per altri tre anni, perpetuando un rapporto fatto di violazioni del diritto internazionale, forniture, addestramento e figure accusate di crimini contro l’umanità. Come ribadiscono le sentenze, però, la Libia non è un luogo sicuro. Confermando questa esternalizzazione dei confini, l’Italia continua a violare l’articolo 2 della Costituzione, secondo cui «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Diritti che però, muoiono in Libia.

Il primo ottobre 2021 la polizia libica condusse violente retate a Gargaresh, quartiere di Tripoli, arrestando oltre cinquemila persone migranti poi rinchiuse nei centri di detenzione, luoghi di violazione sistematica dei diritti umani. Quella volta, però, la reazione fu diversa dal solito: chi riuscì a scappare si radunò davanti al quartier generale dell’Unhcr, dove protestarono per cento giorni. Nel loro manifesto due richieste spiccavano dal punto di vista italiano ed europeo: abolire i finanziamenti alla Guardia costiera libica e chiudere i centri di detenzione, anch’essi sostenuti da Italia e Unione europea. Da quelle settimane di protesta nacque il movimento – poi divenuto organizzazione – Refugees in Libya (Ril), che oggi chiede la revoca del Memorandum e di ogni collaborazione italiana con lo stato nordafricano.

Il Memorandum

L’accordo bilaterale fu sottoscritto il 2 febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal presidente del Governo di riconciliazione nazionale Fayez al-Sarraj. Alla base vi è l’idea che solo la collaborazione tra i due Paesi possa offrire gli strumenti necessari per affrontare i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e le tensioni che ne derivano. Nel testo si afferma il desiderio italiano di aiutare le autorità libiche a ridurre le partenze via mare dalle sue coste, motivo per il quale si offre un supporto innanzitutto tecnico e tecnologico nei confronti di coloro che sono «incaricati della lotta contro la migrazione clandestina». Ogni aspetto del Memorandum è problematico, basti pensare che al suo interno non si fa alcun riferimento al rispetto dei diritti fondamentali. Già al momento della sua adozione, la comunità internazionale era consapevole delle violazioni dei diritti compiute nei centri di detenzione libici. Inoltre, era risaputo che la Guardia costiera libica, che si prometteva di voler sostenere, fosse una realtà endemicamente corrotta, così come l’implicazione dei suoi membri nel traffico di migranti. Tra questi, ricordiamo Abd al-Rahman al-Milad (Bija), il capitano della sezione di Zawiya della Guardia costiera, sanzionato internazionalmente in quanto trafficante di esseri umani.

l’interno di uno dei centri di detenzione di Ain Zara. Tutte le persone hanno partecipato alle proteste e sono state catturate sotto minaccia di armi il 19 gennaio 2022. © Archivio Refugees in Lybia / David Yambio

Le forniture italiane

Il legame tra i due Paesi è caratterizzato da un costante supporto logistico, economico, militare e tecnico da parte dell’Italia, giustificato dalla necessità di gestire i flussi in arrivo in Europa e di rafforzare le capacità libiche di controllo delle frontiere. Lo scopo ultimo è, quindi, quello di bloccare le partenze sul nascere, attraverso l’esternalizzazione delle frontiere.

Tra il 2015 e il 2020, come mostra l’inchiesta The Big Wall di ActionAid, l’Italia ha speso oltre 1,4 miliardi di euro per cercare di fermare le partenze dal Nord Africa, e alla Libia è stata destinata la quota maggiore, di oltre 492 milioni.

Sono molteplici i fondi dedicati a questo tipo di collaborazioni con la Libia: 12,5 milioni di euro arrivano, ad esempio, dal Fondo per l’Africa, mentre con la missione Miasit è stato fornito un contingente di 200 militari oltre a diverse collaborazioni per la formazione, l’addestramento, il supporto e il mentoring alle forze di sicurezza e alle istituzioni libiche.

Anche l’Unione europea ha un ruolo centrale nei finanziamenti, tanto che, a giugno 2025, è stata rinnovata la European Union border assistance mission in Libya (Eubam Libya) con un budget di 52 milioni di euro. L’Eu Trust fund, creato nel 2015 dalla Commissione europea per finanziare interventi volti ad affrontare le cause alla radice della migrazione irregolare, ha un budget totale di 4 miliardi di euro, 455 dei quali sono già stati dedicati alla Libia.

Tramite questi fondi sono stati indetti appalti di grande rilevanza, per la fornitura e manutenzione di mezzi di terra, aerei e, soprattutto, mezzi marittimi. Sono queste imbarcazioni che diventano tristemente note quando sono protagoniste di episodi di violenza, come nel caso della sparatoria compiuta nei confronti della Ocean Viking.

Senza questo sostegno la cosiddetta Guardia costiera libica – strutturalmente carente di risorse e capacità operative autonome – non riuscirebbe a operare in modo così significativo.

I centri di detenzione libici

In Libia i migranti vengono rinchiusi in centri di detenzione, ufficiali e non, dove subiscono le più disparate violazioni dei diritti umani: torture, riduzione in schiavitù, violenze sessuali, stupri, lavoro forzato. L’unico modo per sottrarsi a ciò è pagare la propria libertà attraverso un riscatto: il diritto alla vita da comprare come se fosse un oggetto. Le violenze mirano soprattutto a estorcere denaro, ma spesso sono mosse da odio razziale o puro sadismo dei carcerieri.

Il tutto avviene in un contesto degradante, segnato da sovraffollamento, condizioni igieniche disastrose che favoriscono la diffusione di malattie, denutrizione e scarso accesso all’acqua potabile. Torture, abusi e negazione della dignità umana rappresentano la norma per la quasi totalità dei migranti.

Le conseguenze del mancato pagamento del riscatto sono disumane, come racconta H. al servizio hotline di Ril: «Arrivato a Tripoli sono stato arrestato in più occasioni dalle milizie; una volta sono stato violentato sessualmente e torturato con il fuoco, per essere costretto a pagare un riscatto. Ma non avevo nulla per pagare, così mi hanno tenuto prigioniero finché mi sono ammalato gravemente, al punto da non riuscire nemmeno a muovermi». Ancora, le parole di una donna raccolte dalla hotline: «Mi hanno picchiata, mi hanno ustionata con acqua bollente e mi hanno violentata».

Il lavoro forzato include pulizie, cucina, carichi pesanti o lavaggio dei veicoli dei funzionari, ma alcuni vengono portati in fattorie e cantieri. Lam Magok – uno dei fondatori di Ril – ricorda così la sua detenzione in uno dei centri di Almasri (il generale libico accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra, omicidi, torture e stupri, arrestato a Torino e riportato in Libia con un volo di Stato italiano il 21 gennaio 2025; lo scorso 5 novembre arrestato a Tripoli dalle autorità locali, ndr): «Mi hanno costretto a rimuovere i cadaveri di soldati uccisi negli scontri e di migranti morti in detenzione. Senza guanti e senza mascherina. I miliziani si tenevano a distanza, quei corpi erano stati abbandonati per giorni. Non lo dimenticherò mai».

Pur chiedendo aiuto all’Unhcr, i migranti non ricevono sostegno concreto. Come raccontato alla hotline, Y. ha denunciato un’aggressione subita insieme alla sua famiglia nella loro casa: è stato picchiato brutalmente, così come la moglie incinta di tre mesi, che ha perso il bambino. Nonostante l’uomo abbia presentato un reclamo all’Unhcr, nessuno lo ha mai ricontattato. Anche M. ha raccontato la propria esperienza di abbandono da parte dell’agenzia: «Ho solo un foglio rilasciato dall’Unhcr, ma le milizie dicono che quel foglio è inutile. Da quando mi sono registrato all’Unhcr sono stato imprigionato tre volte». La protezione offerta è quindi largamente inefficace, se non inesistente.

David Yambio (destra) discute con Mohammed Al-Khoja, il direttore del Dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale e già responsabile del centro di detenzione Tarik-al-Sikka. © Archivio Refugees in Lybia / David Yambio

Non solo Italia, non solo Libia

Il dossier Expanding the Fortress ha esaminato le 35 nazioni verso cui i membri dell’Unione europea si rivolgono per l’esternalizzazione: sono per il 48% governati da regimi autoritari e vengono classificati come Paesi «non liberi», che violano ripetutamente i diritti umani. Diciotto di essi hanno un basso indicatore di sviluppo umano.

Nel 2024 la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha parlato di un calo del 64% degli arrivi irregolari e dell’efficacia dei partenariati con i paesi terzi. Una diminuzione temporanea, però, non corrisponde a una riduzione della pressione migratoria. Implica piuttosto che i movimenti si sono spostati. La richiesta di viaggi irregolari rimane elevata, a causa di fattori quali i conflitti, il cambiamento climatico e l’instabilità economica. L’Europa stipula accordi milionari con i Paesi di transito ma è improbabile che questi abbiano un impatto duraturo; al contrario, aumentano i rischi per i diritti umani e rafforzano il potere negoziale delle controparti. Le politiche migratorie si concentrano sul breve termine, invece di adottare una strategia più ampia che preveda una redistribuzione e l’espansione dei canali legali. Le visioni miopi, orientate a risultati immediati, non fermeranno l’irregolarità.

Inoltre, la Libia non è l’unico scenario di atroci violenze. La Tunisia sembra ormai sulla strada «giusta» per diventare la «nuova» Libia. Fra il 2023 e il 2024 il governo di Kaïs Saïed avrebbe bloccato la partenza di almeno 100mila migranti. Dal 2017, l’Italia ha speso circa 75 milioni di euro nell’equipaggiamento e nella formazione delle guardie di frontiera tunisine, mentre il Memorandum tra Ue e Tunisia ha portato al trasferimento di 150 milioni di euro, di cui gran parte da impiegare nella prevenzione delle partenze.

Chiedere la fine del Memorandum

Negli anni sono state raccolte innumerevoli testimonianze e prove delle conseguenze del Memorandum sulle vite delle persone migranti, e oggi sono proprio i sopravvissuti a chiedere di fermare la complicità italiana in questo sistema di soprusi. Refugees in Libya, con il sostegno di molte altre organizzazioni, chiede che il governo italiano – e più in generale l’Unione europea – ponga immediatamente fine al Memorandum e a ogni forma di cooperazione con la Libia. Qualunque fossero le intenzioni iniziali alla base dell’accordo, esso ha chiaramente fallito dal punto di vista umanitario. Oltre alla revoca, si richiede giustizia per le vittime delle torture, attraverso il rilascio di visti umanitari e forme di risarcimento per gli abusi subiti. Allo stesso tempo, vengono avanzate proposte per il futuro: rafforzare le operazioni statali di salvataggio in mare, aprire corridoi umanitari sicuri e sostenere le organizzazioni della società civile che, in Libia, si battono per i diritti dei migranti. Ancora una volta queste richieste non sono state ascoltate e il Memorandum è stato rinnovato, mentre la traversata del mar Mediterraneo continua a rappresentare la rotta migratoria più letale al mondo.

Eva Castelletti*

*Laureata in Politiche europee e internazionali con una tesi sulla cooperazione tra Italia e Libia e le conseguenti violazioni dei diritti delle persone migranti. Lavora nel gruppo di Policy & Advocacy di Caritas Europa a Bruxelles, dove si occupa di migrazioni, politiche sociali e giustizia ecologica.

il 18 ottobre in piazza Vidoni, a Roma, si è tenuta la manifestazione per chiedere lo stop del Memorandum tra Italia e Libia. L’evento è stato organizzato da Refugees in Libya insieme a decine di Ong. © Mattia Gisola