Europa. La teoria della sostituzione e il «Save Europe Act»
Bruxelles. Il 15 luglio, poco dopo le 15, uscivo da un appuntamento di lavoro insieme a tre colleghe. Eravamo a un paio di centinaia di metri dal Parlamento europeo. Camminando verso Place du Luxemburg, vedere un gruppo radunato con bandiere non mi ha stupita, essendo quello il luogo simbolo di Bruxelles per le manifestazioni, proprio davanti al cuore dell’Unione europea. Arrivate abbastanza vicine da sentire, sono rabbrividita. «Send them back» (Rimandateli indietro), gridavano i manifestanti. È il coro più evocativo che avrei potuto sentire. Un mese prima, le stesse parole venivano urlate dagli eurodeputati che avevano votato a favore della riforma del Regolamento sui rimpatri (418 voti a favore, 218 contrari, 30 astensioni), già criticata dalla società civile e da esperti delle Nazioni Unite per le potenziali violazione dei diritti umani che comportano le nuove norme. La manifestazione era organizzata dall’attivista di estrema destra olandese Eva Vlaardingerbroek, promotrice di un’iniziativa chiamata «Save Europe Act».
L’attivista e politica olandese Eva Vlaardingerbroek a Bruxelles durante la manifestazione in favore del «Save Europe Act», lo scorso 15 luglio. (Screenshot)
La teoria della sostituzione Il «Save Europe Act» si presenta come una proposta di legge per «proteggere l’identità etnoculturale delle nazioni europee». Dietro questa formula c’è la cosiddetta teoria della sostituzione: la convinzione, priva di fondamento, che sia in atto una sostituzione demografica pianificata delle popolazioni europee «autoctone» a favore di persone migranti. Questa non viene presentata come ipotesi o teoria, ma ormai come un dato di fatto. La campagna ha già raccolto oltre mezzo milione di firme e vede tra i suoi sostenitori l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, esponenti del principale partito di estrema destra tedesca Alternative für Deutschland (AfD) e l’italiano Roberto Vannacci. Si fa appello persino alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione: l’articolo 22, che tutela la diversità culturale, viene piegato a sostegno di un presunto diritto delle nazioni europee a difendersi da un’«erosione demografica», un uso capovolto di un principio nato per proteggere le minoranze, non per giustificarne l’esclusione (o – addirittura – l’espulsione). Il loro manifesto sostiene che la migrazione, legale e irregolare indistintamente, danneggi coesione sociale, servizi pubblici e «continuità etnica e culturale» dei popoli europei. L’obiettivo non è più fermare l’irregolarità, ma bloccare anche ciò che è legale, fino al ripristino della suddetta «continuità». L’idea stessa di «popoli d’Europa», eternamente uguali a se stessi, ignora secoli di migrazioni e mescolanze, e si tratta di un’invenzione retorica utile a separare chi «appartiene» da chi no, su base etnica prima che giuridica.
Cos’è la remigrazione Negli ultimi mesi la parola «remigrazione» è entrata anche nel lessico politico italiano e sembra destinata a diventare uno slogan in vista dell’incombente campagna elettorale. Fino a poco tempo fa, il termine era usato quasi solo in ambito accademico, ad esempio per indicare il ritorno volontario di una persona nel proprio paese d’origine o una seconda migrazione dopo un primo spostamento. Un contribuito al salto semantico è avvenuto nel novembre 2023, quando un’inchiesta ha rivelato che, in un incontro interno di AfD, i partecipanti avrebbero discusso un piano di espulsioni di massa rivolto a richiedenti asilo, persone con regolare permesso di soggiorno e persino cittadini tedeschi di origine straniera. Quel piano fu chiamato «remigrazione» e, dopo un primo tentativo di prendere le distanze, il partito tedesco ha finito per rivendicarlo apertamente. Oggi, nella retorica dell’estrema destra europea, il termine indica l’espulsione forzata di stranieri ritenuti «problematici», anche se risiedono legalmente in Europa. Un’idea che, applicata, violerebbe diverse norme nazionali e internazionali e che ha un fondamento razzista: gli stranieri «problematici», in questa narrazione, sono quasi sempre persone non bianche, che parlano un’altra lingua e credono in una religione diversa dal cristianesimo. Per i sostenitori della remigrazione, il criterio non è la condotta della persona, ma la sua origine.
La proposta che chiede la «remigrazione» ha raccolto mezzo milione di firme. (Screenshot)
Il capro espiatorio della propaganda populista Ammetto che la mia riflessione, in quella piazza, non si è fermata all’indignazione. Se mezzo milione di persone ha firmato questa iniziativa, dei motivi ci saranno, e sarebbe un errore ignorarli. La propaganda populista funziona perché intercetta problemi reali – la crisi abitativa, i tagli a istruzione e ricerca, le liste d’attesa infinite nella sanità pubblica – e offre un bersaglio semplice su cui scaricarle: il migrante o chiunque sia diverso da noi. È il capro espiatorio per eccellenza, e per questo la propaganda funziona. Ma capire perché un discorso attecchisce non significa legittimarlo. Il rispetto dei diritti fondamentali non è negoziabile, il razzismo non è mai giustificabile – a prescindere da qualunque disagio e problematica sociale lo alimenti – e l’odio non è mai accettabile, nemmeno travestito da difesa dell’identità.
«Anche voi dovrete portare il velo!» Durante la manifestazione del 15 luglio, a un certo punto un partecipante si è avvicinato a noi. Vedendo quattro donne, ha scelto l’argomento che riteneva più efficace per iniziare il suo discorso: presto saremo costrette a indossare il velo, e rimpiangeremo di non esserci mobilitate prima. Ha poi spostato il discorso sull’identità etnico-culturale «da preservare», in pieno accordo con la teoria della remigrazione. Ho provato a seguire il suo ragionamento, a dire la mia, ma con chi non vuole ascoltare, il dialogo è impossibile. Poco dopo, un altro manifestante ha afferrato per un braccio l’uomo con cui parlavamo e lo ha allontanato con la forza. Stavamo solo parlando, con toni relativamente accesi, ma niente di più. Mi aspettavo una reazione, invece si è lasciato portare via, mentre il compagno gli diceva: «Non si possono convincere, stai sprecando il tuo tempo». Ho guardato le mie colleghe. Rappresentavano, ai miei occhi, la società civile che, davanti a un’Unione europea sempre più fortezza, continua a credere nella dignità umana. E nonostante la desolazione, dentro un po’ ho sorriso: non possiamo essere convinte, perché non saremo mai come chi fa dell’odio un valore.
Eva Castelletti, da Bruxelles
Stati Uniti. Deportazioni made in Usa
Il nome completo è «United States immigration and customs enforcement», universalmente nota come Ice. È l’agenzia federale degli Stati Uniti che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione. La sua notorietà è esplosa il 7 gennaio di quest’anno con l’uccisione a Minneapolis di Renée Good da parte di un agente, a cui sono seguite forti proteste nella città e nel resto del paese. A questa tragedia si è aggiunta l’immagine – diventata simbolo della brutalità indiscriminata del corpo di polizia – di un bambino di 5 anni, che indossava un cappellino blu con le orecchie e uno zainetto di Spider Man, portato via dagli agenti dell’Ice durante l’arresto di suo padre, originario dell’Ecuador. Questi due episodi non sono stati casi isolati, ma si inseriscono in scelte politiche deliberate e rappresentano in modo esemplare cos’è l’Ice oggi: il principale strumento delle politiche anti-immigrazione del presidente statunitense. Dall’inizio del suo mandato, il 20 gennaio 2025, Trump ha portato avanti un programma di espulsioni di massa senza precedenti, che tra le sue tecniche include il trasferimento coatto di persone verso paesi terzi di cui non sono cittadine e con cui non hanno alcun legame. Queste azioni vengono attuate con scarsa trasparenza, e molte di esse sono state giudicate illegali dai tribunali federali. Intanto migliaia di persone continuano a essere sradicate dalle loro comunità e a vedere i loro diritti violati. A provare a fare luce su questo sistema sono iniziative come Ice fight monitor, un progetto di Human rights first che monitora i voli dell’Ice incrociando dati aeronautici pubblici, documenti legali e testimonianze.
I voli di rimpatrio Nel solo maggio 2026 l’amministrazione statunitense ha effettuato almeno 288 voli di rimpatrio, il 18% in più rispetto ad aprile e il 52% in più rispetto allo stesso mese di un anno prima. Una parte consistente di questo aumento riguarda un fenomeno specifico, ovvero i voli che riportano cittadini messicani in Messico. Questi sono passati da una media di 5 a settimana nei primi mesi dell’anno a 24 da metà aprile, non traducendosi però in più persone espulse. Semplicemente è cambiata la modalità di deportazione, da terrestre ad aerea, verso città del centro e del sud del Paese, rendendo così più difficile un ulteriore tentativo di attraversare il confine. Diversa e più estesa è la pratica dei trasferimenti verso paesi terzi. A inizio maggio 2026, gli Stati Uniti avevano già inviato con questo sistema oltre 19mila persone verso almeno 23 paesi. Il Messico, da solo, ne ha ricevute oltre 17mila. Le altre destinazioni sono più insolite e lontane: Sierra Leone, Ghana, Camerun, Myanmar e Thailandia, con voli poco frequenti e poco preavviso. A finire su questi voli sono richiedenti asilo la cui domanda non è mai stata esaminata, persone ancora nel mezzo del procedimento davanti al tribunale dell’immigrazione e, nei casi più gravi, persone a cui un giudice aveva già riconosciuto un rischio concreto di tortura o persecuzione, e quindi il diritto alla protezione. I motivi per cui questi Stati accettano di ricevere cittadini di altri paesi si legano a ragioni di pressione e convenienza. Gli Stati Uniti minacciano o impongono divieti di visto, dazi ed espulsioni dei cittadini di quei paesi in caso di rifiuto. Inoltre, hanno versato almeno 44 milioni di dollari ai governi coinvolti, cifra che non comprende il costo dei voli. Si aggiungono anche incentivi più indiretti, come il dirottamento verso questi accordi dei fondi del Dipartimento di Stato un tempo destinati all’assistenza ai rifugiati. Allo stesso tempo, Washington finanzia Unhcr e Oim proprio nei paesi con cui ha stretto queste intese, affinché si occupino delle persone espulse: Washington finisce così per finanziare la «cura» di un problema che ha creato.
Battaglie legali Per giustificare questi trasferimenti, l’amministrazione ha fatto ricorso a strumenti giuridici eccezionali e ha invocato in modo illegittimo poteri pensati per altri contesti, come l’autorità costituzionale di rispondere a un’«invasione» e l’Alien enemies act, una legge di guerra di due secoli fa. Quest’ultima risale al 1798 e fu pensata per essere applicata in tempo di guerra dichiarata, consentendo di imprigionare o espellere cittadini stranieri senza portarli davanti a un giudice; prima del 2025 era stata usata solo tre volte nella storia degli Stati Uniti, l’ultima durante la Seconda guerra mondiale, quando servì da base legale per la carcerazione di massa di persone di origine giapponese, tedesca e italiana. Ha inoltre applicato norme sulla «sospensione dell’ingresso», adottate ben prima che esistesse il diritto d’asilo come lo conosciamo oggi. L’amministrazione ha anche fatto ricorso agli Accordi di cooperazione in materia di asilo, intese bilaterali che permettono di dichiarare «precluse» le domande d’asilo senza mai esaminarle nel merito, rendendo possibile l’espulsione verso paesi terzi. I tribunali federali hanno più volte dato ragione a chi ha impugnato questi trasferimenti, ad esempio nel caso delle espulsioni di venezuelani verso El Salvador ai sensi dell’Alien enemies act. In diverse occasioni però l’amministrazione ha proceduto comunque, violando le ordinanze dei giudici. È il caso di C.O., raccontato da Third country deportation watch. Un giudice gli aveva riconosciuto protezione contro la tortura, vietando esplicitamente il suo rimpatrio in El Salvador. Nell’ottobre 2025 l’Ice lo ha comunque portato al confine messicano, dove è stato passato dalle autorità del Messico prima a quelle del Guatemala poi, fino a essere consegnato a El Salvador. Quello di C.O. è un caso di «respingimento a catena». Una volta arrivato gli è stato detto che sarebbe finito nel Cecot, il tristemente noto carcere di massima sicurezza salvadoregno. Da allora la sua famiglia non ha più sue notizie. Membri del Congresso statunitense e organismi internazionali hanno condannato sia l’illegittimità di questi trasferimenti sia la mancanza di trasparenza sugli accordi che li rendono possibili; nel frattempo, però, questi continuano a moltiplicarsi.
Eva Castelletti
Quanto puzza quel commercio
Dal Ghana all’Indonesia, dal Kenya al Cile, attraversando gli oceani. Sono le mete dei rifiuti – dalla plastica a quelli elettronici – che viaggiano dal Nord del mondo ai Paesi del Sud. Un business sporco che qualcuno ha iniziato a contrastare.
Con la risoluzione 1514 del 1960, le Nazioni Unite hanno stabilito che «occorre porre fine al colonialismo e a tutte le pratiche di segregazione e discriminazione ad esso associate». Il colonialismo storicamente inteso si è concluso nel secolo scorso, con una lunga scia di Paesi che hanno conquistato l’indipendenza. Eppure, forme di colonialismo persistono ancora oggi. Il perdurare di rapporti di sfruttamento tra ex colonizzatori ed ex colonizzati mostra quanto questo fenomeno non sia relegato ai libri di storia, ma continui a evolversi e a manifestarsi in forme nuove.
Negli anni Ottanta, nel Nord globale si sono inasprite le normative ambientali sullo smaltimento dei rifiuti pericolosi. Per aggirare queste restrizioni, si è ricorso sempre più a Paesi terzi, con normative inesistenti o facilmente aggirabili, controlli scarsi e governi spesso disposti ad accettare i carichi in cambio di valuta straniera. Si sono così moltiplicate le navi che trasportavano rifiuti tossici occidentali verso le coste africane e sudamericane.
Il caso più emblematico è stato quello della Khian Sea, che – a fine anni Ottanta – aveva caricato 14mila tonnellate di ceneri tossiche a Philadelphia ma, non trovando un porto disposto ad accettarle, ne aveva scaricate una parte ad Haiti, disperdendone il resto negli oceani Atlantico e Indiano.
Dal Nord al Sud
Questa logica nei decenni si è affinata ed estesa a nuove categorie di rifiuti. I paesi del Nord globale producono più scarti di quanti ne riescano a smaltire e decidono, quindi, di trasferire il problema altrove, verso Paesi che li accettano in cambio di un compenso economico o perché privi degli strumenti per opporsi. Il risultato è che le nazioni che hanno contribuito meno all’inquinamento globale si ritrovano a gestire i rifiuti di quelli che ne hanno prodotti di più, una dinamica definita «colonialismo dei rifiuti». Questa forma di sfruttamento riproduce dinamiche storiche precise, spesso coinvolgendo gli stessi Stati con un passato coloniale. Le rotte della spazzatura ricalcano spesso, con inquietante fedeltà, quelle dei vecchi imperi.
La discarica di Agbogbloshie_foto-Wikimedia
La plastica: nessuno la vuole
Nell’immaginario collettivo, quando si parla di rifiuti si pensa, quasi inevitabilmente, alla plastica. In Europa, questa viene raccolta con cura dai cittadini e messa nei bidoni appositi con la sensazione di aver fatto la propria parte. Eppure, di tutta la plastica prodotta, solo il 9% è stata effettivamente riciclata, mentre il resto è finito in discarica, incenerito o disperso nell’ambiente.
Ogni anno, inoltre, il mondo produce una quantità enorme di rifiuti plastici, pari a circa 400 milioni di tonnellate. Di fronte a questi numeri, viene spontaneo chiedersi dove finiscano. La teoria del riciclo regge poco e la realtà ha a che fare con rotte commerciali e asimmetrie di potere.
Per decenni, i paesi industrializzati hanno esportato i propri rifiuti plastici in Asia, soprattutto in Cina.
Nel 2018, Pechino ha interrotto questo flusso vietando l’importazione di 24 tipologie di rifiuti solidi, tra cui la plastica. Anche la Thailandia ha deciso di seguire questo esempio, vietando le importazioni a partire dal 2025. Come sempre accade, i flussi non si fermano, ma semplicemente si spostano verso Paesi con normative ambientali più permissive e sistemi di gestione dei rifiuti insufficienti. Tra il 2017 e il 2021, le importazioni di rifiuti plastici nel Sud-est asiatico sono cresciute del 171%. Sebbene i Paesi di questa regione ospitino meno del 9% della popolazione mondiale, hanno ricevuto il 17% delle importazioni globali di rifiuti plastici.
Non tutta la plastica esportata è dichiarata apertamente come rifiuto. Il commercio internazionale di rifiuti plastici si regge sulla distinzione tra plastica «riciclabile» e «mista». La seconda è spesso non riciclabile o economicamente svantaggiosa da trattare, ma viene comunque spedita, mescolata a materiali di qualità superiore per eludere i controlli.
La storia dei 141 container tedeschi bloccati nei porti turchi tra il 2020 e il 2021 è emblematica: arrivati poco prima dell’introduzione di un divieto sulle importazioni di plastica mista, sono stati respinti perché contenevano rifiuti spacciati per plastica lavorabile, rimanendo per oltre un anno in un limbo tra diversi Paesi.
Sorge allora un dubbio: quanta della plastica che l’Unione europea dichiara come riciclata finisce in discariche illegali o viene bruciata all’aperto?
Va sempre ricordato che l’86% della dispersione di plastica nell’ambiente avviene in paesi non Ocse, i quali – però – consumano poco più della metà della plastica globale. Ed è così che i luoghi si trasformano. A Loji Beach, un piccolo porto di pescatori in Indonesia, le correnti convogliano i rifiuti nella baia. Questi però non sono di origine locale, a dimostrazione del fatto che il problema è in parte sistemico: anche quando la plastica viene raccolta correttamente in Europa, la filiera del riciclo non è in grado di assorbirla tutta e il surplus trova comunque una via d’uscita, quasi sempre verso Sud.
Raccolta dei rifiuti a New Delhi, India. Foto Zoshua Colah – Unsplash
I rifiuti elettronici
Nel 2022 il mondo ha prodotto circa 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, pari a quasi due tonnellate di apparecchiature al secondo. È la categoria di rifiuti in più rapida crescita, alimentata dall’innovazione tecnologica e da modelli di consumo che rendono rapidamente obsoleti i dispositivi. Eppure, questi scarti contengono una quantità enorme di risorse preziose: da un milione di telefoni si possono recuperare circa 9mila chili di rame, oltre 200 d’argento, più di 20 d’oro e quasi nove di palladio.
Il Global E-waste Monitor 2024 stima che il valore delle materie recuperabili nei rifiuti elettronici non trattati ammonta a circa 62 miliardi di dollari l’anno.
Nonostante ciò, oltre l’80% dei rifiuti elettronici finisce nel cosiddetto Sud globale, spesso etichettato ambiguamente come «apparecchiature usate e funzionanti», aggirando così i controlli doganali e le normative internazionali.
In un’indagine un gruppo di ricercatori ha dotato di tracciatore Gps 314 apparecchiature elettroniche e le hanno depositate in centri di raccolta ufficiali in dieci Stati europei. Il 6% di questi è stato esportato in probabile violazione delle normative internazionali, e sette sono arrivati in Africa. Applicando questa percentuale ai volumi complessivi della produzione europea, i ricercatori hanno stimato che ogni anno 352mila tonnellate di rifiuti elettronici si muovono dall’Europa secondo queste ambigue modalità.
Questo traffico illecito genera profitti tra i 10 e i 12 miliardi di dollari l’anno, alimentando un mercato parallelo che si sviluppa all’ombra della transizione digitale globale.
Il Ghana è tra i principali destinatari di questi flussi: circa il 15% dei rifiuti elettronici globali viene smaltito nel Paese. Attorno a questo flusso si è sviluppata un’economia informale, grazie alla quale per ogni tonnellata di rifiuti elettronici si contano 15 lavoratori nel riciclo e 200 nelle riparazioni. Il governo guadagna ogni anno circa 100 milioni di dollari in tasse dai paesi esportatori, una fonte di entrate che rende difficile limitare le importazioni.
Il luogo simbolo di questo fenomeno è Agbogbloshie, nella periferia di Accra, che ospita una delle più grandi discariche di rifiuti elettronici dell’Africa. Qui lavorano circa seimila persone, che recuperano metalli preziosi bruciando cavi e dispositivi all’aperto, senza protezioni né regolamentazioni adeguate. Queste pratiche rilasciano sostanze altamente tossiche nell’aria e nel suolo. Altre 30mila persone nella regione metropolitana dipendono indirettamente dalla discarica.
bambini riciclatori trasportano sacchi di rifiuti ad Agra, in India. Foto Dulana Kodithuwakku – Unsplash
I rifiuti tessili
L’industria della moda è responsabile fino al 10% delle emissioni globali di gas serra. Le catene del tessile consumano enormi quantità di energia, acqua e sostanze chimiche, di cui molte sono classificate come pericolose. I tessuti sintetici, che costituiscono più della metà della produzione globale, rilasciano microplastiche a ogni lavaggio, contribuendo all’inquinamento degli oceani. Su questo sistema già fragile si è innestato il modello del fast fashion: capi progettati per durare poco, prodotti in quantità industriali, venduti a prezzi stracciati e dismessi troppo velocemente. Il risultato è che ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 83 milioni di tonnellate di rifiuti tessili.
Una parte significativa degli abiti dismessi nei paesi del Nord globale viene raccolta sotto forma di donazioni, in un gesto che, all’apparenza, riflette una certa «generosità».
Nel 2019, l’Africa ha ricevuto il 46% del tessile usato esportato dall’Unione europea. Tuttavia, una quota rilevante di questi capi, spesso fino alla metà, è già scarto al momento dell’arrivo perché troppo danneggiata, consumata o di qualità troppo bassa per essere rivenduta.
In Kenya, questo sistema prende il nome di mitumba, termine che significa «balle» e indica i pacchi di abiti usati importati dai paesi donatori e venduti prima ancora di essere aperti. I piccoli commercianti le acquistano senza conoscerne il contenuto, ma una parte significativa è costituita da scarti invendibili. Dei 900 milioni di capi importati dal Kenya nel 2021, fino al 50% è finito in discarica o bruciato a cielo aperto. A Nairobi, la discarica di Dandora è uno dei principali punti di accumulo dei rifiuti tessili e il fiume Nairobi che la attraversa è intasato di capi sintetici. Anche le reti dei pescatori del Lago Vittoria, ai confini tra Kenya e Uganda, raccolgono più vestiti che pesci, con conseguenze sui mezzi di sussistenza delle comunità locali.
Il fenomeno non si limita all’Africa: dal porto di Iquique, nel Nord del Cile, ogni anno transitano 59mila tonnellate di materiale tessile. Di queste solo 20mila entrano nel circuito distributivo sudamericano, mentre il resto finisce nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del pianeta, oggi coperto da dune di stracci, tossiche per l’ecosistema e le popolazioni vicine.
Questo sistema non distrugge solo l’ambiente, ma anche le economie locali. Il 91,5% delle famiglie keniane acquista vestiti di seconda mano importati, mostrando una forte dipendenza da questi flussi a scapito dell’industria locale. I piccoli produttori locali faticano a competere con vagoni di abiti europei venduti a pochi centesimi al chilo. Tralasciando le implicazioni etiche della produzione, il fast fashion si presenta come una forma di accessibilità diffusa, ma impoverisce le filiere locali, inonda i mercati di scarti e lascia alle comunità del Sud globale la gestione dei rifiuti di un sistema che, ancora una volta, non hanno contribuito a creare.
rifuti- foto Engin Akyurt – Unsplash
Salute e diritti a rischio
Si parla di riciclo, ma le pratiche appena raccontate non assomigliano a quello che immaginiamo quando separiamo i rifiuti a casa o «doniamo» vestiti usati. Ad Agbogbloshie, i lavoratori respirano livelli di particolato quasi cinque volte superiori alle soglie indicate dall’Organizzazione mondiale della sanità. Le uova delle galline allevate nel vicino insediamento di Old Fadama contengono livelli pericolosi di diossine, segno che la contaminazione è entrata nella catena alimentare. Tra i lavoratori ci sono anche bambini, i cosiddetti «poliziotti del metallo», che per pochi soldi cercano residui metallici da poter rivendere. I rischi cronici per la salute e la mancanza di tutele e diritti pesano meno, nella scala delle urgenze quotidiane, del bisogno immediato di sopravvivere. Ma finché non c’è alternativa, ci sarà sempre qualcuno disposto ad accettare il rischio altrui. Il «riciclo» che avviene in questi luoghi è l’espressione proprio di questo: della delega del rischio a chi non può rifiutarla.
I divieti della Ue
Le normative esistono ma, come spesso accade, la loro applicazione è debole o facilmente aggirabile. La Convenzione di Basilea del 1992 ha posto un primo argine all’esportazione di rifiuti tossici. Nel 2019 è arrivato un emendamento alla Convenzione sull’esportazione di plastica, mentre – nel 2024 – l’Unione europea ha vietato l’export di rifiuti plastici verso i Paesi non Ocse. I rifiuti elettronici (Raee) – invece – sono stati inclusi nella Convenzione con un altro emedamento entrato in vigore nel gennaio 2025. Si tratta, però, di un percorso lento, spesso aggirato attraverso clausole e scappatoie legali, mentre l’enorme giro di interessi economici che ruota attorno a questi traffici frena i governi dall’affrontare strutturalmente il problema.
Resistenza dal basso
Intanto, alcune realtà locali resistono. In Ghana, Yvette Tetteh ha nuotato per 450 chilometri lungo il fiume Volta, seguita da un catamarano a energia solare con un laboratorio scientifico a bordo, per documentare la presenza di microplastiche nelle acque e denunciare l’impatto del colonialismo dei rifiuti sugli ecosistemi del suo Paese.
In Uganda, Bobby Kolade ha fondato Buzigahill, un progetto che trasforma abiti scartati dal Nord globale in capi di alta gamma, rispedendoli simbolicamente al mittente. In Kenya, il gruppo Clean Up Kenya e attiviste come Chemitei Janet sensibilizzano ogni giorno sull’impatto dell’industria della moda. Sono voci diverse, in luoghi diversi, ma che condividono la stessa idea: il problema non nasce lì dove si trovano, ma è lì che ha trovato le sue conseguenze più visibili ed è lì che qualcuno ha deciso di combatterlo.
Le resistenze dal basso esistono, ma non possono sostituire la responsabilità degli Stati nel mettere in discussione e modificare le strutture globali che alimentano questo moderno colonialismo.
Eva Castelletti
Colonialismo dei rifiuti _ Nick Fewings – Unsplash
Unione europea. Difendere la «fortezza Europa»
Il 12 giugno 2026 è entrato in piena attuazione il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, a due anni dalla sua entrata in vigore ufficiale. In questo periodo di transizione, gli stati membri dell’Unione hanno dovuto adattare i propri sistemi nazionali alle nuove norme comuni. Si tratta di un cambiamento enorme, che ridisegna il modo in cui l’Europa gestisce migrazione, asilo, frontiere e integrazione. L’obiettivo dichiarato è una maggiore efficienza, ma molti temono a discapito delle garanzie fondamentali per chi cerca protezione.
Alle frontiere Chiunque arrivi a una frontiera esterna dell’Unione in maniera irregolare, comprese le persone soccorse in mare, dovrà sottoporsi a una procedura di identificazione che include la verifica dei documenti, la presa delle impronte digitali e di altri dati biometrici. Lo screening include anche un esame sanitario e un controllo di vulnerabilità, ad esempio per intercettare le vittime di tortura o di tratta. La durata massima è di sette giorni, quattro per i minori non accompagnati. Il nodo più critico riguarda chi proviene da un Paese con un tasso medio di riconoscimento delle domande d’asilo inferiore al 20%: per questi richiedenti scatta automaticamente la cosiddetta «procedura accelerata di frontiera», che dura al massimo tre mesi (ricorsi compresi) e durante la quale le persone sono trattenute in strutture apposite. Lo stesso vale per chi è considerato un rischio per la sicurezza e, con alcune eccezioni, per le famiglie con bambini. I minori sotto i 12 anni che viaggiano con un familiare sono esenti dalla procedura di frontiera, così come i minori non accompagnati, salvo se considerati un rischio per la sicurezza, mentre i bambini dai 13 anni in su che viaggiano con la famiglia possono essere sottoposti alla procedura accelerata e alla detenzione. Secondo Save the Children, con il Patto la detenzione minorile rischia di diventare la norma alle frontiere europee. L’organizzazione denuncia inoltre che il Patto consente agli agenti di frontiera di ricorrere a un «grado appropriato di coercizione» per raccogliere dati biometrici da bambini a partire dai sei anni, una previsione che, senza adeguate garanzie, espone i minori a situazioni di paura e ulteriore trauma. A rendere ancora più problematica questa procedura è un principio giuridico già esistente ma ora esteso su scala europea, la cosiddetta «fiction di non-ingresso»: le persone sottoposte allo screening alle frontiere esterne, pur trovandosi fisicamente in territorio europeo, non sono considerate legalmente al suo interno. Questo limbo giuridico riduce il loro accesso a diritti e procedure, inclusa la stessa procedura d’asilo, e aumenta il rischio di respingimenti illegali verso Paesi in cui la loro incolumità non è garantita.
Procedure accelerate e «Paesi sicuri» A febbraio, l’Unione ha approvato in via definitiva una lista di «Paesi di origine sicuri» che comprende i paesi candidati a entrare nell’Ue così come Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. Questa classificazione potrà valere anche solo per una parte del loro territorio o per alcune categorie di persone e, per chi proviene da questi Stati, si applicano procedure semplificate e accelerate. Ogni membro dell’Unione potrà inoltre designare ulteriori Paesi come sicuri. Questo approccio introduce una presunzione automatica di non bisogno di protezione che rischia di travolgere il principio cardine del diritto d’asilo, secondo il quale ogni richiedente ha diritto a una valutazione individuale della propria situazione. Analoghe preoccupazioni riguardano le procedure accelerate. Tempi ristretti rendono difficile per i richiedenti raccogliere le prove necessarie a sostenere la propria domanda d’asilo, costruire un rapporto di fiducia con avvocati e assistenti sociali e ottenere documenti, specialmente medici. Il rischio è che la valutazione della vulnerabilità escluda proprio chi avrebbe più bisogno di protezione, ad esempio i sopravvissuti a tortura o violenza di genere, spesso riluttanti a parlare per vergogna o per i sintomi del trauma, o chi soffre di disturbi mentali non immediatamente evidenti. A questo si aggiunge un problema strutturale: le nuove norme richiedono procedure più rapide ma anche più personale e adeguatamente formato. In molti Paesi i quadri nazionali di attuazione non sono ancora operativi e non è chiaro se gli investimenti necessari siano stati stanziati o lo saranno. Se le risorse rimangono invariate, l’accelerazione delle procedure non produrrà efficienza, ma decisioni più affrettate e con conseguenze dirette sulle persone più vulnerabili.
Solidarietà tra stati Rimane invariato il principio per cui è lo Stato di primo arrivo a farsi carico della domanda d’asilo, continuando a penalizzare Italia, Spagna, Grecia e Cipro, ufficialmente riconosciuti dalla Commissione europea come «Paesi sotto pressione migratoria». Il Patto introduce un meccanismo di solidarietà «obbligatoria ma flessibile»: gli altri stati membri possono scegliere se contribuire tramite ricollocamenti volontari (trasferendo i richiedenti asilo dai Paesi sotto pressione al proprio territorio), contributi finanziari o supporto tecnico. Chi non vuole accogliere può quindi semplicemente pagare, con il rischio che quei fondi vengano usati per finanziare l’esternalizzazione delle frontiere in Paesi terzi. Restano aperte questioni fondamentali su come le nuove norme vengano applicate nella pratica. Molti Stati non hanno ancora pienamente recepito le direttive nel diritto nazionale e solo circa la metà ha reso pubblici i propri piani di attuazione. Senza trasparenza e senza adeguate risorse per chi lavora sul campo, dalle autorità nazionali alle organizzazioni della società civile, il rischio concreto è che le profonde disparità di trattamento che da anni caratterizzano il sistema europeo di asilo non solo persistano, ma si aggravino.
Eva Castelletti
Australia. Oltre i confini
Nel 2013 il Governo australiano decide di esternalizzare le frontiere e firma un accordo con due Stati del Pacifico. Realizza un sistema che sposta le responsabilità. L’Ue sta andando nella stessa direzione. La storia di un richiedente asilo iraniano.
«Dal primo giorno la mia identità è stata cancellata – ci dice Benham Satah, rifugiato iraniano – mi è stato assegnato un codice, Frt009. Da quel momento in poi non mi hanno mai più chiamato per nome. Ero soltanto un numero».
Così il nostro interlocutore racconta il suo arrivo a Christmas Island nel 2013, il territorio australiano più vicino all’Indonesia, raggiunto dopo cinque giorni di navigazione su una barca condotta da trafficanti.
Aveva lasciato l’Iran pochi mesi prima. Insegnante di inglese e attivista per i diritti del popolo curdo, la sua attività lo aveva esposto a un rischio sempre più concreto. Quando due suoi amici erano stati uccisi per il loro attivismo, Benham aveva capito che fuggire era diventata l’unica opzione.
Da Christmas Island, Benham fu trasferito in uno dei centri di detenzione extraterritoriali australiani: quello di Manus, in Papua Nuova Guinea. Qui ha trascorso – o, come dice lui, ha perso – quattro anni della sua vita. Sebbene oggi il centro non esista più, la sua storia non è da relegare al passato.
L’Unione europea avanza con determinazione nella riforma della normativa sui rimpatri, che prevede la creazione di «centri per il rimpatrio» (return hubs) in Paesi esterni all’Ue. Allo stesso tempo, l’Australia sta riattivando i suoi accordi per il trasferimento dei migranti verso il piccolo stato insulare di Nauru. Due diverse parti del mondo, una stessa logica: l’esternalizzazione dei confini.
La nascita dei centri extraterritoriali
Il 19 luglio 2013 il primo ministro laburista Kevin Rudd annunciò una svolta destinata a segnare la politica migratoria del Paese: nessuna persona arrivata in Australia via mare per chiedere asilo avrebbe mai potuto stabilirsi sul territorio nazionale. Benham sarebbe arrivato appena due giorni dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, ritrovandosi intrappolato in questo sistema.
Contestualmente, venne siglato un accordo con la Papua Nuova Guinea, che prevedeva il trasferimento dei richiedenti asilo sull’isola di Manus, in un centro al di fuori dei confini australiani. Il primo accordo con Nauru, invece, fu firmato poche settimane dopo. Nel corso dell’anno successivo, più di 1.500 uomini furono inviati a Manus e quasi 1.600 donne, bambini e famiglie a Nauru.
A settembre dello stesso anno, dopo una campagna elettorale incentrata sullo slogan «stop the boats» (fermiamo le barche), divenne primo ministro Tony Abbott, centrodestra, che proseguì la politica del predecessore. Fin dall’inizio, organizzazioni internazionali espressero forti preoccupazioni per la situazione nei due centri extraterritoriali, riferendosi alla detenzione arbitraria di uomini, donne e bambini in condizioni incompatibili con gli standard internazionali.
Manus e Nauru diventarono gli ingranaggi di un sistema che sposta la responsabilità della protezione internazionale oltre i confini, pur mantenendone il pieno controllo. Attraverso accordi bilaterali con paesi terzi economicamente dipendenti, l’Australia costruì una zona giuridica grigia. Questa ambiguità consentiva al governo di esercitare il controllo delle persone migranti senza assumersene apertamente la responsabilità. All’interno dei campi, la distinzione tra autorità australiane e funzionari locali risultava volutamente confusa. Come racconta Benham Satah: «Non ci dicevano nulla, ci tenevano semplicemente chiusi nei campi».
Manus, isolamento e terrore
Sull’isola di Manus, le manette usate durante il trasferimento erano superflue. «Non ne avevamo più bisogno. Eravamo a centinaia di chilometri dalla prima terraferma. Non potevamo scappare da nessuna parte». Il centro di detenzione per richiedenti asilo era collocato all’interno di una base navale australiana, separato dalla popolazione locale. Questa divisione non era solo spaziale, ma costruita e mantenuta tramite paura e disinformazione: «A noi dicevano che i locali erano cannibali, così non avremmo cercato di uscire. Ai locali dicevano che noi eravamo criminali pericolosi. Diffondevano la paura nelle nostre menti». Il risultato era una disumanizzazione reciproca.
All’arrivo, ai richiedenti asilo veniva presentata una scelta apparente: «Ci dissero che saremmo stati processati lì e che, se la domanda di asilo fosse stata accettata, ci saremmo stabiliti in Papua Nuova Guinea. Ma noi volevamo andare in Australia. L’altra opzione era tornare nel nostro Paese tramite i programmi di rimpatrio volontario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim)». Alcuni accettarono una di queste due opzioni, ma per Benham e molti altri nessuna delle due era praticabile.
Il clima di allarme era rafforzato anche attraverso una medicalizzazione della paura. «Ci davano molte pastiglie, anche contro la malaria. Ci dicevano che tutte le zanzare portavano la malaria e che saremmo morti se ci avessero punto», ricorda Benham. Ogni informazione contribuiva a costruire una percezione costante di pericolo.
In questo contesto di logoramento psicologico, la violenza non tardò a manifestarsi in forme sempre più estreme. Fin dai primi giorni «molte persone hanno iniziato a praticare autolesionismo e a togliersi la vita». Un gruppo di medici dell’Unhcr (agenzia Onu per i rifugiati, ndr) che visitò il centro concluse che nove uomini su dieci soffrivano di depressione, ansia o disturbo da stress post traumatico, uno dei tassi più alti mai registrati in una popolazione oggetto di indagine.
La violenza assunse anche una dimensione sistemica, ma delegata alle forze di sicurezza papuane: «Gli australiani ordinavano alle guardie locali di picchiarci e spaventarci, così le mani dell’Australia sarebbero rimaste pulite». Benham assistette anche all’omicidio del suo compagno di cella, Reza Barati. La struttura era sovraffollata ed era sottoposta a una sorveglianza costante: in alcuni momenti si contavano fino a un operatore e mezzo per ogni detenuto.
La chiusura ufficiale
Nell’aprile 2016, il sistema di detenzione subì una battuta d’arresto. La Corte suprema della Papua Nuova Guinea stabilì che il centro di Manus era incostituzionale, perché violava il diritto alla libertà personale. La risposta delle autorità prevedeva una riorganizzazione dell’istituto: i cancelli del centro furono aperti durante il giorno, furono messi a disposizione autobus per Lorengau, la città principale dell’isola, e fu revocato il divieto di utilizzo dei telefoni.
Per Benham, che era diventato uno dei leader del campo, quella sentenza non rappresentò una liberazione. Uscire dal campo significava esporsi a nuove forme di pericolo. «Ci dicevano che eravamo liberi di muoverci», racconta, «ma non eravamo al sicuro. A Lorengau venivamo aggrediti, derubati. Vivevamo in una paura costante».
Nel giugno dello stesso anno, il governo australiano accettò di pagare un risarcimento di circa 43 milioni di euro a quasi 1.900 uomini che avevano intentato una causa collettiva per il trattamento subito a Manus. È il più grande risarcimento per violazioni dei diritti umani nella storia dell’Australia. Ma, anche questa volta, la riparazione economica non coincise con l’accertamento pubblico delle responsabilità. La causa si chiuse senza un processo e senza la piena emersione delle prove.
Nel 2017, il Governo australiano decise di chiudere definitivamente il centro di Manus. Nell’aprile di quell’anno, agli uomini fu ordinato di andarsene entro il 31 ottobre. Nessun piano fu presentato su dove sarebbero stati trasferiti né quale sarebbe stato il loro futuro giuridico. Nei giorni successivi, le autorità iniziarono a interrompere l’accesso ai servizi essenziali. Il 31 luglio furono tagliate l’acqua e l’elettricità in parte della struttura, anche se i detenuti riuscirono a ripristinarle.
In quei giorni, Benham come uno dei leader del gruppo, convocò gli uomini per chiarire il senso della loro resistenza. «Vogliono rendere la situazione sempre più difficile per costringere le persone ad andare a vivere fuori», disse loro. «Ma nessuno qui vuole vivere a Lorengau o in qualsiasi altro posto in Papua Nuova Guinea». Poi aggiunse parole che sintetizzavano l’intera esperienza di Manus: «Non si tratta di acqua, non si tratta di cibo, non si tratta di elettricità. Il nostro problema è la libertà. Vogliamo essere liberi da qui».
Il centro fu ufficialmente chiuso, ma decine di persone rifiutarono di andarsene: lasciare il centro non significava essere liberi, ma restare intrappolati in Papua Nuova Guinea.
Il 23 novembre 2017, dopo tre settimane dalla chiusura, arrivarono la polizia, la marina e gli agenti dell’immigrazione locali. L’ordine era sgomberare il campo con la forza. Il giorno successivo, il centro fu definitivamente svuotato. La vicenda di Manus si chiuse così: il campo scomparve, le prove si dispersero, le persone rimasero intrappolate in un limbo. Un modello che, oggi, rischia di riemergere altrove con altri nomi.
Un pericoloso precedente
Nell’agosto 2025, Nauru, l’altro pilastro del sistema australiano di detenzione extraterritoriale insieme a Manus, è tornato al centro della scena. Canberra ha infatti siglato un nuovo accordo con il piccolo stato insulare per il reinsediamento di persone che «non hanno alcun diritto legale di rimanere in Australia». L’intesa prevede il trasferimento fino a 354 persone in cambio di un pagamento complessivo che potrebbe arrivare a circa 1,48 miliardi di euro in trent’anni. Nauru, con poco più di 12mila abitanti e una superficie di appena 21 chilometri quadrati (poco più di Lampedusa, ndr), viene nuovamente trasformata in una terra funzionale alle esigenze migratorie australiane.
Il Governo locale ha definito l’accordo un’opportunità per rafforzare la propria «resilienza economica», mentre organizzazioni per i diritti umani lo hanno descritto come «discriminatorio, pericoloso e vergognoso».
Quando Benham Satah ripensa agli anni trascorsi tra Manus prima e le carceri della Papua Nuova Guinea poi, non parla solo della violenza, ma anche del suo grande senso di responsabilità: «Ogni giorno ero coinvolto nella vita di tutti. Facevo l’interprete, insegnavo inglese, aiutavo gli altri con i documenti. Mi tenevo occupato con i problemi dei compagni per dimenticare il mio dolore». Dopo anni di detenzione, arresti e trasferimenti forzati, grazie all’Unhcr è riuscito finalmente a lasciare la Papua Nuova Guinea. La Francia gli ha concesso protezione e un biglietto di sola andata. «Ora sono libero», dice.
La storia di Manus Island non appartiene al passato. Dimostra che è possibile creare spazi di sospensione del diritto, nel quale la violenza e le responsabilità sono esternalizzate. Oggi, mentre l’Unione europea discute l’introduzione di “return hubs” al di fuori dei propri confini, per istituire in Paesi terzi strutture in cui trasferire i destinatari di un provvedimento di rimpatrio per proseguire da lì la procedura, riaffiora la stessa logica di delega. Sebbene tali accordi siano formalmente subordinati al rispetto dei diritti umani e del principio di non respingimento, il rischio è quello di creare nuovi spazi di detenzione e limbo giuridico, favorendo respingimenti a catena e una diluizione delle responsabilità statali. In questo senso, Manus e Nauru non tornano alla mente come eccezioni, ma come pericolosi precedenti.
Eva Castelletti
Il clima non è democratico
I paesi del Nord Europa sono spesso citati come modelli, anche per l’attenzione ad ambiente e sostenibilità. Oslo non fa eccezione, eppure anche lì i cambiamenti climatici non colpiscono tutti allo stesso modo. I quartieri più poveri hanno meno accesso agli spazi verdi e si trovano più lontani dall’acqua. Non è un dettaglio secondario, dato che la vicinanza a questi elementi determina la qualità dell’aria, la temperatura percepita e la salute di chi ci vive. I dati mostrano quanto questa distribuzione sia tutt’altro che casuale: a Oslo, un aumento di tremila dollari nel reddito annuo corrisponde mediamente a un aumento del 10% nella disponibilità di spazi verdi nel proprio quartiere. In altre parole, il verde urbano, una delle principali difese contro caldo e inquinamento, si distribuisce seguendo il reddito.
Il conto che pagano gli altri Nel 2026, secondo Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha esaurito il proprio budget annuale di emissioni di carbonio (la quantità di CO₂ che può essere emessa per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°) dopo soli dieci giorni dall’inizio dell’anno. Lo 0,1% più ricco lo aveva già fatto il 3 gennaio. Eppure chi contribuisce di più al problema è anche chi ha più risorse per proteggersi dalle sue conseguenze. Le emissioni dei più ricchi non sono solo un problema ambientale, ma anche economico e umano. Tra il 1990 e il 2050 le emissioni di consumo dell’1% più ricco del mondo stanno causando danni economici globali per decine di trilioni di dollari, concentrati soprattutto nei paesi a reddito basso e medio basso. La cifra è pari a circa tre volte i finanziamenti climatici trasferiti ai Paesi più poveri negli ultimi trent’anni. Solo quattro anni di emissioni dell’1% più ricco sono sufficienti a causare milioni di morti in eccesso per caldo nel corso del secolo, il 78% nei paesi poveri, dove chi muore è anche chi ha emesso meno. La disparità tra Nord e Sud del mondo è forse la più evidente, ma il principio vale ovunque. I cambiamenti climatici colpiscono più duramente chi vive già in condizioni di vulnerabilità: donne, bambini, anziani, famiglie in povertà, persone migranti. Le disuguaglianze preesistenti amplificano i rischi climatici e questi, a loro volta, aggravano le disuguaglianze. Vale anche in Europa. I paesi dell’Europa orientale e meridionale sono più esposti all’inquinamento da particolato e ozono, dipendono di più dai combustibili fossili e registrano rischi di mortalità da inquinamento più alti. In molte di queste regioni, dove i redditi sono più bassi e la disoccupazione più alta, le famiglie faticano anche a permettersi abitazioni adeguatamente riscaldate o raffreddate, proprio dove le temperature estreme sono più frequenti. Anche all’interno delle città più ricche, le comunità più svantaggiate vivono più vicino alle fonti di inquinamento, come strade trafficate e industrie. Chi ha meno reddito ha anche meno voce in capitolo su dove vivere, lavorare o mandare i figli a scuola. Il risultato è una concentrazione sistematica di anziani, bambini e famiglie in difficoltà nelle aree più esposte, con meno risorse per proteggersi.
Due casi concreti Non è quindi solo una questione di dove si vive, ma anche di chi si è. Uno studio condotto nei Paesi Bassi su oltre 17 milioni di persone ha mostrato che i gruppi etnici minoritari sono esposti a livelli di inquinamento atmosferico più alti rispetto alla popolazione di origine olandese, e che questa disparità persiste nelle aree rurali e anche a parità di posizione socioeconomica. Quindi, l’appartenenza a una minoranza etnica è di per sé un fattore di rischio ambientale, indipendentemente dal reddito. A Londra, il problema dell’inquinamento dell’aria non finisce quando si chiude la porta di casa. Nei quartieri più poveri le concentrazioni di biossido di azoto sono più alte, anche perché le abitazioni a basso reddito si trovano più vicine alle strade trafficate. Chi vive in appartamenti piccoli e poco ventilati accumula livelli più alti di inquinanti e, trascorrendo più tempo in casa per disoccupazione, insicurezza percepita o mancanza di alternative, ne è anche più esposto. Bambini, anziani e persone con patologie respiratorie o cardiovascolari sono i più colpiti. I ricercatori chiamano questo meccanismo «triple jeopardy»: più esposti all’inquinamento, più vulnerabili ai suoi effetti e meno in grado di proteggersi. Un circolo che difficilmente si spezza con i soli comportamenti individuali, quando sono le condizioni strutturali a determinarlo.
Chi sopravvive all’estate Le ondate di calore sono la principale causa di morte legata al clima in Europa. Nell’estate del 2025, in soli dieci giorni, il caldo ha ucciso 2.300 persone in 12 grandi città europee. L’88% ha riguardato persone over 65. Secondo uno studio, circa due terzi dei decessi sono attribuibili al cambiamento climatico: senza il riscaldamento globale prodotto dalla combustione di combustibili fossili, molti di loro sarebbero sopravvissuti. Anche dentro le cifre si nasconde una geografia della disuguaglianza. Nella stessa estate, il quartiere di Puente de Vallecas di Madrid, uno dei più poveri della città, ha registrato temperature stradali di oltre 41°. A poche centinaia di metri, dove una fila di gelsi ombreggiava il marciapiede, si scendeva a 38°. Non è una coincidenza che il quartiere più povero abbia anche meno alberi: dal 2019 ne ha persi oltre 1.300, mentre la crescita del verde urbano si è concentrata nei quartieri a reddito medio alto. A questo si aggiunge che molte famiglie non possono permettersi l’aria condizionata. La crisi climatica non colpisce a caso, ma lungo le linee già tracciate dalla disuguaglianza. Ridurre le emissioni è necessario, ma senza affrontare le fratture delle nostre società, continueremo a proteggere alcuni e a esporre altri. Combattere le disuguaglianze potrebbe non salvare solo le persone, ma anche essere una condizione per salvare il pianeta.
Eva Castelletti
Spagna. Regolarizzazione su larga scala
«Marte può aspettare. L’umanità no». Così il premier spagnolo Pedro Sánchez ha risposto su X alle critiche di Elon Musk. L’umanità a cui fa riferimento è quella nei confronti di circa mezzo milione di persone migranti che vivono in Spagna in situazione di irregolarità e che, grazie a un nuovo decreto, potrebbero ottenere un permesso di soggiorno della durata di un anno.
Il decreto Il 27 gennaio il governo ha approvato un decreto reale che, secondo le stime, potrebbe consentire la regolarizzazione di circa 500mila persone. I criteri di accesso sono relativamente flessibili: il richiedente dovrà dimostrare di aver vissuto in Spagna per almeno cinque mesi – o di aver chiesto protezione internazionale – prima del 31 dicembre 2025, non avere precedenti penali e non rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico. Una seconda bozza del decreto ha chiarito che non si tratterà di una regolarizzazione automatica o generalizzata: saranno previsti filtri e requisiti specifici. Nonostante ciò, l’intervento sarà massiccio. Chi verrà regolarizzato riceverà un permesso di soggiorno valido per un anno, che rappresenta un primo passo verso una piena integrazione nel sistema giuridico spagnolo, pur non costituendo una residenza permanente. Il permesso consentirà di lavorare legalmente in tutto il territorio nazionale e in qualsiasi settore, anche mentre la domanda è ancora in fase di valutazione. Questo dovrebbe facilitare l’uscita dal lavoro informale e ridurre il rischio di sfruttamento. L’accesso al lavoro legale permetterà inoltre di essere inclusi nel sistema di sicurezza sociale e di beneficiare di tutele, contributi pensionistici e alcuni servizi sociali, favorendo una maggiore integrazione. Il decreto reale è stato approvato direttamente dal Consiglio dei ministri, non dovendo passare dal Congresso dei deputati. In questo modo, Sánchez ha evitato il rischio che la misura venisse bloccata, non godendo di una maggioranza particolarmente solida. L’entrata in vigore del provvedimento è attesa ad aprile.
Umanità e buon senso In un momento in cui il discorso pubblico sull’immigrazione si radicalizza sempre di più, sia da un lato che dall’altro dell’Atlantico, la scelta della Spagna appare come un segnale di forte umanità. Ma si tratta anche di buon senso. Molte di queste persone sono infatti già inserite nella società e nel mercato del lavoro. La regolarizzazione consentirà loro di entrare nell’economia formale, pagare le tasse e contribuire al sistema di sicurezza sociale, invece di rimanere intrappolate nel lavoro informale. Secondo due studi, il processo di regolarizzazione potrebbe generare un beneficio netto allo Stato compreso tra 3.300 e 4.000 euro per persona, grazie all’effetto combinato dei contributi previdenziali e dell’imposta sul reddito, mentre l’aumento della spesa per i servizi pubblici resterebbe relativamente contenuto. Lungi dal voler promuovere una visione secondo la quale le persone migranti valgono solo per il loro contributo, nel contesto spagnolo il fattore economico resta però impossibile da ignorare. Nel Paese persistono problemi importanti, tra cui forti disparità territoriali, un tasso di disoccupazione giovanile elevato e una diffusa presenza di part time involontario. Inoltre, settori come il turismo, uno dei motori dell’economia nazionale, contribuiscono ad aggravare alcune criticità, come la crisi abitativa. Allo stesso tempo, negli ultimi anni l’economia spagnola si è affermata come una delle più dinamiche. Lo confermano i dati sul Pil. Nel 2025 il Pil spagnolo è aumentato del 2,9%, più del doppio rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’1,4%. In Italia, nello stesso periodo, la crescita si è fermata allo 0,4%. Nel 2025, per la prima volta dal 2008, il tasso di disoccupazione è sceso sotto al 10% (9,93%), pari a 2,47 milioni di persone. Nello stesso anno, i nuovi contratti a tempo indeterminato hanno portato il numero di occupati alla cifra record di 22,46 milioni. Sebbene siano molti i fattori che concorrono alla crescita, tra i più citati vi è proprio il contributo dell’immigrazione. I flussi migratori hanno stimolato la domanda interna e contribuito a ringiovanire la forza lavoro. Negli ultimi anni i lavoratori stranieri hanno assunto un ruolo sempre più centrale nel mercato del lavoro: oltre tre milioni contribuiscono al sistema di previdenza sociale, pari al 14% dei lavoratori. Nel 2024, dei 468mila nuovi posti di lavoro creati, circa 409mila sono stati occupati da migranti o da persone con doppia cittadinanza.
Una spinta dal basso È incoraggiante constatare che la spinta alla regolarizzazione provenga dal basso. È stata un’iniziativa di legge popolare a raccogliere oltre 700mila firme, con il sostegno di diversi sindacati e dalla Chiesa cattolica. Il Congresso dei deputati ha votato a larga maggioranza per prendere in considerazione la proposta: 310 deputati a favore e solo 33 contrari. Nonostante questo ampio sostegno iniziale, l’iniziativa si è arenata nei mesi successivi ed è rimasta bloccata fino a gennaio. Le reazioni al nuovo decreto sono state molto diverse: da un lato, le critiche del Partito popolare di centrodestra e quello di estrema destra Vox, dall’altro la Conferenza episcopale spagnola, che ha definito la misura un atto di giustizia sociale. Tra le obiezioni più frequenti vi è quella secondo cui la regolarizzazione potrebbe incentivare un aumento dei flussi irregolari. Questo argomento, oltre a non prendere il considerazione le vere dinamiche che muovono i flussi, può essere facilmente smentito guardando al passato. Non è infatti la prima volta che la Spagna adotta una misura di questo tipo: nel 2005 il governo guidato da José Luis Rodriguez Zapatero regolarizzò circa 576mila persone. Nessuna ricerca ha mai dimostrato una correlazione tra i processi di regolarizzazione e un aumento degli arrivi. In passato come oggi, regolarizzare significa integrare, non attrarre nuovi flussi.
Nel 2024, 36.816 persone hanno raggiunto il Regno Unito attraversando la Manica su piccole imbarcazioni. A metà ottobre 2025 il dato aveva già superato quota 36.886, 70 in più rispetto all’intero anno precedente. I numeri continuano a crescere e fanno da sfondo all’accordo annunciato il 10 luglio da Londra e Parigi per affrontare gli attraversamenti irregolari. L’intesa prevede un meccanismo di scambio: per ogni persona entrata irregolarmente nel Regno Unito e rimpatriata in Francia, Londra si impegna ad accogliere un richiedente asilo presente sul territorio francese, la cui domanda avrebbe maggiori probabilità di successo. Da qui il nome «one in, one out». Presentandolo in una conferenza stampa congiunta, Keir Starmer ed Emmanuel Macron lo hanno definito «rivoluzionario», sostenendo che contribuirà a «spezzare il modello» dei trafficanti e ad avere un forte effetto deterrente. Ma, a qualche mese dall’avvio, è davvero questo il bilancio?
Numeri e contraddizioni A fine novembre, gli esiti restavano modesti: 113 persone rimpatriate in Francia e 84 richiedenti asilo ammessi nel Regno Unito. Nello stesso periodo, però, in una sola giornata 217 persone hanno attraversato la Manica, quasi il doppio di quelle rimandate indietro dall’avvio del programma. Numeri che già mettono in dubbio la sua efficacia deterrente. A rendere evidenti le contraddizioni è la storia di un cittadino iraniano, che dopo essere stato rimpatriato in Francia ha tentato nuovamente la traversata, riuscendo a tornare nel Regno Unito. Successivamente è stato riportato di nuovo a Parigi. «Se avessi pensato che la Francia fosse sicura per me, non sarei mai tornato nel Regno Unito», ha raccontato al The Guardian. Dice di essere finito, prima del primo attraversamento, in una rete di trafficanti nel Nord della Francia, dove sarebbe stato sfruttato e minacciato. Crede che lo stiano ancora cercando e dichiara: «Ho paura ogni volta che esco dal rifugio. Qui non sono al sicuro». La sua storia è come quella di altri, fatta di pericoli e assenza di protezione, e mostra come le teorie della deterrenza possano scontrarsi con la logica disperata della sopravvivenza.
L’evoluzione della traversata Le città portuali di Calais e Boulogne-sur-Mer sono da decenni snodi centrali delle dinamiche migratorie verso il Regno Unito. Già nel 1999 la polizia segnalava la presenza di campi attorno a Calais, dove i migranti attendevano l’occasione per salire su un mezzo diretto a Dover. La rotta è balzata all’attenzione internazionale con la nascita della cosiddetta «giungla di Calais». Nel gennaio 2015, alla periferia della città, è sorto un insediamento di tende e roulotte che ha ospitato fino a 10mila persone. Una crisi alimentata anche dagli effetti a catena della rotta balcanica, che ha trasformato Calais in un imbuto verso il Regno Unito. La forte pressione migratoria ha portato Londra a predisporre importanti controlli sulle navi e lungo le vie di accesso dalla Francia. Fino ad allora gli attraversamenti avvenivano soprattutto nascosti nei tir, nei container o sui traghetti. Dopo lo smantellamento della giungla e l’inasprimento delle misure di sicurezza, questa via è diventata sempre più impraticabile. È così che la rotta ha cambiato volto: migranti e trafficanti hanno iniziato a puntare su piccole imbarcazioni autonome, rendendo la traversata ancora più pericolosa.
Violenza e critiche, il bilancio della sicurezza Chi tenta la traversata si muove in un contesto di estrema violenza. Un’inchiesta di Le Monde ha documentato episodi in cui le forze di polizia avrebbero cercato di destabilizzare, se non addirittura affondare, i gommoni. Un rapporto dell’Ong Project play ha denunciato le violenze subite dai minori e ha registrato almeno 15 bambini morti alla frontiera nel 2024, più che nei quattro anni precedenti messi insieme. Uno studio di Human Rights Network, invece, rileva che la strategia per fermare le traversate ha aumentato violenza, morti e potere dei trafficanti, senza ridurre gli arrivi. Il rapporto segnala anche l’uso della forza da parte della polizia francese, dai proiettili di gomma ai gas lacrimogeni. Anche se gli abusi avvengono sul suolo francese, il governo britannico contribuisce: dal 2018 ha versato a Parigi almeno 763,4 milioni di euro per la «messa in sicurezza» del confine. Quindici organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto la sospensione del trattato con un ricorso avviato davanti alla giustizia francese. La contestazione riguarda il meccanismo di riammissione. «Queste misure non offrono garanzie sufficienti per tenere conto della situazione individuale delle persone in esilio. L’approccio è altamente discutibile e non rispetta adeguatamente il principio della dignità umana», ha spiegato l’avvocato che ha presentato il ricorso.
Eva Castelletti
L’accordo che viola i diritti
La stretta collaborazione tra Italia e Libia in ambito migratorio alimenta un sistema di violenze e soprusi. Al centro dei rapporti tra i due Paesi c’è il Memorandum d’intesa che si è appena rinnovato. Sopravvissuti e associazioni ne chiedono la cancellazione.
Il 24 agosto 2025 la Guardia costiera libica ha sparato contro la Ocean Viking, nave della Ong SOS Méditerranée, mentre si trovava in acque internazionali. I colpi sono partiti da una motovedetta di fabbricazione italiana, una delle tante donate dal nostro Paese nell’ambito della cooperazione con la Libia nel Mediterraneo.
Il 2 novembre 2025, il «Memorandum d’intesa» che regola i rapporti tra Italia e Libia sul fronte migratorio si è rinnovato automaticamente – per la terza volta – per altri tre anni, perpetuando un rapporto fatto di violazioni del diritto internazionale, forniture, addestramento e figure accusate di crimini contro l’umanità. Come ribadiscono le sentenze, però, la Libia non è un luogo sicuro. Confermando questa esternalizzazione dei confini, l’Italia continua a violare l’articolo 2 della Costituzione, secondo cui «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Diritti che però, muoiono in Libia.
Il primo ottobre 2021 la polizia libica condusse violente retate a Gargaresh, quartiere di Tripoli, arrestando oltre cinquemila persone migranti poi rinchiuse nei centri di detenzione, luoghi di violazione sistematica dei diritti umani. Quella volta, però, la reazione fu diversa dal solito: chi riuscì a scappare si radunò davanti al quartier generale dell’Unhcr, dove protestarono per cento giorni. Nel loro manifesto due richieste spiccavano dal punto di vista italiano ed europeo: abolire i finanziamenti alla Guardia costiera libica e chiudere i centri di detenzione, anch’essi sostenuti da Italia e Unione europea. Da quelle settimane di protesta nacque il movimento – poi divenuto organizzazione – Refugees in Libya (Ril), che oggi chiede la revoca del Memorandum e di ogni collaborazione italiana con lo stato nordafricano.
Il Memorandum
L’accordo bilaterale fu sottoscritto il 2 febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal presidente del Governo di riconciliazione nazionale Fayez al-Sarraj. Alla base vi è l’idea che solo la collaborazione tra i due Paesi possa offrire gli strumenti necessari per affrontare i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e le tensioni che ne derivano. Nel testo si afferma il desiderio italiano di aiutare le autorità libiche a ridurre le partenze via mare dalle sue coste, motivo per il quale si offre un supporto innanzitutto tecnico e tecnologico nei confronti di coloro che sono «incaricati della lotta contro la migrazione clandestina». Ogni aspetto del Memorandum è problematico, basti pensare che al suo interno non si fa alcun riferimento al rispetto dei diritti fondamentali. Già al momento della sua adozione, la comunità internazionale era consapevole delle violazioni dei diritti compiute nei centri di detenzione libici. Inoltre, era risaputo che la Guardia costiera libica, che si prometteva di voler sostenere, fosse una realtà endemicamente corrotta, così come l’implicazione dei suoi membri nel traffico di migranti. Tra questi, ricordiamo Abd al-Rahman al-Milad (Bija), il capitano della sezione di Zawiya della Guardia costiera, sanzionato internazionalmente in quanto trafficante di esseri umani.
Il legame tra i due Paesi è caratterizzato da un costante supporto logistico, economico, militare e tecnico da parte dell’Italia, giustificato dalla necessità di gestire i flussi in arrivo in Europa e di rafforzare le capacità libiche di controllo delle frontiere. Lo scopo ultimo è, quindi, quello di bloccare le partenze sul nascere, attraverso l’esternalizzazione delle frontiere.
Tra il 2015 e il 2020, come mostra l’inchiesta The Big Wall di ActionAid, l’Italia ha speso oltre 1,4 miliardi di euro per cercare di fermare le partenze dal Nord Africa, e alla Libia è stata destinata la quota maggiore, di oltre 492 milioni.
Sono molteplici i fondi dedicati a questo tipo di collaborazioni con la Libia: 12,5 milioni di euro arrivano, ad esempio, dal Fondo per l’Africa, mentre con la missione Miasit è stato fornito un contingente di 200 militari oltre a diverse collaborazioni per la formazione, l’addestramento, il supporto e il mentoring alle forze di sicurezza e alle istituzioni libiche.
Anche l’Unione europea ha un ruolo centrale nei finanziamenti, tanto che, a giugno 2025, è stata rinnovata la European Union border assistance mission in Libya (Eubam Libya) con un budget di 52 milioni di euro. L’Eu Trust fund, creato nel 2015 dalla Commissione europea per finanziare interventi volti ad affrontare le cause alla radice della migrazione irregolare, ha un budget totale di 4 miliardi di euro, 455 dei quali sono già stati dedicati alla Libia.
Tramite questi fondi sono stati indetti appalti di grande rilevanza, per la fornitura e manutenzione di mezzi di terra, aerei e, soprattutto, mezzi marittimi. Sono queste imbarcazioni che diventano tristemente note quando sono protagoniste di episodi di violenza, come nel caso della sparatoria compiuta nei confronti della Ocean Viking.
Senza questo sostegno la cosiddetta Guardia costiera libica – strutturalmente carente di risorse e capacità operative autonome – non riuscirebbe a operare in modo così significativo.
I centri di detenzione libici
In Libia i migranti vengono rinchiusi in centri di detenzione, ufficiali e non, dove subiscono le più disparate violazioni dei diritti umani: torture, riduzione in schiavitù, violenze sessuali, stupri, lavoro forzato. L’unico modo per sottrarsi a ciò è pagare la propria libertà attraverso un riscatto: il diritto alla vita da comprare come se fosse un oggetto. Le violenze mirano soprattutto a estorcere denaro, ma spesso sono mosse da odio razziale o puro sadismo dei carcerieri.
Il tutto avviene in un contesto degradante, segnato da sovraffollamento, condizioni igieniche disastrose che favoriscono la diffusione di malattie, denutrizione e scarso accesso all’acqua potabile. Torture, abusi e negazione della dignità umana rappresentano la norma per la quasi totalità dei migranti.
Le conseguenze del mancato pagamento del riscatto sono disumane, come racconta H. al servizio hotline di Ril: «Arrivato a Tripoli sono stato arrestato in più occasioni dalle milizie; una volta sono stato violentato sessualmente e torturato con il fuoco, per essere costretto a pagare un riscatto. Ma non avevo nulla per pagare, così mi hanno tenuto prigioniero finché mi sono ammalato gravemente, al punto da non riuscire nemmeno a muovermi». Ancora, le parole di una donna raccolte dalla hotline: «Mi hanno picchiata, mi hanno ustionata con acqua bollente e mi hanno violentata».
Il lavoro forzato include pulizie, cucina, carichi pesanti o lavaggio dei veicoli dei funzionari, ma alcuni vengono portati in fattorie e cantieri. Lam Magok – uno dei fondatori di Ril – ricorda così la sua detenzione in uno dei centri di Almasri (il generale libico accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra, omicidi, torture e stupri, arrestato a Torino e riportato in Libia con un volo di Stato italiano il 21 gennaio 2025; lo scorso 5 novembre arrestato a Tripoli dalle autorità locali, ndr): «Mi hanno costretto a rimuovere i cadaveri di soldati uccisi negli scontri e di migranti morti in detenzione. Senza guanti e senza mascherina. I miliziani si tenevano a distanza, quei corpi erano stati abbandonati per giorni. Non lo dimenticherò mai».
Pur chiedendo aiuto all’Unhcr, i migranti non ricevono sostegno concreto. Come raccontato alla hotline, Y. ha denunciato un’aggressione subita insieme alla sua famiglia nella loro casa: è stato picchiato brutalmente, così come la moglie incinta di tre mesi, che ha perso il bambino. Nonostante l’uomo abbia presentato un reclamo all’Unhcr, nessuno lo ha mai ricontattato. Anche M. ha raccontato la propria esperienza di abbandono da parte dell’agenzia: «Ho solo un foglio rilasciato dall’Unhcr, ma le milizie dicono che quel foglio è inutile. Da quando mi sono registrato all’Unhcr sono stato imprigionato tre volte». La protezione offerta è quindi largamente inefficace, se non inesistente.
Il dossier Expanding the Fortress ha esaminato le 35 nazioni verso cui i membri dell’Unione europea si rivolgono per l’esternalizzazione: sono per il 48% governati da regimi autoritari e vengono classificati come Paesi «non liberi», che violano ripetutamente i diritti umani. Diciotto di essi hanno un basso indicatore di sviluppo umano.
Nel 2024 la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha parlato di un calo del 64% degli arrivi irregolari e dell’efficacia dei partenariati con i paesi terzi. Una diminuzione temporanea, però, non corrisponde a una riduzione della pressione migratoria. Implica piuttosto che i movimenti si sono spostati. La richiesta di viaggi irregolari rimane elevata, a causa di fattori quali i conflitti, il cambiamento climatico e l’instabilità economica. L’Europa stipula accordi milionari con i Paesi di transito ma è improbabile che questi abbiano un impatto duraturo; al contrario, aumentano i rischi per i diritti umani e rafforzano il potere negoziale delle controparti. Le politiche migratorie si concentrano sul breve termine, invece di adottare una strategia più ampia che preveda una redistribuzione e l’espansione dei canali legali. Le visioni miopi, orientate a risultati immediati, non fermeranno l’irregolarità.
Inoltre, la Libia non è l’unico scenario di atroci violenze. La Tunisia sembra ormai sulla strada «giusta» per diventare la «nuova» Libia. Fra il 2023 e il 2024 il governo di Kaïs Saïed avrebbe bloccato la partenza di almeno 100mila migranti. Dal 2017, l’Italia ha speso circa 75 milioni di euro nell’equipaggiamento e nella formazione delle guardie di frontiera tunisine, mentre il Memorandum tra Ue e Tunisia ha portato al trasferimento di 150 milioni di euro, di cui gran parte da impiegare nella prevenzione delle partenze.
Chiedere la fine del Memorandum
Negli anni sono state raccolte innumerevoli testimonianze e prove delle conseguenze del Memorandum sulle vite delle persone migranti, e oggi sono proprio i sopravvissuti a chiedere di fermare la complicità italiana in questo sistema di soprusi. Refugees in Libya, con il sostegno di molte altre organizzazioni, chiede che il governo italiano – e più in generale l’Unione europea – ponga immediatamente fine al Memorandum e a ogni forma di cooperazione con la Libia. Qualunque fossero le intenzioni iniziali alla base dell’accordo, esso ha chiaramente fallito dal punto di vista umanitario. Oltre alla revoca, si richiede giustizia per le vittime delle torture, attraverso il rilascio di visti umanitari e forme di risarcimento per gli abusi subiti. Allo stesso tempo, vengono avanzate proposte per il futuro: rafforzare le operazioni statali di salvataggio in mare, aprire corridoi umanitari sicuri e sostenere le organizzazioni della società civile che, in Libia, si battono per i diritti dei migranti. Ancora una volta queste richieste non sono state ascoltate e il Memorandum è stato rinnovato, mentre la traversata del mar Mediterraneo continua a rappresentare la rotta migratoria più letale al mondo.
Eva Castelletti*
*Laureata in Politiche europee e internazionali con una tesi sulla cooperazione tra Italia e Libia e le conseguenti violazioni dei diritti delle persone migranti. Lavora nel gruppo di Policy & Advocacy di Caritas Europa a Bruxelles, dove si occupa di migrazioni, politiche sociali e giustizia ecologica.