Alta tensione nel Corno d’Africa

Dopo la guerra nel Tigray, che ha visto Etiopia ed Eritrea alleati, si sono risvegliati antichi attriti.  Gli equilibri con gli altri Paesi dell’area sono instabili e poco chiari. I due Stati appoggiano le reciproche opposizioni per indebolire l’avversario. Analisi di una situazione complessa.

La tensione è di nuovo alta tra Etiopia ed Eritrea. Addis Abeba e Asmara sono tornate a non parlarsi, a minacciarsi, a sostenere i reciproci nemici. Le armi, al momento, tacciono, ma basta una scintilla per far riaccendere il fuoco e far ripiombare l’area in un nuovo e, si prevede, devastante conflitto.

Le tensioni tra i due Paesi sono antiche e affondano le radici nella storia (si veda pag. 27). La crisi attuale, però, risale alla fine della recente guerra nel Tigray (2020-2022). Un conflitto nato, paradossalmente, sotto un segno opposto. Nel 2018, a Gedda (Arabia Saudita), i due Paesi hanno firmato uno storico accordo di pace promosso dal premier etiope Abiy Ahmed e dal presidente eritreo Isayas Afewerki. L’intesa aveva portato, dopo decenni di rapporti freddi, a una riconciliazione e a un riavvicinamento senza precedenti. Lo scoppio della guerra del Tigray ha quindi visto Addis Abeba e Asmara dalla stessa parte. E, infatti, l’esercito eritreo si è quasi immediatamente schierato a fianco di quello etiope e delle milizie Amhara contro i reparti del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf). Alla fine dei combattimenti, però, si sono avvertiti i primi scricchiolii.

Accordo con esclusione

«L’accordo di pace siglato dal governo etiope e dal Tplf a Pretoria nel 2022 – spiega Corrado Cok, analista dell’European council for foreign relations – è stato condotto in modo bilaterale tra governo etiope e tigrini, escludendo gli eritrei, nonostante essi fossero stati parte attiva nel conflitto. Ciò ha cominciato a intaccare i rapporti tra le due nazioni. Il premier Abiy aveva però urgenza di chiudere la guerra, nonostante sul terreno fosse in una situazione di vantaggio, per tacitare, da un lato, le frange più oltranziste del suo governo e, dall’altro, per ridurre il costo in vittime e armamenti».

Da quel momento, dichiarazioni fatte da entrambe le parti hanno progressivamente aumentato la tensione. Incendiaria è stata la presa di posizione del premier Abiy Ahmed sul diritto dell’Etiopia ad avere uno sbocco sul Mar Rosso. «Questo tipo di dichiarazioni – continua Cok – ha allarmato tutti gli Stati costieri che confinano con l’Etiopia e, in particolare, l’Eritrea. Si è accesa un’escalation diplomatica. Asmara, temendo che Addis Abeba avesse mire sui suoi porti, ha cercato di consolidare un fronte unito contro le ingerenze etiopi stringendo i rapporti con Somalia ed Egitto, nemici tradizionali dell’Etiopia. L’Eritrea ha poi rafforzato le relazioni con l’etnia maggioritaria dell’Etiopia, gli Amhara, che ha relazioni tese con il governo di Addis Abeba. Stessa strategia è stata seguita dal premier etiope che, a sua volta, ha ospitato il convegno dell’opposizione eritrea. Si è creata quindi una sorta di spirale di dichiarazioni e alleanze che ha aumentato notevolmente il livello della tensione tra i due Paesi».

The President of Sudan’s Transitional Sovereignty Council (TSC) General Abdel Fattah al-Burhan (R) welcomes Ethiopia’s Prime Minister Abiy Ahmed during an official visit in Port Sudan on July 9, 2024. (Photo by AFP)

Lotte interne al Fronte

Molti analisti hanno interpretato questa tensione crescente come il preludio a uno scontro armato. I presupposti c’erano tutti. L’Eritrea ha mobilitato la riserva delle sue forze armate e l’Etiopia ha schierato reparti nella regione dell’Afar, non lontano dal porto eritreo di Assab, che molti etiopi considerano parte del proprio territorio.

A ciò si sono aggiunte le tensioni all’interno del Tplf, teatro di una lotta di potere tra due figure chiave: Getachew Reda, che fino a poco tempo fa ha ricoperto la carica di presidente ad interim della regione del Tigray, e Debretsion Gebremichael, presidente del Tplf. Il conflitto è emerso dopo il 14° Congresso del Tplf che si è tenuto nell’agosto 2024, durante il quale Debretsion è stato rieletto leader e Getachew, insieme ai suoi alleati, è stato sospeso ed espulso dal partito. Getachew ha criticato il congresso definendolo illegittimo e non conforme alle normative elettorali. Le tensioni si sono aggravate quando Debretsion ha richiesto le dimissioni di Getachew e dei suoi sostenitori dall’amministrazione ad interim, accusandoli di tradire gli interessi del Tigray.

La spaccatura ha portato a una paralisi amministrativa, con ciascuna fazione che governa autonomamente le proprie aree di influenza. Le tensioni si sono estese anche all’ambito militare, con la fazione di Debretsion che ha assunto il controllo di parti della capitale regionale e di altre città chiave.

«Secondo una serie di rapporti – spiega Luca Puddu, docente di storia dell’Africa all’Università di Palermo – sembrerebbe che il governo eritreo, venendo meno all’inimicizia pluridecennale che aveva contraddistinto i rapporti tra Asmara e il Tplf, abbia oggi contatti con l’ala dissidente di Debretsion Gebremichael, mentre Getachew Reda avrebbe un’interlocuzione privilegiata con il governo federale ad Addis Abeba».

Strategia Eritrea

«La politica di Asmara è coerente con la linea che ha sempre seguito nei confronti dell’Etiopia – continua Puddu – ovvero il corteggiamento delle periferie per evitare che vi sia un forte potere centrale ad Addis Abeba che possa minacciare l’integrità territoriale dell’Eritrea. Da qui i rapporti con il Tplf e con le milizie Fano nella regione dell’Amara».

«Ci sono stati di sicuro incontri tra Asmara e la fazione di Debretsion – osserva Cok -. Nessuno sa per certo fino a che punto le due parti si siano avvicinate. Va però detto che le truppe eritree presenti nel Tigray non hanno né approfittato della situazione di dissidio all’interno del Tplf né cercato di fermarla. Anche se, in caso scoppiasse un nuovo conflitto tra Etiopia e Tplf, ci sarebbe con ogni probabilità un supporto eritreo sia ai dissidenti del Tplf sia ai gruppi Amhara che, già ora, stanno portando avanti una guerriglia contro l’esercito di Addis Abeba».

Queste dinamiche sono ben note al premier etiope Abiy Ahmed. Non è un caso che, per disinnescare il dissidio tra Debretsion e Reda, il primo ministro abbia nominato Tadesse Worede come nuovo capo dell’amministrazione ad interim del Tigray nell’aprile 2025. Secondo gli analisti dell’agenzia stampa Reuters, Tadesse, ex comandante del Tplf durante la guerra del 2020-2022, è una figura neutrale e ha promesso di concentrarsi sul ritorno degli sfollati e sulla smobilitazione delle forze armate. Tuttavia, la fazione di Debretsion ha espresso resistenza a questa nomina, sostenendo che rappresenta «un’interferenza del governo federale negli affari del Tigray».

Anziano davanti abitazione

Che fa la Somalia

Il premier etiope Abiy ha portato avanti una simile strategia anche in Somalia. Il governo di Mogadiscio controlla solo una parte minima del Paese e deve mantenere un equilibrio tra le potenze confinanti, che hanno diverse ambizioni sul suo territorio. «Da qui nasce il riavvicinamento con l’Etiopia – osserva Puddu -. Un riavvicinamento che, però, non ha contorni chiari. Mentre il presidente somalo viaggiava ad Addis Abeba per riallacciare le relazioni diplomatiche e accettare le truppe etiopi nella futura missione di pace multinazionale per la Somalia, il suo ministro degli Esteri si trovava al Cairo, dove l’Egitto dichiarava l’inammissibilità dei tentativi dell’Etiopia di acquisire un accesso diretto al mare. Questo rende evidente come esistano diverse agende all’interno del governo federale somalo, il quale gioca su più piani per contenere l’espansionismo etiope, evitando al contempo uno scontro aperto».

Equilibri regionali

Se la situazione è complessa sul piano nazionale, ancora di più lo è a livello regionale. Etiopia ed Eritrea si muovono con i mezzi della diplomazia per stringere legami con alleati internazionali. Asmara ha ottimi rapporti con l’Egitto, che vede nell’Etiopia una minaccia.

Il Cairo considera la «Grande diga del millennio», che gli etiopi stanno costruendo sul Nilo Azzurro, un pericolo per il Paese perché potrebbe limitare l’afflusso di acqua al Nilo, da cui gli egiziani dipendono per l’approvvigionamento idrico.

Negli ultimi anni, Asmara si è avvicinata anche al governo sudanese del presidente al-Burhan, offrendo un supporto militare attivo nell’addestramento e nell’intelligence al governo di Khartoum (ora trasferito a Port Sudan). Nella crisi sudanese, l’Etiopia ha invece stretti rapporti con le Rsf, le milizie guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come «Hemetti», che si oppongono al governo centrale (cfr. MC aprile 2025).

Posizioni che si riflettono anche nelle alleanze con i Paesi del Golfo. Qui, Addis Abeba, così come il Somaliland, è vicina agli Emirati arabi uniti, mentre Arabia saudita e, in misura minore, Qatar continuano a offrire un sostegno attivo all’Eritrea.

In questi giochi entrano in scena anche altri attori esteri, come la Turchia. «Va detto che non vi sono agende coerenti su base nazionale – sottolinea Puddu -. C’è un continuo tentativo di bilanciare i diversi interessi in gioco. L’Arabia Saudita è stata certamente vicina all’Eritrea in passato, così come gli Emirati arabi uniti, soprattutto durante la guerra in Yemen. Tuttavia, hanno anche sostenuto la transizione in Etiopia, elargendo generosi prestiti alla Banca centrale etiope. Lo stesso si può dire della Turchia.

Il governo turco ha ingenti investimenti in Somalia e sta contribuendo alla ricostruzione dell’apparato di sicurezza del Paese, ma, al contempo, ha importanti rapporti economici con l’Etiopia, come dimostra la vendita dei droni turchi al governo di Addis Abeba. Di conseguenza, il governo turco, come altri governi della regione, cerca di mantenere un equilibrio tra queste diverse istanze».

Naturalmente, gli equilibri sono possibili finché la politica regionale, pur attraversata da tensioni, non degenera in una guerra aperta. «Se dovesse scoppiare un conflitto su larga scala tra Etiopia ed Eritrea – conclude Puddu -, inevitabilmente si cristallizzerebbero delle alleanze più definite, almeno finché durassero le ostilità. In tal caso, è presumibile che la Turchia continuerebbe a fornire assistenza militare all’Etiopia tramite la vendita di droni, mentre altri Paesi dell’area potrebbero sostenere lo sforzo militare eritreo per evitare un’espansione etiope nell’arena geopolitica del Mar Rosso».

Enrico Casale

Mercato

Una lunga storia di conflitti
Cugini che non si amano

La storia delle guerre tra Etiopia ed Eritrea è una delle più complesse e tormentate del Corno d’Africa, segnata da decenni di occupazione, guerriglia e nuovi conflitti. Dalla metà del Novecento a oggi, il rapporto tra i due Paesi è passato da una difficile convivenza forzata a una lunga guerra, fino alla fragile pace firmata nel 2018 e alle nuove e recenti tensioni.

Tutto ha inizio nel 1952, quando l’Onu decide di federare Eritrea ed Etiopia, allora guidata dall’imperatore Hailé Selassié. La decisione, spinta soprattutto dagli interessi geopolitici degli Stati Uniti in funzione antisovietica, ignora però le spinte indipendentiste eritree. Dieci anni dopo, nel 1962, Selassié scioglie la federazione e annette l’Eritrea come provincia etiope, provocando la nascita del movimento armato di liberazione.

Comincia così una guerra lunga trent’anni (1961-1991), condotta inizialmente dal Fronte di liberazione eritreo e poi, dal 1970, dal Fronte di liberazione del popolo eritreo (Eplf). Dopo la caduta del Derg – il regime militare marxista-leninista guidato da Menghistu Hailé Mariam – e la presa del potere in Etiopia da parte del Fronte popolare rivoluzionario democratico (Eprdf) guidato da Meles Zenawi (alleato dell’Eplf che combatte il regime del Negus Rosso in Tigray), l’Eritrea ottiene l’indipendenza de facto nel 1991, sancita nel 1993 da un referendum che decreta la nascita ufficiale dello Stato eritreo.

La pace è breve. Nel 1998 scoppia una nuova guerra tra Etiopia ed Eritrea, stavolta per una disputa territoriale sul confine. Il conflitto è sanguinoso: si stima che siano morti tra i 70mila e i 100mila soldati. Nonostante gli accordi di cessate il fuoco del 2000 e la firma dell’Accordo di Algeri, le tensioni continuano per anni, alimentate dal rifiuto etiope di accettare l’arbitrato internazionale che assegna zone del confine all’Eritrea. I rapporti tra i due Paesi restano congelati: nessuna guerra dichiarata, ma neppure una pace reale.

Solo nel 2018, con l’arrivo al potere del premier etiope Abiy Ahmed, la situazione si sblocca. Abiy riconosce l’accordo di confine e firma la dichiarazione di pace con il presidente eritreo Isaias Afewerki. L’evento vale ad Abiy il Premio Nobel per la pace nel 2019. L’accordo non porta a una normalizzazione dei rapporti commerciali e diplomatici, e molte questioni rimangono irrisolte. Dal 2020, la guerra in Tigray rimette in discussione la fragile pace regionale. Il conflitto vede l’Eritrea schierarsi al fianco del governo federale etiope contro il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), nemico storico di Asmara, ma anche vecchio alleato nella guerra contro Menghistu. Le truppe eritree sono accusate di gravi crimini di guerra, alimentando nuove tensioni e rendendo la pace tra i due Paesi ancora una volta precaria.

E.C.




Africa. I cambiamenti climatici picchiano duro

L’Africa si sta riscaldando più velocemente di molte altre regioni del mondo. Secondo il rapporto «State of the Climate in Africa 2024» pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), ogni aspetto dello sviluppo socioeconomico africano è messo a dura prova da eventi climatici estremi e dai cambiamenti climatici. L’insicurezza alimentare, la scarsità d’acqua, i conflitti per le risorse e lo sfollamento forzato sono solo alcune delle conseguenze di un fenomeno sempre più preoccupante.

Il rapporto dell’Omm dipinge un quadro allarmante. Il 2024 è stato l’anno più caldo – o il secondo, a seconda dei dataset – mai registrato nel continente. Le temperature medie della superficie sono state di 0,86° sopra la media del trentennio 1991-2020, con picchi nel Nordafrica, dove il riscaldamento ha toccato +1,28°. A queste condizioni si è aggiunto un ulteriore fattore aggravante: il riscaldamento eccezionale degli oceani. L’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo hanno registrato valori record e quasi tutta l’area oceanica attorno all’Africa è stata colpita da ondate di calore marino di intensità forte o estrema. Da gennaio ad aprile, oltre 30 milioni di km² di superficie marina sono stati interessati da questa tendenza. Il dato più alto mai rilevato dal 1993.

Il cambiamento climatico colpisce l’Africa in modi contrastanti, ma sempre drammatici. L’alternanza tra siccità persistenti e piogge torrenziali crea un’instabilità che mette in ginocchio l’agricoltura e l’approvvigionamento idrico. L’Africa australe, ad esempio, ha vissuto nel 2024 la peggiore siccità degli ultimi vent’anni. Malawi, Zambia e Zimbabwe sono stati i Paesi più colpiti, con perdite nella produzione agricola che in alcuni casi hanno superato il 40% rispetto alla media quinquennale. Il lago Kariba, bacino idroelettrico condiviso da Zambia e Zimbabwe, ha raggiunto livelli così bassi da causare lunghi blackout e rallentare l’attività economica.

Nel frattempo, l’Africa orientale ha visto un’altra faccia del disastro: precipitazioni straordinarie tra marzo e maggio hanno provocato inondazioni in Kenya, Tanzania e Burundi, con centinaia di vittime e oltre 700mila sfollati. Le piogge successive, tra ottobre e dicembre, sono invece risultate inferiori alla media, facendo temere nuove crisi alimentari. In Africa occidentale e centrale, i Paesi del bacino del lago Ciad – Nigeria, Niger, Camerun, Repubblica centrafricana – sono stati colpiti da alluvioni che hanno coinvolto oltre quattro milioni di persone.

Anche il Nordafrica non è stato risparmiato. Per il terzo anno consecutivo la regione ha avuto un raccolto cerealicolo sotto la media, con il Marocco che ha visto una riduzione del 42% della produzione, aggravata da un sesto anno consecutivo di siccità.

Nel 2024 si è assistito a un fenomeno senza precedenti. Due cicloni tropicali, Hidaya e Ialy, si sono formati a maggio nel bacino occidentale dell’Oceano Indiano e hanno colpito la costa tra Kenya e Tanzania, una zona solitamente fuori dal raggio d’azione dei cicloni maturi. Il ciclone Chido, invece, ha devastato l’isola francese di Mayotte e poi ha proseguito verso Mozambico e Malawi, lasciando decine di migliaia di sfollati e danni ingenti.

Nonostante il contesto complesso, il rapporto Omm evidenzia anche alcuni segnali positivi. La trasformazione digitale rappresenta un’opportunità strategica per migliorare la resilienza climatica. Strumenti come l’intelligenza artificiale, i sistemi radar avanzati e le applicazioni mobili stanno potenziando le capacità previsionali e gli allarmi precoci. In Nigeria, ad esempio, l’agenzia meteorologica ha lanciato piattaforme digitali per fornire informazioni climatiche e avvisi agli agricoltori. In Kenya, previsioni e allarmi vengono diffusi via Sms a comunità rurali e pescatori. Anche in Sudafrica sono stati introdotti strumenti di previsione avanzati e reti radar aggiornate per anticipare con maggiore precisione eventi estremi.

Nel 2024, diciotto servizi meteorologici nazionali africani hanno aggiornato i propri siti web e le infrastrutture di comunicazione per aumentare l’efficacia delle previsioni. Tuttavia, per una reale trasformazione servono investimenti strutturali: infrastrutture digitali solide, sistemi di gestione e condivisione dati efficienti e un accesso equo alle informazioni, anche nelle aree più remote.

L’Africa, secondo il rapporto Omm, ha bisogno urgente di sistemi di allerta precoce più capillari, politiche di adattamento più solide e cooperazione internazionale rafforzata. L’iniziativa «Early warnings for all» punta proprio a questo: salvare vite e ridurre i danni grazie a previsioni tempestive e azioni coordinate.

«Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura, ma una crisi attuale – ha dichiarato Celeste Saulo, segretaria generale dell’Omm -. Spero che questo rapporto stimoli un’azione collettiva per affrontare sfide sempre più complesse e impatti a cascata».

Enrico Casale




Egitto. Il canale a rischio

 

Il Canale di Suez, snodo cruciale per il commercio marittimo globale, sta attraversando una fase di fragile ripresa dopo mesi segnati da gravi turbolenze. Il lento incremento del traffico navale lascia intravedere un possibile ritorno alla normalità, ma gli ultimi dati indicano che il percorso sarà tutt’altro che semplice.

All’origine della crisi vi sono le crescenti tensioni nel Mar Rosso, dove gli attacchi dei ribelli Houthi a navi mercantili, considerate legate a Israele, hanno spinto numerosi operatori internazionali a evitare la rotta egiziana. Il ricorso a percorsi alternativi, più lunghi e onerosi, ha avuto pesanti ricadute, in particolare per l’Egitto, che trae una quota significativa delle proprie entrate dal transito marittimo attraverso Suez.

Questi attacchi hanno spinto una coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, a intensificare le operazioni di sicurezza per proteggere la rotta commerciale. Nonostante pattugliamenti e attacchi di rappresaglia, le offensive sono proseguite fino alla fine del 2024. Solo in seguito a un cessate il fuoco a Gaza e a forti pressioni diplomatiche, gli Houthi hanno ridotto le ostilità, consentendo un parziale ritorno alla normalità nei primi mesi del 2025.

Secondo le stime attuali, la piena normalizzazione potrebbe avvenire solo entro la metà del 2025, a condizione che la situazione a Gaza si stabilizzi, un’ipotesi tutt’altro che scontata. In una recente intervista, Osama Rabie, presidente dell’Autorità del canale di Suez (Sca), ha dichiarato che il traffico giornaliero è sceso a 32 navi, rispetto alle 75 registrate in media prima dell’inizio del conflitto, il 7 ottobre 2023.

L’impatto economico è significativo. Le entrate della Sca per l’anno fiscale 2023-2024 sono diminuite a 7,2 miliardi di dollari, rispetto ai 9,4 miliardi dell’anno precedente. Secondo Mohamed El-Shennawy, portavoce della presidenza egiziana, nell’anno fiscale 2024-2025 si è registrata una riduzione del tonnellaggio del 33% e un calo dei transiti del 22%, con una contrazione delle entrate che ha raggiunto il 60% su base annua.

Un impatto negativo che non riguarda solo l’Egitto, ma l’intera economia globale. Da quel tratto di mare transita, secondo i dati dell’Atlantic council, centro studi con sede a Washington, il 12-15% del commercio mondiale e circa il 30% del traffico container globale, con oltre un trilione di dollari di merci ogni anno. Include inoltre circa il 9% dei flussi globali di petrolio via mare (circa 9,2 milioni di barili al giorno all’inizio del 2023) e l’8% dei volumi di gas naturale liquefatto (Gnl). Studi del Fondo monetario internazionale hanno rilevato che, se tali interruzioni dovessero persistere, potrebbero alimentare l’inflazione nelle economie coinvolte, a causa dell’aumento dei costi di importazione e dei ritardi nelle consegne. Gli importatori europei, ad esempio, alla fine del 2023 hanno dovuto affrontare tempi di consegna più lunghi e supplementi sui costi di trasporto, complicando la gestione delle scorte e dei cicli produttivi.

Di fronte a queste sfide, il governo egiziano ha deciso di rilanciare. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha ribadito la centralità strategica del Canale di Suez, avviando un piano di modernizzazione infrastrutturale e sviluppo economico integrato. Tra i progetti più significativi figura l’estensione della via d’acqua per altri dieci chilometri, con l’obiettivo di aumentare la capacità di transito e ridurre i tempi di attesa.

Parallelamente, procede il rafforzamento della zona economica speciale adiacente al Canale. Investitori internazionali, in particolare cinesi e giapponesi, stanno puntando sull’area. La compagnia cinese Xin Feng Egypt ha avviato la costruzione di un vasto complesso industriale da 1,65 miliardi di dollari, mentre Toyota Tsusho è coinvolta nell’espansione del parco eolico del Golfo di Suez, destinato a diventare il più grande impianto onshore del continente africano.

Al centro della strategia egiziana vi è anche la transizione energetica. Il Paese mira a posizionarsi come hub regionale per la produzione di idrogeno verde, con accordi già firmati con Masdar (Emirati arabi uniti) e Hassan Allam utilities per la costruzione di centrali specializzate lungo il Canale e sulle coste del Mediterraneo. L’obiettivo dichiarato è raggiungere una capacità di produzione di 480mila tonnellate annue entro il 2030.

«I decisori politici e i leader del settore – osservano gli analisti dell’Atlantic council – dovranno collaborare per salvaguardare la continuità del Canale di Suez, attraverso una cooperazione rafforzata in materia di sicurezza e pianificazione di emergenza, al fine di garantire che i conflitti geopolitici non paralizzino nuovamente una delle arterie commerciali più importanti al mondo. Le recenti interruzioni rappresentano un invito all’azione per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento globali contro simili shock».

Enrico Casale




Sudan. La guerra più dimenticata


In seguito alla caduta del dittatore Al-Bashir sì è creato un equilibrio precario. Sfociato, nel 2023, in guerra aperta. Le potenze regionali appoggiano una o l’altra parte. Anche la Russia ha interessi per un possibile accesso al Mar Rosso. Intanto l’emergenza umanitaria è enorme.

Sullo sfondo si sentono i colpi che esplodono. Raffiche continue, inframezzate da colpi più forti. «No, non stanno combattendo – spiega la nostra fonte al di là della linea telefonica -, stanno festeggiando. Qui a Port Sudan, la capitale provvisoria del Sudan, c’è una grande felicità per la conquista di un quartiere di Khartoum da parte dell’esercito sudanese. C’è entusiasmo e la gente spara in aria. La guerra però non è finita e temo che il bilancio delle vittime e degli sfollati sia destinato a crescere ancora nei prossimi mesi».

Trascurato dai media internazionali, tutti concentrati sui conflitti in Ucraina e nella Striscia di Gaza, il Sudan è il teatro di un conflitto devastante che rappresenta una delle crisi umanitarie e geopolitiche più complesse degli ultimi anni. Questo conflitto non solo ha destabilizzato il Paese, ma ha anche attirato l’attenzione della comunità internazionale, con diverse potenze regionali e globali che sostengono indirettamente una delle due fazioni.

People take to the streets of Port Sudan to celebrate the reported advance of Sudanese military forces and allied armed groups on the key Al-Jazira state capital Wad Madani, held by the paramilitary Rapid Support Forces (RSF), on January 11, 2025. (Photo by AFP)

Gli attori in campo

La guerra, scoppiata nell’aprile 2023, ha visto scontrarsi le Forze armate sudanesi (Saf) e le Rapid support forces (Rsf), una milizia paramilitare. Le forze armate sudanesi, guidate dal generale

Abdel Fattah al-Burhan, rappresentano l’esercito regolare del Paese. Fin dai tempi del presidente dittatore Omar al-Bashir (al potere dal 1989 al 2019), i militari hanno svolto un ruolo centrale nella politica sudanese, spesso intervenendo direttamente negli affari di Stato. D’altra parte, le Rapid support forces (Rsf), comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemeti), sono una milizia nata dalle ceneri dei Janjaweed, un gruppo noto per le atrocità commesse nel Darfur nel corso degli anni 2000.

Le Rsf, pur essendo state formalmente integrate nelle strutture di sicurezza statali, hanno sempre mantenuto una forte autonomia e sono state accusate di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

Il conflitto tra Saf e Rsf è scoppiato a causa di tensioni legate alla transizione politica del Sudan verso un governo civile. Dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, il Paese ha vissuto un periodo di instabilità, con l’esercito e le Rsf che hanno inizialmente collaborato per mantenere il controllo. Tuttavia, le divergenze sulla futura struttura del potere e sulla riforma delle forze armate hanno portato a uno scontro aperto. «Non ci sarà alcuna negoziazione né compromesso con i gruppi armati che combattono contro lo Stato – ha detto al-Burhan -. Non ci sarà negoziazione né compromesso con chi ha preso le armi contro lo Stato e il popolo. Continueremo sulla strada della vittoria fino a quando ogni centimetro del Paese non sarà liberato dalle Rsf».

foto-jrandy-fath-unsplash

Alleanze internazionali

Il conflitto in Sudan non è solo uno scontro interno. In esso si riflettono anche le dinamiche geopolitiche regionali e globali. Diverse potenze internazionali hanno preso posizione, sostenendo indirettamente una delle due fazioni in lotta. L’Egitto, confinante con il Sudan, ha tradizionalmente sostenuto le forze armate, vedendo nell’esercito regolare un baluardo contro l’instabilità nella regione.

Gli Emirati arabi uniti hanno invece sostenuto le Rsf, fornendo armi e finanziamenti. Questo sostegno è legato agli interessi economici degli Emirati nel Paese, in particolare nel settore agricolo e minerario. Le aziende della famiglia di Dagalo controllano le miniere d’oro del Darfur. Secondo un’analisi dell’agenzia di stampa britannica Reuters, nel 2018-2019 una di queste società inviava negli Emirati trenta milioni di dollari in lingotti d’oro ogni tre settimane. Va ricordato che gli Emirati sono il terzo importatore mondiale di oro e che il 75% dell’oro sudanese viene trafficato proprio sul mercato emiratino. Inoltre, in passato, le Rsf hanno collaborato con gli Emirati in operazioni militari nello Yemen contro gli Houthi, rafforzando i legami tra le due parti. «Gli Emirati – ci spiega una fonte locale che vuole mantenere l’anonimato -, inviano tonnellate di armi ai ribelli delle Rsf. Queste armi, in parte acquistate da aziende serbe, in parte da aziende francesi, vengono fatte arrivare in Libia, nelle aree controllate dal generale Khalifa Haftar. Da lì transitano in Ciad per poi arrivare in Darfur». Secondo «The Africa report», gli Emirati avrebbero fatto avere al presidente ciadiano Mahamat Deby, un miliardo di dollari in cambio del sostegno alle Rsf e del via libera al traffico di armi e munizioni sul suo territorio.

Più ambigua invece la posizione della Russia. Mosca ha sempre mostrato interesse per il Sudan. Gruppi paramilitari russi, come il gruppo Wagner, hanno fornito addestramento e supporto alle Rsf, cercando di espandere l’influenza russa in Africa. Negli ultimi mesi, però, si è registrato un avvicinamento tra Mosca e Khartum. In gioco, l’accesso al Mar Rosso, via di transito tra le più importanti del mondo e possibile base strategica dell’esercito russo, in vista di un possibile ritiro dalla Siria. Ufficialmente la Marina militare di Mosca aveva reso nota la volontà di creare un centro logistico in Sudan a novembre 2020: all’epoca si era riferito che nella struttura avrebbero potuto essere presenti contemporaneamente fino a quattro navi russe e che il personale addetto alla base non avrebbe superato le 300 unità. Negli anni si sono poi susseguite notizie, sempre smentite sia da Mosca sia da Khartoum, su accordi falliti o respinti dalla parte sudanese. A fine febbraio il ministro degli Esteri sudanese, Ali Yousef Sharif, al termine dei colloqui con il suo omologo russo Sergei Lavrov, ha annunciato che Mosca e Khartum avrebbero raggiunto «un’intesa reciproca» per la creazione di una base navale russa proprio sul Mar Rosso. Lavrov, dal canto suo, non ha confermato, né ha citato accordi, memorandum, decisioni o firme. Nonostante il silenzio del braccio destro di Vladimir Putin, secondo alcuni analisti, i due Paesi stanno però continuando a trattare su questo punto.

Sfumate invece sono le posizioni di Stati Uniti e Unione europea. Entrambi hanno cercato di mediare un cessate il fuoco, ma senza successo. Hanno condannato le violenze e chiesto una transizione verso un governo civile, ma il loro ruolo rimane limitato rispetto alle potenze regionali.

foto-mohamed-tohami-unsplash

Etiopia, il vicino scomodo

Un ruolo delicato nella partita sudanese è giocato dall’Etiopia. Il nodo della discordia è la Grande diga del millennio etiope che Addis Abeba sta realizzando sul Nilo Azzurro, il principale affluente del Nilo. L’Egitto teme che questo mega sbarramento possa ridurre in modo massiccio il flusso idrico a valle e quindi mettere in crisi i rifornimenti di acqua dolce alla sua popolazione. Il Sudan, altro Paese a valle della diga, si è sempre schierato con Il Cairo fin dai tempi di Omar al-Bashir. La caduta di quest’ultimo non ha cambiato nei fatti la politica di Khartum. Al-Burhan ha continuato a essere un alleato fedele dell’Egitto e quest’ultimo lo ha ripagato con un aperto sostegno nell’attuale conflitto. L’Etiopia ha inizialmente tenuto una posizione più neutrale ma, con il tempo, si è progressivamente avvicinata alle Rsf, in forza anche della sua alleanza strategica con gli Emirati arabi uniti. Questi ultimi hanno sostenuto Addis Abeba anche nella disputa sul triangolo di al-Fashaga, un’area molto fertile sotto la sovranità sudanese, ma abitata da popolazione Amhara (una delle principali componenti del mosaico etnico etiope). Il conflitto è peg- giorato dopo la guerra civile in Tigray, Etiopia (2020), quando il Sudan ha cercato di riprendere il controllo della regione approfittando della crisi etiope. Nonostante periodici negoziati, le tensioni restano alte e la disputa rimane irrisolta, con il rischio di nuovi scontri.

Sudanese people who fled escalating violence in the al-Jazira state are pictured at a camp for the displaced in the eastern city of Gedaref on November 23, 2024. (Photo by AFP)

L’Arabia Saudita

Altro attore importante nel teatro sudanese è l’Arabia Saudita. Riad ha forti interessi economici e geopolitici in Sudan, in particolare nella regione del Mar Rosso. Investimenti sauditi nei settori agricolo e infrastrutturale sono significativi, e la stabilità del Sudan è cruciale per la sicurezza marittima e le rotte commerciali saudite. Inoltre, il Sudan è stato un partner militare dell’Arabia Saudita nella guerra in Yemen, fornendo truppe per la coalizione guidata da Riyad. Ufficialmente il suo coinvolgimento si è concentrato principalmente su una mediazione diplomatica e l’invio di aiuti umanitari. L’Arabia Saudita, insieme agli Stati Uniti, ha facilitato i colloqui di pace tra le fazioni in guerra. A maggio 2023, ha ospitato a Gedda i negoziati tra l’esercito sudanese e le Rsf, allo scopo di ottenere un cessate il fuoco e un accesso umanitario sicuro. Riyad ha fornito assistenza umanitaria al Sudan, inviando aiuti alimentari e medici attraverso il King Salman humanitarian aid and relief center (KSrelief). Inoltre, ha evacuato cittadini sudanesi e stranieri in pericolo durante le fasi più intense del conflitto. Nonostante il suo ruolo di mediatore, alcuni analisti ritengono che l’Arabia Saudita mantenga legami con entrambi gli schieramenti, specialmente con le Rsf, attraverso gli Emirati arabi uniti, un alleato storico di Riad.

People struggling to commute gather around a packed bus in Port Sudan as local transportation is strangled after government authorities reportedly changed two currency notes, invalidating old notes, on December 30, 2024 in the Red Sea port city, where the government loyal to the army is based. Sudan is reeling from 20 months of fighting between the Sudanese army and the paramilitary Rapid Support Forces, led by rival generals, which have led to a dire humanitarian crisis. The war since April 2023 has killed tens of thousands of people and uprooted 12 million, creating what the United Nations has called the world’s largest displacement crisis. (Photo by AFP)

Una tragedia umanitaria

Il bilancio umanitario del conflitto è drammatico. Secondo le stime delle Nazioni Unite e di organizzazioni umanitarie, dal suo inizio nel 2023, la guerra ha causato oltre diecimila morti, tra civili, combattenti e personale medico. Le violenze hanno colpito indiscriminatamente la popolazione, con bombardamenti aerei, scontri armati e saccheggi che hanno devastato intere città, in particolare la capitale Khartum e la regione del Darfur.

Secondo le agenzie Onu, il numero di sfollati interni ha superato i cinque milioni, ai quali si aggiungerebbero un milione e mezzo di rifugiati nei Paesi vicini, tra cui Ciad, Sud Sudan, Egitto ed Etiopia. In realtà si sospetta che il numero complessivo di rifugiati e sfollati tocchi gli undici milioni. Molti vivono ai confini con l’Egitto in campi improvvisati, senza accesso a cibo, acqua potabile o assistenza medica. «Al confine tra Sudan ed Egitto – racconta un missionario cattolico che vuole mantenere l’anonimato – esistono campi profughi enormi. Le condizioni sono terribili. Gli sfollati sono abbandonati da tutti e non hanno alcun tipo di assistenza. Le organizzazioni umanitarie (Onu, Pam, Cri, ecc.) non possono fare molto. Esercito e milizie temono che il cibo possa finire nelle mani del nemico e quindi limitano l’accesso alle derrate alimentari e ai farmaci. La situazione è così critica che molti eritrei che erano fuggiti dal durissimo regime di Isaias Afewerki, hanno preferito ritornare a casa piuttosto che patire qui sofferenze inaudite».

Nelle zone sotto il diretto controllo dell’esercito, la vita è quasi normale. «Qui a Port Sudan – spiega un altro missionario cattolico – vivono almeno 300mila sfollati. La situazione è calma sotto il profilo dell’ordine pubblico. Non tutto però è semplice. Ci sono problemi a trovare lavoro e non è facile reperire una sistemazione abitativa, perché i prezzi degli affitti sono lievitati. Anche il cibo costa molto. Tanti sono alloggiati in famiglie amiche. La maggior parte però sta in campi profughi». Nonostante ciò, i ragazzi e le ragazze sono tornati a scuola, le strutture religiose sono attive e gli uffici pubblici e privati funzionano.

«Di fronte a questa situazione – conclude il missionario -, la Chiesa cattolica si è attivata per fornire assistenza agli sfollati. Siamo una realtà piccola, ma cerchiamo di fare il massimo che possiamo con i mezzi che abbiamo. Le autorità ci rispettano e lasciano che operiamo. Questa, d’altra parte, non è una guerra di religione. Qui non ci sono musulmani contro cristiani. È una guerra di potere e sia i musulmani sia i cristiani ne sono vittime. Le nostre strutture e quelle islamiche sono attaccate dai ribelli perché interessa loro avere luoghi dove accamparsi e dove rubare legna, mezzi e beni di conforto. Infatti, hanno occupato sia chiese che moschee. Se dobbiamo essere sinceri, le violenze sono state perpetrate soprattutto dalle Rsf. Sono i loro miliziani ad aver ucciso e ad aver compiuto i peggiori atti di vandalismo. Assaltano e distruggono tutto. Fanno tabula rasa».

Enrico Casale

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Sudafrica. Trump minaccia sanzioni

 

La restituzione delle terre sottratte dal regime dell’apartheid o un atto di razzismo al contrario nei confronti della minoranza bianca sudafricana (8,5% della popolazione)? Come leggere l’Expropriation act 13 approvata dal governo sudafricano il 23 gennaio 2025? Il tema è diventato di attualità dopo le dichiarazioni del presidente Donald Trump che ha firmato un ordine esecutivo per tagliare i fondi al Sudafrica accusato di discriminare la comunità bianca. La questione, in realtà, è più complessa di quanto la veda il capo di Stato Usa.

L’Expropriation act 13 è una legge che disciplina l’espropriazione di proprietà private per scopi pubblici o nell’interesse pubblico. Questa normativa, che sostituisce l’Expropriation act 63 approvato nel 1975, all’epoca dell’apartheid, mira ad allineare la legislazione sudafricana alla Costituzione del 1996 e a fornire una base legale per la riforma agraria ideata dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e volta a correggere le profonde disuguaglianze fondiarie ereditate dal passato.
La nuova legge prevede che lo Stato possa espropriare terreni per infrastrutture pubbliche (strade, scuole, ospedali) o per riforme agrarie che garantiscano un accesso più equo alla terra. Nel testo è previsto che i proprietari siano indennizzati equamente in base al valore della proprietà, al suo utilizzo e al contesto storico. Si prevede però anche la possibilità di un esproprio senza alcun indennizzo nel caso di terreni abbandonati, non produttivi o acquisiti illegalmente durante l’apartheid. Quest’ultimo punto ha fatto tremare la comunità bianca. Gli agricoltori temono che si ripeta in Sudafrica quanto avvenuto in Zimbabwe dove, nel 2000, una riforma agraria mal studiata ha portato all’occupazione illegale dei terreni coltivati e al crollo dell’economia locale.

Pieter Kemp, un agricoltore bianco, ha dichiarato all’emittente britannica Cnn: «Questa legge mette a rischio il nostro sostentamento e crea incertezza sul futuro delle nostre terre». Allo stesso modo, Annelie Botha, rappresentante di un’associazione di agricoltori, ha affermato: «Temiamo che l’espropriazione senza compenso possa portare a instabilità economica e sociale».
Timori che, al momento, paiono infondati. Nonostante le preoccupazioni diffuse, non si sono verificati espropri di massa, né confische di proprietà private senza indennizzo. Finora, la redistribuzione della terra è avvenuta attraverso acquisti volontari da parte dello Stato. La stessa AgriSA, organizzazione commerciale per gli agricoltori sudafricani, ha riconosciuto come infondate le affermazioni sui sequestri di terreni definendole «disinformazione». «L’Expropriation act ha scatenato tumulti politici e inutili tensioni all’interno del sistema agroalimentare. Ciò è stato esacerbato dalla disinformazione riguardante l’intento della legge, con un impatto negativo sul clima degli investimenti per l’agricoltura sudafricana», ha affermato il direttore esecutivo di AgriSA, Johann Kotzé. Che ha aggiunto: «Per essere chiari, non si sono verificati sequestri o confische di proprietà private. Né è stata espropriata alcuna terra senza indennizzo. Sono stati gestiti casi isolati di accaparramento di terreni e violazione di proprietà privata».

Nonostante ciò Donald Trump ha criticato la riforma agraria sudafricana, sostenendo che essa rappresenta «un’espropriazione razziale». Già nel 2018, Trump aveva ordinato di indagare sulle «confische di terre e sugli omicidi di agricoltori bianchi» in Sudafrica, alimentando una narrazione allarmistica diffusa da media conservatori. Nelle ultime settimane, Trump ha inasprito la sua posizione, sospendendo 440 milioni di dollari di aiuti al Sudafrica. Questa decisione ha avuto conseguenze gravi, in particolare sul finanziamento di programmi sanitari cruciali per il Paese, come quelli per la lotta all’Hiv e alla tubercolosi.
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha respinto con le accuse di Trump, definendole «fuorvianti e radicate in pregiudizi coloniali». Ramaphosa ha sottolineato che la riforma agraria non è una misura punitiva contro i bianchi, ma un tentativo di riparare alle ingiustizie storiche, garantendo stabilità economica e sicurezza giuridica per i proprietari terrieri.

Enrico Casale




Mozambico. Caos dopo le presidenziali

 

Dopo la ribellione islamista nel Nord, il Mozambico si trova alle prese con un altro grave motivo di instabilità. Le elezioni del 9 ottobre hanno portato tensione, scontri, morti, dissidio tra il partito al potere (Frelimo) e quelli di opposizione (Podemos e Renamo).

Un fardello pesante per un Paese che sembrava avere imboccato la via dello sviluppo grazie alla stabilità macroeconomica raggiunta, nel 2023, con una crescita del Pil intorno al 5%, sostenuta dai progetti di estrazione di gas naturale liquefatto, dal settore dei servizi e dalla caduta (dal 10,3% al 3,9%) dell’inflazione.

La tornata elettorale pareva giocarsi sul filo della novità. Il Frelimo, partito al potere dall’indipendenza (raggiunta nel 1975), ha presentato Daniel Chapo, 47 anni, primo candidato a non aver partecipato alla guerra di indipendenza. Chapo, sostenuto dal presidente uscente Filipe Nyusi, nella sua campagna ha sottolineato la continuità politica e lo sviluppo economico, con promesse di riforme e di contrasto alla povertà. A sfidarlo un altro candidato giovane: Venancio Mondlane, 50 anni. Ex membro della Renamo, storica formazione di opposizione e del Movimento Democrático de Moçambique, ha fondato un proprio partito, Podemos, con un’agenda di giustizia sociale e gestione equa delle risorse naturali. I dati ufficiali del voto hanno sancito la vittoria di Chapo che avrebbe ottenuto il 70,6% dei voti contro il 20% del rivale Mondlane.

I risultati sono subito stati contestati. Podemos ha dichiarato, in base a un conteggio parallelo condotto dai suoi osservatori, che il vero vincitore (con il 53%) sarebbe stato Mondlane. Le accuse di frodi elettorali, l’assenza di trasparenza e le irregolarità nel voto sono state evidenziate anche a livello internazionale. Gli osservatori dell’Unione europea e della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc) hanno segnalato mancanza di trasparenza e una gestione inadeguata delle operazioni elettorali, nonché difficoltà per gli osservatori nell’accedere ai seggi elettorali. Anche se la posizione della Sadc è stata ambigua. Il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, ha espresso le sue congratulazioni al Frelimo e al candidato Daniel Chapo per quella che ha definito «una vittoria schiacciante», nonostante i risultati ufficiali non fossero ancora stati dichiarati. Questo gesto di Mnangagwa, che è anche presidente della Sadc, ha sollevato critiche.

Diverse manifestazioni pacifiche, organizzate dall’opposizione, sono state represse dalle autorità con l’uso della forza. Almeno cinquanta manifestanti hanno perso la vita durante gli scontri, come riferito dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il caso più eclatante è avvenuto il 19 ottobre 2024 quando l’avvocato Elvino Dias, consulente legale di Mondlane, e Paulo Guambe, leader del partito Podemos, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre viaggiavano in auto a Maputo. La polizia ha dichiarato di non avere ancora identificato i responsabili, e vari gruppi per i diritti civili hanno chiesto indagini urgenti su questi omicidi, interpretandoli come un segnale di pericolo per lo stato di diritto e la sicurezza politica nel Paese.

Dopo il voto, anche Amnesty International ha denunciato l’uso di proiettili da parte della polizia contro i sostenitori di Mondlane durante le proteste, richiamando il governo a rispettare i diritti di riunione pacifica. Mondlane stesso ha dichiarato di essere stato vittima di un tentativo di omicidio in Sudafrica, dove si è rifugiato per motivi di sicurezza.

Di fronte a questa situazione, i vescovi della Conferenza dei vescovi cattolici dell’Africa Meridionale (Sacbc) hanno inviato una lettera alla Conferenza episcopale del Mozambico nella quale chiedono «la creazione di spazi di collaborazione nella governance», suggerendo un possibile governo di unità nazionale «per dare al Mozambico un futuro di speranza». E hanno concluso: «Il Mozambico merita verità, pace, tranquillità e tolleranza».

Enrico Casale




Zambia, Zimbabwe e Malawi in ginocchio. Senza pioggia


La combinazione del cambiamento climatico e di altri eventi ha portato a una scarsa stagione delle piogge. L’agricoltura ne ha risentito e così manca il cibo di base. L’energia elettrica, generata con le dighe, scarseggia. Con gravi ripercussioni per le piccole imprese e gli ospedali.

Da quarant’anni non si registrava una siccità di queste proporzioni. La combinazione di El Niño e dei cambiamenti climatici quest’anno ha colpito duro. La passata stagione delle piogge, da novembre a febbraio, è stata magra. Poche precipitazioni, quindi poca acqua per l’agricoltura e per i bacini idroelettrici. Il risultato è disastroso. L’agricoltura ha perso quasi interamente i raccolti. Le centrali elettriche sono impossibilitate a funzionare. Manca il cibo (soprattutto il mais, base della dieta locale) e non c’è corrente elettrica, né per uso domestico, né per l’industria. Malawi, Zambia e Zimbabwe stanno vivendo una situazione difficile, stretti nella morsa di una crisi climatica senza precedenti. A soffrirne sono la popolazione, che deve fare i conti con risorse sempre più carenti, e l’economia che deve affrontare una sfida complessa in un contesto fragile. Nei tre Paesi, secondo i dati delle Nazioni Unite, la siccità ha portato a perdite agricole catastrofiche, con raccolti di mais in alcune aree ridotti dal 40 all’80%. L’impatto è stato particolarmente duro sulle popolazioni rurali, dove circa il 70% delle persone fa affidamento sull’agricoltura per sopravvivere. Ciò ha innescato l’insicurezza alimentare per milioni di persone, con una fame diffusa.

Niente acqua né corrente

Il mese di febbraio 2024 per lo Zambia è stato uno dei più secchi degli ultimi decenni, le precipitazioni si sono ridotte del 20%, esacerbando una crisi idrica già in corso almeno dall’autunno 2023. Ciò ha bruciato i raccolti, con perdite fino all’80% in alcune regioni. Secondo le stime ufficiali del Governo, il Paese affronta un deficit di 2,1 milioni di tonnellate di cereali (mais, riso e altri raccolti fondamentali). Secondo i dati forniti dall’autorità governativa, a risentirne sono più di sei milioni di persone su una popolazione complessiva di 20, di cui la metà bambini.

La siccità, però, non ha colpito solo la produzione alimentare, ma anche la produzione di energia. Lo Zambia, nei decenni passati, ha scommesso sulle centrali idroelettriche che forniscono un’energia pulita e continua (a differenza del solare che ha un vuoto durante la notte). Così attualmente le dighe forniscono oltre l’80% dell’energia del Paese. Dopo mesi di siccità però i bacini si sono svuotati. Secondo il ministero dell’Energia di Lusaka, la gigantesca diga di Kariba sul fiume Zambesi, la più grande fonte idroelettrica dello Zambia, ha solo il 10% di acqua disponibile. Danny Kalyala, governatore della Banca dello Zambia, ha affermato che questa crisi energetica non ha precedenti. Gli operatori minerari del secondo produttore di rame africano sono finora riusciti a evitare tagli alla produzione importando elettricità dall’estero. Tuttavia, il deficit energetico, peggiore del previsto e in aumento, sta avendo un impatto su altri settori. Il governo ha tagliato le sue previsioni di crescita economica per il 2024 al 2,3%. Secondo Kalyala, la Banca centrale deve ancora valutare appieno l’impatto economico dell’intensificarsi della crisi. «Chiaramente – ha detto -, la situazione è molto difficile. Le esigenze si stanno moltiplicando anziché ridursi».

A brigade of nutrition peer educators dish into plates cupfulls of the prepared porridge formulation dubbed maworesa, which translates to the very best porridge, which is cooked with readily available ingredients that are locally sourced to prevent children from falling into malnutrition as the El-Nino induced drought, in Mudzi on July 2, 2024. Zimbabwe is one of the countries in southern Africa whose food intake is being affected by a severe drought which experts say was worsened by the El Nino phenomenon. (Photo by Jekesai NJIKIZANA / AFP)

La situazione è tragica

«La situazione è tragica». Così Mariangela Tarasco, rappresentante dell’Ong Celim di Milano in Zambia, definisce l’attuale momento vissuto dallo Stato dell’Africa australe. «Manca l’acqua, manca l’elettricità e scarseggia il cibo. Nei giorni scorsi – spiega Mariangela -, il governo aveva garantito almeno tre ore al giorno di corrente. Ma non è riuscito a mantenere la promessa. Qui è da giorni che siamo al buio. In città, l’acqua viene fortemente razionata. Nelle campagne, però, non arriva né l’acqua né la corrente elettrica».

E aggiunge: «Sta diventando sempre più difficile procurarsi il mais non solo per la siccità, ma anche perché molte tonnellate sono state contaminate da un fungo nocivo e sono state ritirate dal mercato. Aggravando ulteriormente una situazione».

La gente è rassegnata, continua Mariangela, ma in questa fase di crisi dimostra una capacità di resilienza fuori dal comune. «Le donne si svegliano la mattina presto – osserva – per andare a prendere l’acqua in quelle zone dove sanno ce n’è ancora. Fanno chilometri con una forza d’animo invidiabile». Il simbolo delle gravi difficoltà è il deficit idrico del bacino di Kariba. «Che un impianto di quelle dimensioni sia a secco è grave – conclude -. Ciò significa che la crisi è profonda. E, soprattutto, non se ne intravvede la fine».

Tra cicloni e siccità

La situazione non è differente nel vicino Malawi. La siccità ha causato una riduzione del 20% delle precipitazioni, portando a un calo significativo delle rese dei raccolti, in particolare per i piccoli agricoltori che producono la maggior parte del cibo del Paese. La coltura di mais ha subito gravi ripercussioni, causando una fame diffusa.

La mancanza di precipitazioni sta inoltre creando difficoltà nell’accesso all’acqua pulita, il che solleva preoccupazioni sui problemi di salute, con il rischio di epidemie di malattie come il colera.

«Questo è il quarto anno consecutivo che il Malawi affronta un disastro legato al clima – spiega Alessandro Marchetti, project manager di Orizzonte Malawi Onlus -. Nei tre anni passati, il Paese aveva dovuto affrontare precipitazioni abbondanti, culminate con il ciclone Freddy. Ora è arrivata la siccità. Il Paese, che ha una popolazione di circa 20 milioni di abitanti, che vive al 90% di agricoltura di sussistenza, è quindi vulnerabile al cambiamento climatico ed è ormai evidente che necessita di misure di resilienza a lungo termine». La situazione è delicata. Nelle città  è un po’ mitigata perché lì arrivano più facilmente gli aiuti del Governo e delle organizzazioni internazionali. «Nei villaggi – continua Alessandro – la vita è dura. I raccolti sono bruciati. È difficile per la povera gente tirare avanti. Tra l’altro l’inflazione ha fatto aumentare i prezzi, anche quelli dei fertilizzanti e del cibo. I più colpiti sono i bambini, gli anziani e i malati».

La siccità distrugge tutto, secondo padre Pierluigi Gamba, missionario monfortano e grande conoscitore del Malawi. «Mentre i cicloni, le piogge eccessive, fanno disastri – osserva -, dopo si può sperare di raccogliere qualche prodotto come le patate dolci, la cassava, il cotone, la soia; con la siccità invece muore tutto. Oggi sei milioni di persone non hanno nulla. Le prospettive non sono rosee perché fino a marzo 2025 le campagne non daranno nessuna possibilità di raccolto. L’agricoltura del Malawi non è meccanizzata e non ha irrigazione che permetta alternative».

Il poco grano che si trova al mercato costa tanto, spiega il missionario. Dieci anni fa un operaio comperava quattro sacchi di mais al mese ora ne compra uno. Le famiglie sono di almeno sei persone e un sacco di grano non basta nemmeno per un pasto al giorno. La gente sopravvive solo con la crusca, un tempo riservata agli animali. «È una tragedia non avere cibo per un Paese come il Malawi che deve confrontarsi con una sovrappopolazione che lo rende lo Stato a più alta densità di questa area dell’Africa».

Da settimane, in tutto il Paese manca anche l’energia. L’Escom, la compagnia elettrica nazionale, non conosce la causa di questa mancanza che distrugge tutte le piccole imprese.

A livello sanitario, gli ospedali, ad esempio, non possono conservare i vaccini. «È un ritorno a un passato che si sperava fosse stato superato – osserva il missionario – garantendo alla popolazione dei servizi che non ci sono più».

Le Chiese cristiane fanno il possibile per assistere bambini e i pochi anziani che rischiano di non sopravvivere a questa emergenza.

«Ormai la gente torna nella foresta per cercare radici o erbe che gli antenati avevano imparato a mangiare – conclude padre Gamba -. Ora il più delle volte finisce per avvelenarsi perché non sa più distinguere cosa è buono e cosa no. Sono necessari aiuti immediati».

Ladias Konje, a communal farmer, walks through her wilting maize field, which suffered from moisture stress at tasseling during a long mid season dry spell, in the Kanyemba village in Rushinga on March 3, 2024. More than 13 million people across southern Africa can’t put enough food on the table and the number is expected to surge in the coming months as the effects of months of poor rains kick in, according to the United Nations.
In Zimbabwe, officials urged people to tighten their belts as authorities scramble to find alternative food supplies. (Photo by Jekesai NJIKIZANA / AFP)

La crisi nella crisi

Anche lo Zimbabwe è stato travolto dalla siccità. Qui si è abbattuta su un’economia già resa fragile da un ventennio di politiche velleitarie che hanno messo sul lastrico un sistema produttivo un tempo florido.

Le statistiche riguardanti la siccità in Zimbabwe nel 2024 mostrano un quadro allarmante sia in termini di impatto sull’agricoltura e sulla sicurezza alimentare, sia sulle risorse idriche. La carenza di precipitazioni ha messo in crisi la produzione di mais che, stimano le autorità di Harare, è diminuita di oltre il 30% rispetto alla media storica. Questo comporta una riduzione del raccolto a meno di un milione di tonnellate, quando il fabbisogno nazionale supera i 2,2 milioni. Il Governo e l’Onu prevedono che più di 5 milioni di persone, su una popolazione di 15 milioni, soffriranno di insicurezza alimentare nel 2024, un incremento significativo rispetto agli anni precedenti.

Le principali riserve d’acqua sono a meno del 50% della loro capacità totale. Circa il 40% delle famiglie rurali e 25% delle famiglie urbane affrontano carenze d’acqua giornaliere, con frequenti interruzioni della fornitura idrica soprattutto nella capitale.

L’impatto sull’economia è duro. La siccità, si prevede, causerà perdite economiche stimate attorno al 4-6% del Pil. I prezzi di base per cereali e altri beni di prima necessità sono già aumentati tra il 30 e il 50% rispetto al 2023, colpendo le famiglie più vulnerabili. Il presidente Emmerson Mnangagwa ha sottolineato la gravità della crisi e la necessità di un sostegno internazionale. «La persistente siccità che stiamo affrontando – ha detto – non è solo una minaccia per il nostro settore agricolo, ma anche per la sopravvivenza stessa di milioni di zimbabweani. Dobbiamo agire con decisione, come nazione e con i nostri partner, per garantire la sicurezza alimentare e l’accesso all’acqua per tutta la nostra gente».

Gli aiuti internazionali

Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha lanciato l’allerta: c’è bisogno di 409 milioni di dollari per sostenere le sue operazioni nei prossimi sei mesi e aiutare 4,8 milioni di persone.

Nelle scorse settimane, l’organizzazione ha mobilitato oltre 14 milioni di dollari in finanziamenti anticipati per assistere coloro che si prevede saranno colpiti. Da parte loro, le Nazioni Unite hanno chiesto alla comunità internazionale almeno 228 milioni di dollari ma, finora, solo il 10% di questa cifra è stata finanziata. A mobilitarsi è stata anche l’Unione europea, che ha donato 4,5 milioni di euro per il supporto nutrizionale tramite l’Unicef, e Usaid (la cooperazione governativa statunitense), che ha promesso 67 milioni di dollari per migliorare gli sforzi per la sicurezza alimentare e la resilienza. La Banca mondiale ha inoltre fornito una sovvenzione di 207,6 milioni di dollari per sostenere l’assistenza di emergenza in contanti per oltre 1,6 milioni di famiglie in Zambia.

I Governi della regione hanno dichiarato lo stato di calamità e stanno lavorando con partner internazionali per garantire aiuti aggiuntivi. La Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc, organizzazione economica regionale) ha lanciato un appello per raccogliere 5,5 miliardi di dollari. Gli aiuti basteranno a ridurre l’impatto di questa calamità?

Enrico Casale

A wooden boat lies on the dry lake bottom at the dried inland Lake Chilwa’s vacated Kachulu Harbour in Zomba District eastern Malawi, on October 18, 2018. Lake Chilwa is the second-largest lake in Malawi after Lake Malawi. It is in eastern Zomba District. Approximately 60 km long and 40 km wide, the lake is surrounded by extensive wetlands. The dying of the lake is having an adverse effect on the livelihoods for communities around the wetlands who use the lake as the source of their livelihoods. (Photo by AMOS GUMULIRA / AFP)




Etiopia. Calma armata

 

Le montagne del Tigray sono alte, aspre, piene di gole e anfratti. Un luogo ideale per nascondersi e nascondere. Per organizzare una guerriglia che duri nel tempo e logori l’avversario. Così devono averla pensata i tigrini. Terminata la guerra contro il potere centrale di Addis Abeba, non avrebbero smobilitato completamente il loro arsenale, ma lo avrebbero conservato in tanti piccoli arsenali sulle montagne in attesa di tempi migliori in cui riprendere la lotta.

Così la pensa il capo di stato maggiore della difesa dell’Etiopia, Berhanu Jula, che, in un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Lulawi, un media informatico filo-governativo etiope con sede negli Stati Uniti, ha detto che il Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigray) possiederebbe ancora armi leggere e pesanti anche se, al momento, non sarebbe più in grado di organizzare un’offensiva contro il governo centrale.
Quella dei tigrini è una strategia antica. Dopo aver condotto il lungo conflitto che ha portato negli anni Novanta alla caduta del dittatore Menghistu Hailè Mariam, i leader del Tigray hanno conservato il loro arsenale ben nascosto sulle montagne. Per anni le hanno custodite, finché nel 2020 sono rispuntate fuori quando le tensioni tra il governo di Abiy Ahmed e il Tplf si sono intensificate dopo il rinvio delle elezioni. Il governo etiope ha lanciato un’operazione militare con il supporto delle truppe eritree e delle forze locali della regione di Amhara. La risposta tigrina è stata durissima. Nonostante le vittorie iniziali del governo, il conflitto si è prolungato e ha avuto un impatto devastante sulla popolazione civile. Sono pervenute numerose denunce di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani, tra cui omicidi di massa, stupri e saccheggi. Inoltre, la regione del Tigray ha subito una grave crisi umanitaria, con milioni di persone sfollate e a rischio di carestia. Le restrizioni all’accesso umanitario e i blocchi agli aiuti internazionali hanno aggravato la situazione.

Nel 2022, dopo diversi tentativi falliti di mediazione internazionale, le parti in guerra hanno concordato un cessate il fuoco, consentendo agli aiuti umanitari di entrare in alcune aree colpite. Nell’intesa raggiunta tra le parti a Pretoria (Sudafrica) c’era anche una clausola che prevedeva la consegna da parte dei tigrini dell’armamento pesante e leggero a loro disposizione. A due anni da quell’accordo, però, pare che parte delle armi sia stato nascosto e sottratto alla consegna.
Il fatto che il movimento tigrino sia ancora armato, secondo Berhanu Jula, «è un problema» ma, ha aggiunto, il governo federale si sta consultando con il governo ad interim della regione del Tigray affinché la situazione non vada fuori controllo. Ha sottolineato che, se il gruppo armato dovesse fare movimenti minacciosi, «la Difesa prenderà misure».

Perché il Tplf non è stato disarmato? L’alto ufficiale etiope ha risposto che il problema del disarmo, della smobilitazione e della reintegrazione è legata alla mancanza di finanziamenti. Ha però dichiarato che sono in corso lavori per disarmare 75mila combattenti del Tplf, anche se non ha specificato i tempi. Secondo il governo federale, «il Tplf non è più in grado di rovesciare il governo con la forza».
Che il Tplf non abbia però intenzione di disarmare completamente è confermato anche da un’altra notizia apparsa sul quotidiano Addis Maleda. «Sebbene alcune scuole abbiano ripreso le attività, molte non funzionano ancora correttamente a causa della presenza militare», ha dichiarato Ato Redai G. Ezger, vicedirettore dell’Ufficio regionale per l’istruzione del Tigray, sottolineando che più di 550 scuole vengono ancora utilizzate come campi militari.
Le tensioni tra i tigrini e il governo centrale sono destinate a riaccendersi? Difficile dirlo ora. Certo l’Etiopia sta vivendo una serie di spaccature etniche interne che ne stanno minando la compattezza e l’unità. In questo scenario, il Tigray potrebbe nuovamente rivendicare la sua autonomia. E le armi potrebbero essere tirate fuori dagli arsenali sulle montagne.

Enrico Casale




Africa australe. Mancano acqua, cibo ed energia

 

I campi sono gialli. Secchi. Da febbraio non piove. Neanche una goccia sull’Africa australe. La siccità si è diffusa lentamente. I raccolti sono stati bruciati. I bacini idrici si sono svuotati e anche le centrali idroelettriche sono ferme o viaggiano a ritmo ridotto. La siccità in Zambia, Zimbabwe e Malawi, i Paesi più colpiti, è un problema ricorrente, ma quest’anno le tre nazioni si sono trovate a far fronte a condizioni particolarmente dure, le più dure da 40 anni.

Le cause principali della siccità sono legate a fenomeni climatici globali come El Niño, che altera i modelli di pioggia, e al cambiamento climatico, che sta aumentando la frequenza e la gravità delle siccità. L’insicurezza alimentare è una delle conseguenze più gravi, con milioni di persone che si trovano a fronteggiare la fame e la malnutrizione. Inoltre, l’impatto economico è significativo, con perdite agricole, aumento dei prezzi degli alimenti e pressioni sulle risorse idriche che aggravano le già fragili economie.

In Zambia, la siccità, secondo i dati forniti dall’autorità governativa, ha colpito più di 6 milioni di persone, di cui la metà bambini. La carenza di piogge ha avuto un impatto significativo sulla produzione agricola, soprattutto nelle regioni meridionali, in particolare sulla coltivazione del mais, che è un alimento base per gran parte della popolazione. La mancanza di acqua ha anche influito sulla produzione di energia, poiché il Paese dipende fortemente dall’energia idroelettrica. La diga di Kariba, una delle principali fonti energetiche del Paese, ha visto un drastico calo dei livelli d’acqua, portando a interruzioni di corrente e razionamenti. L’azienda elettrica nazionale ha chiesto all’autorità dell’energia di poter aumentare le bollette del 156%.

Anche lo Zimbabwe è stato duramente colpito, con conseguenze devastanti sull’agricoltura e sulla sicurezza alimentare. Il Paese, già afflitto da una decennale crisi economica, ha visto un ulteriore peggioramento della situazione a causa della scarsità di acqua. La siccità ha colpito duramente la produzione agricola, in particolare le coltivazioni di mais, portando a carenze alimentari diffuse. Ciò ha causato un forte aumento dei prezzi alimentari che ha spinto l’inflazione alimentare sopra al 60%. Circa 2,7 milioni di persone nelle aree rurali sono minacciate dalla fame. Anche in Zimbabwe la scarsità d’acqua ha anche compromesso la produzione di energia idroelettrica rendendo più cara la bolletta.

Pure in Malawi, la siccità ha compromesso la produzione di mais, che è la principale fonte di cibo e reddito per la maggior parte della popolazione. Ciò ha portato a un aumento della fame e della malnutrizione, soprattutto nelle aree rurali. Inoltre, la siccità ha colpito la disponibilità di acqua potabile e la capacità del Paese di generare energia elettrica, poiché gran parte della sua elettricità proviene da impianti idroelettrici. Circa 9 milioni di persone necessitano ora di assistenza, la metà sono bambini.

I governi di Zambia, Zimbabwe e Malawi, insieme alle organizzazioni internazionali, stanno cercando di affrontare la crisi con varie strategie. Il Programma alimentare mondiale e l’Unicef stanno intervenendo con aiuti alimentari e supporto nutrizionale, soprattutto per i bambini più vulnerabili. Tuttavia, la frequenza crescente di questi eventi climatici estremi suggerisce che la siccità diventerà una sfida sempre più ricorrente, richiedendo soluzioni a lungo termine e un supporto internazionale più consistente per rafforzare la resilienza delle comunità locali.

Enrico Casale




Kenya. I giovani contro la finanziaria e la corruzione

Quella di quest’anno è un’estate di fuoco per il Kenya. Nelle settimane scorse il Paese africano ha assistito a un’escalation di proteste legate a questioni di giustizia sociale, economia e diritti umani. Le proteste hanno coinvolto studenti, lavoratori e attivisti, che hanno espresso il loro dissenso, anche violento, contro le politiche del governo o contro specifiche ingiustizie percepite.

Il pretesto delle manifestazioni è stato il Finance Bill 2024 (la legge finanziaria del Paese), una norma che proponeva aumenti delle tasse su beni e servizi essenziali, tra cui olio da cucina e pane, con l’obiettivo di raccogliere 2,7 miliardi di dollari di entrate in un contesto di diffusa insoddisfazione per le pratiche di spesa del governo, compreso un budget di 7,8 milioni di dollari per i lavori di ristrutturazione della State House (la residenza ufficiale del presidente William Ruto). Dietro le manifestazioni, c’è però anche un diffuso malcontento per la corruzione endemica e la mancanza di trasparenza nelle istituzioni governative nella gestione dei fondi pubblici. Ma anche l’esigenza di giustizia sociale ed economica. Le disuguaglianze economiche e la mancanza di opportunità per le fasce più povere della popolazione hanno sollevato richieste di riforme nel sistema economico e di miglioramenti nelle condizioni di vita.

La risposta del governo è stata segnata dalla brutalità della polizia, che ha provocato numerose vittime (almeno 41), inclusa la morte di giovani manifestanti come Rex Kanyike Masai e Evans Kiratu. Questi incidenti hanno suscitato ulteriore indignazione e solidarietà tra i keniani, sia offline sia online. I social media hanno, infatti, svolto un ruolo cruciale nell’organizzazione del sostegno e nella raccolta di fondi per le famiglie delle vittime, dimostrando l’abilità digitale delle generazioni più giovani nel mobilitare e sostenere azioni di protesta.

Questo approccio di mutuo aiuto ha contribuito a mantenere l’indipendenza e la trasparenza del movimento, evitando le accuse di finanziamenti esterni spesso utilizzate dal governo per delegittimare tali proteste. Le proteste sono inoltre state caratterizzate dall’assenza di un organismo organizzatore centrale. Questa struttura decentralizzata ha consentito un’ampia partecipazione tra diversi dati demografici e regioni senza essere facilmente politicizzata o cooptata dal governo.

Componenti della Conferenza episcopale del Kenya (Kccb) riuniti per redigere un comunicato sulla rivolta (15 luglio 2024).

Di fronte a queste proteste, la Chiesa cattolica keniana – guidata dall’arcivescovo Maurice Muhatia Makumba – lo scorso 15 luglio ha reso pubblico un documento riguardante le manifestazioni e il contesto socio-politico del Paese. La nota esprime preoccupazione per la situazione attuale in Kenya, condannando l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità contro i manifestanti e sottolineando l’importanza del dialogo e della pace. L’episcopato keniano ha ribadito l’importanza del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come il diritto di manifestare pacificamente. Ha anche invitato tutte le parti coinvolte a cercare soluzioni attraverso mezzi non violenti e negoziati.

Inoltre, affronta questioni di giustizia sociale e richiama l’attenzione sulla necessità di riforme che garantiscano un’equa distribuzione delle risorse e la lotta contro la corruzione. La Chiesa cattolica in Kenya si è impegnata a lavorare con tutte le componenti della società per promuovere la riconciliazione e la coesione nazionale.

Nel complesso, le proteste estive in Kenya hanno evidenziato un cambiamento nel panorama politico del Paese, spiegano gli analisti politici, con i giovani keniani che hanno sfruttato la tecnologia e la propria organizzazione di base per chiedere al governo responsabilità e giustizia economica.

I disordini hanno anche sottolineato il crescente malcontento nei confronti del presidente William Ruto il quale, pur avendo responsabilità personali per la situazione attuale, ha ereditato una macchina pubblica malfunzionante e un’economia nazionale in difficoltà. Al momento, la scelta del presidente è stata quella di licenziare gran parte del suo governo.

Enrico Casale