Quindici anni fa le piazze di Bengasi e Tripoli risuonavano di un grido che sembrava destinato a cambiare la storia: «Libia libera». La caduta di Muammar Gheddafi, nell’autunno del 2011, veniva salutata come l’inizio di una nuova stagione di democrazia e stabilità. Oggi, nel 2026, quel sogno appare lontano. La Libia è diventata un mosaico di poteri concorrenti, alleanze mutevoli e istituzioni fragili, mentre la popolazione continua a pagare il prezzo più alto di una transizione mai compiuta.
Tentativi diplomatici Dietro le quinte della politica internazionale si stanno muovendo nuove iniziative diplomatiche per tentare di ricomporre una frattura che dura da oltre un decennio. Gli Stati Uniti, attraverso Massad Boulos, consulente senior per gli affari arabi e africani, stanno favorendo un dialogo tra Abdulhamid Dbeibeh, premier del Governo di Unità nazionale con base a Tripoli, e Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Fino a pochi anni fa un’intesa tra i due sarebbe stata impensabile. Oggi, invece, viene considerata possibile da numerosi osservatori. Ma la prospettiva di un accordo non convince tutti. Secondo Karim Mezran, direttore della North Africa initiative dell’Atlantic council, il problema risiede nella reale capacità dei due leader di controllare i rispettivi territori. Nessuno dei due gode infatti di un consenso assoluto. Le potenti milizie che dominano molte aree del Paese potrebbero non accettare compromessi calati dall’alto, aprendo la strada a una nuova stagione di instabilità e violenze.
Gli attori internazionali Anche il quadro internazionale è cambiato. Se in passato la Libia era divisa in blocchi contrapposti definiti, oggi le linee di separazione appaiono più sfumate. La Turchia, storico alleato del governo di Tripoli, ha intensificato i rapporti economici con l’Est controllato da Haftar. L’Egitto ha riallacciato i rapporti con la capitale libica, superando vecchie diffidenze. Gli Emirati arabi uniti hanno ridotto il proprio coinvolgimento diretto, mentre la Russia continua a mantenere relazioni con tutte le principali fazioni. In questo contesto fluido, l’Italia segue una strategia pragmatica. Roma punta soprattutto a tutelare i propri interessi energetici e a contenere i flussi migratori nel Mediterraneo centrale. Per questo mantiene canali aperti con attori diversi, adattandosi agli equilibri che cambiano sul terreno.
Istituzioni allo sbando L’assenza di istituzioni funzionanti emerge anche nelle vicende interne. La novità del 2026 è la cosiddetta «guerra civile giudiziaria». Proprio alla vigilia dell’anniversario dello scoppio della rivolta anti Gheddafi, una sentenza della Corte Costituzionale di Bengasi ha disconosciuto la legittimità dei vertici giudiziari di Tripoli, decapitando di fatto l’ultima istituzione che ancora manteneva una parvenza di unità nazionale. Senza una magistratura condivisa, la possibilità di convalidare future elezioni diventa un miraggio giuridico. Nel frattempo, l’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi all’inizio dell’anno ha eliminato una delle poche figure capaci di coagulare il consenso dei nostalgici del vecchio regime.
Migranti e tensioni La questione migratoria rappresenta un altro elemento di forte tensione sociale. In Libia si trovano oggi tra 700mila e un milione di migranti. Molti vivono nei centri di raccolta ufficiali o informali, altri sono accampati nelle città in condizioni estremamente precarie. Le proteste di parte della popolazione contro questa presenza sono aumentate negli ultimi mesi. Secondo Mezran, tuttavia, dietro alcune manifestazioni potrebbero celarsi interessi meno spontanei di quanto appaia. Diverse milizie che in passato traevano enormi profitti dal traffico di esseri umani avrebbero infatti visto ridursi i propri guadagni a causa del rafforzamento dei controlli sulle rotte migratorie.
Libici sempre più poveri A soffrire maggiormente è la popolazione libica. Nonostante le ingenti entrate generate dal petrolio, la corruzione continua a drenare risorse pubbliche verso reti di potere informali composte da politici, funzionari e comandanti militari. L’economia reale resta debole e la disoccupazione si aggira attorno al 19%, con percentuali ancora più elevate tra giovani e donne. Le difficoltà quotidiane sono evidenti. Ospedali privi di medicinali, frequenti blackout elettrici, problemi nell’approvvigionamento idrico e infrastrutture deteriorate accompagnano la vita di milioni di persone. In diverse aree del Paese anche l’accesso all’istruzione e ai servizi essenziali è diventato sempre più problematico. «In Libia non si era mai sofferta la povertà in questi termini», osserva Mezran. Durante il regime di Gheddafi, pur in presenza di un sistema autoritario, le rendite petrolifere garantivano alla maggior parte dei cittadini un tenore di vita relativamente dignitoso. Oggi, invece, nelle strade delle principali città si moltiplicano le scene di miseria: persone che rovistano nei rifiuti, giovani che abbandonano la scuola e anziani impossibilitati a curarsi. La Libia del 2026 resta un Paese sospeso. Il petrolio continua a scorrere e a generare ricchezza, ma i benefici raggiungono solo una ristretta cerchia di attori politici e militari. Per il resto della popolazione rimangono l’incertezza, la precarietà e la sensazione che il sogno nato nelle piazze quindici anni fa non sia mai diventato realtà.
Fanno parte dei materiali critici, elementi vitali per l’economia. Sono presenti in tutti i continenti, ma c’è uno squilibrio strategico tra chi le estrae e chi le raffina. La Ue vuole ridurre la dipendenza dall’import. Ma la sfida è enorme.
Nel panorama geopolitico contemporaneo, la sovranità tecnologica di una nazione non si misura più soltanto in termini di capacità produttiva, ma nel controllo degli elementi chimici onnipresenti nella nostra vita, benché invisibili. Spesso si parla genericamente di «terre rare», ma, come sottolinea l’esperto Nicola Mondillo, professore associato di Georisorse minerarie all’Università degli studi di Napoli Federico II, è fondamentale operare una distinzione terminologica tra queste e i metalli critici. Sebbene le terre rare rientrino in quest’ultima categoria, la definizione di materiali critici comprende un insieme più ampio di elementi ritenuti vitali per l’economia di una nazione o di una comunità, come l’Unione europea. E questo in ragione della loro importanza industriale e dell’elevato rischio legato all’approvvigionamento.
Caratteristiche chimiche e applicazioni
«Dal punto di vista chimico – spiega Mondillo – le terre rare comprendono un gruppo di 17 elementi collocati nella parte inferiore della tavola periodica, che spaziano dal lantanio al lutezio. La loro importanza non risiede in una reale scarsità geologica, poiché sono presenti in concentrazioni modeste in quasi tutte le rocce del pianeta, bensì nella rarità di giacimenti economicamente sfruttabili. Questi elementi rappresentano il motore silenzioso delle applicazioni high-tech: migliorano il funzionamento di smartphone, computer, sistemi grafici e satelliti, oltre a essere pilastri fondamentali per le tecnologie militari e per la transizione verso le energie rinnovabili».
Il monopolio strategico della Cina
L’attuale equilibrio mondiale è tuttavia segnato da un profondo sbilanciamento strategico. La Cina detiene oggi un monopolio pressoché assoluto, non solo sull’estrazione primaria, ma sull’intero ciclo produttivo (vedi approfondimento più avanti).
«Il giacimento di Bayan Obo, situato nella Mongolia interna – continua Mondillo – rappresenta il sito più rilevante a livello globale, seguito da altri distretti nel Sudest del Paese. La supremazia cinese è rafforzata da tecnologie di separazione degli elementi dai minerali estremamente economiche e dalla capacità di esportare manufatti semilavorati già pronti per le industrie estere.
Questa condizione rende difficile per altri Paesi, Italia compresa, immaginare una produzione competitiva: non avrebbe senso economico aprire una miniera in Europa per poi spedire la materia prima in Cina per la lavorazione e importarla nuovamente come prodotto finito».Un esempio emblematico di questa dipendenza è rappresentato dai magneti permanenti, componenti essenziali per la produzione di energia rinnovabile. Nonostante vengano prodotti su larga scala in Giappone, l’approvvigionamento delle materie prime necessarie resta saldamente ancorato ai depositi cinesi, i quali hanno un monopolio di fatto che condiziona l’intera filiera della green economy.
Al di fuori della Cina, i giacimenti più significativi e strategici sono operativi negli Stati Uniti, in Australia e in Scandinavia, lungo il confine con la Russia. Ulteriori riserve di grande potenziale geologico sono state individuate in America Latina, in particolare in Brasile, e in diverse aree dell’Africa centrale, dove sono in corso intense attività di esplorazione per diversificare le fonti di approvvigionamento globali.
Sfide tecniche e impatto ambientale
Le tecnologie di separazione chimica rappresentano il vero collo di bottiglia del settore. Le terre rare, infatti, si trovano spesso mescolate tra loro in minerali complessi e presentano proprietà chimiche molto simili, rendendo la loro distinzione un processo laborioso e costoso.
La tecnica più diffusa a livello industriale è l’estrazione con solvente, che sfrutta la diversa affinità degli elementi per fasi liquide differenti al fine di isolarli progressivamente.
Negli ultimi anni, la ricerca si è orientata verso metodi più sostenibili, come la cromatografia a scambio ionico e l’uso di membrane selettive, che garantiscono maggiore precisione e un minore impatto ambientale rispetto ai processi tradizionali adottati in Cina, spesso associati a gravi livelli di inquinamento.
In Europa, l’innovazione si sta concentrando anche sul recupero da materiali riciclati, nel tentativo di aggirare le criticità dell’estrazione mineraria primaria».
Italia ed Europa
In questo contesto, l’Italia occupa una posizione di osservatrice attenta, consapevole delle proprie risorse, limitate ma non trascurabili. Sul territorio nazionale sono state individuate concentrazioni elevate di terre rare, in particolare nella miniera di fluorite di Silius, in Sardegna. Sebbene tali concentrazioni non raggiungano i livelli dei depositi cinesi, rappresentano comunque un potenziale di interesse scientifico e strategico.
Oltre alle terre rare, la Penisola registra segnalazioni di titanio e rame in Liguria, nonché ulteriori giacimenti di fluoro e rame in Sardegna. Attualmente il Servizio geologico nazionale sta valutando programmi di esplorazione per quantificare l’effettiva consistenza di queste risorse nei diversi distretti del Paese.
«La spinta verso una parziale indipendenza mineraria – osserva l’esperto – è stata accelerata dal Critical raw materials act, una normativa europea pensata per ridurre la dipendenza dalle importazioni extra Ue. Gli eventi geopolitici recenti, come il conflitto tra Russia e Ucraina, hanno mostrato quanto sia vulnerabile il sistema industriale europeo: l’interruzione delle forniture di palladio e di materie prime per la ceramica ha rallentato interi comparti produttivi, evidenziando la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento. La ricerca europea di nuovi giacimenti non avviene solo sul suolo del nostro continente, ma si estende anche ad altri, al fine di garantire un flusso costante di materiali nei decenni a venire»
Prospettive future
Tuttavia, il percorso verso l’autonomia resta lungo e complesso. Mettere a regime una nuova miniera richiede tempi compresi tra i cinque e i dieci anni, un orizzonte che spesso entra in conflitto con l’urgenza delle esigenze industriali e strategiche. «L’Europa – conclude Mondillo – si trova di fronte a una sfida duplice: investire nell’innovazione dei processi estrattivi e, al contempo, costruire filiere industriali complete che consentano di trasformare il minerale grezzo in prodotti finiti sul proprio territorio. Solo attraverso questa visione integrata sarà possibile affrancarsi da un monopolio che oggi non è soltanto minerario, ma anche tecnologico e politico».
L’offerta di alcune terre rare è cresciuta più della domanda. E la Cina ha quasi il monopolio su alcune di esse. Regolando i flussi globali di tali materiali, ne governa il prezzo. Usa e Ue stanno investendo in produzione e raffinazione.
Le terre rare non sono più una semplice curiosità per addetti ai lavori, ma sono diventate il cuore pulsante della sovranità tecnologica e della transizione energetica mondiale. Definirle «le vitamine della moderna industria» è ormai quasi riduttivo: senza di esse, i motori dei veicoli elettrici, le turbine eoliche e i sistemi di puntamento della difesa avanzata rimarrebbero gusci vuoti. Tuttavia, dietro di esse si nasconde un mercato caratterizzato da una volatilità estrema e da un assetto di potere che sta mettendo a dura prova le diplomazie economiche di ogni continente.
Il paradosso economico del 2024
Secondo le analisi approfondite contenute nel Global critical minerals outlook 2025 pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), il mercato delle terre rare ha vissuto nell’ultimo biennio una fase di paradosso economico. Mentre la domanda globale di ossidi di terre rare per magneti permanenti – in particolare neodimio e praseodimio (NdPr) – è cresciuta dell’8% nel solo 2024, i prezzi hanno intrapreso una parabola discendente. Questa flessione non è il segnale di un minore interesse industriale, ma, piuttosto, il risultato di una complessa manovra di mercato. L’offerta è cresciuta a un ritmo superiore alla domanda, spingendo le quotazioni verso i minimi pre-pandemici. Questa dinamica ha un duplice effetto: se, da un lato, favorisce l’abbattimento dei costi di produzione per le tecnologie green, dall’altro, mette in ginocchio la redditività dei nuovi progetti estrattivi nati al di fuori del territorio cinese, i quali, gravati da costi operativi e di capitale più elevati, faticano a competere con i prezzi imposti dai leader di mercato.
La catena del valore
Il dominio della Repubblica popolare cinese rimane, infatti, l’elemento centrale dell’equazione economica globale. Nonostante gli sforzi internazionali di diversificazione, Pechino continua a esercitare un controllo quasi totale su ogni fase della catena del valore. Nel 2024, la Cina ha garantito il 60% della produzione mineraria mondiale e, dato ancora più significativo, ha gestito il 91% della raffinazione globale delle terre rare destinate ai magneti. Questo controllo non è frutto del caso, ma di una strategia pluridecennale che ha visto il consolidamento dell’industria cinese sotto colossi statali come il China rare earth group. Attraverso un sistema rigoroso di quote di estrazione e lavorazione, la Cina è in grado di regolare i flussi globali, influenzando i prezzi e, di conseguenza, la sostenibilità finanziaria dei suoi concorrenti occidentali. Nel corso degli ultimi mesi, Pechino ha ulteriormente inasprito la sua posizione introducendo nuove restrizioni all’esportazione di tecnologie critiche per la separazione dei minerali, e normative più severe sulla tracciabilità, trasformando di fatto queste risorse in una leva di negoziazione geopolitica senza precedenti.
Rischi di fornitura
In questo scenario, emerge con forza il rischio legato a fornitori esterni al blocco cinese, ma fragili. Il Myanmar (ex Birmania), ad esempio, è diventato una pedina fondamentale ma instabile, fornendo circa il 45% delle terre rare pesanti utilizzate globalmente nel 2024. Tuttavia, il rapporto della Iea evidenzia che le miniere birmane sono caratterizzate da elevati rischi di interruzione a causa dei conflitti civili interni e di standard ambientali e sociali pressoché nulli.
La dipendenza da flussi transfrontalieri informali tra Myanmar e Cina rappresenta un punto di vulnerabilità sistemica: un blocco prolungato in questa regione potrebbe causare un’impennata dei costi, con ricadute immediate sui prezzi finali dei veicoli elettrici, che potrebbero aumentare del 40-50%.
Strategie occidentali
Per contrastare questo monopolio di fatto, le potenze occidentali hanno avviato una corsa contro il tempo sotto l’ombrello strategico del «derisking». Gli Stati Uniti, attraverso l’Inflation reduction act, e l’Unione europea, con il Critical raw materials act, hanno stanziato risorse miliardarie per incentivare la nascita di filiere domestiche. L’obiettivo è chiaro: portare la quota di produzione e raffinazione extra cinese a livelli di sicurezza entro il 2030.
L’Australia si sta confermando un attore chiave in questo processo, con progetti che mirano a coprire quote significative della domanda mondiale.
Tuttavia, la sfida non è solo estrattiva, ma chimica. La separazione delle terre rare è un processo estremamente complesso e inquinante, che richiede competenze tecniche che la Cina ha affinato per quarant’anni e che l’Occidente deve ora ricostruire da zero, affrontando al contempo normative ambientali molto più stringenti.
Il ruolo dell’economia circolare
Una delle frontiere più promettenti per allentare la morsa del monopolio cinese è rappresentata da economia circolare e riciclo. Il Global critical minerals outlook 2025 stima che, entro il 2035, il riciclo dei magneti dai motori a fine vita e dalle turbine eoliche potrebbe coprire fino al 10-15% del fabbisogno globale di terre rare pesanti. L’innovazione nei processi di riciclo «short-loop», che permettono di rigenerare i magneti senza dover separare i singoli elementi chimici, promette di abbattere i consumi energetici e le emissioni di CO2 rispetto all’estrazione mineraria primaria. Tuttavia, affinché il riciclo diventi un pilastro economico solido, sono necessari investimenti massicci in infrastrutture di raccolta e politiche che rendano economicamente vantaggioso il recupero rispetto all’acquisto di materia prima vergine a basso costo.
La sfida della stabilità dei prezzi
Guardando alle prospettive di lungo periodo, la Iea prevede che la domanda di terre rare per magneti permanenti raddoppierà entro il 2040, raggiungendo le 120mila tonnellate annue per soddisfare gli obiettivi degli accordi sul clima.
Sebbene la quota di mercato della Cina nella raffinazione sia destinata a scendere lentamente, si stima che rimarrà superiore al 70% per tutto il prossimo decennio. Questo significa che il mercato globale resterà strutturalmente esposto a decisioni unilaterali e tensioni commerciali.
La vera sfida per l’industria globale non sarà solo estrarre più minerali, ma costruire un sistema di prezzi trasparenti e stabili che possano incentivare gli investimenti in nuovi siti produttivi anche nei momenti di ribasso del mercato.
La nuova sovranità
La transizione energetica non è quindi un percorso privo di ostacoli, ma un terreno di scontro nel quale tecnologia e finanza si fondono con strategia militare e politica.
La stabilità del futuro energetico mondiale dipenderà dalla capacità delle nazioni di collaborare nella creazione di filiere trasparenti, sostenibili e, soprattutto, diversificate.
Senza una reale autonomia nella raffinazione e una spinta decisa verso il riciclo, la rivoluzione verde rischia di rimanere legata a doppio filo alle decisioni di un unico attore globale, rendendo la sicurezza energetica del domani vulnerabile quanto lo è stata quella basata sui combustibili fossili nel secolo scorso. Il messaggio di questi anni è inequivocabile: l’indipendenza mineraria è la nuova forma della sovranità nazionale.
Il mercato mondiale dei metalli delle terre rare ha superato il valore di 6,8 miliardi di euro nel 2025 e, probabilmente, raggiungerà gli 11,9 miliardi di euro entro la fine del 2035, sostenuto da una crescita annuale del 6,5%. Secondo l’analisi pubblicata da Rn (Research nester), l’espansione del settore è trainata principalmente dalla transizione verso le tecnologie pulite e dalla miniaturizzazione dell’elettronica, con una domanda di cobalto e terre rare destinata a crescere del 60% entro il 2040.
Il comparto dell’estrazione primaria (cioè l’estrazione dalle miniere) detiene la quota maggiore del mercato, pari all’85,6%, grazie al ruolo fondamentale di questi materiali nei sistemi di energia rinnovabile, nell’elettronica di alta tecnologia e nelle infrastrutture per la difesa. La regione dell’Asia-Pacifico si conferma l’area dominante e si prevede che manterrà una quota del 45,2% entro il 2035, grazie alla leadership della Cina nella raffinazione e ai progetti minerari in Australia, seguiti dalle iniziative per i veicoli elettrici in India e dalle basi manifatturiere avanzate in Giappone e Corea del Sud.
Al contrario, l’Europa si distingue come il mercato con il tasso di crescita più rapido, focalizzandosi sulla produzione a valle per turbine eoliche e mobilità elettrica. Il settore dei magneti permanenti rimane l’applicazione principale delle terre rare in Europa, poiché utilizza circa il 90% della produzione di neodimio e disprosio. Tra i principali attori globali che guidano il mercato figurano società come l’australiana Lynas rare earth e la cinese Ganzhou Giandong rare earths group, quest’ultima con una quota superiore al 23%.
La crescita del comparto riflette anche il rafforzamento delle politiche industriali in Nord America, dove il sostegno del Fondo monetario internazionale e i finanziamenti federali negli Stati Uniti stanno accelerando l’elettrificazione dei trasporti. Nonostante la Cina controlli ancora oltre l’80% della capacità di raffinazione globale, i nuovi progetti in Vietnam, Brasile e Canada segnalano un tentativo del Paese e dei suoi alleati di diversificare le fonti di approvvigionamento. La crescita dell’industria delle terre rare consolida un percorso di sviluppo che vede questi elementi chimici al centro della competizione geopolitica e tecnologica mondiale.
L’importanza di Taiwan, terminale tecnologico. Gli Usa che cercano di recuperare il tempo perduto sviluppando la produzione interna e moltiplicando contratti con la Rd Congo. La Groenlandia, isola strategica per le risorse. E l’Africa, con riserve immense ancora inesplorate.
La corsa globale ai minerali critici in Africa è diventata, nell’ultimo decennio, uno dei principali fronti della competizione geopolitica tra Stati Uniti, Cina ed Europa. Questa sfida non riguarda solo l’approvvigionamento di materie prime, ma ha implicazioni dirette e profonde per la transizione energetica, la sovranità digitale e la sicurezza nazionale.
In questo scenario, il continente africano si ritrova prepotentemente al centro delle nuove catene di approvvigionamento globali, non più solo come fornitore passivo, ma come scacchiere su cui si giocano i futuri equilibri di potere.
La geopolitica delle risorse si sta ridefinendo attorno ai minerali critici, considerati «i nuovi petroli» del XXI secolo, essenziali per la decarbonizzazione, la sicurezza tecnologica e l’industria della difesa. Missioni Consolata ha approfondito questi temi con Paolo Gila e Maurizio Mazziero, esperti di mercati e autori del volume «Geopolitica delle Terre Rare. La sfida strategica per la nuova rivoluzione industriale: protagonisti e investimenti» (Hoepli editore, 2026).
Il predominio della Cina
«La Cina – spiega Paolo Gila – esercita, da anni, un ruolo predominante, quasi assoluto, nella filiera delle terre rare e dei minerali critici». Sebbene Pechino, secondo i dati forniti dalla Iea, controlli direttamente poco meno del 60% dell’estrazione mineraria globale, la sua reale forza risiede nelle fasi successive della catena del valore. La quota di mercato cinese sale infatti drasticamente al 91% per quanto riguarda sia la raffinazione chimica dei minerali, sia la produzione di magneti permanenti, componenti fondamentali per i motori delle auto elettriche e per le turbine eoliche. «Questo significa che la Cina controlla di fatto il mercato con un ruolo da monopolista», aggiunge Gila.
A partire dall’ottobre 2024, Pechino ha ulteriormente stretto le maglie del controllo, varando una serie di regolamenti volti a proteggere le forniture interne in nome della sicurezza nazionale. «Fra questi nuovi provvedimenti – continua l’autore – viene sancita in modo inequivocabile l’appartenenza allo Stato di queste risorse e la supervisione diretta del Governo centrale su ogni aspetto dello sviluppo industriale e degli scambi commerciali con l’estero. In pratica, la Cina ha costruito un’infrastruttura normativa che le permette di condizionare la fornitura mondiale a proprio piacimento, utilizzandola come una vera e propria arma di pressione geopolitica nei confronti dei competitor occidentali».
In questo complesso mosaico, anche Taiwan (la Repubblica di Cina) svolge un ruolo fondamentale, pur avendo una natura diversa rispetto ai giganti minerari.
Taiwan non è direttamente impegnata nell’estrazione su larga scala o nella prima lavorazione dei minerali grezzi, ma rappresenta il terminale tecnologico più avanzato della filiera. «Diciamo – osserva Gila – che questo Paese è un fruitore di minierali strategici di importanza sistemica. Taiwan possiede una filiera industriale d’eccellenza che ha il suo cuore pulsante nella Tsmc (Taiwan semiconductor manufacturing company), la più grande e avanzata fonderia di chip al mondo».
Il settore dei microcircuiti è estremamente sensibile alle dinamiche del mercato delle terre rare, poiché questi elementi sono indispensabili nei processi produttivi dei componenti elettronici miniaturizzati. L’economia di Taiwan, che vanta un Pil di circa 760 miliardi di dollari, è strutturalmente basata sulle esportazioni di alta tecnologia, dove i chip rappresentano la quota più rilevante e strategica. «È evidente – aggiunge Gila – che Cina e Stati Uniti, i suoi principali partner commerciali, se ne contendano l’influenza.
Oltre agli interessi puramente economici, pesano tensioni geopolitiche storiche. Pechino mira a integrare l’isola nel proprio perimetro sovrano anche per eliminare la presenza delle forze armate statunitensi che oggi presidiano l’area, garantendo la libertà di navigazione in uno dei tratti di mare più trafficati al mondo».
La risposta degli Stati Uniti
Nella rincorsa globale alle terre rare, gli Stati Uniti stanno tentando di reagire con investimenti massicci dopo anni di relativa inerzia. I dati più recenti forniti dall’Usgs (United states geological survey) stimano le riserve di terre rare sul suolo americano in circa due milioni di tonnellate; una cifra significativa, ma molto lontana dalle 44 milioni di tonnellate attribuite alla Cina. Tuttavia, lo sforzo produttivo è innegabile: nel 2025 gli Stati Uniti hanno estratto 51mila tonnellate di terre rare, segnando un netto incremento rispetto alle 45.500 del 2024. Nonostante ciò, la produzione statunitense resta inferiore a un quinto di quella cinese.
«Il problema principale – sottolinea Maurizio Mazziero – è che gran parte dei minerali estratti oggi negli Stati Uniti devono comunque essere inviati in Cina per i processi di raffinazione e separazione chimica, poiché l’Occidente ha smantellato per decenni le proprie capacità industriali in questo settore a causa dei costi e dell’impatto ambientale.
Questo paradosso rende Washington ancora dipendente da Pechino». L’ascesa geopolitica della Cina e la sua assertività in Asia hanno però fatto scattare l’allarme a Washington. Per recuperare il terreno perduto, il governo statunitense sta adottando una strategia aggressiva: entra direttamente nel capitale delle aziende minerarie, finanzia la riapertura di siti storici come Mountain Pass e investe nel ripristino di una filiera di raffinazione interna e sicura.
Gli Stati Uniti non si limitano agli investimenti interni, ma sviluppano iniziative su scala globale attraverso accordi bilaterali con altri Paesi, e strategie integrate che combinano diplomazia e supporto tecnologico.
Un esempio concreto di questa nuova postura è l’accordo siglato tra la Repubblica democratica del Congo e la società statunitense Atlas Park. Questo partenariato prevede l’utilizzo dell’intelligenza artificiale avanzata per l’esplorazione mineraria. Attraverso l’analisi predittiva dei dati geologici, è possibile individuare nuovi giacimenti con una precisione impensabile fino a qualche anno fa, orientando i flussi di capitale verso i siti più promettenti. Questo dimostra come la competizione non sia più basata esclusivamente sull’accesso fisico alle miniere, ma sulla capacità tecnologica di mappare, prevedere e gestire le risorse in modo digitale.
La Groenlandia: risorse, logistica e difesa
In questo contesto di espansione si inseriscono anche le mire strategiche di Washington sulla Groenlandia, un territorio che sta assumendo una rilevanza senza precedenti. «Gli Stati Uniti – osserva Paolo Gila – non hanno mai fatto mistero di considerare la Groenlandia un’area di interesse vitale per la sicurezza nazionale». Le ragioni di questo interesse sono molteplici e stratificate. In primo luogo, l’isola è «un continente bianco» che custodisce riserve minerarie quasi intatte di uranio, grafite e terre rare, materie prime essenziali per l’industria bellica e civile americana.
In secondo luogo, il riscaldamento globale sta rendendo l’Artico navigabile per periodi più lunghi, aprendo nuove rotte commerciali che potrebbero rivoluzionare i trasporti mondiali. La Groenlandia possiede circa 45mila chilometri di coste dove potrebbero sorgere porti logistici in grado di accorciare i tempi di percorrenza verso l’Europa del 30% rispetto alle rotte tradizionali.
Sotto il profilo militare, l’isola rappresenta un avamposto insostituibile per monitorare le attività russe nell’Artico, rese più minacciose dal dispiegamento di nuove armi come i missili Burevestnik e i sottomarini Poseidon.
Infine, vi è una motivazione legata all’economia dei dati: l’intelligenza artificiale richiede data center immensi che generano calore estremo, che sarebbe, quindi, conveniente installare in quelle terre.
L’Europa alla ricerca di una rotta
L’Unione europea, al contrario dei due giganti, si trova in una posizione di rincorsa e debolezza strutturale. «Pur essendo state scoperte proprio in Europa (molte terre rare prendono il nome da località svedesi), oggi il vecchio continente non possiede impianti estrattivi di rilievo», ricorda Maurizio Mazziero. I dati dell’Usgs confermano che nessun Paese europeo figura tra i primi 15 produttori mondiali. Tuttavia, la speranza risiede nei nuovi progetti in Scandinavia e nelle recenti rilevazioni geologiche. Anche l’Italia ha un ruolo potenziale: il rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha confermato la presenza di minerali critici in Sardegna, Toscana, Campania e nell’arco alpino. «Resta però da capire – avverte Mazziero – se queste risorse siano effettivamente sfruttabili. Lo studio Ispra si è limitato a mappare la presenza fisica; serviranno ulteriori approfondimenti per valutare la convenienza economica dell’estrazione, tenendo conto delle rigide normative ambientali europee».
L’Africa e il Piano Mattei
Protagonista del futuro minerario potrebbe diventare l’Africa. Stime fatte da istituti di ricerca come l’Ileri di Parigi indicano che il continente possiede riserve immense ancora inesplorate. «Finora – spiegano Gila e Mazziero – il Sudafrica è stato il leader, ma Paesi come Angola, Uganda e, soprattutto, Repubblica democratica del Congo offrono opportunità gigantesche». Tuttavia, questa ricchezza è spesso maledetta: l’Africa centrale rimane una delle aree più instabili del mondo, dove le potenze globali alimentano tensioni locali per mantenere il controllo delle risorse. In questo scenario, l’Italia cerca di inserirsi con il Piano Mattei, proponendo un modello di cooperazione non predatorio. L’obiettivo italiano è promuovere l’attività estrattiva trasformativa: non limitarsi cioè a prelevare il minerale grezzo, ma aiutare i Paesi africani a sviluppare impianti di prima lavorazione in loco. Questo approccio permetterebbe di creare valore aggiunto, posti di lavoro qualificati e stabilità economica, offrendo una alternativa concreta alla dipendenza dalla Cina e contribuendo, nel lungo periodo, a governare i flussi migratori attraverso lo sviluppo locale.
Nel cuore della transizione ecologica e digitale si nasconde un paradosso geologico e industriale che sta ridisegnando gli equilibri di potere tra le grandi potenze: il dominio delle terre rare. Alberto Prina Cerai, Research fellow presso l’Osservatorio di geoeconomia dell’Ispi (Istiuto per gli studi di politica internazionale) delinea una mappa complessa dove la geologia si intreccia con la sicurezza nazionale.
Se la Cina ha saputo costruire un’egemonia quasi trentennale, l’Occidente – guidato dagli Stati Uniti e seguito a distanza dall’Unione europea – sta tentando oggi una difficile risalita, segnata da perdite di competenze tecnologiche e costi energetici proibitivi.
Il caso americano
Gli Stati Uniti non sono sempre stati dipendenti dall’Asia. Al contrario, fino alla metà degli anni Novanta, erano i leader mondiali del settore estrattivo. Il perno di questa supremazia era il sito di Mountain pass, in California, gestito dalla Molycorp corporation. Tuttavia, come spiega Prina Cerai, una tempesta perfetta di fattori diversi ha portato al declino: «Per una serie di restrizioni ambientali imposte dal Dipartimento dell’interno e dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense (Epa), in seguito anche a incidenti di dispersione di agenti chimici, furono costretti a chiudere». Questo vuoto è stato colmato da un ingresso aggressivo della Cina, che ha offerto materiali a costi ridotti alle aziende americane.
Oggi, Washington si trova così in una posizione geologica favorevole, ma tecnologicamente precaria. Gli Usa possiedono riserve sostanziose posizionandosi tra i primi dieci Paesi al mondo per depositi conosciuti. «Il grosso problema – avverte Prina Cerai – è che nel corso di questi venticinque anni hanno perso il controllo della tecnologia». Con la chiusura delle miniere, si sono evaporate anche le conoscenze metallurgiche necessarie per la raffinazione, il processo più critico e inquinante della filiera.
Dal 2017, il sito di Mountain pass è stato riaperto sotto l’insegna Mp Materials, beneficiando di ingenti investimenti pubblici, inclusi quelli del Pentagono. L’obiettivo è ambizioso: ricostruire l’intera catena del valore, dall’estrazione alla produzione finale di magneti. Tuttavia, gli ostacoli rimangono: i giacimenti americani sono ricchi di terre rare «leggere», mentre il mercato richiede sempre più quelle «pesanti», più difficili da estrarre ed economicamente pregiate.
Difesa e aerospazio
Non è solo una questione di smartphone o auto elettriche, oggi i driver della politica mineraria americana sono la difesa e l’aerospazio. L’industria bellica e aerospaziale dipende strettamente da leghe speciali e componenti avanzati prodotti quasi esclusivamente in Cina.
Pechino è consapevole di questa leva e ha già iniziato a muovere le proprie pedine attraverso controlli all’esportazione. «La Cina non ha proibito le esportazioni – spiega Prina Cerai -, ma non concede licenze alle sue aziende esportatrici se è dimostrato che vanno a rifornire l’industria della difesa americana, che rappresenta un evidente rischio per la sua sicurezza nazionale». È una guerra di licenze e burocrazia che può paralizzare la produzione di jet da combattimento o satelliti in Occidente.
L’Europa al bivio: grandi piani, pochi fondi
L’Unione europea osserva con preoccupazione, consapevole di essere indietro rispetto ai due colossi. La risposta di Bruxelles è affidata all’European critical raw materials act, un regolamento che fissa obiettivi ambiziosi per il 2030 rispetto al fabbisogno europeo: il 10% di estrazione interna, il 40% di raffinazione e il 25% di riciclo. Inoltre, si punta a non dipendere per più del 65% da un singolo fornitore extracomunitario.
Tuttavia, tra il dire e il fare ci sono ostacoli strutturali. «Languono i finanziamenti, e il costo dell’energia sarà la grande variabile», avverte Prina Cerai. La raffinazione delle terre rare e dei materiali critici è un processo chimico-metallurgico che richiede quantità enormi di energia, un «prodotto» che in Europa è diventato un lusso. Raggiungere tutti i target entro il 2030 è considerato «molto complicato» dall’analista dell’Ispi, date le tempistiche necessarie per aprire una nuova miniera o costruire un impianto di raffinazione.
Nonostante lo scetticismo sui tempi, Prina Cerai sottolinea un aspetto positivo: «L’Unione europea ha cominciato a ragionare nel medio lungo periodo e ciò apre spazi nuovi per il futuro. L’interesse delle industrie strategiche è alto, e la direzione politica è ormai tracciata verso una maggiore autonomia strategica, anche se la strada sarà lunga e costosa».
Una collaborazione transatlantica fragile
Formalmente, mancano accordi bilaterali solidi sulle materie prime critiche tra Washington e Bruxelles. Sebbene ci sia una condivisione d’intenti nel limitare lo strapotere cinese, le priorità stanno divergendo. L’Europa resta legata al Green deal, mentre gli Stati Uniti, specialmente sotto certe amministrazioni, si focalizzano quasi esclusivamente sulla difesa.
In conclusione, la battaglia per le terre rare è una sfida di civiltà industriale. L’Occidente deve decidere se è disposto a pagare il prezzo – ambientale ed economico – del ritorno alla produzione mineraria o se preferisce rimanere ostaggio delle licenze di esportazione di Pechino. Come ricorda Alberto Prina Cerai, la geologia è un destino, ma solo se la tecnologia e la volontà politica non fanno nulla per provare a cambiarlo.
La Cina ha investito per decenni nello sviluppo della filiera. Oggi è in netto vantaggio sugli altri Paesi. In qualche caso in posizione monopolistica. Le terre rare sono diventate così un sofisticato strumento di geopolitica. Meglio delle armi.
Siamo nel 2010. Un peschereccio cinese e due unità della guardia costiera giapponese si scontrano nei pressi delle isole Senkaku, che Pechino rivendica col nome di Diaoyu. Ne scaturisce una crisi diplomatica. La Cina blocca per due mesi le esportazioni di terre rare verso il Giappone, che all’epoca dipende dal suo vicino per oltre il 90% delle importazioni di questi elementi cruciali.
Il «potere» delle terre rare
È il primo, vero, shock strategico: Tokyo e molti altri Paesi si sono resi conto in quel momento del potere negoziale accumulato da Pechino. Fin lì, le economie occidentali avevano considerato le materie prime come una risorsa facilmente accessibile sul mercato globale, senza interrogarsi troppo su chi controllasse realmente la filiera. La globalizzazione aveva spinto le aziende dei Paesi più ricchi a spostare in quelli del Sud le attività più inquinanti e meno redditizie – come l’estrazione e la raffinazione dei minerali -, mentre Stati Uniti ed Europa si concentravano su progettazione, innovazione e servizi.
La Cina, invece, faceva esattamente l’opposto: accettava i costi ambientali, investiva massicciamente nella capacità produttiva e costruiva un sistema integrato che oggi domina il mercato.
Gli effetti di quanto accaduto in quel 2010 si vedono ancora chiaramente, con la Cina che resta la principale regista di una filiera che ha costruito con meticolosa pazienza nel corso di quasi mezzo secolo.
Il Partito comunista aveva posto le basi del dominio cinese negli anni Ottanta. «Il Medio Oriente ha il petrolio, noi abbiamo le terre rare», recita una famosa frase che sarebbe stata pronunciata dall’allora leader Deng Xiaoping nel 1987, durante una visita nell’immenso giacimento di Bayan Obo (traducibile in «città del cervo»), nella Mongolia interna (regione autonoma della Cina).
Ancora oggi, Bayan Obo è il cuore pulsante del dominio cinese nel settore.
Raffinazione
Le terre rare non si trovano solo nella Repubblica popolare, che possiede circa il 36% delle riserve globali. Il vero potere di Pechino risiede nella capacità di raffinazione. Circa l’80-90% della capacità mondiale di trasformazione di questi metalli è concentrata in impianti cinesi. Anche quando i minerali vengono estratti altrove, devono quasi sempre passare per la Cina per diventare utilizzabili dall’industria high-tech.
Pechino ha, peraltro, «occupato» nel tempo tutti gli snodi estrattivi più strategici del pianeta, anticipando di diversi anni i Paesi occidentali.
L’esempio più eclatante è la Repubblica democratica del Congo, che detiene il 70% delle riserve mondiali di cobalto, fondamentale per la produzione di batterie agli ioni di litio. Le aziende cinesi hanno assunto una posizione di controllo quasi monopolistico sul cobalto del Paese africano. Si stima che Pechino controlli circa l’80% della produzione di questo metallo nella Rdc, in particolare dopo il maxi accordo da 9 miliardi di dollari del 2008 tra il governo congolese e un consorzio di imprese.
Gli investimenti cinesi spesso seguono un modello di «infrastrutture in cambio di minerali», che permette di assicurarsi forniture stabili per decenni, superando la concorrenza delle aziende occidentali frenate da rischi giurisdizionali e standard ambientali più stringenti. Nel 2024, è stata firmata una rinegoziazione dell’accordo iniziale che prevede un investimento cinese di 7 miliardi di dollari in infrastrutture stradali nei prossimi 20 anni.
Sudest asiatico
Nel Sudest asiatico, la Cina ha utilizzato un approccio diverso, puntando sulla lavorazione in loco per aggirare i divieti di esportazione. In particolare, l’Indonesia è diventata il perno della strategia cinese per il nichel. In poco più di un decennio, la Cina ha investito oltre 14 miliardi di dollari nel Paese, costruendo giganteschi distretti industriali come il Morowali industrial park.
Quando Giacarta ha imposto il divieto di esportazione del minerale grezzo per favorire l’industria locale, le aziende cinesi erano già pronte con fonderie e impianti di raffinazione in loco, integrando di fatto la produzione indonesiana nella catena del valore di Pechino. Oggi, la Cina controlla circa il 48% della produzione mondiale di nichel attraverso le sue sussidiarie indonesiane.
Sudamerica
In Sudamerica, la competizione si sposta sul «Triangolo del litio» (Cile, Argentina e Bolivia), risorsa chiave per le batterie per veicoli elettrici.
Pechino ha investito oltre 16 miliardi di dollari nella regione tra il 2018 e il 2024. In Bolivia, la Cina ha recentemente siglato accordi miliardari per lo sfruttamento dei vasti giacimenti, battendo la concorrenza internazionale grazie a un approccio che combina investimenti diretti e supporto tecnologico statale.
In Argentina, il gigante delle batterie Catl ha siglato un accordo storico con l’Argentina Ypf per il giacimento. Salar del hombre muerto, prevedendo un investimento di 1,4 miliardi di dollari per produrre 30mila tonnellate annue di litio entro il 2028.
Nel frattempo, Ganfeng lithium (azienda cinese) gestisce i progetti Pozuelos e Pastos grandes con investimenti per quasi un miliardo di dollari.
In Cile, la cinese Tianqi lithium detiene una quota strategica del 24% del grande produttore Sqm. Questa presenza radicata permette alla Cina di controllare anche le fasi successive della catena del valore, dalla produzione di catodi alla fabbricazione delle celle per batterie.
Da qualche anno, la Cina ha adottato una strategia più assertiva, in ottemperanza al mantra della «sicurezza nazionale», onnipresente nell’era del «nuovo timoniere» Xi Jinping.
Pechino ha riorganizzato gradualmente il settore, consolidando la produzione sotto grandi conglomerati statali e introducendo sistemi di quote e licenze. Le misure sono state spesso giustificate da ragioni ambientali o di controllo delle esportazioni di materiali a possibile «doppio utilizzo» civile e militare. In realtà, le norme hanno permesso a Pechino di controllare l’offerta globale di terre rare. In sostanza, il dominio cinese non è più solo quantitativo: diventa anche regolatorio. La Cina potrebbe decidere quanto produrre, come distribuire e a chi vendere, modulando l’offerta attraverso norme flessibili, senza ricorrere a interventi drastici, ma adattando le regole alle circostanze del momento.
Nel settembre 2023 sono entrate in vigore delle restrizioni all’export di gallio e germanio, due metalli fondamentali per la produzione di microchip avanzati su cui Pechino è arrivata a contare rispettivamente il 94% e il 75% della produzione mondiale.
Dal 2024 le terre rare sono passate quasi completamente sotto l’ombrello statale. Scopo: proteggere le forniture in nome della sicurezza nazionale, controllando in modo sempre più diretto il flusso verso l’esterno. Tanto che, da qualche tempo, i viaggi dei maggiori esperti del settore vengono limitati e controllati.
Il neodimio e i magneti permanenti
Tutto questo dà alla Cina un enorme potere negoziale su un ampio spettro di snodi cruciali per la transizione energetica, la tecnologia verde e la difesa.
Qualche esempio? Il neodimio è un componente essenziale nella produzione di magneti permanenti ad alte prestazioni. Senza questi non funzionerebbero molte delle tecnologie su cui si regge l’economia contemporanea: dai motori dei veicoli elettrici alle turbine eoliche, passando per hard disk, sensori industriali e dispositivi elettronici di uso quotidiano.
La sua importanza non si esaurisce però in ambito civile. Anche nel settore della difesa il neodimio è diventato indispensabile, trovando impiego in radar avanzati, sistemi di guida per missili, droni, componenti avionici e attuatori di precisione. In questo contesto, il vantaggio cinese non si limita all’estrazione o alla raffinazione: Pechino controlla soprattutto la fase più critica della filiera, quella della produzione dei magneti, vero snodo tecnologico dove si concentra il valore aggiunto.
Terre rare pesanti
Ancora più delicata è la posizione delle cosiddette terre rare pesanti, in particolare disprosio e terbio. Questi elementi consentono ai magneti di mantenere le proprie caratteristiche anche a temperature elevate, condizione indispensabile per il funzionamento di molti sistemi avanzati, sia civili sia militari. Senza il loro apporto, motori elettrici e dispositivi strategici perderebbero efficienza o smetterebbero del tutto di operare in contesti estremi.
È proprio in questo segmento che la Cina esercita un controllo quasi totale: la capacità globale di raffinazione delle terre rare pesanti è concentrata entro i suoi confini. Questo dominio spiega la scelta di Pechino di inserire proprio questi materiali tra i primi soggetti a restrizioni all’export. La loro scarsità relativa e la difficoltà di sostituirli rendono, infatti, questi elementi strumenti particolarmente efficaci di pressione.
L’idea che le terre rare possano trasformarsi in una leva geopolitica decisiva si è rafforzata con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e la ripresa della guerra commerciale già avviata durante il suo primo mandato da presidente degli Stati Uniti. Ogni fase di tensione tra Washington e Pechino riporta al centro il tema della dipendenza occidentale da questi materiali. La Cina è diventata sempre più esplicita e convinta nell’utilizzare questa posizione di vantaggio, introducendo controlli selettivi sulle esportazioni, concentrandosi sugli elementi più difficili da rimpiazzare e più critici per le tecnologie avanzate.
E, attenzione, la Cina vuole ulteriormente rafforzare la sua presa. Lo scorso marzo, l’Assemblea nazionale del popolo (il cosiddetto «parlamento cinese») ha approvato il nuovo piano quinquennale 2026-2030. Nel documento strategico, Pechino ha elevato la «sicurezza dei materiali strategici» allo stesso livello di priorità della sicurezza energetica e alimentare.
Materie prime e potere politico
Un segnale chiaro: in un mondo caratterizzato da turbolenze geopolitiche e instabilità economica, il controllo delle materie prime critiche equivale a controllare la produzione industriale avanzata, le tecnologie strategiche e, in ultima analisi, il potere politico. Si prevede un ampliamento delle scorte strategiche di terre rare, con possibili ulteriori restrizioni.
È vero che la tregua commerciale siglata con Washington lo scorso ottobre prevede la sospensione per almeno un anno per il sistema di licenze statali per l’esportazione di terre rare, ma le restrizioni precedenti non sono state certo cancellate. Soprattutto, il sistema approntato da Xi è studiato proprio per essere abbastanza flessibile da venire facilmente adattato alle circostanze politiche. Tradotto: se i rapporti tra la Cina e un altro Paese vanno bene, le spedizioni sono garantite e rapide. Se i rapporti vanno male, possono rallentare o (nei casi peggiori) interrompersi.
La Cina ha capito che la sovranità non si esercita solo con le armi, ma anche attraverso il controllo dei flussi materiali che rendono possibile la vita moderna. Una volta, le terre rare erano viste come uno dei «biglietti da visita» della Cina per l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio. Ora sono una forma di sofisticata deterrenza. Mentre l’Europa prova a mediare per ottenere «canali verdi» prioritari per le proprie case automobilistiche, Pechino continua a rafforzare la sua presa normativa, pronta a modulare la propria generosità in base alla temperatura dei rapporti diplomatici.
Enrico Casale, giornalista professionista, specialista di Africa, collabora con l’agenzia Internationalia, l’Osservatore romano e il Regno. È collaboratore storico di MC.
Lorenzo Lamperti, giornalista professionista, è direttore editoriale di «China Files», scrive di Asia orientale per varie testate, tra cui La Stampa, il Manifesto, Wired e think thank come Ispi. Vive e lavora a Taipei, Repubblica di Cina / Taiwan. Ha già collaborato con MC scrivendo approfondimenti su vari Paesi asiatici.
a cura di Marco Bello, direttore editoriale di MC.
Grafica dei 17 elementi delle terre rare (a cura di Kreative zone)
Albania. La rivoluzione dei fenicotteri
Da una protesta ambientalista a un movimento di contestazione nazionale. In Albania, la difesa dell’area protetta di Pishë Poro-Narta, nel delta della Vjosa, si è trasformata in una delle più grandi mobilitazioni civili degli ultimi anni, mettendo sotto pressione il governo del premier Edi Rama e attirando l’attenzione delle istituzioni europee. Nelle ultime settimane migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana, Valona e in numerose città europee dove è presente la diaspora albanese. Gli slogan – «L’Albania non è in vendita» e «Nuova Albania» – hanno accompagnato una protesta nata dopo l’arrivo di bulldozer e mezzi pesanti in un’area costiera di straordinario valore naturalistico, habitat di fenicotteri, pellicani dalmati, foche monache e di oltre 2.300 specie animali e vegetali. Al centro delle polemiche vi sono i progetti turistici legati a investitori internazionali vicini all’imprenditore americano Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump. Secondo i manifestanti, la costruzione di resort di lusso minaccerebbe uno degli ecosistemi più preziosi dei Balcani e rappresenterebbe l’ennesimo esempio di sviluppo imposto dall’alto senza adeguate garanzie di trasparenza.
Un modello distruttivo «Questa attenzione verso l’ambiente non era scontata», osserva Valeria Parracino, coordinatrice dei progetti dell’Ong italiana Celim, attiva dal 2018 nella tutela del bacino della Vjosa. Secondo Parracino, dopo anni di sfruttamento incontrollato delle coste, una parte crescente della popolazione albanese vede in questi investimenti un modello che «distrugge il Paese senza lasciare benefici reali ai territori». La controversia affonda le radici nella riforma della legge sulle aree protette approvata nel febbraio 2024, che ha aperto alla possibilità di realizzare investimenti turistici e strutture private anche in zone precedentemente sottoposte a rigidi vincoli ambientali. «L’amministrazione regionale e l’Agenzia delle aree protette sono state completamente ignorate», denuncia ancora Valeria Parracino, secondo cui i lavori procederebbero senza una sufficiente trasparenza sulle autorizzazioni e sugli studi di impatto ambientale. Ciò che rende peculiare la mobilitazione è però la sua natura trasversale. Le manifestazioni non coinvolgono soltanto ambientalisti, ma cittadini di orientamenti diversi, accomunati dalla sfiducia verso l’intero sistema politico. «Le proteste sono assolutamente apolitiche – sottolinea Parracino -. Chi manifesta ce l’ha tanto con il partito di maggioranza quanto con quello di opposizione». Un sentimento confermato anche dagli ultimi cortei, nei quali sono risuonate richieste di dimissioni rivolte a Rama, ma anche critiche verso le tradizionali élite politiche del Paese.
In odore di adesione alla Ue La cosiddetta «rivoluzione dei fenicotteri», come è stata ribattezzata dai media internazionali, ha ormai assunto una dimensione che va oltre la questione ambientale. Molti manifestanti vedono nella difesa di Narta e della Vjosa una battaglia per la tutela del patrimonio nazionale, dell’accesso pubblico alle coste e contro la corruzione percepita nelle grandi operazioni immobiliari. La vicenda ha inoltre aperto un fronte con Bruxelles. L’Unione europea ha ricordato che l’Albania, impegnata nel percorso di adesione, deve rispettare gli standard ambientali previsti dal Capitolo 27 dei negoziati. La Commissione europea ha invitato Tirana ad agire rapidamente per evitare che le scelte sul progetto possano compromettere il processo di integrazione, mentre il Parlamento europeo ha chiesto maggiori garanzie per la tutela delle aree naturali e annunciato ulteriori verifiche.
Edi Rama si difende Il governo del premier Edi Rama continua a difendere gli investimenti, sostenendo che tutte le valutazioni ambientali saranno completate e che il turismo di alta gamma rappresenta un’opportunità strategica per l’economia nazionale. Lo stesso premier ha respinto le accuse di opacità e ha persino attribuito parte della mobilitazione a campagne di disinformazione provenienti dall’estero. Intanto, sotto la pressione delle proteste, alcune recinzioni e parte dei macchinari sono stati temporaneamente rimossi. Per gli attivisti, tuttavia, la partita è tutt’altro che chiusa. Celim e oltre quaranta organizzazioni della società civile chiedono la sospensione definitiva dei lavori, una verifica indipendente delle autorizzazioni e la piena trasparenza dell’intero progetto. Una battaglia che, da semplice vertenza locale, è diventata il simbolo del confronto tra sviluppo economico, tutela ambientale e qualità della democrazia in Albania.
Enrico Casale
Tra guerra e speranza
Un Paese segnato da tentativi di ricostruzione e da fratture mai del tutto sanate. Il ritorno di Mohamud alla presidenza ha alimentato aspettative di inclusività e stabilità. Le sfide sono grandi: l’offensiva di al-Shabaab, le tensioni tra Governo centrale e Stati federati e l’intreccio di interessi regionali e internazionali.
«La situazione della sicurezza è peggiorata», afferma Corrado Cok, analista dell’European council on foreign relations (Consiglio europeo per le relazioni internazionali). A partire da gennaio 2025, al-Shabaab ha lanciato una grande offensiva per riconquistare i territori persi nel 2022, quando una combinazione tra clan locali, esercito somalo e sostegno di Stati Uniti e Turchia aveva liberato ampie aree del centro del Paese.
L’avanzata del gruppo jihadista si è concentrata soprattutto negli Stati di Hirshabelle e, in misura minore, nel Galmudug. «In questi mesi al-Shabaab è riuscito a riprendere buona parte del territorio perduto, arrivando a minacciare anche Mogadiscio», spiega l’analista.
Solo l’intervento diretto della Turchia, che ha inviato truppe e istruttori per difendere la capitale, ha permesso di stabilizzare la situazione.
Nelle regioni centrali, invece, la riconquista jihadista ha creato un clima di crescente instabilità. «L’offensiva di al-Shabaab ha riportato indietro di anni la situazione», commenta Cok. «La popolazione civile paga il prezzo più alto, tra violenze, sfollamenti e incertezza quotidiana».
Soldiers of the Somalia National Army (SNA). (Photo by Tony KARUMBA / AFP)
Lo Stato ombra
Al-Shabab non è solo un gruppo jihadista che semina paura. Secondo un’analisi di Robert Kluijver, ricercatore al Centro per le ricerche Internazionali presso Sciences Po-Cnrs a Parigi, pubblicata da The New Humanitarian, il movimento legato ad al-Qaeda ha costruito negli anni uno Stato ombra, che in molte zone del Paese funziona meglio del governo ufficiale. È così che, nonostante gli attacchi militari e la repressione, i miliziani continuano a guadagnare legittimità tra la popolazione.
Il gruppo islamista ha creato un sistema fiscale che, per quanto imposto con la forza, appare più trasparente e prevedibile delle tasse arbitrarie del governo federale. I commercianti, per esempio, ricevono regolari ricevute che li proteggono da doppie imposizioni ai posti di blocco.
Altrettanto rilevante è la gestione della giustizia. I tribunali di al-Shabaab applicano la Sharia con rigidità, ma le sentenze arrivano in tempi rapidi e vengono eseguite. A differenza delle corti statali, accusate di corruzione e inefficienza, quelle dei jihadisti sono percepite come imparziali: i giudici vengono fatti ruotare per ridurre l’influenza dei clan e persino i comandanti del gruppo possono essere processati.
Sul piano della sicurezza, al-Shabaab mantiene un ferreo monopolio della violenza. Crimini comuni e scontri interclanici sono rari nelle aree sotto il suo controllo. Chi possiede armi senza autorizzazione rischia punizioni severe, ma il risultato è una maggiore stabilità rispetto ai territori del Governo, dove gli abusi da parte di funzionari e militari sono frequenti.
Politiche sociali e ambientali
Il movimento non si limita però a esercitare un controllo militare. Impone politiche sociali ed economiche che, pur autoritarie, hanno effetti tangibili. Ha vietato qat e tabacco, incoraggia la produzione locale e regola le esportazioni per proteggere i mercati interni. Sul fronte ambientale ha introdotto restrizioni su disboscamento, produzione di carbone e uso della plastica. Anche per questo, molti cittadini, pur non condividendo l’ideologia jihadista, riconoscono una certa efficacia amministrativa al gruppo.
Un altro punto di forza è la gestione delle dinamiche claniche. In una società dove il sistema tradizionale del xeer condiziona ancora la vita quotidiana, al-Shabaab ha imposto la legge islamica come principio superiore, spostando l’accento dalla responsabilità collettiva a quella individuale. In questo modo indebolisce le reti di potere dei clan e rafforza il proprio ruolo di arbitro.
Si tratta però di un regime molto duro e impermeabile ai diritti umani e ai principi democratici. Le restrizioni sulla vita quotidiana, la censura, i limiti all’educazione delle ragazze e la repressione della libertà personale suscitano diffuso malcontento. Molti somali temono che vivere sotto il dominio jihadista significhi isolamento dal resto del mondo, con meno opportunità di studio, lavoro e contatti internazionali.
L’analisi di Kluijver sottolinea un paradosso: la legittimità di al-Shabaab non nasce da un sostegno ideologico di massa, ma dall’efficacia di un’amministrazione che appare più funzionale e meno corrotta di quella statale. Per questo le strategie esclusivamente militari, sostenute da anni dal governo e dagli alleati internazionali, non hanno scalfito il potere del gruppo. Per la comunità internazionale questo rappresenta un dilemma. Ignorare il ruolo amministrativo di al-Shabaab significa non vedere una realtà che continua a condizionare milioni di somali. Allo stesso tempo, cooperare con il movimento, ad esempio per far arrivare gli aiuti umanitari, rischia di violare le leggi antiterrorismo.
A senior officer of the Somalia National Army (SNA) talks to villagers at Bariire. (Photo by Tony KARUMBA / AFP)
Jubaland e il Nord
Rieletto nel 2022 dopo un primo mandato tra il 2012 e il 2017, Hassan Sheikh Mohamud è tornato alla presidenza della Somalia promettendo maggiore inclusività e un assetto federale più decentrato per superare divisioni e instabilità accentuatesi sotto la precedente amministrazione. Il presidente ha sottolineato la necessità di accompagnare le operazioni militari contro al-Shabaab con un’opera di riconquista del consenso sociale, rafforzando un islam moderato e pacifista e promuovendo negoziati con gli estremisti, strategie volte a isolare la narrativa jihadista.
«Tuttavia – spiega in un’analisi Giovanni Carbone, responsabile del desk Africa di Ispi (Istituto studi di politica internazionale) -, dopo un inizio promettente, le relazioni politiche interne si sono deteriorate, in particolare tra il governo federale e gli Stati federati di Puntland e Jubaland, già critici durante la presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo”». L’accusa principale a Mohamud è quella di voler centralizzare il potere attraverso le riforme costituzionali adottate dal Parlamento nel 2024, che ampliano i poteri presidenziali, rendono il primo ministro dipendente esclusivamente dal capo dello Stato, introducono l’elezione diretta del presidente e limitano a tre il numero di partiti politici. A novembre 2024 Jubaland ha rifiutato le riforme e interrotto ogni rapporto istituzionale con Mogadiscio, mentre Puntland ha ritirato la propria partecipazione alla Conferenza nazionale sul dialogo nell’aprile 2025.
Come osserva Giovanni Carbone, «le tensioni tra governo federale e stati regionali riflettono un conflitto strutturale tra centralizzazione e autonomia, che rimane il principale ostacolo alla stabilità della Somalia». Queste divisioni interne continuano a rendere incerta la prospettiva di pace e sicurezza nel Paese.
A Sud, nella regione del Jubaland, i contrasti tra le autorità locali e il governo federale hanno generato nuovi scontri. «Ad agosto si sono registrati combattimenti intensi -, osserva Cok -. L’Etiopia, in questo contesto, ha fornito un certo sostegno ad alcune fazioni locali, alimentando ulteriormente il conflitto».
Al Nord, la situazione non è meno complicata. A luglio è stato proclamato il nuovo North-East regional state of Somalia, formato dall’unione delle regioni di Sool e Sanaag. «Questa nuova entità è nata sulle ceneri della guerra contro il Somaliland, che ha interessato parte del 2023 e tutto il 2024, e rappresenta un modo per ridurre l’influenza sia del Somaliland che del Puntland», spiega Cok. Ma la nascita dello Stato nordorientale ha generato ulteriori scontri, con combattimenti registrati anche a settembre. «È un quadro che va monitorato con attenzione – sottolinea -. Da un lato si creano nuove forme di rappresentanza, dall’altro si moltiplicano i focolai di conflitto».
Le tensioni sono forti con il Puntland, che mantiene una posizione di aperta sfida al governo, e con il Somaliland, che continua a dichiararsi indipendente. «In questi mesi gli Emirati arabi uniti hanno cercato di mediare tra il governo federale e il Jubaland – osserva Cok -. Ci sono segnali di riavvicinamento, ma la fiducia resta fragile».
Gli altri Stati federali rimangono invece più legati a Mogadiscio, sia per ragioni logistiche che per dipendenza economica. «La vera partita si gioca con Puntland e Jubaland: se non si ricompone il rapporto con loro, la Somalia resterà bloccata in un equilibrio precario», sottolinea Cok.
Rischio di nuove tensioni claniche
Il 2026 dovrebbe essere l’anno delle nuove elezioni, ma l’incertezza è altissima. Nel 2024 il governo federale ha approvato modifiche costituzionali che introducono l’elezione diretta, superando il vecchio «sistema del 4.5» (modello di condivisione del potere basato sui clan, nato dopo la guerra civile, ndr), che distribuiva seggi e potere in base alla rappresentanza clanica.
«In teoria è un passo verso il suffragio universale, come previsto dalla Costituzione transitoria del 2012 – spiega Cok -, ma nella pratica non esistono le condizioni politiche e di sicurezza per votare in tutto il Paese».
Il rischio è duplice: da un lato che le elezioni si trasformino in una frode, limitate a poche aree sicure; dall’altro che si spezzi l’equilibrio clanico che finora ha garantito una fragile suddivisione del potere. «Il sistema 4.5 ha mantenuto una certa stabilità. Romperlo adesso potrebbe riaprire vecchie ferite e risvegliare rivalità claniche simili a quelle degli anni ’90», avverte l’analista.
Students wave a Somali flag during a demonstration in support of Somalia’s government . (Photo by ABDISHUKRI HAYBE / AFP)
Etiopia, Kenya e gli altri
Il ruolo delle potenze vicine resta decisivo. «L’Etiopia aveva migliorato i rapporti con Mogadiscio grazie alla mediazione turca, ma negli ultimi mesi la relazione si è deteriorata. Addis Abeba è accusata di sostenere fazioni ostili al governo federale nel Jubaland. Il Kenya, invece, mantiene un approccio più prudente: buoni rapporti con Mogadiscio, ma anche un legame stretto con le autorità del Jubaland, per controllare meglio il confine e prevenire infiltrazioni jihadiste.
Uganda e Burundi giocano un ruolo minore, ma non irrilevante. Kampala, ad esempio, ha ospitato ad aprile una conferenza per rafforzare la missione dell’Unione africana, promettendo nuovi contingenti. Il Burundi, invece, ha ritirato le proprie truppe, in polemica con Mogadiscio.
Sul piano internazionale, la Turchia è oggi il principale partner della Somalia. «Ankara ha investito in tutti i settori: addestramento militare, fornitura di armi e droni, intelligence, gestione del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio», elenca Cok. Nel 2024 è stato firmato anche un accordo sulla sicurezza marittima, che affida ai turchi la protezione di ampi tratti della costa somala, oltre a concessioni per l’esplorazione di idrocarburi offshore.
Gli Stati Uniti restano un attore di peso, soprattutto sul piano militare e dell’intelligence, mentre l’Unione europea concentra i suoi sforzi attraverso missioni di addestramento e programmi di cooperazione. Gli Emirati arabi uniti giocano, invece, una partita di influenza più frammentata, sostenendo in particolare Somaliland, Puntland e Jubaland.
E l’Italia? «Roma continua a considerare la Somalia uno dei principali Paesi partner in Africa», afferma Cok. Oltre alla cooperazione allo sviluppo, l’Italia ha un ruolo centrale nella missione europea di addestramento militare e mantiene una presenza attiva anche nella formazione della polizia somala.
«Di recente – aggiunge – l’Italia ha contribuito con cinque milioni di dollari alla missione dell’Unione africana (Aussom), insieme a Spagna e Corea del Sud». Un impegno che conferma il peso italiano, anche se limitato dalle risorse disponibili.
Un Paese sospeso
La Somalia resta, dunque, un mosaico fragile, attraversato da guerre locali, ambizioni jihadiste e rivalità internazionali. «Non vedo rischi immediati di secessione, a parte il Somaliland» (di fatto indipendente da anni, ndr), conclude Cok. «Ma se la crisi elettorale dovesse degenerare, Stati come il Puntland potrebbero spingersi sempre più verso una vita autonoma e scollegata da Mogadiscio».
In questo scenario incerto, la popolazione continua a vivere tra speranza e paura. Speranza che le elezioni portino maggiore rappresentatività e stabilità. Paura che, invece, il Paese ripiombi nel caos degli anni Novanta.
Enrico Casale
UNA PRESENZA SOLIDALE
La Chiesa c’è attraverso la Caritas
La Somalia è una nazione a maggioranza islamica: le statistiche più recenti indicano che il 99% della popolazione è musulmana. Eppure, la Chiesa cattolica da decenni svolge un ruolo importante a favore della comunità locale. Nel Paese, a parte alcuni sacerdoti impegnati come cappellani nei reparti militari stranieri presenti sul territorio e un prete a Hargeisa (Somaliland), non esiste più una presenza ecclesiale strutturata. Non ci sono chiese, e la cattedrale di Mogadiscio è stata distrutta.
A testimoniare la presenza cattolica resta la Caritas Somalia. È nata nel 1980 per iniziativa di monsignor Salvatore Colombo, allora vescovo di Mogadiscio, per rispondere alla crisi dei rifugiati seguita alla guerra dell’Ogaden e per collegare i bisogni locali con la solidarietà delle Caritas consorelle. Oggi ha sede a Gibuti. «Attualmente – spiegano monsignor Jamal Daibes, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio, e Sara Ben Rached, direttrice esecutiva di Caritas Somalia – lavoriamo con progetti mirati agli sfollati interni, ai migranti, all’empowerment femminile, all’educazione, alla sanità, senza dimenticare le attività di pace e di advocacy, che rappresentano una componente essenziale per costruire un futuro più stabile e dignitoso per la popolazione somala. Operiamo attraverso partner locali, con frequenti missioni in loco».
I rapporti con le autorità sono buoni: Caritas Somalia è riconosciuta dallo Stato come associazione caritativa. Anche le relazioni con la popolazione sono positive. «I rapporti con la gente sono improntati alla fiducia e alla collaborazione, grazie a progetti concreti e partecipativi, secondo la logica dell’“aiuto chiesto e condiviso” – aggiungono -. Pur essendo la Somalia un Paese a maggioranza musulmana, e nonostante vi siano state tensioni, le comunità locali riconoscono e apprezzano l’aiuto ricevuto, senza distinzione di fede. La Chiesa cattolica è percepita soprattutto come una presenza solidale e umanitaria».
Lavorare in Somalia non è semplice. «Siamo impegnati in un contesto complesso – concludono -. Il sostegno internazionale e i fondi sono sempre più scarsi. L’accesso al territorio è limitato, e ciò obbliga a operare quasi esclusivamente attraverso attori locali. A questo si aggiungono l’incertezza politica e i costi elevati legati alla sicurezza. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dall’instabilità climatica: la Somalia è ciclicamente colpita da siccità e inondazioni, fenomeni che devastano i mezzi di sussistenza e costringono migliaia di persone a spostarsi. La presenza di gruppi armati e i conflitti locali accentuano questa precarietà, rendendo difficile avviare progetti di sviluppo a lungo termine. La Somalia è un territorio difficile, ma abbiamo deciso di restare, sempre a fianco della popolazione».
En.Cas.
Africa. Turismo avanti tutta
In Africa, il turismo sta vivendo una fase di crescita senza precedenti, con numeri che consolidano il continente tra le mete più ambite al mondo. Nel 2024, secondo l’ultimo World tourism barometer dell’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), l’Africa ha accolto 74 milioni di visitatori internazionali, il 12% in più rispetto al 2023 e oltre i livelli pre pandemici. I ricavi hanno raggiunto 1.600 miliardi di dollari, segno che non solo gli arrivi ma anche la spesa media per turista sono aumentati.
Il World travel & tourism council (Wttc) prevede che nei prossimi dieci anni il settore creerà quasi 14 milioni di nuovi posti di lavoro in Africa, con una crescita media annua del Pil turistico del 6,8%, più del doppio rispetto all’andamento dell’economia complessiva. Già oggi il turismo contribuisce per circa il 10% al Pil mondiale e si conferma come uno dei motori dello sviluppo continentale.
Dietro questi numeri incoraggianti si nasconde però un paradosso. Una ricerca dell’Università di Manchester, pubblicata su «African studies review», mostra che i maggiori benefici del turismo di lusso – il segmento in più rapida espansione – finiscono in larga parte nelle mani di investitori stranieri. Lodge esclusivi e resort appartengono per lo più a gruppi internazionali, assumono manodopera locale solo in misura limitata e dipendono da beni importati e agenzie estere. Di conseguenza, gran parte del valore economico creato defluisce all’estero, mentre le comunità africane ricevono solo una minima parte.
Turismo di alta gamma
Il fenomeno è evidente in Paesi come Kenya, Tanzania, Sudafrica e Rwanda, dove safari personalizzati, trekking con i gorilla ed ecolodge nelle riserve protette attirano un pubblico facoltoso. Secondo Travel and tour world, il benessere e il turismo sostenibile alimentano questa crescita, ma la realtà è più complessa. Come riporta l’agenzia Reuters, i resort «all inclusive» isolano spesso i visitatori dalla vita locale, impedendo loro di spendere nei villaggi circostanti. I profitti restano concentrati nelle mani delle multinazionali o di una ristretta élite, mentre i salari della maggior parte dei lavoratori del settore rimangono bassi.
Non mancano le tensioni. In Kenya un attivista ha intentato una causa per bloccare l’apertura di un lodge del Ritz-Carlton nel Masai Mara, accusato di sottrarre terre ai pastori locali. In Tanzania, le proteste contro lo sfratto di migliaia di Masai per far posto a lodge di caccia hanno portato a scontri mortali con la polizia, secondo quanto documentato da Reuters. Episodi che rivelano come un’industria presentata come «a basso impatto e ad alto valore aggiunto» possa in realtà alimentare conflitti e disuguaglianze.
Eppure, esistono esempi di un modello diverso. Travel and tour world sottolinea che il turismo di lusso può crescere senza compromettere la sostenibilità, a patto che i governi introducano regole chiare: redistribuzione più equa dei ricavi, tutela delle comunità dall’accaparramento delle terre, investimenti in formazione. In Uganda, ad esempio, il trekking con i gorilla garantisce parte degli introiti alle popolazioni locali, mentre nelle Mauritius cresce l’offerta di ecoturismo che valorizza natura e cultura.
Dove vanno i turisti
Il 2024 ha confermato anche una geografia turistica molto diversificata. Secondo Africa Briefing, il Nord Africa guida i flussi: il Marocco ha accolto 17,4 milioni di turisti, seguito dall’Egitto con 15,7 milioni e dalla Tunisia con 10,2 milioni. Nell’Africa australe e orientale il Sudafrica ha registrato 8,9 milioni di arrivi, mentre Kenya e Tanzania restano poli cruciali per i safari. Uganda e Zimbabwe hanno visto crescere i visitatori grazie a parchi naturali e cascate, mentre le isole – Mauritius, Seychelles e Capo Verde – rafforzano la loro immagine di paradisi del lusso eco responsabile.
Per il 2025 l’Unwto stima un’ulteriore crescita tra il 3 e il 5%. Il settore turistico contribuisce ad almeno l’8,5% del prodotto interno lordo nazionale del Sudafrica. I primi dati lo confermano. Nel solo mese di luglio il Paese ha accolto 880mila visitatori, con un aumento del 26% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, tra il 2019 e il 2024 le start up sudafricane del settore hanno attirato oltre 39 milioni di dollari di investimenti in venture capital, più della metà del totale registrato in Africa. Dati positivi anche per l’Egitto. Un rapporto diffuso da Fitch solutions stima che le entrate del turismo si attesteranno a 17,5 miliardi di dollari alla fine del 2025, in aumento rispetto ai 16,2 miliardi dello scorso anno, con una crescita dell’8,1% su base annua. Le previsioni parlano poi di 18,6 miliardi nel 2026, 19,6 miliardi nel 2027, oltre 20 miliardi nel 2028 e 20,9 miliardi nel 2029.
Per trasformare il boom turistico del continente in sviluppo inclusivo, i governi africani dovranno però affrontare tre sfide decisive: dotarsi di infrastrutture moderne anche nelle aree rurali, formare personale qualificato e, soprattutto, adottare politiche che mettano al centro la sostenibilità sociale e ambientale.
Enrico Casale
Etiopia. Inaugurata la maggiore diga d’Africa
Uno sbarramento gigantesco. Un blocco di cemento e acciaio che sbarra uno dei fiumi più lunghi e imponenti del mondo. Ci sono voluti quindici anni per costruirlo e ora è pronto. Il 9 settembre l’Etiopia ha ufficialmente inaugurato la Grand ethiopian renaissance dam (Gerd), la più grande diga idroelettrica dell’Africa. Un’opera colossale che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbe garantire elettricità a milioni di etiopi, sostenere lo sviluppo agricolo, trasformare il Paese in un hub energetico regionale e regolare il corso del Nilo Azzurro (il principale affluente del Nilo). L’entusiasmo di Addis Abeba si scontra però con i timori e le proteste dei vicini, in particolare Egitto e Sudan, che vedono nella faraonica infrastruttura una minaccia per la loro sopravvivenza economica e sociale.
L’opera I lavori sono cominciati nel 2011, nella regione di Benishangul-Gumuz, a quindici chilometri dal confine sudanese. A realizzarla è stata l’italiana Salini Impregilo (oggi Webuild), con un cantiere che ha richiesto migliaia di operai, turni continui e la costruzione di una vera e propria città di supporto. Il risultato è uno sbarramento di dimensioni imponenti. La diga principale, in calcestruzzo compattato, è alta 145 metri e lunga 1.780; accanto si estende una diga di sella (una struttura idraulica secondaria, costruita per integrare quella principale) di cinque chilometri. Il bacino, battezzato Nigat Lake, ha una capacità di 74 miliardi di metri cubi e copre quasi 1.900 chilometri quadrati di superficie. A pieno regime, le 16 turbine installate genereranno 5.150 megawatt di potenza, con una produzione annua di circa 15.700 gigawattora: un quantitativo sufficiente a triplicare l’attuale disponibilità di elettricità del Paese. L’obiettivo del governo è garantire energia a una popolazione di oltre 130 milioni di persone, di cui circa 60 milioni oggi ancora senza accesso alla corrente, e allo stesso tempo vendere elettricità ai Paesi vicini. Addis Abeba prevede entrate per 427 milioni di dollari tra il 2025 e il 2026, in gran parte grazie a contratti con aziende minerarie.
I benefici La diga ha già cambiato gli equilibri energetici interni. In questi ultimi anni, il bacino ha iniziato a riempirsi. A settembre 2025 le riserve hanno raggiunto i 64 miliardi di metri cubi, quattro in più rispetto all’anno precedente coprendo, da sola, un terzo della produzione nazionale di energia, con un aumento del 43% rispetto all’anno precedente. Per un Paese che dipende dalle esportazioni di caffè e fiori recisi, la vendita di elettricità rappresenta una nuova fonte di valuta estera, cruciale per finanziare infrastrutture e sostenere la modernizzazione. Non a caso la Gerd è diventata un simbolo del «rinascimento etiope»: campeggia su poster e magneti venduti nei mercati di Addis Abeba e ha raccolto consenso popolare anche grazie a bond diffusi tra i cittadini, che hanno contribuito a finanziare il progetto per cinque miliardi di dollari. Sul piano pratico, la diga dovrebbe contribuire anche alla regolazione del Nilo Azzurro, riducendo le inondazioni stagionali e mitigando gli effetti delle siccità, con benefici diretti per l’agricoltura, settore che occupa il 70% degli etiopi.
Gli equilibri internazionali Negli anni, però, il sogno etiope è diventato un incubo per i Paesi a valle. L’Egitto dipende per circa il 90% dal Nilo per il suo fabbisogno idrico, il Sudan per il 70%. Entrambi denunciano che un serbatoio di tali dimensioni rischia di compromettere la loro sicurezza idrica, soprattutto in caso di periodi di scarse piogge. Le tensioni non sono nuove. Fin dall’avvio dei lavori si sono moltiplicati i negoziati tra i tre Paesi, ma nessuno ha portato a un accordo vincolante. Una delle questioni più controverse è la gestione del flusso in caso di siccità: il Cairo pretende garanzie precise, Addis Abeba si oppone a vincoli che limiterebbero la sua sovranità. «Se immagazzini 60 miliardi di acqua che prima fluivano in Egitto, non crei un danno?», ha denunciato Abbas Sharaky, professore di Geologia all’Università del Cairo. Per l’Egitto, la Gerd non è solo un problema idrico ma anche una questione identitaria e politica: il Nilo è considerato «un fiume sacro», legato alla storia stessa della nazione. Vederne le acque controllate dall’Etiopia è vissuto come un affronto. La minaccia di bombardare la Gerd è stata evocata più volte da esponenti egiziani, soprattutto negli anni di maggiore tensione con l’Etiopia. Il caso più noto risale al 2013, quando durante una riunione politica trasmessa per errore in diretta televisiva, diversi leader egiziani parlarono apertamente di possibili azioni militari contro la diga. In quell’occasione l’ex presidente del Parlamento Essam El-Erian e l’esponente del partito al-Wafd Mounir Fakhry Abdel Nour ipotizzarono il bombardamento della diga per impedire all’Etiopia di deviare le acque del Nilo Azzurro. Successivamente, anche alti ufficiali egiziani hanno lasciato intendere che «tutte le opzioni restano sul tavolo», compresa l’azione militare, se il progetto minacciasse la sicurezza idrica dell’Egitto. Addis Abeba ribatte che gli accordi del 1959 tra Egitto e Sudan, che regolavano l’uso del fiume, sono ormai anacronistici e non possono vincolare un Paese che non li ha mai firmati.
Mancano gli accordi Dietro la diga si gioca anche una partita che va oltre l’acqua e l’energia: riguarda il prestigio regionale, le prospettive economiche e la stabilità politica. Per il premier Abiy Ahmed, reduce dalle difficoltà economiche e dalle ferite della guerra civile con il Tigray, la Gerd è un investimento d’immagine e una promessa di riscatto. Non a caso l’inaugurazione è stata programmata in coincidenza con un summit climatico ad Addis Abeba, in vista della Cop30 in Brasile, per presentare la diga come progetto collettivo e attrarre consensi sul piano africano. Resta però un’incognita: se il clima dovesse cambiare e le piogge ridursi, le tensioni potrebbero esplodere di nuovo. Senza un accordo condiviso sulla gestione delle emergenze, «la diga della rinascita» rischia di trasformarsi nella diga della discordia.
Enrico Casale
Africa dell’Ovest. Franco Cfa, pro e contro
Residuato del neocolonialismo o strumento di stabilità economica? Il franco Cfa (franc communauté financière africaine, in francese), moneta utilizzata da otto Paesi dell’Africa occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo), continua a generare dibattiti accesi. Istituito nel 1945 come «franco delle colonie francesi d’Africa», il suo obiettivo iniziale era stabilizzare le economie coloniali e proteggerle dalla svalutazione del franco francese. Con le indipendenze, molti Stati decisero di mantenere la moneta, attratti dalla stabilità e dalla garanzia di convertibilità assicurata dalla Francia. Nel 1999, con l’introduzione dell’euro, la parità fu fissata a un euro per 655,957 franchi. Il sistema si regge ancora oggi sulla garanzia di convertibilità illimitata offerta da Parigi. Per decenni, i Paesi aderenti hanno dovuto depositare una quota delle loro riserve valutarie presso il Tesoro francese: il 100% inizialmente, poi ridotta al 50%. Una clausola spesso criticata come forma di controllo finanziario, così come la storica presenza francese negli organi decisionali della Bceao, la banca centrale comune.
I vantaggi, secondo i sostenitori Secondo Emilio Sacerdoti, già funzionario del Fondo monetario internazionale e ora consulente della Banca mondiale e dell’Unione europea per l’Africa, «il grande vantaggio del franco Cfa è la stabilità». Il cambio fisso con l’euro (e in passato con il franco francese) ha consentito all’area Cfa di mantenere un’inflazione media del 3%, contro tassi molto più alti in Paesi come Nigeria o Ghana. Tra il 2015 e il 2020, i Paesi dell’Uemoa (Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale) hanno registrato una crescita media del 6%, con punte del 7% in Costa d’Avorio e del 6% in Senegal. «Una moneta stabile – sottolinea Sacerdoti – ha favorito l’espansione del credito, degli investimenti e il rafforzamento del settore privato». Tuttavia, il cambio fisso comporta anche rigidità. «Quando l’euro si rafforza troppo rispetto al dollaro – come è avvenuto tra il 2010 e il 2012 – i Paesi Cfa ne soffrono – osserva Sacerdoti -. Le loro esportazioni, quotate in dollari (caffè, cacao, oro, arachidi), diventano meno competitive». Anche Amath Ndiaye, economista ed ex membro del Comitato per la futura Banca centrale africana dell’Unione africana, difende il franco Cfa, definendolo uno «scudo economico». Dopo la riforma del 2019, sottolinea, «la politica monetaria dell’Uemoa è formalmente sovrana». La Francia non partecipa più agli organi decisionali della Bceao e interviene solo in caso di crisi di liquidità in valuta estera. La parità con l’euro, dunque, «non è più imposta, ma frutto di una scelta sovrana degli Stati membri». Secondo Ndiaye, il franco Cfa contribuisce a contenere l’inflazione, attrarre investimenti e rafforzare la credibilità macroeconomica. Sarebbe quindi uno «strumento di sovranità controllata» in un contesto internazionale instabile, capace di coesistere con strategie per l’industrializzazione e l’occupazione.
Le critiche Non tutti condividono questa visione. «La stabilità del tasso di cambio deriva dal fatto che la strategia monetaria riflette quella dell’Eurozona – scrive Rémy Herrera, economista del Centro nazionale per la ricerca scientifica francese (Cnrs) –. Le valute dell’area franco non sono altro che estensioni dell’euro in Africa». Secondo Herrera, la stabilità monetaria favorisce soprattutto gli operatori stranieri, come dirigenti transnazionali o investitori europei, piuttosto che le piccole imprese locali. Il sistema protegge chi ha capitali da trasferire, ma non stimola la produzione interna né la diversificazione economica. Le economie che usano il franco Cfa restano infatti concentrate nei settori primari: agricoltura e risorse naturali. La cooperazione monetaria con la Francia, sostiene Herrera, non ha favorito un’autentica integrazione internazionale né un commercio regionale dinamico. Le esportazioni restano orientate verso l’Europa, mentre il commercio intraregionale si attesta su livelli modesti: circa il 15% in Africa occidentale e appena il 10% in Africa centrale, contro oltre il 60% dell’area euro.
Il nuovo progetto Il franco Cfa resta una moneta al centro di due visioni contrapposte: da un lato, strumento di stabilità e garanzia macroeconomica; dall’altro, simbolo di una sovranità monetaria incompiuta. La riforma del 2019 ha introdotto cambiamenti significativi, ma il dibattito resta aperto. Nel 2010, l’allora presidente senegalese Abdoulaye Wade affermò: «Dopo 50 anni di indipendenza, se riacquistiamo il nostro potere monetario, riusciremo a gestire meglio le nostre economie». Una possibile alternativa potrebbe essere una moneta unica della Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale). Il progetto esiste, ma è ancora sulla carta.
Enrico Casale
Africa. Il debito che soffoca
In Africa, il debito estero ha raggiunto livelli critici e sta diventando un problema grave. Secondo Afreximbank (African export–import bank), nel 2023, ammontava a 1.160 miliardi di dollari ed, entro il 2028, potrebbe arrivare a 1.290 miliardi. I dieci Paesi più indebitati – Sudafrica, Egitto, Nigeria, Marocco, Mozambico, Angola, Kenya, Ghana, Costa d’Avorio e Senegal – detengono quasi il 70% dell’esposizione complessiva. Il rapporto debito/Pil aggregato del continente è salito al 71,7%, dopo un’impennata di 39 punti percentuali dalla crisi del 2008.
Le cause Dietro questa corsa all’indebitamento si celano diverse cause: infrastrutture da costruire, spese sanitarie e scolastiche elevate, accesso limitato ai mercati finanziari interni e alti tassi di interesse. Le pressioni demografiche e la domanda crescente di valuta estera hanno spinto molti Paesi a contrarre prestiti da attori multilaterali e da creditori privati, attratti dalla possibilità di profitti elevati. Con una conseguenza: molti Paesi ora spendono più per ripagare gli interessi che per la scuola o la sanità. Sono 48 in totale, secondo il rapporto «Un mondo di debiti» dell’Unctad (agenzia Onu per lo sviluppo e il commercio), gli Stati che oggi spendono più in interessi sul debito che nei servizi essenziali. Tra questi molti Paesi africani, dove i governi, per onorare i rimborsi, hanno imposto tasse più alte e tagliato i sussidi su beni di prima necessità. In Kenya e Nigeria queste misure hanno innescato proteste diffuse. L’analisi di Afreximbank divide i Paesi in tre gruppi: quelli a rischio moderato, come Rwanda, Senegal, Mali e Costa d’Avorio; quelli ad alto rischio, come Kenya, Guinea-Bissau, Etiopia e Tunisia; e quelli già sull’orlo dell’insolvenza, come Zambia, Mozambico, Sudan e Ghana. Altri Stati, come Egitto e Angola, mantengono l’accesso ai mercati, ma con un rischio sovrano elevato.
Recessione Il quadro è aggravato da un contesto globale difficile. Dopo il rallentamento economico iniziato nel 2015 e acuito dalla pandemia da Covid-19, il Pil dell’Africa subsahariana ha subito la prima recessione in oltre 25 anni nel 2020. Il debito, che nel 2011 era al 39,5% del Pil, ha così superato il 70% già nel 2020. Il Covid ha colpito un continente già vulnerabile, con economie poco diversificate, fortemente dipendenti dalle esportazioni e dagli aiuti esterni. Il debito africano è anche cambiato nella composizione: oggi, il 61% è detenuto da creditori privati, meno disposti a negoziare. Nel ventennio 2000-2019, diciotto Paesi africani sono entrati per la prima volta nei mercati obbligazionari internazionali, spesso attratti dall’assenza di condizionalità tipiche dei prestiti multilaterali. Una condizione che aggrava il peso delle scadenze e rende più difficile qualsiasi ristrutturazione del debito. L’Unctad denuncia come l’attuale architettura finanziaria internazionale penalizzi i Paesi poveri, rendendo i costi del debito insostenibili e alimentando il divario tra Nord e Sud del mondo. La Cina è emersa come il principale creditore bilaterale, detiene circa il 13% del debito africano – soprattutto nei confronti di Angola, Kenya, Camerun, Sudafrica ed Etiopia -. Ma l’assenza di trasparenza rende i dati poco certi.
Che fare? Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative per tamponare la crisi. Durante la pandemia, la Banca mondiale (Bm) e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno promosso la «Debt service suspension initiative» (Dssi), che ha consentito una temporanea sospensione dei pagamenti per oltre 40 Paesi. Ma l’adesione è stata limitata, anche per il timore di un peggioramento del rating da parte dei mercati. Nel 2020 il G20 ha varato il «Common framework for debt treatment», un meccanismo per affrontare i casi più critici di insolvenza. Finora solo Ciad, Etiopia e Zambia hanno aderito. Un’altra iniziativa del Fmi è stata l’emissione straordinaria di Diritti speciali di prelievo (Dsp): dei 650 miliardi complessivi, 23 sono stati assegnati ai Paesi dell’Africa subsahariana.
Diritti e bilanci A fronte di queste misure, la sostenibilità del debito africano rimane una sfida aperta. La crisi, come ha ricordato papa Francesco, «colpisce soprattutto i Paesi del Sud del mondo, generando miseria e angoscia». Il Pontefice ha auspicato «una nuova architettura finanziaria internazionale, audace e creativa», che rimetta al centro i diritti umani e non solo i bilanci. Un obiettivo fatto proprio da Caritas italiana che ha lanciato la campagna «Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza», collegata alla campagna globale «Turn debt into hope» di Caritas Internationalis. «La campagna mira a sensibilizzare sull’urgenza di ristrutturare o condonare i debiti dei Paesi poveri e a riformare l’iniqua architettura finanziaria internazionale – afferma Massimo Pallottino di Caritas -. Un sistema che sostiene modelli di produzione e consumo responsabili del riscaldamento globale, alluvioni e siccità, danneggiando soprattutto le popolazioni più povere e vulnerabili. Serve una mobilitazione collettiva e individuale per promuovere cambiamenti di atteggiamento. I cambiamenti partono anche da noi». Anche Afreximbank raccomanda misure concrete: politiche fiscali solide, strategie di crescita a lungo termine, riforme della finanza globale e una gestione più autonoma e trasparente del debito. Solo così l’Africa potrà invertire la rotta e liberarsi da una spirale debitoria che rischia di soffocare ogni possibilità di sviluppo.
Enrico Casale
Guardando avanti
Nasce come progetto d’integrazione economica. Diventa strumento di stabilità e sicurezza. Le sfide sono importanti, e si stanno attraversando anni di crisi. Il presidente di turno esorta i membri a maggiore impegno per il futuro.
Il 28 maggio, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao in francese, Ecowas in inglese) ha celebrato i suoi cinquant’anni. Nata come un sogno di integrazione africana post coloniale, l’organizzazione si trova oggi ad affrontare un presente e un futuro di grandi incertezze, dubbi e tensioni, con il rischio che il suo progetto iniziale si infranga contro l’emergere di nuovi movimenti politici ed economici.
Nascita e visione
L’organizzazione regionale è stata fondata il 28 maggio 1975 con la firma del Trattato di Lagos (Nigeria). L’idea di creare una vasta area di scambio e stabilità era nata dalla visione di capi di Stato illuminati come il nigeriano Yakubu Gowon, il togolese Gnassingbé Eyadéma, il senegalese Léopold Sédar Senghor, l’ivoriano Felix Houphouët-Boigny, il guineano Sékou Touré e il maliano Moussa Traoré.
Similmente ai grandi leader europei del dopoguerra, essi erano convinti che l’integrazione economica, la libera circolazione di beni, persone e capitali potessero favorire anche l’integrazione politica e sociale della regione. Allo stesso tempo, ritenevano che una grande organizzazione come la Cedeao potesse diventare un elemento di stabilizzazione, esercitando il proprio peso politico per ripristinare la democrazia e le istituzioni in contesti di crisi.
Come ha recentemente sostenuto il ministro degli Esteri nigeriano Yusuf Tuggar in un’intervista alla Bbc: «A volte diamo per scontato quanto è stato realizzato. L’idea di un blocco regionale emerse quando i leader dell’Africa occidentale cercarono di unire la regione e la sua popolazione attraverso l’unità panafricana e la cooperazione economica. La visione era ambiziosa. Tra i popoli che condividevano una storia comune segnata da schiavitù, confini coloniali, sottosviluppo, l’idea di un’unione fu molto ben accolta».
Successi economici e infrastrutturali
In cinquant’anni, pur tra mille difficoltà, la Cedeao ha raggiunto risultati significativi in campo economico. Nazif Abdullahi, commissario per gli Affari interni della Cedeao, ha spiegato in un’intervista all’emittente francese Rfi: «Se oggi in Niger è presente il gruppo nigeriano Dangote, se si va ad Abidjan e si vedono i commercianti ghanesi, se in Senegal si incontrano aziende della Costa d’Avorio che si occupano sia di commercio sia di produzione locale, è merito della Cedeao. L’organizzazione sta compiendo ulteriori sforzi per garantire che il livello di integrazione e coesione economica sia raggiunto e poi consolidato. Tanto più che una parte significativa dei nostri attori economici opera ancora nel settore informale e può fare un passo in avanti. In ogni caso, stiamo molto meglio rispetto al 1975. Abbiamo fatto tanta strada in termini di scambi commerciali ed economici. Certamente si può fare di più: il commercio interregionale, infatti, ristagna, attestandosi a meno del 15% delle esportazioni totali».
Dal punto di vista infrastrutturale, il corridoio Lagos-Abidjan è ormai una realtà. Lo stesso vale per il West african power pool (Wapp), il progetto che ha reso possibile condividere la produzione e la trasmissione di elettricità nell’Africa occidentale. Attualmente risultano interconnessi settemila chilometri di linee elettriche, ma l’obiettivo ultimo è raggiungere i 16mila entro cinque anni.
Serge Dioman, esperto di energia, ha osservato in un’intervista a Rfi: «Diversi Paesi stanno riuscendo a mettere in comune la loro produzione e si sta creando un mercato nel settore del trasporto energetico. I Paesi che più necessitano di corrente elettrica possono acquistare energia attraverso il Wapp».
Un’altra infrastruttura importantissima che si sta lentamente sviluppando è il gasdotto African atlantic gas pipeline, che porterà il gas dalla Nigeria lungo la costa dell’Africa occidentale fino al Marocco, con il potenziale di rifornire più rapidamente, e in modo più efficace, l’Europa.
La sfida della moneta unica
Una delle principali iniziative dell’unione che non ha ancora dato i suoi frutti è quella di introdurre una moneta unica subregionale.
Proposta per la prima volta negli anni Novanta, questa iniziativa non si è ancora concretizzata, anche se i leader regionali affermano che continua a essere una possibilità. Ad aprile, i governatori delle banche centrali e i ministri delle Finanze dell’Africa occidentale si sono incontrati ad Abuja per riaffermare il loro impegno nei confronti della moneta unica, fissando una nuova data di lancio per il 2027. La volontà dei principali leader politici è autentica, ma alcuni Paesi membri non rispettano ancora i principi economici fondamentali e ciò rallenta il progetto.
Circolazione e sicurezza
La Cedeao è stata, però, qualcosa di più di un semplice mercato internazionale o di uno spazio doganale in cui produrre e commerciare senza vincoli. Come in Europa tramite l’Unione europea, anche in Africa occidentale si è scommesso sulla libera circolazione delle persone. La nascita di un passaporto comune ha garantito frontiere più aperte. Alieu Omar Touray, presidente della Commissione Cedeao, ha osservato: «Con un documento biometrico si può viaggiare da Lagos a Dakar senza alcun visto. Per chi di noi viaggia spesso all’interno del continente, questo è un piccolo miracolo. Ricordo un uomo d’affari africano che mi diceva di avere bisogno di 39 visti per viaggiare in Africa, mentre nell’area Cedeao nessun Paese chiede un visto ai cittadini comuni, tantomeno a un dirigente d’azienda».
Negli anni, la Cedeao ha svolto un ruolo fondamentale di stabilizzazione e di difesa dei valori democratici. Revisionato nel 1993, il trattato dell’organizzazione ha ampliato la sua missione oltre la sfera economica. Nel contesto dei conflitti civili in Liberia, Sierra Leone e Guinea-Bissau, la Cedeao è diventata un attore della diplomazia della sicurezza, in particolare attraverso la forza di intervento militare Ecomog (Economic community of west african states monitoring group), nata nel 1990, che ha segnato l’impegno concreto per il ripristino della pace.
Un futuro incerto
Un ruolo, quello della stabilizzazione, che negli ultimi anni, ha iniziato a vacillare. Un’ondata di colpi di Stato militari, infatti, ha coinvolto in sequenza Mali, Guinea, Burkina Faso e Niger, Paesi che (a eccezione della Guinea) nel 2024 hanno deciso di uscire dall’organizzazione per creare l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes). Questo ritiro rappresenta una delle crisi interne più gravi nella storia della Cedeao. Questa si è trovata inoltre ad affrontare una recrudescenza della violenza jihadista, alimentata dalle tensioni interne tra gli Stati membri. Negli ultimi mesi, Benin e Nigeria sono stati colpiti da una serie di attacchi violentissimi. Anche nel 2024, il Sahel è stato classificato per il secondo anno consecutivo come epicentro mondiale del terrorismo, concentrando più della metà dei decessi legati ad attacchi nel mondo, secondo il Global terrorism index pubblicato a marzo. Di fronte a queste sfide, la Cedeao si sta mobilitando per reinventarsi. Una Commissione per la riforma sta attualmente lavorando per rafforzare la legittimità istituzionale dell’organizzazione, ripensare la cooperazione in materia di sicurezza e rilanciare il progetto della moneta unica.
Gli impegni
In occasione del 50° anniversario, il capo di Stato nigeriano Bola Ahmed Tinubu, attuale presidente di turno della Cedeao, ha ribadito il fermo impegno del suo Paese nei confronti degli obiettivi e delle attività dell’organizzazione regionale. Nel suo discorso, Tinubu ha sottolineato che la cooperazione regionale è un compito continuo e che gli sforzi per ripristinare la democrazia nella regione restano una priorità: «Nel corso degli anni, la Cedeao ha svolto numerose missioni di osservazione elettorale nei suoi Stati membri e ha implementato programmi agricoli, meccanismi di facilitazione degli scambi commerciali e progetti infrastrutturali strategici». Chiedendo una migliore attuazione di queste politiche, Tinubu ha esortato i leader dei Paesi membri a una maggiore efficacia nel legiferare e agire per affrontare le persistenti sfide sociopolitiche nella regione.
Il presidente nigeriano ha concluso: «È necessario investire di più nei giovani dell’Africa occidentale, in particolare attraverso investimenti nell’istruzione e nella sanità, sostenendo al contempo il coinvolgimento attivo dei giovani nelle attività della Cedeao. Sono loro il nostro futuro».
Enrico Casale
Economic Community of West African States (ECOWAS) President Omar Touray speaks during the ECOWAS 50th Anniversary celebrations in Accra on April 22, 2025. (Photo by Nipah Dennis / AFP)
In attesa di tempi migliori Fragilità e prospettive: il punto con il professor Giovanni Carbone
Abbiamo fatto alcune domande sulla Cedeao/Ecowas a Giovanni Carbone, professore ordinario di Scienza politica nell’Università degli studi di Milano e responsabile del per l’Africa di Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale).
Quale tra i principi fondativi della Cedeao è stato più all’avanguardia?
«All’interno dell’Unione africana ci sono otto organizzazioni economiche regionali il cui compito è rafforzare i sistemi economici statali, a volte molto fragili, e fungere da punto di partenza per l’integrazione economica continentale. Ognuna di esse è cresciuta in modo diverso. Guardando all’insieme di queste organizzazioni, penso che la Cedeao/Ecowas si sia distinta per due punti fondamentali: gli interventi militari organizzati negli anni Novanta per pacificare conflitti e riportare la stabilità nella regione, e il sistema di mobilità interna».
La Cedeao sta vivendo una fase complessa che l’ha ridimensionata nelle ambizioni e nell’azione. Quali ragioni hanno causato queste criticità?
«In realtà, un po’ tutte le organizzazioni economiche regionali stanno vivendo una fase di stallo legata, a mio parere, a un rafforzamento degli interessi nazionali. Molti Stati hanno rallentato il processo di cessione delle proprie prerogative a istanze superiori. Forse nel caso della Cedeao, che ha subito l’uscita di tre suoi membri importanti (Mali, Burkina Faso e Niger), questo fenomeno è maggiormente evidente. Situazioni simili però le riscontriamo anche in altre aree nelle quali diatribe e conflitti tra Stati membri stanno minando la coesione delle organizzazioni economiche regionali. Questa è la fase attuale, non è detto che, in futuro, non si torni a fare passi avanti in termini di integrazione».
La crisi interna della Cedeao, innescata dall’uscita di Niger, Mali e Burkina Faso, è permanente o può ricomporsi?
«Credo che, nel lungo periodo, si ricomporrà. Tutto dipenderà, però, da come evolveranno gli attuali regimi militari, quanto tempo resteranno in carica e se favoriranno il ritorno a regimi democratici. Con un cambio di direzione si potrà provare a ricucire lo strappo».
La fragilità economica e politica della Nigeria ha indebolito la Cedeao?
«Da una decina di anni sono esplosi i problemi interni alla Nigeria, sia politici (con forme di instabilità e insicurezza) sia economici (con il crollo dei tassi di crescita). Ciò ha portato il Paese a concentrarsi molto su se stesso e ha reso più fragile l’organizzazione perché la Nigeria ne è, indubbiamente, la nazione più importante e influente. Negli ultimi mesi ha fatto un tentativo molto forte di mantenere in piedi l’integrazione regionale minacciando l’intervento militare dopo il colpo di Stato in Niger. Una minaccia finita però nel nulla».
Negli ultimi anni, nell’Africa occidentale si sono affacciati nuovi protagonisti internazionali. In particolare la Cina e la Russia. Come possono influire sull’attività della Cedeao?
«L’atteggiamento dei due Paesi mi sembra diverso. La Russia ha interessi strettamente politici. Mosca ha stretto rapporti con i vertici di alcuni Paesi dell’Africa dell’Ovest principalmente in funzione antioccidentale. In questo senso, la frammentazione e la debolezza della Cedeao giocano a suo favore. La Cina si muove in altro modo. In linea teorica sostiene i processi di integrazione continentale e regionale perché da essi potrebbe anche trarre vantaggio sfruttando mercati più ampi e integrati. Al tempo stesso, Pechino ha stabilito rapporti prevalentemente bilaterali con i singoli Paesi senza curarsi molto delle organizzazioni regionali, come appunto la Cedeao/Ecowas».
E.C.
I primi cinquant’anni Cronologia essenziale
1970-1980. Fondazione e primi passi
28 maggio 1975. Viene firmato il «Trattato di Lagos» da 15 Paesi dell’Africa occidentale, istituendo la Cedeao con l’obiettivo di promuovere l’integrazione economica e la cooperazione regionale.
1976. Capo Verde aderisce ufficialmente alla Cedeao, portando il numero dei membri a 16.
1990-2000. Espansione del mandato e interventi militari
1990. Viene istituito l’Ecomog (Economic community of west african states monitoring group), la forza militare della Cedeao, che interviene in Liberia per porre fine alla guerra civile.
1993. Il trattato della Cedeao viene rivisto per includere la promozione della democrazia, la prevenzione dei conflitti e la sicurezza regionale.
1997. Intervento dell’Ecomog in Sierra Leone per ristabilire l’ordine costituzionale.
2000-2013. Rafforzamento istituzionale e nuove sfide
2000. La Mauritania esce dalla Cedeao.
2007. La Segreteria esecutiva viene trasformata in Commissione della Cedeao per migliorare l’efficienza operativa.
2013. Si tiene il primo vertice congiunto Cedeao-Ceeac (Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale) per affrontare questioni di pace e sicurezza.
2017-2024. Crisi politiche e sicurezza regionale
2017. La Cedeao interviene in Gambia per garantire il trasferimento pacifico del potere dopo le elezioni presidenziali.
2023. Colpo di stato in Niger. La Cedeao emette un ultimatum alla giunta militare per il ripristino dell’ordine costituzionale e attiva la forza di pronto intervento. La forza poi non interviene.
2024. Mali, Burkina Faso e Niger annunciano l’uscita dalla Cedeao e la formazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), segnando una delle crisi più gravi nella storia dell’organizzazione (l’uscita sarà formalizzata il 29 gennaio 2025).
2025. cinquantesimo anniversario e sfide future
28 maggio 2025. La Cedeao celebra il suo 50° anniversario a Lagos, riaffermando l’impegno per la cooperazione regionale nonostante le sfide poste dalle recenti crisi politiche e di sicurezza.
E.C.
Russia-Africa. I soldati di Mosca
«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». A Mosca devono aver letto Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Deve sparire il gruppo Wagner, con le sue operazioni militari opache, la sua ambigua autonomia rispetto al Cremlino, la sua dubbia fedeltà, ma non deve mancare uno strumento militare per aumentare l’influenza russa nel Sud del mondo. È così che, dalle ceneri del controverso corpo paramilitare fondato da Evgenij Prigožin, è nato Africa Corps, una forza formalmente integrata nel ministero della Difesa russo. La transizione da una milizia privata a una struttura statale non sembra però priva di ostacoli. A un anno dalla sua creazione, l’Africa Corps appare aver raggiunto il proprio limite operativo, soprattutto nel Sahel.
La nuova struttura è stata concepita dopo la morte di Prigožin e il ridimensionamento del Gruppo Wagner nel 2023. Il Cremlino ha cercato di riassorbire l’apparato paramilitare per controllarlo in modo diretto, puntando su una forza visibile, istituzionale e meno compromettente dal punto di vista politico. Il battesimo ufficiale dell’Africa Corps è arrivato nel gennaio 2024, con l’arrivo dei primi soldati in Africa occidentale.
Evgenij Prigožin era il leader assoluto dellle milizie Wagner, gruppo paramilitare della Russia. Dopo il suo scioglimento, il Cremlino ha inventato gli «Africa Corps». Screenshot.
Il nuovo dispositivo militare mantiene lo stesso obiettivo strategico del predecessore: rafforzare l’influenza russa nei Paesi africani attraverso supporto militare, protezione dei regimi alleati e accesso alle risorse naturali. Mosca offre formazione, intelligence, equipaggiamenti e sostegno nei consessi internazionali. Un «pacchetto» del quale le giunte militari, soprattutto quelle dell’Africa occidentale, hanno disperato bisogno per evitare l’isolamento politico, economico e militare. «In sintesi – è scritto in un’analisi del Cesi (Centro Studi Internazionali) -, la mancanza di alternative [dei Paesi africani, ndr], oltre alla tradizionale indifferenza russa nel rispetto dei diritti umani, costituisce la lega che salda tali alleanze di necessità».
Tuttavia, nonostante l’apparente continuità, l’Africa Corps si scontra oggi con difficoltà che ne limitano l’espansione. Sul piano operativo, le sue missioni sono ridotte rispetto a quelle condotte dal Gruppo Wagner. Secondo un’analisi del sito ciadiano Alwihda Info, l’Africa Corps oggi opera prevalentemente in Libia, Burkina Faso, Mali, Repubblica Centrafricana e Niger, mentre Wagner aveva operato anche in Sudan e, in misura minore, altrove nell’Africa orientale (Mozambico e Madagascar). Ciò è legato anzitutto alle difficoltà logistiche: trasporto, approvvigionamento e mantenimento di contingenti in Paesi poveri e instabili come Niger e Mali richiedono risorse che Mosca, in guerra, sotto sanzioni e sotto pressione bellica in patria, fatica a garantire.
L’azione nel Sahel è apparsa anche meno incisiva: le truppe russe sono spesso confinate alla difesa di infrastrutture strategiche o alla protezione di personalità politiche, più che impegnate in operazioni contro i gruppi jihadisti. Al contrario, i soldati Wagner partecipavano direttamente a missioni contro gruppi terroristici o ribelli e operavano separatamente, seppur a supporto del governo russo. I ricercatori del Combating terrorism center di West Point spiegano che ciò sarebbe dovuto a due fattori. Da un lato, l’Africa Corps ha capacità limitate rispetto alla flessibilità e alla brutalità operativa del Gruppo Wagner. Dall’altro, l’interesse del Cremlino sembra concentrarsi più su ritorni diplomatici e simbolici che su un reale e profondo coinvolgimento militare. La Russia intende mostrarsi presente e affidabile, ma non sembra voler (o poter) impantanarsi in nuovi fronti di combattimento.
Inoltre, anche il reclutamento interno risente delle nuove dinamiche. Wagner era capace di attrarre ex militari, criminali e mercenari offrendo salari alti e una certa libertà d’azione. L’Africa Corps, invece, è vincolato a una struttura più rigida, con soldati provenienti dalle forze regolari russe o da unità speciali, spesso riluttanti a essere impiegati in scenari esterni incerti. Le perdite subite in Ucraina, inoltre, riducono la disponibilità di truppe esperte.
C’è poi un nodo politico. A differenza del Gruppo Wagner, l’Africa Corps è un’estensione diretta dello Stato russo. Questo rende più difficile per Mosca negare il proprio coinvolgimento in caso di violazioni dei diritti umani o di insuccessi militari. L’ambiguità che una volta proteggeva il Cremlino dalle accuse internazionali si è dissolta, e con essa la possibilità di operare «sotto copertura». In compenso, i governi africani possono oggi sfruttare la visibilità della Russia per negoziare più agevolmente con altri attori globali, Cina e Turchia in primis.
In definitiva, l’Africa Corps rappresenta il tentativo del Cremlino di trasformare una politica estera «clandestina» in una presenza istituzionale. Ma i limiti emergono già con chiarezza: l’influenza russa è ancora viva, ma il suo slancio sembra essersi arrestato. Non è escluso che la Russia, nel medio periodo, scelga di ridimensionare le sue ambizioni africane, concentrandosi solo sui Paesi più strategici e meno problematici. Per ora, l’Africa Corps resta un esperimento in fase di rodaggio, simbolo di un imperialismo meno improvvisato ma più esposto.