Tra guerra e speranza
Un Paese segnato da tentativi di ricostruzione e da fratture mai del tutto sanate. Il ritorno di Mohamud alla presidenza ha alimentato aspettative di inclusività e stabilità. Le sfide sono grandi: l’offensiva di al-Shabaab, le tensioni tra Governo centrale e Stati federati e l’intreccio di interessi regionali e internazionali.
«La situazione della sicurezza è peggiorata», afferma Corrado Cok, analista dell’European council on foreign relations (Consiglio europeo per le relazioni internazionali). A partire da gennaio 2025, al-Shabaab ha lanciato una grande offensiva per riconquistare i territori persi nel 2022, quando una combinazione tra clan locali, esercito somalo e sostegno di Stati Uniti e Turchia aveva liberato ampie aree del centro del Paese.
L’avanzata del gruppo jihadista si è concentrata soprattutto negli Stati di Hirshabelle e, in misura minore, nel Galmudug. «In questi mesi al-Shabaab è riuscito a riprendere buona parte del territorio perduto, arrivando a minacciare anche Mogadiscio», spiega l’analista.
Solo l’intervento diretto della Turchia, che ha inviato truppe e istruttori per difendere la capitale, ha permesso di stabilizzare la situazione.
Nelle regioni centrali, invece, la riconquista jihadista ha creato un clima di crescente instabilità. «L’offensiva di al-Shabaab ha riportato indietro di anni la situazione», commenta Cok. «La popolazione civile paga il prezzo più alto, tra violenze, sfollamenti e incertezza quotidiana».

Lo Stato ombra
Al-Shabab non è solo un gruppo jihadista che semina paura. Secondo un’analisi di Robert Kluijver, ricercatore al Centro per le ricerche Internazionali presso Sciences Po-Cnrs a Parigi, pubblicata da The New Humanitarian, il movimento legato ad al-Qaeda ha costruito negli anni uno Stato ombra, che in molte zone del Paese funziona meglio del governo ufficiale. È così che, nonostante gli attacchi militari e la repressione, i miliziani continuano a guadagnare legittimità tra la popolazione.
Il gruppo islamista ha creato un sistema fiscale che, per quanto imposto con la forza, appare più trasparente e prevedibile delle tasse arbitrarie del governo federale. I commercianti, per esempio, ricevono regolari ricevute che li proteggono da doppie imposizioni ai posti di blocco.
Altrettanto rilevante è la gestione della giustizia. I tribunali di al-Shabaab applicano la Sharia con rigidità, ma le sentenze arrivano in tempi rapidi e vengono eseguite. A differenza delle corti statali, accusate di corruzione e inefficienza, quelle dei jihadisti sono percepite come imparziali: i giudici vengono fatti ruotare per ridurre l’influenza dei clan e persino i comandanti del gruppo possono essere processati.
Sul piano della sicurezza, al-Shabaab mantiene un ferreo monopolio della violenza. Crimini comuni e scontri interclanici sono rari nelle aree sotto il suo controllo. Chi possiede armi senza autorizzazione rischia punizioni severe, ma il risultato è una maggiore stabilità rispetto ai territori del Governo, dove gli abusi da parte di funzionari e militari sono frequenti.
Politiche sociali e ambientali
Il movimento non si limita però a esercitare un controllo militare. Impone politiche sociali ed economiche che, pur autoritarie, hanno effetti tangibili. Ha vietato qat e tabacco, incoraggia la produzione locale e regola le esportazioni per proteggere i mercati interni. Sul fronte ambientale ha introdotto restrizioni su disboscamento, produzione di carbone e uso della plastica. Anche per questo, molti cittadini, pur non condividendo l’ideologia jihadista, riconoscono una certa efficacia amministrativa al gruppo.
Un altro punto di forza è la gestione delle dinamiche claniche. In una società dove il sistema tradizionale del xeer condiziona ancora la vita quotidiana, al-Shabaab ha imposto la legge islamica come principio superiore, spostando l’accento dalla responsabilità collettiva a quella individuale. In questo modo indebolisce le reti di potere dei clan e rafforza il proprio ruolo di arbitro.
Si tratta però di un regime molto duro e impermeabile ai diritti umani e ai principi democratici. Le restrizioni sulla vita quotidiana, la censura, i limiti all’educazione delle ragazze e la repressione della libertà personale suscitano diffuso malcontento. Molti somali temono che vivere sotto il dominio jihadista significhi isolamento dal resto del mondo, con meno opportunità di studio, lavoro e contatti internazionali.
L’analisi di Kluijver sottolinea un paradosso: la legittimità di al-Shabaab non nasce da un sostegno ideologico di massa, ma dall’efficacia di un’amministrazione che appare più funzionale e meno corrotta di quella statale. Per questo le strategie esclusivamente militari, sostenute da anni dal governo e dagli alleati internazionali, non hanno scalfito il potere del gruppo. Per la comunità internazionale questo rappresenta un dilemma. Ignorare il ruolo amministrativo di al-Shabaab significa non vedere una realtà che continua a condizionare milioni di somali. Allo stesso tempo, cooperare con il movimento, ad esempio per far arrivare gli aiuti umanitari, rischia di violare le leggi antiterrorismo.

Jubaland e il Nord
Rieletto nel 2022 dopo un primo mandato tra il 2012 e il 2017, Hassan Sheikh Mohamud è tornato alla presidenza della Somalia promettendo maggiore inclusività e un assetto federale più decentrato per superare divisioni e instabilità accentuatesi sotto la precedente amministrazione. Il presidente ha sottolineato la necessità di accompagnare le operazioni militari contro al-Shabaab con un’opera di riconquista del consenso sociale, rafforzando un islam moderato e pacifista e promuovendo negoziati con gli estremisti, strategie volte a isolare la narrativa jihadista.
«Tuttavia – spiega in un’analisi Giovanni Carbone, responsabile del desk Africa di Ispi (Istituto studi di politica internazionale) -, dopo un inizio promettente, le relazioni politiche interne si sono deteriorate, in particolare tra il governo federale e gli Stati federati di Puntland e Jubaland, già critici durante la presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo”». L’accusa principale a Mohamud è quella di voler centralizzare il potere attraverso le riforme costituzionali adottate dal Parlamento nel 2024, che ampliano i poteri presidenziali, rendono il primo ministro dipendente esclusivamente dal capo dello Stato, introducono l’elezione diretta del presidente e limitano a tre il numero di partiti politici. A novembre 2024 Jubaland ha rifiutato le riforme e interrotto ogni rapporto istituzionale con Mogadiscio, mentre Puntland ha ritirato la propria partecipazione alla Conferenza nazionale sul dialogo nell’aprile 2025.
Come osserva Giovanni Carbone, «le tensioni tra governo federale e stati regionali riflettono un conflitto strutturale tra centralizzazione e autonomia, che rimane il principale ostacolo alla stabilità della Somalia». Queste divisioni interne continuano a rendere incerta la prospettiva di pace e sicurezza nel Paese.
A Sud, nella regione del Jubaland, i contrasti tra le autorità locali e il governo federale hanno generato nuovi scontri. «Ad agosto si sono registrati combattimenti intensi -, osserva Cok -. L’Etiopia, in questo contesto, ha fornito un certo sostegno ad alcune fazioni locali, alimentando ulteriormente il conflitto».
Al Nord, la situazione non è meno complicata. A luglio è stato proclamato il nuovo North-East regional state of Somalia, formato dall’unione delle regioni di Sool e Sanaag. «Questa nuova entità è nata sulle ceneri della guerra contro il Somaliland, che ha interessato parte del 2023 e tutto il 2024, e rappresenta un modo per ridurre l’influenza sia del Somaliland che del Puntland», spiega Cok. Ma la nascita dello Stato nordorientale ha generato ulteriori scontri, con combattimenti registrati anche a settembre. «È un quadro che va monitorato con attenzione – sottolinea -. Da un lato si creano nuove forme di rappresentanza, dall’altro si moltiplicano i focolai di conflitto».
Le tensioni sono forti con il Puntland, che mantiene una posizione di aperta sfida al governo, e con il Somaliland, che continua a dichiararsi indipendente. «In questi mesi gli Emirati arabi uniti hanno cercato di mediare tra il governo federale e il Jubaland – osserva Cok -. Ci sono segnali di riavvicinamento, ma la fiducia resta fragile».
Gli altri Stati federali rimangono invece più legati a Mogadiscio, sia per ragioni logistiche che per dipendenza economica. «La vera partita si gioca con Puntland e Jubaland: se non si ricompone il rapporto con loro, la Somalia resterà bloccata in un equilibrio precario», sottolinea Cok.
Rischio di nuove tensioni claniche
Il 2026 dovrebbe essere l’anno delle nuove elezioni, ma l’incertezza è altissima. Nel 2024 il governo federale ha approvato modifiche costituzionali che introducono l’elezione diretta, superando il vecchio «sistema del 4.5» (modello di condivisione del potere basato sui clan, nato dopo la guerra civile, ndr), che distribuiva seggi e potere in base alla rappresentanza clanica.
«In teoria è un passo verso il suffragio universale, come previsto dalla Costituzione transitoria del 2012 – spiega Cok -, ma nella pratica non esistono le condizioni politiche e di sicurezza per votare in tutto il Paese».
Il rischio è duplice: da un lato che le elezioni si trasformino in una frode, limitate a poche aree sicure; dall’altro che si spezzi l’equilibrio clanico che finora ha garantito una fragile suddivisione del potere. «Il sistema 4.5 ha mantenuto una certa stabilità. Romperlo adesso potrebbe riaprire vecchie ferite e risvegliare rivalità claniche simili a quelle degli anni ’90», avverte l’analista.

Etiopia, Kenya e gli altri
Il ruolo delle potenze vicine resta decisivo. «L’Etiopia aveva migliorato i rapporti con Mogadiscio grazie alla mediazione turca, ma negli ultimi mesi la relazione si è deteriorata. Addis Abeba è accusata di sostenere fazioni ostili al governo federale nel Jubaland. Il Kenya, invece, mantiene un approccio più prudente: buoni rapporti con Mogadiscio, ma anche un legame stretto con le autorità del Jubaland, per controllare meglio il confine e prevenire infiltrazioni jihadiste.
Uganda e Burundi giocano un ruolo minore, ma non irrilevante. Kampala, ad esempio, ha ospitato ad aprile una conferenza per rafforzare la missione dell’Unione africana, promettendo nuovi contingenti. Il Burundi, invece, ha ritirato le proprie truppe, in polemica con Mogadiscio.
Sul piano internazionale, la Turchia è oggi il principale partner della Somalia. «Ankara ha investito in tutti i settori: addestramento militare, fornitura di armi e droni, intelligence, gestione del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio», elenca Cok. Nel 2024 è stato firmato anche un accordo sulla sicurezza marittima, che affida ai turchi la protezione di ampi tratti della costa somala, oltre a concessioni per l’esplorazione di idrocarburi offshore.
Gli Stati Uniti restano un attore di peso, soprattutto sul piano militare e dell’intelligence, mentre l’Unione europea concentra i suoi sforzi attraverso missioni di addestramento e programmi di cooperazione. Gli Emirati arabi uniti giocano, invece, una partita di influenza più frammentata, sostenendo in particolare Somaliland, Puntland e Jubaland.
E l’Italia? «Roma continua a considerare la Somalia uno dei principali Paesi partner in Africa», afferma Cok. Oltre alla cooperazione allo sviluppo, l’Italia ha un ruolo centrale nella missione europea di addestramento militare e mantiene una presenza attiva anche nella formazione della polizia somala.
«Di recente – aggiunge – l’Italia ha contribuito con cinque milioni di dollari alla missione dell’Unione africana (Aussom), insieme a Spagna e Corea del Sud». Un impegno che conferma il peso italiano, anche se limitato dalle risorse disponibili.
Un Paese sospeso
La Somalia resta, dunque, un mosaico fragile, attraversato da guerre locali, ambizioni jihadiste e rivalità internazionali. «Non vedo rischi immediati di secessione, a parte il Somaliland» (di fatto indipendente da anni, ndr), conclude Cok. «Ma se la crisi elettorale dovesse degenerare, Stati come il Puntland potrebbero spingersi sempre più verso una vita autonoma e scollegata da Mogadiscio».
In questo scenario incerto, la popolazione continua a vivere tra speranza e paura. Speranza che le elezioni portino maggiore rappresentatività e stabilità. Paura che, invece, il Paese ripiombi nel caos degli anni Novanta.
Enrico Casale

UNA PRESENZA SOLIDALE
La Chiesa c’è attraverso la Caritas
La Somalia è una nazione a maggioranza islamica: le statistiche più recenti indicano che il 99% della popolazione è musulmana. Eppure, la Chiesa cattolica da decenni svolge un ruolo importante a favore della comunità locale. Nel Paese, a parte alcuni sacerdoti impegnati come cappellani nei reparti militari stranieri presenti sul territorio e un prete a Hargeisa (Somaliland), non esiste più una presenza ecclesiale strutturata. Non ci sono chiese, e la cattedrale di Mogadiscio è stata distrutta.
A testimoniare la presenza cattolica resta la Caritas Somalia. È nata nel 1980 per iniziativa di monsignor Salvatore Colombo, allora vescovo di Mogadiscio, per rispondere alla crisi dei rifugiati seguita alla guerra dell’Ogaden e per collegare i bisogni locali con la solidarietà delle Caritas consorelle. Oggi ha sede a Gibuti. «Attualmente – spiegano monsignor Jamal Daibes, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio, e Sara Ben Rached, direttrice esecutiva di Caritas Somalia – lavoriamo con progetti mirati agli sfollati interni, ai migranti, all’empowerment femminile, all’educazione, alla sanità, senza dimenticare le attività di pace e di advocacy, che rappresentano una componente essenziale per costruire un futuro più stabile e dignitoso per la popolazione somala. Operiamo attraverso partner locali, con frequenti missioni in loco».
I rapporti con le autorità sono buoni: Caritas Somalia è riconosciuta dallo Stato come associazione caritativa. Anche le relazioni con la popolazione sono positive. «I rapporti con la gente sono improntati alla fiducia e alla collaborazione, grazie a progetti concreti e partecipativi, secondo la logica dell’“aiuto chiesto e condiviso” – aggiungono -. Pur essendo la Somalia un Paese a maggioranza musulmana, e nonostante vi siano state tensioni, le comunità locali riconoscono e apprezzano l’aiuto ricevuto, senza distinzione di fede. La Chiesa cattolica è percepita soprattutto come una presenza solidale e umanitaria».
Lavorare in Somalia non è semplice. «Siamo impegnati in un contesto complesso – concludono -. Il sostegno internazionale e i fondi sono sempre più scarsi. L’accesso al territorio è limitato, e ciò obbliga a operare quasi esclusivamente attraverso attori locali. A questo si aggiungono l’incertezza politica e i costi elevati legati alla sicurezza. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dall’instabilità climatica: la Somalia è ciclicamente colpita da siccità e inondazioni, fenomeni che devastano i mezzi di sussistenza e costringono migliaia di persone a spostarsi. La presenza di gruppi armati e i conflitti locali accentuano questa precarietà, rendendo difficile avviare progetti di sviluppo a lungo termine. La Somalia è un territorio difficile, ma abbiamo deciso di restare, sempre a fianco della popolazione».
En.Cas.








