Tra guerra e speranza

Un Paese segnato da tentativi di ricostruzione e da fratture mai del tutto sanate. Il ritorno di Mohamud alla presidenza ha alimentato aspettative di inclusività e stabilità. Le sfide sono grandi: l’offensiva di al-Shabaab, le tensioni tra Governo centrale e Stati federati e l’intreccio di interessi regionali e internazionali.

«La situazione della sicurezza è peggiorata», afferma Corrado Cok, analista dell’European council on foreign relations (Consiglio europeo per le relazioni internazionali). A partire da gennaio 2025, al-Shabaab ha lanciato una grande offensiva per riconquistare i territori persi nel 2022, quando una combinazione tra clan locali, esercito somalo e sostegno di Stati Uniti e Turchia aveva liberato ampie aree del centro del Paese.

L’avanzata del gruppo jihadista si è concentrata soprattutto negli Stati di Hirshabelle e, in misura minore, nel Galmudug. «In questi mesi al-Shabaab è riuscito a riprendere buona parte del territorio perduto, arrivando a minacciare anche Mogadiscio», spiega l’analista.

Solo l’intervento diretto della Turchia, che ha inviato truppe e istruttori per difendere la capitale, ha permesso di stabilizzare la situazione.

Nelle regioni centrali, invece, la riconquista jihadista ha creato un clima di crescente instabilità. «L’offensiva di al-Shabaab ha riportato indietro di anni la situazione», commenta Cok. «La popolazione civile paga il prezzo più alto, tra violenze, sfollamenti e incertezza quotidiana».

Soldiers of the Somalia National Army (SNA). (Photo by Tony KARUMBA / AFP)

Lo Stato ombra

Al-Shabab non è solo un gruppo jihadista che semina paura. Secondo un’analisi di Robert Kluijver, ricercatore al Centro per le ricerche Internazionali presso Sciences Po-Cnrs a Parigi, pubblicata da The New Humanitarian, il movimento legato ad al-Qaeda ha costruito negli anni uno Stato ombra, che in molte zone del Paese funziona meglio del governo ufficiale. È così che, nonostante gli attacchi militari e la repressione, i miliziani continuano a guadagnare legittimità tra la popolazione.

Il gruppo islamista ha creato un sistema fiscale che, per quanto imposto con la forza, appare più trasparente e prevedibile delle tasse arbitrarie del governo federale. I commercianti, per esempio, ricevono regolari ricevute che li proteggono da doppie imposizioni ai posti di blocco.

Altrettanto rilevante è la gestione della giustizia. I tribunali di al-Shabaab applicano la Sharia con rigidità, ma le sentenze arrivano in tempi rapidi e vengono eseguite. A differenza delle corti statali, accusate di corruzione e inefficienza, quelle dei jihadisti sono percepite come imparziali: i giudici vengono fatti ruotare per ridurre l’influenza dei clan e persino i comandanti del gruppo possono essere processati.

Sul piano della sicurezza, al-Shabaab mantiene un ferreo monopolio della violenza. Crimini comuni e scontri interclanici sono rari nelle aree sotto il suo controllo. Chi possiede armi senza autorizzazione rischia punizioni severe, ma il risultato è una maggiore stabilità rispetto ai territori del Governo, dove gli abusi da parte di funzionari e militari sono frequenti.

Politiche sociali e ambientali

Il movimento non si limita però a esercitare un controllo militare. Impone politiche sociali ed economiche che, pur autoritarie, hanno effetti tangibili. Ha vietato qat e tabacco, incoraggia la produzione locale e regola le esportazioni per proteggere i mercati interni. Sul fronte ambientale ha introdotto restrizioni su disboscamento, produzione di carbone e uso della plastica. Anche per questo, molti cittadini, pur non condividendo l’ideologia jihadista, riconoscono una certa efficacia amministrativa al gruppo.

Un altro punto di forza è la gestione delle dinamiche claniche. In una società dove il sistema tradizionale del xeer condiziona ancora la vita quotidiana, al-Shabaab ha imposto la legge islamica come principio superiore, spostando l’accento dalla responsabilità collettiva a quella individuale. In questo modo indebolisce le reti di potere dei clan e rafforza il proprio ruolo di arbitro.

Si tratta però di un regime molto duro e impermeabile ai diritti umani e ai principi democratici. Le restrizioni sulla vita quotidiana, la censura, i limiti all’educazione delle ragazze e la repressione della libertà personale suscitano diffuso malcontento. Molti somali temono che vivere sotto il dominio jihadista significhi isolamento dal resto del mondo, con meno opportunità di studio, lavoro e contatti internazionali.

L’analisi di Kluijver sottolinea un paradosso: la legittimità di al-Shabaab non nasce da un sostegno ideologico di massa, ma dall’efficacia di un’amministrazione che appare più funzionale e meno corrotta di quella statale. Per questo le strategie esclusivamente militari, sostenute da anni dal governo e dagli alleati internazionali, non hanno scalfito il potere del gruppo. Per la comunità internazionale questo rappresenta un dilemma. Ignorare il ruolo amministrativo di al-Shabaab significa non vedere una realtà che continua a condizionare milioni di somali. Allo stesso tempo, cooperare con il movimento, ad esempio per far arrivare gli aiuti umanitari, rischia di violare le leggi antiterrorismo.

A senior officer of the Somalia National Army (SNA) talks to villagers at Bariire. (Photo by Tony KARUMBA / AFP)

Jubaland e il Nord

Rieletto nel 2022 dopo un primo mandato tra il 2012 e il 2017, Hassan Sheikh Mohamud è tornato alla presidenza della Somalia promettendo maggiore inclusività e un assetto federale più decentrato per superare divisioni e instabilità accentuatesi sotto la precedente amministrazione. Il presidente ha sottolineato la necessità di accompagnare le operazioni militari contro al-Shabaab con un’opera di riconquista del consenso sociale, rafforzando un islam moderato e pacifista e promuovendo negoziati con gli estremisti, strategie volte a isolare la narrativa jihadista.

«Tuttavia – spiega in un’analisi Giovanni Carbone, responsabile del desk Africa di Ispi (Istituto studi di politica internazionale) -, dopo un inizio promettente, le relazioni politiche interne si sono deteriorate, in particolare tra il governo federale e gli Stati federati di Puntland e Jubaland, già critici durante la presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo”». L’accusa principale a Mohamud è quella di voler centralizzare il potere attraverso le riforme costituzionali adottate dal Parlamento nel 2024, che ampliano i poteri presidenziali, rendono il primo ministro dipendente esclusivamente dal capo dello Stato, introducono l’elezione diretta del presidente e limitano a tre il numero di partiti politici. A novembre 2024 Jubaland ha rifiutato le riforme e interrotto ogni rapporto istituzionale con Mogadiscio, mentre Puntland ha ritirato la propria partecipazione alla Conferenza nazionale sul dialogo nell’aprile 2025.

Come osserva Giovanni Carbone, «le tensioni tra governo federale e stati regionali riflettono un conflitto strutturale tra centralizzazione e autonomia, che rimane il principale ostacolo alla stabilità della Somalia». Queste divisioni interne continuano a rendere incerta la prospettiva di pace e sicurezza nel Paese.

A Sud, nella regione del Jubaland, i contrasti tra le autorità locali e il governo federale hanno generato nuovi scontri. «Ad agosto si sono registrati combattimenti intensi -, osserva Cok -. L’Etiopia, in questo contesto, ha fornito un certo sostegno ad alcune fazioni locali, alimentando ulteriormente il conflitto».

Al Nord, la situazione non è meno complicata. A luglio è stato proclamato il nuovo North-East regional state of Somalia, formato dall’unione delle regioni di Sool e Sanaag. «Questa nuova entità è nata sulle ceneri della guerra contro il Somaliland, che ha interessato parte del 2023 e tutto il 2024, e rappresenta un modo per ridurre l’influenza sia del Somaliland che del Puntland», spiega Cok. Ma la nascita dello Stato nordorientale ha generato ulteriori scontri, con combattimenti registrati anche a settembre. «È un quadro che va monitorato con attenzione – sottolinea -. Da un lato si creano nuove forme di rappresentanza, dall’altro si moltiplicano i focolai di conflitto».

Le tensioni sono forti con il Puntland, che mantiene una posizione di aperta sfida al governo, e con il Somaliland, che continua a dichiararsi indipendente. «In questi mesi gli Emirati arabi uniti hanno cercato di mediare tra il governo federale e il Jubaland – osserva Cok -. Ci sono segnali di riavvicinamento, ma la fiducia resta fragile».

Gli altri Stati federali rimangono invece più legati a Mogadiscio, sia per ragioni logistiche che per dipendenza economica. «La vera partita si gioca con Puntland e Jubaland: se non si ricompone il rapporto con loro, la Somalia resterà bloccata in un equilibrio precario», sottolinea Cok.

Rischio di nuove tensioni claniche

Il 2026 dovrebbe essere l’anno delle nuove elezioni, ma l’incertezza è altissima. Nel 2024 il governo federale ha approvato modifiche costituzionali che introducono l’elezione diretta, superando il vecchio «sistema del 4.5» (modello di condivisione del potere basato sui clan, nato dopo la guerra civile, ndr), che distribuiva seggi e potere in base alla rappresentanza clanica.

«In teoria è un passo verso il suffragio universale, come previsto dalla Costituzione transitoria del 2012 – spiega Cok -, ma nella pratica non esistono le condizioni politiche e di sicurezza per votare in tutto il Paese».

Il rischio è duplice: da un lato che le elezioni si trasformino in una frode, limitate a poche aree sicure; dall’altro che si spezzi l’equilibrio clanico che finora ha garantito una fragile suddivisione del potere. «Il sistema 4.5 ha mantenuto una certa stabilità. Romperlo adesso potrebbe riaprire vecchie ferite e risvegliare rivalità claniche simili a quelle degli anni ’90», avverte l’analista.

Students wave a Somali flag during a demonstration in support of Somalia’s government . (Photo by ABDISHUKRI HAYBE / AFP)

Etiopia, Kenya e gli altri

Il ruolo delle potenze vicine resta decisivo. «L’Etiopia aveva migliorato i rapporti con Mogadiscio grazie alla mediazione turca, ma negli ultimi mesi la relazione si è deteriorata. Addis Abeba è accusata di sostenere fazioni ostili al governo federale nel Jubaland. Il Kenya, invece, mantiene un approccio più prudente: buoni rapporti con Mogadiscio, ma anche un legame stretto con le autorità del Jubaland, per controllare meglio il confine e prevenire infiltrazioni jihadiste.

Uganda e Burundi giocano un ruolo minore, ma non irrilevante. Kampala, ad esempio, ha ospitato ad aprile una conferenza per rafforzare la missione dell’Unione africana, promettendo nuovi contingenti. Il Burundi, invece, ha ritirato le proprie truppe, in polemica con Mogadiscio.

Sul piano internazionale, la Turchia è oggi il principale partner della Somalia. «Ankara ha investito in tutti i settori: addestramento militare, fornitura di armi e droni, intelligence, gestione del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio», elenca Cok. Nel 2024 è stato firmato anche un accordo sulla sicurezza marittima, che affida ai turchi la protezione di ampi tratti della costa somala, oltre a concessioni per l’esplorazione di idrocarburi offshore.

Gli Stati Uniti restano un attore di peso, soprattutto sul piano militare e dell’intelligence, mentre l’Unione europea concentra i suoi sforzi attraverso missioni di addestramento e programmi di cooperazione. Gli Emirati arabi uniti giocano, invece, una partita di influenza più frammentata, sostenendo in particolare Somaliland, Puntland e Jubaland.

E l’Italia? «Roma continua a considerare la Somalia uno dei principali Paesi partner in Africa», afferma Cok. Oltre alla cooperazione allo sviluppo, l’Italia ha un ruolo centrale nella missione europea di addestramento militare e mantiene una presenza attiva anche nella formazione della polizia somala.

«Di recente – aggiunge – l’Italia ha contribuito con cinque milioni di dollari alla missione dell’Unione africana (Aussom), insieme a Spagna e Corea del Sud». Un impegno che conferma il peso italiano, anche se limitato dalle risorse disponibili.

Un Paese sospeso

La Somalia resta, dunque, un mosaico fragile, attraversato da guerre locali, ambizioni jihadiste e rivalità internazionali. «Non vedo rischi immediati di secessione, a parte il Somaliland» (di fatto indipendente da anni, ndr), conclude Cok. «Ma se la crisi elettorale dovesse degenerare, Stati come il Puntland potrebbero spingersi sempre più verso una vita autonoma e scollegata da Mogadiscio».

In questo scenario incerto, la popolazione continua a vivere tra speranza e paura. Speranza che le elezioni portino maggiore rappresentatività e stabilità. Paura che, invece, il Paese ripiombi nel caos degli anni Novanta.

Enrico Casale

UNA PRESENZA SOLIDALE

La Chiesa c’è attraverso la Caritas

La Somalia è una nazione a maggioranza islamica: le statistiche più recenti indicano che il 99% della popolazione è musulmana. Eppure, la Chiesa cattolica da decenni svolge un ruolo importante a favore della comunità locale. Nel Paese, a parte alcuni sacerdoti impegnati come cappellani nei reparti militari stranieri presenti sul territorio e un prete a Hargeisa (Somaliland), non esiste più una presenza ecclesiale strutturata. Non ci sono chiese, e la cattedrale di Mogadiscio è stata distrutta.

A testimoniare la presenza cattolica resta la Caritas Somalia. È nata nel 1980 per iniziativa di monsignor Salvatore Colombo, allora vescovo di Mogadiscio, per rispondere alla crisi dei rifugiati seguita alla guerra dell’Ogaden e per collegare i bisogni locali con la solidarietà delle Caritas consorelle. Oggi ha sede a Gibuti. «Attualmente – spiegano monsignor Jamal Daibes, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio, e Sara Ben Rached, direttrice esecutiva di Caritas Somalia – lavoriamo con progetti mirati agli sfollati interni, ai migranti, all’empowerment femminile, all’educazione, alla sanità, senza dimenticare le attività di pace e di advocacy, che rappresentano una componente essenziale per costruire un futuro più stabile e dignitoso per la popolazione somala. Operiamo attraverso partner locali, con frequenti missioni in loco».

I rapporti con le autorità sono buoni: Caritas Somalia è riconosciuta dallo Stato come associazione caritativa. Anche le relazioni con la popolazione sono positive. «I rapporti con la gente sono improntati alla fiducia e alla collaborazione, grazie a progetti concreti e partecipativi, secondo la logica dell’“aiuto chiesto e condiviso” – aggiungono -. Pur essendo la Somalia un Paese a maggioranza musulmana, e nonostante vi siano state tensioni, le comunità locali riconoscono e apprezzano l’aiuto ricevuto, senza distinzione di fede. La Chiesa cattolica è percepita soprattutto come una presenza solidale e umanitaria».

Lavorare in Somalia non è semplice. «Siamo impegnati in un contesto complesso – concludono -. Il sostegno internazionale e i fondi sono sempre più scarsi. L’accesso al territorio è limitato, e ciò obbliga a operare quasi esclusivamente attraverso attori locali. A questo si aggiungono l’incertezza politica e i costi elevati legati alla sicurezza. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dall’instabilità climatica: la Somalia è ciclicamente colpita da siccità e inondazioni, fenomeni che devastano i mezzi di sussistenza e costringono migliaia di persone a spostarsi. La presenza di gruppi armati e i conflitti locali accentuano questa precarietà, rendendo difficile avviare progetti di sviluppo a lungo termine. La Somalia è un territorio difficile, ma abbiamo deciso di restare, sempre a fianco della popolazione».

En.Cas.




Africa. Turismo avanti tutta

In Africa, il turismo sta vivendo una fase di crescita senza precedenti, con numeri che consolidano il continente tra le mete più ambite al mondo. Nel 2024, secondo l’ultimo World tourism barometer dell’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), l’Africa ha accolto 74 milioni di visitatori internazionali, il 12% in più rispetto al 2023 e oltre i livelli pre pandemici. I ricavi hanno raggiunto 1.600 miliardi di dollari, segno che non solo gli arrivi ma anche la spesa media per turista sono aumentati.

Il World travel & tourism council (Wttc) prevede che nei prossimi dieci anni il settore creerà quasi 14 milioni di nuovi posti di lavoro in Africa, con una crescita media annua del Pil turistico del 6,8%, più del doppio rispetto all’andamento dell’economia complessiva. Già oggi il turismo contribuisce per circa il 10% al Pil mondiale e si conferma come uno dei motori dello sviluppo continentale.

Dietro questi numeri incoraggianti si nasconde però un paradosso. Una ricerca dell’Università di Manchester, pubblicata su «African studies review», mostra che i maggiori benefici del turismo di lusso – il segmento in più rapida espansione – finiscono in larga parte nelle mani di investitori stranieri. Lodge esclusivi e resort appartengono per lo più a gruppi internazionali, assumono manodopera locale solo in misura limitata e dipendono da beni importati e agenzie estere. Di conseguenza, gran parte del valore economico creato defluisce all’estero, mentre le comunità africane ricevono solo una minima parte.

Turismo di alta gamma

Il fenomeno è evidente in Paesi come Kenya, Tanzania, Sudafrica e Rwanda, dove safari personalizzati, trekking con i gorilla ed ecolodge nelle riserve protette attirano un pubblico facoltoso. Secondo Travel and tour world, il benessere e il turismo sostenibile alimentano questa crescita, ma la realtà è più complessa. Come riporta l’agenzia Reuters, i resort «all inclusive» isolano spesso i visitatori dalla vita locale, impedendo loro di spendere nei villaggi circostanti. I profitti restano concentrati nelle mani delle multinazionali o di una ristretta élite, mentre i salari della maggior parte dei lavoratori del settore rimangono bassi.

Non mancano le tensioni. In Kenya un attivista ha intentato una causa per bloccare l’apertura di un lodge del Ritz-Carlton nel Masai Mara, accusato di sottrarre terre ai pastori locali. In Tanzania, le proteste contro lo sfratto di migliaia di Masai per far posto a lodge di caccia hanno portato a scontri mortali con la polizia, secondo quanto documentato da Reuters. Episodi che rivelano come un’industria presentata come «a basso impatto e ad alto valore aggiunto» possa in realtà alimentare conflitti e disuguaglianze.

Eppure, esistono esempi di un modello diverso. Travel and tour world sottolinea che il turismo di lusso può crescere senza compromettere la sostenibilità, a patto che i governi introducano regole chiare: redistribuzione più equa dei ricavi, tutela delle comunità dall’accaparramento delle terre, investimenti in formazione. In Uganda, ad esempio, il trekking con i gorilla garantisce parte degli introiti alle popolazioni locali, mentre nelle Mauritius cresce l’offerta di ecoturismo che valorizza natura e cultura.

Dove vanno i turisti

Il 2024 ha confermato anche una geografia turistica molto diversificata. Secondo Africa Briefing, il Nord Africa guida i flussi: il Marocco ha accolto 17,4 milioni di turisti, seguito dall’Egitto con 15,7 milioni e dalla Tunisia con 10,2 milioni. Nell’Africa australe e orientale il Sudafrica ha registrato 8,9 milioni di arrivi, mentre Kenya e Tanzania restano poli cruciali per i safari. Uganda e Zimbabwe hanno visto crescere i visitatori grazie a parchi naturali e cascate, mentre le isole – Mauritius, Seychelles e Capo Verde – rafforzano la loro immagine di paradisi del lusso eco responsabile.

Per il 2025 l’Unwto stima un’ulteriore crescita tra il 3 e il 5%. Il settore turistico contribuisce ad almeno l’8,5% del prodotto interno lordo nazionale del Sudafrica. I primi dati lo confermano. Nel solo mese di luglio il Paese ha accolto 880mila visitatori, con un aumento del 26% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, tra il 2019 e il 2024 le start up sudafricane del settore hanno attirato oltre 39 milioni di dollari di investimenti in venture capital, più della metà del totale registrato in Africa. Dati positivi anche per l’Egitto. Un rapporto diffuso da Fitch solutions stima che le entrate del turismo si attesteranno a 17,5 miliardi di dollari alla fine del 2025, in aumento rispetto ai 16,2 miliardi dello scorso anno, con una crescita dell’8,1% su base annua. Le previsioni parlano poi di 18,6 miliardi nel 2026, 19,6 miliardi nel 2027, oltre 20 miliardi nel 2028 e 20,9 miliardi nel 2029.

Per trasformare il boom turistico del continente in sviluppo inclusivo, i governi africani dovranno però affrontare tre sfide decisive: dotarsi di infrastrutture moderne anche nelle aree rurali, formare personale qualificato e, soprattutto, adottare politiche che mettano al centro la sostenibilità sociale e ambientale.

Enrico Casale




Etiopia. Inaugurata la maggiore diga d’Africa

Uno sbarramento gigantesco. Un blocco di cemento e acciaio che sbarra uno dei fiumi più lunghi e imponenti del mondo. Ci sono voluti quindici anni per costruirlo e ora è pronto. Il 9 settembre l’Etiopia ha ufficialmente inaugurato la Grand ethiopian renaissance dam (Gerd), la più grande diga idroelettrica dell’Africa. Un’opera colossale che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbe garantire elettricità a milioni di etiopi, sostenere lo sviluppo agricolo, trasformare il Paese in un hub energetico regionale e regolare il corso del Nilo Azzurro (il principale affluente del Nilo). L’entusiasmo di Addis Abeba si scontra però con i timori e le proteste dei vicini, in particolare Egitto e Sudan, che vedono nella faraonica infrastruttura una minaccia per la loro sopravvivenza economica e sociale.

L’opera
I lavori sono cominciati nel 2011, nella regione di Benishangul-Gumuz, a quindici chilometri dal confine sudanese. A realizzarla è stata l’italiana Salini Impregilo (oggi Webuild), con un cantiere che ha richiesto migliaia di operai, turni continui e la costruzione di una vera e propria città di supporto. Il risultato è uno sbarramento di dimensioni imponenti. La diga principale, in calcestruzzo compattato, è alta 145 metri e lunga 1.780; accanto si estende una diga di sella (una struttura idraulica secondaria, costruita per integrare quella principale) di cinque chilometri. Il bacino, battezzato Nigat Lake, ha una capacità di 74 miliardi di metri cubi e copre quasi 1.900 chilometri quadrati di superficie.
A pieno regime, le 16 turbine installate genereranno 5.150 megawatt di potenza, con una produzione annua di circa 15.700 gigawattora: un quantitativo sufficiente a triplicare l’attuale disponibilità di elettricità del Paese. L’obiettivo del governo è garantire energia a una popolazione di oltre 130 milioni di persone, di cui circa 60 milioni oggi ancora senza accesso alla corrente, e allo stesso tempo vendere elettricità ai Paesi vicini. Addis Abeba prevede entrate per 427 milioni di dollari tra il 2025 e il 2026, in gran parte grazie a contratti con aziende minerarie.

I benefici
La diga ha già cambiato gli equilibri energetici interni. In questi ultimi anni, il bacino ha iniziato a riempirsi. A settembre 2025 le riserve hanno raggiunto i 64 miliardi di metri cubi, quattro in più rispetto all’anno precedente coprendo, da sola, un terzo della produzione nazionale di energia, con un aumento del 43% rispetto all’anno precedente. Per un Paese che dipende dalle esportazioni di caffè e fiori recisi, la vendita di elettricità rappresenta una nuova fonte di valuta estera, cruciale per finanziare infrastrutture e sostenere la modernizzazione. Non a caso la Gerd è diventata un simbolo del «rinascimento etiope»: campeggia su poster e magneti venduti nei mercati di Addis Abeba e ha raccolto consenso popolare anche grazie a bond diffusi tra i cittadini, che hanno contribuito a finanziare il progetto per cinque miliardi di dollari. Sul piano pratico, la diga dovrebbe contribuire anche alla regolazione del Nilo Azzurro, riducendo le inondazioni stagionali e mitigando gli effetti delle siccità, con benefici diretti per l’agricoltura, settore che occupa il 70% degli etiopi.

Gli equilibri internazionali
Negli anni, però, il sogno etiope è diventato un incubo per i Paesi a valle. L’Egitto dipende per circa il 90% dal Nilo per il suo fabbisogno idrico, il Sudan per il 70%. Entrambi denunciano che un serbatoio di tali dimensioni rischia di compromettere la loro sicurezza idrica, soprattutto in caso di periodi di scarse piogge. Le tensioni non sono nuove. Fin dall’avvio dei lavori si sono moltiplicati i negoziati tra i tre Paesi, ma nessuno ha portato a un accordo vincolante. Una delle questioni più controverse è la gestione del flusso in caso di siccità: il Cairo pretende garanzie precise, Addis Abeba si oppone a vincoli che limiterebbero la sua sovranità. «Se immagazzini 60 miliardi di acqua che prima fluivano in Egitto, non crei un danno?», ha denunciato Abbas Sharaky, professore di Geologia all’Università del Cairo.
Per l’Egitto, la Gerd non è solo un problema idrico ma anche una questione identitaria e politica: il Nilo è considerato «un fiume sacro», legato alla storia stessa della nazione. Vederne le acque controllate dall’Etiopia è vissuto come un affronto. La minaccia di bombardare la Gerd è stata evocata più volte da esponenti egiziani, soprattutto negli anni di maggiore tensione con l’Etiopia. Il caso più noto risale al 2013, quando durante una riunione politica trasmessa per errore in diretta televisiva, diversi leader egiziani parlarono apertamente di possibili azioni militari contro la diga. In quell’occasione l’ex presidente del Parlamento Essam El-Erian e l’esponente del partito al-Wafd Mounir Fakhry Abdel Nour ipotizzarono il bombardamento della diga per impedire all’Etiopia di deviare le acque del Nilo Azzurro. Successivamente, anche alti ufficiali egiziani hanno lasciato intendere che «tutte le opzioni restano sul tavolo», compresa l’azione militare, se il progetto minacciasse la sicurezza idrica dell’Egitto. Addis Abeba ribatte che gli accordi del 1959 tra Egitto e Sudan, che regolavano l’uso del fiume, sono ormai anacronistici e non possono vincolare un Paese che non li ha mai firmati.

Mancano gli accordi
Dietro la diga si gioca anche una partita che va oltre l’acqua e l’energia: riguarda il prestigio regionale, le prospettive economiche e la stabilità politica. Per il premier Abiy Ahmed, reduce dalle difficoltà economiche e dalle ferite della guerra civile con il Tigray, la Gerd è un investimento d’immagine e una promessa di riscatto. Non a caso l’inaugurazione è stata programmata in coincidenza con un summit climatico ad Addis Abeba, in vista della Cop30 in Brasile, per presentare la diga come progetto collettivo e attrarre consensi sul piano africano.
Resta però un’incognita: se il clima dovesse cambiare e le piogge ridursi, le tensioni potrebbero esplodere di nuovo. Senza un accordo condiviso sulla gestione delle emergenze, «la diga della rinascita» rischia di trasformarsi nella diga della discordia.

Enrico Casale




Africa dell’Ovest. Franco Cfa, pro e contro

Residuato del neocolonialismo o strumento di stabilità economica? Il franco Cfa (franc communauté financière africaine, in francese), moneta utilizzata da otto Paesi dell’Africa occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo), continua a generare dibattiti accesi.
Istituito nel 1945 come «franco delle colonie francesi d’Africa», il suo obiettivo iniziale era stabilizzare le economie coloniali e proteggerle dalla svalutazione del franco francese. Con le indipendenze, molti Stati decisero di mantenere la moneta, attratti dalla stabilità e dalla garanzia di convertibilità assicurata dalla Francia.
Nel 1999, con l’introduzione dell’euro, la parità fu fissata a un euro per 655,957 franchi. Il sistema si regge ancora oggi sulla garanzia di convertibilità illimitata offerta da Parigi. Per decenni, i Paesi aderenti hanno dovuto depositare una quota delle loro riserve valutarie presso il Tesoro francese: il 100% inizialmente, poi ridotta al 50%. Una clausola spesso criticata come forma di controllo finanziario, così come la storica presenza francese negli organi decisionali della Bceao, la banca centrale comune.

I vantaggi, secondo i sostenitori
Secondo Emilio Sacerdoti, già funzionario del Fondo monetario internazionale e ora consulente della Banca mondiale e dell’Unione europea per l’Africa, «il grande vantaggio del franco Cfa è la stabilità». Il cambio fisso con l’euro (e in passato con il franco francese) ha consentito all’area Cfa di mantenere un’inflazione media del 3%, contro tassi molto più alti in Paesi come Nigeria o Ghana.
Tra il 2015 e il 2020, i Paesi dell’Uemoa (Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale) hanno registrato una crescita media del 6%, con punte del 7% in Costa d’Avorio e del 6% in Senegal. «Una moneta stabile – sottolinea Sacerdoti – ha favorito l’espansione del credito, degli investimenti e il rafforzamento del settore privato».
Tuttavia, il cambio fisso comporta anche rigidità. «Quando l’euro si rafforza troppo rispetto al dollaro – come è avvenuto tra il 2010 e il 2012 – i Paesi Cfa ne soffrono – osserva Sacerdoti -. Le loro esportazioni, quotate in dollari (caffè, cacao, oro, arachidi), diventano meno competitive».
Anche Amath Ndiaye, economista ed ex membro del Comitato per la futura Banca centrale africana dell’Unione africana, difende il franco Cfa, definendolo uno «scudo economico». Dopo la riforma del 2019, sottolinea, «la politica monetaria dell’Uemoa è formalmente sovrana». La Francia non partecipa più agli organi decisionali della Bceao e interviene solo in caso di crisi di liquidità in valuta estera. La parità con l’euro, dunque, «non è più imposta, ma frutto di una scelta sovrana degli Stati membri».
Secondo Ndiaye, il franco Cfa contribuisce a contenere l’inflazione, attrarre investimenti e rafforzare la credibilità macroeconomica. Sarebbe quindi uno «strumento di sovranità controllata» in un contesto internazionale instabile, capace di coesistere con strategie per l’industrializzazione e l’occupazione.

Le critiche
Non tutti condividono questa visione. «La stabilità del tasso di cambio deriva dal fatto che la strategia monetaria riflette quella dell’Eurozona – scrive Rémy Herrera, economista del Centro nazionale per la ricerca scientifica francese (Cnrs) –. Le valute dell’area franco non sono altro che estensioni dell’euro in Africa».
Secondo Herrera, la stabilità monetaria favorisce soprattutto gli operatori stranieri, come dirigenti transnazionali o investitori europei, piuttosto che le piccole imprese locali. Il sistema protegge chi ha capitali da trasferire, ma non stimola la produzione interna né la diversificazione economica.
Le economie che usano il franco Cfa restano infatti concentrate nei settori primari: agricoltura e risorse naturali. La cooperazione monetaria con la Francia, sostiene Herrera, non ha favorito un’autentica integrazione internazionale né un commercio regionale dinamico. Le esportazioni restano orientate verso l’Europa, mentre il commercio intraregionale si attesta su livelli modesti: circa il 15% in Africa occidentale e appena il 10% in Africa centrale, contro oltre il 60% dell’area euro.

Il nuovo progetto
Il franco Cfa resta una moneta al centro di due visioni contrapposte: da un lato, strumento di stabilità e garanzia macroeconomica; dall’altro, simbolo di una sovranità monetaria incompiuta. La riforma del 2019 ha introdotto cambiamenti significativi, ma il dibattito resta aperto.
Nel 2010, l’allora presidente senegalese Abdoulaye Wade affermò: «Dopo 50 anni di indipendenza, se riacquistiamo il nostro potere monetario, riusciremo a gestire meglio le nostre economie». Una possibile alternativa potrebbe essere una moneta unica della Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale). Il progetto esiste, ma è ancora sulla carta.

Enrico Casale




Africa. Il debito che soffoca

In Africa, il debito estero ha raggiunto livelli critici e sta diventando un problema grave. Secondo Afreximbank (African export–import bank), nel 2023, ammontava a 1.160 miliardi di dollari ed, entro il 2028, potrebbe arrivare a 1.290 miliardi. I dieci Paesi più indebitati – Sudafrica, Egitto, Nigeria, Marocco, Mozambico, Angola, Kenya, Ghana, Costa d’Avorio e Senegal – detengono quasi il 70% dell’esposizione complessiva. Il rapporto debito/Pil aggregato del continente è salito al 71,7%, dopo un’impennata di 39 punti percentuali dalla crisi del 2008.

Le cause
Dietro questa corsa all’indebitamento si celano diverse cause: infrastrutture da costruire, spese sanitarie e scolastiche elevate, accesso limitato ai mercati finanziari interni e alti tassi di interesse. Le pressioni demografiche e la domanda crescente di valuta estera hanno spinto molti Paesi a contrarre prestiti da attori multilaterali e da creditori privati, attratti dalla possibilità di profitti elevati. Con una conseguenza: molti Paesi ora spendono più per ripagare gli interessi che per la scuola o la sanità. Sono 48 in totale, secondo il rapporto «Un mondo di debiti» dell’Unctad (agenzia Onu per lo sviluppo e il commercio), gli Stati che oggi spendono più in interessi sul debito che nei servizi essenziali. Tra questi molti Paesi africani, dove i governi, per onorare i rimborsi, hanno imposto tasse più alte e tagliato i sussidi su beni di prima necessità. In Kenya e Nigeria queste misure hanno innescato proteste diffuse.
L’analisi di Afreximbank divide i Paesi in tre gruppi: quelli a rischio moderato, come Rwanda, Senegal, Mali e Costa d’Avorio; quelli ad alto rischio, come Kenya, Guinea-Bissau, Etiopia e Tunisia; e quelli già sull’orlo dell’insolvenza, come Zambia, Mozambico, Sudan e Ghana. Altri Stati, come Egitto e Angola, mantengono l’accesso ai mercati, ma con un rischio sovrano elevato.

Recessione
Il quadro è aggravato da un contesto globale difficile. Dopo il rallentamento economico iniziato nel 2015 e acuito dalla pandemia da Covid-19, il Pil dell’Africa subsahariana ha subito la prima recessione in oltre 25 anni nel 2020. Il debito, che nel 2011 era al 39,5% del Pil, ha così superato il 70% già nel 2020. Il Covid ha colpito un continente già vulnerabile, con economie poco diversificate, fortemente dipendenti dalle esportazioni e dagli aiuti esterni.
Il debito africano è anche cambiato nella composizione: oggi, il 61% è detenuto da creditori privati, meno disposti a negoziare. Nel ventennio 2000-2019, diciotto Paesi africani sono entrati per la prima volta nei mercati obbligazionari internazionali, spesso attratti dall’assenza di condizionalità tipiche dei prestiti multilaterali. Una condizione che aggrava il peso delle scadenze e rende più difficile qualsiasi ristrutturazione del debito. L’Unctad denuncia come l’attuale architettura finanziaria internazionale penalizzi i Paesi poveri, rendendo i costi del debito insostenibili e alimentando il divario tra Nord e Sud del mondo. La Cina è emersa come il principale creditore bilaterale, detiene circa il 13% del debito africano – soprattutto nei confronti di Angola, Kenya, Camerun, Sudafrica ed Etiopia -. Ma l’assenza di trasparenza rende i dati poco certi.

Che fare?
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative per tamponare la crisi. Durante la pandemia, la Banca mondiale (Bm) e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno promosso la «Debt service suspension initiative» (Dssi), che ha consentito una temporanea sospensione dei pagamenti per oltre 40 Paesi. Ma l’adesione è stata limitata, anche per il timore di un peggioramento del rating da parte dei mercati. Nel 2020 il G20 ha varato il «Common framework for debt treatment», un meccanismo per affrontare i casi più critici di insolvenza. Finora solo Ciad, Etiopia e Zambia hanno aderito. Un’altra iniziativa del Fmi è stata l’emissione straordinaria di Diritti speciali di prelievo (Dsp): dei 650 miliardi complessivi, 23 sono stati assegnati ai Paesi dell’Africa subsahariana.

Diritti e bilanci
A fronte di queste misure, la sostenibilità del debito africano rimane una sfida aperta. La crisi, come ha ricordato papa Francesco, «colpisce soprattutto i Paesi del Sud del mondo, generando miseria e angoscia». Il Pontefice ha auspicato «una nuova architettura finanziaria internazionale, audace e creativa», che rimetta al centro i diritti umani e non solo i bilanci.
Un obiettivo fatto proprio da Caritas italiana che ha lanciato la campagna «Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza», collegata alla campagna globale «Turn debt into hope» di Caritas Internationalis. «La campagna mira a sensibilizzare sull’urgenza di ristrutturare o condonare i debiti dei Paesi poveri e a riformare l’iniqua architettura finanziaria internazionale – afferma Massimo Pallottino di Caritas -. Un sistema che sostiene modelli di produzione e consumo responsabili del riscaldamento globale, alluvioni e siccità, danneggiando soprattutto le popolazioni più povere e vulnerabili. Serve una mobilitazione collettiva e individuale per promuovere cambiamenti di atteggiamento. I cambiamenti partono anche da noi».
Anche Afreximbank raccomanda misure concrete: politiche fiscali solide, strategie di crescita a lungo termine, riforme della finanza globale e una gestione più autonoma e trasparente del debito. Solo così l’Africa potrà invertire la rotta e liberarsi da una spirale debitoria che rischia di soffocare ogni possibilità di sviluppo.

Enrico Casale




Guardando avanti

Nasce come progetto d’integrazione economica. Diventa strumento di stabilità e sicurezza. Le sfide sono importanti, e si stanno attraversando anni di crisi. Il presidente di turno esorta i membri a maggiore impegno per il futuro.

Il 28 maggio, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao in francese, Ecowas in inglese) ha celebrato i suoi cinquant’anni. Nata come un sogno di integrazione africana post coloniale, l’organizzazione si trova oggi ad affrontare un presente e un futuro di grandi incertezze, dubbi e tensioni, con il rischio che il suo progetto iniziale si infranga contro l’emergere di nuovi movimenti politici ed economici.

Nascita e visione

L’organizzazione regionale è stata fondata il 28 maggio 1975 con la firma del Trattato di Lagos (Nigeria). L’idea di creare una vasta area di scambio e stabilità era nata dalla visione di capi di Stato illuminati come il nigeriano Yakubu Gowon, il togolese Gnassingbé Eyadéma, il senegalese Léopold Sédar Senghor, l’ivoriano Felix Houphouët-Boigny, il guineano Sékou Touré e il maliano Moussa Traoré.

Similmente ai grandi leader europei del dopoguerra, essi erano convinti che l’integrazione economica, la libera circolazione di beni, persone e capitali potessero favorire anche l’integrazione politica e sociale della regione. Allo stesso tempo, ritenevano che una grande organizzazione come la Cedeao potesse diventare un elemento di stabilizzazione, esercitando il proprio peso politico per ripristinare la democrazia e le istituzioni in contesti di crisi.

Come ha recentemente sostenuto il ministro degli Esteri nigeriano Yusuf Tuggar in un’intervista alla Bbc: «A volte diamo per scontato quanto è stato realizzato. L’idea di un blocco regionale emerse quando i leader dell’Africa occidentale cercarono di unire la regione e la sua popolazione attraverso l’unità panafricana e la cooperazione economica. La visione era ambiziosa. Tra i popoli che condividevano una storia comune segnata da schiavitù, confini coloniali, sottosviluppo, l’idea di un’unione fu molto ben accolta».

Successi economici e infrastrutturali

In cinquant’anni, pur tra mille difficoltà, la Cedeao ha raggiunto risultati significativi in campo economico. Nazif Abdullahi, commissario per gli Affari interni della Cedeao, ha spiegato in un’intervista all’emittente francese Rfi: «Se oggi in Niger è presente il gruppo nigeriano Dangote, se si va ad Abidjan e si vedono i commercianti ghanesi, se in Senegal si incontrano aziende della Costa d’Avorio che si occupano sia di commercio sia di produzione locale, è merito della Cedeao. L’organizzazione sta compiendo ulteriori sforzi per garantire che il livello di integrazione e coesione economica sia raggiunto e poi consolidato. Tanto più che una parte significativa dei nostri attori economici opera ancora nel settore informale e può fare un passo in avanti. In ogni caso, stiamo molto meglio rispetto al 1975. Abbiamo fatto tanta strada in termini di scambi commerciali ed economici. Certamente si può fare di più: il commercio interregionale, infatti, ristagna, attestandosi a meno del 15% delle esportazioni totali».

Dal punto di vista infrastrutturale, il corridoio Lagos-Abidjan è ormai una realtà. Lo stesso vale per il West african power pool (Wapp), il progetto che ha reso possibile condividere la produzione e la trasmissione di elettricità nell’Africa occidentale. Attualmente risultano interconnessi settemila chilometri di linee elettriche, ma l’obiettivo ultimo è raggiungere i 16mila entro cinque anni.

Serge Dioman, esperto di energia, ha osservato in un’intervista a Rfi: «Diversi Paesi stanno riuscendo a mettere in comune la loro produzione e si sta creando un mercato nel settore del trasporto energetico. I Paesi che più necessitano di corrente elettrica possono acquistare energia attraverso il Wapp».

Un’altra infrastruttura importantissima che si sta lentamente sviluppando è il gasdotto African atlantic gas pipeline, che porterà il gas dalla Nigeria lungo la costa dell’Africa occidentale fino al Marocco, con il potenziale di rifornire più rapidamente, e in modo più efficace, l’Europa.

La sfida della moneta unica

Una delle principali iniziative dell’unione che non ha ancora dato i suoi frutti è quella di introdurre una moneta unica subregionale.

Proposta per la prima volta negli anni Novanta, questa iniziativa non si è ancora concretizzata, anche se i leader regionali affermano che continua a essere una possibilità. Ad aprile, i governatori delle banche centrali e i ministri delle Finanze dell’Africa occidentale si sono incontrati ad Abuja per riaffermare il loro impegno nei confronti della moneta unica, fissando una nuova data di lancio per il 2027. La volontà dei principali leader politici è autentica, ma alcuni Paesi membri non rispettano ancora i principi economici fondamentali e ciò rallenta il progetto.

Circolazione e sicurezza

La Cedeao è stata, però, qualcosa di più di un semplice mercato internazionale o di uno spazio doganale in cui produrre e commerciare senza vincoli. Come in Europa tramite l’Unione europea, anche in Africa occidentale si è scommesso sulla libera circolazione delle persone. La nascita di un passaporto comune ha garantito frontiere più aperte. Alieu Omar Touray, presidente della Commissione Cedeao, ha osservato: «Con un documento biometrico si può viaggiare da Lagos a Dakar senza alcun visto. Per chi di noi viaggia spesso all’interno del continente, questo è un piccolo miracolo. Ricordo un uomo d’affari africano che mi diceva di avere bisogno di 39 visti per viaggiare in Africa, mentre nell’area Cedeao nessun Paese chiede un visto ai cittadini comuni, tantomeno a un dirigente d’azienda».

Negli anni, la Cedeao ha svolto un ruolo fondamentale di stabilizzazione e di difesa dei valori democratici. Revisionato nel 1993, il trattato dell’organizzazione ha ampliato la sua  missione oltre la sfera economica. Nel contesto dei conflitti civili in Liberia, Sierra Leone e Guinea-Bissau, la Cedeao è diventata un attore della diplomazia della sicurezza, in particolare attraverso la forza di intervento militare Ecomog (Economic community of west african states monitoring group), nata nel 1990, che ha segnato l’impegno concreto per il ripristino della pace.

Un futuro incerto

Un ruolo, quello della stabilizzazione, che negli ultimi anni, ha iniziato a vacillare. Un’ondata di colpi di Stato militari, infatti, ha coinvolto in sequenza Mali, Guinea, Burkina Faso e Niger, Paesi che (a eccezione della Guinea) nel 2024 hanno deciso di uscire dall’organizzazione per creare l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes). Questo ritiro rappresenta una delle crisi interne più gravi nella storia della Cedeao. Questa si è trovata inoltre ad affrontare una recrudescenza della violenza jihadista, alimentata dalle tensioni interne tra gli Stati membri. Negli ultimi mesi, Benin e Nigeria sono stati colpiti da una serie di attacchi violentissimi. Anche nel 2024, il Sahel è stato classificato per il secondo anno consecutivo come epicentro mondiale del terrorismo, concentrando più della metà dei decessi legati ad attacchi nel mondo, secondo il Global terrorism index pubblicato a marzo. Di fronte a queste sfide, la Cedeao si sta mobilitando per reinventarsi. Una Commissione per la riforma sta attualmente lavorando per rafforzare la legittimità istituzionale dell’organizzazione, ripensare la cooperazione in materia di sicurezza e rilanciare il progetto della moneta unica.

Gli impegni

In occasione del 50° anniversario, il capo di Stato nigeriano Bola Ahmed Tinubu, attuale presidente di turno della Cedeao, ha ribadito il fermo impegno del suo Paese nei confronti degli obiettivi e delle attività dell’organizzazione regionale. Nel suo discorso, Tinubu ha sottolineato che la cooperazione regionale è un compito continuo e che gli sforzi per ripristinare la democrazia nella regione restano una priorità: «Nel corso degli anni, la Cedeao ha svolto numerose missioni di osservazione elettorale nei suoi Stati membri e ha implementato programmi agricoli, meccanismi di facilitazione degli scambi commerciali e progetti infrastrutturali strategici». Chiedendo una migliore attuazione di queste politiche, Tinubu ha esortato i leader dei Paesi membri a una maggiore efficacia nel legiferare e agire per affrontare le persistenti sfide sociopolitiche nella regione.

Il presidente nigeriano ha concluso: «È necessario investire di più nei giovani dell’Africa occidentale, in particolare attraverso investimenti nell’istruzione e nella sanità, sostenendo al contempo il coinvolgimento attivo dei giovani nelle attività della Cedeao. Sono loro il nostro futuro».

Enrico Casale

Economic Community of West African States (ECOWAS) President Omar Touray speaks during the ECOWAS 50th Anniversary celebrations in Accra on April 22, 2025. (Photo by Nipah Dennis / AFP)

In attesa di tempi migliori
Fragilità e prospettive: il punto con il professor Giovanni Carbone

Abbiamo fatto alcune domande sulla Cedeao/Ecowas a Giovanni Carbone, professore ordinario di Scienza politica nell’Università degli studi di Milano e responsabile del per l’Africa di Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale).

Quale tra i principi fondativi della Cedeao è stato più all’avanguardia?

«All’interno dell’Unione africana ci sono otto organizzazioni economiche regionali il cui compito è rafforzare i sistemi economici statali, a volte molto fragili, e fungere da punto di partenza per l’integrazione economica continentale. Ognuna di esse è cresciuta in modo diverso. Guardando all’insieme di queste organizzazioni, penso che la Cedeao/Ecowas si sia distinta per due punti fondamentali: gli interventi militari organizzati negli anni Novanta per pacificare conflitti e riportare la stabilità nella regione, e il sistema di mobilità interna».

La Cedeao sta vivendo una fase complessa che l’ha ridimensionata nelle ambizioni e nell’azione. Quali ragioni hanno causato queste criticità?

«In realtà, un po’ tutte le organizzazioni economiche regionali stanno vivendo una fase di stallo legata, a mio parere, a un rafforzamento degli interessi nazionali. Molti Stati hanno rallentato il processo di cessione delle proprie prerogative a istanze superiori. Forse nel caso della Cedeao, che ha subito l’uscita di tre suoi membri importanti (Mali, Burkina Faso e Niger), questo fenomeno è maggiormente evidente. Situazioni simili però le riscontriamo anche in altre aree nelle quali diatribe e conflitti tra Stati membri stanno minando la coesione delle organizzazioni economiche regionali. Questa è la fase attuale, non è detto che, in futuro, non si torni a fare passi avanti in termini di integrazione».

La crisi interna della Cedeao, innescata dall’uscita di Niger, Mali e Burkina Faso, è permanente o può ricomporsi?

«Credo che, nel lungo periodo, si ricomporrà. Tutto dipenderà, però, da come evolveranno gli attuali regimi militari, quanto tempo resteranno in carica e se favoriranno il ritorno a regimi democratici. Con un cambio di direzione si potrà provare a ricucire lo strappo».

La fragilità economica e politica della Nigeria ha indebolito la Cedeao?

«Da una decina di anni sono esplosi i problemi interni alla Nigeria, sia politici (con forme di instabilità e insicurezza) sia economici (con il crollo dei tassi di crescita). Ciò ha portato il Paese a concentrarsi molto su se stesso e ha reso più fragile l’organizzazione perché la Nigeria ne è, indubbiamente, la nazione più importante e influente. Negli ultimi mesi ha fatto un tentativo molto forte di mantenere in piedi l’integrazione regionale minacciando l’intervento militare dopo il colpo di Stato in Niger. Una minaccia finita però nel nulla».

Negli ultimi anni, nell’Africa occidentale si sono affacciati nuovi protagonisti internazionali. In particolare la Cina e la Russia. Come possono influire sull’attività della Cedeao?

«L’atteggiamento dei due Paesi mi sembra diverso. La Russia ha interessi strettamente politici. Mosca ha stretto rapporti con i vertici di alcuni Paesi dell’Africa dell’Ovest principalmente in funzione antioccidentale. In questo senso, la frammentazione e la debolezza della Cedeao giocano a suo favore. La Cina si muove in altro modo. In linea teorica sostiene i processi di integrazione continentale e regionale perché da essi potrebbe anche trarre vantaggio sfruttando mercati più ampi e integrati. Al tempo stesso, Pechino ha stabilito rapporti prevalentemente bilaterali con i singoli Paesi senza curarsi molto delle organizzazioni regionali, come appunto la Cedeao/Ecowas».

E.C.

I primi cinquant’anni
Cronologia essenziale

  • 1970-1980. Fondazione e primi passi
  • 28 maggio 1975. Viene firmato il «Trattato di Lagos» da 15 Paesi dell’Africa occidentale, istituendo la Cedeao con l’obiettivo di promuovere l’integrazione economica e la cooperazione regionale.
  • 1976. Capo Verde aderisce ufficialmente alla Cedeao, portando il numero dei membri a 16.
  • 1990-2000. Espansione del mandato e interventi militari
  • 1990. Viene istituito l’Ecomog (Economic community of west african states monitoring group), la forza militare della Cedeao, che interviene in Liberia per porre fine alla guerra civile.
  • 1993. Il trattato della Cedeao viene rivisto per includere la promozione della democrazia, la prevenzione dei conflitti e la sicurezza regionale.
  • 1997. Intervento dell’Ecomog in Sierra Leone per ristabilire l’ordine costituzionale.
  • 2000-2013. Rafforzamento istituzionale e nuove sfide
  • 2000. La Mauritania esce dalla Cedeao.
  • 2007. La Segreteria esecutiva viene trasformata in Commissione della Cedeao per migliorare l’efficienza operativa.
  • 2013. Si tiene il primo vertice congiunto Cedeao-Ceeac (Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale) per affrontare questioni di pace e sicurezza.
  • 2017-2024. Crisi politiche e sicurezza regionale
  • 2017. La Cedeao interviene in Gambia per garantire il trasferimento pacifico del potere dopo le elezioni presidenziali.
  • 2023. Colpo di stato in Niger. La Cedeao emette un ultimatum alla giunta militare per il ripristino dell’ordine costituzionale e attiva la forza di pronto intervento. La forza poi non interviene.
  • 2024. Mali, Burkina Faso e Niger annunciano l’uscita dalla Cedeao e la formazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), segnando una delle crisi più gravi nella storia dell’organizzazione (l’uscita sarà formalizzata il 29 gennaio 2025).
  • 2025. cinquantesimo anniversario e sfide future
  • 28 maggio 2025. La Cedeao celebra il suo 50° anniversario a Lagos, riaffermando l’impegno per la cooperazione regionale nonostante le sfide poste dalle recenti crisi politiche e di sicurezza.

E.C.




Russia-Africa. I soldati di Mosca

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». A Mosca devono aver letto Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Deve sparire il gruppo Wagner, con le sue operazioni militari opache, la sua ambigua autonomia rispetto al Cremlino, la sua dubbia fedeltà, ma non deve mancare uno strumento militare per aumentare l’influenza russa nel Sud del mondo. È così che, dalle ceneri del controverso corpo paramilitare fondato da Evgenij Prigožin, è nato Africa Corps, una forza formalmente integrata nel ministero della Difesa russo. La transizione da una milizia privata a una struttura statale non sembra però priva di ostacoli. A un anno dalla sua creazione, l’Africa Corps appare aver raggiunto il proprio limite operativo, soprattutto nel Sahel.

La nuova struttura è stata concepita dopo la morte di Prigožin e il ridimensionamento del Gruppo Wagner nel 2023. Il Cremlino ha cercato di riassorbire l’apparato paramilitare per controllarlo in modo diretto, puntando su una forza visibile, istituzionale e meno compromettente dal punto di vista politico. Il battesimo ufficiale dell’Africa Corps è arrivato nel gennaio 2024, con l’arrivo dei primi soldati in Africa occidentale.

Evgenij Prigožin era il leader assoluto dellle milizie Wagner, gruppo paramilitare della Russia.
Dopo il suo scioglimento, il Cremlino ha inventato gli «Africa Corps». Screenshot.

Il nuovo dispositivo militare mantiene lo stesso obiettivo strategico del predecessore: rafforzare l’influenza russa nei Paesi africani attraverso supporto militare, protezione dei regimi alleati e accesso alle risorse naturali. Mosca offre formazione, intelligence, equipaggiamenti e sostegno nei consessi internazionali. Un «pacchetto» del quale le giunte militari, soprattutto quelle dell’Africa occidentale, hanno disperato bisogno per evitare l’isolamento politico, economico e militare. «In sintesi – è scritto in un’analisi del Cesi (Centro Studi Internazionali) -, la mancanza di alternative [dei Paesi africani, ndr], oltre alla tradizionale indifferenza russa nel rispetto dei diritti umani, costituisce la lega che salda tali alleanze di necessità».

Tuttavia, nonostante l’apparente continuità, l’Africa Corps si scontra oggi con difficoltà che ne limitano l’espansione. Sul piano operativo, le sue missioni sono ridotte rispetto a quelle condotte dal Gruppo Wagner. Secondo un’analisi del sito ciadiano Alwihda Info, l’Africa Corps oggi opera prevalentemente in Libia, Burkina Faso, Mali, Repubblica Centrafricana e Niger, mentre Wagner aveva operato anche in Sudan e, in misura minore, altrove nell’Africa orientale (Mozambico e Madagascar). Ciò è legato anzitutto alle difficoltà logistiche: trasporto, approvvigionamento e mantenimento di contingenti in Paesi poveri e instabili come Niger e Mali richiedono risorse che Mosca, in guerra, sotto sanzioni e sotto pressione bellica in patria, fatica a garantire.

L’azione nel Sahel è apparsa anche meno incisiva: le truppe russe sono spesso confinate alla difesa di infrastrutture strategiche o alla protezione di personalità politiche, più che impegnate in operazioni contro i gruppi jihadisti. Al contrario, i soldati Wagner partecipavano direttamente a missioni contro gruppi terroristici o ribelli e operavano separatamente, seppur a supporto del governo russo. I ricercatori del Combating terrorism center di West Point spiegano che ciò sarebbe dovuto a due fattori. Da un lato, l’Africa Corps ha capacità limitate rispetto alla flessibilità e alla brutalità operativa del Gruppo Wagner. Dall’altro, l’interesse del Cremlino sembra concentrarsi più su ritorni diplomatici e simbolici che su un reale e profondo coinvolgimento militare. La Russia intende mostrarsi presente e affidabile, ma non sembra voler (o poter) impantanarsi in nuovi fronti di combattimento.

Inoltre, anche il reclutamento interno risente delle nuove dinamiche. Wagner era capace di attrarre ex militari, criminali e mercenari offrendo salari alti e una certa libertà d’azione. L’Africa Corps, invece, è vincolato a una struttura più rigida, con soldati provenienti dalle forze regolari russe o da unità speciali, spesso riluttanti a essere impiegati in scenari esterni incerti. Le perdite subite in Ucraina, inoltre, riducono la disponibilità di truppe esperte.

C’è poi un nodo politico. A differenza del Gruppo Wagner, l’Africa Corps è un’estensione diretta dello Stato russo. Questo rende più difficile per Mosca negare il proprio coinvolgimento in caso di violazioni dei diritti umani o di insuccessi militari. L’ambiguità che una volta proteggeva il Cremlino dalle accuse internazionali si è dissolta, e con essa la possibilità di operare «sotto copertura». In compenso, i governi africani possono oggi sfruttare la visibilità della Russia per negoziare più agevolmente con altri attori globali, Cina e Turchia in primis.

In definitiva, l’Africa Corps rappresenta il tentativo del Cremlino di trasformare una politica estera «clandestina» in una presenza istituzionale. Ma i limiti emergono già con chiarezza: l’influenza russa è ancora viva, ma il suo slancio sembra essersi arrestato. Non è escluso che la Russia, nel medio periodo, scelga di ridimensionare le sue ambizioni africane, concentrandosi solo sui Paesi più strategici e meno problematici. Per ora, l’Africa Corps resta un esperimento in fase di rodaggio, simbolo di un imperialismo meno improvvisato ma più esposto.

Enrico Casale




Alta tensione nel Corno d’Africa

Dopo la guerra nel Tigray, che ha visto Etiopia ed Eritrea alleati, si sono risvegliati antichi attriti.  Gli equilibri con gli altri Paesi dell’area sono instabili e poco chiari. I due Stati appoggiano le reciproche opposizioni per indebolire l’avversario. Analisi di una situazione complessa.

La tensione è di nuovo alta tra Etiopia ed Eritrea. Addis Abeba e Asmara sono tornate a non parlarsi, a minacciarsi, a sostenere i reciproci nemici. Le armi, al momento, tacciono, ma basta una scintilla per far riaccendere il fuoco e far ripiombare l’area in un nuovo e, si prevede, devastante conflitto.

Le tensioni tra i due Paesi sono antiche e affondano le radici nella storia (si veda pag. 27). La crisi attuale, però, risale alla fine della recente guerra nel Tigray (2020-2022). Un conflitto nato, paradossalmente, sotto un segno opposto. Nel 2018, a Gedda (Arabia Saudita), i due Paesi hanno firmato uno storico accordo di pace promosso dal premier etiope Abiy Ahmed e dal presidente eritreo Isayas Afewerki. L’intesa aveva portato, dopo decenni di rapporti freddi, a una riconciliazione e a un riavvicinamento senza precedenti. Lo scoppio della guerra del Tigray ha quindi visto Addis Abeba e Asmara dalla stessa parte. E, infatti, l’esercito eritreo si è quasi immediatamente schierato a fianco di quello etiope e delle milizie Amhara contro i reparti del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf). Alla fine dei combattimenti, però, si sono avvertiti i primi scricchiolii.

Accordo con esclusione

«L’accordo di pace siglato dal governo etiope e dal Tplf a Pretoria nel 2022 – spiega Corrado Cok, analista dell’European council for foreign relations – è stato condotto in modo bilaterale tra governo etiope e tigrini, escludendo gli eritrei, nonostante essi fossero stati parte attiva nel conflitto. Ciò ha cominciato a intaccare i rapporti tra le due nazioni. Il premier Abiy aveva però urgenza di chiudere la guerra, nonostante sul terreno fosse in una situazione di vantaggio, per tacitare, da un lato, le frange più oltranziste del suo governo e, dall’altro, per ridurre il costo in vittime e armamenti».

Da quel momento, dichiarazioni fatte da entrambe le parti hanno progressivamente aumentato la tensione. Incendiaria è stata la presa di posizione del premier Abiy Ahmed sul diritto dell’Etiopia ad avere uno sbocco sul Mar Rosso. «Questo tipo di dichiarazioni – continua Cok – ha allarmato tutti gli Stati costieri che confinano con l’Etiopia e, in particolare, l’Eritrea. Si è accesa un’escalation diplomatica. Asmara, temendo che Addis Abeba avesse mire sui suoi porti, ha cercato di consolidare un fronte unito contro le ingerenze etiopi stringendo i rapporti con Somalia ed Egitto, nemici tradizionali dell’Etiopia. L’Eritrea ha poi rafforzato le relazioni con l’etnia maggioritaria dell’Etiopia, gli Amhara, che ha relazioni tese con il governo di Addis Abeba. Stessa strategia è stata seguita dal premier etiope che, a sua volta, ha ospitato il convegno dell’opposizione eritrea. Si è creata quindi una sorta di spirale di dichiarazioni e alleanze che ha aumentato notevolmente il livello della tensione tra i due Paesi».

The President of Sudan’s Transitional Sovereignty Council (TSC) General Abdel Fattah al-Burhan (R) welcomes Ethiopia’s Prime Minister Abiy Ahmed during an official visit in Port Sudan on July 9, 2024. (Photo by AFP)

Lotte interne al Fronte

Molti analisti hanno interpretato questa tensione crescente come il preludio a uno scontro armato. I presupposti c’erano tutti. L’Eritrea ha mobilitato la riserva delle sue forze armate e l’Etiopia ha schierato reparti nella regione dell’Afar, non lontano dal porto eritreo di Assab, che molti etiopi considerano parte del proprio territorio.

A ciò si sono aggiunte le tensioni all’interno del Tplf, teatro di una lotta di potere tra due figure chiave: Getachew Reda, che fino a poco tempo fa ha ricoperto la carica di presidente ad interim della regione del Tigray, e Debretsion Gebremichael, presidente del Tplf. Il conflitto è emerso dopo il 14° Congresso del Tplf che si è tenuto nell’agosto 2024, durante il quale Debretsion è stato rieletto leader e Getachew, insieme ai suoi alleati, è stato sospeso ed espulso dal partito. Getachew ha criticato il congresso definendolo illegittimo e non conforme alle normative elettorali. Le tensioni si sono aggravate quando Debretsion ha richiesto le dimissioni di Getachew e dei suoi sostenitori dall’amministrazione ad interim, accusandoli di tradire gli interessi del Tigray.

La spaccatura ha portato a una paralisi amministrativa, con ciascuna fazione che governa autonomamente le proprie aree di influenza. Le tensioni si sono estese anche all’ambito militare, con la fazione di Debretsion che ha assunto il controllo di parti della capitale regionale e di altre città chiave.

«Secondo una serie di rapporti – spiega Luca Puddu, docente di storia dell’Africa all’Università di Palermo – sembrerebbe che il governo eritreo, venendo meno all’inimicizia pluridecennale che aveva contraddistinto i rapporti tra Asmara e il Tplf, abbia oggi contatti con l’ala dissidente di Debretsion Gebremichael, mentre Getachew Reda avrebbe un’interlocuzione privilegiata con il governo federale ad Addis Abeba».

Strategia Eritrea

«La politica di Asmara è coerente con la linea che ha sempre seguito nei confronti dell’Etiopia – continua Puddu – ovvero il corteggiamento delle periferie per evitare che vi sia un forte potere centrale ad Addis Abeba che possa minacciare l’integrità territoriale dell’Eritrea. Da qui i rapporti con il Tplf e con le milizie Fano nella regione dell’Amara».

«Ci sono stati di sicuro incontri tra Asmara e la fazione di Debretsion – osserva Cok -. Nessuno sa per certo fino a che punto le due parti si siano avvicinate. Va però detto che le truppe eritree presenti nel Tigray non hanno né approfittato della situazione di dissidio all’interno del Tplf né cercato di fermarla. Anche se, in caso scoppiasse un nuovo conflitto tra Etiopia e Tplf, ci sarebbe con ogni probabilità un supporto eritreo sia ai dissidenti del Tplf sia ai gruppi Amhara che, già ora, stanno portando avanti una guerriglia contro l’esercito di Addis Abeba».

Queste dinamiche sono ben note al premier etiope Abiy Ahmed. Non è un caso che, per disinnescare il dissidio tra Debretsion e Reda, il primo ministro abbia nominato Tadesse Worede come nuovo capo dell’amministrazione ad interim del Tigray nell’aprile 2025. Secondo gli analisti dell’agenzia stampa Reuters, Tadesse, ex comandante del Tplf durante la guerra del 2020-2022, è una figura neutrale e ha promesso di concentrarsi sul ritorno degli sfollati e sulla smobilitazione delle forze armate. Tuttavia, la fazione di Debretsion ha espresso resistenza a questa nomina, sostenendo che rappresenta «un’interferenza del governo federale negli affari del Tigray».

Anziano davanti abitazione

Che fa la Somalia

Il premier etiope Abiy ha portato avanti una simile strategia anche in Somalia. Il governo di Mogadiscio controlla solo una parte minima del Paese e deve mantenere un equilibrio tra le potenze confinanti, che hanno diverse ambizioni sul suo territorio. «Da qui nasce il riavvicinamento con l’Etiopia – osserva Puddu -. Un riavvicinamento che, però, non ha contorni chiari. Mentre il presidente somalo viaggiava ad Addis Abeba per riallacciare le relazioni diplomatiche e accettare le truppe etiopi nella futura missione di pace multinazionale per la Somalia, il suo ministro degli Esteri si trovava al Cairo, dove l’Egitto dichiarava l’inammissibilità dei tentativi dell’Etiopia di acquisire un accesso diretto al mare. Questo rende evidente come esistano diverse agende all’interno del governo federale somalo, il quale gioca su più piani per contenere l’espansionismo etiope, evitando al contempo uno scontro aperto».

Equilibri regionali

Se la situazione è complessa sul piano nazionale, ancora di più lo è a livello regionale. Etiopia ed Eritrea si muovono con i mezzi della diplomazia per stringere legami con alleati internazionali. Asmara ha ottimi rapporti con l’Egitto, che vede nell’Etiopia una minaccia.

Il Cairo considera la «Grande diga del millennio», che gli etiopi stanno costruendo sul Nilo Azzurro, un pericolo per il Paese perché potrebbe limitare l’afflusso di acqua al Nilo, da cui gli egiziani dipendono per l’approvvigionamento idrico.

Negli ultimi anni, Asmara si è avvicinata anche al governo sudanese del presidente al-Burhan, offrendo un supporto militare attivo nell’addestramento e nell’intelligence al governo di Khartoum (ora trasferito a Port Sudan). Nella crisi sudanese, l’Etiopia ha invece stretti rapporti con le Rsf, le milizie guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come «Hemetti», che si oppongono al governo centrale (cfr. MC aprile 2025).

Posizioni che si riflettono anche nelle alleanze con i Paesi del Golfo. Qui, Addis Abeba, così come il Somaliland, è vicina agli Emirati arabi uniti, mentre Arabia saudita e, in misura minore, Qatar continuano a offrire un sostegno attivo all’Eritrea.

In questi giochi entrano in scena anche altri attori esteri, come la Turchia. «Va detto che non vi sono agende coerenti su base nazionale – sottolinea Puddu -. C’è un continuo tentativo di bilanciare i diversi interessi in gioco. L’Arabia Saudita è stata certamente vicina all’Eritrea in passato, così come gli Emirati arabi uniti, soprattutto durante la guerra in Yemen. Tuttavia, hanno anche sostenuto la transizione in Etiopia, elargendo generosi prestiti alla Banca centrale etiope. Lo stesso si può dire della Turchia.

Il governo turco ha ingenti investimenti in Somalia e sta contribuendo alla ricostruzione dell’apparato di sicurezza del Paese, ma, al contempo, ha importanti rapporti economici con l’Etiopia, come dimostra la vendita dei droni turchi al governo di Addis Abeba. Di conseguenza, il governo turco, come altri governi della regione, cerca di mantenere un equilibrio tra queste diverse istanze».

Naturalmente, gli equilibri sono possibili finché la politica regionale, pur attraversata da tensioni, non degenera in una guerra aperta. «Se dovesse scoppiare un conflitto su larga scala tra Etiopia ed Eritrea – conclude Puddu -, inevitabilmente si cristallizzerebbero delle alleanze più definite, almeno finché durassero le ostilità. In tal caso, è presumibile che la Turchia continuerebbe a fornire assistenza militare all’Etiopia tramite la vendita di droni, mentre altri Paesi dell’area potrebbero sostenere lo sforzo militare eritreo per evitare un’espansione etiope nell’arena geopolitica del Mar Rosso».

Enrico Casale

Mercato

Una lunga storia di conflitti
Cugini che non si amano

La storia delle guerre tra Etiopia ed Eritrea è una delle più complesse e tormentate del Corno d’Africa, segnata da decenni di occupazione, guerriglia e nuovi conflitti. Dalla metà del Novecento a oggi, il rapporto tra i due Paesi è passato da una difficile convivenza forzata a una lunga guerra, fino alla fragile pace firmata nel 2018 e alle nuove e recenti tensioni.

Tutto ha inizio nel 1952, quando l’Onu decide di federare Eritrea ed Etiopia, allora guidata dall’imperatore Hailé Selassié. La decisione, spinta soprattutto dagli interessi geopolitici degli Stati Uniti in funzione antisovietica, ignora però le spinte indipendentiste eritree. Dieci anni dopo, nel 1962, Selassié scioglie la federazione e annette l’Eritrea come provincia etiope, provocando la nascita del movimento armato di liberazione.

Comincia così una guerra lunga trent’anni (1961-1991), condotta inizialmente dal Fronte di liberazione eritreo e poi, dal 1970, dal Fronte di liberazione del popolo eritreo (Eplf). Dopo la caduta del Derg – il regime militare marxista-leninista guidato da Menghistu Hailé Mariam – e la presa del potere in Etiopia da parte del Fronte popolare rivoluzionario democratico (Eprdf) guidato da Meles Zenawi (alleato dell’Eplf che combatte il regime del Negus Rosso in Tigray), l’Eritrea ottiene l’indipendenza de facto nel 1991, sancita nel 1993 da un referendum che decreta la nascita ufficiale dello Stato eritreo.

La pace è breve. Nel 1998 scoppia una nuova guerra tra Etiopia ed Eritrea, stavolta per una disputa territoriale sul confine. Il conflitto è sanguinoso: si stima che siano morti tra i 70mila e i 100mila soldati. Nonostante gli accordi di cessate il fuoco del 2000 e la firma dell’Accordo di Algeri, le tensioni continuano per anni, alimentate dal rifiuto etiope di accettare l’arbitrato internazionale che assegna zone del confine all’Eritrea. I rapporti tra i due Paesi restano congelati: nessuna guerra dichiarata, ma neppure una pace reale.

Solo nel 2018, con l’arrivo al potere del premier etiope Abiy Ahmed, la situazione si sblocca. Abiy riconosce l’accordo di confine e firma la dichiarazione di pace con il presidente eritreo Isaias Afewerki. L’evento vale ad Abiy il Premio Nobel per la pace nel 2019. L’accordo non porta a una normalizzazione dei rapporti commerciali e diplomatici, e molte questioni rimangono irrisolte. Dal 2020, la guerra in Tigray rimette in discussione la fragile pace regionale. Il conflitto vede l’Eritrea schierarsi al fianco del governo federale etiope contro il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), nemico storico di Asmara, ma anche vecchio alleato nella guerra contro Menghistu. Le truppe eritree sono accusate di gravi crimini di guerra, alimentando nuove tensioni e rendendo la pace tra i due Paesi ancora una volta precaria.

E.C.




Africa. I cambiamenti climatici picchiano duro

L’Africa si sta riscaldando più velocemente di molte altre regioni del mondo. Secondo il rapporto «State of the Climate in Africa 2024» pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), ogni aspetto dello sviluppo socioeconomico africano è messo a dura prova da eventi climatici estremi e dai cambiamenti climatici. L’insicurezza alimentare, la scarsità d’acqua, i conflitti per le risorse e lo sfollamento forzato sono solo alcune delle conseguenze di un fenomeno sempre più preoccupante.

Il rapporto dell’Omm dipinge un quadro allarmante. Il 2024 è stato l’anno più caldo – o il secondo, a seconda dei dataset – mai registrato nel continente. Le temperature medie della superficie sono state di 0,86° sopra la media del trentennio 1991-2020, con picchi nel Nordafrica, dove il riscaldamento ha toccato +1,28°. A queste condizioni si è aggiunto un ulteriore fattore aggravante: il riscaldamento eccezionale degli oceani. L’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo hanno registrato valori record e quasi tutta l’area oceanica attorno all’Africa è stata colpita da ondate di calore marino di intensità forte o estrema. Da gennaio ad aprile, oltre 30 milioni di km² di superficie marina sono stati interessati da questa tendenza. Il dato più alto mai rilevato dal 1993.

Il cambiamento climatico colpisce l’Africa in modi contrastanti, ma sempre drammatici. L’alternanza tra siccità persistenti e piogge torrenziali crea un’instabilità che mette in ginocchio l’agricoltura e l’approvvigionamento idrico. L’Africa australe, ad esempio, ha vissuto nel 2024 la peggiore siccità degli ultimi vent’anni. Malawi, Zambia e Zimbabwe sono stati i Paesi più colpiti, con perdite nella produzione agricola che in alcuni casi hanno superato il 40% rispetto alla media quinquennale. Il lago Kariba, bacino idroelettrico condiviso da Zambia e Zimbabwe, ha raggiunto livelli così bassi da causare lunghi blackout e rallentare l’attività economica.

Nel frattempo, l’Africa orientale ha visto un’altra faccia del disastro: precipitazioni straordinarie tra marzo e maggio hanno provocato inondazioni in Kenya, Tanzania e Burundi, con centinaia di vittime e oltre 700mila sfollati. Le piogge successive, tra ottobre e dicembre, sono invece risultate inferiori alla media, facendo temere nuove crisi alimentari. In Africa occidentale e centrale, i Paesi del bacino del lago Ciad – Nigeria, Niger, Camerun, Repubblica centrafricana – sono stati colpiti da alluvioni che hanno coinvolto oltre quattro milioni di persone.

Anche il Nordafrica non è stato risparmiato. Per il terzo anno consecutivo la regione ha avuto un raccolto cerealicolo sotto la media, con il Marocco che ha visto una riduzione del 42% della produzione, aggravata da un sesto anno consecutivo di siccità.

Nel 2024 si è assistito a un fenomeno senza precedenti. Due cicloni tropicali, Hidaya e Ialy, si sono formati a maggio nel bacino occidentale dell’Oceano Indiano e hanno colpito la costa tra Kenya e Tanzania, una zona solitamente fuori dal raggio d’azione dei cicloni maturi. Il ciclone Chido, invece, ha devastato l’isola francese di Mayotte e poi ha proseguito verso Mozambico e Malawi, lasciando decine di migliaia di sfollati e danni ingenti.

Nonostante il contesto complesso, il rapporto Omm evidenzia anche alcuni segnali positivi. La trasformazione digitale rappresenta un’opportunità strategica per migliorare la resilienza climatica. Strumenti come l’intelligenza artificiale, i sistemi radar avanzati e le applicazioni mobili stanno potenziando le capacità previsionali e gli allarmi precoci. In Nigeria, ad esempio, l’agenzia meteorologica ha lanciato piattaforme digitali per fornire informazioni climatiche e avvisi agli agricoltori. In Kenya, previsioni e allarmi vengono diffusi via Sms a comunità rurali e pescatori. Anche in Sudafrica sono stati introdotti strumenti di previsione avanzati e reti radar aggiornate per anticipare con maggiore precisione eventi estremi.

Nel 2024, diciotto servizi meteorologici nazionali africani hanno aggiornato i propri siti web e le infrastrutture di comunicazione per aumentare l’efficacia delle previsioni. Tuttavia, per una reale trasformazione servono investimenti strutturali: infrastrutture digitali solide, sistemi di gestione e condivisione dati efficienti e un accesso equo alle informazioni, anche nelle aree più remote.

L’Africa, secondo il rapporto Omm, ha bisogno urgente di sistemi di allerta precoce più capillari, politiche di adattamento più solide e cooperazione internazionale rafforzata. L’iniziativa «Early warnings for all» punta proprio a questo: salvare vite e ridurre i danni grazie a previsioni tempestive e azioni coordinate.

«Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura, ma una crisi attuale – ha dichiarato Celeste Saulo, segretaria generale dell’Omm -. Spero che questo rapporto stimoli un’azione collettiva per affrontare sfide sempre più complesse e impatti a cascata».

Enrico Casale




Egitto. Il canale a rischio

 

Il Canale di Suez, snodo cruciale per il commercio marittimo globale, sta attraversando una fase di fragile ripresa dopo mesi segnati da gravi turbolenze. Il lento incremento del traffico navale lascia intravedere un possibile ritorno alla normalità, ma gli ultimi dati indicano che il percorso sarà tutt’altro che semplice.

All’origine della crisi vi sono le crescenti tensioni nel Mar Rosso, dove gli attacchi dei ribelli Houthi a navi mercantili, considerate legate a Israele, hanno spinto numerosi operatori internazionali a evitare la rotta egiziana. Il ricorso a percorsi alternativi, più lunghi e onerosi, ha avuto pesanti ricadute, in particolare per l’Egitto, che trae una quota significativa delle proprie entrate dal transito marittimo attraverso Suez.

Questi attacchi hanno spinto una coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, a intensificare le operazioni di sicurezza per proteggere la rotta commerciale. Nonostante pattugliamenti e attacchi di rappresaglia, le offensive sono proseguite fino alla fine del 2024. Solo in seguito a un cessate il fuoco a Gaza e a forti pressioni diplomatiche, gli Houthi hanno ridotto le ostilità, consentendo un parziale ritorno alla normalità nei primi mesi del 2025.

Secondo le stime attuali, la piena normalizzazione potrebbe avvenire solo entro la metà del 2025, a condizione che la situazione a Gaza si stabilizzi, un’ipotesi tutt’altro che scontata. In una recente intervista, Osama Rabie, presidente dell’Autorità del canale di Suez (Sca), ha dichiarato che il traffico giornaliero è sceso a 32 navi, rispetto alle 75 registrate in media prima dell’inizio del conflitto, il 7 ottobre 2023.

L’impatto economico è significativo. Le entrate della Sca per l’anno fiscale 2023-2024 sono diminuite a 7,2 miliardi di dollari, rispetto ai 9,4 miliardi dell’anno precedente. Secondo Mohamed El-Shennawy, portavoce della presidenza egiziana, nell’anno fiscale 2024-2025 si è registrata una riduzione del tonnellaggio del 33% e un calo dei transiti del 22%, con una contrazione delle entrate che ha raggiunto il 60% su base annua.

Un impatto negativo che non riguarda solo l’Egitto, ma l’intera economia globale. Da quel tratto di mare transita, secondo i dati dell’Atlantic council, centro studi con sede a Washington, il 12-15% del commercio mondiale e circa il 30% del traffico container globale, con oltre un trilione di dollari di merci ogni anno. Include inoltre circa il 9% dei flussi globali di petrolio via mare (circa 9,2 milioni di barili al giorno all’inizio del 2023) e l’8% dei volumi di gas naturale liquefatto (Gnl). Studi del Fondo monetario internazionale hanno rilevato che, se tali interruzioni dovessero persistere, potrebbero alimentare l’inflazione nelle economie coinvolte, a causa dell’aumento dei costi di importazione e dei ritardi nelle consegne. Gli importatori europei, ad esempio, alla fine del 2023 hanno dovuto affrontare tempi di consegna più lunghi e supplementi sui costi di trasporto, complicando la gestione delle scorte e dei cicli produttivi.

Di fronte a queste sfide, il governo egiziano ha deciso di rilanciare. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha ribadito la centralità strategica del Canale di Suez, avviando un piano di modernizzazione infrastrutturale e sviluppo economico integrato. Tra i progetti più significativi figura l’estensione della via d’acqua per altri dieci chilometri, con l’obiettivo di aumentare la capacità di transito e ridurre i tempi di attesa.

Parallelamente, procede il rafforzamento della zona economica speciale adiacente al Canale. Investitori internazionali, in particolare cinesi e giapponesi, stanno puntando sull’area. La compagnia cinese Xin Feng Egypt ha avviato la costruzione di un vasto complesso industriale da 1,65 miliardi di dollari, mentre Toyota Tsusho è coinvolta nell’espansione del parco eolico del Golfo di Suez, destinato a diventare il più grande impianto onshore del continente africano.

Al centro della strategia egiziana vi è anche la transizione energetica. Il Paese mira a posizionarsi come hub regionale per la produzione di idrogeno verde, con accordi già firmati con Masdar (Emirati arabi uniti) e Hassan Allam utilities per la costruzione di centrali specializzate lungo il Canale e sulle coste del Mediterraneo. L’obiettivo dichiarato è raggiungere una capacità di produzione di 480mila tonnellate annue entro il 2030.

«I decisori politici e i leader del settore – osservano gli analisti dell’Atlantic council – dovranno collaborare per salvaguardare la continuità del Canale di Suez, attraverso una cooperazione rafforzata in materia di sicurezza e pianificazione di emergenza, al fine di garantire che i conflitti geopolitici non paralizzino nuovamente una delle arterie commerciali più importanti al mondo. Le recenti interruzioni rappresentano un invito all’azione per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento globali contro simili shock».

Enrico Casale