I danni del «fast fashion»

Che la moda veloce e ultra veloce avesse un costo ambientale e sociale nei Paesi di produzione era già noto. Ma ora sta contribuendo a danneggiare anche la solidarietà e il riuso nei Paesi d’arrivo.

I vestiti a basso costo venduti da piattaforme online come Shein e Temu stanno creando grandi difficoltà sia al mercato dei vestiti di seconda mano, sia alla raccolta di indumenti da distribuire a persone in condizioni di disagio. Fra le prime fonti a segnalarlo è stata Wrap – Waste and resources action programme, organizzazione britannica fondata nel 2000 per promuovere l’economia circolare. Già nel 2024, avvertiva@ dell’arrivo di una «tempesta perfetta» che avrebbe visto l’aumento dei capi di abbigliamento sul mercato dell’usato e la presenza crescente di articoli di fast fashion (o moda veloce, vedi box) e di bassa qualità.

Si tratta di prodotti di materiali talmente scadenti che è impossibile riutilizzarli: questo riduce i margini di guadagno per chi ne tenta il recupero e, anzi, spesso genera costi di smaltimento.

Per questo l’esperta del settore tessile di Wrap, Cristina Sabaiduc, intervistata dal The Guardian nell’aprile dello scorso anno@, prevedeva la chiusura dei punti per il conferimento dei tessuti nel Regno Unito e un’interruzione delle attività di raccolta da parte degli enti non profit, non più in grado di immagazzinare quelle quantità di vestiti.

La previsione si è rivelata corretta per il Regno Unito, dove, ad esempio, l’Esercito della salvezza ha dovuto chiudere 27 punti di raccolta nel Devon@, ma anche per altri Paesi.

In Francia, riportava il quotidiano Libération lo scorso giugno, Le Relais, uno dei principali operatori nel settore della raccolta e della cernita dei tessuti, membro del movimento di solidarietà Emmaüs France, ha annunciato di dover ridurre drasticamente le proprie raccolte e sopprimere sessanta posti di lavoro.

Nel comunicato citato da Libération, Le Relais lamentava che l’esplosione del fast fashion aveva portato a un massiccio aumento dei volumi immessi sul mercato, accompagnato da un calo costante della qualità dei tessuti, riducendo così le possibilità di riutilizzo, e facendo lievitare i costi della cernita dei capi.

Inquinamento da vestiti usati e tanto altro a Kibera, Nairobi, Kenya. (© Purity Mwenda, AfMC)

I danni alla filiera

L’equilibrio economico della filiera sembra essere messo in discussione da diversi fenomeni: alla saturazione della raccolta causata dai prodotti di fast fashion, vanno aggiunti la concorrenza delle piattaforme dell’usato e l’aumento del costo del carburante che ha fatto lievitare il costo dei trasporti.

Come spiegava lo scorso giungo il giornalista francese Martial You in una puntata del suo podcast L’éco and you, sull’emittente Rtl, Le Relais è responsabile del 40% del riuso e riciclo di abiti usati in Francia; ma di fronte a magliette di poliestere a 3 euro impossibili da riciclare, e a un giro di raccolta che ha costi maggiori rispetto al materiale recuperato, non vale più la pena continuare l’attività.

Nel 2024, in Francia, prosegue il giornalista, sono stati comprati 3,2 miliardi di capi d’abbigliamento, dalle calze ai vestiti, circa 10 milioni di pezzi al giorno, in larga parte di qualità scadente. Per quelli di buona qualità, che possono essere riutilizzati, le persone interessate si rivolgono sempre più spesso a piattaforme come Vinted, eBay e Leboncoin, dove possono rivenderli. Si potrebbe aggiungere, che molti degli utenti lo fanno per rientrare almeno in parte di quello stesso aumento di costi di carburante e di energia che gravano anche sugli individui e sulle famiglie in Occidente.

«Questa storia di Le Relais», continua You, «rappresenta la fine della globalizzazione felice: i poveri stanno facendo impoverire altri poveri». Ci sono persone che lavorano in condizioni disumane dall’altra parte del pianeta, argomenta You, per vendere abiti in plastica a occidentali con redditi ridotti interessati al prezzo più basso possibile. «Sappiamo già che troveremo questi prodotti su una spiaggia in Africa o in Asia, aggiungendo una catastrofe ambientale al tracollo dal punto di vista umano»@.

Qualche speranza da politica e scienza?

Donna zulu in Sudafrica, sceglie tra vestiti usati al mercato. (© AfMC)

Per tentare di dare una prospettiva meno drammatica alle osservazioni di Martial You, facciamo notare alcune possibili reazioni.

La nuova legislazione europea, entrata in vigore lo scorso luglio, proibisce la distruzione dei capi invenduti, salvo nei casi in cui siano pericolosi, danneggiati, contraffatti, violino i diritti di proprietà intellettuale, o siano rifiutati dagli enti di beneficenza@. Si tratta di una delle prime misure previste dal Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (Espr) del 2024. Ha l’obiettivo di evitare la distruzione di una quantità fra le 264mila e 594mila tonnellate di prodotti tessili: è questa, infatti, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, la quantità di capi immessi sul mercato in Europa, ma distrutti prima dell’uso: una quota fra il 4 e il 9% del totale.

La Francia, inoltre, ha introdotto nel 2023 un bonus per le riparazioni, che permette agli utenti di ottenere fino a 25 euro di rimborso per capo riparato e che, allo scorso luglio, risultava aver sostenuto oltre un milione di interventi di riparazione@.

Anche dalla scienza, poi, potrebbero venire importanti contributi: nel 2024, la rivista Nature segnalava uno studio@ su una nuova tecnica capace di utilizzare il calore e un catalizzatore per spezzare le lunghe catene molecolari delle fibre sia naturali che sintetiche in unità chimiche più piccole e facilmente riutilizzabili.

Vestiti scaricati nel deserto di Atacama in Alto Hospicio, Iquique, in Cile. (Photo by MARTIN BERNETTI / AFP)

Lavoratori sfruttati e foreste distrutte

Anche nell’ipotesi di scelte politiche e di nuove scoperte scientifiche in grado di invertire la tendenza negli anni a venire, resta pressante il problema di che cosa succederà nel frattempo. A oggi, sappiamo da reportage di media come France24@ o BBC@che il fast fashion sta generando diseguaglianze e sfruttamento per i lavoratori.

France 24 ha documentato come a Guangzhou (Cina Sud orientale) Shein non gestisca direttamente nessuna delle fabbriche della zona, ma si appoggi, di fatto, su una rete informale di aziende. In queste ultime verificare le reali condizioni dei lavoratori e gli orari di lavoro, è molto complicato. Nel servizio, i reporter riferiscono di aver parlato con persone che lavorano fino a 75 ore a settimana, sette giorni su sette.

Secondo un rapporto della Ong China labour watch, inoltre, questi lavoratori vengono pagati a pezzo, con compensi fra i 7 e i 28 centesimi di dollaro per capo.

Vi sono poi le conseguenze ambientali della produzione di abbigliamento e accessori: un esempio è lo sfruttamento delle foreste del Chaco paraguaiano e la minaccia che rappresenta per i popoli originari che lo abitano. Lo scorso aprile, i due rappresentanti del popolo ayoreo Porai Picanerai e Darajidi Picanerai, accompagnati dalle rappresentanti di Survival Italia, hanno organizzato una protesta a Milano con lo scopo di denunciare la massiccia deforestazione del Chaco per far posto agli allevamenti di bestiame da cui ricavare pelle per i settori dell’abbigliamento, dell’arredamento e dell’automobile.

L’Italia, si legge nella cartella stampa della campagna Sulla pelle degli Ayoreo, è da anni la principale destinazione mondiale per le pelli paraguaiane.

Per questo i rappresentanti ayoreo hanno manifestato il 24 aprile, con Survival Italia, di fronte all’Unione delle concerie italiane (Unic). «Dopo il contatto forzato», denuncia Porai Picanerai, «siamo stati abbandonati dal governo, che ignora i nostri diritti mentre permette alle grandi aziende di distruggere la nostra foresta. I nostri parenti incontattati (cioè: gruppi indigeni che rifiutano il contatto@, ndr) dipendono dalla foresta. Anche noi dipendiamo dalla foresta, che viene distrutta con bulldozer e incendi. Mentre altri traggono profitto, a noi non resta nulla, e i nostri bisogni e diritti sono ignorati».

Chiara Giovetti

Contenitore per la raccolta di vestiti usati in corso Ferrucci angolo via Cialdini a Torino. (© Gigi Anataloni, AfMC)

Definizioni

«Fast fashion» o moda veloce

È un modello di business incentrato sulla rapida progettazione, produzione e promozione di capi di abbigliamento a basso costo che riflettono le ultime tendenze della moda. Il termine è probabilmente stato coniato dal New York Times nel 1989 per descrivere l’obiettivo della catena spagnola Zara di portare i capi dalla fase di progettazione agli scaffali dei negozi in soli 15 giorni.

Altri marchi di fast fashion includono Uniqlo, H&M, Primark, Mango e Asos.

«Ultra fast fashion»: o moda ultraveloce

Le principali aziende, che utilizzano in via esclusiva l’e-commerce, sono Shein (pronuncia: sci-in) e Temu. Attuano un modello di business che, utilizzando le tecnologie digitali, rende ancora più rapida la progettazione, produzione e promozione dei capi.

La produzione per Shein è guidata dalla domanda in tempo reale e da algoritmi predittivi che adeguano di continuo la produzione al comportamento dei consumatori, imponendo così ritmi di lavoro estremamente duri ai lavoratori nelle fabbriche. Le tendenze vengono individuate anche con un monitoraggio costante delle informazioni online (sfilate, contenuti social, ecc.) e la promozione si avvale della collaborazione attiva di diversi influencer.

La Rete di cooperazione per la tutela dei consumatori dell’Ue ha ammonito Shein per una serie di pratiche che violano i diritti dei consumatori europei, come l’utilizzo sul portale di timer di conto alla rovescia, messaggi di scorte in esaurimento e altre pratiche di sollecito insistente, oltre allo sforzo di creare nell’utente il timore di perdersi qualcosa (fear of missing out, Fomo) e alla registrazione forzata sul sito o sull’app.

In termini di produzione, mentre Zara offriva circa 20mila nuovi modelli l’anno (circa 60 al giorno, in media), Shein ne propone circa 4.700 al giorno (secondo alcune fonti, fino a 6.000).

Oujda, Marocco, selezione di vestiti usati per i migranti. (© Alice Torrengo, AfMC)

Economia circolare

Definizione dal sito del Parlamento europeo:

L’economia circolare è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti per renderli utilizzabili il più a lungo possibile. In questo modo si estende il ciclo di vita dei prodotti, contribuendo a ridurre i rifiuti. Una volta che il prodotto ha terminato la sua funzione, i materiali di cui è composto vengono reintrodotti, laddove possibile con il riciclo. In questo modo si possono continuamente riutilizzare all’interno del ciclo produttivo generando ulteriore valore.

I principi dell’economia circolare contrastano con il tradizionale modello economico lineare, fondato invece sullo schema «estrarre, produrre, utilizzare e gettare».@ 

Fonti: Encyclopedia Britannica, Ocse, The Guardian, Commissione europea, Parlamento europeo, New York Times

I numeri del settore

Principali voci nelle esportazioni di abbigliamento e calzature, in dollari americani:

  • articoli e accessori di abbigliamento a maglia o all’uncinetto: 288 miliardi (Cina: 81 mld; Italia: 12 mld)
  • articoli e accessori di abbigliamento non a maglia o all’uncinetto: 257 miliardi (Cina 64 mld; Italia: 17 mld)
  • pelle per abbigliamento: 7,6 miliardi (Cina: 0,8 mld; Italia: 1,4 mld)
  • calzature: 181 miliardi (Cina: 46 mld; Italia: 14 mld)
  • totale: 734 miliardi, cioè il 2,87% delle esportazioni mondiali di beni, pari a 26mila miliardi
    (fonte: Trade Map@, indicatori selezionati a cura di MC Ets)
  • indumenti smaltiti ogni anno: 120 milioni di tonnellate (circa 200 stadi olimpici), di cui l’80% finisce in un inceneritore o in una discarica
  • valore stimato dei rifiuti tessili: 150 miliardi di dollari
    (fonte: Boston consulting group@)
  • lavoratori nei settori tessile, dell’abbigliamento, della pelletteria e dei prodotti correlati: 99,5 milioni (2023, Organizzazione internazionale del lavoro@)
Etichette vestiti Decatlon fatti in diversi paesi (© Gigi Anataloni, AfMC)

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Archivio MC

Eva Castelletti, Quanto puzza quel commercio. I rifiuti e un nuovo tipo di colonialismo, MC 07/2026

Aurora Guainazzi, Dodici chili di vestiti. Le pesanti conseguenze del «fast fashion», MC 08/2025

Chiara Giovetti, Nei panni degli altri: la moda insostenibile, MC 03/2022




Mondo. L’Onu in cerca di se stessa

Si è conclusa il 28 settembre senza grandi risultati la settimana di dibattito di alto livello all’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, l’organo Onu con sede a New York dove sono rappresentati 193 Paesi del mondo. 
Ad avvicendarsi al podio dei relatori sono stati 194 oratori, tra cui 113 capi di Stato e di governo, un principe ereditario, 11 vicepresidenti, sette viceprimi ministri e 48 ministri. L’Italia ha mandato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Oltre che per la presenza delle più alte cariche degli Stati, la settimana del dibattito generale è sempre attesa anche perché, a margine dell’evento principale, si svolgono centinaia di incontri bilaterali che difficilmente potrebbero svolgersi altrove. 

Immagini
Dal punto di vista mediatico, le immagini per cui questa sessione si farà ricordare saranno probabilmente quelle in cui si vedono alcune delegazioni abbandonare l’aula in segno di protesta. Lo hanno fatto i rappresentanti di Cuba quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha definito il loro Paese uno Stato fallito durante il suo discorso, il 22 settembre, mentre il 24 a decine sono stati i delegati che hanno abbandonato l’assemblea all’arrivo sul podio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. 
Anche la frase di Trump che minaccia di annientare l’Iran è stata ripresa da molti media, così come la durissima risposta del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha ritorto contro Usa e Israele le accuse di terrorismo. Ma, spiega Richard Gowan dell’International Crisis Group, un cosa è lo scontro dialettico che va in scena sul podio, con i leader impegnati in performance retoriche spesso più rivolte al proprio elettorato nazionale che all’assemblea. Altra cosa è invece il lavoro che si svolge dietro le quinte: due delegazioni di Teheran e Washington guidate rispettivamente dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e dall’inviato di Trump, Steve Witkoff, ad esempio, hanno avuto il primo incontro dal violato cessate il fuoco di luglio proprio a margine dell’Assemblea generale, nello stesso giorno in cui Trump parlava di annientare l’Iran.

Incontri
Altri momenti salienti di questa sessione sono stati l’arrivo della presidente del Venezuela Delcy Rodriguez, che ha approfittato dell’evento per avere il suo primo incontro di persona con Trump, e uno spostamento di attenzione dal tema del cambiamento climatico a quello dell’intelligenza artificiale. 
A farsi notare è stata poi l’assenza del presidente cinese Xi Jinping: a rappresentare la Cina sul podio è infatti stato il vicepresidente Han Zheng. Xi non è solito partecipare alla settimana di alto livello – c’era stato di persona solo nel 2015 – ma quest’anno si trovava comunque sul suolo americano, per la visita di stato in cui ha incontrato Trump alla Casa Bianca. Per questo, osserva Gowan, la sua assenza è parsa a molti uno sgarbo. Le decisioni vere si prendono a Washington o a Pechino, sembra il messaggio implicito, non a New York.

Voce dell’Africa
L’Assemblea generale ha visto anche una (ennesima) richiesta da parte dell’Africa di avere maggior peso nel sistema Onu: il presidente keniano William Ruto ha ricordato che i 54 paesi africani rappresentano quasi un quarto dei membri delle Nazioni Unite eppure non hanno un seggio permanente al Consiglio di sicurezza, l’unico organo delle Nazioni Unite che prende decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri.
Si apre ora una fase particolarmente delicata per l’istituzione, a cominciare dall’elezione del nuovo Segretario generale che sostituirà Antonio Guterres: il quarto dei sondaggi informali, che servono al Consiglio di sicurezza per individuare il nome da sottoporre all’Assemblea generale per la nomina, vede in lieve vantaggio la ex vicepresidente della Costa Rica Rebeca Grynspan, ma la competizione è ancora aperta.
Al successore di Guterres, spetterà di ricostruire la fiducia verso un’organizzazione da anni in grande difficoltà. «La sopravvivenza da sola non può essere il nostro unico metro di misura del successo», ha detto il neoeletto presidente dell’assemblea, il diplomatico del Bangladesh Khalilur Rahman. «Fuori da quest’aula, la gente non si chiede se le Nazioni Unite esistano ancora. Si chiede se funzionino».

Chiara Giovetti




Mondo. Dieci sfide per l’Onu

Le Nazioni Unite appaiono sempre più deboli e paralizzate, ma hanno dimostrato di essere un’impalcatura necessaria, per quanto imperfetta, per fare cooperare gli Stati, fornire aiuto umanitario, organizzare operazioni di pace e gestire crisi che pochi altri potrebbero affrontare con la stessa efficacia, specialmente nella protezione della popolazione civile. Lo afferma, in un rapporto uscito il 14 settembre, l’International Crisis Group, prestigiosa organizzazione indipendente che fa ricerca sulle crisi nel Mondo. La scelta imminente del successore di António Guterres come Segretario generale, sottolinea il rapporto, può rappresentare un’occasione importante per ricalibrare e rivitalizzare il ruolo dell’Onu, ma ci sono alcuni impegni che l’organizzazione deve onorare se vuole dimostrare la sua utilità.
Crisis Group ripercorre gli eventi dell’ultimo anno per descrivere in che contesto si è arrivati all’apertura, lo scorso 8 settembre, dei lavori dell’81° Sessione dell’Assemblea generale Onu, che dal 18 settembre entrerà nella fase più intensa con le riunioni di alto livello: quelle in cui parlano i capi di Stato e di governo.
Sulle crisi principali, a cominciare dal conflitto fra Stati Uniti e Iran, il Consiglio di sicurezza – l’organo Onu che ha il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali – è bloccato dai veti incrociati dei tre membri permanenti di maggior peso: Usa, Cina e Russia. Quanto agli altri membri permanenti, Regno Unito e Francia, e a quelli eletti a rotazione, la necessità di mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti li ha spesso dissuasi dall’opporsi anche solo a parole all’avventurismo dell’amministrazione Trump.
Ma, pur nell’evidente stallo sui dossier principali, resta vero che Trump ha cercato, per quanto di malavoglia, l’avallo del Consiglio di sicurezza per l’approvazione del mandato del Consiglio di pace (Board of peace) per la ricostruzione di Gaza e della missione multilaterale per Haiti. Non solo: quando non sentono minacciati i propri interessi vitali e vedono possibili vantaggi strategici – come nella gestione dei conflitti in Repubblica democratica del Congo o in Sud Sudan – gli Usa si sono mostrati più disposti a collaborare e a mantenere le missioni Onu sul campo.

Sei crisi dove contare
È anche lavorando su questi spiragli, afferma il rapporto, che l’Onu potrebbe ricostruire almeno in parte il suo ruolo. E può farlo gestendo il meglio possibile dieci sfide.
La prima è il Libano, dove Israele si sta scontrando con Hezbollah, il movimento paramilitare politico-religioso sostenuto dall’Iran. L’Onu deve tentare di evitare lo smantellamento della propria missione, Unifil, richiesto da Stati Uniti e Israele, e mantenere nel sud del Paese una forza di pace che stemperi le tensioni per evitare un’escalation.
C’è poi la drammatica situazione di Gaza, sulla quale il Consiglio sicurezza ha le mani legate fino alla fine del 2027, quando scadrà il mandato del Board of peace presieduto da Trump per l’amministrazione transitoria di Gaza approvato dal Consiglio stesso. Nel frattempo, gli Stati membri dovrebbero usare l’Assemblea generale per contrastare l’inconcludenza dell’impianto voluto da Trump farla presente quando si tratterà di decidere se rinnovare il suo mandato.
Ci sono anche due crisi africane, fra loro connesse, su cui si misurerà l’azione delle Nazioni Unite: il Sudan e la Repubblica centrafricana. Nel primo caso, è in corso la più grave catastrofe umanitaria del pianeta, causata da una guerra che oppone l’esercito regolare, sostenuto dall’Arabia Saudita, e le Rapid support forces (Rsf), appoggiate dagli Emirati arabi uniti. Ci sono, in questo momento, due tentativi di mediazione: uno è portato avanti dal cosiddetto Quad, composto dagli Usa, Emirati, Arabia Saudita ed Egitto, l’altro è promosso dal Quintetto, che riunisce Unione africana, Unione europea, il blocco economico del corno d’Africa e le Nazioni Unite, ma lo stallo è totale. Il lavoro che l’inviato del Segretario generale potrebbe fare, suggerisce il rapporto, include combinare il lavoro delle due coalizioni mediatrici.
Uno dei rischi dell’inazione in Sudan è l’estensione del conflitto e dell’emergenza umanitaria ai Paesi vicini, come la Repubblica centrafricana, che già ora ospita 40mila rifugiati sudanesi e fornisce combattenti in cambio di denaro sia all’esercito sudanese che alle Rsf. In Repubblica centrafricana è presente una missione Onu, Minusca, il cui mandato dovrebbe essere rinnovato a novembre: in quella sede, nota il rapporto, il Consiglio di sicurezza dovrebbe assicurare che la missione – a cui Usa e Cina vogliono tagliare buona parte dei fondi – resti comunque in grado di proteggere i civili, specialmente donne e ragazze a costante rischio di abusi.
La missione ad Haiti, la Forza di repressione delle gang (Gsf, in inglese), deve essere efficace nel contrastare le bande criminali, offrire ai membri che vogliono lasciarle delle alternative concrete di reinserimento sociale e rafforzare l’apparato giudiziario perché faccia luce sui legami fra le gang e alcuni personaggi influenti nel Paese.
Quanto poi al conflitto in Myanmar, lo spazio di azione a livello politico è scarso e le Nazioni Unite possono solo concentrarsi sull’aiuto umanitario: il terremoto del maggio 2025 ha mostrato che l’Onu è una delle pochissime organizzazioni in grado di mobilitare aiuti in quantità e in tempi adeguati alla gravità di disastri come quello.

Come rafforzare l’istituzione
Gli altri quattro banchi di prova che il rapporto cita sono di tipo più istituzionale. Riguardano innanzitutto la necessità di unirsi nel sostegno alla Corte penale internazionale (Cpi), che mai come ora gli Stati Uniti sembrano decisi a smantellare. La linea d’azione ipotizzata da Crisis Group include, ad esempio, che gli Stati membri offrano servizi bancari di base ai funzionari della Corte quando le sanzioni da parte degli Stati Uniti li privano dell’accesso ai loro conti correnti.
Occorre poi proteggere tutto il lavoro delle Nazioni Unite sul sostegno alle donne e alle ragazze. Per tagliare i costi, una delle ipotesi è unificare il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), che si occupa di salute sessuale e riproduttiva, con Un Women, che invece promuove cambiamenti legislativi che tengano conto delle questioni di genere. Il rapporto raccomanda di valutare con attenzione le conseguenze di una fusione: in Afghanistan, ad esempio, l’ Unfpa ha programmi di educazione alla salute mestruale e sostegno alle ostetriche di cui i talebani riconoscono la necessità, mentre con Un Women il regime afghano ha contrasti continui. Unire le due agenzie potrebbe finire per limitare il lavoro di entrambe.

Peacekeeping
Anche le operazioni di mantenimento della pace (peacekeeping) richiedono una profonda revisione: da più di dieci anni, il Consiglio di sicurezza non autorizza un invio di caschi blu su larga scala e il personale militare e di polizia si è dimezzato. Un rapporto del Segretario generale pubblicato lo scorso agosto dà una diagnosi chiara: l’Onu si trova spesso a dover sostenere fragili cessate il fuoco e processi politici in contesti di violenza endemica, ci sono sfide nuove, come le campagne di disinformazione e gli attacchi informatici, per le quali l’organizzazione è poco preparata e il Consiglio di Sicurezza è diviso e distratto. Guterres ha proposto una serie di risposte, molto tecniche, sulle quali chi gli succede potrà lavorare; ma la difficoltà più grande sarà ricostruire il consenso intorno all’idea che investire nei processi di mediazione e di costruzione della pace sia necessario e conveniente per tutti.
L’ultimo punto riguarda il Segretario generale, che dovrà spendersi in prima persona nel lavoro di risoluzione delle crisi e rendere di nuovo efficiente il Segretariato, in particolare quando occorrerà fornire al Consiglio di sicurezza proposte concrete per gestire le crisi: proposte che ora, a detta dei membri del Consiglio, arrivano in ritardo e sono spesso mediocri. Il prossimo Segretario generale, la cui selezione è iniziata nel novembre 2025 ed è ancora in corso, entrerà in carica il 1° gennaio 2027.

Chiara Giovetti




La cooperazione: tra bancabilità e coerenza

Lo scorso maggio a Roma c’è stata la terza Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo. È stata l’occasione per conoscere i risultati di una revisione fra pari dell’Ocse, e per riflettere su aspetti come la finanza per lo sviluppo e la coerenza delle politiche.

La Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo, in breve Coopera, è un evento previsto dalla legge 125/2014. Deve essere organizzata ogni tre anni dal Maeci, il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Lo scopo è «favorire la partecipazione dei cittadini nella definizione delle politiche di cooperazione allo sviluppo»@.

Uno degli eventi di maggior rilievo di questa terza edizione è stato la presentazione della più recente Revisione fra pari (Peer review), condotta dall’Ocse. Uno studio che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, conduce ogni 6-7 anni sui risultati raggiunti dai membri del proprio Comitato di assistenza allo sviluppo (Dac, nell’acronimo inglese), di cui anche l’Italia fa parte.

Il presidente del Comitato, Carsten Staur, ha presentato i risultati chiarendo che le revisioni «non sono classifiche, né audit, ma un’occasione per imparare insieme, tra amici».

Con questo spirito, Staur ha citato i punti di forza della cooperazione italiana, ma anche@ alcuni dei suoi limiti (vedi box).

L’Italia, evidenzia la Peer review, ha delle ambizioni dichiarate che riguardano l’aumento del numero di Paesi con cui è prioritario cooperare. Allo stesso tempo, ha la volontà di mettere in piedi programmi di sviluppo complessi che siano il frutto di decisioni politiche ad alto livello, da affiancare agli interventi ideati con i partner di progetto nei Paesi in cui si opera, cioè l’approccio «dal basso» finora prevalente nella cooperazione italiana. Staur ha sintetizzato: occorre assicurarsi che «le risorse siano all’altezza delle ambizioni e le ambizioni siano all’altezza delle risorse». Stefano Gatti, a capo della direzione generale per la cooperazione allo sviluppo del Maeci, ha risposto@ a Staur che dal suo punto di vista ciò che conta, prima ancora delle risorse, è che la qualità dei progetti sia all’altezza delle ambizioni.

I buoni progetti, ha argomentato Gatti, attirano più facilmente le risorse ed evitano di sprecarle in interventi inefficaci. Inoltre, solo i risultati di qualità sono una leva efficace, sia per incoraggiare il coinvolgimento del settore privato che per giustificare ulteriori richieste di risorse al Parlamento. «Quello che stiamo facendo oggi – ha aggiunto – è un primo passo per organizzare il sistema della cooperazione italiana come una comunità che sviluppa insieme i progetti», unendo le istituzioni pubbliche, il settore privato e la società civile con la sua lunga esperienza e grande professionalità.

Carsten Staur, Presidente del Comitato di Assistenza allo Sviluppo (DAC) dell’OCSE , interviene a Coopera 2026

Tre dati chiave sulle risorse

Un’altra sessione che ha suscitato interesse è stata quella sulla finanza per lo sviluppo@, anche perché andava al cuore proprio della questione delle risorse. I dati forniti in apertura di sessione dal vicedirettore generale per la cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri, Carlo Batori, aiutano a farsi un’idea delle dimensioni dell’aiuto allo sviluppo e dei bisogni a cui risponde.

Il primo dato riguarda le risorse che mancano per raggiungere a livello mondiale gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu: un deficit pari a 4mila miliardi di dollari all’anno. L’aiuto pubblico allo sviluppo nel mondo nel 2025 è stato poco più di 170 miliardi di dollari, una cifra che rappresenta circa il 4% del fabbisogno e che l’anno scorso ha registrato una riduzione di circa il 23%: 50 miliardi in valore assoluto, di cui tre quarti dovuti al calo degli aiuti da parte degli Stati Uniti. C’è poi un «terzo numero che illustra il paradosso della finanza per lo sviluppo», ha detto Batori, e cioè l’aumento della ricchezza globale: secondo il rapporto 2025 del Comitato di esperti indipendenti del G20 sulla disuguaglianza globale, guidato dallo studioso premio Nobel per l’economia 2001, Joseph E. Stiglitz, la ricchezza globale è passata da 200mila miliardi di dollari nel 2000 a 480mila miliardi di dollari nel 2024@. Basterebbe l’1% di questa ricchezza globale, ha detto Batori, per sanare il deficit, ma una serie di ostacoli strutturali impediscono che essa raggiunga proprio i Paesi che hanno bisogno di maggior sostegno per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, cioè quelli in via di sviluppo.

La finanza come spedizione alpinistica

Batori ha, poi, descritto la finanza per lo sviluppo usando una metafora alpinistica: per scalare la montagna del deficit da colmare ci vuole un team composto innanzitutto dai finanziatori della scalata, che devono mettere a disposizione l’attrezzatura adatta: queste sono le sono le istituzioni finanziarie. Ci sono poi le organizzazioni internazionali, che costruiscono il campo base, cioè fissano regole e i processi. Gli alpinisti veri e propri sono elementi del settore privato, cioè gli imprenditori, che devono portare le proprie competenze per rendere possibile l’ascesa, con l’aiuto fondamentale degli sherpa, ovvero le organizzazioni della società civile, che «sanno come evitare le valanghe e i crepacci».

I soccorsi in caso di emergenza sono poi i governi dei Paesi donatori, mentre il capo della spedizione è il governo del Paese partner, le cui richieste, necessità e aspettative sono il punto di partenza della spedizione.

All’introduzione di Batori è seguito un dibattito che ha coinvolto rappresentati del ministero delle Finanze, di Cassa depositi e prestiti, della Banca mondiale e del programma Onu per lo sviluppo (Undp). Una delle espressioni più ricorrenti è stata «bancabilità», cioè la capacità di un’iniziativa di sviluppo di risultare abbastanza solida e sicura da attirare gli investitori privati e le banche.

Questo ruolo del settore privato e il peso delle valutazioni di tipo finanziario, si è fatto negli anni via via più evidente nella cooperazione e, di conseguenza, negli eventi che la trattano: se ne era già parlato nel Forum sulla cooperazione internazionale del 2012, precursore delle conferenze Coopera@, e ha acquistato uno spazio che, da una Coopera all’altra, continua a consolidarsi.

A voler rintracciare un momento ufficiale di svolta nella visione del rapporto fra sviluppo e settore privato, si può riprendere la comunicazione della Commissione europea dal titolo A stronger role of the private sector in achieving inclusive and sustainable growth in developing countries@. Nel documento del 2014 in cui la Commissione chiariva che il «settore privato fornisce circa il 90% dei posti di lavoro nei Paesi in via di sviluppo ed è quindi un partner essenziale nella lotta contro la povertà. È anche indispensabile come investitore nella produzione agricola sostenibile se il mondo vuole affrontare la sfida di sfamare 9 miliardi di persone entro il 2050». Riconosceva, inoltre, al settore privato importanza nella transizione «verso un’economia verde inclusiva» e il suo ruolo sempre più attivo sia come fonte di finanziamento sia come partner di governi, organizzazioni non governative e donatori.

Non dimenticare

Ivana Borsotto, presidente della Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana (Focsiv) e portavoce della Campagna 070@, non smentisce la sua propensione a cercare innanzitutto gli elementi costruttivi in ogni discussione sulla cooperazione: «La conferenza Coopera 2026», scrive in risposta a una nostra richiesta di commento, «non si è limitata a essere una passerella di visibilità: ha confermato l’impegno del governo italiano a rafforzare la cooperazione allo sviluppo, soprattutto con i Paesi africani, attraverso il Piano Mattei, considerato uno strumento strategico per promuovere partenariati paritari, sviluppo sostenibile e collaborazione multilaterale».

È emerso con forza, scrive la presidente Focsiv, il tema dell’impatto reale della cooperazione: occorre verificare chi beneficia degli interventi e quanto contribuiscono alla riduzione della povertà e delle disuguaglianze e alla resilienza climatica.

Tuttavia, continua Borsotto, «non possiamo non rilevare una mancanza nel dibattito della Conferenza: si è parlato poco delle grandi questioni politiche globali. In un contesto segnato da guerre, crisi climatiche, disuguaglianze e aumento delle spese militari, la cooperazione rischia di restare marginale rispetto ad altre politiche che influenzano maggiormente gli equilibri internazionali».

Serve una «maggiore coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile: la cooperazione può produrre risultati importanti in settori come istruzione, salute e aiuti umanitari, ma senza cambiamenti profondi nelle politiche economiche, climatiche e di sicurezza non sarà possibile affrontare le cause profonde delle disuguaglianze e delle crisi globali. Per questo riteniamo urgente l’attuazione del Piano nazionale per la coerenza delle politiche»@.

Chiara Giovetti

L’atrio dell’Auditorium Conciliazione durante Coopera 2026

La peer review Ocse in sintesi

Punti di forza

  • Il Piano Mattei mette la cooperazione al centro della politica estera. L’attenzione per l’Africa, che riceve due terzi degli aiuti bilaterali, è evidente;
  • c’è uno sforzo di far lavorare insieme le varie parti coinvolte. Lo si vede ad esempio nelle cosiddette missioni di sistema, viaggi in cui 50-60 persone fra rappresentanti dell’Agenzia, dei ministeri, di Cassa depositi e prestiti, delle imprese e delle organizzazioni della società civile, visitano i Paesi partner per raccogliere informazioni e creare contatti da usare in fase di programmazione delle iniziative di cooperazione;
  • ci sono strumenti finanziari innovativi, come il Fondo per il clima, e la Cassa depositi e prestiti, una delle più importanti e solide istituzioni finanziarie del Paese che, nel finanziare lo sviluppo, rendono l’Italia più credibile.

Cose da migliorare

  • La scelta di aumentare i Paesi di intervento ritenuti prioritari dovrebbe accompagnarsi a un aumento delle risorse e a un percorso chiaro per raggiungere lo 0,7% di Pil da destinare all’aiuto allo sviluppo;
  • è necessario aumentare l’efficienza del sistema migliorando il coordinamento fra gli organismi coinvolti, chiarendo i ruoli e semplificando le procedure;
  • l’Italia è stata il primo Paese del comitato Ocse-Dac a darsi linee guida sul rapporto fra migrazione e cooperazione, ma per ora gli interventi che riguardano la migrazione sono frammentati e non abbastanza mirati a rimuovere le cause profonde delle migrazioni forzate.

Il documento completo è disponibile online@

Momento della Conferenza Coopera 2026

Il festival dello sviluppo sostenibile Asvis

L’Italia non realizzerà gran parte degli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. La strategia nazionale italiana di sviluppo sostenibile derivata dall’Agenda 2030 dell’Onu prevede 38 obiettivi quantitativi da raggiungere. Oggi ne risultano ancora raggiungibili soltanto 11, mentre 22 sono ormai fuori portata e 5 mostrano progressi dall’andamento troppo fluttuante per permettere una previsione.
Lo ha detto lo scorso 22 maggio Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, Asvis, durante l’evento conclusivo del decimo Festival dello sviluppo sostenibile tenutosi nella Sala della Regina della Camera dei deputati@.

Utilizzando dati messi a disposizione da fonti ufficiali fra cui Eurostat, Istat, Banca d’Italia e Ispra, l’Asvis monitora i progressi dell’Italia in quattro dimensioni, «misurandoli» appunto attraverso questi 38 obiettivi. Essi includono l’aumento dei posti negli asili nido, la riduzione delle diseguaglianze di reddito, l’aumento del tasso di occupazione, la diminuzione della dispersione idrica e delle polveri sottili, l’azzeramento del sovraffollamento nelle carceri e il raggiungimento dello 0,7% del Pil destinato alla cooperazione.

Il rapporto più recente, quello della primavera 2026, mostra peggioramenti sugli obiettivi che riguardano, fra gli altri, la povertà, la condizione dei sistemi idrici e sociosanitari, le disuguaglianze e la condizione degli ecosistemi terrestri. Il biennio 2026 – 2027, ha ricordato Giovannini, rappresenta comunque un’occasione unica per migliorare la situazione, a patto di non mancare alcuni appuntamenti: entro la seconda metà di quest’anno, ad esempio, è prevista la revisione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, mentre nella prima parte del 2027, l’Italia dovrebbe definire il Piano di accelerazione trasformativa per recuperare i ritardi nell’avanzamento verso gli obiettivi dell’Agenda 2030, onorando così l’impegno che i capi di Stato e di Governo hanno preso al summit Onu del 2023@.

L’evento Asvis ha visto anche una conversazione fra la biologa e divulgatrice scientifica Barbara Gallavotti e lo studioso premio Nobel per la fisica 2021, Giorgio Parisi. Rispondendo a una domanda di Gallavotti sui due passaggi chiave – transizione energetica e transizione ecologica – necessari a garantire all’umanità la vita su un pianeta che possa ancora sostenerla, Parisi ha precisato: «Direi che i passaggi chiave sono quattro, intrecciati fra di loro: a energia ed ecologia bisogna aggiungere giustizia sociale e pace». Se non si va in queste quattro direzioni contemporaneamente, ha concluso Parisi, non sarà possibile andare nemmeno nelle prime due.

Chi.Gio.

Evento di chiusura del Festival dello sviluppo sostenibile 2026. Da sinistra. Il direttore dell’Ansa Luigi Contu, la presidente ASviS Marcella Mallen, il direttore scientifico ASviS Enrico Giovannini, il Presidente ASviS, Pierluigi Stefanini



Turismo, sui lavoratori il peso delle guerre

Nel 2025 gli arrivi internazionali sono stati 1,52 miliardi, confermando così il ritorno ai livelli precedenti alla pandemia. Ma i conflitti e le crisi dei primi mesi del 2026 hanno riportato incertezza. E, nel frattempo, la sostenibilità del turismo non cresce come dovrebbe.

Autista, guardia, addetto al trasporto di acqua potabile: questi sono gli impieghi di tre dei civili uccisi dagli attacchi iraniani in varie città degli Emirati arabi uniti fra il 28 febbraio e il primo marzo scorsi, nel primo giorno della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran@.

Erano un cittadino del Pakistan, uno del Bangladesh e uno del Nepal: lavoratori migranti che, insieme ad altri circa altri 10 milioni di stranieri, rappresentano il 90% della popolazione degli Emirati e sono il motore di settori cruciali come l’edilizia, l’ospitalità e il turismo.

A causa della guerra, ha riferito a fine marzo l’ong Human rights watch (Hrw), i tassi di occupazione degli hotel negli Emirati erano diminuiti molto, e le aziende stavano chiedendo ai dipendenti di smaltire le ferie accumulate, di prendere congedi non retribuiti o di rescindere i contratti.

Uno chef riferiva a Hrw che lo staff della struttura dove lavorava era passato da una trentina di dipendenti a tre o quattro. Ai lavoratori in congedo non retribuito che non potevano tornare nei loro Paesi di origine veniva fornito un alloggio aziendale, ma non il vitto@.

Lavoratori in difficoltà

Sibenik, Croazia. Una scritta dice: Porta a casa un pezzo di Croazia autentica @ Chiara Giovetti

Le difficoltà legate alla guerra si innestano su un contesto lavorativo che è già problematico di per sé. Le persone straniere impiegate nelle monarchie del Golfo, infatti, ricevono spesso salari bassi, dai quali cercano comunque di ricavare una quota da inviare alle famiglie nei Paesi di origine, riducendo così le risorse per la propria sussistenza – cibo, alloggio, cure mediche – nel Paese dove lavorano.

Nei casi peggiori, i migranti si vedono decurtare una parte del salario per coprire le spese di reclutamento e di viaggio, benché negli Emirati sia illegale far ricadere questi costi sui lavoratori@.

Un altro chef nepalese impiegato ad Abu Dhabi e intervistato da Human right watch commentava: «Perdere il lavoro dopo aver fatto prestiti per venire qui è triste. Le persone pagano 300mila-400mila rupie nepalesi – equivalenti a circa 2mila-2.686 dollari – per questi lavori».

Il primo aggiornamento del 2026 dell’Organizzazione mondiale del turismo@, riportava che il settore è in netta espansione in tutto il Medio Oriente, che nel 2025 ha raggiunto i 100 milioni di arrivi, per un contributo al Pil della regione intorno al 5%.

Impiega circa un milione di lavoratori in Arabia saudita@, e mezzo milione nei restanti Paesi, per un totale di quasi 2,5 milioni di persone, anche in questo caso in maggioranza straniere: i lavoratori migranti che vivono nella regione sono circa 35milioni. Di questi, uno ogni 14 proviene dall’Asia meridionale@.

Cuba, turismo cruciale

Secondo i più recenti dati (2022) dell’Onei, l’istituto di statistica cubano, nei ristoranti e negli alberghi di Cuba lavorano più o meno 275mila persone@, il 6% della forza lavoro attiva, che è di 4,5 milioni su una popolazione totale di quasi 11 milioni. Si aggiungono poi altri lavoratori di settori dell’indotto. Ad esempio, una parte dei trasporti, per un totale che oggi è stimato intorno ai 300mila, con punte di 500mila nel 2017-2018, quando Cuba stava attraversando una crescita epocale nei flussi del turismo. Gli arrivi nel 2017 furono, infatti, 4,6 milioni e le entrate economiche intorno ai 3,2 miliardi di dollari. La pandemia determinò poi una drastica riduzione e nel 2024, malgrado il recupero, i flussi risultavano la metà rispetto a sette anni prima.

Ciononostante, il turismo ha continuato a essere per Cuba una voce molto importante delle sue esportazioni, la seconda dopo i servizi sanitari: l’isola, infatti, invia da decenni personale sanitario in missioni internazionali – in Italia, ad esempio, ci sono poco meno di 500 medici cubani attivi in Calabria@ – e gli introiti che Cuba ha ricavato da questi servizi nel 2024 sono stati di circa 7 miliardi di dollari, contro il miliardo e 300 milioni di dollari generati dal turismo.

Uragano Trump

Marsiglia (Francia). Una scritta di protesta sull’asfalto: «Non è turismo, è una fabbrica» © Chiara Giovetti

A complicare le cose per il settore già in affanno c’è stato poi l’uragano Melissa che, nell’autunno del 2025, ha colpito la parte orientale dell’isola, costringendo 735mila persone all’evacuazione preventiva dalle proprie abitazioni e infliggendo danni all’infrastruttura elettrica, alle strade e alle coltivazioni. Sulla ripresa e la ricostruzione dopo il passaggio di Melissa è arrivato come un secondo uragano l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, con la rimozione del presidente Nicholas Maduro@ e la presa di controllo de facto da parte degli Usa dell’industria petrolifera venezuelana. A questa è poi seguita una recrudescenza dell’embargo imposto dagli Usa, e il blocco di tutte le esportazioni di petrolio verso Cuba.

Il Venezuela era, insieme al Messico, il principale fornitore di idrocarburi per l’isola, che è in grado di produrre soltanto 40mila dei 100mila barili di petrolio usati ogni giorno.

Lo scorso 14 maggio il governo cubano ha annunciato di aver esaurito le riserve: i tagli di corrente all’Avana, ha riferito il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy, sarebbero durati 20-22 ore@, mettendo così sotto pressione servizi pubblici essenziali come la sanità e la raccolta dei rifiuti e determinando anche una riduzione negli arrivi di turisti del 48% nel primo trimestre del 2026@.

I danni al settore

Se è vero che il grosso delle strutture, come i resort, sono di proprietà di un ente (Gaesa) che di fatto è gestito dalle Forze armate, sono tante anche le cosiddette casas particulares, alloggi privati a gestione familiare: dai dati statistici più recenti emerge che un terzo dei pernottamenti, cioè 3,95 milioni su 12,5 milioni totali – è imputabile al settore privato@.

Oltre agli alloggi privati ci sono poi diversi piccoli esercizi, come ristoranti, caffè, negozi, che traevano dal turismo i propri guadagni. Lo scorso febbraio il gestore di una caffetteria all’Avana raccontava alla Bbc@ che, prima della crisi, riusciva a guadagnare circa 15 dollari al giorno: lavorava moltissimo – dalle 8 del mattino alle 11 di sera sei giorni alla settimana – ma otteneva in un giorno quasi l’equivalente del salario medio mensile a Cuba, cioè 6.930 pesos@, che, al cambio ufficiale, sarebbero circa 290 dollari, ma in realtà valgono solo più o meno 16 dollari al cambio informale, che è quello che condiziona l’economia locale.

La mancanza di combustibile ha però reso molto complicato coprire il tragitto fra casa e lavoro: trovare un mezzo di trasporto poteva richiedere una giornata intera. In queste condizioni, ha spiegato l’imprenditore, era impossibile per lui lavorare e, quindi, vivere sull’isola. Alla fine ha scelto di emigrare in Perù.

Turismo come arma

Per arrecare danni al settore turistico non è nemmeno necessario che ci sia un intervento militare. Come è successo in Giappone, basta dirsi contrari all’eventualità che un intervento avvenga. Stiamo parlando della dichiarazione della premier giapponese Sanae Takaichi (analisi a pag. 19, ndr) alla fine del 2025, quando ha detto che un attacco della Cina a Taiwan rappresenterebbe una minaccia esistenziale per il suo Paese. La Cina ha reagito in modo molto duro: ha ridotto le importazioni di prodotti ittici giapponesi e ha sconsigliato ai propri cittadini di intraprendere viaggi in Giappone. Il risultato è stato un calo del 60% degli arrivi di turisti cinesi, che erano stati la colonna portante della ripresa post Covid del Giappone, rappresentando circa un quinto dei 62,7 miliardi di dollari di entrate turistiche nel 2025@.

È un panorama piuttosto lontano da «una solida cooperazione e un coordinamento multilaterale» auspicati dall’Organizzazione mondiale del turismo nel rapporto@ con cui l’anno scorso aveva celebrato i suoi 50 anni.

Parigi, piazza Montmartre. Tipica scena nella quale artisti disegnano ritratti ai turisti. © Marco Bello

Turismo insostenibile

Se le previsioni parlano di due miliardi di arrivi nel 2030, non è chiaro quanto sostenibile questo flusso possa essere: non ci sono, ad esempio, studi aggiornati sull’impronta carbonica del settore, cioè su quanto contribuisce alle emissioni di gas climalteranti@.

Il dato Onu per cui il turismo contribuirebbe al 5,3% delle emissioni di gas serra totali risale a un rapporto del 2019@; un dato più recente lo ha calcolato nel 2025 l’organizzazione che rappresenta il settore privato globale dei viaggi e del turismo, il World travel & tourism council (Wttc), che ha collocato al 7,3% il contributo del turismo alle emissioni.

Quanto agli obiettivi di sviluppo sostenibile nei quali il turismo è presente, il rapporto sui progressi del 2025@ mostra una situazione di stallo sull’obiettivo 8, che riguarda la crescita economica, duratura e inclusiva, progressi limitati sull’obiettivo 12 relativo a produzione e consumo e addirittura un peggioramento nella salvaguardia del mare e delle sue risorse nei piccoli Stati insulari e nei Paesi meno sviluppati. Mentre in Europa – di gran lunga la regione con più arrivi internazionali: 783 milioni – le comunità protestano contro il sovraffollamento turistico (overtourism), Messico, Usa e Canada stanno ospitando i mondiali di calcio 2026, definiti dal quotidiano inglese The Guardian i più inquinanti di sempre. Alcune stime prevedevano la scorsa primavera che la spesa turistica legata allla Coppa del mondo sarà di circa 4,3 miliardi di dollari, di cui l’80% concentrata nel settore ricettivo. Ma questi guadagni sono realizzabili al costo di emissioni totali di gas serra che raggiungeranno quasi il doppio della media storica, in larga parte a causa dei voli, a cui sono imputabili 7,7 milioni sui 9 milioni di tonnellate di anidride carbonica previsti.

Chiara Giovetti

Turisti a Parigi – © Marco Bello

TURISMO MONDIALE

(DATI 2025) Arrivi internazionali

◊ Mondo: 1 ,52 miliardi (+4%)
◊ Europa: 793 milioni di turisti (+4%), di cui Ue-27: 582,6 milioni
◊ Asia e Pacifico: 331 milioni (+6%)
◊ Americhe: 218 milioni (+1%)
◊ Medio Oriente: 100 milioni (+3%)
◊ Africa: 81 milioni (+8%)

Spesa dei visitatori

1.900 miliardi di dollari.
Ricavi totali delle esportazioni derivanti dal turismo (compreso trasporto passeggeri): 2.200 miliardi di dollari.

Peso del turismo

◊ sulle esportazioni mondiali: 6%
◊ sulle esportazioni di servizi: 23%
◊ Contributo diretto al Pil mondiale: 3,54% (2024).

Fonte: Un Tourism




Mondo. «Elaboro, quindi consumo»

Nel 2025 il consumo di elettricità da parte dell’intelligenza artificiale è stato superiore a quella della Finlandia e del Belgio: se fosse un Paese, l’Ia occuperebbe la 39° posizione e la sua crescita è così rapida che potrebbe quadruplicare entro il 2030. A quel punto, i terawattora (Twh, migliaia di miliardi di wattora) consumati basterebbero a soddisfare per oltre due anni il fabbisogno di elettricità per uso domestico di 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana. Sono queste alcune delle informazioni nel rapporto dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la aalute dell’Università delle Nazioni Unite (Unu-Inweh), dal titolo The Environmental Cost of Artificial Intelligence: Carbon, Water, and Land Footprints, pubblicato lo scorso 3 giugno, che cerca anche di fare alcune distinzioni tecniche, di fornire dei parametri di confronto e di suggerire linee d’azione per governare quella che definisce la quarta fase della rivoluzione industriale.

Addestrare l’Ia

In primo luogo, il rapporto si concentra sull’addestramento dell’Ia, cioè quel processo che può durare anche mesi e che permette di mettere a punto un modello – per semplificare: un programma come ChatGpt, il modello dell’azienda OpenAi, o Claude, di Anthropic – prima della fase cosiddetta di «inferenza», cioè il momento in cui viene messo a disposizione degli utenti.
Secondo le stime riportate nel rapporto, addestrare Gpt-3, uno dei primi sistemi di Ia, ha richiesto poco più di un mese giorni e circa 1,3 gigawattora (Gwh, miliardi di wattora) di elettricità, mentre l’addestramento del suo successore potrebbe aver consumato fra i 50 e i 70 Gwh in tre mesi. Tradotto in grandezze collocabili nel quotidiano: 60 Gwh sono il consumo annuo di elettricità domestica di 460mila persone nell’Africa subsahariana. Per compensarne le emissioni di CO2 così generate servirebbero gli alberi di 105 parchi cittadini delle dimensioni di Hyde Park, a Londra, e la quantità di acqua usata nel processo equivale al fabbisogno idrico annuale minimo di circa 81mila persone nell’Africa subsahariana. ChatGpt è il più usato fra i modelli oggi in uso, ma non è il solo. E, se è vero che l’addestramento della Ia è energivoro, si tratta comunque della punta dell’iceberg: non si può avere un quadro completo senza guardare ai data center, da un lato, e all’uso dell’Ia da parte degli utenti, dall’altro.

I data center

L’energia usata per l’intelligenza artificiale rappresenta infatti oggi solo un quinto di quella impiegata nei data center, che sono l’infrastruttura che sostiene l’Ia e anche molte applicazioni digitali che sono ormai parte del nostro quotidiano: le piattaforme di streaming, i servizi di e-commerce, i cloud dove teniamo i nostri dati, ad esempio. I data center, dice il rapporto, sono il «motore dell’era digitale», tracciando così un nesso simbolico con il motore a vapore, una delle innovazioni cruciali della rivoluzione industriale del 18° secolo. Secondo le stime, i data center nel 2024 consumavano 415 Twh, circa l’1,5% del totale globale, e nel 2025 erano saliti a 448 Twh: se i data center fossero uno Stato, si piazzerebbero all’11 posto nel mondo, dietro alla Francia. Se le proiezioni per il 2030 si rivelassero corrette, il consumo d’acqua dei data center arriverebbe a eguagliare oltre 5 anni di consumo elettricità domestica e un anno di consumo di acqua per 1,3 miliardi di africani e sottrarrebbe una quantità di suolo pari a dieci volte Città del Messico.

Uso intelligente

Il rapporto insiste molto sull’importanza di superare le semplificazioni secondo cui i data center che utilizzano fonti di energia rinnovabile sono «ecologici», «puliti» e «sostenibili». Occorre valutare insieme tutti e tre gli aspetti – emissioni di CO2, consumo di acqua e consumo di suolo – perché i dati disponibili mostrano che i data center a basse emissioni di CO2 non sono necessariamente a basso consumo di suolo o di acqua. Inoltre, non va trascurato il cosiddetto effetto rebound: ci sono tecniche per ridurre il consumo energetico necessario per eseguire ogni compito che chiediamo all’Ia di svolgere, ma questa maggiore efficienza – più compiti con meno energia – può avere l’effetto di invogliare più utenti a usare di più l’Ia e, in questo modo, il risparmio energetico si erode fino ad annullarsi.
L’intelligenza artificiale è già parte integrante della vita quotidiana di miliardi di persone nel mondo: a usarla in modo intenzionale sono circa 380 milioni di persone, ma molte di più lo fanno in modo non sempre consapevole. Anche una piattaforma come Netflix, ad esempio, usa l’Ia per funzioni come proporre contenuti simili a quelli che l’utente ha già guardato, e uno strumento di uso quotidiano come Google, che genera 14-16 miliardi di ricerche al giorno per circa 5 miliardi di utenti, utilizza l’Ia per aggiungere ai risultati delle ricerche tradizionali anche riassunti e suggerimenti.

Lo strumento giusto
Nelle raccomandazioni finali, il rapporto chiarisce che a determinare l’impatto dell’Ia non è solo quanto la usiamo, ma anche come la usiamo. Insiste poi sull’uso intelligente dell’Ia, cioè sulla necessità di fornire alle persone, alle organizzazioni e alle istituzioni pubbliche le informazioni per scegliere lo strumento giusto a seconda del compito da svolgere, perché a strumenti diversi corrisponde un diverso uso di energia e, di conseguenza, diversi valori di emissioni di CO2 e di consumo di acqua e suolo. Per semplici ricerche testuali, spiega il documento, sono sufficienti gli strumenti di ricerca tradizionali, mentre i modelli generativi complessi dovrebbero esser usati solo «quando apportano un chiaro valore aggiunto, piuttosto che come opzione predefinita». Inoltre, non è noto a tutti che generare un’immagine richiede 60 volte l’energia che serve per ottenere solo una breve risposta di testo, e che creare video di alta qualità è in assoluto la cosa più energivora fra quelle che si possono fare con l’Ia.
Niente ChatGpt o Meta Ai di WhatsApp, insomma, se ci serve solo di sapere a che ora è il film che vogliamo vedere al cinema, e anche fare a Claude lunghe domande complesse o scambiare convenevoli sembra non essere una buona idea.

Chiara Giovetti




Madagascar, la Gen Z tradita dai militari

Padre Jean Tuluba, missionario della Consolata, risponde alle nostre domande. Ci guida nel Paese dove la generazione Z continua a chiedere cambiamenti e soluzioni ai vecchi problemi dell’isola.

«Dopo alcuni mesi dal cambio di regime, nulla è cambiato rispetto al governo precedente: i giovani della Generazione Z che osano manifestare subiscono una dura repressione e alcuni addirittura spariscono. Oggi si parla di quattro giovani manifestanti arrestati e di due scomparsi». Così padre Jean Tuluba, missionario della Consolata congolese che lavora in Madagascar, riassume la situazione non rosea del Paese ad aprile, mentre scriviamo. I giovani della cosiddetta «Gen Z» – nati, cioè, dopo il 2000 – avevano avuto un ruolo chiave nel movimento di protesta che, fra settembre e ottobre 2025, aveva riempito le piazze malgasce@. Gridando «Leo délestage» («Basta blackout») e «Miala Rajoelina» («Vattene Rajoelina», cioè il presidente Andry Rajoelina), i manifestanti chiedevano la fine di disservizi come le continue interruzioni di corrente elettrica e la mancanza di acqua che, oltre a creare ovvi disagi, erano il simbolo dell’incapacità della classe dirigente di affrontare e ridurre le profonde ingiustizie sociali nel Paese.

L’ondata di proteste autunnali, spiega padre Jean, aveva interessato soprattutto le grandi città, in particolare Antananarivo, Antsirabe, Fianarantsoa, Toamasina, Tulear, Diego Suarez. C’erano stati diversi episodi di violenza contro i manifestanti da parte delle forze dell’ordine e almeno ventidue persone erano state uccise. «Era stato in questo contesto che una parte dell’esercito, responsabile di tutta la logistica militare del Paese e guidata dal colonnello Michaël Randrianirina, si era rifiutata di reprimere i manifestanti e si era unita a loro contro la parte di forze armate rimaste fedeli al presidente Rajoelina». Randrianirina ha preso il potere dopo la fuga di Rajoelina, promettendo di migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma ha deluso le aspettative molto presto e i giovani ora si sentono traditi.
I ragazzi, riportava France24 lo scorso aprile, vedono nella repressione e negli arresti arbitrari «un segno che è il momento di tornare in strada»@.

padre Noè Cereda (mancato nel 2024) con le Suore discepole del Sacro Cuore a Nosy Be, nella diocesi di Ambanja. © AfMC

La guerra in Iran

A peggiorare la situazione è arrivata ora la guerra in Iran: un’ulteriore dimostrazione – commenta padre Tuluba – che il mondo di oggi è interconnesso, come affermava già papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’.

La conseguenza più visibile e tangibile della guerra è la carenza di carburante nelle stazioni di servizio. «Bisogna fare lunghe code e aspettare molto tempo, per poi ottenere una quantità minima di benzina». Questo alimenta la crisi politica e sociale, poiché molti cittadini che gestiscono piccole attività commerciali utilizzano generatori elettrici alimentati con il carburante, visto che l’infrastruttura, al momento, non è in grado di garantire una fornitura costante di elettricità. «Quindi, la logica è chiara: niente carburante, niente elettricità stabile, niente sviluppo per le piccole e grandi attività di produzione, niente commercio, niente mezzi per sopravvivere. Così la tensione sociale aumenta e c’è un nuovo rischio di implosione».

La crisi climatica

A questo si aggiunge che il Madagascar è uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Gli ultimi due cicloni, Fytia e Gezani, ne sono un esempio concreto, in particolare dopo la devastazione, lo scorso 10 febbraio, della città portuale di Toamasina, distrutta all’80%. Continua il missionario: «Diciottomila abitazioni distrutte, 36 morti e molti feriti, 424mila sfollati (altre fonti dicono 60 morti e oltre mezzo milione di sfollati, ndr), strade e rete elettrica danneggiate, raccolti perduti.

Il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza e ha stimato i costi di ricostruzione in oltre 2 miliardi di dollari americani». Questo disastro ha un impatto considerevole sull’economia nazionale, sottolinea padre Jean, dato che la città di Toamasina ospita il principale porto del Paese.

Anche molte altre regioni subiscono gli effetti del cambiamento climatico. In quelle meridionali ci sono zone semi desertiche dove piove troppo poco. Lì, la popolazione, che sopravvive quasi esclusivamente grazie all’agricoltura, non può produrre nulla senza acqua. In queste condizioni la fame raggiunge livelli molto elevati. «Nella nostra regione (la missione di Beandrarezona è nel Nord dell’isola, a oltre 1.100 metri di altitudine, ndr) non ci sono cicloni – spiga padre Jean -, perché siamo lontani dalle coste e in una zona molto montuosa. Quando c’è un ciclone, ne subiamo solo gli effetti a distanza: molta acqua ovunque a causa delle piogge lunghe e intense».

Un lavoro importante, nota padre Jean, sarebbe la sensibilizzazione della popolazione riguardo all’impatto del cambiamento climatico sulla vita delle persone, ma questa sensibilizzazione è ancora troppo scarsa.

«Le poche foreste rimaste vengono devastate ogni giorno dal taglio degli alberi per produrre legna da ardere e carbone per cucinare. Gli alberi non vengono sostituiti e questo fa presagire gravi conseguenze in un futuro non troppo lontano.

La sola sensibilizzazione, comunque, non è sufficiente, deve essere accompagnata da politiche pubbliche e sociali che aiutino la popolazione a provvedere ai propri bisogni senza distruggere l’ecosistema».

Beandrarezona, la scuola secondaria © AfMC

Una lunga crisi

La crisi politica del Madagascar dura da decenni, chiarisce padre Tuluba, e incide sulla vita di oltre 30 milioni di persone, tre quarti delle quali vivono al di sotto della soglia di povertà. La grande maggioranza è costituita da giovani: secondo i dati delle Nazioni Unite, il 68% della popolazione ha meno di 30 anni@.

La crisi politica e sociale, secondo l’analisi che emerge dai messaggi del 2024 e 2025 della Conferenza episcopale del Madagascar, è dovuta a diversi fattori, fra i quali la corruzione generalizzata, le diseguaglianze, la mancanza di ascolto e di rappresentanza politica (che crea un deficit di fiducia), i problemi strutturali irrisolti, la violenza, l’instabilità e la mancanza di sicurezza@.

Il tasso di disoccupazione per le persone fra i 15 e i 24 anni è intorno al 5%, ma a pesare è soprattutto l’elevata proporzione di lavoro informale, che rappresenta il 94% del totale. «I giovani studiano, ma poi non trovano opportunità per servire la loro nazione, non esiste una politica orientata all’inserimento e all’occupazione giovanile. Anche questo genera nei ragazzi molta frustrazione e il desiderio di far sentire la propria voce a modo loro, come si è visto alla fine dello scorso anno».

2023 costruzione scuola a Beandrarezona © AfMC

La presenza Imc

La storia della presenza dei missionari della Consolata in Madagascar, racconta padre Jean, «è un lungo percorso, che ha inizio con l’arrivo sull’isola di padre Antonio Noè Cereda, missionario della Consolata. Egli, dopo aver lavorato nella Repubblica democratica del Congo e in Italia come responsabile dell’Emi (Editrice missionaria italiana), alla fine del 1999 si è trasferito in Madagascar. Qui ha trascorso quasi 20 anni collaborando con le Suore discepole del Sacro Cuore, basate a Nosy Be, nella diocesi di Ambanja, e ad Antananarivo, la capitale».

L’idea di una possibile presenza Imc sull’isola è nata nel 2010, durante la vista dell’allora vice-superiore generale padre Stefano Camerlengo@ ed è diventa concreta con l’apertura ufficiale nel 2018 e l’arrivo, il 13 marzo 2019, dei primi tre missionari: padre Jean Tuluba, padre Kizito Mukalazi dell’Uganda e padre Jared Makori Mayaka del Kenya.

Essi si stabilirono nella diocesi di Ambanja, nel piccolo villaggio di Beandrarezona, a quasi mille chilometri dalla capitale Antananarivo e a 300 dalla sede vescovile di Ambanja, nel Nord della grande isola@.

«Ma perché proprio il Madagascar? – si domanda padre Jean -. Per rispondere alla triplice motivazione dei missionari della Consolata. In primo luogo, essere fedeli alla propria identità di missionari ad gentes: nel Paese, i cattolici rappresentano il 28,5% della popolazione e solo il 3% nella nostra missione. In secondo luogo, per lavorare in un Paese che è un ponte tra l’Africa e l’Asia, con una parte della popolazione di origine africana e l’altra di origine austronesiana», cioè diffusa nella zona fra l’Oceania, l’Asia sudorientale e, appunto, il Madagascar@. «In terzo luogo, è un’occasione per i missionari africani di realizzare una missione africana in uno spazio culturalmente speciale e diverso».

Alluni della scuola di Bendrarezona © AfMC

Priorità alla formazione

Sono due le grandi priorità dell’Imc in Madagascar, continua padre Tuluba: l’annuncio esplicito del Vangelo e la promozione umana. Una delle prime opere realizzate è stata la scuola secondaria Notre dame de la Consolata, che ha aperto nel settembre 2024 e che accoglie gli studenti delle ultime tre classi della scuola secondaria, per un totale, oggi, di 34 studenti. «La scuola è per noi uno strumento fondamentale di evangelizzazione e formazione dei giovani in un mondo in continua evoluzione. Oltre alle materie previste dal programma scolastico nazionale, offriamo loro anche corsi sulle nuove tecnologie, con attrezzature moderne per l’apprendimento dell’informatica e delle lingue straniere, senza dimenticare la catechesi, per chi lo desidera». Per gli studenti i cui genitori non riescono a pagare la retta, è prevista la copertura parziale delle spese.

Alla scuola si affiancherà anche un progetto di sostegno alle donne e alle ragazze madri che i missionari intendono avviare a breve. Si tratterà di corsi professionali come sartoria, pasticceria e ristorazione «per aiutarle, attraverso piccole attività commerciali, a raggiungere l’autonomia economica e contribuire così al rafforzamento delle loro economie domestiche, che al momento sono troppo fragili».

Benedizione e mandato degli animatori e catechisti a Beandrarezona – © AfMC

Sviluppo a lungo termine

Gli obiettivi di sviluppo a lungo termine che i missionari si sono dati sono quelli di formare i giovani e di ridurre la vulnerabilità delle ragazze e delle donne del villaggio. «Molte adolescenti non completano gli studi secondari perché rimangono incinte molto presto e diventano madri prima di raggiungere la maggiore età». A collaborare con i missionari ci sono gli insegnanti, i genitori, le autorità locali, i privati e l’associazione svizzera Boky Mamiko, che visita la missione ogni anno e si fa carico delle spese scolastiche di una parte delle studentesse.

Alcune ragazze vivono in convitto presso il convento delle suore che collaborano con i missionari. C’è una richiesta pressante da parte dei genitori che chiedono un convitto anche per i ragazzi, dato che nelle loro case non c’è un ambiente che favorisca la concentrazione e lo studio. I missionari stanno, dunque, valutando di elaborare un progetto che includa la costruzione di un convitto anche per loro.

A livello sanitario, l’insufficienza dei servizi ha generato un’altra richiesta da parte della popolazione: la costruzione di una piccola clinica locale per consentire l’accesso a cure sanitarie di qualità alle popolazioni di Beandrarezona e dei villaggi circostanti. «Già ora, la nostra auto, l’unica sul territorio, viene spesso utilizzata come ambulanza per trasportare malati di ogni tipo nella vicina città di Bealanana, a 18 chilometri, affinché ricevano un minimo di cure».
A Beandrarezona c’è un centro sanitario di base non attrezzato e quasi abbandonato, che non consente di fornire assistenza adeguata ai pazienti che vi si recano. «Avere un dispensario ben attrezzato entro i prossimi cinque anni darebbe grande sollievo alle nostre popolazioni.

Per realizzare questi diversi sogni, contiamo sempre sul sostegno dei nostri vari collaboratori e su tutte le persone di buona volontà, che hanno nel cuore la nostra stessa preoccupazione di aiutare i fratelli e le sorelle di Beandrarezona e dintorni a vivere con dignità».

Chiara Giovetti

La torre dell’acqua a Beandrarezona – © AfMC



Tempo di imposte, tempo di solidarietà

Da maggio a ottobre, con diverse scadenze a seconda della categoria di contribuenti, si compilano le dichiarazioni dei redditi ed è possibile destinare il 5 per mille e l’8 per mille. Vediamo com’è andata l’anno scorso e quali novità ci sono.

Le novità più visibili per il 5 per mille 2026 sono due: l’aumento dei fondi e la soppressione delle Onlus. Il primo deriva da un innalzamento del tetto di spesa, ovvero la cifra che il governo si impegna a distribuire agli enti beneficiari, che passa da 525 milioni a 610 milioni di euro. L’incremento arriva anche dopo una campagna, «5 per mille, ma per davvero», promossa dalla rivista online Vita insieme ad altre 67 organizzazioni del Terzo settore italiano.

La campagna lamentava il fatto che, in base alle scelte dei contribuenti, il totale destinato agli enti arrivava a quasi 604 milioni di euro, ma poi il Governo ne distribuiva in effetti solo 525: tanto vale ribattezzarlo 4,3 per mille, polemizzava in un’intervista sul «Domani» uno dei sostenitori della campagna@.

La seconda novità di quest’anno, il superamento delle Onlus, è l’effetto della riforma del terzo settore che, con la legge delega 106 del 2016, ha riordinato la disciplina che regola il settore non profit e l’impresa sociale. Dal 1° gennaio di quest’anno, la qualifica di Onlus – Organizzazione non lucrativa di utilità sociale – è eliminata dall’ordinamento italiano. Gli enti qualificati come tali avevano tempo fino al 31 marzo 2026 per iscriversi al Registro unico nazionale del terzo settore (Runts), introdotto dalla riforma. L’alternativa era quella di cedere il proprio patrimonio a un altro ente simile, per garantire che le risorse venissero usate in modo coerente al motivo per cui sono state raccolte, cioè svolgere attività di interesse sociale. L’iscrizione al Runts, spiegava a marzo scorso un articolo@ sul sito Cantiere terzo settore, è necessaria anche per mantenere il diritto di ricevere i fondi del 5 per mille.

Con 5 per mille, ricordiamo, si indica la quota delle imposte – pari appunto al 5 per mille, o 0,5% – che lo Stato deve distribuire a una lista di enti su indicazione dei contribuenti, i quali esprimono la loro preferenza nella dichiarazione dei redditi.
I contribuenti possono scegliere fra realtà che operano in diverse categorie: enti del terzo settore (Ets, come la nostra fondazione), ricerca sanitaria, ricerca scientifica, associazioni sportive dilettantistiche, comuni, beni culturali e aree protette.

Ospedale di Wamba, Kenya (© AfMC)

Un tetto già sfondato

«Terzjus», un altro dei siti di riferimento sul terzo settore e le leggi che lo regolano, ha accolto con soddisfazione l’innalzamento del limite a 610 milioni, ma ha rilevato che, in prospettiva, si tratta di un tetto già sfondato, perché, secondo le previsioni basate sulle tendenze attuali, già nel 2028 i fondi assegnati con il 5 per mille potrebbero raggiungere i 628 milioni.

In una dettagliata disamina di fine gennaio scorso, Terzjus riportava che i cittadini che destinano il contributo sono in crescita: fra il 2022 e il 2024 il loro numero è aumentato di 1,4 milioni. Si tratta di circa 18 milioni di contribuenti: meno della metà dei 42 milioni che presentano la dichiarazione dei redditi; poco più della metà dei 35,5 milioni che versano almeno un euro di Irpef.

Quelli che firmano per il 5 per mille, sono di più dei 17 milioni che destinano l’8 per mille – il «sorpasso» è avvenuto nel 2024 – e sono contribuenti disciplinati e motivati: l’84% non si limita infatti a indicare la categoria, ma scrive il codice fiscale di un ente, segno di consapevolezza e conoscenza della realtà che si vuole sostenere@.

Un altro elemento che fa prevedere un prossimo sfondamento del nuovo tetto, nota ancora Terzjus, riguarda poi l’aumento degli enti: grazie soprattutto all’entrata in funzione del Registro unico, gli ammessi a ricevere i fondi del 5 per mille sono aumentati del 36% fra il 2022 e il 2024 arrivando a quota 68mila: tre quarti dei 91mila enti esistenti.

Migranti arrivati a Oujda in Marocco (© AfMC)

Com’è andata nel 2024

Nel 2025, gli enti hanno ricevuto la loro quota di contributo per l’anno finanziario 2024. Guardando le tabelle dei beneficiari dal 2020 al 2024, le prime tre posizioni sono occupate da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro ed Emergency, che sono le prime tre nello stesso ordine dal 2020.

Airc aveva ricevuto 68,5 milioni nel 2020. Nel 2025 ne ha ricevuti 71,8. La Fondazione è passata da 11,9 a 12,2 milioni, con un picco di 12,4 nel 2022. Emergency è invece in lieve calo, dagli 11,6 milioni del 2020 ai 10,6 attuali, dopo un picco di 12 milioni nel 2022.

Segue poi la Lega del filo d’oro che ha raccolto 9,3 milioni ed è stabilmente al quarto posto dal 2021, mentre al quinto c’è l’Associazione italiana contro le leucemie, che nel 2024 ha ricevuto 8,7 milioni ed è subentrata nel 2023 all’Istituto europeo di oncologia, che si trova ora al sesto posto. Nelle posizioni dalla settima alla decima ci sono Medici senza frontiere (Msf), la Fondazione italiana sclerosi multipla, Save the children Italia e la Fondazione dell’ospedale pediatrico Anna Meyer, che si sono avvicendati in queste quattro posizioni nel quinquennio, con l’eccezione di Msf, passata dal quarto al sesto e poi al settimo posto.

I primi dieci enti ricevono insieme 142milioni, circa il 28% del totale: questa, commenta Terzjus, è una criticità, alla quale si aggiunge, all’estremo opposto, la presenza di oltre 8mila enti che non ricevono firme e di un 43% che riceve meno di 500 euro.

Razionalizzare

La riforma e l’attivazione del registro del Terzo settore dovrebbero contribuire a razionalizzare la situazione di questi ultimi enti: nella lista degli Ets consultabile sul sito del Runts, a fine marzo c’erano 141.698 nominativi. Tra questi, erano accreditati per accedere al 5 per mille in poco meno di 72 mila (quindi 4mila in più rispetto alla cifra citata sopra). Il registro riportava, però, altri 9mila enti ai quali era stato negato il passaggio a Ets. Segno, questo, che tali organizzazioni non avevano superato le verifiche sul rispetto dei criteri per entrare nel Runts, ad esempio non erano state in grado di fornire la documentazione necessaria.

D’altra parte, nel 2023 si era registrata una crescita anomala degli enti che avevano ricevuto preferenze dai contribuenti, ma erano poi stati esclusi dal 5 per mille del 2022, anno nel quale le richieste di iscrizione al Registro unico erano nel momento di picco.

Gli enti esclusi nel 2023 erano circa 8mila. Fra i motivi dell’esclusione il segretario generale di Terzjus, Gabriele Sepio, citava, tra gli altri, il fatto che 2mila enti erano risultati inesistenti.

In sostanza, dunque, la razionalizzazione che passerà dal Runts non sarà tanto una riduzione del numero di organizzazioni, quanto piuttosto una verifica sulla loro effettiva esistenza e capacità di rispettare i criteri.

Anche se quest’ultima condizione, a detta di alcuni osservatori, si scontra con la complessità delle procedure, che mettono in difficoltà specialmente gli enti più piccoli e composti solo da volontari che non sempre hanno le competenze tecniche, o anche solo il tempo, per affrontare formulari online, firme digitali e adeguamenti dei documenti fondativi come lo statuto.

Bambini delal scuola della missione d iArvaiheer in Mongolia (© AfMC)

Come va l’8 per mille

Oltre al 5 per mille agli enti di cui abbiamo parlato finora, i contribuenti possono destinare un’altra quota delle loro imposte, pari allo 0,8% o 8 per mille, scegliendo fra lo Stato, la Chiesa cattolica e altre 12 confessioni religiose.

Il meccanismo è diverso da quello del 5 per mille: non c’è un tetto, viene distribuito l’8 per mille anche di coloro che non fanno una scelta (secondo le percentuali di chi la esprime).

Così, i quaranta contribuenti su cento che esprimono una scelta decidono anche per i sessanta che non la esprimono.

Questo crea un effetto distorsivo: lo Stato riceve 4,1 milioni di scelte, cioè circa una firma su dieci rispetto alla platea totale di 41,5 milioni di contribuenti. Però, visto che tali firme sono un quarto del totale delle scelte, lo Stato riceve un quarto dei fondi, non solo un decimo. Lo Stato riceve quindi 376 milioni di cui 153 milioni, cioè il 40%, generato dalle scelte dirette dei contribuenti, mentre gli altri 223 milioni, cioè il 60%, gli vengono dalla ripartizione dei fondi non destinati.

È la Chiesa cattolica a ricevere da anni la quota più grande: l’ultimo dato, cioè quello del 2025 che ha riguardato l’anno finanziario 2021, mostra un ritorno della Chiesa oltre il miliardo di euro (1.014.954.678, per l’esattezza), dopo una discesa sotto questa soglia nell’anno precedente, quando il contributo si era fermato a 911 milioni.

Anche nel caso della Chiesa, la parte più consistente dei fondi non deriva dalle scelte espresse, ma dalla distribuzione proporzionale che porta alla Chiesa cattolica 623 milioni oltre ai 430 milioni destinati esplicitamente dai contribuenti: il 69% dei fondi totali con il 28% delle scelte espresse@.

Il rendiconto della Chiesa cattolica

La Chiesa rendiconta ogni anno le spese sostenute con i fondi ricevuti dall’8 per mille perché, si legge sul sito@, «ce lo chiede una legge dello Stato, ma lo facciamo in maniera ancor più chiara e dettagliata perché crediamo nei valori di trasparenza e partecipazione».

Nel più recente rendiconto consultabile sul sito, il capitolo di spesa più grande è il sostentamento dei sacerdoti, che richiede il 37,3% dei fondi, ovvero 389 milioni che servono per «garantire una remunerazione dignitosa a tutti i sacerdoti italiani (un salario medio di circa 12.500 euro all’anno per ogni sacerdote, ndr), cioè 28.500 sacerdoti in servizio nelle Diocesi, 2.500 sacerdoti anziani o malati e 287 sacerdoti cosiddetti fidei donum che sono in missione in paesi a basso e medio reddito.

Segue il capitolo delle esigenze di culto e pastorale della popolazione italiana: poco meno di 381 milioni di euro, di cui 100 milioni per l’esercizio della cura delle anime e 97 milioni per gli interventi su edifici esistenti.

Vi è poi il capitolo degli interventi caritativi, per totali 275 milioni, di cui 150 milioni per interventi in Italia, anche attraverso le Caritas, e 80 milioni destinati a iniziative nel mondo attraverso la Conferenza episcopale italiana e, in particolare, il suo Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli (prima chiamato Servizio per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo). Oltre la metà dei fondi, cioè 42 milioni, va a progetti in Africa, circa un quarto (21 milioni) in Asia, 15 milioni in America Latina, 4 milioni al Medio Oriente e 288mila euro all’Europa orientale.

Scuola di Alaba in Addis Abeba, Etiopia (© AfMC)

8 per mille allo Stato

L’8 per mille allo Stato è passato dai 99 milioni di euro del 2008 ai 375 del 2025. Lo scorso 4 marzo, sul sito della Presidenza del consiglio sono apparsi i decreti che assegnano le risorse dell’8 per mille 2024, per un totale disponibile di poco sopra i 137 milioni di euro, di cui 77 milioni sono già stati assegnati a 125 progetti@.

Queste cifre non includono i fondi destinati all’edilizia scolastica – intorno ai 60 milioni di euro nel 2024@ – affidati direttamente al ministero dell’Istruzione.

Le quote più significative sono andate per ora alla prevenzione e recupero dalle tossicodipendenze, con il 43% dei fondi. Seguono calamità naturali e conservazione dei beni culturali, rispettivamente al 32% e 31%. L’assistenza ai rifugiati è al 7% se si guarda alla disponibilità dei fondi, ma per ora dei 9 milioni disponibili ne sono stati assegnati solo poco meno di due.

La fame nel mondo, tema collegato alle attività di cooperazione allo sviluppo, è al penultimo posto, con una quota del 12% per 31 progetti ammessi al finanziamento con 9,4 milioni di euro, mentre i progetti esclusi sono 80.

Lo scorso luglio, il sito di informazione Info-cooperazione ha commentato l’uso delle risorse in un articolo dal titolo «8×1000 statale, risorse importanti gestite male». Il primo problema rilevato dal sito è la centralizzazione delle procedure presso il Dipartimento per il coordinamento amministrativo, una struttura interna alla presidenza del Consiglio. Il Governo rinuncia così ad avvalersi della competenza delle proprie amministrazioni specializzate, ad esempio l’Agenzia per la cooperazione.

C’è poi la questione dei requisiti per valutare i progetti, che sono così rigidi da aver determinato l’esclusione del 70% delle proposte. Essi starebbero spingendo le organizzazioni a rinunciare a presentare nuove iniziative. Infine, le nuove regole richiedono che i progetti per la lotta alla fame si concentrino sui Paesi già inclusi nel Piano Mattei, l’iniziativa di cooperazione avviata dal Governo nel 2024. In questo modo le organizzazioni di cooperazione sono costrette a progettare interventi coerenti con il Piano stesso, pena l’esclusione dal finanziamento@.

Chiara Giovetti

Lavori alal missione di Kapalanga, Viana, Angola (© AfMC)



Un mondo senza Onu?

Da mesi si moltiplicano gli allarmi sulla mancanza di fondi. A rischio le attività a sostengo dell’educazione e della sanità. Ma anche la risposta alle emergenze umanitarie. In un mondo senza Onu, chi e come risponderebbe a quei bisogni?

«Gli Stati membri devono concordare una revisione delle norme finanziarie dell’Onu, oppure accettare la prospettiva molto concreta del suo collasso finanziario».@ Così lo scorso gennaio il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Manuel de Oliveira Guterres, ha riassunto in una lettera agli Stati membri la situazione critica in cui si trova l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che a luglio potrebbe terminare i fondi necessari per funzionare.

Guterres, pur senza nominarli nella lettera, si rivolge in particolare agli Usa, che del budget ordinario dell’Onu coprono da soli oltre un quinto, e che oggi sono responsabili del 95% delle quote non versate. Queste ammontano a circa 2,2 miliardi di dollari, cifra che si ottiene sommando i 767 milioni dovuti quest’anno agli arretrati degli anni precedenti. A questi si aggiungono altri 1,8 miliardi di dollari che gli Stati Uniti non hanno pagato per le operazioni di mantenimento della pace. Totale: quattro miliardi di dollari@.

Il ritardo nei pagamenti degli Stati Uniti non è una novità: ha cominciato a manifestarsi negli anni Ottanta del secolo scorso, e nel 2024, quando il presidente era Joe Biden, gli Usa avevano un debito con l’Onu intorno al miliardo di dollari. Ma questa odierna, precisa il Segretario generale, non è una semplice crisi di liquidità come ce ne sono state in passato: stavolta ci sono Stati membri che, oltre a non avere versato la loro parte – questo era già successo -, hanno annunciato formalmente di non volerla versare. Gli Stati Uniti, appunto, e la Russia, che però incide dieci volte meno.

Ai mancati versamenti si aggiunge poi una norma finanziaria, risalente al 1945, che riduce ancora la disponibilità di fondi, imprigionando l’organizzazione in un «circolo vizioso kafkiano»: nel caso in cui l’organizzazione non spendesse gli stanziamenti dell’anno, infatti, dovrebbe restituire agli Stati membri ciò che non ha speso, anche se in realtà non ha mai ricevuto quei fondi, che sono, appunto, stanziati, assegnati, ma non sempre disponibili. Per il 2026, i fondi che l’Onu dovrebbe restituire sono pari a circa 300 milioni di dollari.

Bambibi Turkana e Samburu a Loyangallani, Kenya

Il bilancio dell’Onu

Per capire in che modo questa riduzione dei fondi limita il lavoro dell’organizzazione è utile ricordare rapidamente, e semplificando molto, in che modo le Nazioni Unite si finanziano. Come riporta il sito@ dell’organizzazione Better world campaign (Bwc), fondata e sostenuta dall’imprenditore dei media, filantropo e fondatore dell’emittente televisiva Cnn, Ted Turner, i finanziamenti degli Stati membri provengono da due fonti principali: i contributi obbligatori e quelli volontari.

I primi vengono stabiliti dall’Assemblea generale in base alla capacità di pagamento di un Paese, calcolata combinando diversi parametri, fra cui il Pil, il debito e le dimensioni della popolazione. Questi finanziano il grosso del cosiddetto bilancio ordinario (regular budget), che sostiene soprattutto il Segretariato, cioè la parte esecutiva dell’organizzazione, che si occupa di coordinare le risposte alle emergenze umanitarie e far funzionare le relazioni diplomatiche. Per il 2026, il bilancio ordinario è di 3,45 miliardi di dollari, in calo del 7% rispetto al 2025.

Le operazioni di mantenimento della pace, infine, sono sostenute da contributi obbligatori e invio di personale militare (peacekeeping operations). I Paesi che inviano soldati, invece di denaro, ricevono un rimborso. Per il 2026, gli stanziamenti per queste operazioni sono di 5,38 miliardi di dollari.

In totale, i contributi obbligatori ammontavano a circa 13 miliardi di dollari nel 2024 (ultimo dato consolidato disponibile).

Nello stesso anno 2024 i contributi volontari sono stati quasi 47 miliardi: il grosso della raccolta annuale, quindi. I contributi volontari si suddividono tra vincolati e non vincolati: Bwc li definisce la linfa vitale delle agenzie umanitarie e di sviluppo. Le agenzie che, insieme, ricevono oltre la metà dei fondi sono quattro: Programma alimentare mondiale (Wfp), Unicef, Programma Onu per lo sviluppo (Undp) e Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr).

Nel bilancio Onu 2024 sono inclusi, infine, i ricavi da altre attività (7,7 miliardi nel 2024), generati, ad esempio, da fornitura di servizi, investimenti e fluttuazioni dei tassi di cambio.

Il totale dei ricavi dell’Onu risulta dalla somma di queste componenti: contributi obbligatori, volontari e ricavi da altre attività. Esso è passato dai poco meno di 40 miliardi del 2011 ai 68 miliardi del 2024, con un picco di oltre 74 miliardi nel 2022@.

Mingranti accolti e rifocillati a Oujda in Marocco.

Interruzione di servizio

La principale vittima del possibile collasso di cui parla Guterres sarebbe il Segretariato sostenuto dai contributi obbligatori. Se questi non arriveranno, ad agosto 2026 gli uffici al Palazzo di vetro dovranno chiudere, il Consiglio di sicurezza dovrà riunirsi altrove, la sessione dell’Assemblea generale di settembre sarà annullata e smetterà di funzionare anche l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), solo per citare gli effetti più vistosi.

Nel corso degli anni», ha spiegato Farhan Haq, uno dei portavoce del Segretario generale, «abbiamo dovuto arrangiarci e utilizzare tutti i fondi a nostra disposizione per mandare avanti le nostre attività. […]. Non disponiamo delle riserve di liquidità necessarie per continuare a funzionare come abbiamo fatto negli anni precedenti@».

Se questi uffici non funzionano, non funziona ad esempio il coordinamento degli interventi umanitari, cioè non c’è un centro che aiuti le agenzie specializzate a lavorare insieme per rispondere a crisi umanitarie, come quelle causate dalle guerre o dagli eventi climatici estremi.

Se l’allarme lanciato da Guterrez a gennaio rispecchia una situazione inedita per gravità e urgenza, perché rischia di decapitare l’organizzazione bloccandone la capacità operativa, la riduzione dei fondi all’Onu è un problema diffuso che tocca anche direttamente le agenzie, non solo il Segretariato.

Ad esempio, il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), imposto dal presidente Donald Trump con un ordine esecutivo del gennaio 2025, è entrato in vigore a febbraio. È presto per dire quali saranno gli effetti sulla salute globale, ma nel 2024 il governo degli Usa aveva dato all’Oms un totale di 588 milioni di dollari sul totale di circa 3,2 miliardi: il 18% del budget dell’organizzazione.

Lo scorso 8 gennaio, Trump ha firmato un altro ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti da diverse organizzazioni internazionali, fra cui 31 delle Nazioni Unite@.

La necessità di ridurre la dipendenza del sistema Onu dagli Stati Uniti e il declino nella credibilità dell’organizzazione dovuto a inefficienza, scandali e sprechi sono tutti temi che meritano una profonda riflessione oltre ad azioni urgenti di riforma. Ma, fa notare ancora Better world campaign, i contributi del governo Usa al bilancio ordinario delle Nazioni Unite hanno fin qui rappresentato una quota pari allo 0,2% del bilancio federale: il costo per ciascun cittadino americano di circa la metà di un latte macchiato.

Distribuzione di cibo in tempi di siccità nel Samburu, Kenya

Gli effetti sul campo: Kenya e Tanzania

Secondo i dati consultabili sul sito delle Nazioni Unite in Kenya@, le risorse necessarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile nel 2024 erano circa un miliardo di dollari. I fondi a disposizione nello stesso anno sono risultati essere 657 milioni di dollari e la spesa è stata di 528 milioni. Un terzo ha finanziato i programmi relativi all’obiettivo 2 per la riduzione della fame, il 16% è andato alle iniziativi legate all’obiettivo 3 sulla salute e il benessere, il 14,5% alle iniziative dell’obiettivo 5 per la parità di genere. Queste sono state le tre voci più consistenti.

Per dare un ordine di grandezza, basta pensare che nell’anno fiscale 2023/2024 il bilancio del Kenya@ era di circa 3.680 miliardi scellini, pari a 29 miliardi di dollari.

È presto per misurare i possibili effetti di quello che peraltro ancora non si può definire un ritiro definitivo delle Nazioni Unite, ma i missionari sul campo cominciano a immaginare possibili scenari. Il Sagana technical training institute, nella contea di Kirinyaga, spiega padre John Gachoki, «non riceve direttamente fondi da programmi Onu, ma molte strutture che lo circondano dipendono direttamente o indirettamente dalle agenzie delle Nazioni Unite». Se la mancanza di fondi dovesse interessare le strutture sanitarie pubbliche, i missionari si aspettano una riduzione delle campagne di vaccinazione (tra cui il tetano), delle attività di prevenzione e cura dell’Hiv/Aids, inclusa la distribuzione di farmaci antiretrovirali, e una conseguente forte pressione su farmacie e centri sanitari privati della contea, oltre che minori iniziative di sensibilizzazione sulla salute all’interno degli istituti educativi.

Da Loyiangalani, villaggio sul Lago Turkana, nel nord nel Paese, padre Abel Yoseph condivide le preoccupazioni del confratello riguardo ai programmi di prevenzione dell’Hiv e segnala che le Nazioni Unite sostengono, insieme ad altri donatori, anche dei programmi di risoluzione del conflitto fra gruppi etnici in aree come il Turkana: «Senza questi programmi di pacificazione, la situazione sarebbe compromessa», poiché i gruppi di mediatori non potrebbero più raggiungere le persone e sarebbe più probabile un aumento delle tensioni interetniche.

Anche in Tanzania gli effetti non sono ancora misurabili ma, spiega la responsabile dell’ufficio cooperazione Imc nel Paese, Modesta Kagali, «la crisi finanziaria delle Nazioni Unite rischia di avere ripercussioni, poiché il governo della Tanzania riceve fondi per progetti umanitari e di sviluppo in settori quali l’agricoltura, l’istruzione e la sanità». In questo ultimo settore, in particolare, «attraverso il Governo i nostri dispensari e l’ospedale di Ikonda hanno ricevuto aiuti per i programmi contro l’Hiv/Aids e la tubercolosi, e un’eventuale cessazione del sostegno avrà ripercussioni in termini di distribuzione di farmaci, test per l’Hiv e la tubercolosi, disponibilità di equipaggiamento e di attrezzature». La situazione del personale che lavora nel programma contro l’Hiv è molto precaria, perché è assunto e retribuito dal Stato. Dal 2021, la clinica per l’Hiv del Consolata Ikonda hospital ha fornito più di 44mila consulenze gratuite: servizi che sarebbero a rischio se le forniture di farmaci e i finanziamenti del programma dovessero cessare.

Migranti warao dal venezuela a Boa Vista in Roraima, Brasile

Migranti e rifugiati, il caso di Boa Vista

«Qui l’Onu continua a essere presente, ma con forti pressioni di bilancio», dice padre Juan Carlos Greco, impegnato nell’equipe che lavora con i migranti venezuelani a Boa Vista, nel nord del Brasile. Il suo punto di vista si basa sull’esperienza nell’Asemir, Articolazione ecclesiale dei servizi per migranti e rifugiati, rete coordinata dai missionari della Consolata, dalla fondazione gesuita Fe y Alegría e dalla Caritas diocesana, che coinvolge altre 10 istituzioni. «Alcune organizzazioni hanno sofferto per il taglio dei fondi che l’Unhcr trasferiva loro per le procedure necessarie a ottenere il “pre documento”, cioè il primo documento ufficiale rilasciato dalla Polizia federale (Pf) agli stranieri che cercano protezione internazionale, attività che queste organizzazioni svolgevano con l’aiuto di professionisti. Il lavoro viene svolto ora dal Servizio pastorale migranti solo con volontari.

Le stime per il 2026@- continua padre Juan Carlos – dicono che per mantenere queste attività di assistenza umanitaria in Brasile servono 113 milioni, da destinare principalmente a salute, istruzione, protezione dell’infanzia e disponibilità di rifugi (abrigos): nonostante i fondi siano passati dai 98 milioni di dollari del 2021 ai 113 stimati per il 2025, le lacune nei servizi sono tante: manca cibo, i programmi scolastici sono poco efficaci, ci sono episodi di violenza all’interno dei rifugi e anche la situazione della sicurezza è preoccupante a causa della presenza di gruppi criminali».

Il Brasile sta cercando con la sua nuova politica migratoria di rendere strutturale la risposta alla domanda d’accoglienza e di assumere un ruolo più autonomo dalle organizzazioni internazionali. Il rischio è che, senza finanziamenti sufficienti, le città di confine come Boa Vista debbano affrontare un sovraccarico nei servizi sanitari, educativi e abitativi. Lo stato di Roraima concentra già ora il 61,2% di tutte le richieste di asilo in Brasile, oggi anche e soprattutto presentate da cittadini cubani. «Il futuro dipenderà dalla capacità del Governo brasiliano di attrarre il sostegno del settore privato e della società civile, dalla collaborazione fra differenti livelli di governo», cioè fra il Governo federale e quello statale, «dalla cooperazione regionale per gestire i flussi migratori, dalla continuità nelle politiche inclusive che evitano l’emarginazione dei rifugiati e dal contrasto alla corruzione».

Chiara Giovetti

Bambini Warao a Boa Vista con richiesta di aiuto



La Bolivia post socialista fra dialogo e incertezza

Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata, racconta la sua esperienza in Bolivia, dove ha vissuto dal 2013 al 2023, e fornisce qualche chiave di lettura del presente.

«Quando arrivai in Bolivia, nel 2013, il Paese era un laboratorio a cielo aperto, impegnato a rendere concreti i principi sanciti dalla Costituzione del 2009, che riconosceva l’esistenza, il valore e il diritto a vivere (secondo la loro cultura) dei popoli originari». Suor Stefania Raspo è una missionaria della Consolata che oggi è in Italia come consigliera generale del suo Istituto. Descrive così il fermento che animava il Paese nei primi anni di questo secolo, dopo che il cammino popolare guidato dal Movimiento al socialismo, Mas, il partito di sinistra fondato dal leader indigeno di etnia aymara, Evo Morales@, aveva portato alla redazione di una nuova Costituzione. Il primo articolo definiva la Bolivia Stato unitario sociale di diritto plurinazionale comunitario@.

C’era un’alchimia, continua suor Stefania, che univa una forte identità di popolo a uno sforzo di riappropriazione di quella stessa identità a livello politico e sociale. I colonizzatori spagnoli e, dopo di loro, l’élite fondatrice della Repubblica nel XIX secolo, avevano impedito in modo sistematico ai popoli originari di godere degli stessi diritti della popolazione di origine europea. Questi popoli rappresentano tuttora una grossa parte della popolazione: secondo il censimento del 2024, su 11,3 milioni di boliviani, sono stati 4,3 milioni i cittadini che hanno risposto di autoidentificarsi come appartenenti a un popolo indigeno originario: il 38% del totale. I gruppi etnici più consistenti sono i popoli Quechua, Aymara e Guaraní. I primi due vivono principalmente nella zona dell’Altopiano e contano circa 1,6 milioni di persone ciascuno, mentre il popolo guaraní, il terzo più numeroso, conta 103mila persone.

La scuola plurinazionale

Un esempio molto chiaro dell’alchimia fra l’identità di popolo e la sua declinazione in chiave sociopolitica è quello della riforma del sistema scolastico. Suor Stefania ha potuto osservare più da vicino rispetto ad altri settori, grazie a una lunga collaborazione con i maestri rurali della zona di Vilacaya, dipartimento di Potosí, nella parte del Paese occupata dalle Ande, dove ha lavorato dal 2013 al 2023.

La riforma doveva adattare il sistema educativo, sia pubblico che privato, ai valori della nuova Costituzione. Doveva farlo mettendo insieme la lingua e le conoscenze dei popoli originari, con lo studio in lingua spagnola e anche in inglese. Il risultato è stato una scuola trilingue, che aveva programmi specifici a seconda dell’area geografica.

«Tutto questo ha richiesto un grande sforzo di aggiornamento da parte dei maestri – racconta suor Stefania -, che hanno dovuto rimettersi a studiare. E ha anche permesso a molti di loro di prendersi una laurea».

Se per diventare maestri era bastato loro un titolo di scuola secondaria acquisito con un corso di 4 anni, il nuovo Programma di formazione complementare (Profocom) per gli insegnanti in servizio, totalmente finanziato dallo Stato, permetteva a maestre e maestri di formarsi ottenendo al contempo il titolo accademico di Licenciatura (laurea, appunto)@.

Ci sono state anche delle resistenze: «Lasciare una forma mentis per entrare in un’altra non incontrava l’interesse e la visione politica e socioculturale di tutti. Ma è stato bello assistere a questo sforzo di valorizzare le culture all’interno di un sistema educativo che fosse anche aperto al mondo».

La Bolivia e il mondo

Il mondo, a sua volta, si è aperto alla Bolivia nel decennio che suor Stefania ha passato a Vilacaya. Un esempio è quello delle telecomunicazioni: «Quando sono arrivata, c’era solo il collegamento, senza internet, e per trovare il segnale bisognava camminare fino alla cima di una collina. Dieci anni dopo c’erano antenne 4G un po’ ovunque».

La rete e la disponibilità di smartphone sta cambiando la vita delle persone di Vilacaya, ma molto lentamente: si tratta comunque di una zona senza grandi traffici commerciali, dove continua a restare viva la pratica del baratto. Solo di recente si è diffuso l’uso del denaro e sono arrivate le carte di debito, preferite soprattutto dalla parte più giovane della popolazione, la quale tende anche a usare di più la lingua spagnola rispetto alle generazioni precedenti.

Diverso è il ritmo a cui si muove l’economia nelle valli orientali, i cosiddetti Llanos, la zona che confina con il Brasile e che ha visto, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, una decisa accelerazione incentrata sull’allevamento e sulla produzione agricola, in particolare di riso.

Con il suo maggior peso economico, la zona delle valli orientali ha iniziato ad avere anche un maggior peso politico, che nel passato si era invece concentrato nella zona andina, o Altipiano, e sub andina (le Valles)@, dove si trovano le miniere di metalli e le riserve di gas naturale, che sono state, tuttora sono, le voci trainanti dell’economia.

Questo affermarsi delle valli orientali, in un certo senso, costringe a bilanciare la visione diffusa della Bolivia come Paese andino: «Lo è, certo: per un terzo del suo territorio», spiega suor Stefania, «ma non bisogna dimenticare che due terzi della superficie della Bolivia sono Amazzonia». Rientrano nel cosiddetto bioma amazzonico, ovvero il complesso di ecosistemi in cui prevale la foresta pluviale, ma che include anche altri ecosistemi, come savane e praterie.

L’Amazzonia si estende su nove stati dell’America meridionale@ e sta subendo anche nella sua parte boliviana una forte deforestazione.

Quale Bolivia dopo il socialismo?

Lo scorso novembre, dopo vent’anni di governo del Mas, un politico di destra moderata ha vinto le lezioni. Si chiama Rodrigo Paz Pereira e il suo slogan è «capitalismo para todos», che – come ha scritto Missioni Consolata@ all’indomani delle elezioni – consisterebbe in un’apertura al libero mercato senza dimenticare le riforme sociali del Mas che hanno permesso a molte persone di uscire dalla povertà estrema.

«Se fino ad agosto la Bolivia era allineata con i Paesi socialisti dell’America Latina, a cominciare da Venezuela e Cuba», dice suor Stefania, «il primo atto del nuovo presidente è stato quello di avvicinarsi agli Stati Uniti, fino a quel momento il principale avversario». È presto, secondo suor Stefania, per dare qualunque giudizio su questo governo. Quel che è certo, però, è che Paz eredita un Paese con una crisi economica molto profonda e una grave mancanza di liquidità. «Lo stato dava sussidi alle importazioni del carburante coprendone la metà del costo, questo ha dissanguato le casse pubbliche. Ora la destra ha tolto queste sovvenzioni, anche spinta dalle imprese, che preferiscono avere benzina e gasolio al doppio del prezzo di prima che non averne per niente». Il risultato, riportava Bbc Mundo a dicembre, è che la benzina è passata da 0,53 dollari a un dollaro al litro e il gasolio a 1,58 dollari@.

Proprio sui temi economici sono iniziate le tensioni fra il governo e la Central obrera boliviana, Cob, il potente sindacato che anche negli anni di Morales ha organizzato numerose proteste e blocchi stradali che, non di rado, sconfinavano nello scontro fisico fra manifestanti e polizia.

«Forse è solo un’impressione», continua suor Stefania, «ma mi sembra che questo governo stia provando a negoziare di più del precedente con le parti sociali: la legge di bilancio del 2025 è stata modificata anche in base al confronto e al dialogo con i sindacati».

Il dialogo con i popoli originari

Il dialogo è il grande protagonista del racconto di suor Stefania e, più in generale, del lavoro delle suore della Consolata in Bolivia. «Come Missionarie della Consolata, nel nostro vivere con i popoli nativi puntiamo molto al dialogo interculturale. A noi piace chiamarlo “dialogo interspirituale”, anche se il termine non esiste. Significa condividere le esperienze dell’incontro con Dio». Un tratto tipico della missione ad gentes che, assicura la missionaria, arricchisce tantissimo. Antropologa di formazione, ha trovato in questo dialogo anche un valido alleato per i suoi studi: dopo la laurea in filosofia con indirizzo antropologico a Torino, ha avuto la possibilità di perfezionarsi proprio in Bolivia, con un lavoro sull’esperienza del divino e del sacro, approfittando di un approccio alla disciplina «molto localizzato, come è comune in America Latina, dove l’antropologia cerca di distinguersi dalla matrice delle due grandi scuole, quella inglese e quella statunitense».

Lontano dall’essere solo un esercizio teorico, il dialogo interspirituale è un «dialogo di vita, del giorno per giorno, con il vicino di casa, con le persone che incontri, scoprendo delle ricchezze grandissime che ti insegnano a crescere nella fede e nel rapporto con Dio». 

La zona di Vilacaya è ancora molto legata alle proprie radici ancestrali e lo si vede specialmente in due aspetti: la relazione con i santi, «molto inculturata nella realtà e nella cosmovisione locali», e quella con la Madre Terra, che fonda l’esistenza e dà significato a tutto. Da questo emerge una devozione vissuta in modo molto «vivo ed esistenziale», una capacità di fede e di relazione con l’altro che riesce a essere sia immediata che profonda.

Questa devozione si è codificata anche in momenti di ritualità, ma è ancora una volta il dialogo del giorno per giorno che ha fornito a suor Stefania gli esempi più potenti: «Le persone in quelle zone sono in genere molto pacate nell’esprimersi, ma ricordo l’intensità con cui, una volta, un signore mi parlò della sua relazione con la Madre Terra: mimava con le mani il gesto del raccogliere i doni della terra e quello del ringraziare. Si emozionò nel farlo, e fece emozionare anche me. Qualcuno definisce idolatria i culti della Madre Terra, a me sembra invece una capacità di entrare in contatto con tutto quello che ci circonda. Una capacità che avevamo anche noi – io ricordo di averla assaporata con la mia famiglia, per via delle mie origini contadine – ma l’abbiamo un po’ persa per strada».

Fare con gli altri

Se si lavora a livello pastorale in America Latina, riflette suor Stefania, ci si trova quasi sempre a dover coprire spazi enormi con pochi agenti pastorali e a volte si rischia di perdersi un po’ nel correre di qua e di là. Ma concentrarsi sul dialogo aiuta anche a contenere questo rischio: «Sono i maestri rurali, che conoscono bene tutte le famiglie e le problematiche, ad averci fatto da ponte per capire i bisogni delle comunità». E il bisogno più chiaro era quello del sostegno all’istruzione.

L’area di Vilacaya è molto colpita dal cambiamento climatico e dalla desertificazione, che va avanti da 40 anni: il verde scompare e resta il deserto. Questo è ovviamente un problema per una società contadina, che si impoverisce perché non è più in grado di vivere con i prodotti della terra. Spesso la sola possibilità è la migrazione, stagionale o definitiva, e nei villaggi restano solo le persone più umili. «Le scuole primarie sono piccole, ma ci sono, e le comunità hanno indicato come bisogno prioritario quello di sostenere i ragazzi nello studio, sia con materiale e risorse didattiche, sia con l’alimentazione». In questo secondo caso, le iniziative delle suore sostengono le mense, oppure il solo programma di merenda, «che di fatto è un pasto a tutti gli effetti, come riso e lenticchie o un piatto di pasta».

Per ora non si registrano casi di vera e propria malnutrizione, «ma gli ultimi anni sono stati molto duri e diverse famiglie sono venute a bussare alla nostra porta per chiedere cibo».

Le suore della Consolata non hanno iniziative nell’ambito della salute o dell’accesso all’acqua, perché «lo Stato finora ha portato avanti in modo efficace l’assistenza sanitaria capillare anche nelle aree rurali». Gli attuali tagli alla spesa pubblica dovuti alla difficile situazione finanziaria del Paese, tuttavia, sono preoccupanti e occorrerà monitorarne gli effetti sulle fasce più fragili della popolazione.

Un’altra iniziativa è il sostegno a corsi universitari per ragazze. «L’Università in Bolivia è molto cara e le donne incontrano grandi ostacoli a entrare nel mondo del lavoro. Il progetto che abbiamo sostenuto ha già permesso a quattro ragazze di finire i corsi universitari o comunque di istruzione post secondaria. Sono ragazze che vengono da famiglie numerose che non potrebbero sostenerle negli studi».

La cooperazione delle Missionarie della Consolata può contare sull’organizzazione «Allamano fra i popoli», che fino al 2025 è stata una onlus e ora sta facendo il passaggio a ente del terzo settore. «Una sorella all’ufficio progetti raccoglie le richieste di aiuto dalle missioni e, a partire da quelle, presentiamo ai donatori una realtà e una cifra da raccogliere»@.

«Se dovessi dirti una cosa della mia esperienza in Bolivia che oggi farei in modo diverso», conclude Stefania, «forse mi concentrerei di più sullo studio della lingua all’inizio della missione: molte persone – specialmente le donne – capiscono lo spagnolo, ma non lo parlano, e la lingua quechua mi avrebbe aiutato a entrare meglio in relazione con loro. Sono invece molto soddisfatta delle visite alle comunità, che cerchiamo sempre di fare con una certa frequenza».

Non è insolito che le persone si sentano abbandonate dalla Chiesa: i territori sono così vasti che i sacerdoti non sempre riescono ad arrivare dappertutto. Quanto alle autorità pubbliche, a volte trascurano certe zone perché non ci sono abbastanza elettori e le comunità non hanno quindi peso politico. «Per questo, visitare una comunità e vedere la gioia delle persone che non si sentono più abbandonate mi ha sempre emozionato molto. È tempo ben speso».

Chiara Giovetti

Fonti

La Bolivia in dati

  • Nome: Stato plurinazionale della Bolivia
  • Capitali: Sucre e La Paz
  • Popolazione: 11.365.333 (censimento 2024), di cui 4,3 milioni si autoidentificano come appartenenti a una nazione o a un popolo indigeno originario o afroboliviano
  • Estensione: 1.098.581 km² (tre volte l’Italia), di cui 65% bioma amazzonico
  • Lingue: spagnolo (8,1 milioni di persone), quechua (1,4 milioni), aymara (775mila), guaraní (44mila) e altre 34 lingue ufficiali
  • Gruppi etnici principali: Quechua (1,65 milioni); Aymara (1,59 milioni); Guaraní (103 mila)
  • Moneta: boliviano (pari a 7,85 euro, media 2025)
  • Pil: 55 miliardi di dollari Usa (1/43 di quello italiano)
  • Crescita annuale -1.12% (2024)
  • Aspettativa di vita alla nascita: 69 anni (2023)
  • Popolazione urbana: 71,24% (2023)
  • Accesso all’elettricità: 99,9% (2022)
  • Accesso individuale a internet: 70,2% (2023)
  • Esportazioni: 58% minerali (zinco, stagno, piombo, argento, oro, litio, tungsteno e altri); 12% idrocarburi (soprattutto gas naturale); 20% prodotti alimentari; 10% altro
  • Importazioni: 30% combustibili e lubrificanti (soprattutto gasolio e benzina), 27% prodotti industriali (ad esempio siderurgici o chimici); 16% beni strumentali come macchinari e attrezzature; 10% articoli di consumo; 9% mezzi di trasporto; 6,7% cibo e bevande; 1,3% altro