Un monaco buddhista con la Flotilla

Il diario di bordo del monaco buddhista Dharmapala, imbarcato nell’autunno 2025 sulla Global Sumud Flotilla. Il racconto del viaggio e delle violenze subite con l’arresto da parte di Israele. Riflessioni e appelli.

Lo scorso autunno 2025 abbiamo assistito a un fenomeno di quelli che gli analisti di geopolitica fanno fatica a prevedere e a comprendere: la Global Sumud Flotilla, con il suo seguito di grandi mobilitazioni di piazza.

Un appello internazionale cui avevano risposto diverse persone provenienti da più parti del mondo. Persone di diversa estrazione sociale, religione diversa, o di nessuna religione.

Si era costituita una flotta di imbarcazioni con lo scopo di forzare l’assedio di Gaza, cui il mondo assisteva impotente da tempo, e di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.

La Flotilla era formata da circa cinquanta imbarcazioni, con più di cinquecento volontari a bordo.

Le barche sono partite da diversi porti del Mediterraneo, in due ondate successive, portando alla martoriata popolazione di Gaza aiuti umanitari, cibo e materiale sanitario.

Un’impresa folle, destinata al fallimento. All’inizio presa sottogamba da Israele, poi considerata una minaccia alla sua sicurezza.

È stata un’impresa che ha dato vita a qualcosa di straordinario e imprevisto: attorno alle piccole imbarcazioni, disarmate, piene di «folli», si è generata una solidarietà internazionale amplissima, che ha portato a una mobilitazione mondiale, ottenendo che il problema di Gaza e della Palestina, venisse messo in cima all’agenda politica globale. Tutto all’insegna della nonviolenza.

Ecco che allora i «folli», che hanno avuto il coraggio di mettere in gioco le loro vite, i loro corpi, si sono dimostrati più razionali e realistici dei politologi che imperversano da anni a cercare di dimostrare che solo la forza militare, la minaccia, e l’esercizio della violenza, contano nell’agone internazionale.

Diario di un buddhista

Tra quei «folli» coraggiosi c’era Claudio Torrero, il monaco buddhista, ma che si dice anche di fede cristiana, Dharmapala.

Da tempo impegnato nella ricerca di una spiritualità condivisa, fondatore della rivista
«Interdependence» (un nome che indica la dipendenza reciproca di cui sarebbe necessario che prendessimo coscienza).

A 69 anni ha messo in gioco se stesso per quello che ha definito un «atto d’amore», una decisione maturata come una «chiamata, una scelta più spirituale che politica».

Dharmapala ha sentito di doversi imbarcare «per partecipare sia della sofferenza dei palestinesi sia di quella catastrofe morale che si è abbattuta su Israele e sull’ebraismo», scrive.

Partito da Otranto il 27 settembre 2025 sulla nave «Conscience», è tornato a casa il 12 ottobre. Durante quei giorni ha tenuto un diario quotidiano che ha pubblicato sul sito di Interdependence: le sue riflessioni sul viaggio con la barca, vista come l’arca che tenta di preservare la vita sulla Terra mentre infuria il diluvio, ma vista anche come arca dell’alleanza. Il diario è scritto fin quando, l’8 ottobre, l’arca è entrata nel ventre della balena, e il suo autore è stato arrestato in acque internazionali dall’esercito israeliano con un atto di vera e propria pirateria.

Riflessioni pre e post

Il libro, edito da Gondour, nella sua prima parte intitolata «Sull’arca», raccoglie questo diario di bordo. La seconda parte, «Memorie dal ventre della balena», scritta dopo il rientro a casa, tratta dell’esperienza di detenzione, del male visto e subito.

In appendice, è pubblicato un articolo scritto da Claudio Torrero un mese prima di partire, dal titolo «Gaza, la Croce e la Shoah», nel quale il monaco buddhista riflette su quello che definisce il nodo irrisolto tra l’Ebraismo basato sulla Bibbia, la rivelazione del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e la Croce di Gesù, il sacrificio di sé.

Chiude il volume un appello, «Mai più per nessuno», scritto un mese prima di partire insieme a esponenti e amici del mondo ebraico, contrari alla politica attuale di Israele.

Quel «mai più», pronunciato all’indomani dell’Olocausto, non può essere circoscritto al solo antisemitismo, ma è, e deve essere, universale: mai più razzismo, odio tra i popoli che porti a giustificare un genocidio.

Un’azione nonviolenta

Nel libro di Dharmapala si trovano l’ansia, la paura, lo sgomento, la scelta del coraggio, la meditazione, la riflessione. E poi la descrizione del male incontrato con la prigionia.

Ciò che non si trova nelle sue pagine sono parole di odio e di giustificazione della violenza.

La Flotilla è stata una grande impresa nonviolenta. Gli attivisti partecipanti – pur partendo con posizioni differenti sia nei confronti del conflitto israelo-palestinese sia di fronte all’uso della forza militare – hanno accettato questa modalità e si sono preparati con grande serietà.

«La Flotilla è una grande esperienza di nonviolenza in stile strettamente gandhiano – scrive l’autore del libro -, quindi non soltanto un certo tipo di azione politica, che si distingue dalla lotta armata, bensì un’azione innanzitutto spirituale, che trasforma la situazione, e anche coloro contro cui ci si rivolge, perché in primo luogo trasforma chi la compie».

Paolo Candelari
Centro studi Sereno Regis

Letture consigliate

  • Kairós Palestina, Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio, Edizioni La Meridiana, Molfetta 2026, pp. 90, € 10,00.
    «Kairos Palestina» è un insieme di associazioni cristiane che elaborarono un documento nel 2009, e una sua seconda edizione nel 2025. Il libro è un appello ai cristiani a non rimanere indifferenti, un testo per riflettere, studiare, capire all’insegna della nonviolenza. Oltre al testo del documento del 2025 ci sono contributi di Nicoletta
    Dentico, Tomaso Montanari, Eric Noffke, Giovanni Ricchiuti.
  • Maria Elena Delia, Global Sumud Flotilla, la storia siete voi, Ponte alle Grazie, Milano 2026,
    pp. 304, € 19,00.
    Per capire cosa è la Global Sumud Flotilla, la spedizione, i retroscena, le emozioni, gli esiti descritti dalla referente italiana della Flotilla.
  • Johan Galtung, Palestina-Israele: una soluzione nonviolenta?, Edizioni Sonda, Milano 1989, pp. 144.
    Un testo di uno dei più noti ricercatori per la pace.
  • Daniela Bezzi (a cura di), Combattenti per la pace. Palestinesi e israeliani insieme per la liberazione collettiva, Associazione Multimage, Firenze 2024, pp. 146, € 12,00.
    Un testo sull’associazione «Combatants for peace» (di cui parla Colum McCann nel suo romanzo «Apeirogon»), formata da israeliani e palestinesi che hanno deciso di riconoscersi reciprocamente e iniziare un cammino di riconciliazione e lotta per la pace insieme.



Questo libro è illegale

Il conflitto, se ben gestito, è un processo che aiuta la società a progredire verso livelli di benessere più alti. Oggi, però, la dialettica sociale è raccontata dal potere come qualcosa che divide e che deve essere repressa. Ecco un glossario «per resistere alla repressione».

Molti pensatori e filosofi hanno individuato il motore della storia nella dialettica, ossia nel conflitto tra soggetti diversi.

Il più famoso è forse Karl Marx, che, nella sua filosofia, ha messo la lotta di classe al centro di tutta la storia e del progresso. Ma pure il pensiero liberale affida alla politica il compito di comporre interessi divergenti in sintesi vantaggiose per tutti.

Anche Gandhi ha elaborato una sua teoria del conflitto. Esso non è qualcosa da evitare, ma un processo tramite il quale la società progredisce e scopre livelli più alti di benessere, financo di avvicinamento alla «Verità». Questo vale per le società micro, le piccole comunità, ma anche per quelle macro, gli Stati, o l’intera comunità internazionale.

Per Gandhi, quando un conflitto degenera in violenza, diventa distruttivo. Quando, invece, è condotto con metodi nonviolenti, allora può realizzare tutte le sue funzioni positive (attenzione, può non significa che necessariamente riesca). Un conflitto con esiti positivi, quindi. Ma sempre di conflitto si tratta.

Dialettica sociale, democrazia e repressione

Per lungo tempo il conflitto è stato considerato come necessariamente violento, e, comunque, come un disordine che metteva in discussione l’armonia voluta dal sovrano.

Oggi, la dialettica sociale sta alla base della democrazia moderna (erroneamente chiamata «liberale», mentre si dovrebbe definirla «socialliberale»). Per questo ci si aspetta che essa, quando si manifesta, venga gestita, non repressa come, invece, sta accadendo ai nostri giorni.

Proprio in Occidente, infatti, oggi si rimette in discussione la funzione positiva del conflitto, considerandolo nuovamente un disturbo da depotenziare, soggiogare e reprimere.

Forse il problema sta in quella «fine della storia» che era stata proclamata dal noto politologo Francis Fukuyama dopo la caduta del muro di Berlino (e la fine dei comunismi) nel 1989. A questa frase è sottintesa, infatti, l’idea che la democrazia liberale, col suo correlato liberismo economico, ha ormai compiuto il suo corso, non ha più avversari e, quindi, non ha più bisogno di conflitti per evolversi.

Anzi, i conflitti ora diventano disturbanti. Come dire: la storia è finita perché abbiamo raggiunto la perfezione, ma la perfezione è di per sé immodificabile. È così che siamo tornati all’idea che il conflitto sia qualcosa da evitare: chi lo fomenta o lo pratica è un eversivo. Dunque, va punito.

Pacchetti sicurezza

Abbiamo fatto questa lunga introduzione per contestualizzare la fase attuale che, soprattutto in Italia, vede crescere a dismisura il numero di reati legati al conflitto politico sociale. Decine di nuovi reati e aggravanti sono stati aggiunti negli ultimi anni al codice penale.

La tendenza è quella del non ascolto, dell’evitamento del dialogo con le forze di opposizione e i movimenti antagonisti.

Ogni atto di dissenso viene visto come atto da reprimere. Ogni volta si cerca di dare una risposta con un ennesimo pacchetto sicurezza. Questo crea un maggiore antagonismo, una recrudescenza della protesta che, a loro volta, suscitano risposte ancora più repressive.

Come detto, la tendenza repressiva non riguarda solo l’Italia, né solo la destra oggi al governo. Non c’è dubbio, però, che l’impostazione da sempre securitaria della destra si sposi particolarmente bene con la tendenza a negare il conflitto, e, anzi, ne costituisca un rafforzamento.

Osservare la repressione, volere la luna

A questo clima di lento scivolamento verso una democrazia autoritaria si oppongono Volere la luna e l’Osservatorio repressione (osservatoriorepressione.info), i due soggetti che hanno curato il testo «Questo libro è illegale».

L’Osservatorio repressione svolge dal 2007 attività di monitoraggio e informazione sui casi di abusi da parte delle forze dell’ordine, sulla repressione dei movimenti in generale, nonché riflessioni sui conflitti internazionali. Promuove ricerche e dibattiti su questi temi.

Volere la Luna (volerelaluna.it) opera a Torino dal 2018 come laboratorio di cultura politica e di buone pratiche. Contrasta le diseguaglianze, promuove e pratica forme di partecipazione solidale, favorisce la crescita di un pensiero libero e critico. Tiene insieme l’intervento politico sociale sul territorio e l’analisi sulla fatica della democrazia sociale, la violenza del potere, la militarizzazione della società, suggerendo forme di reazione.

Per resistere

Il libro è organizzato come un glossario «per resistere alla repressione». Ventuno parole analizzate e spiegate da altrettanti autori: attivisti, giuristi, insegnanti, tutte figure che hanno spesso subito la repressione sulla propria persona.

Le voci «Blocco stradale», «Carcere», «Daspo», «Fogli di via» e «Misure di prevenzione», «Militarizzazione», «Migranti», «Multe e risarcimenti», «Nemico», «Sicurezza», «Zone rosse», descrivono il meccanismo repressivo.

Altre come «Abitare», «Boicottaggio», «Disobbedienza», «Movimenti», «Mutualismo», «Resistenza» danno conto dei tentativi di reazione. In alcuni casi prefigurano possibilità per una società diversa.

Infine le voci «Fascismo», «Informazione», «Legalità» sono analisi per capire il contesto.

Un discorso a parte lo riserverei alla voce «Paura», che parte dalla considerazione che lo Stato moderno si fonda su questo sentimento. Il richiamo è alla filosofia di Hobbes, il cui Leviatano viene preso a modello di patto sociale: gli uomini, per ripararsi dalla paura della violenza, si affidano allo Stato, che avoca a sé il monopolio della forza.

L’avvertimento è questo: oggi rischiamo di vivere in un tempo nel quale la paura diventa la forma del disordine globale.

Abbiamo strumenti per resistere a questa deriva e ribaltarla: sono basati sugli ideali, sulla speranza, sulla volontà di realizzare una società più giusta e inclusiva per tutte e tutti.

Paolo Candelari
Centro studi Sereno Regis

Bibliografia

Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 2014, pp. 220, € 13,00. Un libro del 1984 sempre attuale sui problemi della democrazia e del suo rapporto con il dissenso.

Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Manni, San Cesario di Lecce, 2024, pp. 176, € 17,00. Uscito nel 1962, un testo sulle tecniche di resistenza, ancora valido.

Osservatorio repressione (a cura di), Repressione e diritto al dissenso, Roma 2019, pp. 137, scaricabile dal sito osservatoriorepressione.info

Forum disuguaglianze e diversità e Volere la luna (a cura di), Verso una svolta autoritaria? L’Italia e l’Europa tra neoliberismo e restrizione della democrazia, Roma 2024, pp. 66, scaricabile da forumdisuguaglianzediversita.org




Le tre ecologie

Il filosofo Félix Guattari, nel 1989 proponeva tre forme politiche di ecologia: ambientale, sociale e mentale. Gli interventi di grandi studiosi inseriti nella nuova edizione del suo libro ne sottolineano l’attualità.

Risale al 1989 la prima edizione francese del libro di Félix Guattari, filosofo che ha voluto ridefinire il concetto di ecologia sottraendolo all’ambito esclusivamente scientifico per trasformarlo in un elemento politico, culturale e psichico.

Le edizioni Sonda, dopo trent’anni dalla prima uscita in Francia e ventotto da quella italiana del 1991 – che già conteneva gli interventi del sociologo e filosofo francese Jean Baudrillard, del semiologo italiano Paolo Fabbri, dell’economista tedesco Wolfgang Sachs -, hanno ridato alle stampe il volume arricchendolo con una nuova e corposa introduzione critica firmata dall’antropologo Franco La Cecla.

Tre ecologie più una

Le tre ecologie esprimono tre componenti dell’ecologia: ambientale, sociale e mentale.

Salta all’occhio la mancanza di una quarta dimensione, quella spirituale, ed ecco che ci pensa Franco La Cecla a «rimediare», col suo contributo intitolato Le tre ecologie più una: la pornoecologia.

Il titolo del suo intervento potrebbe stupire, per questo chiariamo subito la scelta del termine «pornoecologia»: «Pornoecologia è quando il “di là” dei sistemi di rappresentazione della realtà pretende di diventare la realtà. […] La “pornoecologia” […] è […] superare il limite tra la realtà e la sua rappresentazione», rendendo spettacolo i disastri ambientali attraverso i social network e i media.

Gandhi, Capitini e altri

Franco La Cecla – che ho avuto l’onore di conoscere tempo fa alla Fiera delle utopie concrete di Città di Castello – denuncia che oggi l’ecologismo si è trasformato da movimento di contestazione a prodotto di consumo mediatizzato e commerciale.

Riporta che, fin dal 1986, quando curò la traduzione italiana del libro di Fritjof Capra e Charlene Spretnak, La politica dei Verdi, sosteneva che gli ambiti da cui era nato l’ambientalismo italiano, estranei all’area marxista, non erano stati toccati dalla crisi che, in quel tempo, travolgeva le sinistre italiane: «Mi riferivo soprattutto ai movimenti antimilitaristi di ispirazione non violenta e al movimento per l’obiezione di coscienza. Intorno a quel mondo […] si era creata l’esigenza di un modo molto più di base e più generale di far politica. Avevo rintracciato in Capitini uno degli ispiratori, insieme al vento proveniente dai Paesi anglosassoni dell’alternative style of life, di questa nuova attenzione».

Affermando questo, La Cecla sottolinea che, mentre il primo ambientalismo voleva cambiare la società dal basso, l’ecologia di oggi, spesso, è solo una retorica di facciata gestita dall’alto.

Trattando di «ecosofia», poi, l’antropologo riprende il filosofo austriaco Ivan Illich – insieme a Ernst Schumacher, economista tedesco britannico -, e lo cita: «La disintegrazione della fascia di ozono, come l’innalzamento della temperatura dell’atmosfera hanno reso intollerabile il pensiero della crescita industriale come progresso».

«Intollerabile» è un aggettivo preciso e «forte». La Cecla scrive: «[…] ogni tentativo di rendere la società più efficiente in senso ecologico è destinato a fallire: le soluzioni non sono solo industrie meno inquinanti, controllo delle emissioni, razionalità d’uso delle risorse».

La Cecla, scrivendo degli interventi di Wolfgang Sachs, Jean Baudrillard e Paolo Fabbri afferma che le loro riflessioni – purtroppo – non sono affatto «datate», anzi: «La modernità di queste riflessioni è stupefacente, segno di un congelamento globale della nostra conversazione sulla natura».

Cosa si può fare ancora

Tra le sollecitazioni di Franco La Cecla, una mi ha colpito nella mia pratica quotidiana di sostegno alle politiche ambientaliste: la citazione di Greenpeace, organizzazione alla quale ogni tanto faccio una donazione, senza volere in cambio calendari, magliette o altri gadget, e, anzi, usando i contanti o facendo un versamento su conto corrente postale (per proseguire il mio boicottaggio delle banche).

Scrive il curatore del volume: «La storia di Greenpeace e del suo non volersi mai mischiare con le logiche partitiche e l’assoluto rigore delle sue campagne fanno scuola. Greenpeace è una “ragion pratica” in atto. Non ha una ideologia, ma una cosmogonia e soltanto nel suo rifiuto a “mediare” riesce poi a condizionare effettivamente le politiche industriali di molti Paesi. È nel concreto della riduzione di Cfc (clorofluorocarburi, ndr), della CO2, dei pesticidi, della plastica non riciclabile, dell’olio di palma come monocoltura, delle sostanze inquinanti nelle filiere dei tessuti che sta la speranza. Forse mai come adesso le compagini più forti dell’ambientalismo mondiale sono quelle dove la speranza è il primo umile motore: non il “che fare?”, ma cosa “si può ancora fare” per piccoli passi. Queste compagini sono una novità perché mettono insieme una ragion pratica scientifica e una capacità di coinvolgere le visioni indigene dell’ambiente. La novità di questo ultimo decennio è che l’ambientalismo è diventato una cosa unica con l’indigenismo […]».

Se le risorse sono soprattutto nei Paesi «del terzo mondo» (ecco l’indigenismo), se vogliamo la pace, occorre pretendere meno risorse (ecco l’ambientalismo).

Allora occorre rendere più leggera la nostra impronta ecologica, e potremo sperare che la pace sopraggiunga.

Cinzia Picchioni
Centro studi Sereno Regis

Bibliografia

  •  Michel Maffesoli, Ecosofia. Un’ecologia per il nostro tempo, Diana Edizioni, Napoli 2018, pp. 160, € 16,50.
  •  Jean-Yves Leloup, Per un’ecologia integrale, Lindau, Torino 2023, pp. 80, € 12.
  •  Ernst F. Schumacher, Piccolo è bello, Mursia, Milano 2012, pp. 310, € 18.
  •  Franco La Cecla, Il malinteso. Antropologia dell’incontro, Meltemi, Milano 2022, pp. 228, € 20.
  •  Franco La Cecla (con Serge Latouche), Invertire la rotta. Ecologia e decrescita contro le politiche autoritarie, Meltemi, Milano 2017, pp. 73, 9 €.



Da Rambo a Barb. Come gli Usa vedono se stessi

Il cinema, come uno specchio, rimanda l’immagine della società che lo produce. Tre film statunitensi degli ultimi 45 anni, accomunati da una scena particolare, sembrano mostrare un Paese in declino.

Negli anni Sessanta del Novecento, uno dei più grandi artisti viventi, Michelangelo Pistoletto, produsse quadri che chiamò «superfici specchianti». Era il suo modo per far entrare dentro l’arte la realtà e il pubblico. Il dipinto diventava riflesso reale della vita che lo circondava.

Il cinema fa lo stesso. Riflette la realtà. E ci permette di riflettere sulla realtà. Ogni film è una rappresentazione di come la cultura legge il mondo. Ogni regista si fa portatore, consapevole o inconsapevole, delle visioni e dei valori che permeano la sua società.

Se poi si prova a guardare il cinema inforcando «gli occhiali di Gandhi», cioè nella prospettiva della nonviolenza, allora si scoprono cose molto interessanti. Gli «occhiali di Gandhi» sono uno strumento inventato dal Centro studi Sereno Regis di Torino per rappresentare l’approccio gandhiano alle arti visive: cosa avrebbe detto Gandhi se avesse guardato questo o quel film? Quali considerazioni ne sarebbero scaturite?

Così abbiamo analizzato tre film molto diversi per scoprirne i fili rossi che li collegano, e le narrazioni sotterranee che veicolano.

Il filo di sutura di Rambo

I tre film sono «Rambo», di Ted Kotcheff, del 1982, «Sicko», di Michael Moore, del 2006, e «Dead of winter» di Brian Kirk, del 2025. Tre film che ci possono raccontare lo stato di salute degli Stati Uniti, e il perché negli anni questa nazione ha agito in modo sempre più aggressivo e violento.

In ciascuno dei tre film c’è una scena non usuale che, a mia memoria, compare al cinema per la prima volta in Rambo. Si tratta della scena in cui il protagonista si sutura da solo una ferita a un braccio dopo aver estratto il necessario dal suo pugnale da survival. Lo fa in mezzo ai boschi, dove si è rifugiato perché «rifiutato» dalla società per la quale aveva combattuto in Vietnam.

A parte la distorsione cognitiva intrinseca (Rambo pensa di aver «difeso» la sua patria, mentre, invece, era stata questa ad attaccare il Vietnam), nel film vediamo un giovane prestante che cerca un posto dove mangiare mentre attraversa una cittadina di provincia, un uomo che vuole starsene per i fatti suoi, ma che subisce provocazioni e ostracismo ai quali risponde con violenza. La considerazione che Rambo volesse solo starsene per i fatti suoi è importante, tenetela per dopo. Sono i primi anni Ottanta del Novecento, gli Stati Uniti d’America sono appena tornati (sconfitti) dal Vietnam, e stanno vivendo un – breve – periodo di quiete nelle relazioni sempre turbolente con il resto del mondo.

Diciamo, si «leccano le ferite».

Sicko e la sanità

Il secondo film, «Sicko», inizia con un altro ragazzo che si sutura una profonda ferita alla gamba (peraltro, l’altra gamba è stata amputata). Ma in questo caso il ragazzo è a casa sua: sono i primi anni del Ventunesimo secolo, e questo ragazzo si ricuce da solo la ferita perché ha perso ogni diritto all’assistenza sanitaria pubblica, il tema su cui Michael Moore basa il suo film.

Siamo appena dopo le guerre del Golfo e dopo l’11 settembre: gli Stati Uniti hanno ripreso prepotentemente la loro politica di «esportazione della democrazia». Ma, in casa, germogliano i semi dell’abbandono: lo Stato sociale declina, l’assistenza pubblica latita, i giovani statunitensi devono «fare da sé». Di nuovo.

Dead of winter

Il terzo film, «Dead of winter», ci presenta una scena analoga: ma chi si ricuce la ferita questa volta è una donna anziana, Barb. La protagonista è una vedova che compie un viaggio solitario nel Minnesota ghiacciato per onorare la memoria del marito.

Durante il viaggio si perde e, per caso, scopre una coppia armata che tiene una ragazza segregata in un luogo sperduto.

Barb diventa, suo malgrado, l’unica speranza di sopravvivenza per la ragazza in un ambiente spietato. Altro elemento simbolico significativo.

Importante la frase che la donna (una magistrale Emma Thompson, peraltro) dice a se stessa per darsi coraggio nell’affrontare il doloroso gesto: «Forza, è come cucire una vecchia trapunta».

Una vecchia coperta.

Come gli Usa si vedono

In geopolitica, ci insegna Dario Fabbri, direttore di «Domino», uno degli elementi che determinano l’atteggiamento di politica internazionale delle nazioni è come esse percepiscono se stesse a livello di narrazione popolare. E Fabbri descrive da tempo gli Stati Uniti come una nazione depressa.

La mia tesi è che, nei tre film appena citati, possiamo leggere questa discesa americana nella depressione.

Quarantacinque anni fa, John Rambo si curava le ferite da sé: allontanato dalla società, incompreso, voleva solo «starsene per i fatti suoi» (vi risuona la riedizione della «dottrina Monroe», «l’America agli americani», di Trump?), ma non poteva: urgeva un obbligo, quello di difendersi, di ritrovare la sicurezza perduta.

Nel 1982, però, Rambo era un giovane nel pieno delle forze, capace di mettere in scacco un’intera cittadina, una «macchina da guerra» (parole del colonnello incaricato di convincere Rambo a smettere di devastare quei poveri provinciali). Se regge l’analogia, gli Stati Uniti si vedevano come una nazione forte, oppressa dai troppi impegni internazionali, ma in grado di reagire con grandissima forza, tanto da dimostrare di «essere la più forte».

Mezzo secolo dopo, l’immagine degli Stati Uniti è ridimensionata: simboleggiata da un’anziana, appesantita dal dover difendere una ragazzina incapace di badare a se stessa (l’Europa? Il resto del mondo?). La donna, lungi dall’interpretare il ruolo «storico» del vecchio saggio, deve ingaggiare battaglia pur dovendo fare i conti con un corpo che non risponde più come un tempo, che fatica, che rallenta.

Un’immagine triste in un film che, non a caso, finisce male (ma qui mi fermo, per chi odia le anticipazioni).

In cinquant’anni gli Stati Uniti, se seguiamo l’analogia, si vedono in declino, senza forze, eppure ancora oppressi dall’obbligo di reagire «contro i cattivi».

Il film di Michael Moore fa da anello di congiunzione.

Situato anche cronologicamente a metà strada tra gli altri due, ci mostra una delle ferite «interne» degli Usa: la scomparsa dello stato sociale, la privatizzazione della sanità, l’abbandono dei più deboli. Uno Stato che non si cura dei suoi cittadini non può che vedere aumentare il tasso di depressione collettiva.

Se il cinema è uno specchio, questi tre film rimandano impietosamente un’immagine di declino dell’impero americano, di cui stiamo vedendo, tremando, gli ultimi guizzi di rabbiosa furia.

Dario Cambiano
Centro studi Sereno Regis




Imparare con nonviolenza

Un testo che parla della violenza presente oggi nella vita dei singoli e della società, e della nonviolenza come strumento «adulto» per educare al bene comune.

Hannah Arendt ci ricorda, nel suo testo degli anni Cinquanta, La crisi dell’istruzione, che, di fronte a un’emergenza, è necessario «tornare alle domande». Queste esigono da noi risposte «scaturite da un esame diretto». Inoltre, l’emergenza «si trasforma in catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con […] pregiudizi […] rinunciando […] a utilizzare quell’occasione per riflettere».

È in questa prospettiva che, nel volume Apprendere attraverso la nonviolenza, Pio Castagna e Alfredo Panerai affrontano come un’opportunità la «crisi» della violenza che oggi permea la vita sociale, dal livello intrapersonale a quello sovranazionale.

I due autori riflettono sull’educazione nella società contemporanea, rivolgendosi a educatori, insegnanti e a chi è interessato a comprendere come trasformare le relazioni, il conflitto e la comunicazione in occasioni di apprendimento e crescita tramite la nonviolenza, proposta come pratica concreta e quotidiana.

Il metodo nonviolento

Una prima parte del volume richiama i fondamenti del metodo nonviolento. Segue una sezione nella quale vengono descritti tre modi di fare educazione nonviolenta, messi in dialogo con approcci formativi come la comunicazione ecologica o il teatro dell’oppresso, e con diversi contesti di applicazione. Infine, gli autori propongono una guida operativa composta da esercizi, giochi e strumenti pratici, pensati per essere sperimentati in percorsi formativi sulla nonviolenza, ma anche in contesti di lavoro educativo, attivismo e riflessione collettiva.

Fin dalle prime pagine, Castagna e Panerai chiariscono che la nonviolenza non va intesa come semplice assenza di violenza o rinuncia al conflitto, ma come una scelta attiva e responsabile, che richiede consapevolezza, impegno e capacità di mettersi in relazione con l’altro.

In questa prospettiva, il testo si colloca nel solco del pensiero di Gandhi, per il quale la nonviolenza era una forza trasformativa, capace di incidere sulla politica, e sulla vita quotidiana.

Riflettere sul conflitto

Uno dei nuclei centrali del volume è la riflessione sul conflitto. Castagna e Panerai invitano il lettore a rivedere l’idea che il conflitto sia esclusivamente qualcosa di negativo.

Esso viene, invece, riconosciuto come una componente inevitabile della convivenza umana e, se affrontato in modo consapevole, un’occasione di apprendimento.

In questa direzione, gli autori mostrano come l’educazione possa fornire strumenti per leggere il conflitto, comprenderne le cause e trasformarlo in crescita individuale e collettiva.

Un’impostazione che trova riscontro, ad esempio, nelle riflessioni di Johan Galtung, che distingue tre forme di violenza: diretta, strutturale e culturale, evidenziando come molte sue espressioni siano radicate in modelli sociali e culturali condivisi.

Educazione, comunicazione

L’educazione, in questa prospettiva, assume un ruolo fondamentale nel promuovere una cultura della pace fondata su rispetto, giustizia e responsabilità.

Ampio spazio è, inoltre, dedicato al tema della comunicazione. Gli autori sottolineano che l’apprendimento non può prescindere dall’ascolto reciproco. Educare attraverso la nonviolenza significa creare spazi di parola e di ascolto nei quali ciascuno possa esprimere il proprio punto di vista e sentirsi riconosciuto. Tale visione richiama il pensiero di Paulo Freire, per il quale il dialogo è il fondamento di ogni processo educativo orientato alla libertà e alla responsabilità.

Nel testo emergono, inoltre, evidenti affinità con la riflessione di Maria Montessori, che attribuiva all’educazione un ruolo centrale nella costruzione della pace.

Per lei, educare significava accompagnare la crescita della persona nella sua interezza, promuovendo autonomia, rispetto e senso di responsabilità verso gli altri e il mondo.

Il ruolo dell’adulto

Un altro aspetto rilevante del volume riguarda il ruolo dell’adulto. Che si tratti di un educatore, un insegnante o un genitore, l’adulto è chiamato a essere non solo guida, ma anche modello. La nonviolenza non può essere insegnata solo attraverso regole o prescrizioni, ma deve essere incarnata nei comportamenti quotidiani.

In questa prospettiva, il testo dialoga con i principi della comunicazione nonviolenta elaborati da Marshall B. Rosenberg, che pongono al centro delle relazioni l’empatia, l’ascolto dei bisogni e l’espressione chiara e responsabile delle emozioni.

A questo proposito, grande spazio è dedicato anche al tema della corporeità: l’adulto deve essere presente a se stesso e avere coscienza di sé. È fondamentale, inoltre, che sia «persuaso» dei metodi nonviolenti.

L’educazione non è un processo neutro. È una pratica che implica scelte di valore. Ed educare attraverso la nonviolenza significa assumersi la responsabilità di costruire relazioni fondate su rispetto, cooperazione e cura.

Il lettore è interpellato sul suo modo di educare, ma anche di stare in relazione con il mondo.

Teoria e pratica

Un ulteriore punto di forza del libro risiede nella capacità di coniugare riflessione teorica e dimensione pratica.

Pur affrontando temi complessi, gli autori adottano uno stile chiaro e lineare, evitando un linguaggio tecnico. Gli esempi richiamati aiutano il lettore a collegare il testo alla propria esperienza quotidiana, rendendo la lettura accessibile anche a chi non possiede una formazione specifica in ambito educativo. Inoltre, la terza parte del volume offre una «cassetta degli attrezzi» ricca e pronta all’uso.

In conclusione, Apprendere attraverso la nonviolenza si presenta come un’opera capace di parlare a un pubblico ampio, offrendo strumenti teorici e pratici utili per affrontare le dinamiche relazionali della vita quotidiana. Propone una visione dell’educazione come strumento di trasformazione personale, sociale e politica, suggerendo che la nonviolenza è una competenza che può essere appresa.

Riprendendo le parole di Danilo Dolci, la nonviolenza aiuta a ridurre il divario tra «la realtà così com’è e la realtà come potrebbe essere», poiché «se è vero che dipendiamo dalle strutture, è altrettanto vero che le strutture dipendono da noi».

Elisa Crescitelli
Centro studi Sereno Regis

Libri citati

  •  Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 2017, pp. 320, € 17,00.
  •  Danilo Dolci, Palpitare di nessi, Mesogea, Messina 2012, pp. 240, € 22,00.
  •  Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2022, pp. 240, € 17,00.
  •  Johan Galtung, Pace con mezzi pacifici, Esperia, Peschiera Borromeo (Mi) 2000, pp. 512.
  •  Mohandas Karamchand Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, a cura di Giuliano Pontara, Einaudi, Torino 2023, pp. 416, € 17,00.
  •  Maria Montessori, Educazione e pace, Xenia, Como 2023, pp. 141, € 12,00.
  •  Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Esserci, Reggio Emilia 2017, pp. 288, € 16,90.
  •  Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione, Marietti 1820, Bologna 2021, pp. 208, € 24,00.



L’oppio del colonialismo

Amitav Ghosh conduce i suoi lettori nella storia del colonialismo britannico dell’Ottocento in India e Cina. Una storia che parla di narcotraffico. Le conseguenze di un ordine mondiale basato sul «libero» commercio delle potenze coloniali sono vivide ancora oggi.

In quanto europei, non ci possiamo esimere dal fare i conti con il nostro passato coloniale.

«Fumo e ceneri» di Amitav Ghosh, è un libro che può aiutarci a farli sino in fondo. Racconta, infatti – in una forma a metà tra il saggio storico e il memoir letterario personale e famigliare -, di come la pianta dell’oppio sia stata al centro delle dinamiche coloniali dell’Impero britannico per tutto l’Ottocento e per i primi decenni del Novecento, garantendo enormi e crescenti profitti.

L’Impero inglese ha potuto ottenere smisurati guadagni grazie a una duplice forma di sfruttamento: nei confronti dei contadini indiani, obbligati a coltivare i papaveri da oppio invece di altre colture per loro più redditizie; nei confronti della Cina, che fu costretta con la forza delle armi a importare gli oppiacei, non potendo così tutelare la propria popolazione devastata dal loro consumo.

I vecchi Stati narcos

Lo scrittore indiano, residente negli Usa, racconta una storia che si snoda su diversi piani.

Innanzitutto, apprendiamo che i primi narcotrafficanti su larga scala non furono organizzazioni criminali «private», bensì alcuni Stati nazionali: la Gran Bretagna, in primo luogo, ma anche Stati Uniti, Olanda e Francia.

In secondo luogo, comprendiamo che, per questi paesi, l’idea di libero mercato è spesso stata una maschera sotto la quale si celava «una sfera chiusa, esclusiva, dominata da un numero limitato di consorterie elitarie e poco trasparenti», scrive Ghosh, dal momento che nel meccanismo del libero scambio, chi deteneva maggiore potere non esitava a ricorrere all’uso della forza armata per imporre il commercio dei propri prodotti.

In tutto questo, naturalmente, era implicito un pregiudizio razziale che si esprimeva nel ritenere sacrificabili alcune popolazioni, anche perché considerate predisposte al vizio e al consumo di droghe: «Sebbene i trafficanti di droga angloamericani fossero eredi delle idee del cristianesimo e dell’illuminismo, sull’uguaglianza degli esseri umani, nella pratica la loro condotta seguiva una logica opposta».

Eredità coloniali

In questo libro di grande fascino narrativo, Ghosh ci invita a riflettere su come le dinamiche coloniali abbiano lasciato segni profondi che ancora si riverberano sul tempo presente.

In India, ad esempio, la povertà di alcune delle aree più depresse ha una radice nelle politiche di sfruttamento dei terreni agricoli imposte nel XIX secolo dal regime inglese.

Ma le conseguenze sul presente delle passate politiche coloniali sono di più ampia portata, coinvolgono le stesse modalità di funzionamento dell’attuale mercato globale, il quale deve molto a un’idea di libero scambio guidato dall’unico criterio del vantaggio economico.

Un impero dentro l’impero

Di Amitav Ghosh va ricordata, in relazione a questo tema, anche la cosiddetta «trilogia della Ibis», un ciclo di romanzi (Mare di papaveri, Il fiume dell’oppio, Diluvio di fuoco) che, seguendo le peripezie marittime della goletta Ibis, ci immergono nelle vicende del commercio dell’oppio nella cornice dell’India ottocentesca.

Per approfondire le coordinate storiche della penetrazione del dominio inglese in India si può leggere Anarchia di William Dalrymple, storico britannico, specializzato in storia dell’India, che si sofferma sugli anni tra il 1756 e il 1803 nei quali la Compagnia delle Indie orientali estese il suo controllo su quasi tutti i territori del subcontinente indiano.

Il dato fuori dall’ordinario di questa conquista coloniale è precisamente il fatto che a compierla non fu il governo britannico in modo diretto, ma una società privata a scopo di lucro, la quale, come sottolinea Dalrymple, «operava al solo fine di arricchire i suoi investitori». La Compagnia fu una sorta di «impero dentro l’impero» che arrivò a controllare possedimenti più vasti di quelli della stessa madrepatria. Si dotò di un proprio esercito che arrivò a contare un numero di uomini doppio rispetto a quello britannico.

Solo con il passare del tempo, i poteri della Compagnia furono progressivamente limitati dal Parlamento e «riassorbiti» dalla Corona inglese (analoga storia è quella della Compagnia olandese delle Indie orientali, la Voc, ndr).

Commercio e guerre

Naturalmente, anche la storia dell’ascesa della Compagnia delle Indie è carica di rimandi al nostro presente: «La prima multinazionale predatoria del mondo» è uno specchio dei rischi insiti nel potere fuori controllo di alcune multinazionali odierne. Le capacità di condizionamento politico e finanziario di certe corporation attuali ricordano da vicino quelle che, 250 anni fa, possedette la Compagnia.

«Fumo e ceneri» e «Anarchia», tra le altre cose, ci insegnano anche a valutare in modo critico l’idea, piuttosto diffusa, che il commercio sia una pratica di per sé alternativa alla guerra.

Mentre in alcuni casi effettivamente è così, in altri, invece, la volontà di commerciare, lungi dall’ostacolare le guerre, le promuove. Precisamente come avvenne per le due guerre dell’op- pio, dichiarate nel 1839 e nel 1856 dalla Gran Bretagna alla Cina, con l’appoggio di Francia e Stati Uniti, allo scopo di imporre i propri interessi commerciali.

Per approfondire questa storia, che si trova all’origine della Cina moderna e che ancora ai nostri giorni continua a nutrire il nazionalismo di quel grande paese e il suo modo di guardare all’Occidente, si può leggere il libro di Julia Lovell, La guerra dell’oppio.

Un narco Stato odierno

Infine, un libro sorprendente dedicato a un narco stato non ottocentesco, ma prossimo ai giorni nostri, è Narcotopia di Patrick Winn, che racconta la storia dei Wa, un gruppo etnico birmano che vive in due zone del Myanmar, una confinante con la Cina, l’altra con la Thailandia, occupando un territorio pressoché inaccessibile e, di fatto, capillarmente controllato dal proprio esercito.

L’economia dello stato Wa è interamente basata sulla produzione e sul commercio dell’oppio, che si sono tradotti in ricchezze poi investite nella costruzione di strade, scuole, ospedali (non diversamente, del resto, da quello che Inghilterra e Stati Uniti fecero nell’Ottocento).

Nel suo reportage Winn ripercorre dagli anni Settanta a oggi questo complesso intreccio di affari, attività criminali e rivendicazioni di autonomia politica.

Massimiliano Fortuna
Centro studi Sereno Regis

bibliografia

  •  Amitav Ghosh, Mare di papaveri, Einaudi, Torino 2025, pp. 504, € 16,00.
  •  Amitav Ghosh, Il fiume dell’oppio, Einaudi, Torino 2025, pp. 552, € 16,00.
  •  Amitav Ghosh, Diluvio di fuoco, Einaudi, Torino 2025, pp. 656, € 17,00.
  •  William Dalrymple, Anarchia. L’inarrestabile ascesa della Compagnia delle Indie Orientali, Adelphi, Milano 2022, pp. 634, € 34,00.
  •  Julia Lovell, La guerra dell’oppio e la nascita della Cina moderna, Einaudi, Torino 2022, pp. 543, € 34,00.
  •  Patrick Winn, Narcotopia, Adelphi, Milano 2024, pp. 503, € 30,00.



Cinema resistente

Un festival itinerante di corti sulla Palestina. Un altro a Napoli per i diritti umani. L’arte cinematografica va oltre l’intrattenimento fine a se stesso, e offre spunti di resilienza e speranza. Non solo dolore e denuncia, ma umanità e bellezza.

Anche nel cinema ci sono azioni di resistenza. Di contrasto alla sempre più diffusa legge dell’intrattenimento tout court.

Diverse sale cinematografiche ancora si ostinano ad andare in direzione contraria, proponendo film d’impegno e di riflessione.

Anche tra i festival ne troviamo parecchi che propongono al proprio pubblico qualità e cultura. E impegno civile. Due di questi sono il Nazra Palestine short film festival e il Festival del cinema dei diritti umani di Napoli.

Nazra festival

Il Nazra Palestine short film festival è un festival militante e itinerante: Nazra significa «sguardo», non ha una sede fissa, anche se gli organizzatori sono di Torino. Si svolge in tour lungo l’Italia: l’edizione 2025 ha visto 43 città coinvolte. E propone una selezione di cortometraggi realizzati da artisti palestinesi. Cinque fiction, otto documentari, quattro dedicati a Gaza, tre sperimentali, due fuori concorso.

Uno di questi film, un capolavoro, è Upshot, di Maha Haj: la tenera ricostruzione della vita di due persone che hanno perso un figlio sotto i bombardamenti, e che hanno trovato un modo originale (e spirituale) di farlo continuare a vivere. Un film che merita lunghe riflessioni sul nostro rapporto con la presenza.

La cosa più bella del Nazra festival, oltre ai suoi contenuti, è che potete prenderne parte attiva mettendovi in contatto con gli organizzatori per riproporlo sul vostro territorio.

In questa bellissima rassegna, la voglia di pace e di gioia prevale su ogni manifestazione dolorosa, su ogni rivalsa, su ogni ostentazione del torto subito.

Cinema dei diritti umani

Un altro evento da raccontare per la sua azione di resistenza è il Festival del cinema dei diritti umani di Napoli tenutosi a metà novembre scorso. Alla sua diciassettesima edizione, quest’anno ha avuto come titolo: «Terre promesse, terre rubate, popoli senza pace».

Il Festival è nato nel 2008, organizzato, coordinato e promosso dall’associazione senza scopo di lucro Cinema e diritti, costituita con l’obiettivo di far conoscere nel Sud Italia e nei Sud del Mondo il «Cinema dei diritti umani». Promuovere la cultura dei diritti universali attraverso le immagini di film e documentari sulle condizioni di vita di persone e popoli che percorrono il difficile cammino della democrazia e dell’eguaglianza.

Le opere presentate offrono esempi di resistenze umane agli abusi e alle violazioni quotidiane perpetrate da istituzioni e organizzazioni.

A ispirare questo progetto è stato l’esempio dell’America Latina dove il Cine de derechos humanos ha raggiunto importanti consensi grazie alla tradizione di lotta di quei popoli.

La città di Napoli, dal 2009, grazie all’impegno di Cinema e diritti e del Festival, appartiene allo Human rights film festival network (Hrfn), organismo coordinato da Amnesty International.

L’edizione 2025 ha visto in gara nove lungometraggi, tra cui il bellissimo The unseen, di Milou Reintjes e Niek Pennings che narra la vita di tre migranti in un ghetto del Sud Italia, tra precarie sistemazioni abitative e continuo sfruttamento lavorativo.

Tra i sedici cortometraggi, Adas Falasteen, di Hamdi Khalil Elhusseini e Samar Taher Lulu, racconta in forma di documentario la storia di un cuoco palestinese e del suo modo di trasformare la passione per la cucina in uno scudo contro la fame provocata dalla guerra a Gaza, alimentando resilienza e speranza nella sua comunità.

Il bellissimo Eksi Bir, di Omer Ferhat Ozmen, è la commovente storia di un proprietario di appartamenti che si batte perché i suoi inquilini non cucinino troppo speziato: ma non ha ancora assaggiato i loro piatti. Un cortometraggio premiato, tra l’altro, al Give peace a screen, il festival che ho la fortuna di dirigere e che si avvia alla sua terza edizione, a fine marzo del 2026.

Dario Cambiano
Centro studi Sereno Regis




Lev Tolstoj, un grande russo

Famoso per capolavori come «Guerra e pace» e «Anna Karenina», lo scrittore russo è meno conosciuto per il suo pensiero religioso, politico e  sociale. Eppure, ieri come oggi, le sue idee e il suo messaggio cristiano e pacifista hanno molti seguaci.

Quando si sente il nome Tolstoj, il pensiero va subito ai suoi grandi romanzi – Guerra e pace, Anna Karenina -, e alle immagini delle numerose trasposizioni cinematografiche e tele- visive.

Eppure, Lev Tolstoj (1828-1910) non è soltanto il grande scrittore russo che abbiamo letto e studiato, ma anche – o, forse, soprattutto – un grande pensatore sociale e politico, oltre che un attivista, fondatore della nonviolenza politica, o quanto meno un suo precursore.

Esiste una data di svolta nella sua vita, il 1878, quando avvenne quella che lui stesso chiamò la conversione al messaggio di Cristo. La sua attività di romanziere si svolse prevalentemente prima di quella data. Successivamente, uscirono: La sonata a Kreutzer (1889), Resurrezione (1899), in cui traspone la sua nuova filosofia, e poco altro. Abbiamo invece molti scritti che tendono ad esporre e spiegare le sue idee riguardo la religione, la società, la politica.

Citiamo i tre principali: La confessione (1882), La mia fede (1884), Il regno di Dio è in voi (1893). Oltre a una miriade di articoli, lettere, appelli, tra cui vale la pena citare Lettera ad un indù del 1908, cui seguirà un carteggio con il Mahatma Gandhi.

Il messaggio tradito

Dagli anni Ottanta alla sua morte, avvenuta nel 1910, l’attività prevalente di Tolstoj fu quella di attivista politico.

La sua «conversione» consistette nello scoprire l’essenza del messaggio cristiano nelle beatitudini del discorso della montagna (Mt 5,3-12).

Egli maturò la convinzione che la coerenza con il messaggio evangelico comporta l’astensione dalla violenza, sotto qualsiasi forma, anche a livello politico-istituzionale; il comandamento del «non uccidere» vale sempre e senza eccezioni. Pertanto, per lo scrittore russo, le Chiese, tutte, a cominciare dalla sua Chiesa ortodossa, tradiscono il messaggio cristiano, consentendo di benedire eserciti, tribunali e imperatori. Gli eserciti andrebbero aboliti e dovere di ogni cristiano è rifiutarsi di farne parte.

Sempre in coerenza con il discorso della montagna, egli ritiene che il modo per combattere Stati, eserciti, e sfruttatori, sia quello che definisce di «non resistenza al male per mezzo del male», o «resistenza passiva».

Tolstoj ha una concezione politico religiosa sostanzialmente anarchica, perché vede nello Stato l’esercizio della violenza, ritiene che la rivoluzione debba consistere in una conversione per tornare a quello che lui chiama lo spirito originario del cristianesimo.

Sul piano sociale, Tolstoj condanna la proprietà privata e predica la comunanza dei beni, avvicinandosi ai movimenti rivoluzionari russi a lui contemporanei.

Dopo il 1884 si dedica sempre più a seguire i movimenti popolari: difesa di minoranze (vecchi credenti, gruppi di eretici sparsi in tutta la Russia e oltre, ed emarginati o perseguitati, obiettori di coscienza, pacifisti). Si occupa di movimenti alternativi in tutto il mondo, cerca di entrare in contatto con essi, mentre la sua fama si diffonde e sono molti i rivoluzionari, pacifisti, «cercatori di verità» a entrare in contatto con lui.

In sostanza si può dire che con Tolstoj, la «resistenza passiva» (all’epoca, il termine «nonviolenza» non veniva ancora usato) diventa un metodo di lotta contro l’oppressore da opporre alla rivolta armata e all’assassinio politico del tiranno, a quei tempi abbastanza in voga.

La sua rivoluzione è basata sulla presa di coscienza che ciascuno ha la responsabilità delle proprie azioni, anche quando queste vengono ordinate da un’autorità legittima; che occorre una società senza oppressi né oppressori, e che questa va costruita dal basso e «praticata» da subito.

Il giovane Gandhi, alle prese in Sudafrica con la lotta contro il razzismo e per i diritti degli immigrati indiani, legge gli scritti di Tolstoj, e ne trae ispirazione per il suo metodo di lotta politica e con lui intrattiene un breve ma intenso carteggio.

Il libro

Il libro di Bruna Bianchi si occupa soprattutto del Tolstoj pacifista, del suo pensiero e della sua attività a favore dell’obiezione di coscienza.

Il primo capitolo si apre illustrando il contesto storico politico dell’epoca: dopo la guerra franco prussiana del 1870-71, tutti gli Stati ritengono di dover essere pronti in qualsiasi momento alla guerra: di qui l’adozione di un esercito permanente, organizzato, numeroso, ben armato e lo sviluppo di un’industria militare potente.

La coscrizione obbligatoria si estende a tutti gli Stati europei, con periodi sempre più lunghi di leva militare.

Tolstoj ritiene che uno dei mali principali della sua epoca fosse proprio l’obbligo del servizio militare; alla sua opposizione dedica buona parte della sua attività. Il suo è un richiamo alla coscienza: la coscienza morale contro il dovere di ubbidire agli Stati che vengono visti come strumenti per l’esercizio della violenza. La sua concezione è una sorta di anarchismo social cristiano.

Nei capitoli successivi ci si sofferma sulla concezione sociale di Tolstoj: la sua opposizione alla proprietà della terra, la sua adesione a una forma di comunismo di ispirazione religiosa, anche se rimase molto distante dal marxismo.

L’ultimo capitolo è dedicato all’influenza che le idee tolstojane hanno avuto dopo la sua morte. Nacquero in Europa e in America movimenti e gruppi che fecero dell’obiezione di coscienza il proprio scopo e che trovarono nelle idee tolstojane un punto di riferimento.

L’attualità di Tolstoj

Quello di Bruna Bianchi può sembrare un libro storico, un’analisi su un periodo ormai lontano. In realtà, quella storia, fatta di grandi piani di riarmo e di preparazione alla guerra è tornata di stretta attualità.

Anche il vecchio Tolstoj può aiutarci a fare le scelte giuste. Il suo richiamo a una religione e a una spiritualità che dia forza e linfa alla resistenza nonviolenta e rifugga dal virus del nazionalismo è pienamente valido e attuale.

Paolo Candelari
di Centro Studi Sereno Regis

bibliografia

  •  L.N.Tolstoj, La mia fede, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano 1988.
  •  L.N.Tolstoj, Il Regno di Dio è in voi, go Ware editore, Firenze 2022.
  •  P.C.Bori – G.Sofri, Gandhi e Tolstoj: un carteggio e dintorni, editore Il Mulino, Bologna 1985.

FILMOgrafia

  •  The last station, regia di Michael Hoffman, 2009.



I conflitti intrattabili

Sono «intrattabili» i conflitti che nascono da due racconti distinti e antitetici di uno stesso processo storico. Quello israelo-palestinese ha visto alternarsi narrazioni opposte ad altre più conciliabili. Oggi la sua descrizione è quella più pericolosa di sempre.

«Ogni grande cambiamento sociale deve iniziare con la costruzione di nuove narrazioni». Questa citazione sintetizza l’intento del testo dello psicologo politico Daniel Bar-Tal, professore emerito presso l’Università di Tel Aviv.

La tesi centrale dell’autore è che i conflitti diventano «intrattabili» quando sono basati su due narrazioni opposte per visione e vissuti dei protagonisti. Quando entrambe le narrazioni nascono da una cultura del conflitto violento, ostacolano la ricerca di un diverso rapporto con l’altro e, dunque, impediscono la pace.

L’autore conduce un’indagine sul caso del conflitto israelo-palestinese analizzandone gli sviluppi e le conseguenze nelle diverse fasi.

Le narrazioni contrapposte

Il testo si articola in cinque parti: la prima attraversa il periodo che va dalle origini del conflitto agli accordi di Oslo del 1993; la seconda si concentra sulla ripresa e l’intensificarsi del conflitto dopo il 2000; la terza parla del prevalere dell’estremismo e della sua istituzionalizzazione, fino a Netanyahu come figura centrale della cultura del conflitto; la quarta riguarda la situazione attuale; la quinta è dedicata alle possibilità di trasformazione.

L’autore mostra come le due narrazioni contrapposte persistano e si irrigidiscano nel tempo.

La parte palestinese vede gli ebrei come immigrati e invasori. I palestinesi hanno una «legittimità esclusiva», un diritto di precedenza sulla «propria» terra.

Per la parte ebraica, la terra è l’eredità promessa da Dio, patria storico culturale, rifugio contro l’antisemitismo. I palestinesi sono parte del popolo arabo, inquilini sulla terra degli ebrei.

Su queste basi, rafforzate dal sionismo che nasconde la violenza della propria parte, Israele, che si considera «luce per le nazioni», vede se stesso come l’unica vittima, attribuendo ai soli «arabi» la volontà di distruggere l’altro.

La narrazione di pace

Elementi di una nuova narrazione emergono negli anni Ottanta, in seguito agli accordi di Camp David del 1978 e al riconoscimento di Israele da parte di Yasser Arafat, leader dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) nel 1988.

Sono gli anni della prima Intifada palestinese, una lotta sostanzialmente nonviolenta, in seguito alla quale si sviluppano anche nella società israeliana nuovi atteggiamenti.

Una ricerca del 1999 mostra, infatti, che il 55% degli israeliani è favorevole alla creazione di uno stato palestinese e cambia anche la percezione della sicurezza, non più affidata alle sole armi, ma anche alla costruzione della pace attraverso la restituzione dei territori occupati.

Questa narrazione è sostenuta dallo sviluppo del Campo della pace, da esperienze come quella di Nevè Shalom e dalla sinistra israeliana.

Il ritorno della violenza

Tuttavia, dagli anni 2000, anche in seguito al fallimento del processo di pace, all’espansione delle colonie ebraiche nei territori occupati, al peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi, con la conseguente disillusione e lo scoppio della seconda Intifada (questa volta violenta), si giunge rapidamente a una escalation del conflitto e al ritorno alla narrazione negativa.

È in questo contesto che Israele usa la politica del divide et impera, sostenendo il movimento islamista di Hamas contro il partito laico di Al-Fatah, maggioritario nell’Olp e membro dell’Autorità nazionale palestinese.

L’occupazione dei territori palestinesi comporta l’arresto e l’uccisione di leader, la detenzione senza processo di migliaia di persone, anche minorenni, il rifiuto di permessi di soggiorno, la demolizione di case, la confisca di terre per gli insediamenti dei coloni, posti di blocco lunghi e umilianti per i palestinesi. Ogni protesta, anche nonviolenta, per Israele è «terrorismo».

Le condanne dell’Onu e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sono disattese, e violate. Israele crea uno stato di apartheid.

Anche l’educazione consolida la narrazione egemone del conflitto: fin dal 1972, infatti, il ministro dell’Istruzione Ygal Allon ha eliminato la linea verde dalle mappe ufficiali di Israele: per le nuove generazioni, il territorio tra il fiume e il mare è un unico spazio che fa parte della patria. Ciò coincide con l’ideologia del movimento sionista religioso del «Grande Israele», che fonda nuove colonie e città ebraiche nei territori occupati, e diventa una forza trainante, sviluppando vittimismo, disumanizzazione del nemico, nazionalismo.

Al culmine di tale processo sta la figura di Benjamin Netanyahu.

Il sistema di occupazione deteriora la stessa democrazia israeliana nella quale si indeboliscono le istituzioni di controllo, si limita la libertà di espressione, si violano i diritti umani, si delegittima l’opposizione e si controllano i media, si discriminano le minoranze e cresce il nazionalismo, sino al razzismo.

L’autore chiama «occupartheid» il sistema che non merita più di essere definito democratico: in cima alla piramide stanno i coloni nei territori occupati, che godono di privilegi e benefici; seguono gli altri cittadini ebrei; poi i cittadini arabi di Israele; al quarto posto gli abitanti palestinesi di Gerusalemme Est, che non hanno diritto di voto alla Knesset e, infine, gli abitanti palestinesi delle zone occupate, la cui vita è regolata dalle direttive del comando militare.

Per una nuova narrazione

Quali prospettive di fronte a questa situazione, portata all’estremo dagli eventi del 7 ottobre e della distruzione di Gaza?

È indispensabile, per Bar-Tal, riprendere la narrazione a sostegno dei negoziati, riconoscere i palestinesi come partner legittimi, individuare obiettivi che rispondano ai bisogni di entrambi i popoli, porre fine all’occupazione, recuperare la democrazia e i suoi valori, ritrovare leader capaci di guidare il conflitto verso una de-escalation.

È necessaria una trasformazione sociale interna, condotta sia dalla società civile israeliana che dalle pressioni della comunità internazionale.

Ri-umanizzare l’avversario e comprendere che il prezzo del conflitto, per la stessa società israeliana, è più alto di quello per la pace sono i presupposti.

Se non sarà più possibile la soluzione a due stati, l’unica alternativa sarà quella dello stato unico binazionale, con uguali diritti per tutti i cittadini: fondamentale è alimentare la speranza che tutto ciò è possibile.

Angela Dogliotti
Centro studi Sereno Regis

Bibliografia

  •  N. Capovilla, B. Tusset, Sotto il cielo di Gaza, La Meridiana, Molfetta (Ba) 2025, pp. 120, 15,50 €.
  •  B. Bashir, A. Goldberg (a cura di), Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, Bologna 2023, pp. 464, 20 €.
  •  Bruno Montesano (a cura di), Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi, Edizioni e/o, Roma 2024, pp. 128, 10 €.
  •  David Grossman, La pace è l’unica strada, Mondadori, Milano 2024, pp. 96, 16 €.
  •  Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi Editore, Roma 2024, pp. 144, 15 €.
  •  Rashid Khalidi, Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza, Editori Laterza, Bari 2025, pp. 416, 20 €.
  •  Amedeo Rossi, Le parole divise, Israele/Palestina: narrazioni a confronto, Editori Q, Roma 2022, pp. 360, 16 €.



Cristiani, armi, nonviolenza

Massimo Rubboli indaga sulla storia del rapporto dei cristiani con le armi e la guerra in un testo frutto di 50 anni di studi. Dall’originaria opposizione alla violenza all’alternanza secolare tra rifiuto e giustificazione. Fino alle posizioni di oggi.

Massimo Rubboli, già docente universitario di Storia dell’America del Nord e di Storia del cristianesimo, raccoglie il frutto di cinquant’anni di ricerca sul rapporto tra i cristiani e la violenza nei secoli.

Dalle origini

Nella prima parte del volume, l’autore esamina il rapporto dei cristiani con la guerra dalle origini all’Ottocento. La forte convinzione dei primi cristiani che la sequela di Cristo è incompatibile con la violenza, lascia presto spazio alla sua accettazione e giustificazione.

Se Tertulliano (II sec. dC), pone in opposizione il servizio militare e la fede, per Eusebio di Cesarea (III sec.) l’arruolamento può essere una risposta alla chiamata di Dio. Con l’editto di Costantino (313 dC), poi, i cristiani smettono di abitare «nella propria patria come stranieri» e l’esercito e la pax romana diventano un baluardo in difesa della fede. Si sviluppa, così, con Ambrogio e Agostino (IV sec.), il tema della «guerra giusta» e, con le invasioni barbariche, anche quello della «guerra santa», che porterà, con papa Urbano II (XI sec.), alle crociate.

A questa deriva si oppongono Francesco di Assisi (XIII sec.) e movimenti come quelli di Catari e Valdesi, mentre Tommaso d’Aquino sistematizza il tema della guerra «giusta». Una scelta pacifista è quella dei Lollardi inglesi nel XIV secolo, e poi degli Ussiti.

Nell’ambito della Riforma protestante (XVI sec.), al filone maggioritario di Lutero, Zwingli, Calvino, si oppone quello minoritario degli Anabattisti. Per Lutero è legittimo che il cristiano usi la forza, ma anche che obietti a una guerra ingiusta. Anche per Zwingli la guerra giusta è legittima, e per Calvino l’uso delle armi è consentito in certe occasioni, ad esempio contro gli eretici.

Con la strage degli Ugonotti a Parigi nel 1572, inizia un periodo di sanguinose repressioni e di guerre di religione. In Inghilterra, dal calvinismo nasce il puritanesimo. I puritani, a metà del Seicento, fanno guerra al re Carlo I, lo sconfiggono e uccidono, mentre in America massacrano i popoli nativi.

Alla violenza negli Usa, si oppone William Penn (XVIII sec.), che invita in Pennsylvania i membri delle Chiese pacifiste. Lì possono fare obiezione alle armi.

Una figura di grande rilevanza dell’Ottocento, infine, è quella di Lev Tolstoj che afferma l’inconciliabilità delle armi con la fede, influenzando il Mahatma Gandhi.

Il Novecento e oggi

Nella seconda parte del volume, Rubboli affronta la posizione delle Chiese e dei cristiani nel Novecento e fino ai giorni nostri.

Il corposo approfondimento dello studioso attraversa l’ultimo secolo di storia mondiale raccontando personaggi e vicende che mostrano il percorso progressivo delle Chiese verso il rifiuto delle guerre, pur rimanendo forte in molti cristiani la legittimazione dell’uso della forza nei conflitti.

Scorrendo le pagine si incontrano intellettuali tedeschi che nel 1914 sostengono la guerra, e teologi come Karl Barth che rifiutano la legittimazione teologica del militarismo. Si legge che «di fronte al dilagare del nazismo in Europa la maggioranza delle Chiese ritenne che la scelta giusta fosse quella di fermare Hitler con le armi». Ci si imbatte nella storia del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, giustiziato per un fallito attentato contro Hitler.

Si legge di episodi di resistenza non armata e di protezione dei perseguitati, come quello del pastore André Trocmé e della moglie Magda, che nel villaggio di Chambon sur Lignon salvarono migliaia di ebrei. Durante la guerra, le Chiese pacifiste storiche si impegnarono nella difesa dell’obiezione di coscienza, nella richiesta di un servizio civile alternativo e in opere di soccorso alle popolazioni, mentre in diversi Paesi le Chiese protestanti si esprimevano a sostegno dei governi in guerra. Gran parte del cattolicesimo francese sosteneva il regime di Vichy, nonostante diversi vescovi e teologi parlassero di resistenza spirituale all’antisemitismo e al nazismo.

Rubboli ripercorre anche le posizioni pacifiste della Chiesa cattolica: dalla denuncia della guerra come «inutile strage» di papa Benedetto XV, nel 1917, all’enciclica Pacem in terris del 1963 di papa Giovanni XXIII; dalla Gaudium et Spes del Vaticano II del 1965, alla Populorum progressio di papa Paolo VI del 1967. Dalle prese di posizione di Giovanni Paolo II sul diritto dovere di ingerenza umanitaria, al deciso riconoscimento della nonviolenza come strumento efficace per una politica di pace di papa Francesco.

Si incontrano poi le azioni di disobbedienza civile negli Usa contro la guerra in Vietnam, pur in mezzo a una maggioranza favorevole al Governo; una lettera del 1983 dell’episcopato cattolico statunitense riconosce la nonviolenza come impegno cristiano nel servizio al Paese.

In Italia, figure come don Primo Mazzolari e don Milani, sostenitori della nonviolenza evangelica; obiettori di coscienza durante la Grande guerra, come i protestanti Alberto Jong e Guido Plavan; Carlo Lupo, tra i fondatori del Movimento internazionale della riconciliazione. Nel mondo, figure come Martin Luther King e Desmond Tutu.

Rubboli parla anche del Consiglio ecumenico delle Chiese che si è espresso sempre più decisamente contro la guerra e per la nonviolenza come «unico metodo cristiano» per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

Rubboli non manca di sottolineare la stonatura del patriarca di Mosca Kirill che difende l’aggressione russa all’Ucraina.

Teologia per la pace

Verso la fine del volume, l’autore fa il punto, nella speranza di offrire un quadro che aiuti lo sviluppo di una teologia della pace.
Oggi le Chiese hanno superato in gran parte lo spirito di «crociata» o di «guerra santa»; la «guerra giusta» ha ancora molti sostenitori, ma solo in situazioni estreme; emerge una teoria della «pace giusta» e si sviluppa una «teologia della pace» che si riallaccia al pacifismo anabattista e delle Chiese pacifiste storiche; nascono pratiche per risolvere i conflitti senza violenza, spingere sul disarmo, promuovere i diritti umani e la democrazia; si approfondisce, in riferimento ai conflitti sociali e tra Stati, la teologia del perdono e della riconciliazione.

Bibliografia

  •  Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, Paoline Editoriale Libri, Milano 2004, pp. 480, 25 €.
  •  Pier Cesare Bori, Tolstoj, Edizioni Cultura della pace, Fiesole 1991, pp. 203.
  •  Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni, Donzelli editore, Roma 2006, pp. 226, 24,50 €.
  •  Marco Labbate, Non un uomo né un soldo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2022, pp. 240, 16 €.
  •  Paolo Naso, Martin Luther King. Una storia americana, Laterza, Bari 2022, pp. 224, 12 €.
  •  Paolo Candelari, Ilaria Ciriaci, Guerra, pace, nonviolenza. 50 anni di storia e impegno, Paoline, Milano 2015, pp. 224, 16 €.
  •  Roberto Mancini, Brunetto Salvarani, Oltre la guerra. Le vie della pace tra teologia e filosofia, Effatà Editrice, Cantalupa (To) 2023, pp. 160, 15 €.