Colombia. Una pace (poco) disarmata

In varie regioni colombiane diversi gruppi di narcoguerriglieri continuano a spadroneggiare. Mentre il processo di pacificazione, iniziato nel 2016, prosegue con lentezza, a maggio si terranno le elezioni presidenziali. Abbiamo chiesto a tre missionari e un vescovo che lavorano in loco di raccontarci la situazione.

L’attrattiva dei ribelli

di Angelo Casadei

Solano. Noi missionari della Consolata arrivammo qui, nella foresta amazzonica colombiana, nel lontano 1951, accompagnando le varie ondate della colonizzazione. Tra le più disastrose ci fu quella conosciuta come «bonanza», termine usato per indicare il boom della coltivazione della foglia di coca e la conseguente produzione di cocaina, che sarebbe presto divenuta la motivazione principale (quando non l’unica) della guerra.

Negli anni Settanta e Ottanta e fino agli anni Novanta, la guerriglia fu soprattutto quella dell’M19. In seguito, presero il sopravvento i ribelli delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (in sigla, Farc-Ep).

Nelle fila di questi gruppi entrarono anche molti giovani del nostro territorio: persone che erano state formate nelle nostre scuole e che spesso avevano partecipato alla vita delle parrocchie. Pur vedendo nel missionario una figura importante, interessata ad aiutare i contadini, all’educazione della gioventù e preoccupata per le persone più vulnerabili, questi giovani avevano toccato con mano il poco interesse dello Stato e la tremenda corruzione dei governanti, a livello centrale e locale. In questa situazione, i ribelli sono riusciti a governare il territorio tramite la forza, finanziandosi con il narcotraffico e le tangenti. Nel tempo, hanno preso in mano l’ordine pubblico con proprie norme per le quali la «giustizia» veniva imposta attraverso minacce, punizioni e anche condanne a morte. 

Poi, finalmente, è arrivata la svolta. Dopo decenni di guerra civile, nel 2016, è stato firmato un accordo di pace tra le Farc e il Governo colombiano. Purtroppo, però, nelle nostre zone e in vari dipartimenti hanno iniziato a operare diversi gruppi dissidenti (vedi tabella), cioè tutti quei guerriglieri che non hanno accettato di deporre le armi.

Solano (foto Angelo Casadei)

Da sempre, qui tutti pagano una tassa (tangente) alla guerriglia. Oggi ci sono commercianti e contadini obbligati a pagarne due, essendo due i gruppi che si contendono il territorio. Lo scorso Natale il gruppo della dissidenza Iván Mordisco (fronte Carolina Ramírez, blocco Amazonas) ha impedito la circolazione nel fiume e nei vari affluenti (faccio notare che, per questo territorio, i fiumi sono l’equivalente delle strade) a causa di uno scontro con l’altro gruppo guerrigliero, il fronte Calarcá guidato da Alexander Díaz Mendoza.

Così, abbiamo vissuto il periodo natalizio tra due fuochi. Da una parte il fronte Carolina Ramírez obbligava a non muoversi perché il fronte oppositore non si confondesse con la popolazione, dall’altra il fronte Calarcá comunicava l’opposto («Potete muovervi senza problema»), accrescendo la paura e l’incertezza. Pure l’esercito regolare invitava a muoversi, sostenendo che la sua presenza era massiccia, senza però convincere la popolazione. Da esperienze precedenti, le persone sapevano che non si può proteggere a tappeto il percorso del fiume Orteguaza da Solano a Puerto Arango (Florencia) per una lunghezza di 180 chilometri.

Nonostante la situazione così complessa, nel corso degli anni sono stati portati avanti molti tentativi di pace, ma sempre con pochi risultati, anche perché vi sono troppi nodi irrisolti a livello storico, politico, sociale.

Come Chiesa locale del vicariato apostolico di Puerto Leguizamo Solano e della parrocchia di Solano (Caquetá), noi abbiamo sempre cercato di accompagnare la popolazione dell’Amazzonia colombiana in tutte le dimensioni, religiosa, sociale e anche politica.

In alcuni momenti siamo stati costretti a parlare e agire in modo forte per far rispettare i diritti della persona, in particolare il rispetto della vita.

Abbiamo avuto missionari e vescovi che hanno mediato con i gruppi armati e con l’esercito regolare per liberare persone sequestrate o condannate a morte.

Ancora oggi, la presenza del missionario è una garanzia per la popolazione locale e ciò indipendentemente dal credo o dall’ideologia.

Quando il missionario (o la missionaria) visita i villaggi, le persone chiedono sempre: «Padre, quando ritorni da noi? Torna presto. Non lasciarci soli». Solano, dove vivo, è un paesino di quattromila abitanti. Camminando per le sue vie, tutti ti salutano. Le persone si siedono fuori dalle case o sotto un albero, perché il sole tropicale scalda le lamiere che coprono i tetti delle abitazioni e all’interno il calore è insopportabile. A Solano c’è povertà, ma anche molta solidarietà. Per questo, nonostante tutti i problemi, io mi sento a casa.

Angelo Casadei

Comunità sotto assedio

 di Luis Emilio Jiménez Chanci

Puerto Betania. La guerra fratricida che la Colombia sopporta da oltre 70 anni continua a colpire i territori di Caquetá e Putumayo, dove i missionari della Consolata rimangono un segno di consolazione e speranza per numerose comunità.

A nove anni dalla firma dell’accordo di pace tra lo Stato colombiano e le ex Farc-Ep, in vaste zone del Paese operano gruppi dissidenti. Questi non solo hanno resistito, ma si sono evoluti, espansi o frammentati. Fino alla fine del 2024, esistevano due strutture principali: lo Stato maggiore centrale (Emc), guidato da Néstor Gregorio Vera, alias Iván Mordisco, e composto da combattenti che non hanno mai firmato l’accordo; e la Segunda Marquetalia, guidata da Iván Márquez (ma con varie fratture interne). Questi gruppi armati hanno istituito tavoli di dialogo di pace con il governo di Gustavo Petro: lo Stato maggiore centrale (Emc), il 16 ottobre 2023 a Tibú, nel Nord di Santander; la Segunda Marquetalia, il 24 giugno 2024 a Caracas, in Venezuela.

Le divergenze tra i vertici dei ribelli in merito alla partecipazione ai processi di pace, insieme ai contrastanti interessi politici ed economici (controllo delle rotte del narcotraffico, attività mineraria illegale ed estorsione), hanno prodotto nuove frammentazioni.

Queste numerose e continue divisioni dimostrano che i processi di pace promossi dal Governo non solo generano opportunità di dialogo, ma anche fratture interne ai gruppi dissidenti.

Nell’aprile 2024, dallo Stato maggiore centrale (Emc) si è staccato lo Stato maggiore di blocchi e fronte (Embf), sotto la guida di Alexander Díaz, alias Calarcá Córdoba. Ciò ha portato a una guerra per il controllo del territorio, generando paura, ansia, abbandono, sfollamenti, desolazione e morte.

In diverse occasioni, le fazioni in lotta hanno imposto la chiusura di vie fluviali e terrestri, con gravi conseguenze economiche per le comunità più remote, già povere e impoverite.

Ad esempio, nel dicembre 2025, il gruppo guerrigliero sotto il comando di Iván Mordisco, ha realizzato uno sciopero armato (paro armado), impedendo il trasporto di cibo e gli spostamenti durante il Natale, un periodo di celebrazioni e riunioni familiari. Una decisione di questo tipo mette a rischio vite umane, sicurezza alimentare, dignità e onore delle persone.

A fronteggiare questa situazione, si sono trovati i missionari della Consolata presenti sul territorio e il vescovo Joaquín Humberto Pinzón Güiza (Imc). Questi ha diffuso un messaggio pastorale esortando tutti a «Sognare tempi di pace in Avvento». La sua voce profetica e la presenza confortante di tutti i missionari e degli agenti pastorali sono stati un segno eloquente che Dio cammina con il suo popolo nei momenti di dolore.

Il «grido della terra e dei poveri» continua a risuonare, affinché l’ascolto attento e la presenza attiva aiutino la speranza dell’Amazzonia a prevalere sul sangue delle vittime e sull’oscurità.

Luis Emilio Jiménez Chanci

3 febbraio 2026, incontro Gustavo Petro e Donal Trump (foto Presidencia de la República)

La Colombia e Donald Trump

di Gabriel Armando

Bogotà. La caduta di Nicolás Maduro per mano di Donald Trump ha dato origine a nuove narrazioni legate alla guerriglia, al narcotraffico e alle relazioni tra Stati Uniti e Colombia.

Alcuni hanno associato l’ex presidente venezuelano alla guerriglia colombiana (identificandolo come loro sponsor e protettore) e al narcotraffico (identificandolo come complice e facilitatore). In Colombia, si è accreditata l’idea che Maduro appartenesse al Cartel de los soles, una narrazione diffusa dagli Stati Uniti per giustificare la sua cattura (benché si ritenga che questa organizzazione in realtà non esista). Per molti colombiani, la caduta dell’ex presidente rappresenta un’opportunità nella lotta contro la guerriglia e il narcotraffico.

C’è poi la questione migratoria. Negli ultimi anni, la Colombia ha accolto un gran numero di migranti venezuelani. Molti colombiani hanno accettato questo fenomeno a causa della situazione in Venezuela. Ora, però, con la caduta e la cattura di Maduro, queste stesse persone ritengono che l’emigrazione venezuelana verso la Colombia non sia più giustificata. Ci sono stati persino colombiani che hanno invitato i migranti a tornare nel loro Paese, in nome dell’integrità e del benessere della Colombia e del suo popolo.

Ciò che è accaduto in Venezuela evoca inevitabilmente il passato degli Stati Uniti, in particolare la cosiddetta dottrina Monroe che reclama il dominio Usa sui Paesi dell’America Latina.

La reazione latinoamericana e colombiana a queste nuove pretese imperialiste è stata ambigua. Mentre alcuni le approvano e applaudono (soprattutto quelli di destra), altri le condannano e respingono con fermezza (soprattutto quelli di sinistra, incluso il presidente Gustavo Petro).

Per questa riedizione della dottrina Monroe e per l’azione militare in Venezuela, negli ultimi mesi del 2025 e a gennaio 2026, lo scontro verbale tra Colombia e Stati Uniti si era fatto particolarmente acceso con offese e minacce di Donald Trump a Petro. 

Tuttavia, il 3 febbraio, i due presidenti si sono incontrati alla Casa Bianca e, a quanto pare, sono riusciti ad appianare i contrasti.

In Colombia, le tensioni tra i due leader avevano generato preoccupazione e disagio.

Gabriel Armando

Periferia di Bogotà (AfMC)

«Parece que no aprendemos…»

di Joaquín Humberto Pinzón

Puerto Leguízamo. «Sembra che non impariamo mai…» dice José, membro di una comunità indigena sulle rive del fiume Caquetá, riferendosi al momento che stiamo vivendo. Situazioni che parevano superate stanno tornando. Certamente, i processi delle nostre comunità e dei nostri popoli sono ciclici: situazioni dolorose che abbiamo già vissuto si ripetono in un eterno ritorno, con sfumature nuove e forse più complesse, situazioni che, per le loro conseguenze dannose sulla vita, avrebbero dovuto essere ormai superate. Invece, continuiamo ad assistere, con dolore, al conflitto, allo sfollamento e alla violazione della nostra casa comune. Purtroppo, la guerra civile pare diventata parte del nostro paesaggio.

Chi di noi ha vissuto nel territorio durante il conflitto armato, prima del processo di pace, ricorda molti eventi che gli hanno causato tristezza e dolore. Pertanto, l’atmosfera dell’alba degli accordi del governo con le Farc nel 2016 sembrava un sogno, come dice il salmo: «Allora la nostra bocca si riempì di sorriso e le nostre labbra di canti di gioia» (Salmo 126,2).

Siamo arrivati ​​a credere di aver superato un capitolo che non si sarebbe mai più ripetuto e che fosse giunto il momento di voltare pagina, che quei momenti duri del conflitto armato non sarebbero più tornati. Eravamo convinti che tanti anni di guerra nel nostro territorio sarebbero rimasti solo un ricordo nei libri di storia.

Purtroppo, però, ciò che stiamo vivendo ora conferma la nostra affermazione iniziale: «Sembra che non impariamo mai». Eventi come minacce, violenza, morte e coercizione della popolazione si stanno ripetendo, come abbiamo sperimentato lo scorso dicembre durante lo sciopero armato. Tutto ciò ci porta a credere che siamo ben lontani dal superare il conflitto armato che ha causato tanto male in passato e ancora oggi continua a causarlo.

Gli effetti della guerra non risparmiano nemmeno la nostra casa comune, che consideriamo nostra madre e sorella. Come già aveva constatato il documento finale del Sinodo per l’Amazzonia (Querida Amazonia) dell’ottobre 2019: «L’Amazzonia oggi è una bellezza ferita e deformata, un luogo di dolore e violenza. Gli attacchi contro la natura hanno conseguenze per la vita dei suoi popoli» (QA 10).

Vediamo questa triste realtà riflessa nel nostro contesto. La deforestazione per colture illecite continua senza sosta. Nel frattempo, l’aumento dell’attività mineraria nei fiumi riempie di inquinamento e morte corsi d’acqua che sono vitali per il territorio e la sua gente. La spinta all’estrazione mineraria non conosce né limiti né controlli e provoca impatti disastrosi sull’ambiente e, di conseguenza, sulle persone che vivono lungo i fiumi della foresta pluviale.

Con preoccupazione, osserviamo come ci stiamo allontanando sempre di più dal sogno ecologico proposto da papa Francesco nella Querida Amazonía: «Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente la travolgente bellezza naturale che la adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste» (QA 7).

Un’analisi del contesto globale di questi anni mette in luce la resilienza del territorio e della sua gente che, lungi dal cedere, continua a lottare per una vita buona e resiste con gesti di gentilezza per un futuro migliore.

È la stessa speranza che il Maestro di Galilea semina nei suoi discepoli quando propone loro la piccolezza e la grandezza del Regno, riflessa nella vitalità del seme: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra. Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce, anche se egli non sa come» (Marco 4,26-27).

Con fede e fiducia continuiamo a credere che la strada è coltivare la speranza. È seminare speranza per raccogliere vita abbondante per tutti.

Joaquín Humberto Pinzón

Gli autori

  • • Angelo Casadei, missionario della Consolata, da vent’anni in Colombia.
  • • Luis Emilio Jiménez Chanci, prete colombiano, postulante Imc.
  • • Gabriel Armando, mozambicano, missionario Imc, lavora a Bogotà.
  • • Joaquín Humberto Pinzón Güiza, vescovo del vicariato apostolico di Puerto Leguízamo Solano.
Solano (foto Angelo Casadei)



Amazzonia, resistenza e proposta


Dall’Amazzonia colombiana a quella boliviana. Due missionari Imc hanno partecipato al Fospa per capire come la resistenza contro la distruzione dell’Amazzonia possa passare dalle parole ai fatti. Perché le idee e i progetti sono tanti, ma il tempo stringe.

Era il 1951 quando, nel Caquetà e Putumayo, in Colombia, arrivarono i Missionari della Consolata, con monsignor Antonio Torasso. All’epoca, l’Amazzonia era un luogo di conquista e colonizzazione. La foresta veniva distrutta per costruire strade, case, paesi, per la creazione di grandi pascoli e coltivazioni estensive per portare il «progresso» secondo la prospettiva occidentale e, infine, convertire le comunità autoctone alla religione cattolica, e vestire le persone con abiti «decenti».

Oggi, settantatré anni dopo, la realtà è molto diversa perché – per fortuna – parliamo di dialogo con le culture, rispetto del territorio, conservazione della foresta amazzonica.

Tutto questo lo sentiamo importante come ci hanno insegnato le comunità indigene del nostro territorio che, da sempre, vivono in equilibrio con la natura e da essa ricevono tutto quello di cui hanno bisogno per vivere.

Alla marcia del Fospa 2024 si è assistito a un tripudio di colori indigeni. Foto Angelo Casadei.

La parrocchia e il parco

Io vivo nella parrocchia di Solano, Caquetà, Amazzonia colombiana. La parrocchia appartiene al Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo Solano, creato nel 2013 da papa Benedetto XVI che nominò come primo vescovo monsignor Joaquin Humberto Pinzón Güiza, Imc, che – da allora – lo guida con molto entusiasmo.

Da sette anni sono parroco di questa parrocchia così estesa che abbiamo dovuto suddividerla in quattro parrocchie più piccole. Si trova nel municipio di Solano a cui appartiene uno dei parchi naturali più estesi e belli dell’Amazzonia colombiana: il parco del Chiribiquete. Nei suoi pressi troviamo comunità indigene autoctone (Coreguaje, Huitoto e Murui) che vivono in riserve riconosciute dal governo colombiano e con una certa autonomia e legislazione propria.

Nel parco vero e proprio è proibito l’accesso a chiunque (anche se, con molta probabilità, al suo interno si sono rifugiati gruppi della guerriglia), ma ci vivono almeno tre comunità indigene in isolamento volontario, ovvero che non sono venute a contatto con la «civiltà» occidentale.

L’Amazzonia e Francesco

In questi ultimi anni, da territorio dimenticato e marginale, l’Amazzonia è diventata luogo di somma importanza per la vita dell’umanità. Anche papa Francesco l’ha posta al centro dell’attenzione a livello ecclesiale sia per la salvaguardia del Creato, sia per le popolazioni che in questo territorio vivono.

Oltre ad aver scritto nel 2015 l’enciclica «Laudato Si’» sulla cura della Casa comune, nel 2019 Francesco ha indetto il Sinodo per l’Amazzonia. Il documento post sinodale è stato accompagnato dalla lettera «Querida Amazonia». Inoltre, il pontefice ha fatto nascere la Ceama, la Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia. Prima del Sinodo, era sorta la Repam, la «Rete ecclesiale panamazzonica» per raccogliere tutte le forze presenti nell’Amazzonia, dove sono presenti più di cento giurisdizioni ecclesiastiche.

Fospa 2024, Bolivia: riunione del gruppo di lavoro sulla «Crisi climatica». Foto Angelo Casadei.

La nascita del Fospa

Sapendo che l’unione fa la forza, nel 2002 persone, associazioni e gruppi hanno dato vita a uno spazio d’articolazione per proteggere quello che viene chiamato il «polmone» del pianeta e così è nato il Fospa, il «Foro sociale panamazzonico».

Nel 2017, a Tarapoto, in Perù, avevo partecipato all’ottava edizione del Fospa. Quest’anno l’undicesima edizione dell’incontro si è tenuta dal 12 al 15 giugno scorso, a Rurrenabaque, San Buenaventura y Reyes nell’Amazzonia boliviana dove ho avuto la fortuna di partecipare assieme a padre Fernando Flóres e Tania Ruiz del Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo Solano.

Da un’Amazzonia all’altra

Siamo arrivati in Bolivia in anticipo per trascorrere due giorni a La Paz, la capitale amministrativa più alta del mondo, a 3.600 metri sopra il livello del mare. E qui abbiamo avuto modo di vedere – con i nostri occhi – cosa produce il cambiamento climatico.

Con una guida turistica siamo, infatti, stati sul massiccio di Chacaltaya, a 5.421 metri d’altezza, unico centro di sport invernali della Bolivia e anche il più alto del mondo e più vicino alla linea equatoriale.

A causa del riscaldamento globale, dal 2009 il ghiacciaio (risalente a 18mila anni fa) è praticamente scomparso, lasciando il posto a un deserto di rocce. Nel gruppo delle dodici persone in visita al luogo c’era un signore olandese che ha raccontato la sua esperienza negli anni Settanta come sciatore in questo stesso luogo.

Mappa della Panamazzonia senza i confini politici.

Sulla crisi climatica

A quest’ultimo Forum hanno partecipato 1.200 persone provenienti dai nove Paesi dell’Amazzonia, ma anche dall’Africa. I partecipanti sono stati divisi in quattro grandi gruppi, attorno ad altrettanti temi: popoli indigeni e popolazioni amazzoniche, Madre Terra, estrattivismo e alternative, resistenza delle donne.

Io ho fatto parte del gruppo Madre Terra. Il tema è stato diviso, a sua volta, in cinque aree di studio. Personalmente, ho partecipato al gruppo di lavoro sul «Cambio climatico» («Crisi climatica») che noi abbiamo ribattezzato «Collasso climatico».

Inizia così il nostro documento finale: «L’Amazzonia ha raggiunto il punto di non ritorno: il collasso climatico derivante dalla deforestazione e dall’estrattivismo minaccia la sua sopravvivenza, quella delle comunità che la abitano, e mette a rischio la vita dell’intero pianeta».

Si è insistito molto sul fallimento del cosiddetto «accordo di Parigi» (per limitare il riscaldamento globale, entrato in vigore nel novembre 2016) e sulla solidarietà tra i popoli per frenare ogni tipo di meccanismo perverso.

Oggi la situazione è preoccupante: «Senza l’Amazzonia non esiste soluzione alla crisi climatica. Senza una soluzione alla crisi climatica globale non sarà possibile salvare l’Amazzonia».

Abbiamo riflettuto per un accordo a favore della vita, e proposto un cambio dalla base, con una «minga» (termine quechua per indicare un lavoro comunitario) e cioè un tavolo di lavoro collaborativo tra i vari continenti, partendo dal nostro sentire e pensare. Per rendere realtà l’urgente richiesta di «cambiare il sistema capitalista e non il clima» occorrerà: costruire territori liberi da estrazione petrolifera e mineraria, deforestazione, agrocommercio, inquinamento, libero commercio, razzismo, colonialismo, prodotti transgenici, prodotti agrotossici, megaprogetti infrastrutturali, violenza, militarizzazione, genocidio e terricidio.

«Oggi – hanno spiegato i partecipanti – è chiaro che soluzioni reali ed efficaci arriveranno dalle nostre lotte, dai nostri territori, dalla nostra esperienza, dalla nostra capacità di autogestione e dalle nostre alternative».

A casa dei Chimanes

Oltre a partecipare ai lavori di gruppo, abbiamo avuto l’opportunità di visitare una delle tante comunità indigene del territorio. Siamo così stati a San José di Canaan, una comunità di Chimanes (detti anche Tsimané) che vive in una riserva riconosciuta dal governo. Attorno a loro ci sono altri ventitré villaggi indigeni che lo scorso anno hanno vissuto un terribile incendio durato quasi tre mesi. Con tutte le loro forze hanno cercato di domarlo ma l’incendio ha distrutto intere comunità. Anche San José ha perso molti raccolti, ma si è riusciti a circoscrivere la perdita all’esterno del villaggio. È stato un disastro umano e ambientale molto grande. Oggi ci sono famiglie con bambini delle comunità distrutte, che vanno nei ristoranti e negozi dei due paesini di Rurrenabaque e San Buenaventura a chiedere elemosina.

La comunità San José ci ha accolto con una danza e un discorso di benvenuto nella propria lingua.

In seguito, alcuni di loro han- no raccontato il dramma vissuto. Molto interessante è stato vedere come le comunità si siano assunte le loro responsabilità proponendo criteri e metodologie affinché, in futuro, gli incendi non vengano favoriti dagli stessi abitanti.

Sono state stabilite norme precise come non diserbare con il fuoco ma triturare la vegetazione perché rimanga come concime per la terra. E quando, eventualmente, si dovesse pulire un terreno con il fuoco, non farlo nei quattro mesi di tempo secco e cercare sempre la presenza di tutta la comunità perché possa intervenire in caso d’emergenza.

La lezione che abbiamo appreso dall’esperienza di San José è la seguente: non bisogna aspettare che il cambiamento arrivi dall’alto, occorre iniziare da noi stessi a realizzare azioni utili per un futuro migliore.

I nostri comportamenti

Come sanno benissimo i lettori di Missioni Consolata, bisogna rivedere il nostro stile di vita. Quindi, è indispensabile ridurre il consumo di acqua, non sprecare energia elettrica, utilizzare meno carta, muoversi di più a piedi, in bicicletta, con i mezzi pubblici, ottimizzare i sistemi di riscaldamento e raffreddamento in casa, ridurre gli sprechi alimentari, piantare alberi, riciclare, recuperare.

Qui, nella nostra parrocchia, stiamo spingendo a non utilizzare recipienti monouso. La stessa gente del paese sta guardando alle istituzioni che rispettano l’ambiente. Questo diventa un incentivo per aumentare la sensibilità verso la custodia della natura e dell’Amazzonia tutta.

Angelo Casadei

In visita alla comunità indigen di San José di Canaan. Foto Angelo Casadei.


Puerto Leguízamo, esperienze concrete a livello di territorio

Dalle parole ai fatti

«L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di apportare cambiamenti negli stili di vita, nella produzione e nei consumi, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano» (Laudato Si’, 23).

Nel 2015, il Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo Solano ha iniziato l’attuazione di un progetto sul Cambiamento climatico sotto la direzione del padre José Maria Córdoba Rojas, all’epoca direttore della Pastorale sociale. L’intervento è stato realizzato nella zona di Nuestra Señora de la Mercedes del Comune di Solano Caquetá.

Obiettivo del progetto: aumentare la resilienza delle comunità contro i rischi di siccità e inondazioni, attraverso metodi di produzione adattati e sostenibili, con la partecipazione di cento famiglie (di cui novanta contadine e dieci indigene) situate nelle veredas (comunità rurali con coloni provenienti da altre regioni, ndr) di Mononguete, Las Mercedes, Hericha, Peñas Blancas e nel resguardo (comunità indigena autoctona, ndr) la Teófila.

L’intervento è stato realizzato tenendo conto delle popolazioni più vulnerabili, cercando nelle comunità un cambiamento nei modi di vita in armonia con il territorio amazzonico. Attraverso i processi formativi è stato possibile per le famiglie trasformare un atteggiamento passivo in uno sguardo critico e riflessivo sulla realtà sociopolitica, economica ed ecologica, a partire dalla gestione delle proprie aziende agricole e da come vengono visti il territorio e la comunità.

A livello comunitario è stata rafforzata la leadership, sono state formulate, gestite e realizzate piccole iniziative per progetti infrastrutturali e per la lavorazione del latte e del miele di canna. Attraverso spazi di lavoro comunitario e scambi di esperienze e visite tra produttori, è stato possibile conoscere nuove visioni del territorio, pratiche agroforestali sostenibili, scambio di sementi, riconoscimento e valorizzazione delle tradizioni culturali di alcuni popoli dell’Amazzonia.

Francisco Rodriguez Tovar

Uno dei tanti striscioni esposti durante la marcia da San Buenaventura a Rurrebabaque. Foto Angelo Casadei.


La riflessione

Plurietnici, Pluriculturali, Biodiversi

ARurrenabaque-San Buenaventura ci siamo riconosciuti plurietnici, pluriculturali e biodiversi, ma immersi in una visione d’insieme chiamata Amazzonia, superando così i confini imposti dai nove Stati nazionali in cui il territorio amazzonico è stato suddiviso.

L’Amazzonia vive perché respira attraverso la complessità delle sue foreste, acque, flora, fauna e delle culture che si mostrano nei volti di indigeni e afro, di contadini e residenti fluviali, ma anche abitanti delle città. Questa Amazzonia è però malata e sofferente a causa dei progetti di morte che si sviluppano al suo interno, trasformando la Madre Terra in una semplice risorsa monetaria venduta al miglior offerente.

Se sul pianeta tutto è connesso, una «foresta» non funziona senza l’altra. La foresta eurocentrica di cemento ha bisogno della foresta amazzonica per preservare la vita nelle sue molteplici forme. Al medesimo tempo, la foresta amazzonica ha bisogno che la foresta eurocentrica prenda coscienza che è impossibile sostenere un consumo infinito con risorse finite. Per tutto questo, accanto ai volti amazzonici, il Fospa ha accolto altri volti provenienti da diverse parti del pianeta che si sono alleati nel grido in favore della vita.

È stato interessante sentire che non si deve aspettare che la cura arrivi solo dall’esterno. È da questa constatazione che scaturisce la necessità di passare dalla condizione di vittime a quella di attori, avendo sempre ben chiaro che non c’è cultura senza territorio, non c’è territorio senza conoscenza, saperi e memoria, non c’è territorio senza acqua.

L’autonomia non si ottiene solo da un documento, ma da un territorio con le caratteristiche preesistenti che comprendono spiritualità, cibo e salute. Siamo autonomi quindi se viviamo, se produciamo e se abbiamo la capacità di curarci.

Il Fospa porta avanti il grande sogno di vedere il territorio come la Madre da cui tutti dipendiamo e l’essere umano come fratelli e sorelle diversi, sì, ma uniti da un unico scopo: coltivare, proteggere, guarire e tessere la vita che ci è stata data in eredità dalle nostre antenate e antenati. Il Fospa – infine – è servito per condividere una Parola che è arrivata al cuore e che ognuno di noi partecipanti si è portato con sé per essere risvegliata nei propri territori.

Fernando Flórez Arias (Imc)