India-Pakistan. L’azzardo di Modi

Lo scorso 7 maggio, l’India ha dato inizio all’«operazione Sindoor» (vermiglio, in italiano), in risposta a un attentato terroristico avvenuto nel Kashmir indiano il 22 aprile, giorno in cui degli attentatori hanno ucciso diversi turisti indiani che si trovavano in quella zona. Il colore vermiglio è un riferimento al rosso che le donne hindu portano nella scriminatura dei capelli, come tradizionale simbolo del matrimonio. Il nome dell’operazione prende spunto da una foto scattata dopo l’attentato, dove una giovane sposa è rimasta in ginocchio accanto al cadavere del marito, ucciso nell’ attacco.

Tuttavia, il Pakistan ha respinto con forza qualsiasi coinvolgimento con l’attentato, e ha chiesto un’investigazione indipendente a riguardo.

«L’ attacco dell’India è stato il peggiore mai perpetrato, ai danni di civili, che la storia recente possa ricordare». Così ha dichiarato Omar Abdulla, primo ministro del Kashmir.  Inoltre, questa volta i bersagli sono andati ben oltre la zona di conflitto contesa.

La notte del 7 maggio, infatti, i missili indiani hanno colpito la moschea di Muribke, a circa 40 km da Lahore, capitale della regione del Punjab. Qui, sono rimaste uccise tre persone. Nelle stesse ore, a Bahawalpùr (un’area a Sud del Punjab), è stata colpita una seconda moschea dove sono morte 13 persone, tra cui due bambine di tre anni. Poco dopo, altri attacchi hanno colpito la zona di confine tra Pakistan e India, portando il numero delle vittime a 31 civili e numerosissimi feriti.

L’India ha dichiarato di aver colpito solo terroristi che stavano pregando. Gli attivisti per i diritti del Pakistan, invece, mostrano le foto dei civili uccisi.

Inoltre, l’8 maggio, il Pakistan ha abbattuto 25 droni, di fabbricazione israeliana, che avevano violato lo spazio aereo nazionale.

In questo momento, vige ancora un cessate il fuoco, grazie al quale i residenti pakistani fuggiti dai propri villaggi, sono potuti tornare per constatare i danni. Molti hanno perso completamente le proprie abitazioni. Per altri sarà impossibile tornare, dato l’altissimo rischio dell’inasprirsi del conflitto.

Questi ultimi scontri sono solo l’ultimo episodio di una disputa che, praticamente, va avanti dal 1947 quando, in seguito alla fine del colonialismo britannico, l’India venne smembrata senza tener conto delle tantissime differenze culturali e religiose.

Una mappa del Kashmir, regione contesa tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari. Immagine Wikimedia.

L’area più contesa è sempre stata quella del Kashmir, regione con una popolazione a maggioranza musulmana che, a partire dal 1846, si trovò a essere governata da maharajah prima Sikh e poi Hindu. Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna, sia l’India che il Pakistan hanno rivendicato il suo possesso, dando inizio a un conflitto che ha diviso il territorio in due, con una linea di controllo che oggi rappresenta il confine non ufficiale tra i due paesi.

Considerando le tensioni tra Usa e Cina (da sempre coinvolte in quest’area geografica del mondo per sfruttarne le risorse) e tenendo presente che entrambe le nazioni hanno a disposizione un arsenale nucleare, quali potrebbero essere le conseguenze di questi ultimi attacchi? Lo chiediamo a B.J. Sadiq, giornalista e scrittore che avevamo già conosciuto lo scorso anno, durante il nostro reportage sulle elezioni in Pakistan.

«In questo momento abbiamo un cessate il fuoco, ma, secondo molti, è solo una pausa tecnica voluta dall’India per aver il tempo di riarmarsi. Siamo in tanti a pensare che l’India, in questi attacchi, sia stata direttamente sostenuta da Israele. Il Pakistan sta diventando parte di questo “gioco” geopolitico dove, chi è supportato dalla Cina, così come lo è il Pakistan, subisce l’attacco del blocco India-Usa-Israele. Per questa ragione, oggi, Islamabad è diventata strategicamente molto importante. Il Pakistan è una delle nazioni musulmane più influenti del mondo. Possiede un esercito di professionisti ben addestrato e questo fa molta paura a molti. Malgrado le vittime, l’attacco dell’India ha portato un senso di rinnovato patriottismo. La maggior parte di noi è stata orgogliosa di come il nostro Stato ha risposto. Siamo però anche coscienti che, se la Cina dovesse entrare apertamente in nostro aiuto, potrebbe essere la terza guerra mondiale».

Lo scrittore pachistano non è l’unico a pensarla così. Oggi, molti in Pakistan si identificano con quello che sta accadendo a Gaza. Trovano molteplici similitudini tra l’India del primo ministro indiano Modi, interessato a conquistare il Kashmir, e l’Israele di Netanyahu, che continua ad attaccare e occupare territori in Palestina. Il premier indiano non ha mai nascosto la sua ammirazione per il modo di agire del suo collega israeliano.

Prima di congedarci, B.J. Sadiq ci tiene a dire: «Gente come Modi e Netanyahu, con il loro veleno, stanno tenendo il mondo in ostaggio».

Angelo Calianno




Pakistan. Attacco al Jaffar Express.

 

Un anno fa, in Pakistan, salivamo sullo «Jaffar Express», treno che da Peshawar porta fino a Quetta, capitale della regione del Balochistan.

In quell’occasione, data l’impossibilità per i giornalisti stranieri di entrare in questi territori, affrontavamo un viaggio di 30 ore in incognito, indossando abiti tradizionali pakistani. Nel reportage raccontavamo la crescente tensione tra i gruppi separatisti del Balochistan, soprattutto quello del Bla (Balochistan liberation army), e il governo pakistano.

Le ostilità non sono una novità in questa regione. Negli ultimi due mesi, però, gli scontri tra le due fazioni hanno toccato uno dei punti più tragici di questo conflitto. I primi scontri risalgono al 1948, anno in cui gli accordi post coloniali consegnarono il Paese nelle mani della maggioranza etnica dei punjabi.

L’11 marzo scorso, un gruppo di militanti del Bla ha attaccato lo Jaffar Express, dirottandolo e prendendo in ostaggio circa 400 passeggeri. Ne è seguita una durissima risposta dell’esercito pakistano che, dopo una battaglia durata 36 ore, ha messo fine all’attacco uccidendo 33 militanti balochi. Secondo il governo pakistano, sono state 31 le vittime, tra ostaggi e forze armate. Nel comunicato di rivendicazione dell’attacco, il Bla ha invece affermato di aver giustiziato 214 persone, ma – ha precisato – di aver subito lasciato andare donne e bambini.

Questa modalità di attacco non ha quasi precedenti in Balochistan. Fino ad ora, i separatisti si erano limitati a colpire autobus e automobili (motivo per il quale tutti si spostavano in treno) e a perpetrare attacchi suicidi contro installazioni militari e governative. Nel novembre 2024, un attentatore si è fatto saltare in aria nei pressi della stazione di Quetta, uccidendo 25 persone.

Abbiamo raggiunto, telefonicamente, uno dei nostri contatti in Balochistan, Arqam, nostra guida durante il viaggio dello scorso anno. «Ci sentiamo tutti molto in pericolo. Ora, i separatisti del Bla non attaccano più solo i militari e le infrastrutture, ma anche noi. Siamo civili, però facciamo parte di un’altra etnia: siamo punjabi in terra balochi. Quindi, ora, anche noi siamo un bersaglio. La loro lotta non è più solo per il possesso delle risorse minerarie, ma anche per l’espulsione dalla regione di tutte le etnie che non siano balochi. Abbiamo molta paura, per noi e per le nostre famiglie».

Negli ultimi anni, il Balochistan è diventato un campo di battaglia in una vera e propria guerra per il controllo delle sue risorse. Il governo del Pakistan ha, praticamente, espropriato le terre agli abitanti, appropriandosi dei giacimenti di quarzo, cromite, carbone, gas e petrolio, e delle cave di marmo e pietra. Inoltre, è proprio in queste terre che sono state vendute alla Cina le concessioni per costruire il «China-Pakistan economic corridor» (Cpec), un progetto di ferrovia e autostrada che mira a creare un collegamento di tremila chilometri dalla Cina fino al porto pakistano di Guadar. Prima del dirottamento allo Jaffar Express, i bersagli più colpiti erano proprio le infrastrutture per la costruzione del Cpec.

Dato il costante abuso e sfruttamentodi queste terre da parte del Pakistan, gruppi come quello del Bla vengono visti come liberatori dalla maggior parte degli abitanti, soprattutto quelli delle zone rurali. Governo pakistano e Stati Uniti, invece, li annoverano tra le organizzazioni terroristiche asiatiche.

Qui, però, non ci sono solo i corpi armati a cercare di tutelare i diritti del Balochistan. Ci sono anche altre forme di lotta, iniziative pacifiche ma costanti.

A gennaio del 2024, avevamo incontrato la dottoressa Mahrang Baloch, reduce da una marcia di 1.600 chilometri, da Quetta fino a Islamabad. Quel cammino, durato 15 giorni, è stato un evento simbolo delle donne balochi che cercano i propri cari, uomini fatti «scomparire» dall’esercito pakistano perché considerati terroristi.

Mahrang Baloch (seduta al centro), medico, è la più famosa tra le attiviste per i diritti della popolazione del Balochistan. Le donne mostrano foto dei loro parenti scomparsi per mano dell’intelligence pakistana. La dottoressa è stata arrestata lo scorso 22 marzo. Foto Angelo Calianno.

Il 22 marzo, durante una dimostrazione pacifica per i diritti del Balochistan, la dottoressa Mahrang Baloch è stata arrestata dalle forze governative. Il 27 marzo, le sue sorelle hanno lanciato un appello e una raccolta firme per il suo rilascio. Secondo la famiglia, la dottoressa soffrirebbe di gravi problemi di salute ma, nonostante questo, le si sta negando qualsiasi aiuto medico.

Durante la nostra intervista, Mahrang Baloch aveva più volte denunciato il governo pakistano di perpetrare, da ormai venti anni, un vero e proprio genocidio ai danni del suo popolo.

Angelo Calianno




Turchia. Restare al potere con qualsiasi mezzo

 

Sabato 29 marzo: sono migliaia le persone fuori dai cancelli dell’ufficio comunale di Istanbul. Le autorità parlano di cinquecentomila persone, i manifestanti affermano di essere oltre due milioni. Tutti sono qui per protestare contro la detenzione di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul, arrestato lo scorso 19 marzo.

Negli ultimi anni, Ekrem İmamoğlu è stato uno degli avversari più accreditati per contendere la presidenza della Turchia a Recep Erdoğan, al potere dal 2014. Figura di spicco nella politica di opposizione e uomo estremamente carismatico, İmamoğlu ha visto crescere di molto la sua popolarità negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani. Molti ragazzi e ragazze, da quando sono al mondo, hanno praticamente conosciuto solo il governo di Erdoğan. İmamoğlu sembrava poter essere la speranza di un cambiamento. Le accuse mosse al sindaco di Istanbul sono varie: corruzione, illeciti in gare d’appalto, relazioni con il Pkk, il partito dei lavoratori curdo, considerato da Erdoğan un gruppo terroristico. Il 19 marzo, insieme a İmamoğlu, sono state arrestate con le stesse accuse altre 106 persone, tra cui due sindaci distrettuali.

Chi è Ekrem İmamoğlu? Nato nel 1970, si è laureato a Istanbul in economia aziendale. Dopo un master, comincia a lavorare nell’azienda di famiglia che si occupa di edilizia. Negli anni Novanta, intraprende la sua carriera politica.

Si iscrive prima all’Anap (Partito della madrepatria) e, in seguito, al suo partito attuale: il Chp (Partito popolare repubblicano), gruppo di orientamento laico e socialdemocratico.

Nel 2014, viene eletto sindaco del distretto di Beylikdüzü, periferia europea di Istanbul. Nel 2019, dopo 25 anni di dominio del partito di Erdoğan, diventa sindaco della metropoli turca. Proprio questa vittoria, lo proietta come antagonista ideale di Erdoğan. Ma, subito dopo le elezioni del 2019, il presidente prova già a intralciare il cammino del suo avversario: annulla la vittoria a sindaco per illecito e lo sospende per due mesi. İmamoğlu, però, vince di nuovo nella ripetizione delle elezioni, e con ancora più voti di quelle precedenti. In seguito, stravince anche le elezioni del marzo 2024.

Recep Erdoğan, presidente della Turchia dal 2014. In precedenza, sindaco di Istanbul, primo ministro. Come tutti gli autocrati è disposto a tutto pur di non lasciare il potere. Foto Klimentyev Mikhail – Wikimedia.

L’arresto dello scorso 19 marzo è arrivato in maniera molto «puntuale». Pochi giorni dopo, infatti, il suo partito lo avrebbe candidato per le prossime presidenziali. Inoltre, il giorno prima dell’arresto, l’Università di Istanbul aveva annunciato la revoca della sua laurea (rilasciata 35 anni fa), perché il passaggio dall’università iniziata a Cipro a quella di Istanbul, non avrebbe rispettato le regole amministrative. Senza una laurea, in Turchia, non si può concorrere alle presidenziali.

Come molti immaginano, si sta ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di non far candidare İmamoğlu contro Erdoğan. Peraltro, quello di queste settimane, non è il primo tentativo del presidente turco di sabotare il suo avversario. Nel dicembre 2022, infatti, il sindaco di Istanbul è stato condannato a due anni e sette mesi di carcere per aver insultato alcuni funzionari pubblici. Il processo d’appello per questa accusa è ancora in corso.

Özgür Özel, leader del partito del Chp, ha annunciato che, nonostante la detenzione, manterrà la candidatura di İmamoğlu alle presidenziali, organizzerà una campagna nazionale per raccogliere firme a sostegno della sua liberazione, e per chiedere le elezioni anticipate. Nel frattempo, il consiglio comunale di Istanbul ha eletto Nuri Aslan come sindaco ad interim, mentre sono state applicate restrizioni e divieti alle manifestazioni fino al primo aprile.

Tutto questo, però, non ha assolutamente bloccato le contestazioni che continuano a infiammare le strade della Turchia. Molte proteste, inizialmente pacifiche, sono sfociate in scontri violenti contro la polizia. Le forze dell’ordine hanno reagito usando cannoni ad acqua, razzi lacrimogeni e armi antisommossa. A Smirne, è stata bloccata una manifestazione che avrebbe coinvolto più di mezzo milione di studenti.

Dal 19 marzo ad oggi, sono più di duemila le persone arrestate per aver protestato. Tra di loro, ci sono anche quaranta giornalisti.

Negli ultimi mesi, in seguito ai possibili accordi con il Pkk, sembrava potesse esserci uno spiraglio di pace. La detenzione di İmamoğlu e la repressione violenta delle proteste, però, riportano il timore che la Turchia possa sprofondare ancora di più in un regime totalitario, con Erdoğan che – da più di trent’anni (come sindaco di Istanbul, primo ministro e, infine, presidente) – spadroneggia usando qualsiasi mezzo per restare al potere.

Angelo Calianno




Turchia. La mano tesa di Öcalan

 

Lo scorso primo marzo è stata resa pubblica una dichiarazione di Abdullah Öcalan, con la quale il leader del Pkk – il Partito dei lavoratori del Kurdistan – lancia uno storico appello ai suoi sostenitori: «Deponiamo le armi e sciogliamo il partito».

Öcalan, che del Pkk ne è stato fondatore nel 1978, è in carcere da 26 anni in una condizione di semi-isolamento nella prigione di İmralı, a Bursa, un’isola nel Mar di Marmara in Turchia. La sua dichiarazione ha prodotto reazioni contrastanti in tutto il Medioriente, sorprendendo sia i suoi alleati che i suoi nemici. Tuttavia, non è la prima volta che Turchia e Pkk, in conflitto dal 1984, tentano una tregua.

Sempre in seguito ad appelli di Öcalan, si era già provato un cessate il fuoco tra il 2009 e il 2011 (il presidente della Turchia, allora, era Abdullah Gül), e, di nuovo, tra il 2013 e il 2014. Proprio nel 2014 però, iniziò la presidenza di Tayyip Erdoğan. Con l’arrivo dell’attuale presidente, si spense qualsiasi possibilità di dialogo tra governo turco e popolazione curda.

Sin dai primi giorni della sua presidenza, Erdoğan ha inasprito il conflitto contro il Pkk, da lui condannato come organizzazione terroristica. Il presidente turco, inoltre, ha vietato l’uso e l’insegnamento della lingua curda, considerandola illegale e punibile con il carcere.

Abdullah Öcalan, il leader del Pkk – il Partito dei lavoratori del Kurdistan -, è detenuto nelle carceri della Turchia da 26 anni. Ha chiesto ai suoi di deporre le armi ma non tutti sono convinti che questa richiesta sia stata spontanea. (Foto Wikimedia)

Erdoğan non si è limitato a combattere i curdi sul territorio turco, ma ha incessantemente tentato di attaccare e invadere i territori curdo-siriani, oggi conosciuti come Stato autonomo del Rojava. Il Rojava, in particolare, ha sempre interessato la Turchia per le sue risorse petrolifere e di gas.

Cos’è cambiato oggi? Come mai la Turchia, dopo anni di conflitto, si è detta disposta a un dialogo? Secondo molti analisti, Erdoğan, attraverso una tregua, potrebbe ottenere una sorta di vittoria indiretta. Con Assad fuori dai giochi ed i suoi ottimi rapporti con i nuovi leader a Damasco, il presidente turco conquisterebbe nuovi territori, senza ricorrere alla guerra.

Cosa chiedono le due fazioni per poter raggiungere un accordo di cessate il fuoco? Gli esponenti del Pkk hanno dichiarato che: qualsiasi negoziato può essere portato avanti solo da Öcalan e, quindi, deve presuppore la sua scarcerazione, o quantomeno gli arresti domiciliari. Su questo punto, il partito dei lavoratori si è detto inamovibile e non disposto a trattare. Le altre richieste sono: l’autonomia delle province curde dell’Est della Turchia, e la reintroduzione dell’uso della lingua curda, compreso il suo insegnamento nelle scuole.

La Turchia, di contro, chiede: lo smantellamento del Pkk e lo scioglimento di tutte le milizie combattenti curde, comprese quelle del Nord-est della Siria, milizie come l’Ypg (Unità di protezione popolare), dichiarata da Erdoğan indistinguibile dal Pkk. È proprio su questa questione che la trattativa di pace potrebbe arenarsi.

Le forze dell’Ypg sono state in prima linea nella guerra contro l’Isis, gruppo che, seppur rimaneggiato, continua ad esistere nelle zone rurali di Raqqa, Kobane e Deir el-Zor. In Rojava, tutte le milizie curde sono oggi convogliate nell’Sdf (Syrian democratic forces), organizzazione militare supportata economicamente dagli Stati Uniti. L’Sdf, inoltre, detiene nelle sue carceri la maggior parte dei terroristi di Daesh, arrestati in questi anni.

Immagine dal campo di detenzione di Al-Hol, nello stato curdo di Rojava, Nord-est della Siria.
Qui si trovano le famiglie – per lo più mogli e figli – dei terroristi dell’Isis detenuti nelle carceri di massima sicurezza. Foto Angelo Calianno.

Il gruppo è anche responsabile della sorveglianza dei campi di semi-detenzione dove si trovano le famiglie dei terroristi. Chi vive in Rojava, alla luce delle richieste della Turchia, è preoccupato che l’indebolimento delle forze armate curde possa sfociare in nuove ondate di terrorismo.

Subito dopo la dichiarazione di Öcalan, abbiamo partecipato on-line alla conferenza stampa del comandante dell’Sdf, Mazloum Abdi. Lo avevamo già incontrato qualche anno fa, durante la nostra inchiesta nel Nord-est della Siria, proprio all’indomani degli attacchi da parte della Turchia.

Il comandante Abdi ha affermato: «Questa è sicuramente una dichiarazione storica da parte di Öcalan, necessaria per mettere fine a un conflitto che va avanti da decenni. Sicuramente, avrà risvolti positivi in tutta la regione. Ma, l’appello di Öcalan è stato rivolto solo al Pkk e non coinvolge noi in Siria». Queste diverse vedute, tra Turchia e Rojava, potrebbero essere l’ago della bilancia durante i colloqui per una possibile tregua.

Al momento, sono state scelte due date per poter avviare le trattative, entrambe proposte dal Pkk: l’8 marzo, giorno della Festa della donna. La Costituzione politica dei curdi, ispirata da Öcalan, ha sempre messo il ruolo della donna in primo piano e al pari di quello dell’uomo, sia nel governo che nelle forze armate. L’altra data richiesta è quella del 21 marzo, il giorno del Newroz, il Capodanno curdo. Questa giornata, in particolare, sembra essere la più probabile, soprattutto per il suo altissimo valore simbolico di «nuovo inizio».

Tuttavia, la pace sembra ancora lontana dall’ essere raggiunta. Giovedì 27 e venerdì 28 febbraio, i militanti dell’Sna (Syrian national army), gruppo sostenuto e finanziato da Erdoğan, hanno attaccato la diga di Tishreen. La diga è un punto nevralgico che, da anni, la Turchia prova a sfondare per entrare a Kobane e conquistarne i territori. Dalle montagne Qandil, rifugio dei combattenti curdi tra Iraq e Iran, le fazioni più estremiste hanno dichiarato di sospettare che l’appello di Öcalan sia stato estorto con la forza dal governo turco, e di non essere assolutamente disposti a deporre le armi.

Negli ultimi 41 anni, gli scontri tra Turchia e Pkk hanno causato più di 40 mila vittime.

Angelo Calianno




Siria. In posa con i «liberatori»


Dopo 54 anni, è crollato il regime della famiglia Assad. La gran parte dei siriani ha festeggiato. La domanda principale è: i nuovi padroni islamisti saranno affidabili? Reportage da Damasco, Maaloula, Idlib e Bosra.

Giovedì 12 dicembre 2024. Entriamo in Siria in auto, arrivando da Beirut. Sono trascorsi cinque giorni dalla presa di Damasco da parte dei ribelli dello Hay’at Tahrir al-Sham (Hts).

Passato il confine libanese, non esiste più un’autorità ufficiale: non c’è un controllo documenti o qualcuno che metta un visto sui nostri passaporti. Troviamo solo alcuni militanti armati che ci chiedono il motivo del nostro passaggio. Quando mostriamo i tesserini da giornalisti, ci sorridono e ci indicano la via. La strada che porta a Damasco è disseminata di mezzi militari bruciati, carri armati di fabbricazione russa abbandonati, postazioni lanciamissili distrutte: è quello che rimane della fuga dell’esercito governativo.

In questi giorni, la capitale siria-na è meta di un vero e proprio pellegrinaggio. Migliaia sono le persone che arrivano alla grande moschea degli Omayyadi. Viaggiano fino a qui per festeggiare la caduta del regime degli Assad, dittatura che ha tenuto in ostaggio questo Paese per 54 anni.

Si viene qui anche per conoscere i «liberatori»: i ribelli dell’Hts. Decine di ragazzini si fanno fotografare accanto ai combattenti, a volte anche in posa imbracciando le loro armi. Molti dei ribelli, sul braccio, hanno cucito lo stemma che riproduce la prima parte della Shahādah, ovvero la frase riportata sul Corano: «Non esiste nessun Dio se non Allah».

Lo stesso motto era stato adottato dai membri dell’Isis in Iraq, e dai Talebani in Afghanistan.

Quando facciamo notare questo particolare a uno dei combattenti, ci risponde: «Queste sono parole di cui Daesh si è appropriato mettendole sulla propria bandiera, ma appartengono a tutto l’islam. Noi non abbiamo nulla a che vedere con loro. Anzi, li combattiamo».

La maggior parte dei «ribelli», con cui parliamo, arriva da Idlib, città che è stata la roccaforte dell’Hts dal 2017. Ma, guardandoci attorno con un occhio più attento, notiamo anche alcuni mercenari stranieri: un ucraino e alcuni ceceni che, a parte dirci la loro provenienza, si rifiutano di rilasciare dichiarazioni.

Ogni giorno, a Damasco, nella grande moschea degli Omayyad arrivano centinaia di fedeli islamici a pregare insieme ai ribelli dell’Hts. Foto Angelo Calianno.

Carceri e fosse comuni

Le immagini degli Assad, padre e figlio, che tappezzavano ogni angolo della nazione, ora sono oggetto di qualsiasi tipo di vandalismo. Ovunque, si cancellano i volti della famiglia dei dittatori. Si coprono tutte le vecchie bandiere, prima dipinte sulle serrande dei negozi e sui muri di ogni città, per sostituirle con l’immagine del nuovo vessillo: una bandiera verde, bianca, nera e con tre stelle.

La maggior parte delle persone con cui parliamo è entusiasta di questo cambiamento. L’aria è davvero elettrica.

In un caffè nel centro di Damasco, saturo del fumo di narghilé, incontriamo Bilal. Lo avevamo già conosciuto anni fa, durante la guerra, ora ci confessa: «È difficile far capire la nostra felicità in questo momento. Quando siete stati qui, l’ultima volta, io non ho potuto dirvi quasi nulla per paura delle spie. Ho dovuto anche riportare la vostra presenza, e il dettaglio dei nostri incontri, alla “polizia segreta” di Assad, proprio perché tutto doveva essere controllato. Oggi, come vedi, siamo liberi di insultarlo, di prenderlo in giro cantando cori contro la sua famiglia. Io sono nato e cresciuto nel regime, l’idea di dirvi quello che vi sto dicendo adesso era impensabile solo pochi giorni fa. La paura, però, è così radicata in noi che, anche ora mentre vi parlo, non sono totalmente tranquillo e continuo a guardarmi le spalle. Ho ancora il timore che qualcuno possa ascoltarmi e denunciarmi. Ci vorrà tempo per togliersi queste abitudini».

Per una parte di nazione che festeggia, ce n’è un’altra che fa i conti con il dolore e la ricerca dei propri cari. Gli oppositori degli Assad venivano arrestati per poi «scomparire», senza quasi lasciare traccia. Nessuno dei familiari sapeva esattamente in quali penitenziari si trovassero e se fossero vivi o morti.

Oggi, tutti i parenti degli ex detenuti affollano le prigioni del regime, carceri come quelle di Saydnaya. Provano a cercare documenti o indizi che possano riaccendere una speranza. Centinaia di genitori e figli si radunano anche fuori dagli obitori e, tra le foto dei cadaveri riesumati dalle fosse comuni, provano a identificare particolari attraverso i quali riconoscere i propri familiari.

Non tutti i siriani sono ottimisti quando guardano al futuro, alcuni sono molto cauti e hanno anche timore nel parlare.

A Maaloula, la cristiana

Una ragazza si fa ritrarre con un kalashnikov in mano nel cortile della moschea degli Omayyad. Foto Angelo Calianno.

Arriviamo a Maaloula, cittadina cristiana di circa duemila abitanti, a un’ora da Damasco. Qui si parla ancora l’aramaico e i suoi monasteri, come quello di Santa Tecla, fanno parte dei siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Nel 2013, Maaloula divenne tristemente famosa per gli attacchi subiti dal gruppo estremista di al-Nusra. Per due mesi l’esercito siriano, insieme ai miliziani cristiani, provò a contrastare l’assedio dei combattenti di al-Nusra, capitolando poi il 2 dicembre.

I cristiani vennero accusati di essere alleati di Assad. Per punire la loro resistenza, i militanti jihadisti bruciarono case e chiese, in seguito, rapirono anche dodici suore dal monastero di Santa Tecla. Le religiose rimasero in ostaggio per tre mesi. Furono, infine, liberate in uno scambio con prigionieri detenuti nelle carceri di Assad.

Il gruppo di al-Nusra era stato fondato tra il 2011 e il 2012, proprio da Abu Mohammed al-Jawlani, attuale leader dell’Hts e della «Nuova Siria». Fu lui a coordinare l’assedio e la conquista di Maaloula.

Quando cerchiamo di intervistare alcune suore nel monastero, ci chiedono rispettosamente di andare via. Nessuno ha voglia di parlare. Proviamo ad avvicinare alcuni abitanti del villaggio. Un gruppo di ragazzi vorrebbe dirci qualcosa, ma vengono subito zittiti dagli uomini più anziani. Un signore, mentre allontana i giovani che volevano parlare con noi, ci dice: «Questo non è il momento di fare dichiarazioni. Noi ora aspettiamo di vedere quello che accadrà. Sicuramente, per noi una cosa è importante: non cederemo le nostre armi».

Malgrado, almeno a prima vista, la maggior parte dei siriani esprima gioia, positività e parli di pace, tutti cercano di recuperare armi, quasi in maniera ossessiva.

Data la fuga improvvisa dell’e-sercito, gli armamenti si trovano abbandonati ovunque. Le persone frugano nei mezzi militari incustoditi, nei vecchi depositi e al mercato nero. Tutti le hanno in casa, ma sembrano non bastare mai.

Jawlani ha dichiarato che uno dei primi obiettivi del nuovo governo sarà quello di disarmare i civili. Ma nessuno di quelli con cui parliamo pare pronto ad accettare questa disposizione.

Il colonnello Naseem Abu Ara (Ottava brigata), seduto sui gradini dell’anfiteatro romano di Bosra. Foto Angelo Calianno.

A Idlib, l’Hts e tante armi

Ci spostiamo a Idlib, città al confine con la Turchia e centro nevralgico dell’Hts dal 2017. Nonostante venga dipinta, almeno dai ribelli che la governano, come un esempio virtuoso di benessere e convivenza tra religioni, troviamo un’atmosfera piuttosto conservatrice. La città, anche se ufficialmente non lo è, sembra sotto una severa sharia islamica.

Nel centro di Idlib, entriamo in uno dei negozi di armi. Qui si può comprare di tutto e in modo perfettamente legale: dai lanciarazzi ai mortai, dai vari tipi di kalashnikov alle pistole. Come commesso troviamo Hussein, un bambino che, già a dieci anni, è esperto di calibri e uso delle armi leggere. Il negozio è affollatissimo. Nessuno sa come sarà la prossima legge sulle armi. Questi luoghi potrebbero essere chiusi e gli armamenti sequestrati. Quindi, si cerca di vendere e comprare tutto e il più presto possibile.

A Bosra, l’Ottava brigata

Parlando della «liberazione» della Siria, i media internazionali hanno quasi sempre nominato l’Hts di Jawlani come unico artefice della fine di Assad. In realtà, le operazioni hanno visto agire (almeno ufficialmente) quattro diversi gruppi autonomi e su più fronti.

Uno dei più importanti, e il primo ad entrare a Damasco, è stato quello dell’Ottava brigata, milizia (un tempo finanziata dalla Russia) che controlla il Sud della Siria, nella provincia di Dar’a. Riusciamo a ottenere un’intervista con l’ufficiale più alto in grado, il colonnello Naseem Abu Ara.

Ci accoglie a Bosra, all’interno dello splendido teatro romano della città: «Benvenuti nella Siria libera!». Ci dice molto calorosamente.

«Possiamo dire con orgoglio di essere stati i primi ad entrare a Damasco. E con altrettanto orgoglio, affermare che il nostro primo pensiero è stato quello di mettere al sicuro i corpi diplomatici e i funzionari stranieri. Non ci aspettavamo di vincere così velocemente. Prospettavamo che la battaglia per riconquistare Damasco potesse durare almeno sei mesi. Ma quando abbiamo cominciato ad avanzare, i militari di Assad sono fuggiti abbandonando armi e mezzi. È anche importante sapere che i nostri rivoluzionari sono professionisti, mentre l’esercito di Assad era formato da soldati di leva molto inesperti. Ma ora il tempo di combattere è terminato. Il nostro obiettivo era quello di liberarci degli assassini del regime. Adesso vogliamo solo la pace per tutti i siriani.

Alcuni organi di stampa si sono detti preoccupati per le minoranze etniche e religiose in questo Paese. Per quel che mi concerne, non attaccheremmo mai altri siriani. Non importa la loro razza o religione: per noi ogni siriano fa parte della nostra nazione e, in quanto tale, va protetto».

Quando gli chiediamo quale sarà il futuro della Siria e qual è il suo rapporto con Jawlani, ci risponde: «Non abbiamo ancora avuto un vero incontro per parlare dei prossimi passi. Ci vorranno alcuni mesi. Inizialmente, siamo stati in disaccordo sulla loro idea di governare tutta la Siria avendo come unico centro Damasco. Il nostro obiettivo è quello di mantenere controllo e sicurezza nella regione del Sud. Sono sicuro che riusciremo a trovare una soluzione. La nostra volontà non è quella di creare divisioni interne, ma di mantenere la pace. In ogni caso, quando si formerà un governo, il nostro primo obiettivo sarà quello di mantenere i diritti delle popolazioni del Sud».

Per molti analisti che studiano il Medio Oriente e anche per molti intellettuali siriani che, dopo anni di esilio, potranno finalmente tornare in patria, la Siria verrà divisa in diverse regioni, tante quante sono i grup-pi che hanno combattuto contro Assad.

Un uomo imbianca una saracinesca cancellando la vecchia bandiera della Siria.; questa azione, altamente simbolica, è avvenuta in ogni angolo della Paese. Foto Angelo Calianno.

Nuovi abiti, stesse regole?

In alcune sue dichiarazioni, Jawlani ha affermato che ci vorranno quattro anni per le prossime elezioni. Nel frattempo, la sua immagine sta cambiando. Sono stati dismessi gli abiti da combattente in favore di vestiti eleganti. Il suo nome di battaglia, Abu Mohammed al-Jawlani, sta progressivamente sparendo dalle news e dai social media in favore del suo vero nome: Ahmed al-Sahara. Su Wikipedia, la biografia del nuovo leader della Siria è stata modificata più di 400 volte nel solo mese di dicembre.

In un’intervista alla Bbc, Jawlani ha detto: «Ora abbiamo bisogno che le sanzioni verso la Siria vengano tolte. Quelle riguardavano il precedente regime. L’Hts non è mai stato un gruppo terroristico, perché non ha mai preso di mira i civili. Smentisco quello che è stato detto su di me, cioè che voglio trasformare la Siria in una sorta di Afghanistan. L’Afghanistan nasce da comunità tribali, i siriani hanno un altro modo di pensare».

Il 14 dicembre 2024, mentre Jawlani rilasciava queste dichiarazioni, centinaia di donne scendevano nella piazza principale di Aleppo per protestare. Erano le mogli di uomini incarcerati dall’Hts, detenzioni avvenute nei primi anni della sua fondazione. Le manifestanti hanno accusato Jawlani di aver messo in galera i propri mariti, colpevoli di aver rifiutato di prendere parte alle operazioni più radicali della sua organizzazione.

Durante la protesta, le donne hanno distribuito volantini su cui era scritto: «La nostra rivoluzione continuerà finché la dittatura secolare non sarà eliminata. Vogliono cambiare volto, ma mantenere le stesse regole».

Angelo Calianno

Nella prigione di Saydnaya, a Sud di Damasco, un uomo cerca tra i registri sparsi ovunque tracce del passaggio di suo figlio; in questo carcere di Assad sono stati rinchiusi migliaia di detenuti, anche minorenni. Foto Angelo Calianno.


I nuovi padroni (e i loro finanziatori)

Le quattro organizzazioni

Il gruppo Hay’at Tahrir al-Sham, meglio noto con il suo acronimo Hts, è nato da una parte di al-Nusra, nato a sua volta da una costola di al-Qaeda. Al-Nusra era stato fondato e comandato da Jawlani, inizialmente come fronte armato di al-Qaeda per le operazioni in Siria, successivamente, nel 2016, è diventato indipendente per disaccordi strategici su come agire nel Paese. Ha cambiato così il suo nome trasformandosi nell’odierno Hts.

Il gruppo è stato attivo principalmente nel Nord Ovest della Siria, soprattutto nella provincia di Idlib e in una parte di Aleppo. L’Hts conta circa 10mila militanti attivi. Oltre a questi, sono presenti altri due sottogruppi, uno dei quali è formato da mercenari stranieri. Jawlani ha sempre dichiarato che l’Hts è totalmente autofinanziato. Sono però molti i sospetti che non possa essere davvero così. Anche se non ci sono prove ufficiali, tutti i numeri portano a un coinvolgimento economico degli Stati Uniti, di Israele (che – in cambio – otterrebbe e occuperebbe i territori vicino al proprio confine), e di alcuni Emirati arabi che avevano interesse a vedere Assad fuori gioco.

La Syrian national army (Sna) è un’organizzazione finanziata principalmente dalla Turchia, che la usa come fronte per combattere i curdi e riconquistare le terre dell’Est, denominate oggi come «Stato indipendente del Rojava». La Sna ha agito in maniera autonoma e non coordinata con l’Hts, gruppo con il quale è spesso in disaccordo. Gli screzi tra Sna e Hts potrebbero essere uno dei problemi per la formazione del prossimo Stato siriano.

Il Free syrian army (Fsa) è nato nel 2011 da un gruppo di disertori dell’esercito di Assad ed è finanziato dal Qatar.

Infine, l’Ottava brigata, conosciuta localmente come «La Brigata dei leoni della guerra», è stata finanziata per anni dalla Russia per combattere l’Isis nelle regioni del Sud della Siria. L’Ottava brigata è stata quella militarmente più coinvolta nella presa di Damasco. Punta a mantenere una sorta di propria autonomia e gestione nelle regioni del Sud.

An.Ca.

Yarmouk, il quartiere palestinese di Damasco, è stato il primo luogo a ospitare i ribelli dell’opposizione anti Assad per questo fu pesantemente bombardato tra il 2011 e il 2012; qui un furgoncino raccoglie i bambini da accompagnare a scuola. Foto Angelo Calianno.


Da terrorista (con taglia) a presidente

Al-Jawlani, il nuovo leader

Abu Mohammed al-Jawlani è il leader dell’Hts e oggi della Siria. Il suo vero nome è Ahmed al-Sahara. Nato a Riyadh nel 1982, Jawlani passa i primi sette anni della sua vita in Arabia Saudita, paese dove il padre lavora come ingegnere petrolifero. Lui e la sua famiglia fanno ritorno in Siria nel 1989. Da ragazzo, Jawlani comincia a studiare medicina, studi che poi abbandona nel 2003 per unirsi ad al-Qaeda. Con questa combatte in Iraq contro gli Stati Uniti fino al 2006, quando, sempre in Iraq, viene arrestato dalle forze statunitensi e passa cinque anni in galera. Uscito di prigione, viene mandato da al-Baghdadi in Siria per creare un nuovo fronte a Idlib: l’al-Nusra. Quando al-Baghdadi lascia al-Qaeda per formare Daesh, prova ad annettere anche l’al-Nusra di Jawlani. Qui si crea la prima grande frattura tra i due, non sul modo di operare ma sui luoghi in cui operare. Jawlani dichiara di essere contro l’idea del califfato globale di al-Baghdadi, e di voler concentrare le sue azioni all’interno dei confini siriani. Nel 2017, Jawlani raggruppa migliaia di militanti anti Assad da diverse provincie siriane e forma il suo attuale gruppo, l’Hts. Gli Stati Uniti avevano messo su di lui una taglia di dieci milioni di dollari per atti terroristici. Oggi quella taglia è stata revocata e Jawlani, dopo essere stato ricercato per anni, non è più annoverato nelle liste dei terroristi.

An.Ca.




Libano. Quaderno di guerra

 

Sabato, 25 gennaio 2025, Libano meridionale. Domani, stando agli accordi per il cessate il fuoco stipulati a novembre tra Israele e governo libanese, i soldati dell’Idf (Israel defense forces) dovrebbero ritirarsi dal Sud del Libano. Dopo 16 mesi, passati da rifugiati interni nel proprio Paese, migliaia di persone si preparano a tornare nelle proprie città.

Alì Ghaleb Kouteich è una di queste. Nato e cresciuto ad Houla, uno dei villaggi più a ridosso del confine con Israele, era proprietario di un supermercato, fino a che, a causa dei bombardamenti di Tel Aviv cominciati ad ottobre 2023, non ha dovuto evacuare come la totalità degli abitanti. Anche nel paese dove ha trovato rifugio, Alì ha aperto un supermercato ma, ora, alla vigilia del ritiro delle truppe israeliane, il suo unico pensiero è quello di tornare a casa. Ad Houla sono rimaste in piedi appena il 10 percento delle abitazioni, tutto il resto è stato distrutto dai bombardamenti. Nonostante questo, tutti sono pronti a tornare e a lavorare per una ricostruzione. Negli ultimi giorni, Alì ha deciso di raccogliere tutto quello che poteva dal suo negozio, aiuti di ogni genere da portare nella sua città natale per contribuire a questo nuovo inizio.

Una delle strade bombardate di Tiro. Con la sua splendida posizione sul mare, questa città del Sud del Libano era molto frequentata da turisti provenienti soprattutto dal mondo arabo. (Foto Angelo Calianno)

Domenica, 26 gennaio. Per impedire il ritorno degli abitanti di Houla, gli israeliani hanno fatto saltare in aria le strade creando crateri che rendano impossibile l’entrata delle auto. I libanesi non si danno per vinti, arrivando tutti a piedi. Alì è il primo ad entrare. Al suo arrivo però, trova i soldati dell’Idf ad attenderlo: hanno deciso di non rispettare gli accordi e continuare a presidiare il villaggio. Aprono il fuoco, Alì si accascia al suolo. Subito dopo, viene colpito anche un suo amico e, successivamente, anche due soccorritori. Nonostante il pericolo, uno dei fratelli di Alì decide di provare a salvarlo. Insieme ad un amico, riesce ad introdursi ad Houla con un piccolo motorino. I due afferrano il corpo di Alì, lo trascinano per un tratto di strada per poi caricarlo in mezzo a loro. Fuggono tra gli spari dei soldati israeliani. Purtroppo, però, per Alì non c’è più nulla da fare.

Ghassan è un giovane ingegnere, anche lui è di Houla, caro amico e vicino di casa di Alì. Ci racconta: «Con Alì siamo praticamente cresciuti insieme. Per lavoro o per studio, molti giovani lasciano il Sud, lui invece aveva deciso di rimanere. Era il più piccolo di dieci fratelli, suo padre era un’insegnante, e sua madre ha sempre lavorato la terra nella produzione del tabacco. Tutti, nel Paese, lo conoscevano come una persona pacifica, dal grande cuore. Nella sua vita non si era mai interessato di politica. Quando hanno evacuato Houla, lui è stato uno di quelli che ha cercato di rimanere fino alla fine, fin quando non è diventato troppo pericoloso. In seguito alla partenza forzata, anche fuori dal suo Paese, Alì continuava a frequentare i suoi concittadini: non vedeva l’ora di tornare. L’amore per la sua terra era così grande che, su Houla, ha scritto poesie meravigliose. Ora, dopo la sua morte e grazie ai social media, le sue parole stanno diventando sempre più conosciute. Una delle cose che più mi ha fatto male, è stato vedere come suo fratello ha dovuto provare a soccorrerlo, caricandolo su un motorino. Il video di quella scena mi ha fatto piangere».

La storia di Alì è solo uno dei numerosi esempi di quello che sta accadendo in questi giorni, nel Sud del Libano. Imboscate, attacchi e bombardamenti stanno colpendo tutti i villaggi da cui Israele avrebbe dovuto ritirare le sue truppe. Famoso è già diventato un video che mostra delle donne, nella cittadina di Maroun El Rais, mettersi di fronte ai carrarmati israeliani per impedirne l’entrata nel loro paese.

Nabatiye, un campo di calcio distrutto. Questo spazio è usato anche durante le funzioni religiose dell’Ashura. Il 28 gennaio, anche Nabatiye ha ripreso ad essere attaccata dall’Idf. Non essendoci più un posto davvero sicuro, molti dei rifugiati del Sud si sposteranno nei centri di accoglienza di Beirut. (Foto Angelo Calianno)

Martedì, 28 gennaio. Oggi si tengono molti dei funerali di chi ha provato a tornare a casa, rimanendo ucciso nel tentativo di farlo. Per molte famiglie è stato impossibile recuperare i corpi, così, molti genitori ora piangono su dei vestiti, l’unica cosa rimasta dei propri figli. Contemporaneamente ai funerali, alcuni razzi israeliani sono tornati anche a colpire Nabatiye, città che era stata già devastata prima del cessate il fuoco. Con il nuovo presidente al potere, sostenuto dall’Occidente, e con il forte indebolimento di Hezbollah, da due mesi totalmente sparito dal campo, le popolazioni del Sud del Libano si sentono abbandonate e senza una voce che possa difenderli.

Quando chiediamo ancora a Ghassan il perché di tutto questo e perché Israele, nonostante gli accordi, continui a occupare il Libano, lui ci risponde: «Storicamente, Israele ha sempre usato la forza contro di noi, anche quando non era necessario. Essendo molto avanzati tecnologicamente, potrebbero raggiungere i loro obiettivi senza il bisogno di uccidere. Invece, usano la violenza per farci del male e intimidirci. Secondo me, questo è il motivo di tutta questa distruzione nel Sud, in nessuna di quelle case bombardate c’era Hezbollah. Gli attacchi sono stati perpetrati per ricordarci la loro presenza, e di che cosa sarebbero capaci se osassimo ribellarci. Noi però non siamo solo numeri, non può esserci tutta questa ingiustizia. Ciò che sta accadendo deve essere raccontato e conosciuto in tutto il mondo».

Angelo Calianno




Libano. La felicità dei cristiani maroniti

 

Beirut, giovedì, 9 gennaio 2025. È festa nel quartiere cristiano maronita della capitale. Dopo due anni di vuoto, il Libano ha un nuovo presidente: il sessantunenne Joseph K. Aoun. Non in tutti i quartieri però, questa elezione è stata presa con lo stesso entusiasmo.

In uno dei caffè della zona centro-sud di Beirut, dove molti intellettuali si riuniscono per discutere e lavorare, incontriamo alcuni ragazzi che, animatamente, commentano la nuova presidenza. Uno di loro ci dice: «Si parla di “elezione” del presidente, ma sarebbe meglio dire “selezione”. Aoun è un candidato voluto da Stati Uniti, Israele, Francia, e supportato direttamente dall’Arabia Saudita. Teoricamente, la sua elezione è anticostituzionale. Aoun era capo delle forze armate e, secondo la nostra Costituzione, un militare non può diventare presidente. A meno che non sia già in pensione e da almeno due anni. Ma, in realtà, la nostra Costituzione viene violata di continuo. Aoun è il quarto ex militare di fila che diventa presidente».

Un altro ragazzo continua: «È stato fondamentalmente un ricatto. Le nazioni straniere che lo supportano hanno mandato una comunicazione agli schieramenti politici: o si sceglieva Aoun, oppure non sarebbero arrivati i fondi per ricostruire il Libano. C’era poca scelta. Per questo, anche il candidato di Hezbollah si è ritirato. La mia rabbia sta nel fatto che chi usa la storia degli aiuti come merce di scambio, sono gli stessi che ci hanno bombardato: Israele con le armi degli Stati Uniti».

Una ragazza appartenente al gruppo ci spiega: «In questo momento, sappiamo benissimo di avere poche risorse e dover essere dipendenti dagli Stati stranieri. Avere un presidente ex militare, e supportato da chi vuole solo consolidare la sua presenza qui, non è per me la situazione ideale. Ma adesso, dopo la crisi economica, dopo la guerra, forse lui è il male minore. A suo vantaggio, posso dire che è più giovane dei suoi predecessori e, almeno, non è mai stato coinvolto in scandali o corruzione. Anche se l’idea non va a genio a molti libanesi, il fatto che lui abbia l’appoggio dell’Occidente e buone relazioni internazionali, è qualcosa che serve per risollevare economicamente le sorti del Paese».

La politica in Libano è molto complessa e vige un sistema settario. Il parlamento è formato in modo da dare a tutte le confessioni religiose (ben 18) una rappresentanza. Così, i seggi sono divisi proporzionalmente tra cristiani (suddivisi in 13 gruppi) e musulmani (5). Il presidente deve essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro deve essere sunnita, il presidente del parlamento, sciita.

Subito dopo le elezioni, Aoun ha ricevuto auguri e congratulazioni da ogni parte del mondo, soprattutto da quegli Stati che, in una riunione tenutasi in Qatar nel 2022, lo avevano già appuntato come candidato ideale per il Libano. In particolare, quegli stati erano Francia, Egitto, Arabia Saudita e Israele.

Chi esce sicuramente sconfitto dagli ultimi eventi è Hezbollah, il «partito di Dio». L’organizzazione sciita deve fare i conti con le gravi perdite subite durante la guerra, il vuoto lasciato dalla perdita di Nasrallah, ucciso in un attacco israeliano il 27 settembre 2024, e il ritiro del proprio candidato dalle elezioni. Sempre più incerto pare essere il suo futuro, anche per le accuse di offrire rifugio ai gerarchi del deposto Bashar al-Assad, fuggiti dalla Siria e ricercati dal nuovo governo.

Nel suo primo discorso da presidente, Aoun ha detto che perseguirà una politica positiva e neutrale, volta soprattutto a migliorare le relazioni con gli altri Stati arabi.

Angelo Calianno da Beirut




Siria. Una domenica, a Damasco

 

Damasco. Dopo una settimana di silenzio, tornano a suonare le campane delle chiese nella capitale siriana. Ci troviamo a Bab Tuma (in arabo, La porta di Tommaso), il quartiere cristiano della capitale siriana. Oggi si celebreranno le messe, ma si terranno in un’atmosfera completamente diversa. I riti religiosi avranno luogo in una «nuova» Siria, dopo 54 anni di regime della famiglia degli Assad.

Un’ora prima dell’inizio delle funzioni, Georges Assadourian, vescovo della Chiesa cattolica armena di Damasco, ci invita per raccontarci come la sua comunità ha vissuto quest’ ultima settimana. «I ribelli hanno cominciato prendendo Aleppo, perché quello è il centro economico della Siria. In questi anni, ci sono stati diversi attacchi per provare ad entrare qui, nella capitale, ma sempre senza successo. Il sabato prima della presa di Damasco avevamo programmato una preghiera. Tanti cristiani hanno avuto paura dell’arrivo degli uomini dell’Hts (Hay’at Tahrir al-Sham), siamo stati spaventati dal loro modo di presentarsi, e dall’origine estremista dei loro gruppi di appartenenza. Abbiamo avuto il timore che sarebbero tornate le persecuzioni contro i cristiani, così come accadde nei luoghi sotto il controllo dell’Isis. Quando il gruppo di al-Julani è arrivato a Damasco, abbiamo chiesto di poter incontrare un rappresentante per capire le loro intenzioni. Siamo andati a incontrarli al Four Season, l’hotel occupato e adibito a quartier generale temporaneo. Ci hanno rassicurato, dichiarando di volere solo la pace e che il tempo della guerra è finito. Ci hanno promesso che non avremo nulla da temere e che tutte le religioni coesisteranno insieme. Se sarà così, io non posso dirlo, ma sono ottimista. Certo, da parte dei fedeli ci sono diverse preoccupazioni. In questo governo, anche se temporaneo, sono tutti musulmani, alcuni magari anche estremisti. Noi invece vorremmo uno Stato laico. In uno stato laico ognuno è libero di professare la propria religione. Alcuni degli uomini di Julani, sono già andati nei negozi che vendono alcolici chiedendo, anche se momentaneamente, di non venderli. Ogni giorno ricevo circa 50-60 persone che, come cristiani in Siria, cercano rassicurazioni sul loro futuro. Non possiamo fare previsioni, possiamo solo attendere e vedere cosa accadrà. Posso dire che, comunque, anche se le intenzioni fossero quelle di radicalizzare la Siria, a Damasco sarebbe molto difficile farlo. Siamo un mosaico di tante culture e religioni diverse, credo che la gente non permetterebbe mai l’istituzione della sharia, almeno qui nella capitale».

Camminando per il quartiere cristiano, si respira un’aria totalmente diversa rispetto a quella che c’era sotto il regime. La gente festeggia e, pian piano, sta perdendo quella costante paura di finire in galera con qualsiasi pretesto. Fotografie e poster, raffiguranti Assad, che decoravano letteralmente ogni angolo delle strade, ora sono fatte a pezzi. I proprietari dei negozi dipingono di bianco le proprie serrande, cancellando la vecchia bandiera della Siria, per poi dipingere quella con i nuovi colori.

Il francescano Firas Lutfi della chiesa dedicata alla Conversione di San Paolo, nel quartiere cristiano di Bab Tuma, a Damasco. (Foto Angelo Calianno)

Raggiungiamo la chiesa latina dedicata alla Conversione di San Paolo, sempre nel quartiere di Bab Tuma. Parlando con i fedeli che escono dalla messa, tutti ci esprimono la gioia di non essere più sotto un regime, e la speranza di non ritrovarsi presto con un altro dittatore. Malgrado questo, nessuno dei cristiani riesce a sbilanciarsi troppo sul futuro, tutti sono molto cauti.

Finito di celebrare la messa, il frate francescano Firas Lutfi ci racconta: «Ora abbiamo sentimenti contrastanti. Gioia, perché l’incubo di Assad è finito. Preoccupazione, perché questi gruppi di ribelli vengono da un background islamico estremista. Ci hanno promesso che saremo tutti liberi senza nessuna persecuzione. Quindi, ora attendiamo per vedere quello che accadrà nel concreto. Quello che noi speriamo, è che tutto sia stabile per arrestare la fuga dei cristiani da questo Paese. Non vogliamo essere considerati una minoranza nel nostro Stato, ma dei cittadini a tutti gli effetti. Si avvicina il Natale, lo celebreremo come abbiamo sempre fatto. Sarà un Natale uguale a quello di Gesù, con povertà e scarsità. Per tutto il resto, ora ci sono solo due cose che possiamo fare, da un punto di vista pratico: attendere, per vedere come si evolverà questa situazione e quali saranno le intenzioni del nuovo governo. Da un punto di vista spirituale: sperare, perché alla fine, per vocazione, noi siamo figli della speranza».

Angelo Calianno, da Damasco




Libano. Israele contro sciiti e sunniti

 

Verso Nabatiye. Nell’ultima settimana, siamo stati testimoni di un nuovo e grande fermento in Medioriente. La presa della Siria da parte dei «ribelli» sunniti di Hts (Hayat Tahrir al-Sham) sta avendo molte ripercussioni anche qui, in Libano.

Migliaia di siriani si sono riversati per le strade di Beirut e per quelle delle principali città libanesi, per festeggiare la liberazione della propria nazione dal regime di Assad. La maggior parte dei siriani rifugiati in Libano, e il 28% della popolazione locale, sono sunniti in un Paese a prevalenza sciita. Qui le divisioni sociali di origine religiosa sono sempre molto presenti. Non ci sono mai scontri aperti, lo si può però notare nella quotidianità. Ad esempio, un musulmano sunnita non può lavorare in un ambiente sciita, così come ad un musulmano sciita non verrà mai data la possibilità di comprare casa in un quartiere cristiano, ecc.

La maggioranza sciita libanese guarda con sospetto quello che sta accadendo al di là del confine. Una guardia di Hezbollah, fuori da una moschea dove attendiamo alcuni permessi, ci confessa: «Siamo felici che la Siria, dopo così tanto tempo, si sia liberata dal regime di Assad. Però, chi sono questi ribelli? Pochi sono siriani, tanti sono mercenari stranieri. Questa è una manovra di Israele e Stati Uniti per continuare a colpire e occupare Libano e Palestina, e per combattere indirettamente contro la Russia».

In Libano, mentre la parte sunnita della comunità musulmana gioisce, l’altra si dispera per quello che accade nella parte Sud del Paese. Gran parte dell’area meridionale confinante con Israele, infatti, è stata quasi rasa al suolo. Pur essendoci un «cessate il fuoco» in vigore, Israele sta bombardando 62 villaggi in un’area compresa tra il proprio confine e il fiume litani.

Questi villaggi, in realtà, erano già stati totalmente evacuati perché già sotto attacco dall’8 ottobre 2023. Quindi, perché distruggere case e infrastrutture vuote? Israele dichiara di voler creare una «safe zone». Hezbollah lo accusa di stare distruggendo tutto per poi occupare e annettere nuovi territori. Nel frattempo, migliaia di persone hanno perso tutto e ora vivono come rifugiati nel proprio Paese.

A Nabatiye, un’altra città del sud fortemente colpita, incontriamo delle famiglie scappate da Houla, villaggio a pochissimi chilometri dal confine israeliano. Raccontano: «Il 90% di Houla non esiste più. Le nostre case, quelle che i nostri nonni e genitori hanno costruito, sono state spazzate via. Houla, come tanti paesi del Sud, è un luogo abitato per la maggior parte da anziani. È un posto da dove molti giovani si spostano per studiare e lavorare fuori, ma dove poi si torna per passare le feste, i weekend e per visitare i propri cari. Abbiamo visto il momento esatto del bombardamento della nostra casa in un video in internet. È stato il momento più brutto della nostra vita. Vedere distrutto quello che si è costruito con i sacrifici, è qualcosa che distrugge l’animo, soprattutto quello delle persone anziane che ora non hanno un altro posto dove andare».

Houla è conosciuta anche per un orribile massacro avvenuto nel 31 ottobre 1948, subito dopo la Nakba in Palestina. Un gruppo di militari israeliani, la brigata Carmeli, occupò la cittadina radunando circa cento persone in una casa. L’edificio venne poi fatto saltare in aria, non ci furono sopravvissuti. Inoltre, uno degli ufficiali in comando: Samuele Lais, fu responsabile diretto dell’esecuzione di 35 persone disarmate. Lais, accusato di crimini di guerra, passò solo un anno di detenzione confinato all’interno di una base militare. In seguito, fece carriera politica fino a diventare capo dell’Agenzia ebraica per Israele.

Nei giorni scorsi, alcuni membri dell’Idf sono entrati ad Houla vandalizzando il monumento che ne ricorda il massacro. Sulla grande lastra di marmo commemorativa, i militari hanno scritto in ebraico: «Lo sciita buono è lo sciita morto».

Chiunque incontriamo nel Libano del Sud, nonostante il divieto di rientro, ci dice di non essere assolutamente disposto a pensare ad una vita fuori dalla propria regione. Malgrado ora sia tutto in rovina, ognuna di queste persone è disposta a tornare per ricominciare daccapo con le proprie famiglie, e per costruire nuovi ricordi per le generazioni future.

Angelo Calianno (dal Sud del Libano)




Libano. Una foto tra le macerie

 

Beirut. Dahye, quartiere della capitale libanese, mercoledì 27 novembre, primo giorno di cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah. Migliaia di uomini, donne e bambini, sfilano con i propri mezzi di trasporto sventolando le bandiere del Libano e quelle di Hezbollah («Partito di Dio»). Ragazzi più giovani, armati di pistole e kalashnikov, esultano sparando per aria. I giornalisti, per la prima volta dall’inizio dei bombardamenti a Beirut, sono stati invitati per un «tour» attraverso il quartiere. Non va dimenticato, infatti, che nei quartieri a maggioranza sciita non si fa nulla con gli accrediti ufficiali rilasciati dal governo libanese: qui decide tutto Hezbollah. Questa parte della città era rimasta inaccessibile per due mesi.

Dahye (anche conosciuta come Dahiyeh) è una delle roccaforti principali di Hezbollah, e per questo, una delle aree più colpite dai raid israeliani. È qui che, il 27 settembre, è stato ucciso Hassan Nasrallah, terzo segretario del «Partito di Dio».

Nel cuore della manifestazione, incontriamo Rana El Sahily, portavoce di Hezbollah. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nel partito ci sono molte donne. «Nonostante il dolore per le tantissime perdite – ci racconta Rana -, per noi questo è un giorno di vittoria. Vittoria, perché Israele non è riuscito a invadere il nostro territorio. Vittoria, perché non ci siamo piegati ai loro attacchi e non ci siamo mai arresi. Se avessero continuato questa guerra, avrebbero perso innumerevoli risorse, ma senza ottenere alcun risultato. Per questo, Israele ha accettato il cessate il fuoco. Noi speriamo che questa pace possa durare, anche se gli israeliani, nella storia, non sono famosi per tenere fede alla parola data. In questo caso però, rompere la tregua sarebbe solo a loro svantaggio. Sono loro che hanno tutto da perdere. Per noi adesso comincia la ricostruzione. Ricostruiremo tutto come prima, anzi meglio di prima».

A Beirut, si festeggia il cessate il fuoco. Foto di Angelo Calianno.

Oggi si festeggia, ma le strade mostrano tutti i segni pesanti della devastazione. Molte case, scuole e infrastrutture sono state completamente cancellate. L’aria, piena di polvere e detriti, è quasi irrespirabile se non si indossa una mascherina protettiva.

Beirut, in questi mesi, è stata l’ombra di sé stessa: locali chiusi, le strade centrali del souq deserte. Scuole, palestre e anche hotel: tutto è stato riconvertito a rifugio per gli evacuati. Per due mesi si è vissuto con l’incessante suono dei droni sopra le teste e la paura degli attacchi che, puntualmente, arrivavano ogni notte.

Nei giorni successivi alla dichiarazione del cessate il fuoco, per strada si sono riversati centinaia di furgoncini e macchine stracolme di bagagli: erano le famiglie che tornavano a casa. Sono stati più di un milione i libanesi che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa del conflitto.

Molti però, al loro ritorno, non trovano più nulla. A Chiyeh, altro quartiere di Beirut a maggioranza sciita e massicciamente colpito, incontriamo due donne. Sono ferme davanti ad un cumulo di macerie. Fino a quattro giorni fa, qui c’era la loro casa. Quello che era un condominio di sette piani, ora è una pila di rovine alta qualche metro.

Una di loro, la più giovane, racconta: «Siamo dovuti fuggire così in fretta durante i bombardamenti, da non avere avuto il tempo di prendere niente. Non abbiamo più nulla. Tutto quello che possediamo ora, è solo quello che portiamo addosso».

La signora più anziana, tra le macerie, trova una foto di famiglia. La cornice è distrutta ma l’immagine è ancora intatta. La ripulisce, la bacia, e se la stringe al petto. Oggi, nuovi attacchi Israeliani registrati a Sud, mettono nuovamente in dubbio la durata del cessate il fuoco. Malgrado questo, malgrado le grandi divisioni sociali e religiose in Libano, tutti cercano di aiutarsi l’un l’altro superando le proprie diversità e paure. Tutti lavorano insieme pregando che, questa volta, la pace possa essere duratura. Mentre giungono i primi echi del riaccendersi della guerra civile nella confinante Siria.

Angelo Calianno da Beirut