Empori di comunità

Le «Food Coop» sono una risposta concreta alla grande distribuzione organizzata. Gruppi di persone che aprono e gestiscono in modo partecipato piccoli market per prodotti equi e sostenibili di diverso genere. Un’idea nata negli Usa che si sta diffondendo in Italia ed Europa. Ecco alcune esperienze in atto.

I consumatori critici sono attenti all’impatto sociale e ambientale delle loro azioni e dei prodotti e servizi che utilizzano.

La loro attenzione si rivolge a tutta la filiera di produzione, a partire dalle materie prime fino ai diversi passaggi che fanno arrivare i prodotti nelle loro case.

In questa catena, un ruolo fondamentale viene giocato dalla distribuzione, ovvero l’insieme dei servizi che consentono ai cittadini di trovare e accedere al prodotto che interessa.

Distribuzione organizzata

A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, il commercio equo e solidale e i gruppi di acquisto solidale (Gas) si sono occupati anche di questo, e dei meccanismi che favoriscono la «grande distribuzione organizzata» (Gdo).

La costruzione di alternative per il benvivere collettivo passa attraverso l’incontro tra i soggetti coinvolti nella filiera al fine di trovare una soluzione comune che soddisfi, per quanto possibile, le esigenze di tutti.

Da questa riflessione pratica è nato nel 2008 il termine «piccola distribuzione organizzata» (Pdo), per indicare un servizio che facilita l’incontro e soddisfa le esigenze dei soggetti coinvolti lungo la filiera.

La Pdo non ha una forma definita. È un insieme di pratiche che coniugano in modo variabile le diverse forme di distribuzione: botteghe del mondo, Gas, negozi di quartiere, vendita diretta, mercati contadini, ordini collettivi coordinati tra più Gas. L’idea è quella di una combinazione tra diversi canali che si sostengono reciprocamente, adattandosi alle esigenze degli attori coinvolti.

In questa sperimentazione si inserisce la recente esperienza degli empori gestiti collettivamente da chi acquista. Una pratica che riprende aspetti delle cooperative di consumo.

La cargo bike della coop Stadera.

Da Brooklyn a Bologna

La cooperativa alimentare Park Slope è nata nel 1973 a Brooklyn (New York) quando un gruppo di vicini di casa, spinti dagli ideali della fine degli anni Sessanta, ha deciso di creare un supermercato autogestito per offrire un’alternativa alla grande distribuzione e dare accesso a cibo di qualità con prezzi contenuti a chiunque fosse interessato.

Il supermercato – oggi Park Slope Food Coop – è gestito dai soci. Ne conta 17mila, e tutti dedicano alcune ore al mese alla sua conduzione.

Tom Boothe, americano residente in Francia, conoscitore di Park Slope, ha partecipato allo sviluppo di un progetto simile a Parigi, denominato La Louve.

Ha deciso poi di realizzare un documentario dal titolo «Food Coop» per far conoscere come funziona l’esperienza di Brooklyn, un supermercato pieno di attività ma estraneo alle logiche del marketing, aperto solo per i soci che dedicano circa tre ore al mese al suo funzionamento.

Il documentario è uscito in Italia nel 2017 e ha fatto conoscere questo modello di supermercato.

A Bologna, l’idea ha incontrato le esigenze del Gas Alchemilla e del gruppo di produttori Campi Aperti, organizzatori di un mercato contadino.

Il Gas e i produttori avevano da tempo costruito uno stretto legame, e si chiedevano come dare una forma più strutturata al loro rapporto e allargare la partecipazione. È stato così che è nata Camilla (camilla.coop) – dalla combinazione tra nomi di Campi Aperti e Alchemilla -, il primo emporio di comunità italiano ispirato al modello Food Coop.

Come spiega Giovanni Notarangelo, uno dei fondatori: «Camilla è nata per dare un’opportunità in più ai produttori e ai “gasisti”. Grazie all’emporio – un luogo fisico con meno limitazioni di un Gas -, questi ultimi possono acquistare un paniere di prodotti ampio, locale, biologico e garantito».

La Cooperativa Camilla

L’emporio in forma cooperativa, autogestito e solidale, coinvolge direttamente i soci come proprietari, gestori e clienti, mantenendo gli stessi principi del Gas, selezionando prodotti biologici ed ecologici, locali, da filiera corta o del commercio equo e solidale, con un prezzo trasparente. Prodotti che tutelino i diritti dei lavoratori e che siano «relazionali», ovvero creino una fiducia e una collaborazione tra consumatori e produttori.

Seguendo questi principi, sulla base della fiducia costruita nel tempo, nel 2018 è nata la Cooperativa Camilla. Dopo i primi test, l’emporio ha aperto ai soci nel febbraio 2019. Oggi conta più di 700 soci che, oltre a fare la spesa di prodotti alimentari di filiera corta, per la casa e la persona, dedicano circa tre ore al mese per svolgere alcune mansioni fondamentali nella gestione dell’emporio a fianco dei due dipendenti.

Oltre a questo, Camilla organizza attività culturali e sociali, promuovendo comunità solidali e un nuovo modello di consumo partecipativo.

Come dice Susanna Cattini, presidente della cooperativa, è un modo per «costruire insieme ad altri soggetti un’economia concreta che in qualche modo si pone come alternativa rispetto a quella di mercato. La caratteristica di un’impresa di questo genere è quella di mettere insieme tante persone con l’idea di costruire collettivamente una risposta giusta e sostenibile ai bisogni individuali».

Bees Coop e Stadera

Sull’esempio di Brooklyn, Parigi, Bologna e altre città, l’esperienza degli empori autogestiti si sta replicando, ogni volta con una storia e con caratteristiche particolari, adattate alle esigenze dei diversi contesti.

Enrico De Sanso, economista, tra il 2012 e il 2019 si trovava a Bruxelles dove ha partecipato all’avvio e alla gestione di Bees Coop. Rientrato a Ravenna, con il coinvolgimento di altri interessati, ha fondato Stadera (staderacoop.it) che ha aperto i battenti nel 2020.

Oggi Stadera conta 760 soci con il 65% di presenza femminile e un ottimo mix generazionale.

Oltre a organizzare la distribuzione dei prodotti, fa diverse attività legate al territorio, tra cui un progetto di solidarietà sociale per recuperare le eccedenze alimentari presso gli esercizi commerciali e consegnarle, su cargo bike con cassone termico, ai centri che le destinano a persone bisognose della città.

Enrico, presidente della cooperativa, continua a studiare e promuovere il modello Food Coop.

Mesa Noa e le altre in Italia ed Europa

In sardo Mesa Noa significa «nuova tavola»: questo è il nome che il gruppo dei fondatori ha scelto per l’emporio autogestito di Cagliari (mesanoa.org) che ha aperto alla fine del 2019, per indicare una nuova concezione del cibo e un luogo di incontro che mette insieme relazioni e alimentazione.

La Food Coop di Cagliari, che oggi conta quasi 500 soci, si trova in un quartiere periferico a cui è legata con diversi progetti.

Accanto alle esperienze appena descritte, in questi ultimi anni ne sono nate diverse altre: Edera a Trento, Le vie dell’Orto a Grosseto, L’Alveare a Conegliano (Tv), Eufemia a Milano, Birà a Perugia, Ginko a Merano (Bz), Oltrefood a Parma. Altre ancora sono in preparazione, tra cui Laurentina km 10 a Roma e Il Cavolo equo a Reggio Emilia.

Se allarghiamo lo sguardo oltre l’Italia, troviamo diversi empori anche in Europa. Solo per citarne alcuni: Mila a Vienna e The people’s supermarket a Londra oltre alle già citate La Louve a Parigi e Bees Coop a Bruxelles.

Si stanno sviluppando poi altre esperienze di empori basati sulla mutualità, anche con forme diverse dal modello Food Coop: a Milano l’Emporio metropolitano autogestito (Emma) e l’Emporio popolare del Gap Barona.

L’angolo dei prodotti sfusi dell’emporio di Stadera.

Comunità che si diffondono

Queste esperienze, insieme alle altre forme di Piccola distribuzione organizzata, mostrano come sia possibile curare e costruire comunità intorno al cibo, a partire dalle nostre esigenze e azioni quotidiane, e sentirci bene partecipando a un’esperienza di acquisto e condivisione coerente con i nostri valori.

Sono numeri in crescita, da seguire con attenzione, come si trova scritto sul sito di Edera a commento dei risultati del 2025. «Li guardiamo, questi numeri, non perché la parte più importante del nostro attivismo siano i risultati, ma perché ci dicono che siamo, appunto, “attive”: siamo un puntino, ma siamo ancora capaci di costruire spazi e possibilità diverse da quelle che ci offre questo sistema ormai al collasso, costretto a una violenza sempre più feroce per tirare avanti; e dobbiamo rimanere insieme per continuare a coltivare cose nuove, pensieri nuovi, per ritrovare senso dentro un agire collettivo che va ben oltre Edera. Prendiamo in prestito le parole del giornalista e attivista Ferdinando Cotugno: “Non possiamo fare tutto, ma possiamo ancora fare molto. Niente sarà risolutivo, tutto sarà necessario”.

Radichiamoci nelle nostre scelte e guardiamo ai nostri giorni con una “cauta ma solida ostinazione”, perché “il disfacimento di un mondo contiene possibilità inimmaginabili”».

Andrea Saroldi




Informarsi per agire

Per affrontare le sfide del nostro tempo c’è bisogno di riflessioni e storie che narrino come fare. L’informazione di massa è inadatta. Ma, cercando con pazienza, si può scoprire un universo comunicativo capace di speranza. Indichiamo tre esempi.

Abbiamo bisogno di storie. Per costruire un mondo migliore, e affrontare le sfide del nostro tempo, abbiamo bisogno di narrazioni che mostrino come fare: «Abbiamo bisogno di storie che possano vincere questa battaglia – scrive Jonathan Matthew Smucker nella prefazione al libro Re: Imagining Change di Patrick Reisenborough e Doyle Canning -; storie che abbiano protagonisti con cui le persone possono identificarsi, che invitino a unirsi e a diventare agenti del cambiamento. Abbiamo bisogno di storie che prefigurino il mondo che sappiamo di poter costruire insieme», che parlino, scrive Cyril Dion nel suo libro Domani, «in modo chiaro, sia alla nostra intelligenza sia ai nostri cuori».

Oggi, però, è difficile sentire racconti di questo tipo, in mezzo al frastuono di narrazioni che, da una parte, assicurano che andrà tutto bene, e dall’altra profetizzano che oramai l’umanità è arrivata al capolinea.

I mass media e i social non si mostrano adeguati a illuminare la strada da seguire per orientare l’umanità verso una civiltà ecologica. «Di fronte alla torsione antidemocratica più violenta ed evidente del capitalismo contemporaneo, a una crisi climatica che ha le nostre impronte e non ha precedenti, allo stato di guerra permanente che drena risorse preziose per le armi invece che per i medici, alla vergognosa concentrazione delle ricchezze, al genocidio di Gaza con le nostre forniture militari, al deliberato affogamento di bambini in mezzo al mare, e potremmo continuare – scrive Duccio Facchini in Questo libro è illegale-, l’informazione di massa, dotata di strumenti tecnologici inediti, si ritrova balbettante».

Per fortuna esistono testate indipendenti che, da tempo, ci aiutano a comprendere meglio il mondo, a vedere degli orizzonti e a conoscere chi sta camminando per raggiungerli. Sono molte, sia cartacee che online. Una di esse è Missioni Consolata, che voi lettori già conoscete. Ne presento tre che ritengo interessanti.

Per un’economia altra

«Altreconomia» (altreconomia.it) nasce come rivista mensile nel 1999 da un insieme di organizzazioni del commercio equo e solidale, del consumo critico e dell’editoria legata alla rete delle Botteghe del Mondo.

Il suo primo numero aveva la copertina dedicata alla campagna di pressione sulla multinazionale Del Monte. Il secondo raccontava il vertice della Wto di Seattle bloccato dai manifestanti della società civile. L’editoriale di Giorgio Dal Fiume iniziava così: «Torno da Seattle con una buona notizia: l’altreconomia c’è e si vede. Chi protestava contro l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) non era solo “contro”, ma anche “per” qualcosa».

Il mensile nasceva all’inizio di un’epoca di grandi trasformazioni, e le ha sempre seguite da vicino. Nel 2007 è nata la cooperativa Altra Economia. Oltre alla rivista, negli anni ha pubblicato saggi, guide e manuali dedicati all’economia solidale, al turismo responsabile, all’ambiente, all’autoproduzione, alla cucina sostenibile e alle inchieste.

Ultimamente ha realizzato alcuni podcast e ogni mese racconta a fumetti sui social una storia di chi non si arrende e, con il suo impegno, diventa strumento di cambiamento.

Oggi Altra Economia è una cooperativa impresa sociale con 1.200 soci, perlopiù lettori della rivista. Nella cooperativa lavorano in undici, collegati a una fitta rete di collaborazioni esterne. La sede si trova a Milano, nel quartiere Niguarda.

A novembre del 2025 ho partecipato al suo 26° compleanno: dopo una passeggiata alla scoperta dei murales che raccontano la Resistenza del quartiere al nazifascismo, abbiamo festeggiato l’acquisto della sede. Abbiamo quindi inaugurato un murale che, sulla parete della sala riunioni, riproduce una foto scattata in una di quelle strade il 27 aprile 1945 nella quale un gruppo di partigiani in «pausa pranzo» distribuisce cibo e mangia, osservando i passanti. Un’immagine che ricorda l’intreccio tra le nostre azioni quotidiane e la storia dell’umanità.

Nel periodo di resistenza che stiamo vivendo oggi, Altreconomia sta svolgendo un ruolo importante; come afferma il suo attuale direttore, Duccio Facchini: «Ci impegniamo seriamente nella produzione di informazione indipendente, presentando inchieste che riflettono la nostra visione del mondo e dei diritti. Mostriamo la realtà basandoci su fatti oggettivi, evidenziando come le cose sono e come potrebbero e dovrebbero essere».

Oltre a raccontare le storie di chi costruisce un’economia differente e una società fondata sulle relazioni e non sul denaro, la rivista aiuta a capire il contesto in cui ci muoviamo. In questo senso, sono esemplari le inchieste pubblicate nel 2025 che hanno portato alla luce vendite di armi e finanziamenti da parte di aziende italiane a Israele.

Come recita lo slogan: «Una rivista per cambiare il mondo, una pagina alla volta».

L’informazione in comune

«Comune-info» (comune-info.net) è un sito e blog che nasce nel 2012 dopo la chiusura della rivista «Carta» e dello spazio della «Città dell’altra economia» di Roma. «Comune-info» ne ha preso l’eredità per continuare a sostenere il racconto e il confronto su esperienze locali e globali che si oppongono al sistema dominante, e che costruiscono nella pratica un’alternativa.

«Comune-info» è uno spazio web dedicato alle persone che, nella vita di ogni giorno, si ostinano a ribellarsi tramite l’azione. È un sito che cerca di raccontare, accompagnare e moltiplicare i cambiamenti sociali profondi, spesso poco visibili.

Il suo lavoro di informazione e riflessione si basa su legami costruiti nel tempo tra gli autori dei contributi, italiani e internazionali, la redazione e i lettori. Gli articoli sono pubblicati con licenza creative commons e vengono raccolti nelle newsletter a cui ci si può iscrivere.

Nel 2024 «Comune-info» ha lanciato la campagna «Partire dalla speranza e non dalla paura», chiedendo ai suoi lettori indicazioni e supporto per accendere qualche luce nel tempo buio che viviamo. Il tipo di risposta alle sfide della nostra epoca che la testata online aiuta a costruire è, infatti, guidata dalla speranza, intesa come forza sociale in grado di trasformare il mondo. Un pensiero indicato sul primo pannello della mostra «Pensare mondi nuovi» che «Comune-info» ha realizzato nel 2025: «La speranza non è un desiderio che non fa nulla per cambiare l’ordine delle cose. Non è neanche uno sciocco ottimismo, spesso è una speranza angosciata per ciò che accade nel mondo. È lo sforzo delle persone comuni, limitato e contraddittorio, di vivere qui e ora in modo diverso. Abbiamo bisogno di imparare a sperare, cioè di pensare insieme mondi nuovi».

In un’Italia che cambia

Nel 2012 il giornalista Daniel Tarozzi fa un viaggio in camper lungo tutta l’Italia per scoprire e raccontare le esperienze di chi, di fronte ai problemi della nostra epoca, decide di vivere in modo diverso. Il viaggio dura sette mesi, e le esperienze incontrate sono tantissime, molto più numerose di quelle che possono entrare nel libro «Io faccio così» che lo racconta.

Così il blog del viaggio diventa, nel 2013, la testata online «Italia che cambia» (www.italiachecambia.org) che propone un giornalismo costruttivo, dedicato alla comprensione del presente e a storie di cambiamento avvenute in diversi settori, per mostrarci che esistono delle possibilità.

In questi anni l’attività è cresciuta, comprende redazioni locali in otto territori, la rassegna stampa commentata «Io non mi rassegno», e alcuni podcast.

Oggi la redazione conta circa dieci persone.

«Italia che cambia» ha di recente avviato un piano di sviluppo per costruire relazioni più stabili con i lettori e rafforzare il giornale, per renderlo più efficace nell’attivazione e nel sostegno al cambiamento sociale, attraverso il racconto di utopie concrete che alimentano l’immaginario e guidano le pratiche.

Per orientare la storia

Per immaginare un futuro per l’umanità e farci un’idea di come arrivarci insieme, è importante capire il presente e conoscere le storie di chi si sta muovendo in quella direzione.

In queste righe ho presentato qualche esempio di giornalismo che racconta diverse storie in favore del cambiamento, ma ce ne sarebbero molti altri.

Il mio invito non è solo quello di seguire e abbonarsi a canali come questi, ma anche di contribuire, ciascuno, alla narrazione del cambiamento, aggiungere la nostra parte per orientare la storia dell’umanità.

Quando «Altreconomia» ha fatto il suo 25° compleanno nel 2024, la festa si è conclusa con la poesia Pensa agli altri del poeta palestinese Maḥmūd Darwīsh, che collega le nostre azioni a chi è lontano, e invita ciascuno a essere «una candela nell’oscurità», come canta Giacomo Lariccia nella versione italiana della trasposizione in musica della poesia firmata da Mira Awad (reperibile sul canale Youtube «Giacomo Lariccia»).

Questa luce ci aiuta a trovare la strada, perché sappiamo che un’altra strada esiste.

Andrea Saroldi*

*Autore di questa rubrica, tra le altre cose, è parte della redazione del sito economiasolidale.net. Il portale è nato nel 2014 come strumento di cambiamento a disposizione dei soggetti e delle reti di economia solidale. Ospita le informazioni del Forum per l’economia solidale dell’Emilia Romagna, l’archivio e la mappa delle organizzazioni di economia solidale.




Italia. Dire e fare la cosa giusta

Anche quest’anno sono tornato a visitare la fiera «Fa’ la cosa giusta!», che nel fine settimana lungo (da venerdì 13 marzo a domenica 15) ha riempito due padiglioni della fiera di Milano Rho.

Si tratta di una delle tante «fiere del cambiamento» in italia, la più grande a livello nazionale, dedicata al consumo critico, agli stili di vita sostenibili e all’economia solidale.

Fiera «Fa’ la cosa giusta». Foto ©Alessia Gatta.

L’organizzatore della fiera, Terre di Mezzo, è un editore che privilegia un punto di vista attento alle storie, ai significati e a come le nostre azioni possono rinforzare i legami con gli altri e con il mondo, senza nascondere le difficoltà né la drammaticità del periodo che stiamo vivendo.

E così in fiera, oltre ai prodotti sostenibili e solidali e alle tante attività specifiche per le scuole, trovi moltissime idee e pratiche tra gli espositori, i laboratori e gli incontri: lanciare trottole appena costruite, realizzare costruzioni con canne di bambù legate tramite camere d’aria di bicicletta, arrampicare, riutilizzare, ascoltare come, insieme al clima, sta cambiando la neve in montagna, l’impatto della moda e il ruolo della finanza, giusto per fare qualche esempio.

Si trovano ovviamente, anche i banchetti di produttori, associazioni e organizzazioni varie, distribuiti nelle aree dedicate ai diversi temi della fiera: abitare sostenibile, famiglie e bambini, cibo e alimentazione, scuola, cosmesi (vedi MC ottobre 2025), moda, orti e giardini, pace, cultura e partecipazione.

Per chi partecipa ad un Gas (gruppo di acquisto solidale), la fiera «Fa’ la cosa giusta» è un’occasione per incontrare i propri produttori e conoscerne di nuovi. Tra questi, anche le organizzazioni di economia carceraria in cui lavorano detenuti che producono dolci, magliette e detergenti.

Un’ampia sezione è dedicata ai cammini ed al turismo responsabile, con la possibilità di conoscere diversi percorsi per viaggi a piedi o in bicicletta.

Oltre a nutrire il corpo con lo street food, in fiera anche la mente può essere alimentata, grazie ai banchetti di chi si occupa di informazione, oppure attraverso il denso programma culturale con 350 incontri.

Fiera «Fa’ la cosa giusta» 2026. Foto ©Claudia Mazza

I problemi del mondo attuale vengono affrontati per capirli meglio, ma anche per chiederci cosa possiamo fare noi a partire dalle nostre azioni quotidiane. Ricordo tra gli altri l’incontro «Restiamo umani» dedicato alla memoria di Vittorio «Vik» Arrigoni, a 15 anni dalla morte, con le testimonianze della madre Egidia Beretta e del professore di psicologia Guido Veronese, da poco rientrato da Gaza.

Tra gli incontri e i banchetti, trovo questa combinazione generativa tra il dire e il fare.
Come spiega Miriam Giovanzana, direttrice editoriale di «Fa’ la cosa giusta!»: «Raccontiamo come le scelte di ognuno, messe in relazione tra loro, acquistano un valore nuovo e trasformativo». È un modo per capire come collegare le nostre azioni ad una trasformazione complessiva in cui ognuno di noi ha un ruolo da giocare.

I numeri mostrano quanto questo modo di affrontare la vita sia popolare: le persone che hanno visitato la fiera sono state 65mila, tra cui 6mila studenti e 170 volontari, moltissimi bambini, ragazzi e giovani, 500 le realtà espositive.

Fiera «Fa’ la cosa giusta» 2026. Foto ©Alessia Gatta.

Alla domanda che ha dato il titolo a questa edizione «Di quante persone abbiamo bisogno per cambiare il mondo?», Giovanzana risponde così: «È davanti ai nostri occhi: di tutti noi c’è bisogno. La parte espositiva e i tanti incontri rendono evidente proprio questo: siamo parte di un’unica realtà di cui tutti siamo protagonisti».

Mi fa bene venire qui ogni anno, in questo enorme laboratorio di panificazione collettiva che sforna pagnotte calde per tutti, per il corpo e per la mente.

Andrea Saroldi




Fiere del cambiamento

Sono tante le persone, i gruppi e le realtà organizzate che si muovono per dare forza all’economia solidale. E sono molti gli appuntamenti in cui si raccontano e stringono legami per costruire una «storia comune». Sono fiere di scambio e cambiamento.

La nostra società sta affrontando sfide epocali, e la risorsa più preziosa per viverle nel modo migliore è lo spirito di collaborazione, che possiamo costruire a partire dalle cose concrete.

«Finché siamo in grado di mantenere dei legami e, soprattutto, una storia comune, abbiamo delle possibilità di attraversare le tempeste – scrivono Pablo Servigne e Gauthier Chapelle nel loro volume L’effondrement (et après) expliqué à nos enfants… et à nos parents del 2022 -. Ma se questa tela così fragile si sgretola, se le ragioni che ci tengono insieme svaniscono, allora la questione si complica velocemente. Il cedimento è prima di tutto quello della storia che ci fa vivere insieme. Il resto è secondario, sono questioni tecniche. […] In effetti, la cosa più pericolosa non è la mancanza di cibo, ma la presenza di esseri umani educati nella cultura dell’ognuno per sé, che si chiudono agli altri […]. Il mutuo aiuto è ancora più importante quando le cose si complicano, questo rende fondamentale imparare ad amare i propri vicini e a condividere».

Feste di economia solidale

Ci sono diversi modi per costruire questa storia comune e allenarci alla collaborazione, anche quando si parla di «consumi». Uno di questi si trova nella costruzione di relazioni di fiducia lungo le filiere produttive da cui riceviamo i prodotti e i servizi che utilizziamo.

Ma la fiducia si basa sulla conoscenza. Per questo è importante, ove possibile, incontrare i nostri produttori e fornitori, e conoscere l’ambiente da cui provengono. Si può andare direttamente a fare visita all’azienda. Oppure si può partecipare alle fiere e feste dell’economia solidale organizzate in vari luoghi e con diverse modalità lungo il corso dell’anno. Le fiere, in più, oltre a essere un’ottima occasione per incontrare produttori e fornitori, danno anche la possibilità di conoscere e approfondire molti argomenti, e le prospettive di cambiamento nei diversi ambiti.

Partecipare a queste fiere è un modo per costruire una collettività che sia agente del cambiamento e, allo stesso tempo, agganciata agli aspetti concreti della vita di tutti i giorni.

Sono fiere per scambiare e per cambiare.

Fare la cosa giusta

È proprio per raccontare una storia comune e diversa che nasce nel 2004 a Milano la fiera «Fa’ la cosa giusta!» (www.falacosagiusta.org), ideata e organizzata dalla casa editrice Terre di Mezzo, nata nel 1994 come giornale di strada venduto da migranti e scritto da giovani, che oggi pubblica 100 titoli all’anno.

Il giornalista e cofondatore di «Fa’ la cosa giusta!», Massimo Acanfora, ha curato per il ventennale della fiera l’opuscolo Dal dire al fare, il glossario di Fa’ la cosa giusta!, scaricabile gratuitamente dal sito della fiera. In esso scrive che la kermesse nasce come «un’epifania, una emersione dell’economia solidale. Questo mondo, ancora invisibile o quasi, aveva bisogno di una narrazione. Per gli organizzatori usare le parole giuste era fin d’allora una questione di chiarezza intellettuale, che arrivava dal loro retroterra di giornalisti innamorati dell’informazione indipendente. Proprio pesando le parole, nasce la “Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili”.

Per la prima volta in Italia, il commercio equo e solidale e la finanza etica, l’agricoltura biologica e il turismo responsabile, i gruppi d’acquisto solidale e le cooperative sociali, i gruppi e le associazioni che si occupano di mobilità sostenibile, energie alternative, partecipazione, pace e nonviolenza, incontrano il grande pubblico e soprattutto si incontrano tra loro, in una “piazza”, un’agorà dove confrontarsi, fare rete, depositare un nuovo humus culturale».

La fiera è pensata come una grande piazza, in cui è possibile incontrare moltissime persone e organizzazioni. Attraverso un intenso programma, «Fa’ la cosa giusta!» è un appuntamento importante per capire quali sono le idee in evoluzione per il bene collettivo e come si stanno sviluppando e praticando, fino ad arrivare ai prodotti e servizi di cui ci serviamo.

La fiera si tiene con cadenza annuale in un hub fieristico nella zona di Milano. La prossima edizione si terrà alla Fiera Milano Rho dal 13 al 15 marzo.

I contenuti sono organizzati in aree tematiche come «cura e benessere», «saperi e sapori», «viaggio e grandi cammini», «scuola, cultura e partecipazione». Per non restare sopraffatti dall’abbondanza, consigliamo di arrivare preparati, avendo un’idea di quali presentazioni interessano e quali produttori incontrare, pur restando aperti alle immancabili sorprese.

I dati riferiti all’edizione del 2025 parlano di 52.200 visitatori, 550 espositori, 400 relatori per 300 incontri e laboratori e 150 volontari.

La nuova edizione procederà sul cammino già tracciato, di collegare le scelte individuali con quelle collettive: «I desideri e le alleanze che vanno nella direzione di fare del bene al pianeta stanno aumentando – afferma Miriam Giovanzana, direttore editoriale di Terre di Mezzo -: noi vogliamo sostenere la speranza. L’affluenza di pubblico a Fa’ la cosa giusta! ci dice che siamo in grado di riconnettere le scelte personali con le scelte collettive, le scelte dei consumatori con quelle dei produttori. Ora si tratta di andare a fondo, di dirci la verità, gli uni con gli altri, e di provarci insieme».

Solidalmente

Oltre a Fa’ la cosa giusta! ci sono molte altre fiere e feste organizzate da diverse reti locali come occasioni di incontro e costruzione di una storia comune.

Ne esistono diverse (vedi box). Ciascuna con le sue caratteristiche, costituisce un’occasione importante per conoscere persone e idee, e per comprendere nel concreto cosa sia l’economia solidale e come partecipare al cambiamento.

A partire dal 2023, nella Fattoria di Vigheffio a Collecchio, alle porte di Parma, si tiene annualmente, a maggio, Solidalia (www.solidalia.org), la festa dell’economia solidale promossa dal Distretto di economia solidale (Des) di Parma con altri soggetti del territorio, insieme a numerosi volontari, Gas e produttori.

«Solidalia» è innanzitutto una grande festa, con molto spazio per gli incontri e il divertimento.

Sul prato del parco, in mezzo agli alberi, in due giorni fitti di seminari, laboratori, animazioni e spettacoli, troviamo banchetti di produttori e diverse organizzazioni.

L’edizione del 2025 è stata dedicata ai «coltivatori di pace», per ragionare su come possa funzionare nel concreto una economia di pace e, allo stesso tempo, per interrogarsi su come si possa intervenire nella situazione critica che stiamo vivendo.

Come ha affermato Francesca Marconi, presidente del Des Parma, alla conclusione dell’edizione 2025, «Solidalia in questi due giorni sembrava un mondo perfetto, ma sappiamo che eravamo dentro una bolla, mentre il mondo fuori sta vivendo la deriva della violenza e della preparazione alla guerra. Se vogliamo essere coltivatori di pace dobbiamo farci sentire, dire che non ci stiamo, e promuovere questo nostro modello, insieme alle altre realtà che vogliono la pace attraverso l’impegno al dialogo, alla comprensione e alla convivenza pacifica, e non attraverso il riarmo».

L’appuntamento per la sesta edizione di «Solidalia» è fissato al 23 e 24 maggio 2026.

È tutta un’altra cosa

Mentre le reti locali facilitano le relazioni lungo le filiere corte, il commercio equo e solidale si occupa di organizzare rapporti di collaborazione con i produttori di paesi lontani, importando direttamente i prodotti che vengono poi distribuiti dalla rete delle Botteghe del mondo.

L’associazione Botteghe del mondo, che coinvolge 150 negozi, organizza tutti gli anni a Padova, a ottobre, in un fine settimana dal venerdì alla domenica, la fiera «Tuttaunaltracosa» (www.tuttaunaltracosa.it) per raccontare queste e altre storie e incontrare i progetti.

«Tuttaunaltracosa» è la fiera del commercio equo e solidale: anche in questo caso, il mercato diventa incontro con persone, percorsi e progetti che costruiscono un modello alternativo, una speranza che è già dentro al cambiamento.

Come si può vedere, le fiere che raccontano un altro mondo in costruzione sono molte, e in queste pagine non ci stanno tutte. Fa bene visitarle: quando si cammina tra gli stand e si guardano i visitatori interessati, si sente che c’è qualcosa che unisce, che forse si fa fatica a esprimere, ma che è una risorsa su cui contare.

Le fiere di queso tipo sono occasioni importanti per allacciare e rinforzare le connessioni che ci servono a spingere la nostra società verso un futuro migliore, per tutti.

Andrea Saroldi

Altre Fiere del cambiamento

  • L’isola che c’è: organizzata dalla omonima rete della provincia di Como, si tiene a settembre al parco comunale di Villa Guardia. www.fieralisolachece.org
  • Alla fiera del Des: in una domenica di giugno nei giardini estensi di Varese, organizzata dal Distretto di economia solidale di Varese. www.des.varese.it/fiera
  • Prendiamoci cura: organizzata a Rho (Mi) una domenica a fine settembre dalla rete dei Gas del territorio. www.prendiamocicura.it
  • Macrolibrarsi fest: alla fiera di Cesena in un fine settimana di settembre. www.macrolibrarsifest.it