Cina. La ciotola di ferro


L’economia di Pechino cresce meno rispetto al passato e la disoccupazione giovanile è alta. Anche per questo si sono diffusi termini come «tangping» (stare sdraiati), «neijuan» (involuzione), «bailan» (lasciare marcire), indicatori di un malessere preoccupante, soprattutto tra i più giovani.

«Posso semplicemente dormire nella mia botte godendomi un bagno di sole come Diogene, o vivere in una grotta come Eraclito e pensare al “logos”. Poiché su questa terra non è mai esistita davvero una scuola di pensiero che esalti la soggettività umana, posso crearla io stesso. Stare sdraiati (tangping) è il mio movimento filosofico: solo stando sdraiato l’uomo può diventare misura di tutte le cose».

Nell’aprile 2021, sul forum Baidu Tieba, un giovane cinese di nome Luo Huazhong spiegava il motivo che lo aveva portato a scegliere uno stile di vita sobrio e minimalista.

Annoiato dalla routine, nel 2016 il ventiseienne aveva lasciato un lavoro in fabbrica poco gratificante. Inforcata la sua bici, aveva poi pedalato per 2.100 chilometri dalla provincia del Sichuan al Tibet tra vallate sconfinate e paesaggi mozzafiato. Tornato nella sua città natale, nella Cina orientale, all’epoca del suo post, trascorreva il tempo leggendo libri di filosofia e tirava a campare con lavoretti da 60 dollari al mese. Certo, ormai poteva permettersi solo due pasti al giorno, ma – come recitava il post – meglio stare sdraiati ad assaporare i piccoli piaceri della quotidianità piuttosto che trascorrere le proprie giornate sulla catena di montaggio.

Cinesi e «sdraiati»

Luo non è l’unico a pensarla così. Nel 2021, la parola tangping è stata annoverata tra i dieci meme più popolari dell’anno dal «Centro nazionale di monitoraggio e ricerca delle risorse linguistiche», agenzia affiliata al ministero dell’Istruzione cinese. Secondo un sondaggio condotto nel 2022 dalla società di ricerca Tsingyan Group, circa il 96% di seimila rispondenti ha affermato di conoscere persone «sdraiate», con una concentrazione maggiore tra la popolazione di età compresa tra i 26 e i 40 anni.

La viralità del tangping non è, però, solo un fenomeno di costume, una moda del momento. È il sintomo di un malessere più ampio: come altrove, anche in Cina, le aspettative personali cambiano di generazione in generazione. Ma nella Repubblica popolare, più che altrove, l’insolita «apatia giovanile» rispecchia la mancanza di prospettive professionali.

D’altronde gli «sdraiati» sono in buona compagnia. Negli ultimi anni la blogosfera cinese ha generato espressioni simili a tangping: neijuan (involuzione) e bailan (lasciare marcire) sono termini che – sebbene con gradi diversi – esprimono ugualmente il profondo pessimismo dei più giovani verso il futuro. La crescita cinese rallenta e i millennials (si intende la generazione nata negli anni ‘80 e prima metà ‘90, ndr), cresciuti nell’era della prosperità, sperimentano le prime difficoltà economiche.

Grafico con i dati sul tasso di disoccupazione in Cina. Immagine Statista.com.

Stipendi da 256 euro

Stando alla Banca mondiale, nel 2022 il reddito pro capite cinese si aggirava sui 13mila dollari rispetto ai mille scarsi del 2000. Ma ora «l’ascensore» sembra essersi un po’ fermato.

Dall’inizio del Covid, per molte categorie professionali gli stipendi sono rimasti invariati o sono persino diminuiti. Secondo uno studio della Beijing Normal University, circa 964 milioni di persone in Cina guadagnano ancora meno di 2.000 yuan al mese (256 euro). Nel migliore dei casi si tratta di una fase di assestamento. Nel peggiore degli scenari, sono già i primordi della famigerata «trappola del reddito medio»: se così fosse, esaurita la scintilla del progresso, il gigante asiatico sarebbe condannato a restare bloccato in una fase di stagnazione. D’altronde, la mobilità sociale è in evidente fase di stallo.

Settori che hanno trainato la locomotiva cinese nei primi anni Duemila sono entrati in crisi: l’immobiliare – bene rifugio per molte famiglie cinesi – risulta distorto da decenni di bolla speculativa. L’economia digitale – miniera d’oro di Alibaba, Tencent & Co. – sconta ancora il colpo di coda della pandemia. Complice la stretta normativa avviata dal Governo tre anni fa per disciplinare le big tech: come in Occidente, anche in Cina sono fioccate accuse di pratiche anticompetitive, ma anche di sfruttamento. Non è un caso che i vari meme tangping, neijuan e bailan, abbiano attecchito soprattutto tra gli impiegati nell’Information technology (It), mediamente ben pagati, certo, ma sottoposti a turni di lavoro mortali (nel vero senso della parola).

Per ammortizzare il calo dei ricavi, nel 2022, Alibaba ha ridotto la propria forza lavoro di 19.576 unità, per poi effettuare un ulteriore taglio di 11.065 posti, arrivando a circa 230mila dipendenti (luglio 2023). «Ottimizzazioni» simili sono state annunciate da Tencent e dagli altri principali competitor nazionali per un totale di 216.800 posizioni chiuse tra luglio 2021 e marzo 2022. Strage anche nel comparto del tutoring online, sottoposto a un’analoga campagna di rettificazione. Mentre il Governo cinese puntava ad alleggerire la spesa delle famiglie e il carico degli studenti, l’unico risultato concreto della ferrea regolamentazione è riscontrabile nella perdita di almeno un milione di posti di lavoro. L’impatto in termini occupazionali è molto più devastante considerata la popolarità del settore tra i giovani alle prime esperienze professionali. Un bel problema per i neolaureati che, secondo stime del ministero dell’Istruzione, il prossimo anno raggiungeranno quota 11,79 milioni, 210mila in più rispetto al 2023. Quel che è peggio i numeri vanno proiettati nel calo generalizzato del settore dei servizi, e in particolare del comparto privato; proprio quello che assorbe ben l’80% dell’occupazione urbana, ma lo scorso anno quello stesso comparto privato ha rappresentato solo il 40% delle 100 maggiori società quotate del paese, il valore più basso dal 2019.

Panorama di Shenzhen. Foto Darmau – Unsplash.

Voglia di pubblico

Al tentativo di rafforzare il controllo statale sull’economia, i giovani hanno risposto come prevedibile. Ovvero facendo a gomitate per aggiudicarsi la cosiddetta «ciotola di ferro»: lavori nel settore pubblico retribuiti così così, ma stabili e con numerosi benefit. A novembre, 2,25 milioni di persone hanno sostenuto l’esame nazionale per diventare dipendenti pubblici a fronte di soli 39.600 posti vacanti. Altri, al contrario, valutando la precarietà del momento, hanno optato per soluzioni di transizione. Nel 2021 erano circa 200 milioni i «lavoratori flessibili», inclusi 4 milioni di rider e oltre 1,6 milioni di live streamer (coloro che trasmettono in diretta via web). Un trend, quello della gig economy, rimasto costante anche una volta rimosse le misure anti Covid. Secondo un rapporto pubblicato dalla principale piattaforma di reclutamento Zhilian Zhaopin e dall’Università di Jinan, nel primo trimestre del 2023 la domanda per lavoretti temporanei è continuata ad aumentare nonostante il graduale calo dell’offerta.

Chiariamo: seppure con il freno a mano tirato, l’economia cinese continua a generare milioni di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione complessivo è rimasto stabile, poco sopra il 5%. Ma, si sa, i numeri ufficiali vanno presi con le molle. Non solo perché tengono conto esclusivamente della popolazione urbana, laddove il 40% dei cinesi vive ancora in campagna. Dopo aver segnalato a giugno un tasso di disoccupazione giovanile del 21,3%, il livello più alto mai registrato, l’Ufficio nazionale di statistica ha sospeso «momentaneamente» la pubblicazione dei dati. E quando, a gennaio, l’ha ripresa, l’indice era sceso al 15%, secondo un nuovo sistema di valutazione.

Percorrere altre strade

In assenza di stime attendibili, sono proprio le testimonianze sporadiche dei giovani internauti la risorsa più utile per ricostruire la situazione lavorativa nel Paese. Oltre agli «sdraiati», gli ultimi anni di incertezze hanno favorito la diffusione di abitudini di vita parimenti «anticonformiste»: è questo il caso della popolarità riscossa dai luoghi sacri. Stando ai dati diffusi dalla piattaforma turistica Qunar, le visite ai templi sono aumentate del 367% nel primo trimestre del 2023. Una conversione mistica in buona parte associata ai millennials, tanto che circa la metà dei visitatori risultava nata dopo il 1990.

«Qui mi sento rilassato e a mio agio», spiega al Lianhe Zaobao un trentenne entrato come volontario in un tempio di Shenzhen per sperimentare una «vita diversa». Anziché pregare per trovare un buon lavoro, qualcuno ha tentato la fortuna. Tra gennaio e ottobre 2023, i biglietti della lotteria sono andati a ruba, con vendite in aumento del 53% rispetto all’anno precedente.

© Chi Lok Trang – Unsplash

Migrazione verso gli Usa

Optando per un’esistenza più rilassante in tipico spirito tangping, sono sempre di più i giovani cinesi che si trasferiscono nelle località più selvagge e amene del Paese; chi in smart working chi in cerca di forme più hipster di sostentamento. Qualcun altro ha, invece, deciso di rifarsi una vita all’estero. Anche a costo di finire nelle grane.

Secondo dati del Dipartimento per la Sicurezza nazionale americana, il numero di persone con passaporto cinese ad aver attraversato il confine degli Stati Uniti senza documenti validi è più che raddoppiato negli ultimi anni. Quasi 60mila immigrati cinesi sono stati arrestati per aver attraversato illegalmente il confine negli ultimi 14 mesi. In confronto ammontano solo a 24.603 i visti rilasciati regolarmente. Ma non serve andare tanto lontani per trovare una stabilità economica. A marzo 2023, in Cina, risultavano esserci 16 milioni di «figli a tempo pieno»: adulti (perlopiù disoccupati) disposti a vivere a casa assistendo i propri genitori in cambio di una retribuzione mensile.

Occupazioni digitali

Consapevoli del problema, le autorità stanno cercando di correre ai ripari. Nuove linee guida dovrebbero regolamentare meglio la gig economy. Nel 2022, la Cina ha aggiunto 158 nuove occupazioni al suo elenco dei lavori ufficialmente riconosciuti: 97 riguardano l’economia digitale, dal marketing online all’intelligenza artificiale.

Se tutto andrà come da programma, entro il 2030 saliranno a 449 milioni i posti sostenuti dalla digitalizzazione. Nel frattempo, Pechino si affida a misure estemporanee.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero delle Finanze, nel 2023 il governo centrale ha destinato 66,76 miliardi di yuan (9,17 miliardi di dollari) alle indennità di disoccupazione, un aumento annuo dell’8%. In alcune province, come lo Anhui, le imprese statali sono tenute non solo a reclutare neolaureati, ma anche a farlo rispettando quote prefissate.

Legittimità e benessere

Tanta premura è comprensibile: preservare la salute del mercato del lavoro è una questione in parte economica, in gran parte di stabilità sociale. Lo è soprattutto in Cina dove, in mancanza di elezioni popolari, il partito comunista fonda la propria legittimità politica sulla capacità di assicurare benessere economico. Dal movimento del 5 maggio 1919 alle proteste di piazza Tian’anmen, nel corso della storia cinese sono sempre stati i giovani a guidare le grandi mobilitazioni di piazza.

È proprio guardando al passato che, negli ultimi anni, la leadership cinese ha lanciato programmi di formazione di ispirazione maoista. Controllare la qualità delle coltivazioni, dipingere muri e ravvivare la lealtà politica dei contadini: sono alcune delle mansioni svolte dai giovani disposti a lavorare nelle campagne come ai tempi della Rivoluzione culturale. Oggi, tuttavia, non si vuole solo indottrinare le nuove generazioni. Domare la disoccupazione urbana è un’altra condizione imprescindibile per «costruire un paese socialista moderno», come vuole Xi. Questo aveva quasi certamente in mente il presidente quando ha ordinato di «guidare sistematicamente i laureati nelle zone rurali».

Propagandare l’ottimismo

Può sembrare una decisione disperata. Se così è, però, Pechino non lo dà a vedere. Alla parola disoccupazione la dirigenza comunista preferisce l’eufemismo «occupazione lenta»: secondo la vulgata ufficiale, il problema non sta nella mancanza di lavoro, ma nei giovani che, finiti gli studi, prendono tempo per pianificare il proprio futuro. L’importante è crederci, come si suol dire. D’altronde, la comunicazione o – meglio – la propaganda è tutto per il regime comunista che, dai tempi di Mao, legittima i propri (in)successi con la mobilitazione di massa.

Così, se la parola del 2021 era tangping, secondo i media governativi lo scorso anno è stata zhen, «rivitalizzazione». Uno sfoggio di ottimismo per incoraggiare i cittadini a sostenere il paese (e la sua leadership) davanti alle avversità economiche. Peccato che gli «sdraiati» di alzarsi non sembrano averne alcuna voglia.

Alessandra Colarizi

 




Cina. La crisi dell’immobiliare

Il 29 gennaio un tribunale di Hong Kong ha disposto l’ordine di liquidazione di Evergrande, il colosso immobiliare cinese schiacciato sotto il peso di oltre 300 miliardi di dollari di debiti.

Le lunghe trattative con i principali creditori si sono concluse con un nulla di fatto: era dal dicembre 2021, ovvero da quando l’azienda è andata in default su 82,5 milioni di dollari di obbligazioni, che i colloqui procedevano al fine di definire una ristrutturazione del debito offshore accettabile per tutte le parti. Ora le cose per il gruppo cinese si complicano. Il suo esuberante fondatore, Xu Jiayin – un tempo uomo più ricco d’Asia – da settembre pare si trovi ai domiciliari per «attività illegali» e non è escluso che in futuro il caso acquisirà risvolti non solo strettamente economici. D’altronde negli ultimi anni il conglomerato ha espanso le sue attività ben oltre il comparto immobiliare con acquisizioni nel mondo del calcio, dell’automotive, del turismo, e persino dell’intrattenimento. Nel 2022 due dirigenti sono stati rimossi dai loro incarichi con l’accusa di uso improprio di fondi, stanziati originariamente per i progetti immobiliari e finiti altrove.

L’inizio della crisi immobiliare ha una data: agosto 2020. Ovvero il mese e l’anno in cui il rallentamento del mercato interno, colpito dalla pandemia, spinge il governo cinese a introdurre alcune restrizioni sull’emissione di prestiti bancari per contenere la leva finanziaria nel settore. Questo rende improvvisamente difficile ripagare i debiti, non solo per Evergrande. Ma anche per tutti quegli sviluppatori che, come il colosso di Guangzhou (Canton), hanno prosperato per decenni incassando introiti dalla vendita di abitazioni non ancora costruite. E che adesso, forse, non lo saranno mai.

Nell’immediato la sfida per Pechino sta proprio nel trovare un modo per gestire il patrimonio del promotore immobiliare: oltre 1.740 miliardi di yuan di asset, la maggior parte dei quali concentrati nella Cina continentale, che ha un sistema giuridico diverso da quello di derivazione anglosassone in vigore a Hong Kong. Le implicazioni però sono ad ampio raggio. Non solo perché la gestione di Evergrande funge da esempio per tutte le altre aziende in difficoltà. Tanto per citarne una: Country Garden che ha passività per circa 190 miliardi di dollari e più di 3.000 progetti in fase di sviluppo.

La procedura di liquidazione avviata a Hong Kong rappresenta più in generale un banco di prova per la Cina, che solo pochi giorni fa ha annunciato un crollo degli investimenti diretti esteri ai minimi dal 1993. Da come verrà gestito il caso dipende anche l’affidabilità del mercato cinese, già compromesso dal rallentamento dell’economia, dalla crescente enfasi attribuita da Pechino alla sicurezza nazionale, nonché dalle frizioni geopolitiche con l’Occidente.

Sotto esame anche l’ex colonia britannica (Hong Kong), che nell’ultimo decennio ha visto diminuire l’autonomia concessa da Pechino sotto il motto «un paese, due sistemi». Una situazione costata già una diminuzione delle aziende straniere presenti a Hong Kong. Non serve molta immaginazione per intuire che effetto avrebbe nei circoli del business il mancato rispetto dell’ordine di liquidazione. Eppure, stando ai precedenti (per esempio il default di Kaisa), difficilmente la leadership cinese accetterà di dare priorità ai creditori offshore. Almeno non prima di aver risolto la questione abitativa sulla terraferma: sono circa un milione e mezzo gli appartamenti venduti ma ancora incompiuti. Quindi almeno altrettante le persone in attesa di ricevere la propria casa. Senza contare gli stipendi che Evergrande deve ancora versare ai propri dipendenti. Si sommano i conti da saldare ai fornitori. Questioni spinose che in passato hanno già alimentato accese proteste in diverse città. Esattamente quanto Pechino, ossessionato dalla stabilità sociale, vuole evitare. Secondo i dati dell’Ong China labour bulletin, le proteste per i salari non pagati nel periodo precedente al capodanno lunare (10 febbraio) sono raddoppiate rispetto allo scorso anno. Molte hanno coinvolto lavoratori edili, una categoria che in Cina conta circa 52 milioni di persone.

Oggi oltre il 90% delle famiglie cinesi ha almeno una casa di proprietà. Considerato bene rifugio, circa tre quarti del patrimonio familiare in Cina risiede proprio nel mattone. Ma la crescita esplosiva dell’immobiliare ha anche innescato una bolla speculativa ormai difficile da domare. Basti pensare che, secondo diverse stime, oggi in Cina ci sono sufficienti appartamenti per ospitare tre miliardi di persone a fronte di una popolazione di 1,4 miliardi. Con il calo delle nascite la situazione è destinata a peggiorare. L’effetto delle giacenze è visibile nelle preoccupanti oscillazioni dei prezzi delle case che, se da una parte restano inavvicinabili per molti giovani cinesi, dall’altra tendono a perdere facilmente valore. Con buona pace di chi ci ha investito i propri risparmi.

Lo ha detto più volte il presidente Xi Jinping: «Le case sono fatte per abitarci, non per speculare». Dopo quattro anni di pandemia da Covid-19, la leadership cinese percepisce che l’immobiliare rischia di esacerbare ulteriormente le disuguaglianze sociali. Quindi di ostacolare gli obiettivi di lungo periodo prefissati da Xi, che entro il 2035 aspira a raddoppiare il Pil pro capite rispetto ai valori del 2019. L’economia intreccia la politica creando un mix letale per legittimità del Partito-Stato.

Al contempo si temono ripercussioni più ampie non solo per i comparti più esposti al surriscaldamento del mattone, dal settore bancario a quello della gestione patrimoniale. Se il controllo statale sugli istituti di credito fa escludere l’eventualità di una crisi Lehman Brothers «con caratteristiche cinesi», allo stesso tempo la crisi innescata dal tracollo di Evergrande è per certi versi più destabilizzante: a venire messo in discussione è infatti un po’ tutto il paradigma di sviluppo cinese. Trainato fin dagli anni ‘90 da un’urbanizzazione dirompente, quel modello economico è costato alle amministrazioni locali livelli di indebitamento elevatissimi, domati grazie agli introiti dalla vendita dei terreni statali ai promotori immobiliari. Ma ora che i colossi del mattone stringono la cinghia a risentirne sarà, di riflesso, anche il bilancio dei governi provinciali, distrettuali e municipali. Senza misure efficaci, secondo le stime della Banca Mondiale, da qui al 2025 la crescita cinese rallenterà dal 5 al 4,3% proprio a causa dell’instabilità dell’immobiliare.

Da tempo la leadership comunista cerca di ridurre la dipendenza dell’economia dagli investimenti infrastrutturali. Obiettivo diventato necessario da quando tre anni di rigidissime misure contro il Covid-19 hanno prosciugato le casse statali. La soluzione, auspicata da Pechino, prevede un maggiore coinvolgimento dei consumi interni, ancora fermi al 53% del Pil rispetto a una media mondiale del 72%. Più facile a dirsi che a farsi. Nonostante la ripresa del turismo, durante il capodanno lunare la spesa media pro capite ha registrato un calo del 9,5% rispetto al livello pre pandemia. Comprensibile: chi aprirebbe con leggerezza il portafoglio dopo aver investito i propri risparmi in una casa che forse non vedrà mai?

Alessandra Colarizi




Cina. Stretta sui social network

Il 31 ottobre scorso, diverse piattaforme social cinesi hanno annunciato nuove regole che impongono agli utenti più popolari di rendere pubblici i loro veri nomi. Le nuove disposizioni sono state per ora applicate su Weibo solo agli utenti con oltre un milione di follower, mentre su WeChat, Kuaishou e Douyin, basta averne 500mila. I netizen (persona che partecipa attivamente su internet, ndr) interessati dalle misure – spiegano i gestori delle piattaforme – sono principalmente quelli legati all’attualità, alle notizie militari, alla finanza, al diritto e all’assistenza sanitaria. Chi condivide dettagli della propria vita personale potrà ancora avvalersi di nickname, sebbene ormai da diversi anni chiunque voglia aprire un account social sia già tenuto a registrarsi con il proprio nome legale. Ufficialmente il provvedimento verrà applicato dagli internauti «su base volontaria». Ma, secondo i comunicati emessi dalle piattaforme, la mancata autenticazione da parte dei soggetti interessati potrebbe incidere sul numero dei nuovi follower nonché sulle entrate accumulate con le attività online fino al completamento del processo richiesto.

Prevedibile la reazione degli utenti: c’è chi ha manualmente rimosso migliaia di seguaci per scendere sotto la soglia «rossa», chi invece, per non rischiare, si è completamente tolto dai social. Molti hanno criticato pubblicamente la nuova politica, avanzando preoccupazioni relative alla privacy, soprattutto a fronte del rapido aumento di casi di cyberbullismo. Tra le voci contrarie figurano anche personalità di un certo spessore. Per Lao Dongyan, docente di diritto presso la prestigiosa Università di Tsinghua, le nuove regole agevoleranno l’appropriazione illecita di informazioni riservate. L’esperto ha anche dichiarato che le disposizioni scoraggeranno le persone dall’esprimere opinioni personali contrarie alla linea ufficiale. Con il crescente controllo delle autorità sul web, l’autocensura è diventata un fenomeno piuttosto diffuso negli ultimi anni. Ma ora, dopo la stretta sui nomi, non è più solo il giudizio di Pechino a spaventare. È anche la gogna pubblica a intimorire le voci fuori dal coro.

Questo spiega perché persino tra i profili filo governativi le regole sui nomi siano state accolte con apprensione. Chi è già bersaglio di minacce, ha espresso preoccupazione per la propria incolumità e quella della propria famiglia. Per Diba Guanwei (帝吧官微) – gruppo che nel 2019 ha appoggiato la repressione di Hong Kong – con la fine dell’anonimato comincia «l’era del cyberbullismo». «Sono sempre le persone rispettose della legge a rimetterci», recitava un post comparso sull’account e poi cancellato. Ma, secondo Eric Liu, ex censore oggi editor del sito China digital Times, le ultime misure interesseranno soprattutto chi ha conoscenze specialistiche su argomenti, come la scienza e la medicina: pubblicare informazioni contraddittorie rispetto alle narrazioni ufficiali (pensiamo all’origine del Covid-19) potrebbe comportare conseguenze professionali nella vita reale.

Si sa, internet è una giungla: se grazie ai social è diventato più facile informare, ugualmente lo è anche disinformare. Una distinzione che nella Repubblica popolare si colora di connotazioni politiche. A luglio, la Cyber administration of China, il massimo regolatore di internet in Cina, ha emanato direttive ad hoc per regolamentare i cosiddetti «self media»; ovvero quegli influencer e commentatori indipendenti che spesso sfidano la narrazione governativa. Le disposizioni richiedono alle piattaforme di prevenire la propagazione di fake news (e punire gli eventuali trasgressori), verificando rigorosamente le qualifiche professionali degli utenti specializzati in finanza, istruzione, sanità e diritto. Fra marzo e maggio, oltre 927.600 account social sono stati sanzionati, di cui più di 66.000 sottoposti a chiusura permanente per violazioni che spaziano dalla diffusione di informazioni false all’imitazione di profili governativi ufficiali. Rincarando la dose, solo alcuni giorni fa le autorità hanno dichiarato guerra ai video brevi che diffondono «valori sbagliati» o contenuti «fuorvianti» e «pessimistici». «Parlare di declino della Cina serve essenzialmente a creare una “trappola narrativa” o una “distorsione cognitiva”», diceva venerdì scorso il ministero della Sicurezza dello Stato, pochi giorni dopo il taglio dell’outlook cinese da parte dell’agenzia di rating americana Moody’s. Se un tempo bastava astenersi dal parlare di politica, oggi lo spettro dei temi sensibili a rischio censura comprende persino il rallentamento dell’economia cinese.

Il perché è deducibile dall’importanza attribuita al concetto di “guerra cognitiva”. Un termine utilizzato ormai con una certa frequenza dall’intelligence cinese nonché dall’esercito popolare di liberazione (Pla, in ingelse). A febbraio – dopo l’abbattimento del pallone spia cinese negli Stati Uniti – il quotidiano militare Pla daily ha delineato quattro strategie tese a sfruttare i social media come armi di «disturbo dell’informazione». Il messaggio è chiaro: manipolare l’opinione pubblica può rivelarsi una tattica decisiva durante un conflitto. Per Pechino è quindi imperativo non solo imparare come attaccare a colpi di social, ma anche come difendersi.

Alessandra Colarizi




Cina. Sempre meno fiori d’arancio

 

Il Covid-19, l’invecchiamento della popolazione e il cambio di mentalità tra i giovani. Secondo gli esperti, sono questi i principali fattori che incidono sul continuo calo dei matrimoni in Cina. Stando al China statistical yearbook 2023, pubblicato a novembre dall’Ufficio nazionale di statistica, lo scorso anno solo 10,51 milioni di persone hanno registrato il loro primo matrimonio, 1,06 milioni in meno rispetto al 2021, pari a un calo annuo del 9,16%. È la prima volta che il numero delle persone alla prima esperienza coniugale è sceso sotto gli 11 milioni. Si tratta di un tonfo di ben il 55,9% rispetto al picco massimo del 2013, quando i novelli sposi furono 23,85 milioni.

Complessivamente, 6,83 milioni di coppie si sono sposate nel 2022, un calo del 10,6% rispetto al 2021. Per gli esperti, tuttavia, i dati relativi ai primi matrimoni sono particolarmente importanti in quanto più direttamente collegati al numero delle nascite. Stando alla Commissione sanitaria nazionale, nel 2022 i nuovi nati sono stati appena 9,56 milioni, il livello più basso da quando le autorità hanno cominciato a tenere il conto nel 1949.

Analizzare le cause della diminuzione dei primi matrimoni – ormai al nono anno consecutivo – può quindi servire a definire meglio le politiche demografiche. Innanzitutto, va notata una componente biologica: la popolazione cinese è invecchiata. L’età media dei cinesi continua a salire e così sono sempre meno le persone in età da matrimonio.

Secondo le statistiche ufficiali, nel 2020 i cinesi al primo matrimonio avevano mediamente 28,6 anni, 3,8 anni in più rispetto ai 24,8 anni del 2010. Cambiano, inoltre, le priorità di vita: molti giovani non considerano più il matrimonio e la gravidanza come «un dovere». La pressione sociale – sebbene avvertita ancora nella Cina rurale – in contesti urbanizzati è inferiore rispetto al passato. Sono sempre di più i single e sempre meno i cinesi a ritenere disdicevole restare tali. Senza contare che sposarsi è diventato generalmente molto dispendioso, mentre negli ultimi anni gli stipendi per molte categorie professionali sono rimasti invariati o sono persino diminuiti.

È una tendenza ormai consolidata. Il triennio pandemico, tuttavia, ha avviato dinamiche inusuali, aprendo spiragli per un possibile miglioramento nel 2023. Complice la tardiva rimozione delle restrizioni anti Covid.

Rimasti in vigore fino al dicembre scorso, i frequenti lockdown hanno indotto molti cinesi a rimandare le nozze di un anno. Che sia così lo confermano le ultime statistiche del ministero degli Affari civili, secondo le quali nei primi nove mesi del 2023, sono stati registrati 5,69 milioni di matrimoni, pari a un aumento annuo di 245mila. Per Peng Peng, presidente della Guangdong society of reform, anche in Cina come altrove la pandemia ha inasprito le disuguaglianze sociali, gettando diversi segmenti della popolazione in una condizione di precarietà. In questo contesto, la vita coniugale può risultare conveniente perché permette alle coppie di mettere in comune le risorse, condividere i costi della quotidianità e ridurre i rischi finanziari.

Se il trend dovesse essere confermato, le coppie a dire di sì alla fine dei dodici mesi del 2023 potrebbero superare il traguardo dei 7 milioni per la prima volta dal 2021. Come diretta conseguenza, i demografi si attendono un breve rimbalzo delle nuove nascite, che dovrebbero tornare ad aumentare nel 2024 per la prima volta in sette anni. Sarà però un’inversione temporanea, a meno che non «vengano attuate politiche di sostegno più vigorose», ha spiegato alla stampa statale il demografo He Yafu. Dai vari sondaggi è emerso che sono gli alti costi dell’istruzione e dell’assistenza all’infanzia – oltre ai redditi troppo bassi e le disparità di genere sul lavoro – a scoraggiare i millennials a fare figli.

In risposta al problema della denatalità nell’ultimo anno diverse province e città hanno introdotto politiche ad hoc, da un’estensione del congedo parentale a veri e propri sussidi monetari. Ma il risultato è stato per ora deludente. Un po’ perché le misure non sono sufficienti, un po’ perché il numero di donne in età fertile continua a scendere.

Intervenendo a una conferenza sul tema, a ottobre Ma Liang, docente di public management della Renmin University, ha suggerito che ci sia anche una componente politica. Dopo i tre anni di ferree misure anti Covid, la popolazione più giovane non ha più fiducia nella leadership cinese. Cresciuta nell’era della prosperità, si trova per la prima volta ad affrontare le incertezze di un’economia che cresce a ritmi più contenuti e di un mercato immobiliare perennemente sull’orlo del collasso. Senza grandi prospettive per il futuro, mettere su famiglia, per le nuove generazioni, non sembra più una priorità.

Alessandra Colarizi