Meno prestiti, più affari

L’interesse cinese  per il continente africano è sempre elevato. Sono cambiati, però, nel tempo, gli approcci. Diminuiscono i prestiti e aumentano gli investimenti. Sono privilegiati alcuni Paesi e settori. Al centro dell’attenzione i minerali strategici e l’energia.

Calano i prestiti ma non l’interesse della Cina per l’Africa. Pechino sta riducendo drasticamente il volume del credito concesso ai governi africani, passando all’incasso degli interessi sugli accordi siglati nei primi due decenni del millennio. Il rallentamento dei finanziamenti non indica però un disimpegno della Repubblica popolare dall’Africa. Tutt’altro. Semplicemente i capitali arrivano sotto nuove forme più sicure per la Cina e meno dispendiose.

Il trend non è del tutto nuovo. A partire dai primi anni Duemila, la Repubblica popolare ha cominciato a mettere gli occhi sul continente, ritenuto più accessibile rispetto ai mercati occidentali blindati da regolamentazioni stringenti. Nel «laboratorio africano» le aziende cinesi hanno avuto modo di impratichirsi con i primi investimenti esteri. Allora, il rapporto con il continente si preannunciava «win-win» (ovvero vincente-vincente, ndr): la Cina – ancora locomotiva dell’export globale – aveva ampia liquidità da investire ma necessità di risorse energetiche per sostenere la propria crescita economica. L’Africa, dal canto suo, era ricca di materie prime, ma affetta da un grave deficit infrastrutturale e industriale. L’incastro ha funzionato per quasi vent’anni. Primo partner commerciale del continente, la Cina ha costruito ferrovie e autostrade, porti, stadi e scuole. L’arrivo di capitali cinesi ha creato oltre 4,5 milioni di posti di lavoro per la popolazione locale. Complice la Belt and road initiative (Bri), la strategia geoeconomica lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013 per connettere l’Asia con l’Europa, l’Africa e l’America, arrivando a lambire le regioni polari.

Cambio di marcia

Nell’ultima decade, però, l’euforia è gradualmente scemata: l’economia cinese ha cominciato a rallentare e il debito dei Paesi africani a salire. Dal 2016 Pechino ha ridotto drasticamente la liquidità destinata alle grandi opere infrastrutturali. È iniziata l’epoca dei progetti «piccoli e belli», ovvero meno costosi e più sostenibili, sia da un punto di vista finanziario che ambientale.

Secondo dati del Global development policy center della Boston University, i prestiti concessi all’Africa nel 2024 sono quasi dimezzati rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 2,1 miliardi di dollari, il primo calo annuale dal Covid-19.

Per avere un’idea dell’impatto, basti considerare che l’importo erogato tra il 2012 e il 2018 si era sempre mantenuto superiore ai 10 miliardi di dollari all’anno. Ora invece, come conferma un rapporto indipendente di One data, molti Paesi a basso e medio reddito, in particolare in Africa, stanno trasferendo alla Cina più fondi per il pagamento del debito di quanti ne ricevano in nuovi finanziamenti.

Chinese New Year celebrated in Cape Town in a boost to people-to-people exchanges (Xinhua/Wang Lei) (Photo by WANG LEI / Xinhua via AFP)

La valuta è importante

Non è questione solo di numeri. Variano anche le modalità dei prestiti. Il crollo, infatti, interessa i «mega progetti in dollari», che hanno caratterizzato la prima fase della Bri, mentre sono aumentati i finanziamenti di cifre più contenute e denominati in yuan (la moneta cinese). Tanto che, nel 2024, tutto il credito iniettato dalla Repubblica popolare nelle opere infrastrutturali del Kenya risultava in valuta cinese.

Si tratta di un trend che rispecchia la necessità cinese di contenere i rischi. Obiettivo perseguito anche attraverso il coinvolgimento delle banche regionali africane, diventate il canale privilegiato dei prestiti cinesi. Un trend che, al contempo, rivela gli sforzi profusi da Pechino per promuovere la propria moneta negli scambi internazionali.

Lo scorso ottobre, Nairobi ha convertito in yuan prestiti per un valore di 3,5 miliardi di dollari, con un risparmio sul cambio stimato di oltre un terzo rispetto all’importo iniziale in dollari.

Un primo successo occhieggiato con interesse anche da Etiopia e Zambia, tra i partner africani
più indebitati nei confronti della Cina.

Pochi ma buoni

Il nuovo corso dell’attivismo cinese in Africa è, inoltre, caratterizzato dall’enorme concentrazione dell’impegno economico in pochi Paesi: nel 2024 soltanto cinque degli oltre cinquanta Stati africani hanno ottenuto nuovi prestiti. Al primo posto figura l’Angola, dove sono stati finanziati due progetti, seguita da Kenya, Egitto, Repubblica democratica del Congo e Senegal, con appena un progetto ciascuno.

Non solo si riduce l’estensione geografica dei finanziamenti, anche il perimetro settoriale risulta piuttosto ridotto. Trasporti e trasmissione di energia dominano oggi il portafoglio cinese, mentre comparti come l’informatica, l’industria e il commercio – che negli anni passati avevano dominato la Bri – non hanno beneficiato di alcun nuovo prestito.

In particolare, va notato come dal 2020 Pechino non finanzia più (anche se continua a costruire) nuovi progetti collegati ai combustibili fossili. Un’interruzione che rispecchia gli impegni ambientali presi da Xi quello stesso anno all’Assemblea generale dell’Onu. Allo stesso tempo, il rallentamento del credito iniettato nelle energie rinnovabili (pari a zero nel 2024) è stato accompagnato da un’espansione dell’export di apparecchiature e investimenti diretti esteri, a evidenziare l’impiego di strumenti finanziari alternativi per arginare la crescita delle passività tra i paesi destinatari.

Chinese Foreign Minister Wang Yi (C) speaks during a press conference with Senegal’s Foreign Minister Yassine Fall (L) and Congo Foreign Minister Jean-Claude Gakosso (R) at the Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) in Beijing on September 5, 2024. (Photo by GREG BAKER / AFP)

Meno prestiti, più investimenti

Insomma, cambiati i tempi deve cambiare anche la strategia. Questo, però, non indica un ripiegamento di Pechino dai mercati esteri. Anzi. Secondo un andamento inversamente proporzionale, al crollo del credito ha corrisposto un incremento vertiginoso dell’attivismo cinese in termini di investimenti a livello internazionale. Basti pensare che, stando al Green finance & development center (Gfdc) e al Griffith Asia institute, nel 2025 i progetti Bri in tutto il mondo sono cresciuti a un livello record, con 128,4 miliardi di dollari impiegati in contratti di costruzione (quelli in cui le imprese cinesi non mantengono quote azionarie né diritti di gestione a lungo termine) e circa 85,2 miliardi di dollari in investimenti (in cui le entità cinesi ottengono quote di proprietà parziale o totale e spesso il controllo operativo per decenni). Non solo. Segnando un’inversione rispetto al principio «meglio piccolo e bello», lo scorso anno la dimensione media delle transazioni per investimenti con un valore superiore ai 100 milioni di dollari è cresciuta fino a raggiungere la cifra record di 939 milioni di dollari, circa tre volte superiore al valore registrato nel 2020, all’epoca del covid.

A siglare i nuovi accordi sono perlopiù aziende private, come il produttore di alluminio, East hope group e il colosso delle rinnovabili Longi green energy, mentre il comparto edile resta in prevalenza di competenza statale.

«Bri» entusiasta

Con 61,2 miliardi di dollari ricevuti, proprio l’Africa è stata la regione più coinvolta dal rinnovato entusiasmo della Cina per la Bri. L’aumento è verticale, pari a un più 283% su base annua contro i «soli» 12,7 miliardi registrati dal Sudest asiatico, comunque in ascesa dell’81%.

I prestiti diminuiscono, mentre gli investimenti e i progetti Bri aumentano.

Un interesse trainato dagli investimenti nei materiali critici e l’energia verde che riportano il continente africano al centro della Bri per la prima volta dal 2013.

Il potere attrattivo dei minerali strategici non stupisce. Solo nella Rdc, molte delle principali miniere di cobalto e rame sono da anni controllate da imprese con capitale cinese o joint venture dove gruppi cinesi sono azionisti di maggioranza.

Ma le cause del crescente interesse della Repubblica popolare per il mining africano potrebbero avere origini anche esogene. Lo studio del Gfdc lo dice chiaramente: a rilanciare l’interesse per l’Africa hanno contribuito i dazi statunitensi, che in alcune parti della regione, sono più bassi rispetto al Sudest asiatico. Così è stato per Boway alloys: il colosso dei materiali in lega ha chiuso uno stabilimento in Vietnam per investire invece in Marocco, dove le tariffe americane sono appena del 10%.

Va detto però che, data la scarsa affidabilità delle statistiche ufficiali, monitorare gli investimenti cinesi all’estero continua a essere un’operazione estremamente difficile.

Alcuni progetti citati nel rapporto di Gfdc sono vincolati a semplici memorandum d’intesa. Quindi, un certo numero di essi potrebbe non concretizzarsi mai.

Ciononostante, la spinta verso l’alto ormai è assodata. Guardando al futuro, il rapporto prevede per l’anno in corso un impegno costante della Cina (anche se inferiore al 2025) nella Bri, specialmente nei settori dell’energia, dell’estrazione mineraria e delle nuove tecnologie. Valutazione che riflette la volatilità del commercio globale, le pressioni sulla catena di approvvigionamento e la ricerca di nuovi mercati in grado di assorbire le massicce esportazioni che ancora rappresentano il volano dell’economia cinese.

Alessandra Colarizi

Buses exported to Africa are loaded onto ships at Yantai Port in Yantai City, Shandong Province, China on January 12, 2026. (Photo by Tang Ke / CFOTO via AFP)

Il caso della bauxite – In una «botte di ferro»

Il 21 gennaio, la nave da carico Winning youth ha attraccato al porto di Rizhao, nella provincia cinese dello Shandong, consegnando il primo carico di 200mila tonnellate di minerale di ferro proveniente dalla miniera di Simandou, nella Repubblica di Guinea. Un viaggio di undicimila miglia nautiche che promette di dare alla Cina indipendenza strategica e potere contrattuale in un settore vitale per la sua economia. Con riserve in grado di produrre fino a 120 milioni di tonnellate di minerale di ferro all’anno, il giacimento potrebbe soddisfare il 7% del commercio mondiale via mare e quasi il 9,5% delle importazioni cinesi fin dal primo anno di sfruttamento.

Per decenni, le difficoltà nella costruzione delle infrastrutture necessarie in Guinea – per un valore stimato di oltre 20 miliardi di dollari tra ferrovie e porti – hanno scoraggiato la fattibilità del progetto. Poi è arrivato Sun Xiushun, il cofondatore del consorzio marittimo Smb-Winning che, nel 2013, si è rivolto alla Guinea per compensare la stretta dell’Indonesia sulle forniture di bauxite. Egli è riuscito dove altri avevano fallito, assumendo ingenti rischi economici, adottando una logistica innovativa e destreggiandosi nella politica locale.

Il risultato è la fine del monopolio in Guinea del colosso anglo-australiano Rio Tinto, che resta presente nei blocchi di estrazione 3 e 4, insieme ad Aluminum corporation of China (Chalco) e al governo di Conakry. Il controllo operativo del progetto di sfruttamento è, invece, passato a China baowu steel, il più grande produttore mondiale di acciaio.

La Repubblica popolare ottiene così un vantaggio competitivo enorme. Il minerale estratto a Simandou viene definito ad «alto grado», ovvero con un elevato contenuto di ferro e ridotte impurità, ideale per la produzione di acciaio a basse emissioni. Esso, non solo migliorerà l’efficienza degli altiforni cinesi, ma supporterà anche la lunga marcia di Pechino verso la neutralità carbonica, prevista entro il 2060.

A.C.




Il dilemma del mercato interno

Passato il decennio di grande crescita a inizio millennio, oggi aumenta la propensione dei cinesi al risparmio. Ma la politica, vista l’incertezza internazionale, spinge sui consumi interni. Le ricette, però, non sono univoche.

Per Song Jingli, giovane startupper, il 2023 sarebbe dovuto essere un anno di grandi spese. La 39enne e suo marito speravano di andare in Nuova Zelanda e acquistare un secondo appartamento a Pechino. Ma la situazione economica li ha convinti a evitare acquisti costosi. «È come quando sai che sta per arrivare una tempesta – spiega la donna -, meglio tenersi lontano dall’acqua». Quella della giovane imprenditrice è una scelta personale che ha implicazioni nazionali. Anche perché Song non è l’unica in Cina ad avere sviluppato una spiccata vocazione per la parsimonia.

Secondo un sondaggio della banca centrale, dal 2020 la quota dei risparmiatori rispetto a quella di chi preferisce spendere o investire è rimasta costantemente superiore al 50%. Nell’ultimo trimestre del 2024, è salita addirittura al 61,4%. Tradotto in dati tangibili: le vendite al dettaglio, un importante indicatore dei consumi, hanno registrato un aumento del 3,7% su base annua a luglio, in calo rispetto al 4,8% registrato a giugno.

Sono numeri che hanno un impatto travolgente per lo sviluppo del Paese. È dalla pandemia da Covid-19 che, sotto il motto della «doppia circolazione» (interna ed esterna), il governo cinese tenta di rendere il mercato domestico il nuovo motore della crescita. Complici l’interruzione temporanea della catena di approvvigionamento globale e i dissapori con l’Occidente sull’origine del virus, nonché le preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale. Ma anche la consapevolezza che i vecchi strumenti, all’origine del «miracolo cinese», non funzionano più come prima.

© Yang Guang Wu via Pixabay

Investimenti ed esportazioni

Dagli anni Novanta in poi il modello di sviluppo del gigante asiatico è sempre stato fortemente orientato agli investimenti e alle esportazioni. Oggi la Repubblica popolare detiene il rapporto investimenti sul Pil più alto della storia nonché tra i più alti al mondo. Puntare sull’iniezione di capitali aveva senso quando la Cina doveva ancora colmare un enorme deficit infrastrutturale: costruire strade, ponti, fabbriche, e aeroporti è servito a sostenere la crescita per vent’anni. Ma con il tempo le opportunità di investimento produttivo si sono esaurite. Il debito accumulato per finanziare grandi opere non più «necessarie» ha iniziato a lievitare più rapidamente dell’economia. Al contempo, le tensioni con Stati Uniti e Unione europea rendono oggi troppo rischioso continuare a puntare sull’export per compensare quanto non viene acquistato internamente. Anche nel cosiddetto Sud globale la sovrapproduzione industriale della Repubblica popolare sta diventando un problema.

Ecco che l’oculatezza di Song rappresenta un grattacapo per la leadership di Pechino, determinata a rendere i consumi il fattore trainante dello sviluppo nazionale. Non sarà facile cambiare la mentalità della popolazione. La frugalità è profondamente radicata nella cultura cinese. Già oltre duemila anni fa, i testi confuciani promuovevano moderazione, autocontrollo, e responsabilità verso la propria famiglia. Tanto che sostenere finanziariamente i genitori anziani, organizzare matrimoni e funerali solenni viene considerato tutt’oggi un obbligo morale. La penuria del periodo maoista ha acuito l’inclinazione al risparmio per cui sono divenuti noti i cinesi. Il decennio della crescita a due cifre è stato un’eccezione nella storia dell’ex Celeste Impero: l’ottimismo generalizzato della prima decade del nuovo Millennio ha spinto i cittadini ad aprire più volentieri il portafoglio. Ma quel periodo è ormai alle spalle.

© Giovanni Hu

Incertezza

Dal Covid in poi, l’incertezza verso il futuro ha esercitato un effetto frenante: il mercato del lavoro è sempre più competitivo e i salari salgono più lentamente. Il sistema pensionistico scricchiola e l’assistenza sociale presenta ancora diverse lacune. Soprattutto per i 200 milioni di «lavoratori flessibili», compresi gli autonomi e i part time.

Circa sedici milioni di persone invece dipendono dagli scambi con gli Stati Uniti. Secondo Goldman Sachs, quasi altrettanti rischiano di perdere il posto se la «trade war» (guerra commerciale) con Donald Trump dovesse proseguire nel tempo. Il tracollo del mercato immobiliare costituisce un’altra variabile centrale nell’andamento dei consumi. Non potrebbe essere altrimenti considerato che in Cina la casa rappresenta tra il 50 e il 70% del patrimonio familiare.

La tendenza al risparmio è trasversale ma più evidente nel Nord del Paese rispetto al Sud, culla delle prime riforme denghiane (da Deng Xiaoping, leader cinese al quale si devono le riforme economiche, 1978-92, ndr), dove prevale una mentalità orientata al business e alla mercificazione. Anche l’età fa la differenza. La generazione Z (i nati indicativamente tra il 1997 e il 2010, ndr) è più attenta dei propri genitori. Dopo il «revenge spending» (corsa alla spesa, ndr) dell’immediato post-Covid, i più giovani, cresciuti negli anni d’oro, hanno reagito alla precarietà del momento con un’improvvisa propensione al risparmio, definita «revenge saving» (tendenza al risparmio, ndr). Su piattaforme come Xiaohongshu (RedNote), gli under 30 condividono strategie di risparmio, come tagliare i costi delle pause pranzo e guadagnare con i depositi sul fondo di investimento monetario Yu’e Bao. Allo stesso tempo si affacciano nuove esigenze. Chi spende, spende meno, e non lo fa più per beni durevoli, come è stato per l’immobiliare durante il boom economico, bensì per prodotti che offrono gratificazione immediata e identità sociale: viaggi esperienziali, fumetti e giochi. Le ricercatissime Labubu, i mostriciattoli di Pop Mart, sono un esempio di come il meccanismo delle blind box (pacco sorpresa) conferisca quell’esclusività che oggi fa la differenza.

Le sfide dei leader

Se per i cittadini non è facile cambiare abitudini, non lo è nemmeno per i leader cinesi. I primi (vani) tentativi per sostenere i consumi risalgono agli anni Novanta; prima con le riforme del premier Zhu Rongji, poi con gli stimoli di Wen Jiabao-Hu Jintao per respingere la crisi finanziaria internazionale del 2008. Ma in entrambi i casi, dei finanziamenti pubblici hanno beneficiato soprattutto i progetti infrastrutturali. Difficilmente la strategia messa in atto dal presidente Xi Jinping avrà maggiore successo. Potenziare la «circolazione interna» (il mercato domestico) rispetto a quella «esterna» (gli scambi internazionali) richiede un compromesso troppo oneroso per il Paese.

Come sottolineato da Michael Pettis, autorevole economista della Peking University, l’unico modo per aumentare gli acquisti è permettere alla popolazione di trattenere una quota maggiore di ciò che produce, così che la Cina possa ridurre la sua dipendenza da investimenti inutili e surplus commerciali. Ma le istituzioni bancarie, legali, politiche, finanziarie e imprenditoriali sono state tutte costruite su un sistema che, nel corso di trenta quarant’anni, ha comportato trasferimenti impliciti dalle famiglie ad altri soggetti, come istituti di credito, imprese e amministrazioni locali.

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Difficile rebus economico

La maniera più ovvia per correggere la stortura è aumentare i salari molto più rapidamente, in modo che rimangano in linea con l’incremento della produttività. Tuttavia, la competitività del settore manifatturiero cinese si basa in gran parte sul basso costo del lavoro, anche se meno di un tempo. In altre parole, risolvere il problema dei consumi significa indebolire quanto ha reso la Cina la seconda economia mondiale. Aumentare i tassi di interesse, consentendo alle famiglie cinesi di guadagnare di più dai propri risparmi, invece renderebbe più caro il credito elargito dalle banche all’industria manifatturiera. E aumentando il valore del renminbi, la valuta cinese, le importazioni diventerebbero più economiche, facendo crescere il valore reale del reddito delle famiglie. Ma ancora una volta, comprometterebbe le aziende cinesi sul mercato internazionale, rendendo l’export di made in China meno appetibile. 

Campagna anticorruzione

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A completare il quadro concorrono fattori politici. Innanzitutto, il metodo per valutare l’operato dei funzionari valorizza ancora la crescita del Pil a breve termine (in particolare essi vengono promossi se riescono a implementare progetti con un ritorno economico immediato in termini di Pil). Un risultato ottenibile più rapidamente con gli investimenti che con i consumi. E poi c’è la campagna anti corruzione: sebbene inasprite solo di recente, le misure contro le «spese stravaganti» tra i membri del partito comunista hanno già paralizzato il settore della ristorazione, cresciuto a giugno di appena lo 0,9% su base annua, il tasso più basso dal 2023.

Va detto che alcuni dei provvedimenti annunciati dall’amministrazione Xi Jinping paiono centrare il punto. Oltre a un massiccio programma di permuta – che prevede sussidi per auto, elettrodomestici e altri beni – il Governo di Pechino ha introdotto il primo programma nazionale di incentivi ai genitori con bambini sotto i tre anni. La misura – da 12,5 miliardi di dollari – dovrebbe allentare la pressione sul bilancio familiare, tenendo conto che in Cina, crescere un figlio fino all’età adulta costa 6,8 volte il Pil pro capite, una cifra tra le più alte al mondo.

Poi c’è l’annoso nodo dei lavoratori migranti interni. Lo scorso anno, il Consiglio di Stato cinese ha presentato un piano quinquennale per riformare il sistema dell’hukou (che limita i servizi di base al luogo di nascita) che va nella direzione di ridurre le disparità economiche e sociali tra abitanti di città e campagna. Sempre allo scopo di rilanciare i consumi.

Idee a confronto

Il dibattito è aperto. All’interno della Repubblica popolare non tutti concordano sulla strada migliore da seguire. Secondo il «China finance 40 forum» (CF40), le statistiche della Banca mondiale (che pongono la spesa pro capite dei cinesi pari all’8,8 per cento di quella degli americani) sono sottostimate. Gli analisti del prestigioso think tank hanno scoperto che in molti settori – come quello alimentare – i livelli di consumo della Repubblica popolare sono pari o addirittura superiori a quelli dei paesi sviluppati. In altri segmenti, il divario è significativamente inferiore se si utilizza come parametro il volume di consumo effettivo anziché il valore monetario.

Per Xu Gao, vicepresidente della Bank of China international, è invece proprio il basso consumo che obbliga a mantenere alti gli investimenti. L’esperto concorda, come molti, che sia necessaria una ridistribuzione del reddito. Ma aggiunge anche che, in assenza di progressi rapidi, mantenere gli stimoli statali è necessario a prevenire una contrazione maggiore dell’economia. Piuttosto ritiene vadano foraggiati i settori giusti: quelli che non aumentano la sovracapacità produttiva. Opinione condivisa da David Tingxuan Zhang, analista di Trivium China (istituto di analisi), che tra i comparti da potenziare cita espressamente l’assistenza all’infanzia e agli anziani, l’edilizia abitativa a prezzi accessibili, le infrastrutture verdi, e i servizi sanitari. D’altronde, proprio le cure mediche hanno ancora costi significativi in Cina.

Insomma, occorre realizzare quello «sviluppo incentrato sulle persone» che il presidente Xi ha promesso in più occasioni.

Alessandra Colarizi

il pupazzetto Labubu, prodotto da Pop Mart, è diventato oggetto cult e venduto in milioni di esemplari in tutto il mondo. – © Dushawn-Jovic-DWS3Q47bI2o-Unsplash



Quello che sta sotto i ghiacci

L’apertura di nuove basi cinesi nell’Antartide fa paura a molti. Il loro scopo ufficiale è la ricerca scientifica per combattere il cambiamento climatico. Ma c’è chi teme obiettivi di tipo strategico e militare. Mentre quelli economici sono una certezza.

Un piccolo edificio di cemento e acciaio si staglia isolato nella tundra ghiacciata. Siamo sulla costa rocciosa dell’Isola Inesprimibile, nel gelido Mare di Ross, in pieno Oceano antartico.

Qui, alla fine del 2024, la Cina ha inaugurato la stazione Qinling, la sua quinta base antartica e la terza in grado di lavorare 365 giorni all’anno.

L’edificio è arredato con mobili in legno in stile scandinavo ed è dotato di sistemi di riscaldamento per affrontare temperature esterne sotto i -40°C. Può ospitare fino a ottanta persone.

Ma la Repubblica popolare non si ferma qui e ha già presentato il progetto per una sesta stazione di ricerca estiva nell’Antartide occidentale. Questa potrebbe diventare operativa entro il 2027.

Un piano ambizioso che, secondo l’ambasciatore cinese in Australia, Xiao Qian, proietterà Pechino in prima fila nella ricerca globale sui cambiamenti climatici marini per il bene della comunità internazionale.

Felton Davis_flickr. – La stazione di Qinling si trova nella Victoria Land tra la base degli Stati Uniti e quella della Corea del Sud.

Gli annunciati scopi scientifici

L’intero continente antartico è ricoperto da oltre 14 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio e neve. «Con l’accelerazione del riscaldamento globale, lo scioglimento della calotta glaciale antartica potrebbe portare a un innalzamento del livello del mare considerevole, con implicazioni di vasta portata per la sopravvivenza umana». Questo affermava tempo fa il tabloid statale Global Times per spiegare ai cittadini della Repubblica popolare l’importanza del monitoraggio cinese della regione, ma soprattutto per rassicurare l’opinione pubblica internazionale.

Le rassicurazioni, però, non hanno funzionato molto: come altrove, anche nella terra dei ghiacci, l’espansionismo della Repubblica popolare, alimentato da enormi risorse statali, non ha mancato di provocare diverse alzate di sopracciglio.

La Cina ha istituito la sua prima base antartica nel 1985, all’alba delle riforme economiche.

A distanza di poco meno di quarant’anni, oggi, la seconda potenza mondiale, solleva polvere ovunque si muove. E nell’Antartide, le sue manovre, passate a lungo relativamente inosservate, danno sempre più nell’occhio.

Ogni anno Pechino spende nella regione circa 60 milioni di dollari tra fondi per la ricerca e costi operativi.

I cantieri cinesi hanno costruito navi rompighiaccio a un ritmo impressionante dal varo della Xue Long 2 – la prima e la più grande delle attuali cinque – in servizio dal 2019.

I temuti scopi militari

Per quanto non nuove, le mire cinesi nell’estremo Sud della Terra vengono, quindi, osservate con crescente preoccupazione,

specialmente dall’inaugurazione della stazione Qinling. Questo non solo perché la struttura sorge vicino alla base americana McMurdo, ma anche perché acquisire una presenza marittima, aerea e terrestre nell’Antartide – in particolare nel Mare di Ross – potrebbe permettere alla Cina di monitorare le comunicazioni di Paesi come Australia e Nuova Zelanda.

Il sistema di navigazione satellitare BeiDou, la versione cinese del Gps, viene impiegato già da almeno un anno per il monitoraggio in tempo reale dei veicoli da neve e i cambiamenti dinamici delle fasce di ghiaccio.

Sebbene la Cina neghi secondi fini, sono diversi gli esperti che temono l’utilizzo della tecnologia da parte cinese per scopi di intelligence.

Ad aumentare i dubbi contribuisce la relativa vaghezza dei piani cinesi. A differenza che per l’Artide, Pechino non ha una politica specifica per il Polo Sud e dintorni, nonostante entrambe le regioni ricadano sotto la supervisione della medesima agenzia statale: l’Amministrazione cinese dell’Artico e dell’Antartide, che si occupa dello «sviluppo di una strategia nazionale integrata per la ricerca, le spedizioni scientifiche e la cooperazione con altre nazioni e organizzazioni internazionali».

Ma mentre si definisce un «Paese semi-artico», la Cina non ha mai adottato una terminologia analoga per l’Antartide. Né il progetto «Polar silk road», introdotto nel 2017, che mira a creare una rete di infrastrutture e collegamenti tra l’Asia, l’Europa e l’Africa, arrivando fino all’Artide, prevede ancora diramazioni nell’emisfero meridionale.

Nondimeno, le ambizioni di Pechino per la regione sono rintracciabili tra le righe di numerosi documenti ufficiali. E non sono tutti di natura scientifica.

Nel volume «La scienza della strategia militare», pubblicato dall’Università della Difesa nazionale di Pechino nel 2020, si afferma che «le regioni polari sono diventate una direzione importante per l’interesse del nostro Paese a espandersi oltreoceano e oltre i confini». Di più. Il documento sottolinea come «la commistione tra affari militari e civili è il modo principale per le grandi potenze di raggiungere una presenza militare polare».

Screenshot da Google Earth

Una normativa ambigua

Dalle parole ai fatti, negli ultimi anni l’ibridazione tra le due sfere ha già preso forma. Complice un’architettura normativa internazionale che lascia ampio margine all’ambiguità.

Il Trattato antartico, sottoscritto nel 1959, pur vietando l’uso militare del continente, consente l’impiego di personale ed equipaggiamenti militari per scopi scientifici. Concessione di cui Pechino si è avvalso più volte fin dal 2008, quando sei ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione furono spediti presso la stazione di Zhongshan – costruita vent’anni prima sulla costa di Prydz Bay – per installare un radar ad alta frequenza in grado di disturbare i satelliti americani.

Porte d’ingresso al Polo Sud

Come intuibile, è proprio negli Stati Uniti che viene percepito con maggiore timore l’attivismo cinese nell’Antartide – e le sue potenziali implicazioni «a duplice uso» -. Tanto più con la penetrazione economica e diplomatica di Pechino in Sud America, in particolare in Cile e
Argentina, Paesi che, per la loro posizione geografica, rappresentano due delle cinque «porte di ingresso» globali al circolo polare antartico.

Dal 2019 la Cina è in trattative con il governo di Santiago del Cile per ottenere l’accesso al porto di Punta Arenas, potenziale snodo logistico per il trasferimento di personale e attrezzature scientifiche verso le varie basi polari.

Sebbene ancora in fase negoziale, un accordo di questo genere oggi acquisirebbe una particolare rilevanza strategica alla luce delle tensioni politiche con l’Australia, dove la città di Hobart, in Tasmania, negli anni pre-pandemia, si era affermata tra le mete predilette dalle rompighiaccio cinesi. Specialmente dopo la visita del presidente Xi Jinping nel 2014.

A rimarcare l’importanza strategica del quadrante, lo scorso febbraio la marina militare cinese ha tenuto esercitazioni a fuoco vivo non segnalate nel Mar di Tasman, all’interno della zona economica esclusiva di Canberra.

2023,Antarctic Peninsula,Antarctica Trip,Gentoo penguin,Greenwich Island – Jay Eisenberg_flickr

Minaccia immaginaria?

La minaccia è reale o immaginaria? Difficile rispondere. Persino negli Stati Uniti si fatica a comprendere le finalità dei piani antartici di Pechino. Soprattutto considerata la dubbia necessità di un avamposto tanto «scomodo»: la lontananza e il clima estremo della regione polare limitano il potenziale delle attività militari cinesi, almeno con la tecnologia esistente.

E poi, perché provare a spiare Australia e Nuova Zelanda dal Mare di Ross, quando Pechino può farlo molto più facilmente dagli atolli artificiali costruiti nel Mare cinese meridionale? Qui, nonostante le operazioni di Washington e alleati per un «Indo-Pacifico libero e aperto», la Cina tiene saldo il controllo sugli avamposti insulari più estesi, alcuni a «soli» 3.200 chilometri dalla costa australiana.

È di questo avviso il think tank americano Rand che, analizzate fonti in lingua inglese e cinese, propende per attribuire natura prevalentemente economica all’interesse del gigante asiatico per la regione antartica.

Secondo i ricercatori, essere lì oggi, per la Cina è importante per una eventuale futura rinegoziazione del Trattato antartico, nell’ottica di avanzare maggiori rivendicazioni commerciali sulle riserve minerarie ed energetiche che oggi sono intoccabili per il Protocollo di Madrid.

Enormi risorse da sfruttare

D’altronde Pechino non ha mai nascosto le proprie aspirazioni regionali. Nel 2009 uno studio dell’Istituto nazionale di ricerca polare ha definito l’Antartico un «tesoro globale di risorse», per via delle enormi riserve di gas e petrolio nascoste sotto i ghiacci.

Secondo rilevamenti della Russia, il bottino ammonterebbe a 511 miliardi di barili di greggio, circa dieci volte la produzione del Mare del Nord negli ultimi 50 anni.

Più in superficie, invece, sono le risorse ittiche a stuzzicare l’appetito del gigante asiatico.

La questione non è meno spinosa dei presunti piani militari: nel 2023, la Cina è stata fortemente criticata per aver bloccato, insieme alla Russia, la creazione di nuove aree marine protette. Il disaccordo all’interno della Commissione per la conservazione delle risorse marine biologiche dell’Antartide (Ccamlr) ha interessato soprattutto la pesca del krill.

L’Australia, pur senza fare nomi, ha definito l’opposizione di «alcuni membri» al rinnovo delle restrizioni sulle attività ittiche come un «passo indietro» nella tutela ambientale.

Il piccolo crostaceo rappresenta infatti un’importante fonte di cibo per pinguini, foche e balene e le limitazioni alla pesca sono pensate per alleviare la pressione sulla fauna selvatica, minacciata dal cambiamento climatico.

Respingendo le critiche, l’ambasciatore Xiao ha giustificato l’ostruzionismo cinese nell’ottica di «un equilibrio tra protezione degli ecosistemi, ricerca scientifica e sviluppo commerciale».

Antarctic krill in the water column of the Southern Ocean off the coast of the Antarctic Peninsula – Botanic Gardens of Sydney_lfickr

Pesca in espansione

Eppure, alcuni segnali lasciano intravedere una calcolata sovrapposizione tra operazioni tollerate e operazioni bandite dagli accordi internazionali, tra la corsa alle risorse naturali e la riforma dell’ordine mondiale.

La flotta peschereccia cinese – la più vasta al mondo – sta espandendo le sue attività con imbarcazioni di grandi dimensioni per la pesca a strascico.

Con il movente della ricerca scientifica, le navi di Pechino rastrellano le acque regionali catturando più di quanto consente il Sistema territoriale antartico.

Lo fanno seguendo le direttive esposte dal governo cinese nel 14° piano quinquennale (2021-2025), che prevede un’espansione della pesca internazionale, nonché della cantieristica navale con la pianificazione di cinque nuove imbarcazioni per la cattura del krill.

Controverso di per sé, il veto cinese alla Ccamlr è reso ancora più discutibile dal coordinamento di Pechino con Mosca. Un affiancamento, ormai collaudato in sede Onu, sempre più evidente anche per l’Artide.

Qui la Russia, indebolita dalla guerra in Ucraina, si trova suo malgrado, ormai da diverso tempo, ad accettare l’intrusione della Cina in cambio di investimenti e supporto economico. Ma, se al Nord, Mosca gioca in casa, la presenza russa nell’Antartide è apparentemente meno giustificabile. Almeno lo è considerando solo l’appetito per i crostacei.

Tutto questo, però, acquista più senso guardando al contenzioso sulla pesca da una prospettiva più ampia.

Le regole del gioco

Correva l’anno 2012 quando, in tempi non sospetti, Anne-Marie Brady, direttrice del «Polar Journal», sottolineò come la gestione poco limpida della governance antartica – contraddistinta da controlli permissivi e scarsi vincoli legali – stava favorendo la Cina. Pechino «ha dichiarato di non gradire l’ordine attuale – scriveva l’esperta -, e vuole contribuire alla definizione delle norme locali per proteggere i propri interessi nazionali. Ma non è ancora abbastanza potente per procedere da sola».

Secondo gli studiosi cinesi, all’epoca, il Trattato antartico si presentava come un «club di ricchi» (furen de julebu), uno strumento di «egemonia collettiva» (jiti baquan) contro la Cina, ancora giudicata dai Paesi sviluppati un «cittadino di classe B» (er deng gongmin).

Insomma, Pechino già allora prendeva posizione sullo scacchiere polare con un occhio al futuro. Un futuro in cui i primi arrivati avrebbero dettato le regole del gioco.

Quel futuro oggi è arrivato.

Alessandra Colarizi




Le traduzioni ci sono (ma non per i cinesi)


L’accordo tra Pechino e Vaticano sulle nomine vescovili è stato prolungato per altri quattro anni. A che punto sono le relazioni tra i due soggetti? E come stanno i cattolici cinesi? Lo abbiamo chiesto al professor Sisci.

«La Santa Sede e la Repubblica popolare cinese, visti i consensi raggiunti per una proficua applicazione dell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, dopo opportune consultazioni e valutazioni, hanno concordato di prorogarne la validità per un ulteriore quadriennio, a decorrere dalla data odierna. La Parte vaticana rimane intenzionata a proseguire il dialogo rispettoso e costruttivo con la Parte cinese, per lo sviluppo delle relazioni bilaterali in vista del bene della Chiesa cattolica nel Paese e di tutto il popolo cinese».

Così recita l’annuncio del Vaticano del 22 ottobre dello scorso anno.

Si tratta del proseguimento di un rapporto iniziato nel settembre del 2018 quando il governo cinese e le autorità vaticane siglano un accordo provvisorio sulle nomine vescovili. L’intesa non solo pone fine a decenni di ordinazioni episcopali avvenute senza il consenso papale, annullando la distinzione tra «Chiesa ufficiale» e «Chiesa clandestina», ma ricongiunge anche la comunità cattolica cinese, che conta tra sei e dodici milioni di fedeli (cfr. MC marzo).

Il significato simbolico è rilevante: per la prima volta, Pechino riconosce l’autorità religiosa del Papa in Cina, una concessione che, in epoca imperiale, i missionari gesuiti non ottennero mai.

Da quella firma a oggi sono state annunciate una decina di nomine e consacrazioni vescovili congiunte, oltre all’ufficializzazione del ruolo pubblico di alcuni presuli prima non riconosciuti da Pechino.

La crescente collaborazione è testimoniata anche dalla presenza di vescovi cinesi ai Sinodi in Vaticano e ad altri appuntamenti in Europa e America. Nonché dall’interesse della Santa Sede a cooperare con Pechino per riportare la pace in Ucraina. Nonostante i progressi, tuttavia, «rimangono tanti problemi, piccoli e grandi».

Quali siano ce lo spiega Francesco Sisci, sinologo, autore e ricercatore senior presso la Renmin University di Pechino.

Nel 1988, Sisci è stato il primo straniero a essere ammesso alla facoltà di specializzazione dell’Accademia cinese delle scienze sociali (Chinese academy of social sciences, Cass), il principale think tank cinese.

Collaboratore di diverse riviste e istituti di ricerca, nel 2016 ha realizzato la prima intervista al Papa sui rapporti con la Cina, ripresa ampiamente anche sulla stampa cinese. Storico editorialista del Sole24ore, scrive per Asia Times ed è ospite abituale della Cctv (China central television), la televisione di Stato cinese, nonché dell’emittente di Hong Kong, Phoenix tv. Il suo ultimo libro è «Tramonto italiano» (Neri Pozza, 2024).

Immagine notturna della cupola di San Pietro, in Vaticano. Foto Jerome Clarysse – Pixabay.

Tra Pechino e Taiwan

Professor Sisci, l’accordo sulle nomine vescovili, già prolungato nel 2020 e nel 2022, è stato rinnovato lo scorso 22 ottobre non per i soliti due anni ma per altri quattro. Come interpreta questa scelta?

«Il prolungamento a quattro anni vuol dire, palesemente, che il rapporto è migliorato. La situazione è migliore, però non è ottimale. C’è una fiducia crescente che ha dato dei frutti: ovvero la nomina congiunta di alcuni vescovi. Non c’è stato un accordo risolutivo, conclusivo, né sono stati appianati tutti i problemi. Diversi vescovi nominati e riconosciuti a suo tempo dal Papa, non sono stati riconosciuti dal governo cinese. Rimangono poi tante altre questioni, piccole e grandi.

Ad esempio, resta insoluto il tema delle diocesi, così come il problema della conferenza episcopale. Soprattutto il Vaticano continua a chiedere di poter aprire una rappresentanza permanente a Pechino. Non un’ambasciata, bensì una rappresentanza, un ufficio culturale. Così come c’è una rappresentanza a Hong Kong che dipende dalla Nunziatura di Manila. Quindi, questo è uno dei punti in sospeso. Credo ci voglia tempo anche perché ci sono tante preoccupazioni da parte di Pechino per migliorare di più i rapporti».

Tra queste preoccupazioni figura anche Taiwan? A oggi, il Vaticano è uno dei soli dodici Stati a riconoscere ufficialmente il governo di Taipei, che Pechino definisce «separatista».

«No, perché se il problema fosse Taiwan, allora per il Vaticano il problema non esisterebbe. La Santa Sede sarebbe pronta ad aprire un ufficio a Pechino domani. È Pechino che non vuole».

Il professor Francesco Sisci durante un intervento alla televisione cinese Cctv.

La lettera di Benedetto XVI

Oltre ai rapporti istituzionali tra Pechino e il Vaticano, l’accordo sulle nomine vescovili ha portato benefici anche per la comunità cattolica cinese? C’è stato un periodo, intorno al 2014, in cui chi si dimostrava fedele al Papa – la cosiddetta «Chiesa sotterranea» – incorreva in non pochi problemi. Inoltre, nel Sud della Cina diverse chiese sono state demolite o private delle croci. Di tutto questo non si parla più da tempo.

Papa Benedetto XVI

«Stiamo parlando di due cose diverse: una sono le chiese come edifici, l’altra è la Chiesa come comunità di cattolici. Quella della “Chiesa sotterranea” era una denominazione che è durata – grossomodo – fino al 2007, cioè fino alla lettera di Benedetto XVI ai cinesi. Con la lettera il problema viene risolto de iure, perché il Papa incoraggia i cattolici cinesi a essere buoni cattolici, ma anche buoni cittadini. Quindi, per la prima volta, riconosce l’esistenza del governo di Pechino, mettendo fine a una questione molto antica che risaliva al 1951. Ovvero a quando l’ultimo nunzio del Vaticano, Antonio Riberi – che riconosceva il governo nazionalista del Kuomintang – venne espulso da Nanchino perché si era rifiutato di trasferirsi a Pechino (sede del governo comunista istituito da Mao alla fine della guerra civile, ndr).

Con il riconoscimento del governo della Repubblica popolare da parte di Benedetto XVI la “Chiesa clandestina” non aveva più ragione d’essere, perché veniva chiesto a tutti di seguire le leggi cinesi. Poi, con l’accordo sulle nomine episcopali del 2018, si è cominciato più seriamente a lavorare per riunificare la Chiesa.

Certo, come dicevamo, ci sono ancora dei vescovi nominati da Roma che non sono stati riconosciuti da Pechino. Però, non sono “clandestini”(*). Sono semplicemente riconosciuti come preti e non come vescovi. Anche perché, per la legge cinese, il riconoscimento di un vescovo significa che le proprietà della diocesi del luogo vengono intestate al vescovo che è il rappresentante legale della diocesi. Quindi, ci sono una serie di problemi di diritto e amministrazione un po’ come succede anche da noi per certi versi.

Per quanto riguarda invece le chiese intese come edifici, c’è stata una campagna che ha visto abbattere alcune croci e alcuni edifici. Però, che io sappia, questa fase è finita, non c’è più».

Anche grazie all’accordo sulle nomine episcopali?

«Credo che la campagna delle demolizioni si sia conclusa molto prima dell’accordo, che è stato raggiunto solo nel 2018».

Quindi, non le risulta che attualmente ci sia ancora una stretta sulla comunità cattolica?

«In generale c’è una stretta sulla Cina, c’è una stretta sui cinesi. I cattolici sono sottoposti a un trattamento particolarmente sfavorevole? Non credo. La Cina sta attraversando un momento particolare e i cattolici cinesi si trovano ad affrontare questo momento particolare come tutti gli altri cinesi. Non sono vessati né come i tibetani né come gli uiguri, per intenderci».

L’uso del mandarino: ma per chi?

Dal 4 dicembre 2024 l’udienza generale del Papa viene tradotta anche in cinese. Come interpreta questa decisione? A chi si rivolge il pontefice, ai cinesi all’estero o a quelli in Cina?

«Che l’udienza non fosse tradotta in cinese era una cosa strana. Il mandarino è una delle sei lingue principali dell’Onu. I tweet del Papa da sempre sono tradotti in 22 lingue, tra cui il cinese che è anche tra le 53 lingue in cui viene trasmessa Radio Vaticana. Come nel caso dell’Onu, tutto quello che viene tradotto in cinese di solito non arriva in Cina, se non attraverso Vpn (collegamento internet che permette di aggirare la censura, ndr)».

La distensione tra Cina e Santa Sede è riscontrabile anche nel crescente allineamento diplomatico su questioni di interesse internazionale.
Nel settembre 2023 il cardinale Matteo Zuppi è stato in Cina, quarta tappa della missione per la pace in Ucraina che Bergoglio gli aveva affidato. Il porporato ha incontrato il responsabile cinese per l’Eurasia, Li Hui, in «un clima aperto e cordiale». I due hanno discusso della guerra e delle sue drammatiche conseguenze, sottolineando «la necessità di unire gli sforzi per favorire il dialogo e trovare percorsi che portino alla pace». Quell’incontro ha avuto degli sviluppi?

«La comunicazione con la segreteria di Stato continua. Zuppi però era andato in Cina con un tema specifico, non per parlare di questioni bilaterali. Era andato per parlare di donne e bambini ucraini. Quindi della situazione umanitaria collegata alla guerra. Questo era lo scopo del viaggio, né più né meno. Non ho informazioni più recenti sulle interlocuzioni con la Cina, ma il Vaticano è ancora molto impegnato a livello diplomatico».

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano. Immagine Wikimedia.

Il Vaticano è anche sempre più impegnato in Asia. Tempo fa lei scriveva che questo protagonismo della Santa Sede coincide con il declino delle istituzioni del secondo dopoguerra, come le Nazioni Unite presso cui i paesi asiatici sono sottorappresentati. Secondo lei, è un’evoluzione dovuta semplicemente al contesto internazionale attuale, qelle dinamiche mondiali? Oppure questo interesse per l’Asia nasce da un impulso personale di papa Francesco?

«Entrambe le cose. Mi sembra di sì, mi sembra ci sia stato un impulso personale. Probabilmente incoraggiato anche dal segretario di Stato Pietro Parolin. D’altro canto, Francesco voleva fare il missionario in Giappone. E poi si deve essere reso conto che la Chiesa deve essere in Asia, se non vuole rischiare di diventare marginale. È una questione di numeri, di demografia».

In un suo articolo pubblicato su SettimanaNews ha fatto anche riferimento al fatto che, in Asia, la Chiesa cattolica può fare leva su due elementi: uno è l’Eucaristia, ovvero un rito nel quale Dio si offre per essere consumato e sacrificato, interrompendo così il ciclo della vita e della morte, che rappresenta un tema centrale nelle filosofie orientali come nell’induismo, nel buddhismo e nel taoismo.
L’altro è la confessione, che potrebbe compensare la circolazione di pratiche psicoterapeutiche che lasciano le persone con un senso di solitudine, senza un perdono specifico.

«Sì, ci possono essere degli elementi di contatto nelle varie culture asiatiche. I cinesi, ad esempio, si stanno avvicinando solo ora alla psicoterapia, che può essere considerata un’evoluzione della confessione. Quest’ultima però ha il vantaggio che prevede anche un’assoluzione esterna, mentre la psicanalisi potrebbe risultare non risolutiva per il paziente, che deve trovare una sua strada. Insomma, elementi interessanti. Però, bisogna lavorarci, non è una cosa così ovvia».

Il ruolo dei cardinali asiatici

Professore, pensa che, al di là di papa Francesco, ci sia una disposizione del Vaticano a proiettarsi verso l’Asia? Il lavoro di Bergoglio ha messo basi sufficientemente solide perché quest’opera di evangelizzazione sopravviva all’arrivo di un altro pontefice?

«Francesco sta facendo molti cardinali in Asia: ha nominato un cardinale in Mongolia (monsignor Giorgio Marengo, missionario della Consolata, ndr), uno in Laos. Ha fatto un cardinale in Bangladesh, e un altro a Teheran.

Per la prima volta abbiamo una folla di cardinali asiatici. Questi devono diventare delle teste di ponte della Santa Sede e del cattolicesimo in Asia. Lo saranno? Vedremo. Naturalmente non è una cosa di due giorni: è una cosa di venti anni o anche duecento».

Alessandra Colarizi
(seconda parte – fine)

(*) A inizio marzo, è stato arrestato monsignor Pietro Shao Zhumin, vescovo di Wenzhou.

La facciata della chiesa cattolica del Salvatore (Xishiku), a Pechino. Foto Zheng Zhou.




Cina. Danzando tra abbracci e giravolte


In un Paese ufficialmente ateo, Pechino tollera con fastidio le religioni. Per controllare i cattolici (stimati sotto l’uno per cento della popolazione), nel 1958 venne istituita l’«Associazione patriottica cattolica cinese». Dal 2018 tra Cina e Vaticano vige un accordo che ha attenuato i contrasti.

Nell’aprile 2023, all’insaputa della Santa Sede, Joseph Shen Bin viene ordinato nuovo vescovo di Shanghai unilateralmente da Pechino, spingendo la segreteria di Stato del Vaticano a bollare la decisione come una violazione dello «spirito di dialogo e collaborazione instaurato nel corso degli anni».

Tre mesi dopo, Shen riceve la consacrazione di papa Bergoglio. Ma, passato meno di un anno, nel gennaio 2024 un altro incidente minaccia i rapporti sino vaticani: l’arresto del vescovo di Wenzhou, Peter Shao Zhumin, non riconosciuto dal governo cinese e per questo periodicamente recluso dalle autorità locali per impedirgli di svolgere il proprio ministero.

Il presule – riporta AsiaNews – aveva espresso opposizione al trasferimento di alcuni sacerdoti nella propria diocesi, alla divisione delle parrocchie, nonché al declassamento di un’altra diocesi locale a parrocchia.

È l’ultimo atto della turbolenta danza diplomatica tra Pechino e il Vaticano. Una danza scandita da giravolte spesso brusche e periodici abbracci.

Il regime e le religioni

Quella tra i due partner è una storia apparentemente impossibile. Ufficialmente atea dall’istituzione del regime comunista, la Repubblica popolare da sempre tollera con fastidio le religioni, considerate «oppio dei popoli». Specialmente quelle importate dall’esterno che il Partito-Stato, ossessionato dalla stabilità sociale, ritiene veicolo di idee potenzialmente sovversive.

Una posizione che diventa più netta da quando nel 2013 Xi Jinping assume la presidenza con la promessa di compiere la «rinascita nazionale»; ovvero vendicare l’umiliazione subita durante l’occupazione imperialista subita tra il XIX e il XX secolo.

È un capitolo della storia cinese che riguarda molto da vicino la comunità cattolica, perseguitata durante la rivolta dei Boxer (1899-1901), perché considerata responsabile dell’invasione straniera del Celeste impero.

Con la caduta della dinastia Qing e la nascita della Repubblica di Cina nel 1911, l’opera missionaria, consolidata in epo-

ca Ming (1368-1644) da Matteo Ricci e i gesuiti, affronta un ambiente politico complesso. A quel tempo, gli interessi della Santa Sede nel paese sono rappresentati da un delegato apostolico (privo di uno status diplomatico formale) fino al 1943, anno in cui vengono istituiti rapporti ufficiali con la Repubblica di Cina. Passo storico suggellato dall’arrivo a Nanchino dell’internunzio Antonio Riberi.

Il numero dei cattolici in Cina aumenta significativamente, ma le difficoltà continuano, soprattutto dopo la vittoria di Mao Zedong contro i nazionalisti e la fondazione della Repubblica popolare cinese, nel 1949.

Le autorità comuniste arrestano Riberi con l’accusa di collusione con l’intelligence americana e partecipazione a un presunto complotto per uccidere il «Gran-de Timoniere». Nel 1951, sotto scorta della polizia, Riberi viene deportato a Hong Kong, all’epoca colonia britannica. Lo stesso anno la Cina interrompe le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, riconoscendo questa il governo di Taiwan, l’isola che oggi Pechino vuole riannettere a tutti costi, con mezzi pacifici o con le armi (vedi articolo pag. 47, ndr).

Pellegrini cinesi in piazza San Pietro, in Vaticano. Foto cortesia CNA.

Anno 1958: la Chiesa patriottica cattolica cinese

È nel 1958, con la creazione dell’«Associazione patriottica cattolica cinese» (Apcc), la cosiddetta Chiesa «ufficiale», che cominciano le prime nomine vescovili illecite, ovvero senza il consenso del Papa. Da allora, il cattolicesimo – come tutte le altre quattro religioni ammesse dalla Costituzione cinese (buddhismo, taoismo, islam, protestantesimo) – può operare solo sotto la supervisione dell’«Amministrazione statale per gli affari religiosi», che oggi è controllata dal dipartimento del Lavoro del fronte unito, e in ultima battuta dal Comitato centrale del partito comunista. Un’ingerenza a cui da decenni si oppone la comunità cattolica fedele al Vaticano, continuando a praticare la fede in clandestinità. Oggi più che bandire la religione, Pechino sembra intenzionato ad addomesticarla e a servirsene per scopi politici.

In anni recenti, il cattolicesimo, che non arriva all’1% della popolazione, è riuscito a intercettare le esigenze della classe media urbana alla ricerca di una rinnovata spiritualità con cui riempire il vuoto ideologico indotto dall’«arricchimento glorioso» e dall’impoverimento valoriale del «socialismo con caratteristiche cinesi» (leggi: capitalismo di Stato). Se imbrigliato, può quindi diventare una forma di conforto davanti alle storture sociali che il Partito unico non riesce a raddrizzare.

Il vescovo Li Shan della Chiesa cattolica patriottica cinese. Foto Wikimedia Commons.

La Santa sede e l’Occidente

La religione cattolica è anche un potenziale strumento diplomatico in tempi di tensioni internazionali. Mentre i rapporti Stati Uniti ed Europa sono ai minimi storici, Pechino ha trovato nella Santa sede un inaspettato alleato per acquistare punti agli occhi dell’Occidente. Il Vaticano, da parte sua, pur intrattenendo ancora relazioni ufficiali con Taipei, vede nella Repubblica popolare un interlocutore imprescindibile per realizzare la propria missione evangelica in Asia. Secondo pronostici di Yang Fenggang, direttore del Center on religion and chinese society presso la Purdue University (Indiana, Usa), nei prossimi undici anni la popolazione cinese protestante raggiungerà i 160 milioni, mentre quella cristiana nella sua interezza toccherà i 247 milioni di membri entro il 2030. Stabilire rapporti cordiali con la leadership comunista è diventata quindi una priorità per la segreteria di Stato e il cardinale Pietro Parolin.

Vescovi «illegittimi» e vescovi «clandestini»

Compiendo un passo storico, il settembre 2018 il governo cinese e le autorità vaticane hanno siglato un accordo provvisorio sulle nomine vescovili. L’intesa – rinnovata per la terza volta lo scorso ottobre – non solo ha posto fine a decenni di ordinazioni episcopali avvenute senza il consenso papale, ma ha anche riunito la comunità cattolica. Questa conterebbe tra i 6 e i 12 milioni di fedeli, senza la distinzione tra «Chiesa ufficiale», controllata dal governo cinese, e «Chiesa clandestina», fedele al pontefice. Il significato simbolico è ugualmente rilevante: per la prima volta, Pechino ha riconosciuto l’autorità religiosa del Papa in Cina, una concessione che, in epoca imperiale, i missionari gesuiti non ottennero mai. Certo, molto resta da fare.

A oggi ci sono ancora una ventina di vescovi ordinati in precedenza dalla Santa Sede in maniera «riservata» ma che, non essendo stati né eletti, né nominati, né consacrati secondo le regole disposte anche dal governo cinese, non sono considerati formalmente come presuli. Ma lo stallo, in diversi casi, è stato risolto dal punto di vista canonico su base locale: nelle diocesi dove si trovavano a coesistere vescovi «illegittimi» – ovvero ordinati solo secondo le procedure volute dal governo cinese – e vescovi «clandestini» – nominati dal Papa ma non riconosciuti da Pechino -, il Vaticano ha accettato di legittimare il presule ufficiale, mentre il «clandestino» è stato riconosciuto anche dalle istituzioni cinesi come «vescovo ausiliare» della medesima diocesi. Questo tipo di sperimentazioni sta contribuendo a sanare lo scisma che per decenni ha afflitto la Chiesa cattolica cinese.

Per Gianni Valente, direttore dell’agenzia Fides, «la linea prospettica, a lungo termine, resta nel fatto che questi casi si risolveranno lentamente in un modo o nell’altro, per certi versi anche naturalmente».

Il vescovo «clandestino» Peter Shao Zhumin, più volte arrestato dalle autorità cinesi. Foto cortesia CNS UCAN.

Articolo 36 e «sinizzazione»

Insomma, la diplomazia sino-vaticana sta facendo il suo corso. Questo tuttavia non risolve il problema di fondo: il governo comunista continua a nutrire forte sospetto nei confronti dei culti importati dall’estero. Nella visione di Pechino, serve quindi addomesticarli per renderli innocui. I leader cinesi la chiamano «sinizzazione della religione», termine inserito persino nel rapporto presentato da Xi al Congresso del partito che, nel 2017, ha segnato l’inizio del suo secondo mandato presidenziale. In concreto, vuol dire reinterpretare la Bibbia e inserire «elementi della tradizione cinese» nella liturgia, la musica sacra, gli abiti clericali e gli edifici ecclesiastici. Obiettivo perseguito anche attraverso un inasprimento del quadro normativo.

Nel luglio 2023, l’«Amministrazione statale per gli affari religiosi» ha introdotto le «misure amministrative per i luoghi di attività religiosa» che, abrogando la vecchia normativa del 2005, puntano a «standardizzare la gestione dei luoghi di culto, proteggere le normali attività religiose e salvaguardare i diritti e gli interessi legittimi dei cittadini credenti».

Tuttavia, molte delle disposizioni sembrano contraddire l’articolo 36 della Costituzione cinese, che garantisce «libertà di credo religioso».

Come si legge all’articolo 3 della nuova legge, «i luoghi di attività religiosa devono sostenere la leadership del Pcc e il sistema socialista, implementare a fondo l’ideologia di Xi Jinping del socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era […] praticare i valori socialisti fondamentali, aderire alla direzione della sinizzazione delle religioni della Cina».  Provvedimenti, questi, che esplicitano l’imposizione della cultura cinese (han) alle minoranze etniche e religiose senza riguardo per le loro tradizioni e specificità. Non solo nella sostanza, ma anche nella forma. Ai luoghi di culto viene, infatti, chiesto di «riflettere uno stile cinese e integrare la cultura cinese nell’architettura, nella scultura, nella pittura, nella decorazione e in altri aspetti visivi».

Il vescovo Shen Bin della Chiesa cattolica patriottica cinese. Foto cortesia Xinhua.

Chiese e moschee

Le misure amministrative giustificano de iure una pratica attuata de facto da molti anni. Se nel 2015, circa 1.200 chiese erano state spogliate delle loro croci, secondo il Financial Times, tra il 2018 e il 2023, tre quarti delle oltre 2.300 moschee presenti in Cina sono state modificate, private di cupole e minareti, o completamente distrutte.

Per i duri e puri, è la conferma che di Pechino non ci si può fidare; che con le sue moine il partito ha raggirato la Santa sede; che l’accordo sui presuli è servito solo a distogliere l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani.

Il cardinale di Hong Kong, Joseph Zen, lo va dicendo da tempo. Da prima che, nel 2022, venisse condannato al pagamento di sanzioni pecuniarie per la mancata registrazione di un fondo di assistenza umanitaria, creato per sostenere gli attivisti dell’ex colonia britannica a processo per le proteste pro democrazia del 2019. Eppure, è innegabile: la stretta sulla comunità cattolica cinese oggi è meno intensa. Gli arresti sono meno frequenti.

L’attenzione di Xi è rivolta alle minoranze di fede islamica ed etnia centroasiatica, storicamente associate a movimenti separatisti. In confronto i cristiani sono innocui. Pregano, cantano, e assolvono mansioni assistenziali, alleggerendo il carico del welfare statale.

Nei calcoli del governo sono fattori che ormai prevalgono sulla preoccupazione che la Chiesa cattolica diventi rifugio per dissidenti e attivisti. I più «pericolosi» sono ormai stati zittiti, detenuti, o costretti all’esilio.

Così la danza diplomatica tra Pechino e il Vaticano continua. Con la speranza che ci saranno più abbracci e meno giravolte.

Alessandra Colarizi
(fine prima parte)

 

 




Asia. Aumenta la produzione di armi

 

La guerra in Ucraina e la crisi in Medio Oriente. Ma anche le minacce della Corea del Nord. Per non parlare dell’assertività cinese nell’Asia-Pacifico. Sono questi i principali fattori ad aver trainato l’acquisto di armi nel 2023, secondo un rapporto dello Stockholm international peace research institute (Sipri), pubblicato il 2 dicembre. Il think tank svedese ha conteggiato per il 2023 vendite di armi e servizi militari per 632 miliardi di dollari per le sole prime 100 aziende produttrici nle mondo, con un aumento del 4,2% rispetto al 2022.

Grandi numeri a parte, la spartizione delle commesse mette in luce piccoli assestamenti, in particolare un graduale ribilanciamento delle transazioni tra gli esportatori asiatici.

A guidare la classifica globale (ormai dal 2018) sono sempre le aziende statunitensi, con una quota di mercato del 50%, mentre i cinesi si posizionano al secondo posto (16%), seguiti dai produttori di Regno Unito (7,5%) e, un gradino sotto, a pari merito, fornitori militari di Francia e Russia, ciascuna con una quaota del 4%.

Sebbene la graduatoria non presenti ancora grandi elementi di novità, sotto traccia sono tuttavia riscontrabili alcune tendenze anticipatrici di quelli che probabilmente saranno i futuri sviluppi del settore.
Tra tutti spicca un dato: le aziende della Repubblica popolare cinese (Rpc) hanno registrato la crescita dei ricavi (103 miliardi di dollari) più bassa degli ultimi quattro anni (+0,7%). Un risultato che il rapporto Sipri attribuisce al rallentamento dell’economia cinese, a fronte di una crescita costante delle vendite nei mercati esteri. Il motivo, come spiega un ricercatore del think tank svedese, è che molti produttori militari in realtà guadagnano dal settore civile, mai uscito completamente dalla crisi pandemica. Con entrate per 20,9 miliardi di dollari (+5,6%), Aviation industry corporation of China (Avic) si è classificata all’ottavo posto nella lista del Sipri, diventando il più grande produttore di armi della Cina. Segno dell’importanza crescente ottenuta dal comparto aerospaziale.

Mentre la Cina arranca, altri esportatori asiatici guadagnano terreno.
Nonostante Corea del Sud (+1,7%) e Giappone, (+1,6%) abbiano ancora quote di mercato complessivamente molto contenute, i due paesi sono in rapida rimonta. Complici le tensioni regionali nella penisola coreana e nel Mar cinese meridionale, ma anche un maggiore protagonismo internazionale di Tokyo e Seul al fianco degli Stati Uniti. Le vendite delle aziende giapponesi (10 miliardi di dollari) hanno beneficiato del progressivo incremento del budget militare del Paese, che sta spingendo le Forze di autodifesa ad aumentare gli ordini dopo decenni di basso profilo.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, obblighi costituzionali autoimposti costringono il Giappone a «rinunciare all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali». Fattore che per decenni ha spinto Tokyo ad appoggiarsi all’alleato americano. Salvo ora dover rivedere la sua posizione difensiva come deterrente davanti alle provocazioni missilistiche di Pyongyang (Corea del Nord) e all’espansionismo regionale di Pechino.
Nel suo rapporto, il Sipri ha notato «un importante cambiamento nella politica di spesa militare» da quando, nel 2022, il governo dell’ex premier Fumio Kishida ha destinato alla difesa il budget più consistente dalla fine del secondo conflitto mondiale (47 miliardi di dollari) con un incremento previsto fino al 2% del Pil entro il 2027. Lo stesso livello dei paesi Nato.

Se nel caso delle aziende giapponesi a fare da traino sono le vendite interne, per i produttori sudcoreani la crescita dei ricavi (11 miliardi di dollari) va ricondotta principalmente alle esportazioni. Soprattutto per quanto riguarda gli ordini di artiglieria terrestre. Con la guerra in Ucraina alla clientela della Corea del Sud – oltre all’Australia – si è aggiunto un numero sempre maggiore di paesi europei. La Polonia, ad esempio, ha comprato da Seul carri armati, aerei da attacco leggeri e obici semoventi K9.

Secondo la Top 100 del Sipri, le forniture delle aziende militari sudcoreane e giapponesi hanno riportato una crescita rispettivamente del 39% e del 35%. A fare meglio è stata solo la Russia che, con un aumento del 40%, ha registrato l’incremento maggiore a livello globale.

Alessandra Colarizi




Cina. L’importante è vincere


Un tempo si diceva che l’importante è partecipare. Per il leader cinese non è così. Lo sport è inteso come una vetrina del Paese, il medagliere olimpico come un barometro del proprio status globale. Per questo, per vincere (anche) nello sport, la Cina fa uso di molti incentivi. Economici e non solo.

«Questo è il giorno più vergognoso per il calcio cinese». Venerdì 6 settembre, il web esplodeva alla notizia dell’ennesima sconfitta calcistica della nazionale cinese: un sonoro 7 a 0 contro il Giappone. Una vera debacle non solo per via del punteggio: 18° nella classifica mondiale della Fifa, il Sol Levante ha con la Cina dispute tutt’oggi irrisolte. L’occupazione nipponica del 1937 brucia ancora oltre la Muraglia e le isole contese nel Mar cinese orientale continuano a sfilacciare i rapporti tra i due paesi. Sempre più spesso, sport e geopolitica convergono infiammando gli spalti e il campo da gioco. Questo è vero soprattutto alle Olimpiadi, l’evento sportivo più importante a livello mondiale: il paese ospitante ne trae prestigio – o disonore – internazionale in base alle capacità organizzative. Per chi gareggia, invece, il medagliere diventa barometro del proprio status globale.

 

Pechino e le Olimpiadi

Nella sua (relativamente) breve storia olimpica, la Cina ha fatto il possibile per sfruttare la prestigiosa vetrina. Come tutti, d’altronde. Ma, nell’ex Celeste impero, la manifestazione ha un significato più profondo. Se per la maggior parte dei paesi è l’occasione per ravvivare un patriottismo ormai sbiadito, per la Repubblica popolare è addirittura l’opportunità per esorcizzare il ricordo di un passato doloroso e infamante. Boicottati i Giochi fino al 1984 in risposta alla partecipazione di Taiwan – «una provincia ribelle», secondo il governo comunista -, la Cina popolare ha recuperato velocemente il tempo perso.

Pechino è stata la prima città a ospitare sia le Olimpiadi estive nel 2008, sia l’edizione invernale nel 2022. La cerimonia di apertura in entrambe le occasioni è diventata il palcoscenico per raccontare l’ex Celeste Impero al mondo, attraverso una narrazione densa di rimandi storici e culturali. In particolare, i Giochi del 2008 hanno rappresentato molto di più di una semplice competizione sportiva. Hanno, infatti, portato la Cina sul proscenio internazionale, segnandone il riconoscimento sia come civiltà antica che come società in rapido sviluppo, con i suoi successi economici, tecnologici, sociali e culturali. Il tutto proprio mentre gli Stati Uniti venivano travolti dalla peggiore crisi finanziaria dalla grande depressione del ‘29.

Da allora la performance degli atleti cinesi, in costante miglioramento, è stata associata dalla propaganda ufficiale all’inevitabile sorpasso della Cina sull’occidente: non solo in termini economici. Anzi, il progressivo rallentamento della crescita nazionale ha reso più impellente per Pechino trovare nuove forme di legittimazione. Quale meglio dello sport nel quale la possenza fisica della popolazione diventa specchio dell’ascesa internazionale della nazione? «Lo sviluppo degli sport è strettamente associato al livello di sviluppo, all’economia e al grado di civiltà di un paese – spiegava recentemente al Global Times il professor Zhang Yiwu, consulente del governo cinese -. Per esempio, una persona affamata non avrebbe alcuna possibilità di praticare lo scooter freestyle».

Parigi e la vittoria di Taiwan

Più passano gli anni, più questa convinzione diventa esplicita. Lontano è il tempo in cui la «diplomazia del pingpong» suggellava l’appeasement (allentamento delle tensioni, ndr) tra la Cina di Mao e l’America di Nixon. Oggi, anziché pacificare, lo sport finisce troppo spesso per dividere. Prendiamo le Olimpiadi di Parigi 2024. Con un totale di 91 medaglie vinte, la Cina si è classificata seconda dopo gli Stati Uniti. Ma per i netizen (persona attiva su internet, ndr) cinesi gli ori sarebbero in realtà non 40 bensì 44. «Bisogna includere anche Taipei e Hong Kong, che sono parte della Cina», recita un post diventato virale sul social network Weibo. Le tensioni militari con Washington nello Stretto di Formosa e l’attenzione dell’occidente per il futuro dell’ex colonia britannica (sempre meno autonoma e più cinese) hanno riacceso le rivendicazioni di Pechino sui territori d’oltremare. Anche sul campo di gioco. Ad agosto la Tv di Stato ha interrotto la diretta, quando la squadra di badminton (una specie di tennis con un volano al posto della pallina e un campo ridotto, ndr) taiwanese ha battuto i colleghi cinesi nel doppio maschile, aggiudicandosi l’oro olimpico in uno degli sport dove la Repubblica popolare ha sempre eccelso.

Campi da gioco a Pechino. Foto Christian Lue – Unsplash.

Le accuse di doping

Altri imprevisti sono stati interpretati oltre la Muraglia come un «sabotaggio» o una mancanza di rispetto. La rottura di una racchetta o il mancato saluto dello sfidante prima del match, per molti tifosi cinesi, non sono semplici incidenti. Per non parlare delle accuse di doping. Poco prima dei Giochi di Parigi, Fbi e dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti hanno aperto un’inchiesta penale sul caso di 23 nuotatori cinesi risultati positivi e mai squalificati. Anzi, premiati con tre ori e due argenti olimpici a Tokyo nel 2021. In Cina, l’indagine è stata definita una manovra politica.

Lo ha detto chiaramente Fan Hong, ex nuotatore della nazionale cinese: «La competizione sportiva è una guerra senza armi da fuoco».

L’establishment usa un linguaggio meno diretto. Il 20 agosto, accogliendo gli atleti come eroi presso la Grande sala del popolo in piazza Tiananmen, il presidente Xi ha dichiarato che il team Cina ha «conquistato gloria per il Paese e il popolo». Di più: «Gli eccellenti risultati della delegazione sportiva cinese sono un riflesso concentrato dello sviluppo e del progresso della causa sportiva del paese. Sono anche un microcosmo dei risultati della costruzione della Cina moderna, dimostrando pienamente la forza del Paese nella nuova era», ha sentenziato il leader.

Mai più la «malata d’Asia»

Forza, fisicità, emancipazione internazionale: il governo cinese considera le competizioni sportive l’occasione per ottenere una rivalsa storica sull’occidente. Ancora prima della fondazione della Repubblica popolare, fu Mao Zedong a trattare il tema nei suoi scritti giovanili. Nel 1917, memore dell’umiliazione subita contro le truppe anglo-francesi durante le due guerre dell’oppio (1839-60), il Grande timoniere riscontrò nel saggio Uno studio sulla cultura fisica come «il nostro paese sta perdendo le sue forze. L’interesse pubblico per le arti marziali sta calando. La salute delle persone sta peggiorando ogni giorno che passa […] Il nostro paese si indebolirà ulteriormente se le cose continueranno a lungo invariate». La Cina non poteva continuare ad essere considerata la «malata d’Asia». Educazione fisica ed esercitazioni militari sono rimaste le colonne del programma sportivo del partito comunista durante la guerra civile contro i nazionalisti. Poi l’influsso sovietico, con la sua attenzione per l’esercizio fisico nelle scuole, rafforzò questa convinzione: «Nel campo della difesa nazionale, il paese ha bisogno di corpi potenti e abili. I giovani devono essere forti fisicamente, brillanti e vivaci, coraggiosi e acuti, duri e inflessibili», affermò nel 1959 il vicepresidente Zhu De.

Oggi la Cina è guarita dalla «malattia», ma il contesto internazionale attuale non è meno teso di quanto non lo fosse un secolo fa. Le relazioni con gli Stati Uniti e le altre ex potenze imperialiste sono ai minimi storici. Complice la retorica statale, il nazionalismo è tornato un sentimento diffuso nella Repubblica popolare. A fine agosto, divulgando per la prima volta il contributo ideologico di Xi sullo sport, un think tank governativo ha auspicato la definizione di un ordine sportivo globale più «giusto e ragionevole», attraverso un maggiore coinvolgimento dei paesi emergenti.

«I valori sportivi del fair play, del rispetto delle regole e del rispetto per gli avversari sono particolarmente significativi nella competizione tra grandi potenze», avrebbe dichiarato il presidente nei suoi discorsi.

Strategia e (tanti) soldi

La Cina strizza l’occhio al Sud globale. Ma, nel dare voce al mondo in via di sviluppo, in realtà, parla da seconda economia mondiale. Non è un mistero, infatti, che i successi inanellati dal gigante asiatico nello sport siano il prodotto di una complessa pianificazione statale, puntellata da generosi finanziamenti.

Con le Olympic glory-winning program guideline 2001-2010, nel 2002 l’Amministrazione generale dello sport (Gasc) stabiliva obiettivi e strategie per portare la Cina sui tre gradini del podio entro le Olimpiadi del 2008. Lavorando su quelle discipline (come il nuoto e il canottaggio) dove la performance cinese si era storicamente dimostrata deludente. O dove l’Occidente non aveva mai investito molto. Basti pensare che, dal 1984, il 75% degli ori cinesi sono concentrati in soli cinque sport – pingpong, tuffi, ginnastica, badminton e sollevamento pesi -, di cui oltre due terzi vinti da donne.

I calcoli strategici spiegano molto, ma non tutto. Nel Paese sono migliaia le scuole di sport foraggiate dal Governo incaricate di reclutare bambini talentuosi sin dalla tenera età per far di loro dei campioni. Gli ottimi risultati della Cina nel medagliere per anni hanno spinto gli stessi genitori – perlopiù provenienti dalle campagne – a sottoporre i loro figli al duro esercizio nell’ottica di dare ai piccoli un futuro radioso.

Secondo Global Times, dopo i Giochi di Parigi, il governo ha premiato gli atleti olimpici e le loro famiglie con bonus fino all’equivalente di 82.500 dollari. Gli incentivi economici sono l’asso nella manica di Pechino. Una manica molto larga.

Nel 2024, il budget stanziato per l’Amministrazione generale dello sport ammontava a oltre un miliardo di dollari. In confronto, nello stesso periodo, l’Australia – 53 medaglie vinte a Parigi – ha iniettato nella Commissione sportiva nazionale appena 323 milioni di dollari. Quando poi si tratta di grandi eventi il governo cinese davvero non bada a spese.
Secondo Business insider, le Olimpiadi invernali di Pechino sono costate quasi 40 miliardi di dollari rispetto agli 1,6 miliardi preventivati dalle autorità.

Ai poco noti Asian games, dove la Cina detiene il primato per numero di medaglie, l’impegno economico non è stato da meno. Hangzhou, la città cinese che, nel 2023, ha ospitato la competizione asiatica, ha sborsato in tre anni oltre 30 miliardi di dollari per costruire nuovi stadi, migliorare i trasporti e potenziare le strutture ricettive.

Università d iPechino, foto Kuan Fang – Unspalash

Interpretare il medagliere

Se gli sforzi (e i soldi) siano davvero ben riposti è però tutto da vedere. Come dicevamo, mentre alle Olimpiadi e ai Giochi asiatici la strategia di Pechino è riuscita alla lettera, nel calcio il «sogno cinese» continua ad essere un incubo. Nel 2016 la Federazione calcistica cinese ha svelato un piano da un miliardo di dollari l’anno per trasformare il paese asiatico in una «superpotenza calcistica mondiale» entro il 2050. Ma, ad oggi, la nazionale cinese continua a collezionare una sconfitta dopo l’altra, mentre la Super league (l’equivalente locale dell’italiana serie A) è travolta da scandali e purghe.

Inoltre, è vero che alle Olimpiadi la Cina ha portato a casa più medaglie rispetto a paesi come Australia, Giappone e Canada (pur avendo partecipato solo alla metà delle competizioni), tuttavia, se rapportati alle dimensioni della popolazione complessiva (1,4 miliardi di abitanti), i risultati ottenuti sono meno sfavillanti di quanto non sembri: con una medaglia in media ogni 2,2 milioni di persone, la Cina si posiziona al 107° posto nel mondo, dopo la Thailandia. Non solo. Il miglioramento degli standard di vita nel Paese – secondo gli esperti – lascia intendere che saranno sempre meno le famiglie a scegliere di separarsi dai propri piccoli aspiranti campioni. In termini di soft power, il bilancio è anche più dubbio. Alle nostre latitudini le cerimonie pirotecniche di Pechino non bastano a compensare le critiche in merito alla repressione delle libertà in Tibet e Xinjiang, o all’ingerenza cinese a Hong Kong. Lo dimostra il boicottaggio diplomatico (cioè non degli atleti) di Stati Uniti, Australia, Canada, Regno Unito e Lituania, durante i Giochi invernali del 2022. A Parigi, invece, ha fatto molto discutere l’intervento di presunti agenti cinesi sulle tribune per sequestrare gli striscioni di incoraggiamento agli atleti taiwanesi.

Nazionalismo e tifo

In Cina, lo Stato regge i fili di tutto. Nel bene e nel male. Dopo il fischio di inizio, l’impressione è però che tanta ingerenza alla fine diventi castrante anziché dopante. Secondo quanto ci spiega Dong-Jhy Hwang, vicepresidente della National Taiwan sport university, «sono necessari uno studio sul campo e nuove interviste con gli atleti cinesi per comprendere la relazione tra pressione politica e prestazioni». Nel corso degli anni, infatti, sempre più sportivi hanno deciso di uscire dal sistema delle scuole statali, scorgendo nella carriera sportiva un percorso individuale di crescita e soddisfazione personale.

Tra l’altro, anche nello sport il nazionalismo indotto dall’alto è parso sfuggire di mano: sempre più spesso l’amor patrio rischia di trasformarsi in tifo radicale. Così è stato anche alle Olimpiadi di Parigi, quando due giocatrici cinesi si sono affrontate nella finale femminile di tennistavolo, i fan dell’atleta sconfitta hanno attaccato ferocemente l’altra giocatrice con fischi e accuse online di tradimento. Nei giorni delle competizioni, le piattaforme social hanno affermato di aver rimosso decine di migliaia di post e bannato centinaia di account per «incitamento al conflitto». Almeno due persone sono state arrestate con l’accusa di aver diffamato gli atleti.

Sembrano veramente lontani i tempi della «diplomazia del pingpong».

Alessandra Colarizi

Ha suscitato clamore e proteste il caso dei 23 nuotatori cinesi trovati positivi all’antidoping, ma non squalificati. Foto Pixabay.

 




Cina. L’offensiva culturale di Xi


L’attacco agli Stati Uniti e all’Occidente da parte del presidente cinese è sistematico e  totale. Mira a sostituire idee e valori con la visione cinese. Ma a una disamina attenta emergono le molte contraddizioni di Pechino.

Si dice fosse la città più grande al mondo, con lunghe mura di argilla e un imponente palazzo reale all’interno. Stiamo parlando delle antiche rovine di Liangzhu, risalenti a 5.300 anni fa, ben mille anni prima della dinastia Shang, la prima ad apparire nella documentazione storica scritta.

Quella fiorita sul delta del fiume Azzurro, nell’area che oggi corrisponde alla periferia di Hangzhou, viene considerata tra le culture neolitiche tecnologicamente più avanzate al mondo: quelle rovine ospitano i resti della più antica struttura di ingegneria idraulica di tutta la Cina.

Liangzhu non è però solo la culla della civiltà cinese. Il sito archeologico offre anche i presupposti ideologici per un nuovo ordine internazionale, così come vagheggiato da Pechino: più «democratico» e inclusivo rispetto all’architettura mondiale definita dall’Occidente dopo la Seconda guerra mondiale.

Può sembrare strano, ma le ambizioni riformiste (qualcuno dirà «revisioniste») della leadership cinese attingono a piene mani a quel lontano passato. Per capire perché, occorre arrotolare il nastro al 15 marzo 2023, quando il presidente Xi Jinping, intervenendo a un meeting con i partiti politici stranieri, ha proposto una nuova soluzione alle «molteplici sfide globali»: «Tolleranza, coesistenza, scambi e apprendimento reciproco tra le diverse civiltà svolgono un ruolo insostituibile nel far avanzare il processo di modernizzazione dell’umanità», ha spiegato Xi.

La globalizzazione «armonica» di Xi

Da quel discorso ha preso forma uno dei pilastri della politica estera cinese: la Global civilization initiative (Gci), l’ultima di tre iniziative che, insieme, suggeriscono come perseguire lo sviluppo economico mondiale (la Global development initiative), il mantenimento della sicurezza internazionale (la Global security initiative), e appunto la gestione delle relazioni diplomatiche (la Gci). Secondo quest’ultima, ogni Stato ha una sua cultura specifica e specifici valori che meritano rispetto. Pertanto, è possibile convivere armoniosamente solo rinunciando all’imposizione di relazioni gerarchiche e astenendosi dall’interferire nelle questioni interne degli altri paesi. Non esiste un modello politico economico migliore o universalmente valido.

Si tratta di una visione che promuove la saggezza degli antichi principi confuciani e taoisti (dell’«armonia senza uniformità» e «della coesistenza armoniosa delle differenze») come ricetta per affrontare guerre, discriminazioni razziali, competizioni geopolitiche tra paesi: i mali della contemporaneità che Pechino attribuisce alle vecchie potenze occidentali, smaniose di esportare il proprio sistema democratico in giro per il mondo. Oltre che da Confucio e Laozi, il trittico Gdi-Gsi-Gci trae ispirazione dal concetto di «comunità dal destino condiviso», teorizzato dalla leadership cinese negli anni Novanta. Xi lo ha reso uno dei principi cardinali della sua politica estera prima ancora di avviare la Belt and road initiative (Bri), il progetto infrastrutturale volto a riportare l’ex Celeste Impero al centro delle dinamiche economiche e geopolitiche globali. Il presupposto è che «il futuro di tutti i paesi è oggi strettamente connesso» e che «pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà» sono «aspirazioni comuni» verso cui tendere.

Relativizzazione dei valori e nessuna ingerenza

Se la Bri punta soprattutto a infondere sviluppo materiale, le tre nuove sigle gettano invece i presupposti teorici per un nuovo modello di governance mondiale. Ergo, alla Cina non basta più presentarsi come il paese in via di sviluppo diventato seconda economia mondiale. Vuo-le che allo status economico corrisponda un riconoscimento politico e culturale.

È un’ambizione maturata nel corso di decenni, oggi più esplicita alla luce dei «profondi cambiamenti mai visti in cento anni di storia», come direbbe Xi: le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno evidenziato come una cospicua parte di mondo condivida il malcontento di Pechino nei confronti della postura occidentale nei due conflitti. Per quanto discutibile e largamente retorica, nel cosiddetto Sud globale la «neutralità» cinese viene apprezzata più della conclamata vendita di armi americane a Kiev e Tel Aviv.

Sul giudizio pesano le promesse mancate del Nord del mondo in merito alla necessità di riformare gli organi multilaterali, ancora troppo poco rappresentativi dei paesi emergenti. Esigenza di cui la Cina si è resa portavoce, dall’interno, incoraggiando l’ampliamento delle vecchie istituzioni internazionali (come il G20 e il Consiglio di sicurezza dell’Onu); dall’esterno, incentivando la nascita di piattaforme concorrenziali, a partire dai Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), che nel 2024 hanno accolto altri quattro membri (Etiopia, Egitto, Iran ed Emirati arabi uniti).

Come appare evidente, gli effetti della Gci non sono esclusivamente «culturali», almeno non in senso stretto. Difficile non notare come la relativizzazione dei valori promossa dalla sigla smentisca l’universalità dei diritti umani, che Pechino subordina al raggiungimento del benessere economico. Mentre, sottoposta a un’interpretazione westfaliana della sovranità (lo Stato-nazione), l’ingerenza della comunità internazionale nelle dinamiche politiche dei paesi viene respinta sempre e comunque. Anche davanti all’«operazione militare speciale» di Putin in Ucraina o a una possibile (ri)unificazione di Taiwan alla Cina continentale.

Teoria e realtà

C’è chi ritiene che la missione civilizzatrice di Xi strizzi l’occhio alle autocrazie amiche. Riferimenti alla Gdi, Gsi e Gci, sono ormai una costante nei comunicati congiunti durante gli incontri con gli emissari del Sud globale. Eppure, l’approccio autoreferenziale dell’iniziativa cinese rischia di limitare notevolmente la cerchia degli ammi-

ratori. Se «pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà» sono principi incontestabili, è impossibile non riscontrare come nel mondo reale Pechino fatichi a rispettarne il significato letterale. Basta pensare all’espansionismo militare nel Mar cinese meridionale, che la Repubblica popolare rivendica quasi tutto per sé e dove negli ultimi mesi pescherecci e guardia costiera delle Filippine sono stati respinti a cannonate d’acqua. O alla repressione delle minoranze musulmane nello Xinjiang, la provincia cinese al confine con l’Asia centrale. Difficile parlare di rispetto per le differenze culturali quando le diversità vengono annullate persino dentro i confini nazionali.

La superiorità cinese

Scricchiola anche l’assioma dell’«equità», tanto caro al Sud globale. A parole la Cina sostiene la tradizionale architettura internazionale con al centro le Nazioni Unite: l’organizzazione, che meglio esprime le istanze dei paesi in via di sviluppo, figura esplicitamente nei documenti fondativi delle tre nuove iniziative globali di Pechino. Eppure, balza all’occhio come la retorica dei media statali spesso non esiti a rimarcare l’eccezionalità della tradizione cinese.

In una lettera scritta per commemorare il sito archeologico di Liangzhu, Xi ha affermato che la civiltà cinese, essendo «aperta e in costante cambiamento» da oltre 5.000 anni, «assorbe le parti migliori di altre civiltà da tutto il mondo». Riprendendo lo stesso concetto sulla rivista teorica Qiushi, lo scorso maggio il presidente spiegava senza giri di parole che «dal punto di vista della tradizione culturale, la civiltà cinese è l’unica civiltà al mondo che è continuata fin dall’antichità senza interruzioni. L’effetto combinato di molteplici fattori ha consentito alla nazione cinese di modellare gradualmente una mentalità nazionale e una psicologia culturale indipendenti e autonome nel suo sviluppo storico».

Questa autonomia, profondità e longevità – aggiunge il leader – attribuisce alla civiltà cinese «un fascino unico che è diverso dalle altre civiltà del mondo».

Tra le righe, si scorge una malcelata forma di «suprematismo culturale» molto antica che, se in epoca imperiale si manifestava nei confronti dei paesi «vassalli» del vicinato asiatico, oggi spesso emerge per scoperchiare i «doppi standard» degli Stati Uniti, modello di democrazia solo quando si tratta di criticare i paesi rivali.

Non potendo ancora rivendicare una superiorità economica (che, peraltro, oggi pare allontanarsi), a Pechino non resta che reclamare un primato immateriale: il tema della pochezza culturale degli Stati Uniti, il «nuovo mondo» senza storia, ricorre frequentemente sui media cinesi. D’altronde, oltre la Muraglia, proprio lo scontro geopolitico con Washington sembra aver rinvigorito quell’orgoglio per il passato negli ultimi vent’anni un po’ offuscato dai numeri luccicanti del Pil.

Il rapporto con gli Stati Uniti

Nelle relazioni con gli Usa, c’è un prima e c’è un dopo l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, nel 2017. Quello è stato il momento in cui la competizione sino-americana è debordata sul piano ideologico. Che sia stato così, è diventato evidente, però, solo nell’aprile di due anni dopo quando, parlando al Future security forum, l’ex direttore della pianificazione politica del Dipartimento di stato degli Usa, Kiron Skinner, ha rimarcato come per «la prima volta» Washington si trovasse a fronteggiare «una grande potenza» non caucasica.

Da quel momento, per parte dell’establishment americano, la cultura e l’identità razziale sono diventate criteri per stabilire la natura – cooperativa o conflittuale – delle relazioni con gli altri Stati. Tanto che l’autorevole analista cinese Wang Jisi recentemente ha constatato come ormai «il dibattito politico e ideologico tra la Cina e gli Stati Uniti è essenzialmente definito dalle direttrici del nazionalismo, della cultura e della civiltà – “l’Oriente contro l’Occidente” – non tra socialismo e capitalismo, o tra proletariato e borghesia».

Contro le contaminazioni

È quindi la Cina che attacca o va considerata «legittima difesa»? Come spiega Xi sul Qiushi, «Sin dai tempi moderni, l’afflusso delle tendenze culturali occidentali ha avuto un impatto sulle tradizioni culturali e sul mondo spirituale del popolo cinese. Alcune persone hanno gradualmente perso la loro soggettività culturale. Come riconquistare la spina dorsale culturale è diventata una questione importante, legata alla sopravvivenza e allo sviluppo della nazione cinese». Un compito spettante al Partito comunista che, investito di una «missione storica», lo porterà avanti concentrandosi da una parte «sulla civiltà materiale», dall’altra «sulla civiltà spirituale». Il messaggio è chiaro: la prosperità economica non può prescindere dallo «sviluppo della cultura socialista». Non solo perché, come dice Xi, la Cina si sente minacciata dalle contaminazioni ideologiche esterne, ma anche perché dietro l’apparente sicurezza della leadership cinese si nascondono timori e debolezze. Impossibile non notare, infatti, come l’enfasi attribuita al passato glorioso serva a sviare l’attenzione dalle difficoltà del presente.

In patria, il rallentamento della crescita economica (scesa al 5% dal 10% del 2010) sta affossando gli stipendi; oltreconfine le disponibilità economiche più contenute hanno indotto una riduzione degli investimenti nel Sud globale.

Radici confuciane e marxismo

In cerca di nuove fonti di legittimazione, Pechino guarda indietro. Erede della Cina imperiale e maoista, la leadership comunista guidata da Xi sta investendo massicciamente nell’archeologia e nella ricerca storica per valorizzare tanto le radici confuciane quanto i «geni rossi» del Paese. Nella stanza dei bottoni viene utilizzato il termine «le due integrazioni», formula che sta a indicare la capacità con cui il Partito ha saputo armonizzare «i principi fondamentali del marxismo con le realtà specifiche della Cina e il meglio della sua cultura tradizionale, adattando continuamente il marxismo al contesto cinese e alle esigenze dei tempi».

Occorreranno mesi, forse anni, prima di poter giudicare il valore geopolitico della controffensiva culturale di Xi.

Dall’altro lato del Pacifico qualche perplessità già c’è. Per R. Evan Ellis, docente presso il United states army war college, in molte parti del mondo – proprio quelle a cui ammicca la Gci -, i concetti di «civilizzazione» e «modernità» sono ancora associati alla dominazione coloniale e all’emarginazione delle popolazioni indigene.

Senza bisogno di guardare troppo lontano, nello Xinjiang usi e costumi locali vengono considerati sintomo di arretratezza in contrapposizione al progresso economico e sociale delle province cinesi abitate dall’etnia maggioritaria Han. A quanto pare, i «doppi standard» non sono una prerogativa solo dell’Occidente.

Alessandra Colarizi




Cina. Armi: più export e meno import

Una Sviluppato dalla statale Aviation industry corporation of China (Avic), il jet è un aereo monoposto, bimotore, per caratteristiche paragonabile – del colosso della difesa americana Lockheed Martin. Non solo la tecnologia stealth consente ai velivoli di individuare prima gli avversari e lanciare attacchi a sorpresa. Secondo Wei Dongxu, esperto militare citato dal South China morning post, gli FC-31 possono trasportare un’ampia selezione di munizioni, fino a due missili aria-superficie o tre missili aria-aria, oltre a diverse bombe a guida laser.

L’acquisto allunga la lista della spesa di Islamabad e consolida la posizione della Cina tra gli esportatori di armi globali. A confermarlo è l’ultimo rapporto dello Stockholm international peace research institute (Sipri), stando al quale, nel periodo 2019-23 la Cina ha venduto armi a 40 stati: con una quota dell’export globale del 5,8%, il gigante asiatico si è posizionato di nuovo al quarto posto nella classifica mondiale, sebbene il volume delle vendite sia leggermente inferiore al quinquennio precedente.

Il primo acquirente è proprio il Pakistan, che da solo ha assorbito il 61% delle esportazioni cinesi, seguito da Bangladesh (11%) e Thailandia (6%). Il dato è particolarmente visibile nell’Africa subsahariana. Qui, nel periodo preso in esame, la Cina ha ottenuto una quota del 19% delle importazioni di armi, superando – anche se di poco – la Russia, ferma al 17%. Numeri che rendono la Repubblica popolare il nuovo fornitore numero uno, sebbene Mosca detenga ancora il primato nel continente, se al conto si aggiunge il Nord Africa (24%). Tendenza che, oltre ad essere trainata dalla ricerca di profitti, sembra in parte guidata dalla necessità di armare e stabilizzare i paesi dove la Cina ha investito più massicciamente. Non a caso tra gli ultimi accordi spiccano forniture di attrezzature militari allo Zimbabwe, ricco di miniere di litio.

Contestualmente, secondo lo studio del Sipri, la «non c’è stata una spaccatura politica tra Ucraina e Cina in grado di impattare le relazioni militari». Il motivo, secondo l’organizzazione con base a Stoccolma, è che la Russia non può sostituire completamente l’Ucraina, paese da cui anche Mosca ha storicamente attinto per ottenere attrezzature navali e aeree. Ma il vero ostacolo resta la produzione di aerei: nonostante i progressi nel settore dei motori, Pechino dovrà continuare a importare aeromobili ad elica dalla Russia o a costruirli su licenza con la Francia.

La Repubblica popolare costituisce un po’ un’eccezione in Asia, la regione in assoluto dove lo shopping di armi è aumentato più drasticamente. Secondo il Sipri, negli ultimi cinque anni, India, Pakistan, Giappone, Australia, Corea del Sud si sono classificati tra i primi dieci importatori su scala globale. Il primato delle importazioni globali di armi lo detiene Nuova Delhi, che fronteggiando perennemente il rischio di un conflitto con Islamabad e Pechino, ha aumentato la spesa del 9,8% rispetto al 9,1% del lustro precedente. Almeno in parte, sempre il fattore Cina sembra giustificare la sostenuta crescita dell’arsenale di Giappone e Corea del Sud: i due paesi asiatici hanno incrementato la quota degli acquisti militari rispettivamente del +155% e +6,5%. Complice la minaccia nordcoreana.

Non serve troppa immaginazione per capire da chi si siano riforniti: gli Stati Uniti – che muovono i fili delle alleanze regionali – sono stati la principale fonte di armi per entrambi i paesi asiatici. Con una crescita del 17%, Washington ha raggiunto il 42% delle vendite mondiali: sono ben 107 gli stati ad aver ottenuto attrezzature americane tra il 2019 e il 2023. A gennaio il Tokyo si è impegnato ad acquistare 400 missili da crociera Tomahawk, con capacità di contrattacco in territorio nemico. Ai sensi dell’accordo, il Sol Levante sosterrà un esborso di circa 254 miliardi di yen (1,6 miliardi di dollari), per i missili e le attrezzature correlate, su un periodo di tre anni a partire dall’anno fiscale 2025.

Alessandra Colarizi




L’invasione dei «coccodrilli» cinesi


Era conosciuta come la «fabbrica del mondo». Imitava e copiava. Metteva sul mercato merci tossiche e di bassa qualità. Quel tempo è passato. Oggi la Cina produce ed esporta nel mondo prodotti di alto livello a prezzi molto competitivi.

Un coccodrillo può battere uno squalo se si trova a combattere nel fiume Azzurro. Con questa metafora, nel 2003 Jack Ma, fondatore del colosso cinese dell’e-commerce Alibaba, prevedeva in tempi non sospetti come le aziende cinesi (i coccodrilli) avrebbero fatto fuori i concorrenti stranieri (gli squali) intenzionati a farsi largo nel mercato cinese (il fiume Azzurro).

Solo l’anno seguente Taobao, piattaforma di shopping online legata ad Alibaba, superava eBay per vendite in Cina. Con il tempo, storie come questa sono diventate la norma, non l’eccezione.

Pensiamo all’uscita di Uber dal mercato cinese, acquisita nel 2016 dalla rivale Didi Chuxing, tutt’oggi l’app di ride hailing (servizio di auto con autista) più popolare nel Paese.

I progressi cinesi

Per anni si è sostenuto che il successo delle aziende tecnologiche cinesi andasse ricercato nella mancanza di competizione straniera: secondo questa scuola di pensiero, chiudendo il paese a Facebook e Google il governo cinese avrebbe permesso la nascita di surrogati autoctoni, come WeChat e Baidu. Eppure la parabola di eBay e Uber, se non smentisce la vecchia tesi, quantomeno dimostra come la mancanza di alternative non sia sufficiente a giustificare l’afferma- zione delle big tech (aziende tecnologiche) locali. Soprattutto ora che i «coccodrilli» cinesi si stanno mangiando gli «squali» non più nel solo «fiume Azzurro», ma anche oltreoceano.

Nomi cinesi fino a poco tempo fa semisconosciuti hanno conquistato la fedeltà dei consumatori occidentali: TikTok, creatura della cinese ByteDance, governa il mondo dei video brevi. Shein ha rivoluzionato il fast fashion un tempo associato a marchi come Zara e H&M, mentre i cellulari di Huawei e Xiaomi hanno rosicchiato fette di mercato ad Apple e Samsung.

Tra il rallentamento dell’economia cinese, un quadro normativo sempre più stringente, e l’ascesa di competitor nazionali, aumenta il numero delle azien-de tecnologiche cinesi intenzionate (o costrette) a cercare fortuna all’estero. Il segreto del loro successo? Prezzi bassi e prestazioni sempre migliori. È passato il tempo della Cina «fabbrica del mondo», dei prodotti tossici e di bassa qualità. I «coccodrilli» cinesi hanno sempre meno da invidiare agli «squali» occidentali.

Un laboratoio del Guanglong high tech industry park a Guilin, Guangxi, Cina. Foto Glsun Mall – Unsplash.

Il peso delle sovvenzioni

Alla trasformazione ha contribuito enormemente il supporto di Pechino: basti pensare che, secondo rapporti annuali e registri pubblici, al 2019 Huawei aveva ricevuto centinaia di milioni di dollari in sovvenzioni statali, terreni per la costruzione di impianti e appartamenti per i dipendenti, bonus da distribuire ai migliori ingegneri e massicci prestiti da erogare ai clienti internazionali disposti a comprare i propri prodotti. Lo stesso sta avvenendo nel settore dell’automotive.

A inizio gennaio la casa automobilistica cinese Byd ha superato per la prima volta la statunitense Tesla nelle vendite di veicoli elettrici. Traguardo varcato in parte proprio grazie alle sovvenzioni che il governo cinese ripartisce alle aziende automobilistiche, funzionali agli obiettivi ecologici nazionali.

Per il think tank statunitense Csis, la spesa statale nel settore dei veicoli elettrici ha superato i 125 miliardi di dollari tra il 2009 e il 2021.

I cambiamenti

Comprendere l’avanzata globale delle aziende tecnologiche cinesi risulta difficile senza tenere in considerazione il modello di sviluppo promosso da Pechino.

Nati e cresciuti nell’arco dell’ultimo ventennio, i giganti cinesi di internet hanno beneficiato dei cambiamenti vertiginosi che hanno travolto il paese asiatico a partire dai primi anni Duemila: l’urbanizzazione rampante, la costruzione di reti di trasporti e telecomunicazioni, nonché la diffusione dei telefoni cellulari, hanno aperto la strada a nuovi modelli di business, dal commercio elettronico al food delivery (consegne a domicilio), passando per il social commerce (commercio elettronico direttamente sui social).

Ugualmente decisivo, anche se meno evidente, è l’impatto esercitato dalla storia meno recente. Il Ventesimo secolo, con i suoi stravolgimenti, ha posto le condizioni necessarie alla maturazione di uno spirito imprenditoriale. A sostenerlo sono Guoli Chen, docente di Insead (Francia), una delle business school più prestigiose al mondo, e Jianggan Li, fondatore di Momentum Works, società di ricerca con base a Singapore.  Nel loro manuale «Seeing the unseen: behind chinese tech giants’ global venturing» (Vedere l’invisibile: dietro l’avventura globale dei giganti tecnologici cinesi), i due esperti individuano le basi dello sviluppo tecnologico nelle pagine più buie del periodo maoista.

Può sembrare strano, ma anche la Rivoluzione culturale, in tutta la sua brutalità, contribuendo a scardinare le vecchie gerarchie sociali e i potentati locali, ha favorito alcune misure inaspettatamente «business friendly» (favorevoli agli affari): l’imposi-

zione su scala nazionale della stessa lingua (il mandarino standard), dello stesso sistema educativo (nove anni di scuola dell’obbligo) e degli stessi programmi di intrattenimento, ha trasformato la Cina in un mercato relativamente omogeneo, nonostante l’enorme estensione geografica.

Smentendo il luogo comune della Cina brava solo a copiare, Li e Chen attribuiscono proprio a Mao la capacità di riadattare in chiave cinese quanto appreso dall’estero: invece di replicare ciecamente il modello sovietico, che individuava nel proletariato urbano la propria base rivoluzionaria, negli anni Quaranta il Grande Timoniere sconfisse i nazionalisti grazie al supporto delle campagne. Strategia simile sembrano averla adottata la piattaforma di e-commerce Pinduoduo e il venditore di servizi online Meituan: anziché sfidare Alibaba nei grandi centri urbani hanno puntato tutto sulle aree rurali e sulle città più piccole, conquistando una nicchia numericamente consistente anche se con un potere d’acquisto più basso. Risultato: il 29 novembre scorso Pinduoduo ha superato la creatura di Jack Ma per capitalizzazione di mercato.

Un’auto della polizia cinese di marca Byd, produttore in crescita vertiginosa e ormai pronto a invadere i mercati occidentali. Foto James Young 8167.

Modulare l’offerta

Questo approccio incrementale all’innovazione si riflette nella capacità di modulare l’offerta in base alla domanda. Specialmente in contesti poco familiari. In Africa i cellulari made in China hanno schermi resistenti alla sabbia e fotocamere più sensibili alla pelle scura. Nei mercati più competitivi, come quello europeo, per bilanciare l’inferiorità delle prestazioni dei propri dispositivi, i colossi della telefonia Huawei e Zte hanno deciso di fornire un’assistenza al cliente particolarmente sollecita.

L’attenzione per i prodotti costituisce uno dei pilastri della «pop-leadership», l’acronimo con cui Li e Chen spiegano il successo planetario dei «coccodrilli» cinesi: persone, organizzazione, prodotti e leadership sono i quattro fattori che compongono un mix vincente se gestiti correttamente.

Cominciamo con la leadership: l’importanza dei vertici aziendali in Cina è particolarmente evidente proprio nella fase di «go global». Se nel 2020 il fondatore di ByteDance, Zhang Yiming, non avesse predisposto un’espansione verso l’estero, probabilmente TikTok non sarebbe diventata l’app più scaricata al mondo. Né Xiaomi sarebbe diventato il cellulare più venduto in India, se il Ceo Lei Jun non avesse scommesso sul subcontinente, da lui personalmente visitato già nel 2001.

Chi siede ai gradini intermedi della piramide ricopre un ruolo altrettanto decisivo. Quelle che Li e Chen chiamano genericamente «persone».

Negli ultimi anni le big tech cinesi hanno stanziato budget sostanziosi per il reclutamento di risorse giovani e qualificate, non molte quelle disponibili rispetto alla domanda. Nel 2017 Huawei ha raddoppiato gli stipendi a 4mila dollari per arruolare ingegneri in Giappone. Ma non è solo una questione di soldi. I marchi cinesi hanno un netto vantaggio rispetto ai competitor occidentali: possono infatti avvalersi di una vasta comunità diasporica che condivide lingua e abitudini con la squadra in Cina, conosce bene il Paese in cui opera, e sa quindi come adattare meglio la produzione al nuovo contesto.

Raccolta di dati sensibili

Assumere decisioni strategiche, gestire le risorse, e ridefinire i prodotti per le esigenze dei mercati in cui operano, quindi saper «organizzare»: sono alcune delle mansioni che, una volta sbarcate all’estero, le società cinesi delegano ai team in loco. L’obiettivo è, da una parte, riuscire a trovare un equilibrio in tempi rapidi tra standardizzazione e localizzazione dei prodotti. Dall’altra, rispondere ai timori sempre più diffusi sul controllo della tecnologia. Soprattutto dopo l’introduzione di leggi in Cina che da anni conferiscono al governo l’accesso ai dati sensibili.

Problema che TikTok – e non solo – ha cercato di risolvere  (senza troppo successo) separando il marchio internazionale da quello cinese (che si chiama Douyin), creando data center all’estero e team indipendenti nei mercati di sbocco. In India, paese con cui Pechino ha in sospeso contenziosi territoriali, circa 300 app cinesi – compresa Tik Tok – sono state bandite per motivi di sicurezza.

Insomma, il successo dei «coccodrilli» cinesi oltremare non è affatto privo di ostacoli.

Il Partito e la concorrenza

Come dicevamo, l’ascesa delle aziende tecnologiche cinesi è strettamente collegata a un paradigma di sviluppo che prevede un intervento massiccio dello Stato nell’allocazione delle risorse. In Occidente questo basta a parlare di concorrenza sleale. Non giova la crescente ingerenza del Partito comunista, l’unica vera forza politica del Paese, nella gestione economica a scapito dell’imprenditoria privata. Il valore di mercato di Alibaba è crollato ai livelli dell’Ipo (Initial public offering, Offerta pubblica iniziale) da quando nel 2020 la leadership cinese ha lanciato una campagna di regolamentazione contro i colossi nazionali del tech, temuti per la loro capacità di fornire servizi (come microcredito) fuori dai circuiti ufficiali e senza grandi protezioni per i consumatori.

Con il rallentamento dell’immobiliare, la ricerca di nuove locomotive per la crescita cinese sta dirottando l’interesse di Pechino verso i cosiddetti «nuovi tre»: veicoli elettrici, celle solari e batterie al litio. Cambiano i settori privilegiati dal governo ma non il paradigma di sviluppo. Anche i rischi restano grossomodo gli stessi. Se in passato fare affidamento sul settore delle costruzioni, da una parte ha tenuto a regime la crescita economica anche durante la crisi internazionale del 2008, dall’altra ha alimentato una bolla speculativa ormai difficile da domare. Mutatis mutandis, l’enfasi attribuita oggi all’industria verde rischia di tradursi in un nuovo eccesso.

Le auto di Pechino

Secondo il «New York Times», la Cina ha già un numero di fabbriche automobilistiche sufficiente a sfornare il doppio delle macchine necessarie a soddisfare il mercato interno.

Cosa se ne farà il gigante asiatico delle giacenze invendute? A febbraio è salpata da Shenzhen la prima nave cargo di Byd diretta verso i Paesi Bassi, con 5mila automobili a bordo. Per ora l’azienda piazza l’80% della produzione in Cina. Ma i consumi interni stentano a ripartire e il settore presenta già i segni di un possibile stallo, come evidenzia il recente calo dei prezzi delle auto. Seguendo un copione non nuovo, l’Unione europea sta valutando possibili dazi sulle importazioni; la stessa strategia adottata dieci anni fa contro i pannelli solari made in China. Prevedendo «un successo significativo al di fuori della Cina, a seconda di quali barriere tariffarie o commerciali verranno stabilite», il fondatore di Tesla Elon Musk a gennaio ha avvertito che, senza adeguati provvedimenti, i costruttori di auto degli altri paesi «verrebbero sostanzialmente demoliti» dai «coccodrilli» del fiume Azzurro.

Uno schermo mobile con le applicazioni più comuni dei quattro giganti tecnologici cinesi Baidu, Alibaba, QQ di Tencent e MI di Xiaomi.  Foto Riccardo Milani / Hans Lucas / AFP.

Restrizioni e nuovi mercati

Negli Stati Uniti, dove da tempo sono già presenti restrizioni sull’import di veicoli elettrici cinesi, gli spettri cinesi si chiamano Shein e Temu: con il loro modello di business on-demand (beni e servizi su richiesta), le due aziende stanno stravolgendo l’e-commerce statunitense. Disposte ad accettare profitti marginali o persino perdite, hanno ormai fagocitato ampie quote di mercato americano offrendo merci a prezzi stracciati. Non solo. Spedendo pacchi con un valore inferiore agli 800 dollari, Shein e Temu si mantengono sotto la soglia prevista per l’imposizione di dazi. Una situazione a cui il Congresso ha già detto che cercherà di porre fine.

Intanto il clima politico sfavorevole in Europa e America sta spingendo le aziende cinesi verso altri lidi. Secondo il «Nikkei», Byd ha in programma di aprire uno stabilimento in Messico: il paese dell’America Latina, infatti, permette di accedere agevolmente al mercato statunitense grazie agli accordi di libero scambio firmati con Washington.

L’e-commerce cinese, invece, vira verso mete più accoglienti. Ad agosto Temu ha lanciato la sua piattaforma per le Filippine, prima espansione nel Sud-Est asiatico, regione giovane, in crescita e con una consistente componente etnica di origini cinesi. L’oceano non è l’habitat naturale degli alligatori. Ma il fiume Azzurro è ormai troppo affollato e tornare indietro non sembra un’opzione praticabile per i coccodrilli cinesi.

Alessandra Colarizi