Filippine. Speranze nella Mindanao autonoma
Nelle Filippine meridionali si apre uno spiraglio di pace. La speranza è data dalle prime elezioni parlamentari della regione autonoma musulmana di Bangsamoro, tenutesi il 14 settembre. Nella Bangsamoro Autonomous Region in Muslim Mindanao (Barmm), dove vivono circa sei milioni di musulmani filippini (su oltre 120 milioni di abitanti dell’intero arcipelago), il voto rappresenta una tappa decisiva di un processo avviato alla fine degli anni Novanta per porre fine a decenni di ribellione armata e rivendicazioni separatiste.
Una pace non scontata
L’autonomia della Regione è nata nel 2019 da un patto con Manila, ed è stata accompagnata dalla promessa di una maggiore capacità di autogoverno, risorse per lo sviluppo e riconoscimento delle aspirazioni del popolo «Bangsamoro», ovvero la comunità filippina da secoli presente nelle Filippine del Sud, in special modo sulla vasta isola di Mindanao.
«Trasformare un accordo politico in una pace duratura e quotidiana, però, non è impresa facile», ricorda a MC padre Sebastiano D’Ambra, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere a Mindanao, osservando con prudenza il percorso della regione autonoma.
«Il progetto non è decollato. L’autonomia è stata sostenuta dal Governo soprattutto per evitare il ritorno del conflitto, ma non ha significato porre basi solide per la convivenza e la stabilità. Le elezioni, a lungo rinviate, si sono svolte dentro questo equilibrio precario, in cui la costruzione delle istituzioni convive con vecchie rivalità e promesse rimaste in parte disattese».
Il problema, secondo il missionario, sta nelle origini del progetto. L’autonomia, accompagnata da finanziamenti e aspettative molto alte, non è riuscita negli anni a garantire fino in fondo pace, prosperità e sviluppo. «Non si è riusciti – nota padre D’Ambra – a garantire condizioni di autentica pacificazione che migliorassero la vita della popolazione». La questione non riguarda soltanto chi governa, ma «che cosa cambia concretamente per le famiglie, per i giovani, per le comunità che hanno conosciuto la violenza e continuano a fare i conti con le sue conseguenze».
Parlamento privo di una maggioranza
I risultati elettorali – ha rilevato l’agenzia Fides – hanno restituito nella regione autonoma un parlamento senza una maggioranza assoluta. A metà ottobre, 46 parlamentari eletti hanno annunciato un accordo per formare una coalizione guidata dal Bangsamoro federalist party, superando la soglia necessaria per governare. La maggioranza unisce formazioni e persone di sensibilità diverse, dagli ex ribelli agli esponenti dei clan locali, e dovrà affrontare questioni decisive come le entrate pubbliche, i servizi, lo sviluppo sociale e l’attuazione degli accordi di pace.
Il passaggio alle urne – affermano gli analisti – è comunque un risultato importante, in quanto, per la prima volta, vi è una rappresentanza parlamentare di leader eletti, deputati a rappresentare un territorio segnato da decenni di conflitto.
Le divisioni interne al movimento di liberazione (già spaccato in due movimenti storici, il Moro national liberation front e il Moro islamic liberation front) e gli scontri legati alle rivalità tra clan, però, mostrano che la competizione politica non cancella le logiche che alimentavano la violenza.
«C’è poi una ferita che non si è rimarginata: quella di Marawi», ricorda padre D’Ambra, riferendosi alla città devastata nel 2017 dai combattimenti contro i gruppi jihadisti. Per questo, sottolinea il missionario, la strada da percorrere rimane quella del dialogo e della riconciliazione, «una strada in cui crediamo e ci impegniamo con tutti noi stessi, ma che oggi resta ardua».
Relazioni con il governo centrale
A rendere più complesso il quadro c’è la relazione, sempre problematica, con il Governo centrale di Manila, percepito come «lontano» e non interessato alle difficoltà e alle sfide della popolazione nel Sud del Paese.
Il futuro della Barmm dipenderà anche dal rispetto dell’autonomia regionale che il Manila sarpà dimostrare e dalla sua capacità di finanziare i programmi di carattere sociale ed economico previsti dall’accordo. La pace, infatti, non coincide con la semplice fine degli scontri, ha bisogno di istituzioni credibili, opportunità economiche e fiducia reciproca, mentre Mindanao (e le province in cui è suddivisa) resta, secondo gli indicatori economici, la regione più arretrata, con il tasso di povertà e di sottosviluppo più alto della nazione.
La Chiesa nelle aree musulmane
Le Filippine sono il polmone cattolico d’Asia. In alcune province di Mindanao, la Chiesa cattolica si ritrova a essere minoranza in una regione a maggioranza musulmana. In tale cornice ha accompagnato il voto con appelli alla responsabilità e alla pace.
L’arcivescovo di Cotabato, Charlie Inzon, ha invitato gli elettori a scegliere con coscienza e coraggio, rifiutando denaro, pressioni e intimidazioni, ricordando che «il bene comune viene prima degli interessi personali e delle appartenenze di clan». La pace, ha rimarcato, «non si costruisce soltanto con un voto o contando i seggi: richiede tempo, giustizia, ascolto e la possibilità di immaginare un futuro diverso».
A Mindanao, le elezioni hanno aperto una porta, quella che affida alle istituzioni e ai parlamentari la responsabilità di trasformare l’autonomia ottenuta in una vita più sicura e dignitosa per tutti. «Noi continueremo a sostenere il dialogo e la riconciliazione», conclude con sguardo mite padre D’Ambra, mostrando una perseveranza che, lontana dai riflettori della politica, esprime e concretizza la missione della comunità cattolica nelle Filippine meridionali.
Paolo Affatato