Mali. Vittime civili e impunità
C’è un dettaglio, nel rapporto che Human Rights Watch (Hrw) ha pubblicato il 19 ottobre sul Mali, che dice molto sullo stato del Paese. Prima di renderlo pubblico, l’organizzazione ha chiesto un commento a tutte le parti in conflitto. Il 5 agosto ha scritto al ministro della Difesa maliano, che non ha mai risposto. Hanno risposto invece il Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), formato da ex ribelli tuareg, e il Jnim (Jama’at nusrat al-islam wal-muslimin), il gruppo legato ad al Qaeda. «Abbiamo richiesto il commento sia del Governo, che purtroppo non è arrivato, ma anche quello dell’Fla e del Jnim, che invece sono arrivati», racconta Ilaria Allegrozzi (ricercatrice senior sul Sahel presso Human Rights Watch). «Questa forse è la cosa più interessante del nostro rapporto, perché abbiamo ottenuto sia la risposta di al Qaeda che la risposta dei combattenti separatisti, ma non del Governo». Le domande riguardavano soprattutto Tabrichat, nella regione di Gao. Lì il 18 luglio Jnim e Fla, alleati da aprile, hanno attaccato un convoglio dell’esercito maliano e dell’Africa Corps, la forza controllata da Mosca che ha preso il posto del gruppo Wagner. Almeno 19 soldati che si erano arresi sono stati torturati e giustiziati, e le esecuzioni sono state filmate. Entrambi i gruppi hanno rivendicato l’attacco, ma alle domande di Hrw hanno dato, dice Allegrozzi, «due risposte agli antipodi».
Prigionieri e punti di vista
«L’Fla ha negato di aver ucciso i soldati che aveva catturato e piuttosto ha fatto riferimento a degli attacchi con droni da parte dell’esercito maliano. Il Jnim invece ha riconosciuto che alcuni prigionieri sono stati uccisi, ma ha affermato di non averne dato l’ordine». La lettera del Comitato della sharia del Jnim, datata 30 settembre, va oltre. Sostiene che l’islam lascia ai capi musulmani quattro opzioni sui prigionieri: liberarli, chiederne il riscatto, ridurli in schiavitù o giustiziarli. Per questo, chi ha ucciso i soldati non ha violato la sharia e non va punito.
«Da un punto di vista del diritto internazionale umanitario non c’è alcun dubbio qui», replica Allegrozzi. «La situazione è inequivocabile perché tutte le persone che si arrendono oppure che sono detenute devono essere trattate in modo umano. Questa interpretazione religiosa non può giustificare in nessun modo queste violazioni». Eppure, osserva, «è interessante che il Jnim abbia proprio riconosciuto i fatti». L’Fla, nella risposta firmata dal portavoce Mohamed Elmaouloud Ramadane, ha promesso verifiche interne. Hrw ha esaminato i video delle esecuzioni, che mostrano uomini armati mentre picchiano e sparano a soldati con le mani alzate. Non è riuscita a stabilire con certezza se tra loro ci fossero combattenti dell’Fla. Secondo fonti credibili, in uno dei video compare il figlio del leader del Jnim, Iyad Ag Ghali. Per Allegrozzi l’impegno dell’Fla non basta: un’inchiesta interna non può sostituire un’indagine che deve essere indipendente, credibile e trasparente. Il compito spetta allo Stato maliano.
Secondo la stampa, il primo agosto la procura antiterrorismo ha aperto un fascicolo, ma le famiglie dei soldati raccontano a Hrw di non essere mai state contattate da nessuno.
Contro i civili nell’impunità totale
Il silenzio di Bamako riguarda anche gli abusi commessi dalle sue truppe. Dal 25 aprile, quando Jnim e Fla hanno lanciato attacchi coordinati in tutto il Paese per rovesciare la giunta (al potere dall’agosto 2020), l’esercito ha intensificato le operazioni antiterrorismo. Dice Allegrozzi: «le operazioni oramai non sembrano quasi più essere dirette contro i jihadisti o i combattenti separatisti ma colpiscono le comunità ritenute vicine ai gruppi armati; c’è una vera e propria campagna di violenza diretta contro la popolazione civile».
Il 19 agosto un drone ha colpito il mercato del bestiame di Tombonkore, nella regione di Bandiagara, uccidendo sei uomini e ferendone almeno venti. Lo stato maggiore ha parlato di un «covo di terroristi», mentre i testimoni assicurano che quel giorno non c’erano combattenti.
Il 29 luglio un drone kamikaze ha distrutto in parte il centro di salute di Talahandak, nella regione di Kidal. Il 12 luglio, vicino a Niono, nella regione di Ségou, i soldati hanno ucciso cinque bambine tra i 10 e i 13 anni che raccoglievano riso, scambiandole per assalitori. Si sono poi scusati con le famiglie, ma a metà settembre non risultava aperta alcuna indagine.
I dati di Acled, che monitora i conflitti nel mondo, sono netti: tra aprile e agosto l’esercito maliano ha ucciso 268 civili, il Jnim 134. «L’esercito maliano, che dovrebbe proteggere la sua stessa popolazione si rivela essere più brutale, più violento di un gruppo terrorista», commenta Allegrozzi. Alla radice c’è l’impunità. «Quando le violazioni non danno luogo ad indagini, quando gli autori non vengono portati di fronte ai tribunali, chiaramente gli autori stessi di questi crimini si sentono incoraggiati a ripetere i propri atti».
Le più colpite sono le comunità peul, o fulani, che si trovano tra l’incudine e il martello. Perché la giunta non interviene? «C’è sicuramente una mancanza di volontà da parte delle autorità militari di indagare sugli abusi dei propri stessi soldati per questioni ovvie di credibilità e di reputazione». I militari hanno preso il potere promettendo sicurezza, che non è arrivata. A questo si aggiungono istituzioni giudiziarie fragili. Hrw chiede al Consiglio di pace e sicurezza dell’Unione africana una sessione speciale sulla protezione dei civili. Il messaggio, conclude Allegrozzi, è «fare in modo che la protezione delle popolazioni civili diventi una priorità e non una variabile delle operazioni militari».
Sara Cecchetti