Uganda. I «figli della boscaglia»
Reportage tra le vittime della Lord’s resistance army
Nel Nord del Paese restano vive le ferite della guerra. Qui ha imperversato per vent’anni il famigerato esercito di Joseph Kony. Le donne, rapite da bambine, e i loro figli, soffrono i traumi del passato, ma anche il rifiuto odierno delle comunità di origine.
Gulu. Siamo nel Nord dell’Uganda, in una città che a prima vista sembra aver ritrovato un ritmo ordinario dopo decenni di violenza. Le strade al mattino si riempiono di moto taxi, le vie sono animate da un’economia informale che dà vita a mercati locali e venditori ambulanti. Il rumore dei boda-boda si mescola alle voci delle donne che vendono banane, arachidi e vestiti usati lungo i marciapiedi polverosi. I bambini in uniforme scolastica camminano a gruppi, talvolta scalzi, e nei piccoli bar di lamiera e legno si beve birra locale. Il sole del mattino illumina i tetti e le botteghe dove si riparano telefoni o si cucinano chapati.
Di pomeriggio, quando il caldo si fa più pesante, la città rallenta: la gente cerca l’ombra, i venditori spostano le merci sotto i tendoni, e l’aria si riempie dell’odore di cibo fritto e di polvere sollevata dai mezzi.

Ferite
Sotto questa superficie di apparente normalità, però, restano le ferite profonde lasciate nella comunità acholi dal Lord’s resistance army (Lra) di Joseph Kony. Tra il 1987 e il 2008 circa, il gruppo armato ha trasformato il Nord dell’Uganda in un teatro di paura quotidiana. Si stima che nella sola subregione degli Acholi siano stati rapiti oltre sessantamila tra ragazzi e ragazze, e che migliaia di bambini siano nati in cattività. Al picco del conflitto, più di un milione di persone vivevano in campi per sfollati interni, in condizioni di estrema precarietà sanitaria e alimentare. I villaggi venivano attaccati di notte, le famiglie costrette a fuggire o a nascondersi tra i cespugli. Chi veniva catturato – soprattutto bambini e adolescenti – era costretto a combattere, a portare carichi pesanti per giorni interi, a uccidere o a subire violenze sessuali. Le ragazze, in particolare, venivano assegnate come «mogli» a comandanti e combattenti, spesso molto più anziani di loro. Molte hanno passato anni nella boscaglia, tra Uganda e Sudan meridionale, in condizioni di fame, sete e violenza continua.
La voce di Ayoo
«Fui catturata nel 1998, quando avevo soltanto dodici anni. Fui immediatamente consegnata a un uomo di trentacinque anni perché vivessi con lui come moglie. Nella boscaglia diedi alla luce un figlio. Sono riuscita a fuggire nel 2004 mentre ero incinta del secondo bambino di quello stesso uomo», racconta Ayoo. Gli anni di cattività – spiega – furono segnati da fame costante, sete, combattimenti, lunghissime marce da Gulu fino al Sudan e dal matrimonio forzato che non lasciava alternative.
La fuga però non chiuse il capitolo delle difficoltà: «Tornai a casa con due bambini e non trovai accoglienza: i miei genitori erano stati uccisi dai ribelli. Quando trovai un nuovo marito, lui non accettò i figli venuti dalla boscaglia. Mi picchia regolarmente, ma non ho altro posto dove andare e devo sopportare».
Non si tratta di un caso eccezionale. Welsy fu catturata il 5 giugno del 1999, a mezzanotte, quando aveva quindici anni. Riuscì a fuggire nel 2004. «Durante il viaggio verso il Sudan ho affrontato sete, fame e imboscate. Ho visto numerosi cadaveri. Ancora oggi, quando rimango sola, quei corpi mi appaiono davanti agli occhi e mi tormentano. In un episodio particolare i ribelli uccisero sei persone e mi ordinarono di massacrarne una», spiega la donna. Anche lei fu data in sposa a un comandante dell’esercito di Kony, dal quale ebbe due figli. «Quando sono tornata a casa, la mia famiglia non ha accettato i figli nati dalla boscaglia e volevano che li restituissi al padre. Nessuno dei bambini ha frequentato la scuola perché non ho mai avuto soldi per pagarla».

Rifiutate dalla comunità
Il mancato supporto della comunità d’origine non è un caso sfortunato, ma un problema sistemico che continua a riprodursi quasi vent’anni dopo la fine delle grandi operazioni militari. Quando queste donne rientrano nei loro villaggi, non vengono accolte semplicemente come vittime. Spesso, anzi, sono percepite come colluse con il nemico. Il figlio del ribelle porta nel sangue, nel nome e nel corpo il marchio del carnefice.
Nelle logiche patrilineari acholi, l’appartenenza e il diritto alla terra passano attraverso la linea paterna. Un bambino il cui padre è un ribelle – spesso sconosciuto, morto o ancora latitante – si trova senza una linea chiara di discendenza, senza pieno riconoscimento sociale, senza collocazione simbolica stabile.
Molti di questi ragazzi, oggi adolescenti o giovani adulti, vengono chiamati «figli della boscaglia», «figli di Kony» o «figli dei ribelli». A scuola e nei villaggi subiscono insulti e discriminazione. Alcuni nascondono la propria origine per tentare di integrarsi.
La terra, che nelle società rurali del Nord Uganda è la base della sopravvivenza e della dignità, per loro resta spesso inaccessibile: senza un padre clanicamente riconoscibile, i diritti di eredità e di uso della terra familiare vengono contestati o negati. Senza terra, le madri restano dipendenti da parenti ostili o da partner violenti, e i figli crescono in una condizione di precarietà permanente, senza un pezzo di suolo da coltivare e senza un’identità clanica chiara da rivendicare.

Giustizia tradizionale
Neppure i processi di giustizia tradizionale acholi sembrano essere risolutivi per una simile stigmatizzazione. Un esempio è quello costituito dal mato oput, che in acholi significa letteralmente «bere la radice amara». Si tratta di un complesso processo di riconciliazione tra clan che viene attivato in caso di omicidio, intenzionale o accidentale. Prevede mediazione, ammissione di responsabilità, negoziazione di un risarcimento chiamato culo kwor e, al culmine, una cerimonia in cui le parti bevono insieme un decotto amaro ricavato dalla radice dell’albero oput. Il significato simbolico è potente: le due parti accettano l’amarezza del passato e promettono di non assaporarla più. Altri riti, come il nyono tongweno (calpestare l’uovo), servono a purificare chi è stato a lungo lontano dalla comunità e a reintegrarlo simbolicamente.
Questi rituali hanno avuto un ruolo importante nel tentativo di ricostruire i legami sociali dopo la guerra, e molti anziani continuano a difenderli come strumenti di pace e di guarigione collettiva. Quando però si tratta delle madri sopravvissute alla violenza sessuale e dei loro figli nati in cattività, tali meccanismi mostrano limiti strutturali profondi.
Il mato oput è pensato per risolvere un conflitto tra due clan identificabili: il clan della vittima e il clan del perpetratore. Nel caso dei bambini nati dalla guerra il perpetratore è spesso sconosciuto, morto, o comunque non riconoscibile all’interno di una struttura clanica chiara. Il figlio non ha un padre clanicamente collocabile. La madre, tornata con un bambino concepito in cattività, si trova in una posizione ambigua: non è né pienamente vittima riconosciuta né soggetto che possa attivare i tradizionali canali di risarcimento e reintegrazione. Inoltre, i meccanismi tradizionali tendono a essere dominati dagli uomini e non sono stati concepiti per affrontare la violenza sessuale, i matrimoni forzati o le gravidanze imposte.

Appartenute al nemico
Lo stigma che colpisce queste donne e questi figli non deriva solo da un singolo atto di violenza, ma da una contaminazione simbolica più ampia: essere appartenuta al nemico, aver portato in grembo e aver generato il sangue del ribelle. Si parla a volte di cen, spiriti vendicativi legati alla morte e alla violenza, che secondo alcune credenze locali possono «contaminare» chi ha vissuto a lungo nella boscaglia e trasmettere sfortuna o malattia alla famiglia e al villaggio.
Questa dimensione spirituale rende ancora più difficile l’accoglienza: la paura del cen si somma al rifiuto sociale e alla discriminazione economica. Così, i riti tradizionali di purificazione e riconciliazione faticano ad affrontare questa dimensione di ambiguità. In molti casi le cerimonie vengono vissute come insufficienti o addirittura come formalità che non modificano lo sguardo della comunità.
Questo non significa che i meccanismi tradizionali siano irrilevanti. Significa che, da soli, non bastano a risolvere la condizione di precarietà in cui si trovano madri e figli. Anzi, a volte rischiano di riproporre una logica di purezza e di appartenenza clanica che esclude proprio coloro che non riescono a collocarsi nettamente da una parte o dall’altra della polarità vittima-carnefice.
È in questo spazio di ambiguità che le donne come Ayoo e Welsy, e i loro figli, si trovano a vivere quotidianamente: non pienamente reintegrati, non pienamente riconosciuti, sospesi tra il passato della boscaglia e un presente che continua a respingerli.
Molte donne vittime dell’Lra raccontano di avere tentato più volte di fuggire, di essere state riprese e picchiate, di aver visto amiche e parenti uccisi. Altre descrivono il momento in cui, dopo mesi nei centri di transito e di riabilitazione, hanno deciso di tornare nei villaggi e hanno scoperto che non c’era posto per loro.
Per alcune, la vita nella comunità non sembrava poi così diversa da quella nella boscaglia: in entrambi i casi c’erano violenza, fame e assenza di sicurezza. «Mi chiamavano malvagia e assassina», racconta Jackie, rapita nel 2000 a 12 anni.
Il trauma non si esaurisce con il ritorno, poiché incubi, flashback, depressione e senso di isolamento accompagnano ancora oggi molte sopravvissute, e si trasmettono in forme diverse ai figli, che crescono sapendo di non avere un posto riconosciuto nella società.
«Quando sono tornata a casa i miei genitori pensavano fossi morta. All’inizio ero felice. Poi hanno cominciato ad accusarmi di essere la vergogna della famiglia, e di essere responsabile delle violenze commesse dai ribelli. Non sono più riuscita a relazionarmi con nessuno», sono queste le parole di Amony, rapita a nove anni.
Alcuni giovani nati in cattività evitano di parlare della propria origine, altri cercano di costruirsi una nuova identità in città, lontano dai villaggi di provenienza.

I gruppi di mutuo aiuto
È in questo vuoto che sono nati i gruppi di mutuo aiuto, all’interno del progetto portato avanti dal Comboni Samaritans, un centro polifunzionale fondato dalle suore Comboniane a Gulu. A organizzare i circa diciotto gruppi di donne sparsi nelle zone intorno alla città di Gulu è Lucy, lei stessa vittima dell’esercito di Kony. «Insieme ad altre ho cominciato a riunire chi rientrava, costruendo reti basate sulla stessa esperienza e sulla necessità di trovare soluzioni concrete. Alcuni gruppi hanno trenta partecipanti, altri arrivano a un centinaio. Non sono strutture pesanti. Sono spazi di incontro, di mutuo aiuto. Ci sono piccoli fondi per avviare un’attività di formazione e, quando possibile, di sostegno per la scuola dei figli.
L’obiettivo è semplice: non restare sole, non dipendere solo da uomini che picchiano, riuscire a mettere insieme qualche soldo e mandare i bambini a scuola. All’inizio è stato faticoso. C’era diffidenza, vergogna, paura di essere riconosciute. Poi i gruppi hanno preso forma», spiega Lucy.
Le storie raccolte nei gruppi ripetono motivi simili a quelli di Ayoo e Welsy. Una richiesta che torna con insistenza è quella della terra. In un contesto rurale la terra non è solo un bene economico: è la base della sopravvivenza, della dignità e dell’indipendenza. Con un pezzo di terra possono coltivare, vendere prodotti, costruire un’abitazione minima e ridurre l’esposizione alla violenza domestica.
Nei gruppi si organizzano piccoli fondi rotativi e associazioni di risparmio e credito che permettono di mettere da parte qualche scellino al giorno e di accedere a prestiti con interessi bassi per avviare un’attività di vendita al mercato, coltivare un orto o pagare le rette scolastiche. Si creano anche momenti di ascolto e di sostegno reciproco, perché il trauma non scompare con il ritorno.
Questi gruppi danno vita a uno spazio intermedio, un luogo in cui la vergogna può essere nominata e trasformata in solidarietà concreta. A quasi vent’anni dalla fine delle operazioni militari su larga scala nel nord Uganda, mentre Joseph Kony rimane latitante e le conseguenze del conflitto continuano a pesare sulle nuove generazioni, queste reti di mutuo aiuto rappresentano una forma di resistenza quotidiana. Non cancellano il passato, ma permettono a madri e figli di immaginare un presente meno precario e, forse, un futuro in cui il sangue della boscaglia non sia più solo un marchio di esclusione.
Sara Cecchetti
