Libano. Sparare sulle ambulanze

Per farlo, Israele ha sempre una giustificazione pronta all’uso. «Erano terroristi», ripete a ogni operazione l’esercito di Tel Aviv. Per capire meglio, abbiamo trascorso una giornata con i paramedici libanesi, a bordo dei mezzi di soccorso. 

Nabatiyeh. Martedì 24 marzo, ore 12,30. Due ragazzi con addosso la divisa del Nabatiyeh emergency service, il corpo dei paramedici di Nabatiyeh, attraversano la città del Libano meridionale a bordo di una moto.
Si chiamano Joud e Ali e si stanno recando verso una husseiniya all’ingresso della città per organizzare una distribuzione di cibo.

Le husseiniya sono centri di raccolta e aggregazione normalmente utilizzati per le commemorazioni religiose sciite, ma ora, da quando Israele ha ripreso ad attaccare, vengono utilizzate per distribuire aiuti destinati a chi ha perso la propria casa in seguito ai bombardamenti. Ali Jaber ha 22 anni e, malgrado la giovane età, è già uno dei paramedici più esperti del gruppo, che conta circa 50 volontari. Joud Suleiman, invece, ha solo 16 anni: è figlio di Mohammed Suleiman, capo e coordinatore dei paramedici di Nabatiyeh. Già da bambino, Joud seguiva il padre durante alcune missioni di soccorso.

La moto di Joud e Ali ha percorso solo pochi chilometri quando viene colpita da un drone israeliano. L’attacco uccide i due ragazzi sul colpo.

Poco lontano si trova una troupe di France télévisions, arrivata a Nabatiyeh per realizzare un reportage. Subito dopo l’esplosione, i giornalisti si precipitano sul luogo per filmare l’accaduto. Dal quartier generale dei paramedici partono due ambulanze. I volontari non sanno ancora che, questa volta, tra le vittime troveranno proprio due dei loro colleghi. Su una delle ambulanze viaggia il capo della squadra, Mohammed. Gli basta un attimo per riconoscere, tra i corpi straziati dall’esplosione, quello di suo figlio. L’uomo crolla in ginocchio davanti a ciò che resta dei due ragazzi, piange e urla, sostenuto dai suoi colleghi. La scena viene ripresa dalla troupe televisiva francese. Nel giro di poche ore, il video fa il giro del mondo.

Macerie nel piccolo centro di Hiba, non lontano da Majdal Selem. Foto Angelo Calianno.

6 luglio 2026

È una giornata caldissima quando decidiamo di tornare a Nabatiyeh. In Libano ora, almeno formalmente, vige il cessate il fuoco, una tregua che sta spingendo tante famiglie a tornare a casa. Malgrado ciò, sul campo continuiamo a udire esplosioni e attacchi verso le infrastrutture.

Una volta arrivati, notiamo subito che questa è stata una delle città più colpite di tutto il Sud. La piazza, un tempo centro della vita cittadina e una delle più grandi della zona, ora è un cumulo di macerie.

Tra i tanti edifici distrutti c’è anche quello dell’ospedale di Nabatiyeh. I paramedici hanno dovuto trovare una sistemazione provvisoria in quelli che erano gli uffici comunali. Ci stiamo recando da loro, perché siamo riusciti a ottenere un incontro con Mohammed Suleiman. L’uomo, nonostante la tragica perdita del figlio, continua a essere a capo della sua unità.

Nel Sud del Libano ci sono diversi gruppi di paramedici volontari. Alcuni, come l’Islamic health association, sono legati a Hezbollah, il Nabatiyeh emergency service – invece – si è sempre contraddistinto per essere indipendente e non collegato ad alcun gruppo politico o religioso.

Ritratto di Mohammed Suleiman, responsabile e coordinatore del Nabatiyeh emergency service. Dopo la morte del figlio, Mohammed passa quasi tutto il tempo tra i paramedici di Nabatiye. Foto Angelo Calianno.

Quando entriamo nella stanza principale, notiamo subito un poster raffigurante Ali e Joud. Mohammed ci aspetta sul balcone che si affaccia sulla città e, dopo averci invitati ad accomodarci, indica la strada in cui, lo scorso marzo, è stato ucciso suo figlio.

«Ho lavorato come paramedico – ci racconta – in tutti i conflitti e le violenze degli ultimi vent’anni. Posso dirvi che questa è la peggiore guerra che io abbia mai visto. Una delle grandi differenze sta proprio nei bersagli che Israele sceglie di colpire nei suoi nuovi attacchi. Prima di marzo, non avevano mai coinvolto paramedici come noi, membri di gruppi indipendenti che non hanno nulla a che fare con la politica. Gli attacchi contro il personale sanitario non sono casuali. Tentano di colpirci a ogni nostra uscita: siamo bersagli, questo è ormai chiaro e, ripeto, è la prima volta che accade da quando faccio questo lavoro. I bombardamenti degli ultimi tre mesi sono stati pesantissimi. Ho sepolto mio figlio e, insieme a lui, anche Ali, che per me era come un altro figlio. Sono io che coordino le operazioni, sono io che decido chi deve andare e dove. Quel giorno di marzo sono stato io a ordinare a Joud e Ali di uscire. E, anche dopo quella tragedia, continuo il mio lavoro: sono responsabile di altri 50 uomini e devo pensare a loro. Non li abbandonerò, sarò con loro fino alla fine della guerra, sia che questa finisca con la nostra vittoria, sia che ci veda morire come martiri».

Terminata l’intervista con Mohammed, chiediamo se sia possibile salire su una delle ambulanze di servizio per vedere meglio cosa significhi fare questo lavoro a Nabatiyeh. I volontari accolgono la nostra richiesta con entusiasmo.

Una foto di Ali (a sinistra) e Fayez (a destra), i due volontari del Nabatiyeh emergency service che ci hanno fatto da guide. Come si può notare, Fayez porta indossa una mostrina sul petto con il suo cognome e, accanto, a quello del suo gruppo sanguigno. Foto Angelo Calianno.

A bordo con Ali e Fayez

A guidarci attraverso la città ci sono Ali e Fayez. Sulla loro divisa, ben visibili, ci sono delle mostrine che riportano il loro gruppo sanguigno. Ogni uscita rappresenta un potenziale pericolo; spesso si ha bisogno di trasfusioni e questo è il modo più immediato per conoscere il gruppo sanguigno della vittima. Prima di salire, ci viene chiesto di indossare il corpetto e l’elmetto protettivo.

Ci raccontano: «Dal 2 marzo qui sono state uccise 135 persone tra paramedici, infermieri e medici. Come noi, anche i giornalisti sono bersagli: oggi lo saremo insieme».

Fayez è un ingegnere automobilistico che lavora a Londra, ma, quando sono ricominciati gli attacchi in Libano, ha deciso di tornare qui per aiutare i suoi amici e colleghi paramedici. Guida il piccolo furgoncino usato come ambulanza attraverso le strade ormai distrutte. A ogni angolo, ci descrive quello di cui è stato testimone durante le sue missioni: «Questa parte che stiamo attraversando ora, di cui non rimane più niente, è la zona più antica della città, quella in cui si teneva il mercato. In questi mesi abbiamo estratto tantissime persone rimaste sepolte sotto le macerie delle loro case. Da marzo a oggi ho perso tre dei miei più cari amici. Guardate, è qui che hanno ucciso Joud, il figlio di Mohammed. Un altro collega è stato ucciso invece in quella strada, mentre guidava l’ambulanza. È stato brutto, davvero brutto», dice con le lacrime agli occhi.

Durante il pattugliamento raggiungiamo la parte meridionale del Paese. Scendiamo dall’ambulanza per scattare qualche fotografia: il nuovo confine israeliano si trova a poche decine di metri da qui.

Fino a qualche giorno fa, un checkpoint dell’esercito libanese era stato installato a protezione della yellow line, la linea oltre la quale Israele ha occupato più di 600 chilometri quadrati di nuovo territorio. Ora, però, questo confine non è più fisicamente visibile ed è molto facile, se non si conoscono i posti, oltrepassarlo.

Mentre scattiamo le foto, un uomo di Hezbollah ci raggiunge a bordo di uno scooter: «Fate molta attenzione, non imboccate quella strada e non superate questo incrocio. Da questo punto in poi vi ritroverete nella zona occupata da Israele: vi spareranno a vista, senza alcun avvertimento».

Poche ore dopo la nostra visita, quando siamo già altrove, veniamo a sapere che, esattamente in quel punto, un’automobile con a bordo dei civili è stata colpita da un drone israeliano perché si era avvicinata troppo alla linea gialla. A restare uccisa è stata Esperanza Ghandour, preside di una scuola locale. Insieme a lei sono morti sua madre e due collaboratori domestici. Esperanza si stava dirigendo verso casa, approfittando del cessate il fuoco, per controllare i danni provocati dagli ultimi bombardamenti.

Situazioni di questo tipo sono tra le più comuni che ci capita di ascoltare in questi giorni.

Durante il nostro giro con i paramedici incontriamo una giovane giornalista di una televisione locale libanese, che ci racconta: «Qui c’era il centro storico di Nabatiyeh, colpito dai raid aerei israeliani. Molti degli edifici erano vecchi centinaia di anni. Per acquistare prodotti al mercato storico, le persone arrivavano da ogni parte del Libano. In poche parole, Israele ha deliberatamente attaccato il patrimonio storico del Paese. Parte di questo mercato era già stata distrutta nella guerra precedente, ma ora è la maggior parte della città a essere stata devastata. Oggi le persone provano a tornare, tentano di riparare le proprie case e abitarle di nuovo, ma la maggior parte ha paura che la città possa essere nuovamente attaccata».

Un altro reporter interviene dicendoci: «Il nostro lavoro, ovvero provare a raccontare e denunciare ciò che accade perché qualcosa cambi, sta perdendo il suo senso. Oggi quello che facciamo si sta trasformando nel riportare un elenco di luoghi distrutti, una continua lista di nomi di persone uccise che ogni giorno diventa sempre più lunga».

Salutiamo i paramedici, promettendo di rivederci presto. Poi, sebbene ci venga fortemente sconsigliato, decidiamo di spostarci ancora più a Sud.

Uomini e ragazzi nel cimitero di Majdal Selem. Vista la quantità di persone rimaste uccise, soprattutto molto giovani, è stato aperto anche un nuovo cimitero. Al nostro arrivo, i volontari stavano ripulendo le tombe dalla polvere, dalle macerie e da tutto quello che è il risultato di mesi di bombardamenti da parte di Israele. Foto Angelo Calianno.

Appuntamento al cimitero

Quello che vediamo è una situazione che peggiora di villaggio in villaggio. Mentre fotografiamo, continuiamo a sentire le esplosioni causate dai bombardamenti, alcune molto vicine a noi. L’artiglieria israeliana continua a colpire case e infrastrutture: la fantomatica tregua qui non si è mai materializzata. Nulla è stato risparmiato: attraversiamo territori completamente rasi al suolo.

Uno di questi è la collina su cui un tempo sorgeva il villaggio di Majdal Zoun. Qui, il 26 giugno, nel tentativo di distruggere un tunnel di Hezbollah, Israele ha lanciato così tanti missili da provocare quella che è stata definita la più grande esplosione non nucleare delle guerre moderne. L’evento è stato così distruttivo da essere registrato dai sismometri locali.

Quello che vediamo ora, in lontananza, è un’intera collina spaccata a metà. Il luogo su cui si ergeva la cittadina oggi appare come una cava di pietra.

Continuiamo il nostro viaggio fino a Majdal Selem. A quanto ci dicono le persone per strada, è il villaggio che ha registrato più vittime di tutto il Libano. Di quella che era la piazza con la grande moschea, oggi rimangono solo le foto dei martiri e le bandiere di Hezbollah.

Ci fermiamo accanto a un cimitero. Qui vediamo molti uomini e ragazzi al lavoro. Ci avviciniamo per capire cosa stia accadendo. Uno di loro ci invita a sederci per condividere la pausa pranzo.

«Ora che sembra sia stata dichiarata una tregua – racconta -, siamo venuti qui per ripulire dalle macerie il cimitero. I nostri martiri meritano rispetto, anche se, come senti, non hanno mai smesso di bombardarci. Qui, da marzo, sono rimasti uccisi 85 ragazzi tra i 16 e i 30 anni; altri 56 lo scorso inverno. In un villaggio così piccolo, vuol dire che abbiamo perso quasi una generazione».

In poco tempo, attorno a noi si raduna una piccola folla: tutti vogliono raccontarci ciò che accade. Un ragazzo ci porta la sua testimonianza: «Siamo tornati qui il giorno dopo la dichiarazione del cessate il fuoco. Due dei miei amici sono stati uccisi appena hanno provato a rientrare: pensavano che la guerra fosse finita e invece abbiamo seppellito anche loro nel nuovo cimitero. Avevano 16 anni».

Il proprietario del negozio di calzature sulle macerie del suo negozio, a Hiba. Le scarpe che riuscirà a recuperare saranno vendute dalla sua auto. Foto Angelo Calianno.

L’uomo delle scarpe

Nonostante tutto ciò che abbiamo testimoniato, non abbiamo mai trovato un senso di rassegnazione nelle persone che vivono a Sud, tutt’altro. Chiunque abbiamo intervistato è fermamente convinto che, alla fine, le persone potranno tornare a vivere nelle proprie case e che Israele, prima o poi, si ritirerà.

Sono molte le immagini, osservate per le strade e nelle città, che potrebbero raccontare questa guerra e descrivere quanto il Libano e, in particolare, il suo Sud stiano sopportando.

Una scena, in particolare, ha catturato la nostra attenzione. Mentre attraversavamo una delle tante cittadine, in ciò che rimaneva di un piccolo centro, abbiamo visto un uomo in piedi in mezzo a un cumulo di macerie. Tenendo in mano un sacchetto di plastica, si aggirava sulle macerie come per cercare qualcosa.

Quando ci siamo avvicinati a lui, tra le rovine abbiamo notato centinaia di scarpe. Era ciò che restava del suo negozio di calzature. Lì, da ore, l’uomo provava a recuperare le scarpe ancora in buone condizioni che si potessero rimettere in vendita. Un piccolo gesto che, in un simile contesto, assume un grande significato: si cerca di salvare ciò che resta, per provare a ricominciare. Anche quando sembra non esserci più un motivo per farlo.

Angelo Calianno

La cittadina di Majdal Selem così come appare oggi: sullo sfondo, la grande moschea distrutta; al centro della piazza, le foto di due giovani «martiri» e l’immancabile immagine di Nasrallah. Sopra le foto, sventolano le bandiere di Amal, il secondo partito sciita libanese. Foto Angelo Calianno.