Le croci di Vilnius
Diversamente da Estonia e Lettonia, il Paese è cattolico. A parte questo, il percorso di liberazione dal dominio sovietico è stato identico. Oggi Vilnius rimane molto vigile nei confronti di Mosca, anche a causa della exclave di Kaliningrad, insinuata nel territorio lituano.
Šiauliai. È sufficiente addentrarsi un’ottantina di chilometri in territorio lituano per vedere materializzarsi la differenza più evidente – l’identità cattolica – con gli altri due Paesi baltici. In aperta campagna, a Jurgaičiai, non lontano dalla città di Šiauliai, si erge un dosso noto come la «Collina delle croci» (Kryžių kalnas).
Il nome è esplicativo, ma non abbastanza per immaginare quanto appare agli occhi dei visitatori. Si dice che il luogo ospiti oltre centomila croci. Difficile capire quante effettivamente siano, ma di certo innumerevoli, tra l’altro distribuite in uno spazio molto ridotto. Sono croci di legno, metallo o pietra, grandi, piccole o piccolissime, finemente intagliate o semplicissime, rovinate dalle intemperie o nuove di zecca. Le persone le ammirano camminando in silenzio lungo stretti sentieri in terra battuta.
La data di nascita più accreditata del sito è il 1831 (anno di una fallita ribellione contro l’Impero russo), ma fu all’epoca dell’occupazione di Mosca (1940-1991) che la Collina si trasformò da luogo di fede a luogo di fede e resistenza. Una situazione intollerabile per i sovietici, che – infatti – non rimasero inerti davanti a quell’atto di sfida. Ad esempio, il 5 aprile 1961 le autorità distrussero migliaia di croci. Azioni simili vennero poste in essere a metà degli anni Settanta, in più occasioni. Dopo ogni distruzione, nuove croci venivano però ripiantate dalla popolazione lituana.
Nel settembre del 1993, Giovanni Paolo II visitò la Collina e vi celebrò una messa: «Veniamo qui – disse il Papa nell’omelia – per ricordare tutti i figli e le figlie della vostra terra, anch’essi sottoposti a condanne anch’essi mandati in prigione, nei campi di concentramento, deportati in Siberia oppure a Kolyma e condannati a morte».

Vista su Kaliningrad
Lasciamo la Collina delle croci per dirigerci verso Klaipèida, sulla costa baltica. Si tratta di una cittadina nota soprattutto per essere punto di partenza per la penisola di Neringa, conosciuta anche come penisola dei Curi (Curoni), dal nome degli antichi abitanti.
Si tratta di una striscia di terra lunga circa cento chilometri e larga al massimo quattro. L’Unesco l’ha dichiarata patrimonio dell’umanità per le sue bellezze naturali, in particolare per le grandi dune mobili, che possono arrivare a sessanta metri d’altezza. Per preservarle, la penisola è stata rimboscata: gli alberi, infatti, sono indispensabili per frenare i movimenti della sabbia. Nonostante questo, l’altezza delle dune diminuisce di anno in anno, anche a causa del turismo.
A Nida, la cittadina principale, sorge la duna di Parnidis, una delle più alte. Dalla sua sommità si vede il confine russo. Sì, perché la penisola è divisa a metà tra la Lituania e Kaliningrad, l’exclave della Russia, salita all’attenzione generale in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca (vedi riquadro).
Chissà che penserebbe della situazione Thomas Mann (1875-1955), innamorato di questi luoghi. Innamorato a tal punto che, subito dopo il conferimento del premio Nobel (1929), il grande scrittore tedesco si fece costruire a Nida una casa dove trascorse tre estati (prima di rifugiarsi in Svizzera per fuggire al nazismo). Mann descrisse la cittadina e la penisola come un luogo di «indicibile bellezza e unicità».

La città dei gesuiti
Arriviamo a Kaunas, secondo centro urbano della Lituania. La grande piazza della città vecchia è vuota di auto (vietate), ma al momento anche di gente.
Al suo centro c’è il palazzo del municipio, con una torre che pare un campanile. Su un lato si erge la chiesa di san Francesco Saverio che non è però la cattedrale. Quest’ultima, dedicata ai santi Pietro e Paolo, in stile gotico, non trova posto sulla piazza, ma è a pochi passi. La scopriamo assediata da ragazze e ragazzi in uniforme. Sono gli studenti della scuola dei gesuiti che oggi hanno celebrato con una messa la chiusura dell’anno scolastico.
A Kaunas i gesuiti sono un’istituzione. Arrivarono qui nel 1642. Nel 1649, aprirono la loro prima scuola su un terreno vicino alla piazza del Municipio e nel 1759, dopo varie traversie, anche una loro chiesa, appunto quella di san Francesco Saverio. Dopo lo scioglimento dell’ordine, tutto passò ai francescani e poi, sotto la Russia zarista, agli ortodossi. I gesuiti fecero ritorno nel 1923, ma nel 1940 i sovietici confiscarono prima la scuola e, qualche anno dopo, la chiesa per adibirla a svariati usi. Nel 1989, con la riconquista dell’indipendenza del Paese, i missionari di sant’Ignazio di Loyola fecero ritorno. Oggi, il loro istituto è considerato la migliore scuola secondaria di Kaunas.

Ma nella città lituana non ci sono soltanto i gesuiti. L’impronta cattolica è resa evidente dalle varie chiese del suo centro storico. Come Santa Gertrude, piccolo gioiello gotico in mattoni rossi, o San Michele Arcangelo, un’imponente costruzione neobizantina (nata ortodossa) che chiude l’elegante strada pedonale Laisvės alėja (viale della Libertà). Nel primo pomeriggio, lasciamo Kaunas per raggiungere la capitale.
Come Kaunas, anche Vilnius ha una forte impronta architettonica religiosa. Per esempio, in pieno centro storico, sopra l’unica porta superstite delle antiche mura della città, conosciuta come Porta dell’Aurora, c’è una frequentatissima cappella dedicata alla Madonna nera.
Adiacenti a questa, si trovano la chiesa di Santa Teresa e la Chiesa ortodossa dello Spirito Santo. Mentre, a poche decine di metri di distanza, attraversata la Porta dei Basiliani, c’è la Chiesa della Santissima Trinità, luogo di culto degli uniati ucraini (Chiesa greco-cattolica ucraina di rito bizantino, ma in comunione con il Papa).
La struttura è in cattive condizioni, ma molto interessante. E molto «politica»: all’interno, bandiere e messaggi pro-Ucraina sono ben visibili.
Nulla di cui stupirsi: secondo dati ufficiali del marzo 2026, la Lituania ospita 53.379 rifugiati ucraini, un numero molto elevato rispetto alla popolazione del Paese che non arriva a tre milioni.

Vilnius, l’indomita
Ben più di Tallin e Riga, Vilnius è stata una capitale turbolenta. Fondata nel 1323, i suoi abitanti hanno affrontato traversie di ogni genere terminate nel 1990 con la liberazione dall’occupazione sovietica. È – forse – in quest’ottica di libertà che si spiega la nascita di Užupis, quartiere bohémien dove, dalla metà degli anni Novanta, hanno trovato casa artisti e intellettuali.
Sorto accanto al Vilnia, piccolo corso d’acqua che a Vilnius confluisce nel Neris, da zona degradata Užupis è divenuto un quartiere di gallerie, laboratori e attività artistiche. Con un tocco in più di originalità: dall’aprile del 1998, si è autoproclamato «repubblica indipendente». Con un presidente, un parlamento, un inno, una bandiera e, soprattutto, una Costituzione. I suoi 41 articoli si possono leggere su lucide targhe metalliche affisse su un muro di Paupio Gatvė (in lituano, «gatvė» significa strada) e scritte in 26 lingue.
È una dichiarazione ironica, bizzarra, provocatoria («Tutti hanno diritto di vivere vicino al fiume Vilnia e il fiume ha diritto di scorrere», recita il primo articolo), ma allo stesso tempo promotrice di tolleranza, rispetto reciproco, libertà: «Tutti hanno il diritto di essere felici», «Tutti hanno il diritto di avere fede», «Nessuno ha il diritto di usare violenza», «Tutti hanno il diritto di non avere paura».
Tanto che, nel settembre 2018, la Costituzione di Užupis venne benedetta anche da papa Francesco durante il suo viaggio apostolico nei Paesi baltici. Il pontefice si fermò nella capitale lituana per tre giorni. Il 22 settembre incontrò i giovani riuniti nella grande piazza della cattedrale dei santi Stanislao e Ladislao. Durante i 47 anni dell’occupazione sovietica, come tutti i luoghi di culto, la cattedrale era stata chiusa e adibita ad altre attività, pure a officina meccanica. «Come questa chiesa cattedrale – disse Francesco nel suo discorso -, voi avete sperimentato situazioni che vi facevano crollare, incendi dai quali sembrava che non avreste potuto riprendervi. Più volte questo tempio è stato divorato dalle fiamme, è crollato, e tuttavia ci sono sempre stati quelli che hanno deciso di edificarlo di nuovo, che non si sono fatti vincere dalle difficoltà, non si sono lasciati cadere le braccia».

Putin in cella
Il campanile della cattedrale è separato, staccato vari metri dalla struttura. Dall’alto dei suoi 57 metri si può godere di una vista panoramica su Vilnius. A pochi metri di distanza, notiamo Gedimino prospektas, la strada principale della capitale, sede di negozi e ristoranti eleganti, ma anche delle più importanti istituzioni pubbliche.
Dopo averla imboccata, camminiamo meno di un chilometro e mezzo per raggiungere l’ex palazzo del Kgb, che oggi ospita il «Museo delle occupazioni e delle lotte per la libertà», un luogo da visitare e non soltanto per capire il Paese. È cosa nota, infatti, che l’ignoranza della storia passata produce sempre molti danni nel presente.
Come altri musei dei Paesi baltici, anche quello di Vilnius ricorda il dramma dell’occupazione nazista (giugno 1941 – luglio 1944) e di quella sovietica.
Il pianoterra e il primo piano raccontano la storia con dovizia di dettagli: documenti, cimeli e, soprattutto, tante foto delle vittime. Tuttavia, la sezione del museo che ci colpisce di più è quella nel seminterrato dove, nel 1940, i sovietici allestirono le celle del Kgb. Qui gli agenti imprigionavano, interrogavano, torturavano, uccidevano gli oppositori. La maggior parte degli arrestati veniva successivamente inviata in Unione Sovietica, nei campi di lavoro del Gulag.
Difficile dire cosa sia più impressionante. Forse le cabine di mezzo metro quadrato dove erano rinchiuse le persone in attesa che l’ufficiale in servizio esaminasse le loro carte. O forse, nello scantinato più basso, la camera delle esecuzioni, dove furono fucilate più di mille persone. Qui i visitatori camminano su un pavimento in vetro sotto il quale sono state collocate le scarpe dei condannati.
La cella numero 11 ospita la mostra sulla persecuzione del clero cattolico. Su uno schermo passa un filmato della visita di papa Francesco. Il pontefice si fermò, in particolare, a ricordare vittime come l’arcivescovo Teofilo Matulionis, perseguitato e incarcerato dalle autorità sovietiche, e il vescovo Vincentas Borisevičius, ucciso proprio in questo edificio. Infine, ci fermiamo davanti alla cella numero 14. Dalla feritoia si vede un manichino particolare: ha il volto di Vladimir Putin. Non c’è un’indicazione, un commento scritto. Ogni visitatore interpreta la rappresentazione come meglio crede.

Diversi, ma eguali
Vedere in quella cella del museo di Vilnius il fantoccio di Putin è istruttivo. È l’ultima conferma di un’impressione: i tre Paesi baltici, fratelli diversi, diventano una voce unica davanti alle tragedie della storia passata e alle paure del presente.
Paolo Moiola (3-fine)

Kaliningrad
Putin nel cuore dell’Europa (e della Nato)
Regione sul Mar Baltico, incuneata tra la Lettonia e la Polonia, Kaliningrad è un’«exclave» in quanto fisicamente separata dalla Russia, suo Stato di appartenenza. Storicamente, il territorio ospitò nell’ordine i Cavalieri teutonici, i prussiani e i tedeschi. Infine, a seguito della Conferenza di Potsdam (luglio-agosto 1945), Kaliningrad passò in mano dell’Unione Sovietica. La prima cosa che Mosca fece fu di espellere l’intera popolazione tedesca che si spostò in Germania dell’Ovest o in quella dell’Est.
Fino al 2022 Kaliningrad era un territorio sconosciuto ai più. Dopo l’aggressione di Mosca all’Ucraina, l’oblast (regione) è passato improvvisamente al centro dell’attenzione internazionale. Il motivo è evidente: con una superficie poco più grande del Trentino Alto Adige e abitata da circa un milione di russi, Kaliningrad si trova nel cuore dell’Europa. Di conseguenza, Putin potrebbe utilizzarla come base per azioni contro i paesi Nato. A Kaliningrad i russi hanno forze terrestri, missili balistici e la flotta del Baltico della Marina militare.
Geograficamente, uno dei punti più delicati è il cosiddetto «corridoio di Suwałki», che segna il confine tra Lituania e Polonia. I 65 chilometri del corridoio rappresentano l’unico ostacolo che separa Kaliningrad dalla Bielorussia, strettissimo alleato della Russia.
Kaliningrad è anche il nome del capoluogo dell’oblast. Fu adottato dai sovietici nel 1946 al posto di Königsberg («Montagna del Re»), città prussiana molto conosciuta, anche per aver dato i natali a Immanuel Kant (1724-1804), uno dei maggiori filosofi occidentali. Contro il quale, nel febbraio 2024, si era scagliato Anton Alikhanov, all’epoca governatore di Kaliningrad. Evidentemente, l’uomo politico voleva guadagnare considerazione presso Vladimir Putin, molto noto (anche) per le sue fantasiose (e risibili) riletture della storia europea e mondiale. Obiettivo raggiunto: nel maggio 2024, Alikhanov è stato nominato ministro dell’industria e del commercio della Federazione russa.
Nel frattempo, lo scorso settembre, la situazione si è aggravata con Mosca che, esacerbata dalla non-vittoria sull’Ucraina e vestendo i consueti panni della vittima, ha minacciato di usare (finanche) le armi nucleari contro i paesi europei se la Nato continuerà con le esercitazioni militari nel Baltico e attorno a Kaliningrad. (Pa.Mo.)
