Brasile. Non di sola soia

L’alleanza tra grandi produttori e multinazionali agroalimentari ha effetti nefasti per il bioma Cerrado. L’agricoltura famigliare, invece, preserva l’ambiente, e tutela i diritti di chi la pratica. Come diffondere questo secondo modello? Reportage dal Maranhão.

«Una Escola família agrícola (Efa) ha un ruolo cruciale nella tutela dell’ambiente», ci spiega Felix Sandes, direttore dell’Escola família agrícola nossa Senhora Maria rosa mística. Fondata all’inizio degli anni Duemila nell’area rurale di Sucupira do Norte, cittadina nel Sud dello Stato nordorientale del Maranhão, la scuola «fornisce un’istruzione superiore tradizionale, integrata da un’educazione professionale, tecnica, nel settore dell’agropecuária (agricoltura e allevamento, ndr)».

Dalla sua nascita, l’istituto ha visto passare tra i suoi banchi centinaia di giovani studenti e studentesse: dal 2006 a oggi, si sono diplomate una quindicina di classi, ovvero circa 200 alunni. Alcuni hanno proseguito gli studi, frequentando l’università. Tanti altri hanno preso in mano l’attività di famiglia, unendo ai saperi del passato le nuove conoscenze e competenze acquisite a scuola.

«Integrando l’educazione scolastica formale con i principi della gestione sostenibile delle risorse naturali e dell’agroecologia, i nostri studenti apprendono concetti come la conservazione del suolo, la tutela della biodiversità e il riciclaggio», sottolinea Felix. Tutte conoscenze fondamentali per difendere la piccola produzione agricola, in un’area – quella del Cerrado, la più grande e ricca savana tropicale del mondo – che è sempre più minacciata dallo sviluppo dell’agricoltura intensiva su vasta scala. E, di conseguenza, da deforestazione,
perdita di biodiversità, distruzione degli ecosistemi naturali e dell’habitat di molti animali.

Efa – Sucupira

La scomparsa del Cerrado

Esteso sul 24% del territorio brasiliano (circa 204 milioni di ettari), il Cerrado tocca diversi Stati: Bahia, Goiás, Maranhão, Mato Grosso, Mato Grosso do Sul, Minas Gerais, Piauí, Rondônia, São Paulo, Tocantins, il distretto federale di Brasília e aree minori di altri Stati.

Caratterizzato da una varietà di organismi viventi unica, questo bioma è stato incluso tra i 36 hotspot di biodiversità presenti in tutto il mondo. Si tratta di regioni individuate sulla base della Convenzione sulla diversità biologica, perché caratterizzate da una grande ricchezza di specie endemiche, la cui sopravvivenza è minacciata dall’attività umana. Tutelarle è fondamentale per la conservazione ambientale globale. In particolare, nel Cerrado, ci sono circa 12mila tipologie differenti di piante, di cui il 35% endemico, 250 specie di mammiferi, 860 di uccelli e 800 di pesci.

Ma, fino dalla metà degli anni Settanta, il Cerrado è stato sottoposto alla costante minaccia dell’espansione dell’agricoltura su vasta scala. Infatti, mentre le terre coltivabili nel Sud del Paese – fino a quel momento l’epicentro della produzione nazionale – si stavano esaurendo, la dittatura militare (al potere tra il 1964 e il 1985) intuì la possibilità di convertire a coltivazione e allevamento quella che fino a quel momento era un’area di savane e foreste.

Con l’obiettivo di «sviluppare» l’agricoltura nella regione, i militari concessero sussidi che, uniti ai prezzi bassi a cui venivano venduti i terreni, attirarono molti produttori del Sud, alla ricerca di nuovi appezzamenti.

Riversatisi nel Cerrado, questi agricoltori (spesso di origine europea) trasformarono la regione in una delle manifestazioni estreme del capitalismo agricolo mondiale. Tra le sue savane e foreste, nacque e si consolidò una stretta alleanza tra i grandi proprietari terrieri (i fazendeiros) e le multinazionali del settore agroalimentare. Se i primi coltivavano, le seconde garantivano la sostenibilità della produzione agricola, fornendo capitali (grazie all’acquisto anticipato della produzione), input (ad esempio, macchinari, fertilizzanti e sementi) e assicurando la commercializzazione dei prodotti grazie a investimenti infrastrutturali e al controllo di silos, terminal portuali e rotte commerciali.

Così, oggi, vaste aree del Cerrado sono state convertite alla produzione agricola intensiva meccanizzata e all’allevamento, con la perdita di circa la metà della vegetazione originaria. Al posto di quelle che una volta erano savane e foreste, ci sono distese ininterrotte di monocolture, soprattutto soia.

Monocolture di soia

L’impero della soia

Mentre osserviamo il succedersi di fazendas lungo la strada, parliamo con Romario. Sulla quarantina, ha fondato un’azienda per la riparazione di macchinari agricoli vicino a Sucupira. «Quella è tutta soia», dice accennando al paesaggio che ci circonda. Una distesa di piante verdi che si perdono nell’orizzonte. D’altronde, siamo nella regione del «Matopiba» – acronimo formato dalle iniziali dei nomi degli Stati di Maranhão, Tocantins, Piauí e Bahia -, da dove proviene il 12% di tutta la soia attualmente prodotta dal Brasile.

«Molta – prosegue Romario – viene venduta all’estero, soprattutto a Cina ed Europa. Una volta che l’hanno raccolta, i fazendeiros la mandano nei maggiori porti del Brasile, dove le grandi multinazionali si occupano di commerciarla».

Nel Maranhão, ad esempio, c’è il Porto di Itaquí a São Luís (la capitale dello Stato), crocevia strategico per la movimentazione di prodotti agricoli, ma anche minerari. Si tratta di un’infrastruttura enorme e in continua espansione, oltre che del secondo porto più profondo al mondo, dopo quello di Rotterdam nei Paesi Bassi (cosa che facilita l’arrivo di navi di grandi dimensioni molto vicino alla costa).

«Però, c’è anche una parte importante di soia che resta in Brasile e viene utilizzata soprattutto per la produzione di mangime per gli animali».

Raggiungiamo un camion. Prima di superarlo, Romario conclude: «Questo, ad esempio, sta portando il suo carico a Recife, dove la soia viene trasformata in mangime per i maiali».

Efa Sucupira

Deforestazione e conflitti fondiari

Oggi, la regione del Matopiba è considerata la nuova frontiera dell’espansione agricola su vasta scala in Brasile. Sui suoi circa 73 milioni di ettari (prevalentemente di Cerrado), oltre alla soia, trovano spazio anche «vari tipi di cereali, tra cui il mais, ma anche il cotone», precisa Romario. Non mancano nemmeno gli allevamenti intensivi per la produzione di carne, anche se la maggior parte proviene da altre aree del Paese (in particolare, il Mato Grosso).

Insieme, agricoltura e allevamento, contribuiscono al 25% del Pil nazionale (una cifra di molto superiore a quella dei settori minerario e petrolifero, fermi a circa il 3-5% ciascuno). E l’impatto sociale e ambientale è innegabile.

La creazione di nuovi pascoli e l’apertura della frontiera agricola sono responsabili di quasi la totalità della deforestazione nel Paese e dei conflitti fondiari con le comunità locali. In particolare, indigeni e quilombola (discendenti degli schiavi africani portati in Brasile durante la tratta in epoca coloniale, cfr. MC ago-sett 2026), non avendo titoli di proprietà privata ma diritti di possesso comunitari, sono minacciati dall’arrivo della grande produzione, che – anche grazie al frequente appoggio della politica – riesce ad appropriarsi facilmente delle loro terre.

«Anche i piccoli produttori faticano a sopportare la concorrenza delle grandi fazendas». Romario accenna ad alcuni agricoltori che stanno lavorando la terra con attrezzi manuali in un piccolo campo lungo la strada. L’inquinamento provocato dai pesticidi utilizzati dalle grandi aziende, si affianca al consumo di grandi quantità di acqua per l’irrigazione. A questo va aggiunta la tendenza a relegare gli agricoltori locali nei terreni meno fertili. Di fronte a questo scenario è fondamentale tutelare l’agricoltura familiare, non solo per fare sopravvivere le persone, ma anche per preservare l’ambiente. Farlo però è sempre più complesso e richiede lo sviluppo di nuove conoscenze e competenze, che integrano tradizione e innovazione.

Sucupira do Norte

Un’alternativa esiste

È proprio quello che fanno le Escolas família agrícola (Efa). Come ci spiega Felix, queste scuole «nascono per garantire la sopravvivenza dell’agricoltura familiare tradizionale, grazie all’insegnamento di nuove metodologie. In particolare, ci concentriamo su pratiche agroecologiche, come la pianificazione dei sistemi produttivi e l’uso di tecnologie alternative».

L’obiettivo è far sì che la piccola produzione riesca a difendersi dalla concorrenza dell’agricoltura su vasta scala e, al contempo, continui a svolgere una funzione fondamentale di presidio ambientale, tutelando l’ecosistema e la sua pluralità. Felix puntualizza: «La nostra filosofia è puntare sull’insegnamento dell’agricoltura biologica e dei sistemi agroforestali».

Un’aula viva

«Perché gli studenti possano imparare concretamente a fare ciò che insegniamo, l’area della scuola diventa una sorta di laboratorio vivente. Un’aula viva, così mi piace chiamarla», prosegue il direttore dell’Efa di Sucupira. Tutt’intorno all’edificio circolare che ospita i dormitori e le aule, il paesaggio è verde e rigoglioso. Per un attimo, ci addentriamo al suo interno: fianco a fianco con la vegetazione autoctona, notiamo erbe aromatiche, banani e canna da zucchero. «In questo spazio, i nostri studenti apprendono tecniche come la coltivazione consociata (coltivazioni che crescono insieme alla vegetazione autoctona e senza causare deforestazione e distruzione ambientale, ndr)».

«Insegniamo anche la concimazione naturale», Felix ci fa notare un’area dedicata alla produzione di compost, vicino all’orto. «Spieghiamo come controllare le malattie delle piante, sempre attraverso tecniche naturali, evitando l’uso di prodotti agrotossici».

Mentre la grande produzione irrora enormi quantità di prodotti chimici sulle monocolture (con conseguenze anche sulle coltivazioni biologiche circostanti e inquinamento delle falde acquifere), all’interno delle Efa si cerca di costruire e insegnare lo sviluppo di modelli agricoli alternativi. Questi, oltre a «non servirsi di prodotti tossici, cercano anche di ridurre la dipendenza degli agricoltori dagli input esterni. Promuoviamo sistemi integrati – grazie allo sviluppo di reti commerciali locali – e diversificati – attraverso la coltivazione di diversi prodotti, l’allevamento di animali e la raccolta dei frutti della foresta».

«Durante i nostri corsi, trattiamo anche di questioni cruciali come la conservazione delle fonti naturali, la gestione dei rifiuti e l’adattamento al cambiamento climatico», prosegue Felix, sottolineando come, in tutto questo, gli studenti siano protagonisti attivi: «Molte di queste questioni sono insegnate e studiate anche attraverso il racconto e l’esperienza quotidiana degli alunni». All’interno delle Efa, infatti, viene applicata la pedagogia dell’alternanza, una metodologia didattica che propone, dopo 15 giorni di apprendimento in aula, 15 giorni di applicazione delle nozioni nei terreni di famiglia.

Pilastro dell’esperienza scolastica, questo approccio permette uno scambio continuo di conoscenze e competenze tra i giovani studenti, i genitori e i nonni, dando vita a un apprendimento circolare, dove tradizione e innovazione si arricchiscono a vicenda.

Efa – Sucupira

Un seme di speranza

Pochi giorni dopo, incontriamo il maggior fazendeiro della zona. Mentre sfoggia una pistola alla cintura, ci racconta con orgoglio di quante tonnellate di soia ha prodotto nell’ultimo anno, sottolineando il contributo – a suo dire – essenziale che la sua azienda sta dando allo «sviluppo» dell’area. Ci racconta della sua traiettoria imprenditoriale, iniziata nel Sud del Brasile e poi esplosa con l’acquisizione di terreni nel Maranhão e la creazione di vaste coltivazioni di soia. Iper meccanizzata, la sua fazenda è meta di turisti affascinati dal contesto rurale brasiliano, ma spesso incuranti di tutte le problematiche ambientali e sociali che questo modello porta con sé.

Nel frattempo, la lotta a questo sistema produttivo è sempre più radicata nella società. Nonostante le difficoltà economiche e la pressione delle fazendas, infatti, il numero di Efa è importante (circa 150 in tutto il Paese) e il curriculum scolastico punta alla formazione di giovani consapevoli dei loro diritti e della ricchezza di risorse naturali del Brasile. E così, oltre alle materie tradizionali e a quelle di indirizzo, gli studenti condividono riflessioni su tematiche come i diritti umani, la solidarietà comunitaria e la necessità di una riforma agraria.

Le Efa infatti non sono semplici scuole, dove il compito dei docenti si conclude con l’insegnamento di nozioni teoriche e pratiche. Sono piuttosto dei modelli di vita, pienamente inseriti nelle realtà che le circonda: consapevoli delle problematiche e delle difficoltà del contesto rurale, «contribuiscono a una trasformazione della società, lavorando su interessi sociali e collettivi e puntando sull’azione moltiplicatrice di giovani studenti e studentesse», conclude Felix.

Sul suo volto compare un leggero sorriso, mentre osserva i giovani che riempiono gli spazi comuni in un momento di pausa dalle attività scolastiche.

Sotto il sole battente e nel mezzo della foresta, si forma una nuova generazione di giovani sempre più consapevoli della fragilità dell’ambiente rurale e della necessità di preservarlo.

Aurora Guainazzi

Sucupira do Norte