Sud Sudan. Verso il voto, o forse no

Il Sud Sudan, dall’indipendenza (ottenuta nel 2011 dal Sudan), non ha mai visto svolgersi un’elezione. Da quel momento, l’attuale presidente, Salva Kiir, siede ininterrottamente al potere e ha sfruttato ogni giustificazione utile per posticipare il voto. Ora, dopo l’ennesimo rinvio del 2024, la chiamata alle urne è prevista per il 22 dicembre di quest’anno.

Mentre tutti si aspettavano che l’elezione venisse posticipata per la sesta volta, Kiir ha invece firmato un provvedimento che ha introdotto alcune modifiche alla legge elettorale, sciolto le istituzioni e nominato un’amministrazione provvisoria. Finalmente, il Paese sembra andare verso il voto. Ma le incognite sono tante, a partire dal timore che in realtà le mosse di Kiir siano un ulteriore – l’ennesimo – tentativo di rimanere saldamente al potere.

Guerra civile e accordi
Con il provvedimento, Kiir ha introdotto delle modifiche agli accordi che erano stati firmati nel 2018, al termine della guerra civile. Il conflitto, scoppiato nel 2013, aveva visto scontrarsi il Movimento per la liberazione del popolo del Sudan di Kiir e il Movimento per la liberazione del popolo del Sudan in opposizione del suo principale rivale, Riek Machar. Dopo 400mila vittime, 2,2 milioni di sfollati interni e altri 2,5 milioni nei Paesi vicini, le due fazioni belligeranti avevano acconsentito a deporre le armi e avviare una transizione che si concludesse con le elezioni.

Questo arco temporale, però, è stato continuamente prolungato. Ogni volta, Kiir ha giustificato il rinvio con il fatto che i principali obiettivi stabiliti nel 2018 – scrittura e approvazione di una nuova Costituzione, realizzazione di un censimento e unificazione delle forze armate fedeli a Machar con l’esercito nazionale – non erano ancora stati raggiunti.

Uomo solo al comando
Ora, invece, la svolta. Con la nuova legge, Kiir ha rimosso la necessità di introdurre una nuova Costituzione e realizzare un censimento prima delle elezioni. In più, è stato ridotto il numero dei membri dell’Assemblea legislativa (da 650 a 270) e delle assemblee statali (da 100 a 58).

Kiir ha poi sciolto il governo di transizione, formato nel 2018, e rimosso i suoi vicepresidenti (sempre frutto dei compromessi raggiunti nel 2018). Il provvedimento ha comportato anche lo scioglimento del Parlamento, dei governi e delle assemblee dei dieci Stati in cui è diviso il Paese e delle autorità delle tre aree amministrative.

Per guidare il Sud Sudan verso il voto, Kiir ha nominato un’amministrazione provvisoria, al cui interno lui continuerà a rivestire la carica di presidente, affiancato da alcuni ministri temporanei in settori chiave come Difesa, Esteri, Interno, Giustizia, Finanze e Petrolio.

Tutto ciò però crea le condizioni per cui Kiir può diventare sempre più un «uomo solo» al comando. Senza il controllo dei vicepresidenti e del legislativo, ha ampi poteri. Non a caso, l’analista indipendente Machot Amoum ha detto all’Afp (Agence France presse) che «ci sono diverse ambiguità: la nuova legge dà al presidente pieni poteri. Può anche decidere di non andare al voto ancora per un anno o due». Kiir, dal canto suo, sembra aver già cominciato a comportarsi da unico in comando: a fine settembre, ha sostituito il capo della Commissione elettorale senza alcuna spiegazione.

L’opposizione protesta
Il Paese si appresta (forse) ad andare al voto in un contesto teso. A febbraio, alcuni scontri tra la fazione di Kiir e quella di Machar avevano fatto temere che lo Stato più giovane d’Africa fosse nuovamente sull’orlo di una guerra civile. In reazione agli attacchi militari, Kiir aveva ordinato l’arresto di Machar, accusato di stare pianificando un colpo di Stato. Ancora oggi, il leader dell’opposizione resta agli arresti domiciliari e sotto processo con diversi capi d’accusa, inclusi tradimento e assassinio.

Gli alleati di Machar hanno respinto il provvedimento firmato da Kiir, dicendo che le parti coinvolte negli accordi del 2018 – quelli che il nuovo testo firmato dal presidente va a modificare – non erano state adeguatamente consultate.
Dal canto loro, diversi organismi internazionali – come la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani in Sud Sudan – hanno lanciato l’allarme, sottolineando che molte delle condizioni necessarie per lo svolgimento di un voto credibile e pacifico nel Paese sono assenti.

Più cauta invece la posizione di Amnesty international (Ong per la difesa dei diritti umani) che ha definito il decreto un «passo decisivo verso le prime elezioni nella storia del Paese». Tigere Chagutah, direttore per l’Africa orientale e meridionale dell’Ong, però, ha anche ricordato che «le autorità devono assicurare un ambiente adeguato al corretto svolgimento del voto».
Solo il tempo darà un significato alle mosse di Kiir. Il 22 dicembre potrebbe aprirsi un nuovo capitolo nella storia del Paese più giovane del continente, pur con garanzie democratiche limitate. Oppure potrebbe, ancora una volta, non cambiare nulla.

Aurora Guainazzi