Etiopia. Riprende la guerra
Un nuovo conflitto è tornato a divampare nel Tigray, travolgendo gli altopiani dell’Etiopia settentrionale e cancellando con le armi l’illusione della pace. Le milizie del Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigray) hanno sferrato un’offensiva improvvisa, assumendo il controllo degli aeroporti chiave di Macallè, Axum e Scirè, mentre violenti combattimenti infuriano lungo i confini con le regioni Afar e Amhara. Tra raid di droni, la riapparizione dell’artiglieria pesante e una coscrizione obbligatoria condotta alla luce del sole, la tregua raggiunta nel novembre 2022 si è dissolta.
A riaccendere le polveri è stata la drammatica spaccatura politica all’interno dello stesso Tigray. Il Tplf ha riconvocato il parlamento regionale preesistente alla devastante guerra del 2020-2022 – un conflitto costato 600mila morti e milioni di sfollati – ed eletto alla presidenza Debretsion Gebremichael, leader storico ostile al potere centrale. Una mossa che ha, di fatto, esautorato l’amministrazione ad interim voluta dagli Accordi di Pretoria e guidata da Getachew Reda. La leadership di Macallè (capoluogo del Tigray) accusa Addis Abeba di aver tradito l’intesa, mancando agli impegni sul rimpatrio dei profughi, sul disarmo e sulla gestione dei territori contesi.
Coalizione militare contro il governo
Ciò che sta mutando radicalmente il volto del conflitto rispetto al passato è la nascita di un’inedita convergenza militare. Settori dell’opposizione etiope si sono uniti in una vasta coalizione. Accanto al Tplf figurano oggi l’Ola (Esercito di liberazione oromo), i guerriglieri Fano della regione Amhara e le milizie di Gumuz. «Non è un’alleanza inedita – osserva Corrado Cok, analista di Ecfr (European Council on Foreign Relations) -. Già nel 1991, tigrini, amhara, oromo e componenti somale e afar si unirono in un patto multilaterale che portò alla caduta del regime del Derg guidato da Mengistu Haile Mariam. Tuttavia, bisogna essere cauti: la nuova convergenza appare estremamente eterogenea, fragile e tenuta insieme quasi esclusivamente dalla necessità di sopravvivenza politica e militare contro l’amministrazione centrale». L’obiettivo dichiarato del cartello ribelle è rovesciare il primo ministro Abiy Ahmed. Un’impresa irta di ostacoli.
A tracciare una diagnosi lucida della situazione è Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore d’Italia in Etiopia, ex direttore per l’Africa subsahariana al ministero degli Affari esteri e autore del saggio «Tigray. La guerra invisibile». «Gli accordi di Pretoria del 2022 non hanno mai portato a una vera pacificazione – spiega l’ex diplomatico -. Nel territorio tigrino non è mai iniziato un reale rilancio economico; la regione è rimasta estremamente povera e segnata dalle ferite del precedente conflitto, senza che si sia mai avviato un percorso di giustizia transitoria».
Nonostante la portata della nuova alleanza antigovernativa, Mistretta nutre forti riserve sulle sue reali possibilità di successo. «Le milizie – sottolinea – sono storicamente divorate da divisioni interne e, soprattutto, scontano un enorme limite strategico: la mancanza del controllo dello spazio aereo. Senza difese aeree, i gruppi di opposizione rimangono vulnerabili ai droni di fabbricazione iraniana, cinese e turca di cui dispone il governo etiope, spesso finanziati o veicolati attraverso la mediazione degli Emirati arabi uniti».
Cosa fa l’Eritrea
Sullo sfondo si muove una diplomazia regionale sotterranea e spregiudicata. L’Eritrea del presidente Isaias Afwerki, alleata di Addis Abeba nella guerra precedente ma esclusa dai patti di Pretoria e spaventata dalle mire etiopi sul porto di Assab, ha ribaltato i giochi ricucendo i rapporti con il Tplf. «Il Tplf – continua Cok – può contare su canali di supporto logistico e d’intelligence assicurati da Asmara e dalle Saf (Forze armate sudanesi, ndr), oltre all’interesse dell’Egitto a indebolire la presa del governo etiope sull’area».
A confermare le tensioni è la recente crisi diplomatica che ha portato Addis Abeba a ritirare i propri diplomatici da Asmara (e viceversa) e a cacciare un diplomatico egiziano. Il premier Abiy Ahmed non è isolato, ma può contare sul saldo sostegno strategico e finanziario degli Emirati arabi uniti, mentre Turchia e Israele muovono i propri passi con cautela pragmatica.
Usa e Unione europea
Appare invece quasi ininfluente il peso delle potenze occidentali. «Gli Stati Uniti hanno recentemente promosso un’apertura diplomatica verso sia l’Etiopia sia l’Eritrea, giungendo fino alla revoca delle sanzioni bilaterali – spiega Cok -. Una mossa pensata per stabilizzare la sponda del Mar Rosso, resa instabile dalla presenza degli Houthi sulla sponda yemenita, ma rivelatasi inefficace nel prevenire la ripresa dei combattimenti. L’Unione europea, pur favorevole al riallacciamento delle relazioni istituzionali, non mostra al momento la forza diplomatica necessaria per frenare la nuova escalation».
Giuseppe Mistretta muove una critica severa all’approccio delle diplomazie internazionali: «L’Occidente si è spesso appiattito sulle posizioni del governo di Addis Abeba, continuando a inondare il Paese di aiuti economici senza verificare la reale efficacia della governance, né l’effettiva attuazione della giustizia transitoria o della ricostruzione. Ridurre l’azione diplomatica al solo posizionamento economico, come nell’impostazione del Piano Mattei o del Global Gateway europeo, rischia di rivelarsi una scelta perdente se non accompagnata dalla classica ed essenziale politica di mediazione e dialogo politico».
A pagare il prezzo più alto di queste manovre geopolitiche è, ancora una volta, la popolazione civile. Fonti locali raccontano un quadro sociale devastato. Le infrastrutture sanitarie sono state saccheggiate o private di farmaci essenziali; la malnutrizione diffusa e i traumi psicologici colpiscono adulti e bambini. Nelle campagne domina la paura di lavorare i campi o di spostarsi per via degli ordigni inesplosi e delle bande armate. Una situazione destinata a peggiorare se la guerra riprenderà con l’intensità del precedente conflitto.
Enrico Casale