Italia. Migranti: la lotta di chi resta

Il 3 ottobre l’Italia ricorda chi «ha perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria». La Giornata nazionale della memoria e dell’accoglienza nasce dalla tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, quando 368 persone persero la vita in un naufragio al largo dell’isola.
Il Missing Migrants Project dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) stima che dal 2014 oltre 35.600 persone abbiano perso la vita nel Mediterraneo, un numero probabilmente sottostimato. La maggior parte è scomparsa nel Mediterraneo centrale, la rotta migratoria più letale al mondo. A questo triste primato contribuiscono la lunghezza della traversata, il traffico di esseri umani sempre più spietato, le carenze nella ricerca e soccorso e le restrizioni imposte alle Ong che salvano vite in mare.
Ricordare chi non ce l’ha fatta significa anche guardare a chi, sopravvissuto, continua a lottare perché quelle morti non restino senza risposta. È il caso di Refugees in Libya (Ril), l’organizzazione nata da un presidio di migranti a Tripoli nel 2021. Oggi è un punto di riferimento nella battaglia per i diritti di chi tenta di attraversare il Mediterraneo.

Cento giorni di protesta
Il 1° ottobre 2021 la polizia libica ha condotto intense retate nel quartiere di Gargaresc (Tripoli), rinchiudendo nei centri di detenzione più di 5mila persone migranti – luoghi tristemente noti per la violazione sistematica dei diritti umani di chi vi è rinchiuso.
In risposta, 2.700 migranti si sono radunati davanti alla sede dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) a Tripoli, costituendo una comunità autorganizzata che ha preso il nome collettivo di Refugees in Libya. Attraverso i social media hanno raccontato ciò che stava accadendo dall’altra parte del Mare Nostrum. I primi a sostenerli sono stati la Ong Mediterranea saving humans e don Mattia Ferrari, il cappellano dell’organizzazione, che hanno fatto da tramite con attivisti, istituzioni politiche e religiose.
Si sono rivolti anche a Papa Francesco, da sempre attento alla realtà di coloro che lasciano la propria terra. Il pontefice ha risposto così durante l’Angelus del 24 ottobre 2021: «Esprimo la mia vicinanza alle migliaia di migranti, rifugiati e altri bisognosi di protezione in Libia: non vi dimentico mai, sento le vostre grida e prego per voi. Tanti di questi uomini, donne e bambini sono sottoposti a una violenza disumana. Ancora una volta, chiedo alla comunità internazionale di mantenere le promesse di cercare soluzioni comuni, concrete e durevoli per la gestione dei flussi migratori in Libia e in tutto il Mediterraneo. […] Sentiamoci tutti responsabili di questi nostri fratelli e sorelle, che da troppi anni sono vittime di questa gravissima situazione».
Le richieste di Ril sono rimaste inascoltate, a parte le poche risposte arrivate soprattutto dalla società civile. La tensione con la polizia libica è cresiuta fino alla notte del 10 gennaio 2022, quando le forze di sicurezza sono intervenute con violenza: gli accampamenti sono stati distrutti, le persone catturate e rinchiuse nella prigione di Ain Zara.
Come spiega don Mattia, Papa Francesco «passando dalla terza persona alla seconda persona, ha accolto la loro richiesta di essere riconosciuti come soggetti, come protagonisti, come interlocutori, come veri fratelli e sorelle». Sta proprio in questo la forza di Ril: aver preso in mano la propria lotta, essere diventati agenti e voce dei propri diritti inalienabili. I 100 giorni di presidio ininterrotto sono stati la prima esperienza di autorganizzazione dal basso delle persone migranti in Libia.

Commemorazione delle vittime nel Mediterraneo e preghiera interreligiosa organizzata da Refugees in Libya a Roma, davanti alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme (17 ottobre 2025). (Foto di Mattia Gisola)

Il lavoro di Ril oggi
Il movimento nato a Tripoli esiste ancora. Alcuni dei manifestanti sono arrivati in Europa, dove hanno fondato un’organizzazione di rifugiati gestita dai sopravvissuti, che mantiene il nome originale.
Ril affianca le persone vittime di violenza e sfollamento, e contesta le politiche che negano protezione e intrappolano le persone in situazioni di pericolo. Il loro lavoro si articola in quattro ambiti: assistenza ai rifugiati – anche tramite una linea telefonica di emergenza -, segnalazione e gestione sicura dei casi, documentazione delle testimonianze dei sopravvissuti e azioni legali per perseguire i responsabili.
I numeri raccontano l’impatto di questo lavoro: oltre 21mila richieste di emergenza ricevute tra linea telefonica, social e sito web; più di 3.760 casi di tortura, stupro e altri abusi documentati; 13 ricorsi presentati davanti a organismi nazionali, regionali e internazionali; attività di sensibilizzazione che hanno raggiunto istituzioni e partner in 36 paesi.

Giustizia per tutti
Per Ril ogni azione ruota attorno alla giustizia, che non può essere selettiva: la sua credibilità dipende dal fatto che la legge sia applicata in modo equo e che le prove vengano seguite ovunque conducano. Per questo l’organizzazione collabora con la Corte penale internazionale (Cpi) e con la Coalizione per la Cpi non solo come sopravvissuti e testimoni, ma come investigatori, documentatori e attivisti impegnati a combattere l’impunità.
Ril porta avanti battaglie legali anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per chiedere conto agli Stati di azioni e omissioni che contribuiscono all’impunità. Un esempio è il caso Y contro l’Italia, relativo alla mancata esecuzione del mandato d’arresto della Cpi nei confronti di Osama Elmasry Njeem (Almasri), accusato di crimini di guerra e contro l’umanità commessi nei centri di detenzione libici. Il ricorrente, sopravvissuto a detenzione, tortura e lavori forzati in Libia, ha ottenuto protezione internazionale in Italia nel 2022. Nell’aprile 2025 ha presentato ricorso alla Corte di Strasburgo – con il sostegno, tra gli altri, di Ril – sostenendo che la mancata consegna di Almasri abbia violato gli obblighi dell’Italia in materia di diritto alla vita e divieto di tortura.

Il 3 ottobre esiste per non dimenticare, ma la storia di Ril ci mostra come la memoria, da sola, non basta. Lo esprime bene Mahamat Daoud, tesoriere e cofondatore di Ril, quando afferma che il loro lavoro continuerà «finché non sarà fatta giustizia per ogni vittima».

Eva Castelletti