Don Renato Rosso, nomade di Dio
Il racconto di 50 anni di missione tra i nomadi di tre continenti. In Italia, Brasile, Bangladesh e India e, per brevi periodi, in molti altri Paesi. Una vita povera e felice in tende, palafitte, barche. Il Vangelo comunicato tramite l’aiuto concreto e la vita condivisa.
«Sono stato con gli zingari dodici anni in Italia, poi otto in Brasile, e trenta tra Bangladesh e India». Don Renato Rosso, classe 1945, prete fidei donum della diocesi di Alba, riassume così la sua ricchissima vita missionaria: cinquant’anni tra carovane, barche, accampamenti, palafitte, insieme ai nomadi di tre continenti.
Ha vissuto e pregato con indù, cristiani, musulmani e animisti.
Ha lavorato ai mercati generali di Torino, ha incantato serpenti in Bangladesh, modellato e venduto statue indù in India.
Oggi, dal 2022, vive a Nazareth, ospite di una comunità francescana composta da una dozzina di sacerdoti, tutti di provenienze diverse. Uno di essi, brasiliano, da seminarista ha vissuto con lui assieme ai nomadi per un anno.

Dai lebbrosi ai nomadi
Incontriamo don Renato Rosso al Sermig di Torino. È qui perché è legato da tempo all’«Arsenale della pace». Parliamo seduti a un tavolino da giardino nel cortile interno.
Indossa un berretto nero e un maglione di pile grigio scuro.
Attorno al collo porta una leggera sciarpa bordeaux. La barba bianca spicca sulla pelle bruna del viso affilato. Ha mani vivaci.
Il cortile è illuminato da un sole che sta per tramontare.
«Ero nel seminario di Alba – inizia a raccontare – quando, nel 1964, ho incontrato Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi. Eravamo quattrocento seminaristi ad ascoltarlo. Non ricordo una parola di quello che ha detto, ma ricordo che eravamo incantati, in contemplazione.
Alla fine, facciamo una foto e lui si mette proprio dietro di me. Mi afferra la spalla, e mi dice: “Hai paura della lebbra?”.
La mia vita in quell’istante è cambiata. Ho deciso di dare la mia vita per i lebbrosi.
Quel pomeriggio, poi, faccio una passeggiata verso il fiume Tanaro. Lì c’è un accampamento di zingari, e mi dico: “Dunque, con i lebbrosi chissà se avrò mai l’occasione di andarci, perché in Italia non ce ne sono. Invece, con loro l’occasione forse c’è”.
Da quel momento, con un amico, ho iniziato ad andare a trovarli. All’inizio è stato difficile. Ci siamo avvicinati facendo un po’ di scuola con i bambini.
È stato bellissimo.
Lentamente siamo diventati amici e io, in seminario, ero già per tutti “Renato degli zingari”.
Otto anni dopo, quando sono diventato prete nel 1972, ho chiesto al mio vescovo di poter andare a vivere con loro: come il parroco che vive in mezzo ai parrocchiani “stanziali”, così noi possiamo vivere spostandoci con i gruppi che si spostano.
A Milano, in quel tempo, c’era don Mario Riboldi, che da quindici anni chiedeva al suo vescovo di poter partire con gli zingari. E il vescovo, che non voleva mandarlo da solo, ogni anno rimandava all’anno dopo. Finché ha saputo di me e gli ha detto: “Ora sì, potete andare”.
Questo vescovo poi è diventato Paolo VI e ha aiutato la pastorale dei nomadi a nascere.
Da lì, nel giro di una decina di anni, in Italia eravamo dodici preti e diverse suore in vari accampamenti di zingari.
Inizialmente ho lavorato con don Mario in Lombardia e Veneto. Quindi sono andato nella Torino del cardinale Pellegrino».

In Brasile
Per diversi anni, don Renato ha vissuto con i Rom spostandosi da un accampamento all’altro con un carretto trainato a mano, lavorando e condividendo la precarietà dei nomadi.
«Nel 1984, arriva un vescovo dal Brasile, monsignor Nei Paulo Moretto. Quando vede questi preti con gli zingari, dice: “Perché non venite in Brasile?”.
Io vado subito dal mio vescovo, monsignor Luigi Bongianino, e gli dico: “Vorrei fare un po’ di vacanza”. Lui: “Bene! Quante volte ti ho detto che devi riposare?”. Io: “Vorrei riposare in Brasile. Mi hanno detto che là ci sono degli zingari”. E lui ha capito. In sette minuti ho ottenuto il suo consenso, e sono diventato missionario fidei donum».
Don Renato, che qualcuno chiama «lo zingaro di Dio», è stato in Brasile otto anni. Ha percorso la costa dal Nordest a Rio Grande do Sul in diverse carovane di circensi: «Si lavorava specialmente con la scuola, ma anche con la catechesi, perché là in Brasile gli zingari sono tutti battezzati. Magari non sono praticanti, però sono legati alle celebrazioni per “i poveri morti”. Quando un parente muore, c’è la preghiera dopo una settimana, dopo un mese, dopo sei mesi.
Ogni gruppo aveva una quarantina di appuntamenti all’anno in chiesa, e ho pensato: “Se ci organizziamo, potremmo fare un po’ di catechesi. Queste persone non le avremo mai a messa la domenica, un po’ perché sono sempre in movimento, ma anche perché tutti li rifiutano”».
Don Renato ha vissuto con diverse comunità: «Seguivo un gruppo, ci stavo uno o due mesi, intanto creavo legami con sacerdoti, seminaristi e laici del posto. A me interessava sensibilizzare la Chiesa a occuparsi di loro, dei poveri, dire: “Guardate che questi esistono davvero”».

Incomprensioni e semine
Don Renato racconta delle sue esperienze con grande entusiasmo e una forte vena ironica. Confessa che suscitare stupore è sempre stato parte del suo stile, un modo per rompere il muro di diffidenza verso i nomadi.
«Quando arrivavo in un posto con gli zingari, spesso la gente si domandava: “Sarà un prete vero?”. Poi ci si conosceva e si diventava amici.
Una volta sono arrivato a Caracas, Venezuela, con un circo. Io vado dal vescovo: “Sono un prete italiano”. Lui: “Oh, venga, ma che bello, un italiano”. Gli dico che sto in piazza con il circo”. Lui: “Sei da qualcuno che abita vicino al circo”. Io: “No no, sono con il circo. Faccio parte della comunità, come prete”.
Allora mi dice: “Ah, non avevo capito che stava lasciando il ministero!”». Don Renato ride: «Per lui, la cosa era impossibile.
Questo è capitato tante volte: un prete che vive con un gruppo di zingari creava shock, però, allo stesso tempo, interesse.
L’ultimo giorno che eravamo lì, il vescovo è venuto con sacerdoti, suore, seminaristi, e abbiamo riempito il circo».
I primi anni in Brasile, don Renato non aveva il visto permanente. Ogni tre mesi, allora, usciva e visitava i Paesi vicini: Venezuela, Colombia, Perù, Ecuador, Bolivia, Argentina, Uruguay, Paraguay: «Ho cercato, in ogni capitale, almeno una persona che diventasse punto di riferimento per la pastorale dei nomadi – racconta -. Ho trovato qualcuno in tutti i Paesi, e in diversi posti continuano tutt’ora. È stata una semina».

Bangladesh e India
Nel 1992, don Renato è partito per il Bangladesh. Non conosceva nessuno, ma sapeva che anche lì c’erano molti nomadi.
«Io quando mi spostavo non avevo mai dei contatti. Quando sono arrivato in Brasile, a San Paolo, ho trascorso i primi giorni tra una casa di religiosi e un’altra. Ciascuno diceva che il mio sogno si sarebbe realizzato meglio con altri. E allora mi spostavo, finché mi sono fatto ospitare come un viandante dai francescani. Quando ho detto che ero prete, mi hanno accolto e aiutato, e da lì ho iniziato».
Dopo il Brasile, ha preso a stare ogni anno cinque mesi e mezzo in Bangladesh e altrettanti in India. Il resto in Italia o altri Paesi.
«Lì ho trovato un altro mondo. La differenza più grande era la fede. In Brasile, come in Italia, gli zingari erano battezzati: si pregava insieme, si faceva un po’ la vita di parrocchia, anche se itinerante. Invece in Bangladesh e India, almeno per i primi anni, finché non ho conosciuto dei gruppi cristiani, sono stato solo con musulmani, induisti e animisti. Non potevo fare attività pastorali. Allora ho iniziato progetti di istruzione e salute.
Un po’ per volta, anche lì, ho attivato reti di persone che mi davano una mano.
Il tempo di convivenza con un gruppo dipendeva da quando vedevo che la semente gettata cominciava a germogliare e crescere. Ad esempio, per le scuole, quando c’era un insegnante che poteva proseguire per conto proprio, allora mi spostavo».
Don Renato, in Bangladesh e India, ha vissuto con decine di gruppi diversi, sia sulla terraferma che sui fiumi. «Gli zingari dei fiumi vivono sulle barche, delle specie di casette galleggianti. I gruppi sono formati da circa quindici famiglie, ciascuna sulla propria barca. Hanno una vita tranquilla, ma hanno poche possibilità di guadagnare, perché fanno sempre lo stesso percorso. Quelli che vivono sulla terraferma, sempre in gruppi di una quindicina di tende, si possono spostare di più, e hanno più facilità di guadagno, però hanno una vita più faticosa».
Un’altra differenza tra gli anni di India e Bangladesh e quelli precedenti, ci dice don Renato, riguarda la dimensione dell’aiuto alle persone: mentre in Italia e Brasile non ha mai dato un soldo, con bangladesi e indiani, invece, ha avviato decine di progetti.
«Nel tempo, ho fatto molte puntate anche in altri Paesi. Ad esempio, in Algeria, in Madagascar, in Medio Oriente, nelle Filippine, sempre per incontrare i nomadi locali e sviluppare la pastorale della Chiesa per loro. Anche lì ho avviato progetti».

Scuole mobili e salute
Il missionario ci parla dell’India: «Quando ho provato a catalogare i gruppi nomadi e seminomadi dell’India, ne ho contati 420. Io sono stato con una quindicina di essi, più un’altra decina che ho frequentato poco. Con questa quindicina sono nate iniziative interessanti».
Don Renato ci invita a consultare il suo sito mondonomadi.it. Lì sono raccontati la storia della sua missione, i diversi gruppi presso i quali ha vissuto, e i progetti che ha seguito negli anni.
Racconta: «In India, a un certo punto, ho incontrato un gruppo di nomadi cristiani, i Bhill, nella zona tra il Rajasthan e Madhya Pradesh, stati dell’India centro occidentale. Lì ho avviato nel 2003 un progetto di “scuole mobili” per i bambini pastori.
I Bhill si spostano tutti gli anni per sei mesi dalle loro zone rurali alle periferie delle città. Sono lavoratori molto bravi nell’edilizia e nelle ferrovie.
In quei sei mesi guadagnano bene e poi tornano a casa.
Quando li ho conosciuti, ogni famiglia lasciava in quei mesi un figlio a casa perché accudisse le bestie. Ogni villaggio ha una trentina di famiglie. Ogni famiglia, dieci animali. Quindi rimanevano trenta bambini tra i sei e i quattordici anni con trecento bestie da portare al pascolo. Una specie di società dei ragazzi.
Allora sono andato a fare il pastore un mese con loro e ho pensato alla scuola. Ho motivato alcuni insegnanti che hanno iniziato ad andare ciascuno con un gruppo. Quando erano al pascolo, facevano così: quindici bambini guardavano gli animali, gli altri un’ora di scuola. Poi si cambiava il turno.
La Conferenza episcopale indiana, quando ha visto cosa si faceva, ha stanziato dei fondi, così ho aumentato gli insegnanti, e il progetto è cresciuto.
Quando sono arrivato io, sulle colline di Jhabua i bambini pastori erano circa 40mila. Dopo sedici anni, erano solo il 6%. Questo perché, in sedici anni, i primi ragazzi del progetto erano oramai genitori, e non volevano mandare i loro figli al pascolo».
Le iniziative messe in piedi da don Renato e i suoi collaboratori locali sono sempre state pensate per le realtà concrete che incontrava: di nuovo in India, nella diocesi di Madurai, nello stato del Tamil Nadu, a inizio anni 2000, un bambino nomade aveva bisogno di un intervento al cuore. Costo: 2.500 euro. Don Renato racconta: «Ho parlato con i parenti, la municipalità, la Chiesa locale e l’ospedale. Alla fine si è riusciti a operarlo.
Ho coinvolto, poi, padre Chinnappan, che sarebbe diventato in seguito cappellano della pastorale dei nomadi in India: “Che ne dici se facessimo una fondazione per bambini che hanno bisogno di interventi di questo tipo?”, e, con l’aiuto di uno sponsor tedesco, abbiamo iniziato: all’inizio erano quattro o cinque operazioni all’anno, ora si è arrivati a mille».
Con i Mahali e i Jajabor
Un altro esempio di progetto è quello delle scuole mobili presso i gruppi di Mahali del Nord del Bangladesh, vicino alla città di Rajshahi, al confine con il Bengala Occidentale indiano.
«È stato possibile uno sviluppo incredibile – racconta don Renato -: la maggior parte dei Mahali è cattolica. Essi vivono vendendo cesti e altri oggetti di bambù confezionati da loro. Anche io ho fatto il cestaio.
Oggi, da vent’anni, due famiglie del gruppo gestiscono una serie di progetti riguardanti la scuola, la salute e la catechesi.
Quando sono arrivato là, non c’era un bambino che andasse a scuola. Adesso, ogni anno, un centinaio si iscrive all’università. Diversi giovani sono anche diventati preti o suore».
A Savar, città del Bangladesh centrale, nella conurbazione della capitale Dacca, don Renato ha vissuto con i Jajabor: «Gli uomini per lo più sono incantatori di serpenti, le donne fanno le guaritrici andando nei villaggi a curare i malati, mescolando magia e medicina. Altri vendono bigiotteria, altri ancora fanno i circensi di strada. Sono tutti musulmani. Anche con loro ho investito molto in progetti di scolarizzazione e salute».

Li converti oppure no?
Nei suoi trent’anni trascorsi in prevalenza tra popolazioni non cristiane, don Renato ha sempre vissuto la sua fede esplicitamente, ma senza proselitismo.
«A volte – dice – qualcuno mi domandava: “Ma tu, come cattolico, che cosa fai? Li converti, non li converti?”. E io rispondevo: “Mah, io, come prete, cerco di aiutare i musulmani a diventare musulmani al meglio possibile, e gli indù a diventare indù al meglio possibile”, cioè persone oneste, che pensano a mandare a scuola i bambini, curarli, a valorizzare le donne.
Comunque, nella Chiesa, ho sempre trovato molto più sostegno che non critica».
Don Renato ci racconta un aneddoto: «Siamo a Savar, dove i duemila zingari Jajabor, di cui ti ho appena parlato, vivono in tende e in barche. Lì c’era una moschea fatiscente che a un certo punto è crollata.
La gente ha iniziato a ricostruirla, ma non avendo denaro, ha lasciato solo quattro colonne.
Un giorno, l’allora direttore dell’ufficio missionario di Alba, don Agostino Garavello, viene a visitarmi. Giriamo un po’ e, quando arriviamo lì, gli dico: “Guarda, in Italia abbiamo tante chiese vuote dove la gente non c’è. Qui abbiamo della gente che vuole pregare e non ha un luogo. Che ne dici se li aiutiamo?”.
Abbiamo comperato cemento e ferro per fare una soletta sufficiente perché le persone potessero pregare al coperto.
Fatto questo, gli uomini si sono dati da fare, e in altri sei mesi hanno finito la moschea.
Allora qualcuno mi ha poi detto: “Già non li converti, e ora gli costruisci anche la moschea!”. E io gli dico: “Anche Giovanni Paolo II ha fatto lo stesso. Con il ricavato del suo libro Sulle soglie della speranza, ha ricostruito le moschee nel Kosovo distrutte dalla guerra. Quindi non penso di aver compiuto un’eresia”.
Per dieci anni, ho potuto andare a pregare con loro in moschea. Non facevo le loro preghiere, ma pregavamo insieme.
Dicevo loro: “Voi mi aiutate a essere un bravo cristiano. Io vi aiuto a essere dei bravi musulmani”. Andavo alla moschea anche perché, altrimenti, mi sarei presentato come un ateo. Invece io volevo mostrare loro che la religione per me è importante.
Terminata la preghiera, c’era un momento di condivisione in cui l’imam spiegava il Corano e, a volte, domandava: “La Bibbia cosa dice a riguardo di questo?”.
Poi si usciva e si cominciava a lavorare insieme».
Don Renato ci racconta un altro aneddoto: «Lì a Savar, tutte le volte che entravo in accampamento, i bambini facevano a gara per essere i primi a toccarmi i piedi, per salutarmi. Una volta sono arrivato per cercare una famiglia con un bambino malato di tumore. Arrivo all’accampamento e i bambini corrono a toccare i miei piedi. Poi vedo in una tenda un gruppo di uomini con un imam. Il capo dell’accampamento, in imbarazzo, inizia a giustificarsi: “Le presento padre Renato. È nostro amico da tanti anni. Vede la scuola che c’è qui? Ecco, se non fosse per i cristiani non l’avremmo. Poi vede quei due bambini con il piede ingessato? Sono stati operati in un ospedale qui vicino da medici cristiani”. E continua così.
L’imam lo lascia parlare, poi si alza e dice: “Quello che fanno questi cristiani, sapete che cos’è? È il cuore dell’islam, che noi, per pigrizia, non seguiamo più. Ecco, quindi, se noi vogliamo essere musulmani, dobbiamo seguire questa strada”.
Quindi, quando a volte mi chiedevano: “Ma tu sei lì con gli indù, con i musulmani, e non li converti?”, io rispondevo che Dio vuole convertire il cuore di tutti gli uomini e le donne del mondo, e lo fa con linguaggi diversi. Io penso che quando, ad esempio, degli indù sono in un tempio davanti alla statua di Ganesh in cui loro vedono la protezione, se Dio vuole lavorare nel loro cuore, utilizza quella statua. Dio non può parlare loro con l’immagine della Madonna di Lourdes o di Gesù crocifisso, che non conoscono. Può farlo, invece, con le statue di Ganesh che anche io ho costruito e venduto insieme agli zingari con cui stavo. Certo, queste immagini non sono Parola di Dio. Noi abbiamo la fortuna di aver conosciuto la Parola che si chiama Gesù Cristo. Queste non sono la Parola di Dio, ma sono delle piccole e preziose parole che Dio usa per parlare con loro».
In Terra santa
Dal 2022 don Renato Rosso si è stabilito in Terra santa.
«Dopo i primi cinquant’anni di “zingarite”, vivere in accampamento non era più prudente – dice -, e ho dovuto fermarmi. Appena arrivato ho visto che Nazareth è un luogo di grazia, dove la gente è disposta a fare una revisione di vita profonda. Mi sono detto che era una bellissima occasione per la mia vecchiaia.
Poi lì ci sono i beduini. Potevo visitarli, e, nel tempo libero, accoglievo i pellegrini.
Quando però è cominciata la guerra, i pellegrini sono diminuiti. Allora ho deciso di viaggiare di nuovo. In Brasile, tre mesi per volta, e in Bangladesh.
Per ironia della sorte, i progetti ancora attivi li seguo meglio da Nazareth che dall’accampamento, dove le comunicazioni sono molto più difficili.
Ovviamente, l’accampamento mi manca, ma ci sono stato per cinquant’anni. Mi ritengo anche troppo fortunato».
Luca Lorusso
