Agar e Sara, fiducia nella promessa
Iniziamo con questa puntata un percorso di qualche mese alla scoperta di alcuni personaggi della Bibbia. Sono figure «minori», che però offrono grandi stimoli per la nostra vita di fede grazie alla loro interiorità, decisione, fiducia, intelligenza.
Saranno tutte figure femminili, perché, per la cultura in cui è nata la Bibbia, la donna era relegata in posizioni «secondarie». Potrà capitare che partiamo parlando di una figura ma che poi ce ne vengano alla penna due o più, perché strettamente intrecciate. Potrà succedere che nessuna di loro si presenti come personaggio «solo» funzionale alla narrazione. Davanti a Dio, infatti, alcune figure sono preziose per il procedere della narrazione e della storia, ma nessuna è esclusivamente uno strumento.
Il padre dei credenti, il modello di ogni uomo di fede, per ebrei, cristiani e islamici, è Abramo, colui che, in apparenza senza mai tentennare, decide di fidarsi totalmente di Dio in ogni passaggio della sua vita, a partire dalla chiamata a lasciare la casa del padre per andare dove gli indicherà il Signore (Gen 12,1). In realtà Abramo è già partito da Ur dei Caldei per raggiungere la terra di Canaan (11,31), ma a quel tempo era agli ordini del padre. A metà strada, dove si stabiliscono, il padre muore, e Abramo decide di proseguire fidandosi semplicemente della promessa divina.

Non una semplice appendice
Vanno con lui Lot, figlio di suo fratello, che a un certo punto si separerà dalla sua carovana, e Sarài, la moglie. Fin qui, quest’ultima viene trattata come un complemento d’arredo, come peraltro era allora culturalmente scontato. La moglie, infatti, era semplice proprietà dell’uomo, immaginata incapace di autonomia persino nel pensiero e nel giudizio. A lei era affidato un unico incarico importante: partorire figli. Compito che peraltro Sarài non è capace di portare a termine, in quanto sterile (11,30).
Secondo la mentalità del tempo, Sarài può già dirsi fortunata a non essere stata abbandonata da Abramo o rimandata al padre. Potremmo dimenticarcene, ma così non sarà.
Sarài parrebbe una protagonista marginale, e involontaria, anche di due episodi strani in cui Abramo le chiede di fingere di essere sua sorella, per evitare che la sua bellezza lo metta in pericolo davanti agli uomini di Gerar (20,1-14) o con il faraone in Egitto (12,11-20).
È chiaro che il testo biblico, come un film, ci chiede di stare al gioco ed evitare di chiederci come mai potesse suscitare tanti appetiti l’evidentemente straordinaria avvenenza di Sarài, di cui non sappiamo l’età precisa, ma che era in menopausa e moglie di un settantacinquenne.
In questi episodi, Sarài è una pedina, per quanto collaborativa. In altri invece è decisiva.
Ad Abramo, infatti, viene promesso da Dio un figlio, che però non arrivava. Sarài esce dall’ombra e diventa protagonista e serva della vita del marito e della promessa divina. E lo fa escogitando un modo originale per «aiutare» Dio ad adempiere la sua promessa, senza averne nulla in cambio. Decide di offrire al marito la propria schiava egiziana, Agar, perché sia lei a donargli un figlio. Per la cultura dell’epoca, però, il figlio di una schiava è schiavo a sua volta e non può ereditare i beni di Abramo e la benedizione divina. Sarài pensa anche a questo: Agar partorirà sulle sue ginocchia, mettendo in scena un antico rito di adozione grazie alla quale il neonato sarà legalmente figlio di Sarài, e quindi potrà essere un uomo libero ed ereditare dal padre (farà la stessa cosa Rachele con Bila, alla nascita di Dan: Gen 30,3). Così la promessa di Dio potrà compiersi.
Non può non stupirci e lasciarci ammirati la prontezza di spirito e la generosità di una donna che inventa una tale soluzione per venire incontro al desiderio di discendenza del marito, ma soprattutto per garantire a Dio la possibilità di essere di parola.
L’orgoglio di una schiava
Di Agar non conosciamo il passato, solo che è «egizia», ossia appartiene a quel popolo che ha dominato il Vicino Oriente per millenni, sia pure tra alterne vicende. Finire schiava di un uomo nomade, senza discendenza né terra e anziano, può essere una mortificazione più estrema. Chissà se è per questo che Agar si inorgoglisce per la propria gravidanza, al punto che Sarài, sua padrona, chiede ad Abramo il permesso di maltrattarla per rimetterla in riga, poi su farla fuggire (Gen 16,4-6).
Scappare nel deserto del Vicino Oriente significa esporsi a un rischio mortale, tanto più per una donna sola, incinta e senza protezioni. È però nel deserto, accanto a una sorgente (16,7), che Agar incontra un angelo e si sente chiamare da lui per nome e invitata a tornare dalla padrona e a restarle sottomessa. La promessa dell’angelo è che la sua discendenza sarà numerosa, benché marginale, e libera, benché povera e abitante del deserto.
Succede spesso che i racconti biblici ci narrino eventi a cui fatichiamo a credere. Potremmo prenderli come descrizioni letterali di ciò che è accaduto, quasi che parole e gesti dell’angelo siano registrati in un video. In questo caso, il racconto di Agar sarebbe il segno di una grande e personale attenzione da parte di Dio per lei, una schiava e usata per interessi altrui, maltrattata quando alza la testa, insuperbita dalla sua maternità.
Oppure potremmo pensare, da moderni, che il racconto della visione dell’angelo è la modalità che gli antichi utilizzavano per esprimere una voce divina avvertita, più probabilmente, nell’intimo della coscienza. È là che Agar coglie che il frutto del suo grembo, che verrà chiamato Ismaele, non sarà discendenza di altri, ma sua, contro le aspettative della cultura maschilista del tempo. È nella sua coscienza che Agar coglie quanto il percorso più umanizzante per sé è quello di farsi umile, di ritornare mortificata alla tenda dalla quale veniva, di lasciarsi addirittura maltrattare. Non per masochismo o moralismo, ma per il bene del proprio figlio e di entrambe le loro vite, confidando in un futuro migliore.
La stessa fiducia in una promessa divina che Abramo vive conversando con Dio e credendo alle sue promesse, la vive anche Agar, senza quasi farsi notare. E per questa fiducia ritorna da Sarài, le si sottomette, accetta di riprendere a vivere, benché da schiava.
Tutto questo accade non prima di aver dato un nome al pozzo, come faranno dopo di lei Isacco e Giacobbe, quasi a dire che il suo decidere di tornare da Sarài non dipende dalla sua insicurezza, ma invece proprio dall’aver perfettamente intuito la propria chiamata, con umiltà e con decisione.

Due fratellastri
La promessa divina, nel corso della narrazione, si sviluppa, diventa sempre più precisa. Dapprima Abramo e Sarài ottengono da Dio nuovi nomi. Abram, che potrebbe essere interpretato come «padre nobile», diventa Abraham, «padre di una moltitudine». Sarài, possibile forma arcaica per «mia principessa», è resa Sara, semplicemente «principessa». È come se entrambi venissero chiamati a reggere una discendenza infinita, non vincolata a una realtà limitata. In più, è Dio a donare loro il nome, diventano legati a lui in modo più esplicito.
Infine ci interessa notare soprattutto che la promessa fatta ad Abramo, secondo Dio coinvolge, naturalmente, anche Sara.
Lo riscopriremo anche quando lei, contro ogni aspettativa, resta incinta, frutto di dell’accoglienza offerta da Abramo a tre visitatori, che poi sembrano uno solo e che nel corso del racconto man mano si confondono con Dio stesso (Gen 18-19). In questo episodio Abramo offre ospitalità e macella un vitello, ma è Sara a garantire il resto del cibo, preparando focacce da tre sea di farina (un sea è 4-5 kg, sono quindi una dozzina di chili: non sono di sicuro stati avari). Ed entrambi si sentono rivolgere una promessa inattesa: «Tra un anno, quando passerò di qui, tua moglie Sara avrà un figlio».
La promessa di discendenza rivolta ad Abramo, in realtà vede Sara protagonista, perché non sono solo i maschi a essere in relazione con Dio, ma tutti.
Lei, per parte sua, non si limita di certo a fare la «bella statuina», ma agisce con grinta quando è il momento, e reagisce con sarcasmo quando sente annunciarsi la futura gravidanza. Si nasconde, è vero, nega di aver riso, però si mostra autentica, completa, acuta.
Il progetto divino si compie, Sara concepisce e partorisce Isacco e i due figli di Abramo crescono insieme.
Troppo amici, secondo Sara, che si indispettisce del buon rapporto tra di loro e ottiene da Abramo, pur riluttante, di allontanare Agar e Ismaele, per difendere l’eredità unica del proprio figlio (Gen 21,9-10).
A questo punto Agar si trova di nuovo nel deserto, questa volta con un figlio, e stavolta sembra essere stroncata dalla fatica, dalla tristezza, dalla delusione, dalla mancanza di prospettive. È stata mandata via con una pagnotta e un otre d’acqua, nel deserto. Quando l’acqua finisce, si predispone al passo definitivo: posa il bambino sotto un cespuglio, perché almeno non resti sotto il sole, e si allontana di quanto basta per non sentirlo morire, pronta a perire anche lei. E si abbandona al pianto (Gen 21,15-16).
Ma di nuovo Dio interviene: ha udito il pianto del bambino e della madre, e rincuora Agar indicandole un pozzo. Agar può dissetare il bambino, e i due riescono a sopravvivere nel deserto, dove Ismaele diventerà tiratore d’arco, stabilendosi definitivamente lì e sposando una donna egiziana (Gen 21,21).
Un insegnamento per noi?
Il contesto descritto nei capitoli di Genesi riguardanti il ciclo narrativo di Abramo, è quello di un mondo antico, patriarcale, dove le donne contano soltanto per la loro capacità di fare figli. E le schiave neppure per quello, perché i loro figli possono essere utili come schiavi, ma non possono rappresentare il padre, ereditare, assumersi la continuità delle generazioni anche nei legami personali, nei patti, negli accordi con altri gruppi.
Sara e Agar sono due donne «inabili», eppure, mostrano entrambe di entrare in un rapporto vivo, intelligente, personale con Dio e con la propria vita, si mettono in gioco, ognuna con le proprie caratteristiche, le proprie speranze, anche i propri difetti, limiti e peccati.
E Dio le vede, le conosce per nome, non si dimentica di loro. Le due donne, per parte loro, colgono Dio e la sua promessa di vita come qualcosa di indirizzato personalmente a entrambi. In tal modo riescono anche ad accettare di essere, se necessario, umili e sottomesse, ubbidienti e pazienti. Non perché così bisogna fare, non perché quello è il destino delle donne, ma, dato il contesto, in vista di un bene maggiore che è garantito a loro direttamente da Dio, il quale non le abbandona, che ne ascolta il pianto e la paura, e garantisce loro una vita piena.
Due donne che non ascoltano le convenzioni o le leggi, ma si fidano di una promessa divina che si sarebbe potuto pensare non le coinvolgesse, mentre invece le trova vere protagoniste.
Angelo Fracchia
(Donne nell’AT, 1 – continua)