Rdc. Rompere il silenzio

A inizio luglio, il governo congolese ha annunciato la creazione di un Consiglio consultivo internazionale, incaricato di esaminare le violazioni dei diritti umani che da trent’anni si susseguono nel Paese. Formato da alcuni dei massimi esperti di giustizia internazionale, l’organo ha avviato i propri lavori il 13 luglio, con l’obiettivo di facilitare il riconoscimento delle violenze, individuandone i responsabili.
A guidare il Consiglio sono due copresidenti: Julienne Lusenge, attivista congolese per i diritti umani, e Howard Morrison, avvocato britannico, ex giudice della Corte penale internazionale e del Tribunale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia. Insieme a loro, formano l’organismo alcuni dei massimi esperti di crimini di guerra e diritto internazionale e umanitario. Come Stephen Rapp, ex ambasciatore statunitense per i crimini di guerra, e procuratore capo durante il processo contro l’ex presidente liberiano Charles Taylor, condannato a cinquant’anni di carcere proprio per questa tipologia di crimini. Ma anche Nina Jørgensen, giudice del tribunale dell’Aia, e Pascal Turlan, ex funzionario della Corte penale internazionale con esperienza in casi relativi alla Rdc.

Trent’anni di violazioni
A queste figure spetta un compito complesso: fare luce su trent’anni di violazioni dei diritti umani e abusi continui, soprattutto nell’est del Paese, dove dai primi anni Novanta è un continuo succedersi di scontri armati e violenze nei confronti dei civili. Non a caso, in una nota congiunta, Lusenge e Morrison hanno sottolineato che «per tre decenni sono state inflitte atrocità al popolo congolese, su una scala che ricorda i momenti più bui della storia umana». E in tutto questo «le storie, i nomi e le sofferenze dei sopravvissuti sono stati ignorati per troppo tempo».
Dare un nome alle vittime, raccoglierne le storie e avviare processi legali e diplomatici che portino al riconoscimento delle violenze commesse, trent’anni fa come oggi, e all’individuazione dei responsabili è il motivo per cui nasce il Consiglio.
Il lavoro del gruppo si articola lungo tre decenni di storia. In questo senso, il contenuto della prima seduta del 13 luglio è stato emblematico. Gli esperti si sono dedicati all’analisi delle recenti violenze nell’est della Rdc e dei programmi di assistenza urgente. Ma hanno anche ripreso in mano un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2010 e nel quale sono stati documentati oltre 600 crimini commessi da forze locali e straniere (rwandesi e ugandesi) tra il 1993 e il 2003: stupri, massacri sistematici e l’ipotesi di genocidio nei confronti degli hutu arrivati nella Rdc dopo il genocidio dei tutsi in Rwanda.

Radici nel passato
La situazione attuale nelle province orientali congolesi, infatti, si lega al genocidio rwandese, a seguito del quale molti hutu – sia responsabili del genocidio, sia civili che temevano la ritorsione dei tutsi – sono fuggiti nell’est della Rdc. I trent’anni successivi sono stati un alternarsi di guerre – tra cui le due guerre del Congo, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila – e conflitti a bassa intensità, con il coinvolgimento di movimenti armati locali e stranieri.
Il Rwanda in particolare da trent’anni è parte integrante delle vicende congolesi, sia in modo diretto con propri militari sul terreno, sia attraverso il supporto logistico e materiale a gruppi armati alleati. Tra tutti, il Movimento del 23 marzo (M23), che negli ultimi anni ha conquistato ampie porzioni di Nord e Sud Kivu.
Proprio per denunciare l’interventismo rwandese e all’interno di una più ampia campagna per la ricerca della giustizia e della verità, il governo congolese a giugno ha accusato il Rwanda di fronte alla Corte penale internazionale di aver violato la Convenzione sul genocidio (di cui è firmatario).
Nel 2025, invece, di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente congolese Félix Tshisekedi aveva denunciato il «genocidio silenzioso» che da tre decenni sta avvenendo nel suo Paese e chiesto la creazione di una Commisione di indagine internazionale «per rompere il ciclo di impunità».

Sinergia con le istituzioni
La creazione del Consiglio si inserisce proprio in questo percorso di ricerca della verità e della giustizia. L’organo lavorerà in stretta sinergia con due enti statali, il Fondo nazionale per la riparazione delle vittime di violenza sessuale (creato per sostenere le vittime di violenza) e la Commissione interministeriale per l’assistenza delle vittime e il sostegno alle riforme (organo per la giustizia e per la realizzazione di riforme politico-giuridiche per evitare il ripetersi di crimini del passato).
Durante l’incontro del 13 luglio, Lusenge ha detto che «la prima missione del Consiglio è rompere il silenzio». Ora sta all’organo riuscire a farlo effettivamente ed evitare di essere l’ennesimo tentativo inefficace di cercare di portare alla luce le violenze che da tanto, troppo, tempo stanno dilaniando intere aree del Paese.

Aurora Guainazzi