Papua indonesiana. La guerra silenziosa

Le violazioni dei diritti umani e il lavoro delle Chiese per la pace

Una crisi cronica, caratterizzata da un profondo conflitto a bassa intensità che logora quotidianamente la popolazione civile. Quella nella Papua indonesiana non è una «emergenza passeggera», ma una ferita strutturale, aperta da decenni, che oggi sta attraversando un periodo di forte tensione, con sfollamento, crisi umanitaria, polarizzazione nella società.
È la descrizione che consegna a MC fratel Alexandro Rangga, OFM, direttore della Commissione Giustizia e Pace dei Frati minori della Papua indonesiana.

La storia del separatismo

La regione, che occupa la parte occidentale della grande isola di Nuova Guinea, nota come Papua o, in lingua locale, Irian Jaya, è stata una colonia olandese fino al 1962. Successivamente è stata occupata e annessa dall’Indonesia, nel 1969, tramite un referendum in cui, però, solo circa mille rappresentanti scelti votarono l’integrazione, senza un reale voto popolare.

Da allora i gruppi indipendentisti non hanno mai smesso di portare avanti una campagna politica di autonomia e le popolazioni indigene locali hanno sempre posto all’attenzione del Governo centrale di Giacarta rivendicazioni di carattere economico, sociale, culturale e politico – del tutto inascoltate – a partire dal riconoscimento dell’identità melanesiana, ben distinta da quella giavanese indonesiana.

In 60 anni l’Indonesia ha sempre considerato la Papua parte indivisibile del proprio territorio nazionale etichettando il movimento indipendentista e i separatisti armati della «Organisasi Papua Merdeka» (Opm) come una minaccia separatista e terrorista.

Estrattivismo e tresferimenti demografici

Una delle questioni più scottanti, in una regione ricchissima di materie prime, è il controllo sulle risorse. Rame, oro, legname, gas, sono sfruttati da grandi multinazionali grazie alle concessioni ottenute dal Governo centrale, ma con nessuna ricaduta di sviluppo sulle popolazioni native.

A monte, ricorda fra Rangga, «vi è lo scontro per il controllo delle risorse, che si cela sotto la narrativa statale di sviluppo e modernizzazione». Imponenti progetti agricoli, minerari e infrastrutturali promossi da Giacarta vengono percepiti dai nativi papuani come «una forma di colonizzazione che espropria le loro terre ancestrali e distrugge l’ecosistema, alimentando il risentimento e la resistenza».

Lungo i decenni, un altro elemento conflittuale è stato rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici promossa dal Governo centrale (la «transmigrasi», ovvero la migrazione di popolazioni da Giava e altre isole indonesiane), che ha reso i papuani indigeni minoranza e aumentato le tensioni per la terra e le risorse.

Guerra a bassa intensità

Fratel Rangga delinea i diversi aspetti critici oggi sul terreno: «In primis vi è la militarizzazione diffusa, con la pesante presenza dell’esercito indonesiano e, d’altro canto, azioni e incursioni armate dei ribelli separatisti».

Questa situazione «ha trasformato intere aree montane e forestali in zone di guerra, dove la popolazione indigena vive nel terrore costante di rastrellamenti, accuse di complicità, o si ritrova nel mezzo del fuoco incrociato», rileva.

In queste condizioni, «si registra un esodo silenzioso, con oltre 105mila sfollati interni, che hanno dato vita a un’emergenza umanitaria invisibile agli occhi della comunità internazionale». «Sono famiglie fuggite dai propri villaggi nativi che si rifugiano nelle foreste o cercano aiuto nelle parrocchie – racconta – e che mancano di cibo, alloggi sicuri, assistenza sanitaria e istruzione per i bambini».

Le Chiese per la pace

In tale cornice, «la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti – segnala – sono considerate come ultimo baluardo di difesa, anche perchè la Papua indonesiana resta ampiamente preclusa ai giornalisti stranieri e alle organizzazioni umanitarie internazionali».

Sacerdoti, religiosi e catechisti non sono solo guide spirituali, ma gli unici testimoni oculari delle violazioni dei diritti umani e gli unici che riescono a fornire aiuti di prima necessità.

Il quadro è aggravato dalle accuse di torture, abusi dei diritti umani, sparizioni e impunità per le forze di sicurezza. «La Chiesa cattolica e le Chiese protestanti in Papua giocano un ruolo importante nella difesa della dignità umana, dei diritti umani e nel promuovere il dialogo e la pace», rimarca il francescano.

Tra i vescovi cattolici della regione, mons. Bernardus Bofitwos Baru, Vescovo di Timika, ha denunciato apertamente «l’eccessiva presenza militare», ricordando ai governanti che «i nativi sono creature di Dio e non pedine da eliminare a piacimento».

Petrus Canisius Mandagi, arcivescovo di Merauke, ha voluto smentire pubblicamente le accuse secondo cui la Chiesa cattolica appoggerebbe i controversi «mega progetti» industriali ed energetici statali nella Papua, e ha chiesto che «la fede non venga strumentalizzata dalla polarizzazione politica».

In una dichiarazione congiunta, le Chiese cristiane della nazione indonesiana, guidate dal reverendo Jacklevyn Fritz Manuputty, presidente della Comunione delle Chiese in Indonesia, hanno ricordato che «la crisi umanitaria in Papua non è un problema sporadico, ma una crisi strutturale che continua a ripetersi senza una soluzione dignitosa», e hanno lanciato un appello al governo di Giacarta affinché interrompa l’invio massiccio di truppe, che non risolve affatto, anzi acuisce il problema.

I leader religiosi hanno inviato lettere ufficiali al presidente indonesiano Prabowo Subianto, lamentando di non aver ancora ricevuto risposta e affermando che «le Chiese non smetteranno di far sentire la propria voce per via diplomatica e umanitaria».

Paolo Affatato

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