Mondo. Il loro nome è Nessuno
Può una storia di tremila anni aiutare a comprendere la condizione dei migranti di oggi? Se lo chiedono una parte degli spettatori che, con l’Odissea di Christopher Nolan, hanno visto il ritorno di Ulisse sul grande schermo. Per rispondere a questa domanda, non si deve però pensare al viaggio o alla figura dell’eroe omerico, quanto alla sua condizione.
Ulisse vive una lontananza prolungata, la sua identità viene messa alla prova, deve adattarsi continuamente a circostanze ostili. A partire da questo, uno psichiatra spagnolo lo ha scelto come metafora per raccontare lo stress migratorio contemporaneo.
Una condizione, non una malattia
Si chiama «Sindrome di Ulisse» ed è stata descritta per la prima volta nel 2002 da Joseba Achotegui, psichiatra e professore dell’Università di Barcellona. Indica un insieme atipico di sintomi depressivi, ansiosi, dissociativi e somatici che colpisce chi è esposto a livelli estremi di stress legati ai processi migratori contemporanei.

Achotegui parte da una considerazione fondamentale, ma troppo spesso dimenticata, quando si parla di migrazioni: al centro di un fenomeno che si racconta quasi sempre in termini economici, numerici e securitari, c’è un essere umano. Nella sua esperienza pluridecennale con i pazienti migranti, lo psichiatra ha potuto constatare le enormi difficoltà che attraversano e subiscono, e come queste generino livelli di stress altissimi. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone resilienti, ma esposte a fattori di stress che superano la normali capacità di adattamento.
Ecco perché la Sindrome di Ulisse non rientra nei disturbi mentali, quanto nell’ambito della salute mentale legato allo stress e al lutto. È la reazione naturale a uno stress tossico che colpisce persone altrimenti in un normale stato di salute psichica, aggravata dalla mancanza di reti di sostegno o di un accesso adeguato alle cure. Si tratta di un accumulo progressivo di perdite affettive, linguistiche, culturali e sociali. Del resto, come chiarisce Achotegui, migrare fa parte della nostra storia e la specie umana è oggi il risultato di innumerevoli migrazioni riuscite nel corso della sua evoluzione. La migrazione, di per sé, non è dunque causa di disturbo mentale. Può diventare un fattore di rischio quando si sommano vulnerabilità pregresse – quali cattive condizioni di salute, traumi, violenze – e un livello troppo alto di stress e difficoltà di adattamento nel paese d’arrivo.
Cosa causa lo stress estremo
Achotegui individua quattro grandi famiglie di «stressori» che mettono a rischio chi migra. C’è innanzitutto la solitudine forzata, quella di chi lascia la propria famiglia e vive nella preoccupazione costante per i propri cari. C’è poi la lotta quotidiana per la sopravvivenza, spesso senza poter soddisfare bisogni primari come l’avere una casa, il diritto alla salute o l’accesso al lavoro. C’è il senso di fallimento del proprio progetto migratorio, quando le barriere all’integrazione appaiono insormontabili e l’obiettivo per cui si è partiti sembra allontanarsi. Infine, ci sono i pericoli concreti del viaggio, durante il quale ci si ritrova privi di diritti e impotenti, e che lascia ferite che non si dimenticano.
Dalla combinazione di questi elementi nascono i sintomi della sindrome, quali tristezza e pianto, nervosismo, irritabilità, insonnia, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria. A questi si affiancano disturbi somatici come dolori muscolari da tensione, problemi digestivi e, soprattutto, cefalee.
I servizi di assistenza, spesso, non sono preparati a riconoscere questa sofferenza specifica. Da qui un doppio rischio, denunciato dallo stesso Achotegui e dall’Ulysses syndrome institute. Da un lato la vittimizzazione e la banalizzazione di un lutto migratorio estremo. Dall’altro l’iper-medicalizzazione, cioè la tendenza a scambiare una condizione di stress complesso per un disturbo mentale vero e proprio, con conseguente sovradiagnosi tra la popolazione migrante. Secondo lo psichiatra, il rischio più concreto per chi vive la Sindrome di Ulisse non è tanto sviluppare un disturbo psicotico o depressivo, quanto di cadere in disturbi da dipendenza, cercando un sollievo che nessuno è riuscito a offrire in altre modalità.
Il peso che non si vede
Nell’Odissea questa condizione è già scritta. Quando Ulisse, prigioniero nella grotta di Polifemo, deve dichiarare la propria identità, risponde con un inganno che è anche una verità: «Il mio nome è Nessuno; Nessuno mi chiamano infatti tanto la madre che il padre, e sì, gli altri, tutti i compagni» (Libro IX, 366-367). Ulisse deve negoziare la sua identità e reinventarsi pur di sopravvivere. È l’esperienza di chi, lontano da casa, smarrisce il proprio nome e la propria storia, soprattutto agli occhi degli altri.

Ancora, così Ulisse è ritratto sulla spiaggia dell’isola di Calipso: «E lo trovò sulla riva, seduto; né mai gli occhi suoi erano privi di pianto, estenuava il dolce suo tempo nel sospirare il ritorno […] si consumava nell’animo in lacrime, gemiti e doglie» (Libro V, 151-157). È il peso di un accumulo di perdite che continua a farsi sentire anche in assenza di un pericolo immediato. È la stessa immagine di un dolore muto che vivono oggi migliaia di persone, senza riuscire a nominarlo né a farlo riconoscere da chi dovrebbe accoglierle.
Guardare oggi Odissea può allora diventare l’occasione per guardare anche a loro, alle persone che abbandonano la propria casa, il cui viaggio – proprio come quello di Ulisse – si misura nella capacità quotidiana di sostenere un peso che non si vede.
Eva Castelletti