Verso la Gmg 2027
Un Paese ultra moderno. Giovani attratti dal piacere immediato e lontani dai valori «eterni». Immigranti in cerca di un loro spazio, mentre crescono gli indigenti. In un contesto pieno di sfide si prepara la prossima Giornata mondiale della gioventù.
Seul. Con la linea 4 della metropolitana scendiamo alla Myeong-dong station e sbuchiamo in un centro commerciale. Siamo nel distretto chiamato Jung-gu. Seduti a prendere un caffè, ci accorgiamo di alcuni scaffali nel bar con libri in consultazione. In particolare ci salta all’occhio un volume con papa Francesco sulla copertina. Girando poi tra i negozi, notiamo un’effigie della Madonna e altre scritte religiose. «Sicuro – dice chi ci accompagna -, siamo nei piani interrati dell’arcivescovado. Qui è stato fatto un investimento di tipo commerciale allo scopo di generare reddito per l’arcidiocesi». Capiamo di essere in un centro commerciale cattolico.
Ai «piani alti»
Prendiamo l’ascensore veloce che ci porta ai piani superiori. Arriviamo alla reception, molto curata, in un ampio vano. Tutto è moderno e pulito.
Chiediamo di poter incontrare l’arcivescovo, e in pochi minuti ci raggiunge il segretario, in nero impeccabile con clergyman, che in italiano ci accoglie e ci dice di seguirlo. Con un ascensore riservato ai possessori di una card, raggiungiamo i piani alti.
Qui il segretario ci affida a don Simone Kim Nam-kyun, incaricato della comunicazione dell’arcidiocesi, che ci conduce in un’ampia sala con tavolo da riunione e una vetrata dalla quale si vede la cattedrale Myeongdong (come comunemente è chiamata la cattedrale di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione), in mattoni rossi e in stile neogotico, la piazza e alcuni palazzi adiacenti.
Monsignor Peter Chung Soon-taek ci raggiunge subito e si presenta con un largo sorriso. Classe 1961, laureato in ingegneria chimica, il vescovo fa parte dell’Ordine dei Carmelitani scalzi.
Dopo avere ricoperto diversi incarichi, nel 2013 papa Francesco lo ha nominato vescovo ausiliare di Seul (incarico ricoperto dal 5 febbraio 2014). Nell’ottobre 2021, sempre papa Francesco, lo ha nominato arcivescovo metropolita di Seul.

La situazione della Chiesa
Monsignor Chung, qual è la situazione dei cattolici nell’arcidiocesi di Seul?
«La popolazione di Seul è di circa 9,3 milioni di abitanti. Tra loro i cattolici sono il 16%, il che vuol dire 1,5 milioni. È un numero abbastanza grande. Ma oltre il 60% sono anziani. I ventenni o minorenni sono solo il 20%. Si tratta di una società piuttosto avanti con l’età. E questo si rispecchia nella Chiesa.
Nonostante ciò, abbiamo comunque un buon numero di vocazioni sacerdotali. In media, celebriamo circa 20 ordinazioni di preti ogni anno. Anche se il numero di ingressi al seminario maggiore sta diminuendo.
In termini di fedeli, in generale abbiamo un buon numero di nuovi battezzati».
Il cattolicesimo è stato portato in Corea dai laici. Qual è il loro ruolo oggi?
«La Chiesa cattolica coreana è iniziata proprio con la gente, senza l’aiuto di missionari stranieri. Oggi, possiamo dire che i laici sono ancora molto attivi nella nostra Chiesa.
Ad esempio, il movimento Legio Mariae ha molti membri, anche se è leggermente diminuito rispetto a trent’anni fa. Oltre a loro ci sono i Focolarini, la Caritas e il movimento di San Vincenzo de’ Paoli. Questi gruppi sociali, religiosi o spirituali sono piuttosto forti tra i laici.
Ogni parrocchia ha i chierichetti, i laici che partecipano a diversi ministeri, la corale, mentre altri fedeli aiutano in vari servizi».
Quali sono le maggiori sfide nella vostra arcidiocesi?
«Penso che ci stiamo confrontando con sfide simili ad altri Paesi. In particolare, con l’individualismo, il materialismo e l’edonismo.
Per esempio, in passato la gente si interessava ai figli dei vicini, si prendevano cura di loro e potevano manifestare affetto nei loro confronti. Quindi alcune giovani generazioni, in quel tempo, sono cresciute nella comunità, nell’interesse e cura comuni. Oggi la gente non può permettersi di esprimere affetto o interesse verso i figli dei vicini, perché potrebbe essere facilmente malinteso.
Quindi, le nuove generazioni crescono in un ambiente dove prevale l’individualismo, senza una comunità che si interessi di loro e li accudisca.
Altri aspetti sono materialismo ed edonismo. Le giovani generazioni di oggi cercano l’immediata e diretta soddisfazione piuttosto che i valori religiosi o eterni».

La pastorale dei migranti e quella per i poveri
Numericamente, è importante la questione dei migranti?
«Secondo le statistiche, in Corea ci sono 2,8 milioni di migranti su una popolazione complessiva di 51. Tra loro, quasi il 60% ha meno di 40 anni. Quindi ci sono molti giovani migranti lavoratori o studenti.
Non abbiamo statistiche su quanti di questi siano cattolici. Ma immaginiamo che una porzione significativa lo sia. In ogni caso, nella nostra arcidiocesi abbiamo diverse attività per i migranti, che siano cattolici oppure no. Ogni diocesi del nostro Paese ha un comitato e una pastorale per i migranti.
Per quanto riguarda in particolare i rifugiati, posso dire che in Corea non sono molto numerosi. Solo la diocesi di Jeju, la grande isola, ha un centro per i rifugiati e una pastorale dedicata.
Realizziamo molte attività per loro, ad esempio per fornire cure mediche di base, oppure il supporto per ottenere i documenti.
In Corea è già presente la seconda generazione di migranti e ci occupiamo anche di loro. Per la scolarizzazione, la documentazione, l’aiuto medico».
Esiste la problematica di chi ha poche risorse?
«Certo. Abbiamo una pastorale per i poveri. In generale c’è una grande polarizzazione tra ricchi e poveri. C’è una forte tendenza che vede i poveri diventare sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Questo fenomeno è molto forte nella società coreana.
Per i poveri e per gli emarginati, ad esempio, al piano terra della nostra cattedrale Myeongdong, abbiamo una mensa per i poveri. Distribuiamo circa mille pasti gratis tre volte la settimana.
Anche in molte parrocchie c’è questo tipo di servizio. In alcune si può fare la doccia e ci sono altri servizi per le persone senza fissa dimora.
Inoltre, abbiamo un sistema di borse di studio per i figli di famiglie indigenti.
Nella nostra arcidiocesi ci sono molte congregazioni religiose che si occupano della pastorale delle persone emarginate. Abbiamo circa quaranta congregazioni maschili e sessanta femminili sul nostro territorio».
Come sono le relazioni con le altre religioni?
«Posso dire che la cultura coreana è basata sul buddhismo, che fu introdotto qui 1.300 anni fa. Oggi la Corea è diventato un Paese multi religioso. Di fatto la metà dei coreani si definiscono atei. Degli altri, circa il 20% sono cristiani protestanti, il 18% buddhisti e l’11% i cattolici. Il dialogo interreligioso e, più in generale, le relazioni tra le differenti comunità sono buone.
I leader delle maggiori religioni fanno incontri periodici, quattro all’anno. La conferenza episcopale coreana partecipa a questi incontri.
La nostra arcidiocesi mantiene buone relazioni con le altre religioni anche tramite piccoli gesti come, ad esempio, lo scambio di auguri con buddhisti».
E con i protestanti?
«Con loro, attualmente, non abbiamo incontri periodici o dialogo frequente a livello di diocesi. Non abbiamo questa attività ecumenica. Francamente le relazioni con i protestanti non sono molto forti. Anche perché loro hanno molte denominazioni, sono chiese diverse autonome tra loro. Quindi non è facile trovare un referente e intavolare un dialogo con loro. In generale, però, c’è molto rispetto reciproco».

Preparando la Gmg 2027
Il prossimo anno la Corea ospiterà la Giornata mondiale della gioventù.
«Sì, io sono il presidente della Commissione di organizzazione locale. Ci sono molte attività preparatorie. Ad esempio, stiamo discutendo con il Governo per la questione dei visti dei partecipanti. Per alcuni Paesi africani o asiatici, ci sono difficoltà a ottenerlo. Quindi stiamo negoziando per una maggiore apertura.
Un’altra questione è legata alle compagnie aeree: chiediamo di avere dei prezzi migliori per i biglietti. Stiamo, inoltre, cercando aiuto finanziario presso alcune fondazioni, soprattutto per i Paesi che hanno maggiori difficoltà, in modo da potere invitare noi i partecipanti.
Abbiamo risposte positive, ma il risultato non è ancora sufficiente. Stiamo quindi chiedendo aiuti finanziari anche al Governo. Sfortunatamente, su questo punto, ci sono opposizioni da parte di leader di altre religioni. Non è facile, ma ci riusciremo».
Quali altre sfide pone la Gmg?
«C’è l’organizzazione logistica. Sarà complessa, perché arriverà molta gente. Ci aspettiamo tra i 400 e i 500mila arrivi dall’estero. Dobbiamo prevedere dove alloggiarli. Questa è una delle maggiori sfide per noi.
Anche in questo caso, stiamo negoziando con il Governo per avere a disposizione alcune scuole pubbliche, che possano mettere a disposizione le loro aule per ospitare i giovani.
Stiamo anche cercando delle famiglie che possano ospitare gratuitamente i partecipanti alla Gmg. Non solo tra i cattolici, ma anche tra i non cristiani. Siamo sulla buona strada.
Negoziamo con il Governo in modo che dia dei vantaggi alle famiglie ospitanti, per incentivarle. Ad esempio, se hanno dei figli, che abbiano facilitazioni per l’ammissione all’università. Occorrono accordi con tutti questi enti».
Cosa direbbe ai giovani italiani interessanti a venire in Corea per la Gmg?
Abbiamo iniziato un dialogo con la Conferenza episcopale italiana (Cei). Alcuni responsabili stanno già visitando la Corea per discutere sulla preparazione delle Gmg. Così abbiamo già individuato una parrocchia piuttosto grande per i giovani del vostro Paese. Vorrei invitare tutti i giovani dell’Italia a venire a visitarci a Seul. Direi loro: vedrete diverse culture, lingue, storie, ma incontrerete lo stesso Dio, così sperimenterete che siamo uniti in una sola fede.
Sarà una grande opportunità per ognuno di voi».

Missione Corea del Nord?
Lei è anche amministratore apostolico di Pyongyang in Corea del Nord. Che contatti ha nel Paese?
«È un ministero con grandi sfide. La separazione tra la Corea del Nord è la Corea del Sud è avvenuta 81 anni fa. Prima della divisione, in Corea del Nord c’erano molti cattolici, sacerdoti e congregazioni di religiosi. Ma negli anni successivi ci sono state grosse persecuzioni, anche piuttosto dure. Adesso noi non sappiamo esattamente quanti cattolici siano rimasti. Pensiamo che, in segreto, ci siano ancora dei credenti. Nella nostra arcidiocesi lavorano alcuni preti anziani che sono nati in Corea del Nord, e alcuni dei nostri sacerdoti sono seconde e terze generazioni di famiglie scappate da quelle zone durante la guerra di Corea. Tutti questi preti hanno un forte stimolo per realizzare un lavoro missionario nel Nord, se e quando il Paese si dovesse aprire.
Anche se sono ufficialmente preti della nostra arcidiocesi, loro si identificano come appartenenti alla diocesi di Pyongyang. Si incontrano mensilmente, io celebro la messa con loro. L’anno prossimo, il 17 marzo, faremo una cerimonia
per celebrare il centesimo anniversario della diocesi di Pyongyang. La terremo nella cattedrale di Myeongdong di Seul. Stiamo anche pensando di realizzare qualche mostra con materiali e foto storiche. Io non ho mai avuto l’opportunità di visitare la Corea del Nord, e, quindi, la diocesi di Pyongyang. Se il Governo del Paese me lo consentisse, mi piacerebbe andarci.
Stiamo cercando di contattare qualche funzionario in Corea del Nord, ma al momento, non abbiamo ricevuto risposte. Se possibile, vorremmo invitare qualche gruppo di giovani del Nord per la Gmg del 2027, ma, fino a oggi, non c’è stata possibilità.
Recentemente, una squadra di calcio femminile del Nord è venuta in Corea del Sud. Hanno giocato contro la nostra squadra. È stata una notizia shoccante e molto positiva per me, perché non lo avrei mai immaginato. Nel futuro possiamo aspettarci altre aperture».
Monsignor Chung, come vede il ruolo della Chiesa cattolica in Asia, un continente con religioni antichissime?
«L’Asia è un continente vasto e diversificato, dove anche le religioni sono molte, come le lingue, le culture. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ci sono tante situazioni differenti.
Ad esempio, le Filippine sono un Paese molto cattolico. In Mongolia la Chiesa cattolica è costituita da circa 1.500 membri, una presenza molto piccola. Ci sono, dunque, situazioni estremamente diverse tra loro. Nonostante questo, le sfide principali con cui ci si confronta in ogni Paese sono molto simili. Per questo abbiamo bisogno di dialogare tra noi. Il ruolo della Federazione delle conferenze episcopali asiatiche (Fabc) deve diventare sempre più importante.
I meeting della Fabc sono a diversi livelli: presidenti, comitati, ecc. Incontri e dialogo, nella Chiesa cattolica dei diversi Paesi sono, secondo me, fondamentali».

Chiesa antica e moderna
Usciamo, e subito fuori incontriamo una decina di ragazze e ragazzi disposti in fila con striscioni e cartelli. Distribuiscono volantini. Sono della rete mondiale Talita Kum, contro la tratta di esseri umani. Tra loro c’è la responsabile per la Corea.
Nei pressi della cattedrale, su alcuni edifici, sono già comparsi logo e scritte – in diverse lingue – della Giornata mondiale della gioventù (Gmg), che si terrà a Seul nell’agosto del prossimo anno. Pensiamo che questi luoghi si riempiranno di giovani di tutto il mondo. Su un mega schermo ruotano le foto (meglio i disegni) dei santi patroni della Gmg: sant’Andrea Kim Taegon (il primo sacerdote e martire coreano), santa Bakita, santa Francesca Saverio Cabrini e san Carlo Acutis. Mezzi moderni per parlare di santi antichi e nuovi.
Marco Bello

