Brasile. Lotta per la libertà

Reportage dal «quilombo de Faveira» nel Maranhão

Sono nati come villaggi rifugio degli schiavi fuggitivi. Riconosciuti dalla Costituzione del 1988, i loro abitanti restano discriminati. E vivono sotto la minaccia dell’agroindustria e delle aziende minerarie che ne vogliono le terre. Alcune associazioni li difendono.

«Nel Maranhão ci sono tante comunità quilombola», esordisce Jardel Miranda da Silva. Meglio conosciuto come Tio Jardel, è vereador (consigliere comunale) per il Partito comunista a São João dos Patos, cittadina nel Sud del Maranhão (Stato nel Nord Est del Brasile). È proprio lì, negli spazi della parrocchia cittadina, che ci incontriamo. Mentre ci ripariamo dal sole battente sotto una veranda, Tio Jardel e i suoi collaboratori iniziano a parlarci del Maranhão e soprattutto delle sue comunità quilombola.

«Nei pressi di São Luis (la capitale dello Stato, ndr), c’è la comunità più grande del Brasile, quella di Alcântara», prosegue il politico. D’altronde, dopo la Bahia, il Maranhao è al secondo posto per numero di quilombola: sono circa 270mila (il 4% della popolazione dello Stato), in base ai dati rilasciati nel 2022 dall’Instituto brasileiro de geografia e estatística.

In tutto il Paese, invece, circa 1,3 milioni di persone si dichiarano quilombola (lo 0,65% del totale della popolazione brasiliana).

«Ma non tutti i quilombola si definiscono tali», puntualizza Tio Jardel. Nel solo Maranhão, ad esempio, secondo il movimento per la difesa delle comunità quilombolala (Coordenação nacional de articulação das comunidades negras, rurais e quilombolas, Conaq), il reale numero di quilombola dovrebbe essere tra 350 e 400mila persone.

L’interno di una casa del Quilombo de Faveira. (Foto Aurora Guainazzi)

Una storia di resistenza

Quella dei quilombola è una storia di resistenza e lotta per la libertà. A narrarla oggi sono i discendenti degli schiavi africani, portati in Brasile durante il periodo della tratta coloniale (XVI-XIX secolo) per lavorare nelle grandi piantagioni. Schiavizzate dai portoghesi, alcune di queste persone riuscirono a fuggire, trovando rifugio nei quilombos («luoghi di riposo», in kimbundu, lingua parlata in Angola).

Spesso collocati in aree rurali e isolate, questi villaggi erano difficili da raggiungere e, proprio per questo, permisero a migliaia di schiavi di trovarvi rifugio. In queste aree – che spesso venivano spostate per sfuggire alle ricerche e alla violenza dei coloni -, molti quilombola riuscirono a ricostruirsi una vita, per quanto difficile, in libertà.

Cent’anni dopo l’abolizione della schiavitù (avvenuta nel 1888), il termine quilombo fu riconosciuto dalla Costituzione del 1988. Questa definì le «comunidades remanescentes de quilombos» per indicare coloro che continuavano a vivere in quegli insediamenti e a lavorarne la terra.

Proprio quest’ultima, infatti, è un filo conduttore essenziale della tradizione quilombola: il legame con l’ambiente naturale è uno degli elementi fondanti delle comunità.

Anche questo elemento fu riconosciuto dalla Costituzione, che garantisce ai quilombola (così come ad altre comunità tradizionali, come ad esempio quelle indigene) il diritto di proprietà tradizionale sulle terre su cui sorgono i quilombos. Nella Carta, viene anche garantita la tutela di tradizioni e cultura quilombola, come elementi fondanti e costitutivi della cultura brasiliana.

Tra le parole e la realtà, però, esiste un abisso. Spesso, vivere nei quilombos e definirsi quilombola vuol dire esporsi a dinamiche razziste: è immediata l’associazione con uno stile di vita «arretrato» e tradizioni ormai superate. Diversi povoados (villaggi, in portoghese) restano ancora oggi isolati e mancano di molti servizi essenziali, come sanità di base, scuole primarie e servizi sociali. Vivere in un quilombo, poi, vuol dire anche subire le minacce della grande produzione agricola e del settore estrattivo, interessati a prendere il controllo delle terre delle comunità per espandere le proprie attività produttive.

Il Quilombo de Faveira

Lasciamo la parrocchia e saliamo sulle auto. Dopo aver attraversato São João dos Patos, imbocchiamo una strada sterrata, che si stacca dietro le ultime case della periferia e si addentra nella foresta.

Percorriamo una decina di chilometri tra buche e tanta polvere. Guadato un torrente, le auto risalgono faticosamente sul lato opposto, dove riprendono a sobbalzare, lasciando dietro di sé una nube rossastra.

A un certo punto, la strada si allarga e, davanti a noi, compare uno spiazzo di terra rossa battuta, circondato da alcune abitazioni. Siamo arrivati nel Quilombo de Faveira.

È proprio sulla soglia di una di queste case che veniamo accolti da Elisângela de Sousa Matos Lima, la rappresentante della comunità. Ci invita a entrare: l’abitazione è semplice, ma funzionale. Alcune icone religiose e fotografie sono appese al muro sopra il divano. Dietro a un’apertura intravediamo la cucina, dove una donna è intenta a controllare qualcosa sul fuoco. Non appena ci vede, ci saluta calorosamente, porgendoci un piatto su cui si trovano dei bastoncini bianchi.

«La manioca – spiega Elisângela, invitandoci ad assaggiarli – è la nostra principale fonte di sussistenza: da lei derivano tantissimi prodotti, essenziali per la nostra alimentazione». Questo tubero, dalle proprietà versatili, infatti, è insieme al cocco un perno della tradizione alimentare nordestina (la regione del Nord Est del Brasile), nonché il fulcro della vita della comunità.

La maggior parte delle attività quotidiane nel Quilombo de Faveira ruota attorno al ciclo agricolo e alla stagionalità dei prodotti coltivati e raccolti nella foresta circostante. Mentre gli abitanti ci mostrano un piccolo allevamento di galline, alcune piante di banana, canna da zucchero e manioca, Tio Jardel sottolinea: «Qui, agricoltura e allevamento sono le principali fonti di sussistenza. La gran parte dei prodotti viene condivisa tra gli abitanti. Quello che invece avanza – ad esempio, manioca o uova – viene venduto al mercato, in paese».

Abitanti del Quilombo de Faveira di fronte a un’abitazione. (Foto Aurora Guainazzi)

La minaccia del gas

Mentre ci guardiamo intorno, Elisângela accenna alla distesa di foresta e terreni coltivati, e poi specifica: «Queste terre sono della comunità, per tradizione». Ma il problema è che gli abitanti del Quilombo de Faveira non hanno ancora ottenuto il riconoscimento vero e proprio del diritto di proprietà comunitaria sugli appezzamenti.

Infatti, nonostante la Costituzione garantisca questo diritto, nella pratica, renderlo effettivo è molto più complesso. Un po’ a causa della lentezza dei processi burocratici per la registrazione delle proprietà da parte dell’Incra (l’ente federale per la gestione delle terre e della riforma agraria). E un po’ per gli ostacoli posti dalla grande produzione agricola e mineraria.

Questo è proprio quello che rischia di accadere anche nel Quilombo de Faveira. «La comunità – spiega Tio Jardel – è minacciata dal possibile sviluppo di progetti per l’estrazione del gas». Tutto il Sud del Maranhão è ricco di gás de xisto (gas di scisto), una tipologia di metano presente all’interno di rocce impermeabili – come quelle argillose che caratterizzano la zona di São João dos Patos – e collocate a profondità importanti, tant’è che «qui, il gas si trova a quattro chilometri di profondità», puntualizza il politico.

Il «fracking»

«Ma, soprattutto – continua Tio Jardel – quel che ci preoccupa è che, per l’estrazione di quello che viene anche chiamato gás da morte (gas della morte), le compagnie dovrebbero utilizzare il metodo del fracking (fratturazione idraulica), che produce inquinamento e impatti socioambientali notevoli». Se infatti nella maggior parte delle situazioni, quando la roccia viene perforata, il gas e il petrolio fluiscono facilmente, nel caso del gas di scisto, le rocce vanno frantumate. Dopo la perforazione, «viene iniettato un mix di circa 720 sostanze chimiche, di cui molte tossiche, cancerogene e addirittura radioattive. Servono a facilitare la fratturazione e lo scorrimento in superficie del gas», sottolinea Tio Jardel.

Le conseguenze dell’utilizzo di queste sostanze si ripercuotono su aria, acqua e suolo: «Parte di questo fluido tossico rimane nel sottoterra, contaminando le falde acquifere. Quello che invece arriva in superficie, spesso finisce nei fiumi, inquina l’aria e rende i terreni inutilizzabili per agricoltura e allevamento».

Tecu

L’impatto non è solo sull’ambiente, si registra anche sulla salute di coloro che abitano nei pressi dei giacimenti: «Il fracking causa anche tumori, aborti, nascite premature, infertilità e problemi neurologici e respiratori».

Le conseguenze del fracking sono conosciute da tempo. Tant’è che già nel 2016 il comune di São João dos Patos aveva approvato una legge municipale (la prima a livello comunale in tutto il Brasile) che vietava l’utilizzo di questa tecnica nel suo territorio. A quel tempo Tio Jardel era coordinatore per il Maranhão della Coalizão não fracking Brasil pelo clima, água e vida (Coesus), una campagna dell’Instituto internacional Arayara (organizzazione che lavora per educazione e informazione popolare) che si oppone all’utilizzo di questa tecnologia in tutto il Paese.

I leader comunitari

Lavorazione della noce di cocco in una casa del Quilombo. (Foto Aurora Guainazzi)

Le operazioni di esplorazione nei pressi di São João dos Patos, in realtà, oggi sono in stato avanzato. E questo perché, secondo la Costituzione brasiliana, il potere di legiferare sulle risorse del sottosuolo spetta all’Unione federale, non alle singole entità locali. In passato, infatti, la Corte suprema ha già annullato diverse leggi municipali anti-fracking, soprattutto nel Paraná (Stato del Sud), dichiarandole incostituzionali. Per questo, Tio Jardel non pensa che la legge municipale sia uno strumento sufficientemente forte con cui opporsi ai progetti estrattivi.

Piuttosto, crede nell’importanza di campagne di sensibilizzazione tra gli abitanti del luogo e di formazione dei leader comunitari – come quelle che la Coesus sta già portando avanti da tempo in tutto il Maranhão -, con l’obiettivo di renderli realmente consapevoli degli impatti sociali e ambientali del fracking. Quando infatti i rappresentanti delle aziende si recano nei territori rurali – chiedendo agli abitanti di firmare dei documenti per concedere il permesso di fare delle «piccole rilevazioni che non influenzeranno nulla» – omettono totalmente di dire il reale scopo delle loro indagini, in violazione dell’obbligo di consultazione libera, previa e informata previsto dalla Convenzione 196 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ratificata dal Brasile nel 2002).

Vivere a Faveira

Elisângela de Sousa Matos Lima, leader del quilombo. (Foto Aurora Guainazzi)

Mentre parliamo, attraversiamo il villaggio. Raggiungiamo la chiesa. La facciata è semplice e gli interni sono essenziali, ma l’ambiente è curato e trasmette la profonda religiosità degli abitanti del luogo. Dopo una breve preghiera, usciamo sul sagrato. Tio Jardel indica un edificio diroccato: «Lì, stiamo cercando di realizzare un centro comunitario, per dare agli abitanti del villaggio uno spazio di aggregazione e condivisione».

Poco più avanti, sorge la vecchia scuola. «Ora – interviene Elisângela – non è più attiva: i bambini che abitano nel Quilombo de Faveira sono solo sei, troppo pochi per mantenerla aperta. Per questo, si recano tutti i giorni a São João dos Patos per studiare». Mentre passiamo a fianco all’edificio, in questo momento inagibile, Tio Jardel dice: «L’obiettivo è renderlo un centro di prima assistenza medica». Ricordandoci la strada sterrata affrontata per raggiungere la comunità, prosegue: «Percorrerla, anche con le 4×4, non è sempre semplice, soprattutto durante la stagione delle piogge. Per questo, un centro di prima assistenza sarebbe fondamentale per garantire cure essenziali e prelievi del sangue qui, nel villaggio».

Oltre a restare ancora molto isolato e, al contempo, subire la minaccia della grande produzione agricola e mineraria, il Quilombo de Faveira manca di diversi servizi essenziali. «Vivere qui non è semplice e, per questo, molti giovani decidono di andarsene, per approfittare delle opportunità di studio o lavoro offerte dalle città», continua Tio Jardel.

Spesso, rinunciano alle proprie origini e al legame con la comunità, in cambio di un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Ma c’è anche chi ha fatto il percorso inverso. «Io sono nata in città – dice Elisângela – e sono arrivata nel Quilombo da adulta, alla ricerca delle mie origini. Oggi, sono diventata la rappresentante di questa comunità e lotto perché i suoi diritti – dalla tutela delle terre fino alla garanzia di servizi di base – vengano riconosciuti e tutelati».

Aurora Guainazzi

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