Antichi, ma fragili
Nella regione Karamoja vivono popolazioni ricche di tradizioni. Sono però emarginate e hanno un elevato
livello di povertà. I servizi di base sono assenti e sono frequenti i conflitti transfrontalieri con altri popoli. Tutto questo ne mette a rischio la sopravvivenza.
Karamoja. Stiamo attraversando questa regione al confine con il Kenya, la zona più povera di tutta l’Uganda. Qui la ricchezza della tradizione si scontra ogni giorno con un’estrema precarietà. Lungo le strade polverose, incrociamo gruppi di bovini che brucano tra la savana spinosa. La pastorizia non è solo la principale fonte di sussistenza per la popolazione locale, è l’asse attorno a cui ruota l’intera esistenza. Il bestiame è ricchezza mobile, e proprio per questo diventa spesso obiettivo di razzie. È una dinamica che trasforma la pastorizia in una questione non solo economica ma anche di sicurezza, esponendo le comunità a rischi continui legati alla posizione di confine.

I Bokora
Per immergerci nelle antiche tradizioni di questo popolo raggiungiamo i territori dei Bokora, uno dei principali sottogruppi karamojong, nel villaggio di Loitaqa, zona di Napak. Qui, tra le manyattas – le tradizionali recinzioni spinose che proteggono gli steccati interni degli animali, detti kraal – e le capanne coniche disposte in cerchio, si respira ancora la vita pastorale del Karamoja. Il sole batte forte sulla terra rossa, il vento solleva nuvole di polvere che si infilano ovunque, mentre gli uomini bokora, avvolti nelle loro coperte a quadri colorati, sorvegliano con sguardo vigile il bestiame a corna corte.
Quelle vacche non sono solo l’essenziale fonte di sussistenza, ma il segno concreto della ricchezza di ogni famiglia.
Mentre camminiamo tra le capanne, sentiamo il muggito basso degli animali e le voci profonde degli uomini che si scambiano brevi richiami. In questo contesto di confine, la sorveglianza è particolarmente tesa: le frequenti razzie transfrontaliere compiute da gruppi armati provenienti dal Kenya, come Turkana e Pokot, creano un clima di instabilità cronica.
Le incursioni si ripetono da decenni, spesso legate alla scarsità di risorse o a vendette tra comunità, e costringono le famiglie a vivere in uno stato di allerta costante.
Le autorità ugandesi, nei decenni, hanno condotto diverse campagne di disarmo per ridurre la circolazione di armi tra i gruppi pastorali. Le più importanti sono state nel 2001, 2006 e, più di recente, intorno al 2022-2023. Tuttavia, queste operazioni hanno talvolta lasciato le comunità più esposte a nuovi attacchi o hanno generato tensioni con il Governo centrale: molti abitanti percepiscono il disarmo come una misura che li priva delle difese senza offrire adeguata protezione da parte delle forze statali. Il risultato è un rapporto complesso tra le comunità locali e le istituzioni nazionali, segnato da diffidenza e da episodi di resistenza.
Tradizione e integrazione
Le donne bokora, che ci accolgono nel villaggio con sorrisi cauti ma sinceri, hanno un’estetica particolare: sul loro corpo portano i segni dei rituali a cui si sottopongono. Si tratta di tatuaggi, o meglio incisioni sulla pelle, realizzati tramite l’utilizzo di piccoli bastoncini di legno.
Ci raccontano, con voce bassa e fiera, che vengono realizzati solo in alcuni momenti dell’anno e che – sebbene il Governo ne abbia vietato la pratica – sono ancora un buon numero le donne che incidono la loro pelle.
Mentre parlano, il sole del pomeriggio illumina le cicatrici in rilievo, testimonianza viva di una tradizione che resiste.
La persistenza di queste pratiche tradizionali avviene nonostante le politiche nazionali mirino a standardizzare usi e costumi anche nelle aree remote. Le pratiche sono spesso considerate dal Governo come ostacolo allo sviluppo e alla sicurezza della regione di confine. Queste politiche costituiscono un tentativo più ampio dello Stato di integrare le popolazioni pastorali nel quadro nazionale, riducendo elementi culturali visti come incompatibili con la modernizzazione e il controllo del territorio di confine.

Nel mondo dei Tepeth
Arriviamo a Loitaqa, villaggio che fa ancora parte della zona pianeggiante, ma decidiamo di salire verso le alture, dove il paesaggio si fa più aspro e la densità umana diminuisce.
Da questi villaggi di pianura si parte per i sentieri ripidi che portano sui versanti del Monte Moroto, una massa vulcanica spenta di 3.083 metri che spezza l’orizzonte piatto della savana.
Salendo lungo i sentieri aspri e polverosi, con il fiato corto e il sudore che cola sulla fronte, la vegetazione si infittisce in macchie di foresta tropicale montana. Entriamo nel cuore del mondo dei Tepeth, o So, uno dei gruppi umani più antichi e, al tempo stesso, più vulnerabili di tutta la regione.
Poche migliaia di persone, sparse in villaggi di capanne coniche di fango e paglia, aggrappate ai versanti tra i 1.500 e i 2.500 metri di altitudine, dove la montagna non rappresenta soltanto uno sfondo scenografico ma l’ultimo baluardo contro un mondo esterno spesso ostile. La posizione geografica di confine rende queste zone montane strategiche anche dal punto di vista della sicurezza nazionale. Il Governo che cerca di estendere il controllo statale su aree storicamente difficili da raggiungere, attraverso una combinazione di operazioni militari, progetti infrastrutturali e accordi per lo sfruttamento delle risorse.
Un gruppo ai margini
Camminando tra questi sentieri stretti, dove oltre il fruscio delle foglie e il canto lontano di qualche uccello quasi non si sente altro rumore, incontriamo un popolo resiliente che ha trasformato la marginalità geografica in strategia di sopravvivenza. La sua storia è quella di un gruppo originario spinto ai margini.
Secondo la memoria orale e le ricostruzioni antropologiche, i Tepeth erano cacciatori raccoglitori che occupavano le pianure del Karamoja ben prima dell’arrivo dei pastori nilotici karimojong tra il XVII e il XVIII secolo. Le ondate migratorie, le razzie e la pressione demografica costrinsero i Tepeh a ritirarsi sulle alture di Moroto, Kadam e Napak, trasformando queste montagne in fortezze naturali contro incursioni, siccità prolungate e conflitti intertribali.
Tuttavia, la resilienza quotidiana si scontra con sfide ambientali, economiche e sociali che mettono a dura prova la sopravvivenza stessa dei Tepeth. Queste sfide sono aggravate da dinamiche geopolitiche contemporanee, tra cui la persistente instabilità ai confini con il Kenya, le operazioni militari e di disarmo condotte dall’esercito ugandese (Updf), e la crescente pressione su terre e risorse da parte di interessi esterni. Le razzie transfrontaliere continuano a rappresentare una minaccia concreta, alimentate da povertà, scarsità di pascoli e dalla facilità con cui le armi leggere circolano nella zona di confine.

Adattati al territorio
Arriviamo in uno dei piccoli villaggi aggrappati al versante del Monte Moroto. L’incontro con i Tepeth è immediato e ospitale. Un gruppo di donne e bambini ci viene incontro lungo il sentiero, incuriosito ma non ostile. Alcuni bimbi ci osservano con grandi occhi, mentre le madri ci salutano con parole dolci nella loro lingua. Gli uomini, molti dei quali impegnati con il bestiame più in alto in montagna, torneranno verso sera.
I Tepeth vivono in abitazioni semplici e perfettamente adattate al territorio: capanne coniche costruite con fango, pali di legno e tetti di paglia spessa, sono disposte in piccoli raggruppamenti sparsi sui pendii. Ogni capanna ha un’unica stanza circolare, con pochi oggetti essenziali: stuoie, pentole di terracotta o alluminio, qualche attrezzo agricolo. Intorno alle abitazioni si estendono piccoli orti e campi strappati alla montagna con grande fatica. Il mais rappresenta la coltura principale, affiancato da sorgo, miglio, patate dolci, fagioli e arachidi. Queste parcelle terrazzate seguono le curve del terreno, sfruttando ogni metro di suolo fertile.
Negli ultimi anni la disponibilità di tali terre è diventata oggetto di tensione. La presenza di oro, marmo e altri minerali nel sottosuolo attira l’interesse di aziende nazionali e internazionali e del Governo centrale. Le possibili concessioni minerarie nella zona di Moroto hanno generato nelle comunità locali il timore di essere spostate, di vedere distrutte le loro attività agro pastorali e di non essere risarcite.
Un equilibrio fragile
La vita quotidiana ruota intorno all’agropastoralismo di sussistenza. Al mattino presto le donne scendono verso i campi per sarchiare, seminare o raccogliere, mentre i bambini più grandi aiutano a portare l’acqua dai punti di raccolta o a sorvegliare capre e qualche bovino. Gli uomini si occupano del bestiame che pascola sui versanti più aperti, e partecipano ai lavori più pesanti nei campi.
Questo equilibrio fragile è continuamente minacciato dalle razzie di bestiame da parte di gruppi che arrivano da oltre confine, e dalle limitate capacità di risposta delle forze di sicurezza statali in zone montane remote.
Le politiche di sviluppo del Governo, inclusi progetti infrastrutturali e di sedentarizzazione delle popolazioni nomadi, creano ulteriori frizioni con le comunità che vedono minacciati i loro sistemi tradizionali di gestione delle risorse.
Anche in questa zona, le operazioni di disarmo hanno ridotto in alcuni casi la capacità delle comunità di difendere il bestiame, contribuendo a un senso di vulnerabilità persistente e a critiche verso le autorità centrali.
La questione sanità

Mentre camminiamo tra le capanne, notiamo una donna seduta a terra, con la testa bassa. I nostri accompagnatori ci spiegano a bassa voce che ha la malaria. Nonostante la malattia sia diffusa nella zona, sottolineano che non porteranno la donna in ospedale: preferiscono curarla con quelle che dicono essere le erbe medicinali della montagna. La scarsa presenza di strutture sanitarie statali riflette la marginalità geopolitica della zona. Qui i servizi pubblici arrivano con difficoltà a causa di problemi di sicurezza, di infrastrutture carenti e del disinteresse da parte del Governo centrale nei confronti delle comunità più isolate di montagna.
Il Monte Moroto, pur offrendo un rifugio naturale, amplifica le vulnerabilità di un popolo già marginalizzato, in una regione segnata da condizioni semi aride che peggiorano a causa dei cambiamenti climatici. Una delle minacce più gravi è rappresentata dai periodi sempre più frequenti di siccità.
La Karamoja, e in particolare le zone montane come Moroto, è soggetta a precipitazioni erratiche e a prolungati periodi secchi che si sono intensificati negli ultimi decenni. Le piogge, già scarse e mal distribuite, spesso non bastano. Questo determina raccolti disastrosi nelle piccole parcelle coltivate sui versanti e una drastica riduzione dei pascoli per il bestiame. Le siccità prolungate, come quelle registrate nel periodo 2010-2015 e, più recentemente, nel 2022-2023, hanno causato mortalità elevata del bestiame, fallimento dei raccolti e un’insicurezza alimentare cronica.
La scarsità di risorse alimenta ulteriormente i conflitti, aumentando il numero di razzie transfrontaliere e le tensioni tra diversi gruppi etnici per l’accesso ai pascoli residui.
L’educazione carente
A queste difficoltà si aggiunge un altro problema strutturale, ovvero la mancata scolarizzazione. Nei villaggi Tepeth i tassi di alfabetizzazione sono tra i più bassi dell’intera Uganda. Le scuole sono poche, distanti e raggiungibili solo attraverso sentieri ripidi e spesso impraticabili nella stagione delle piogge o durante le siccità. Molti bambini vengono ritirati precocemente dalla scuola per farli lavorare nelle attività quotidiane: i maschi per la cura del bestiame e e la raccolta di risorse (miele selvatico, erbe medicinali, ecc.), le femmine per i lavori domestici o per i matrimoni precoci.
L’istruzione formale si scontra inoltre con barriere culturali e linguistiche. La lingua So (Tepeth) non viene insegnata e rischia di scomparire, mentre molti genitori vedono nella scuola un elemento che allontana i giovani dalle competenze tradizionali necessarie alla vita sulla montagna.
Il risultato è una generazione che cresce con pochissime opportunità di accedere a servizi sanitari, impieghi esterni o partecipazione alle decisioni che riguardano il proprio territorio. Questa mancanza di istruzione perpetua il ciclo di marginalità e rende più difficile per le comunità interagire efficacemente con le istituzioni statali e con i processi decisionali che riguardano la sicurezza dei confini e lo sfruttamento delle risorse naturali della regione.
Senza una voce più forte nelle istituzioni, diventa difficile per i Tepeth negoziare su temi come le concessioni minerarie, la gestione delle razzie o l’accesso ai servizi di base.
Le sfide geopolitiche del Karamoja – dalle ripetute operazioni di disarmo alle tensioni di confine, dalle concessioni estrattive alla debole presenza dello Stato nelle zone montane – si sommano alle difficoltà ambientali e tradizionali, rendendo la situazione, in particolare dei Tepeth, particolarmente complessa e questo popolo vulnerabile.
Sara Cecchettti
