Stati Uniti. Deportazioni made in Usa

L’Ice di Donald Trump

Il nome completo è «United States immigration and customs enforcement», universalmente nota come Ice. È l’agenzia federale degli Stati Uniti che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione. La sua notorietà è esplosa il 7 gennaio di quest’anno con l’uccisione a Minneapolis di Renée Good da parte di un agente, a cui sono seguite forti proteste nella città e nel resto del paese. A questa tragedia si è aggiunta l’immagine – diventata simbolo della brutalità indiscriminata del corpo di polizia – di un bambino di 5 anni, che indossava un cappellino blu con le orecchie e uno zainetto di Spider Man, portato via dagli agenti dell’Ice durante l’arresto di suo padre, originario dell’Ecuador.
Questi due episodi non sono stati casi isolati, ma si inseriscono in scelte politiche deliberate e rappresentano in modo esemplare cos’è l’Ice oggi: il principale strumento delle politiche anti-immigrazione del presidente statunitense.
Dall’inizio del suo mandato, il 20 gennaio 2025, Trump ha portato avanti un programma di espulsioni di massa senza precedenti, che tra le sue tecniche include il trasferimento coatto di persone verso paesi terzi di cui non sono cittadine e con cui non hanno alcun legame. Queste azioni vengono attuate con scarsa trasparenza, e molte di esse sono state giudicate illegali dai tribunali federali. Intanto migliaia di persone continuano a essere sradicate dalle loro comunità e a vedere i loro diritti violati. A provare a fare luce su questo sistema sono iniziative come Ice fight monitor, un progetto di Human rights first che monitora i voli dell’Ice incrociando dati aeronautici pubblici, documenti legali e testimonianze.


I voli di rimpatrio
Nel solo maggio 2026 l’amministrazione statunitense ha effettuato almeno 288 voli di rimpatrio, il 18% in più rispetto ad aprile e il 52% in più rispetto allo stesso mese di un anno prima. Una parte consistente di questo aumento riguarda un fenomeno specifico, ovvero i voli che riportano cittadini messicani in Messico. Questi sono passati da una media di 5 a settimana nei primi mesi dell’anno a 24 da metà aprile, non traducendosi però in più persone espulse. Semplicemente è cambiata la modalità di deportazione, da terrestre ad aerea, verso città del centro e del sud del Paese, rendendo così più difficile un ulteriore tentativo di attraversare il confine.
Diversa e più estesa è la pratica dei trasferimenti verso paesi terzi. A inizio maggio 2026, gli Stati Uniti avevano già inviato con questo sistema oltre 19mila persone verso almeno 23 paesi. Il Messico, da solo, ne ha ricevute oltre 17mila. Le altre destinazioni sono più insolite e lontane: Sierra Leone, Ghana, Camerun, Myanmar e Thailandia, con voli poco frequenti e poco preavviso.
A finire su questi voli sono richiedenti asilo la cui domanda non è mai stata esaminata, persone ancora nel mezzo del procedimento davanti al tribunale dell’immigrazione e, nei casi più gravi, persone a cui un giudice aveva già riconosciuto un rischio concreto di tortura o persecuzione, e quindi il diritto alla protezione.
I motivi per cui questi Stati accettano di ricevere cittadini di altri paesi si legano a ragioni di pressione e convenienza. Gli Stati Uniti minacciano o impongono divieti di visto, dazi ed espulsioni dei cittadini di quei paesi in caso di rifiuto. Inoltre, hanno versato almeno 44 milioni di dollari ai governi coinvolti, cifra che non comprende il costo dei voli. Si aggiungono anche incentivi più indiretti, come il dirottamento verso questi accordi dei fondi del Dipartimento di Stato un tempo destinati all’assistenza ai rifugiati. Allo stesso tempo, Washington finanzia Unhcr e Oim proprio nei paesi con cui ha stretto queste intese, affinché si occupino delle persone espulse: Washington finisce così per finanziare la «cura» di un problema che ha creato.


Battaglie legali
Per giustificare questi trasferimenti, l’amministrazione ha fatto ricorso a strumenti giuridici eccezionali e ha invocato in modo illegittimo poteri pensati per altri contesti, come l’autorità costituzionale di rispondere a un’«invasione» e l’Alien enemies act, una legge di guerra di due secoli fa. Quest’ultima risale al 1798 e fu pensata per essere applicata in tempo di guerra dichiarata, consentendo di imprigionare o espellere cittadini stranieri senza portarli davanti a un giudice; prima del 2025 era stata usata solo tre volte nella storia degli Stati Uniti, l’ultima durante la Seconda guerra mondiale, quando servì da base legale per la carcerazione di massa di persone di origine giapponese, tedesca e italiana.
Ha inoltre applicato norme sulla «sospensione dell’ingresso», adottate ben prima che esistesse il diritto d’asilo come lo conosciamo oggi. L’amministrazione ha anche fatto ricorso agli Accordi di cooperazione in materia di asilo, intese bilaterali che permettono di dichiarare «precluse» le domande d’asilo senza mai esaminarle nel merito, rendendo possibile l’espulsione verso paesi terzi.
I tribunali federali hanno più volte dato ragione a chi ha impugnato questi trasferimenti, ad esempio nel caso delle espulsioni di venezuelani verso El Salvador ai sensi dell’Alien enemies act. In diverse occasioni però l’amministrazione ha proceduto comunque, violando le ordinanze dei giudici.
È il caso di C.O., raccontato da Third country deportation watch. Un giudice gli aveva riconosciuto protezione contro la tortura, vietando esplicitamente il suo rimpatrio in El Salvador. Nell’ottobre 2025 l’Ice lo ha comunque portato al confine messicano, dove è stato passato dalle autorità del Messico prima a quelle del Guatemala poi, fino a essere consegnato a El Salvador. Quello di C.O. è un caso di «respingimento a catena». Una volta arrivato gli è stato detto che sarebbe finito nel Cecot, il tristemente noto carcere di massima sicurezza salvadoregno. Da allora la sua famiglia non ha più sue notizie.
Membri del Congresso statunitense e organismi internazionali hanno condannato sia l’illegittimità di questi trasferimenti sia la mancanza di trasparenza sugli accordi che li rendono possibili; nel frattempo, però, questi continuano a moltiplicarsi.

Eva Castelletti

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