Libia. Sogno democratico addio

Quindici anni fa le piazze di Bengasi e Tripoli risuonavano di un grido che sembrava destinato a cambiare la storia: «Libia libera». La caduta di Muammar Gheddafi, nell’autunno del 2011, veniva salutata come l’inizio di una nuova stagione di democrazia e stabilità. Oggi, nel 2026, quel sogno appare lontano. La Libia è diventata un mosaico di poteri concorrenti, alleanze mutevoli e istituzioni fragili, mentre la popolazione continua a pagare il prezzo più alto di una transizione mai compiuta.

Tentativi diplomatici
Dietro le quinte della politica internazionale si stanno muovendo nuove iniziative diplomatiche per tentare di ricomporre una frattura che dura da oltre un decennio. Gli Stati Uniti, attraverso Massad Boulos, consulente senior per gli affari arabi e africani, stanno favorendo un dialogo tra Abdulhamid Dbeibeh, premier del Governo di Unità nazionale con base a Tripoli, e Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica.
Fino a pochi anni fa un’intesa tra i due sarebbe stata impensabile. Oggi, invece, viene considerata possibile da numerosi osservatori. Ma la prospettiva di un accordo non convince tutti. Secondo Karim Mezran, direttore della North Africa initiative dell’Atlantic council, il problema risiede nella reale capacità dei due leader di controllare i rispettivi territori. Nessuno dei due gode infatti di un consenso assoluto. Le potenti milizie che dominano molte aree del Paese potrebbero non accettare compromessi calati dall’alto, aprendo la strada a una nuova stagione di instabilità e violenze.

Gli attori internazionali
Anche il quadro internazionale è cambiato. Se in passato la Libia era divisa in blocchi contrapposti definiti, oggi le linee di separazione appaiono più sfumate. La Turchia, storico alleato del governo di Tripoli, ha intensificato i rapporti economici con l’Est controllato da Haftar. L’Egitto ha riallacciato i rapporti con la capitale libica, superando vecchie diffidenze. Gli Emirati arabi uniti hanno ridotto il proprio coinvolgimento diretto, mentre la Russia continua a mantenere relazioni con tutte le principali fazioni.
In questo contesto fluido, l’Italia segue una strategia pragmatica. Roma punta soprattutto a tutelare i propri interessi energetici e a contenere i flussi migratori nel Mediterraneo centrale. Per questo mantiene canali aperti con attori diversi, adattandosi agli equilibri che cambiano sul terreno.

Istituzioni allo sbando
L’assenza di istituzioni funzionanti emerge anche nelle vicende interne. La novità del 2026 è la cosiddetta «guerra civile giudiziaria». Proprio alla vigilia dell’anniversario dello scoppio della rivolta anti Gheddafi, una sentenza della Corte Costituzionale di Bengasi ha disconosciuto la legittimità dei vertici giudiziari di Tripoli, decapitando di fatto l’ultima istituzione che ancora manteneva una parvenza di unità nazionale. Senza una magistratura condivisa, la possibilità di convalidare future elezioni diventa un miraggio giuridico.
Nel frattempo, l’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi all’inizio dell’anno ha eliminato una delle poche figure capaci di coagulare il consenso dei nostalgici del vecchio regime.

Migranti e tensioni
La questione migratoria rappresenta un altro elemento di forte tensione sociale. In Libia si trovano oggi tra 700mila e un milione di migranti. Molti vivono nei centri di raccolta ufficiali o informali, altri sono accampati nelle città in condizioni estremamente precarie. Le proteste di parte della popolazione contro questa presenza sono aumentate negli ultimi mesi. Secondo Mezran, tuttavia, dietro alcune manifestazioni potrebbero celarsi interessi meno spontanei di quanto appaia. Diverse milizie che in passato traevano enormi profitti dal traffico di esseri umani avrebbero infatti visto ridursi i propri guadagni a causa del rafforzamento dei controlli sulle rotte migratorie.

Libici sempre più poveri
A soffrire maggiormente è la popolazione libica. Nonostante le ingenti entrate generate dal petrolio, la corruzione continua a drenare risorse pubbliche verso reti di potere informali composte da politici, funzionari e comandanti militari. L’economia reale resta debole e la disoccupazione si aggira attorno al 19%, con percentuali ancora più elevate tra giovani e donne.
Le difficoltà quotidiane sono evidenti. Ospedali privi di medicinali, frequenti blackout elettrici, problemi nell’approvvigionamento idrico e infrastrutture deteriorate accompagnano la vita di milioni di persone. In diverse aree del Paese anche l’accesso all’istruzione e ai servizi essenziali è diventato sempre più problematico.
«In Libia non si era mai sofferta la povertà in questi termini», osserva Mezran. Durante il regime di Gheddafi, pur in presenza di un sistema autoritario, le rendite petrolifere garantivano alla maggior parte dei cittadini un tenore di vita relativamente dignitoso. Oggi, invece, nelle strade delle principali città si moltiplicano le scene di miseria: persone che rovistano nei rifiuti, giovani che abbandonano la scuola e anziani impossibilitati a curarsi.
La Libia del 2026 resta un Paese sospeso. Il petrolio continua a scorrere e a generare ricchezza, ma i benefici raggiungono solo una ristretta cerchia di attori politici e militari. Per il resto della popolazione rimangono l’incertezza, la precarietà e la sensazione che il sogno nato nelle piazze quindici anni fa non sia mai diventato realtà.

Enrico Casale