Turismo, sui lavoratori il peso delle guerre

Nel 2025 gli arrivi internazionali sono stati 1,52 miliardi, confermando così il ritorno ai livelli precedenti alla pandemia. Ma i conflitti e le crisi dei primi mesi del 2026 hanno riportato incertezza. E, nel frattempo, la sostenibilità del turismo non cresce come dovrebbe.

Autista, guardia, addetto al trasporto di acqua potabile: questi sono gli impieghi di tre dei civili uccisi dagli attacchi iraniani in varie città degli Emirati arabi uniti fra il 28 febbraio e il primo marzo scorsi, nel primo giorno della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran@.

Erano un cittadino del Pakistan, uno del Bangladesh e uno del Nepal: lavoratori migranti che, insieme ad altri circa altri 10 milioni di stranieri, rappresentano il 90% della popolazione degli Emirati e sono il motore di settori cruciali come l’edilizia, l’ospitalità e il turismo.

A causa della guerra, ha riferito a fine marzo l’ong Human rights watch (Hrw), i tassi di occupazione degli hotel negli Emirati erano diminuiti molto, e le aziende stavano chiedendo ai dipendenti di smaltire le ferie accumulate, di prendere congedi non retribuiti o di rescindere i contratti.

Uno chef riferiva a Hrw che lo staff della struttura dove lavorava era passato da una trentina di dipendenti a tre o quattro. Ai lavoratori in congedo non retribuito che non potevano tornare nei loro Paesi di origine veniva fornito un alloggio aziendale, ma non il vitto@.

Lavoratori in difficoltà

Sibenik, Croazia. Una scritta dice: Porta a casa un pezzo di Croazia autentica @ Chiara Giovetti

Le difficoltà legate alla guerra si innestano su un contesto lavorativo che è già problematico di per sé. Le persone straniere impiegate nelle monarchie del Golfo, infatti, ricevono spesso salari bassi, dai quali cercano comunque di ricavare una quota da inviare alle famiglie nei Paesi di origine, riducendo così le risorse per la propria sussistenza – cibo, alloggio, cure mediche – nel Paese dove lavorano.

Nei casi peggiori, i migranti si vedono decurtare una parte del salario per coprire le spese di reclutamento e di viaggio, benché negli Emirati sia illegale far ricadere questi costi sui lavoratori@.

Un altro chef nepalese impiegato ad Abu Dhabi e intervistato da Human right watch commentava: «Perdere il lavoro dopo aver fatto prestiti per venire qui è triste. Le persone pagano 300mila-400mila rupie nepalesi – equivalenti a circa 2mila-2.686 dollari – per questi lavori».

Il primo aggiornamento del 2026 dell’Organizzazione mondiale del turismo@, riportava che il settore è in netta espansione in tutto il Medio Oriente, che nel 2025 ha raggiunto i 100 milioni di arrivi, per un contributo al Pil della regione intorno al 5%.

Impiega circa un milione di lavoratori in Arabia saudita@, e mezzo milione nei restanti Paesi, per un totale di quasi 2,5 milioni di persone, anche in questo caso in maggioranza straniere: i lavoratori migranti che vivono nella regione sono circa 35milioni. Di questi, uno ogni 14 proviene dall’Asia meridionale@.

Cuba, turismo cruciale

Secondo i più recenti dati (2022) dell’Onei, l’istituto di statistica cubano, nei ristoranti e negli alberghi di Cuba lavorano più o meno 275mila persone@, il 6% della forza lavoro attiva, che è di 4,5 milioni su una popolazione totale di quasi 11 milioni. Si aggiungono poi altri lavoratori di settori dell’indotto. Ad esempio, una parte dei trasporti, per un totale che oggi è stimato intorno ai 300mila, con punte di 500mila nel 2017-2018, quando Cuba stava attraversando una crescita epocale nei flussi del turismo. Gli arrivi nel 2017 furono, infatti, 4,6 milioni e le entrate economiche intorno ai 3,2 miliardi di dollari. La pandemia determinò poi una drastica riduzione e nel 2024, malgrado il recupero, i flussi risultavano la metà rispetto a sette anni prima.

Ciononostante, il turismo ha continuato a essere per Cuba una voce molto importante delle sue esportazioni, la seconda dopo i servizi sanitari: l’isola, infatti, invia da decenni personale sanitario in missioni internazionali – in Italia, ad esempio, ci sono poco meno di 500 medici cubani attivi in Calabria@ – e gli introiti che Cuba ha ricavato da questi servizi nel 2024 sono stati di circa 7 miliardi di dollari, contro il miliardo e 300 milioni di dollari generati dal turismo.

Uragano Trump

Marsiglia (Francia). Una scritta di protesta sull’asfalto: «Non è turismo, è una fabbrica» © Chiara Giovetti

A complicare le cose per il settore già in affanno c’è stato poi l’uragano Melissa che, nell’autunno del 2025, ha colpito la parte orientale dell’isola, costringendo 735mila persone all’evacuazione preventiva dalle proprie abitazioni e infliggendo danni all’infrastruttura elettrica, alle strade e alle coltivazioni. Sulla ripresa e la ricostruzione dopo il passaggio di Melissa è arrivato come un secondo uragano l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, con la rimozione del presidente Nicholas Maduro@ e la presa di controllo de facto da parte degli Usa dell’industria petrolifera venezuelana. A questa è poi seguita una recrudescenza dell’embargo imposto dagli Usa, e il blocco di tutte le esportazioni di petrolio verso Cuba.

Il Venezuela era, insieme al Messico, il principale fornitore di idrocarburi per l’isola, che è in grado di produrre soltanto 40mila dei 100mila barili di petrolio usati ogni giorno.

Lo scorso 14 maggio il governo cubano ha annunciato di aver esaurito le riserve: i tagli di corrente all’Avana, ha riferito il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy, sarebbero durati 20-22 ore@, mettendo così sotto pressione servizi pubblici essenziali come la sanità e la raccolta dei rifiuti e determinando anche una riduzione negli arrivi di turisti del 48% nel primo trimestre del 2026@.

I danni al settore

Se è vero che il grosso delle strutture, come i resort, sono di proprietà di un ente (Gaesa) che di fatto è gestito dalle Forze armate, sono tante anche le cosiddette casas particulares, alloggi privati a gestione familiare: dai dati statistici più recenti emerge che un terzo dei pernottamenti, cioè 3,95 milioni su 12,5 milioni totali – è imputabile al settore privato@.

Oltre agli alloggi privati ci sono poi diversi piccoli esercizi, come ristoranti, caffè, negozi, che traevano dal turismo i propri guadagni. Lo scorso febbraio il gestore di una caffetteria all’Avana raccontava alla Bbc@ che, prima della crisi, riusciva a guadagnare circa 15 dollari al giorno: lavorava moltissimo – dalle 8 del mattino alle 11 di sera sei giorni alla settimana – ma otteneva in un giorno quasi l’equivalente del salario medio mensile a Cuba, cioè 6.930 pesos@, che, al cambio ufficiale, sarebbero circa 290 dollari, ma in realtà valgono solo più o meno 16 dollari al cambio informale, che è quello che condiziona l’economia locale.

La mancanza di combustibile ha però reso molto complicato coprire il tragitto fra casa e lavoro: trovare un mezzo di trasporto poteva richiedere una giornata intera. In queste condizioni, ha spiegato l’imprenditore, era impossibile per lui lavorare e, quindi, vivere sull’isola. Alla fine ha scelto di emigrare in Perù.

Turismo come arma

Per arrecare danni al settore turistico non è nemmeno necessario che ci sia un intervento militare. Come è successo in Giappone, basta dirsi contrari all’eventualità che un intervento avvenga. Stiamo parlando della dichiarazione della premier giapponese Sanae Takaichi (analisi a pag. 19, ndr) alla fine del 2025, quando ha detto che un attacco della Cina a Taiwan rappresenterebbe una minaccia esistenziale per il suo Paese. La Cina ha reagito in modo molto duro: ha ridotto le importazioni di prodotti ittici giapponesi e ha sconsigliato ai propri cittadini di intraprendere viaggi in Giappone. Il risultato è stato un calo del 60% degli arrivi di turisti cinesi, che erano stati la colonna portante della ripresa post Covid del Giappone, rappresentando circa un quinto dei 62,7 miliardi di dollari di entrate turistiche nel 2025@.

È un panorama piuttosto lontano da «una solida cooperazione e un coordinamento multilaterale» auspicati dall’Organizzazione mondiale del turismo nel rapporto@ con cui l’anno scorso aveva celebrato i suoi 50 anni.

Parigi, piazza Montmartre. Tipica scena nella quale artisti disegnano ritratti ai turisti. © Marco Bello

Turismo insostenibile

Se le previsioni parlano di due miliardi di arrivi nel 2030, non è chiaro quanto sostenibile questo flusso possa essere: non ci sono, ad esempio, studi aggiornati sull’impronta carbonica del settore, cioè su quanto contribuisce alle emissioni di gas climalteranti@.

Il dato Onu per cui il turismo contribuirebbe al 5,3% delle emissioni di gas serra totali risale a un rapporto del 2019@; un dato più recente lo ha calcolato nel 2025 l’organizzazione che rappresenta il settore privato globale dei viaggi e del turismo, il World travel & tourism council (Wttc), che ha collocato al 7,3% il contributo del turismo alle emissioni.

Quanto agli obiettivi di sviluppo sostenibile nei quali il turismo è presente, il rapporto sui progressi del 2025@ mostra una situazione di stallo sull’obiettivo 8, che riguarda la crescita economica, duratura e inclusiva, progressi limitati sull’obiettivo 12 relativo a produzione e consumo e addirittura un peggioramento nella salvaguardia del mare e delle sue risorse nei piccoli Stati insulari e nei Paesi meno sviluppati. Mentre in Europa – di gran lunga la regione con più arrivi internazionali: 783 milioni – le comunità protestano contro il sovraffollamento turistico (overtourism), Messico, Usa e Canada stanno ospitando i mondiali di calcio 2026, definiti dal quotidiano inglese The Guardian i più inquinanti di sempre. Alcune stime prevedevano la scorsa primavera che la spesa turistica legata allla Coppa del mondo sarà di circa 4,3 miliardi di dollari, di cui l’80% concentrata nel settore ricettivo. Ma questi guadagni sono realizzabili al costo di emissioni totali di gas serra che raggiungeranno quasi il doppio della media storica, in larga parte a causa dei voli, a cui sono imputabili 7,7 milioni sui 9 milioni di tonnellate di anidride carbonica previsti.

Chiara Giovetti

Turisti a Parigi – © Marco Bello

TURISMO MONDIALE

(DATI 2025) Arrivi internazionali

◊ Mondo: 1 ,52 miliardi (+4%)
◊ Europa: 793 milioni di turisti (+4%), di cui Ue-27: 582,6 milioni
◊ Asia e Pacifico: 331 milioni (+6%)
◊ Americhe: 218 milioni (+1%)
◊ Medio Oriente: 100 milioni (+3%)
◊ Africa: 81 milioni (+8%)

Spesa dei visitatori

1.900 miliardi di dollari.
Ricavi totali delle esportazioni derivanti dal turismo (compreso trasporto passeggeri): 2.200 miliardi di dollari.

Peso del turismo

◊ sulle esportazioni mondiali: 6%
◊ sulle esportazioni di servizi: 23%
◊ Contributo diretto al Pil mondiale: 3,54% (2024).

Fonte: Un Tourism