Quanto puzza quel commercio

Dal Ghana all’Indonesia, dal Kenya al Cile, attraversando gli oceani. Sono le mete dei rifiuti – dalla plastica a quelli elettronici – che viaggiano dal Nord del mondo ai Paesi del Sud. Un business sporco che qualcuno ha iniziato a contrastare.

La copertina del report 2026 sui rifiuti elettronici (E-waste).

Con la risoluzione 1514 del 1960, le Nazioni Unite hanno stabilito che «occorre porre fine al colonialismo e a tutte le pratiche di segregazione e discriminazione ad esso associate». Il colonialismo storicamente inteso si è concluso nel secolo scorso, con una lunga scia di Paesi che hanno conquistato l’indipendenza. Eppure, forme di colonialismo persistono ancora oggi. Il perdurare di rapporti di sfruttamento tra ex colonizzatori ed ex colonizzati mostra quanto questo fenomeno non sia relegato ai libri di storia, ma continui a evolversi e a manifestarsi in forme nuove.

Negli anni Ottanta, nel Nord globale si sono inasprite le normative ambientali sullo smaltimento dei rifiuti pericolosi. Per aggirare queste restrizioni, si è ricorso sempre più a Paesi terzi, con normative inesistenti o facilmente aggirabili, controlli scarsi e governi spesso disposti ad accettare i carichi in cambio di valuta straniera. Si sono così moltiplicate le navi che trasportavano rifiuti tossici occidentali verso le coste africane e sudamericane.

Il caso più emblematico è stato quello della Khian Sea, che – a fine anni Ottanta – aveva caricato 14mila tonnellate di ceneri tossiche a Philadelphia ma, non trovando un porto disposto ad accettarle, ne aveva scaricate una parte ad Haiti, disperdendone il resto negli oceani Atlantico e Indiano.

Dal Nord al Sud

Questa logica nei decenni si è affinata ed estesa a nuove categorie di rifiuti. I paesi del Nord globale producono più scarti di quanti ne riescano a smaltire e decidono, quindi, di trasferire il problema altrove, verso Paesi che li accettano in cambio di un compenso economico o perché privi degli strumenti per opporsi. Il risultato è che le nazioni che hanno contribuito meno all’inquinamento globale si ritrovano a gestire i rifiuti di quelli che ne hanno prodotti di più, una dinamica definita «colonialismo dei rifiuti». Questa forma di sfruttamento riproduce dinamiche storiche precise, spesso coinvolgendo gli stessi Stati con un passato coloniale. Le rotte della spazzatura ricalcano spesso, con inquietante fedeltà, quelle dei vecchi imperi.

La discarica di Agbogbloshie_foto-Wikimedia

La plastica: nessuno la vuole

Nell’immaginario collettivo, quando si parla di rifiuti si pensa, quasi inevitabilmente, alla plastica. In Europa, questa viene raccolta con cura dai cittadini e messa nei bidoni appositi con la sensazione di aver fatto la propria parte. Eppure, di tutta la plastica prodotta, solo il 9% è stata effettivamente riciclata, mentre il resto è finito in discarica, incenerito o disperso nell’ambiente.

Ogni anno, inoltre, il mondo produce una quantità enorme di rifiuti plastici, pari a circa 400 milioni di tonnellate. Di fronte a questi numeri, viene spontaneo chiedersi dove finiscano. La teoria del riciclo regge poco e la realtà ha a che fare con rotte commerciali e asimmetrie di potere.

Per decenni, i paesi industrializzati hanno esportato i propri rifiuti plastici in Asia, soprattutto in Cina.

Nel 2018, Pechino ha interrotto questo flusso vietando l’importazione di 24 tipologie di rifiuti solidi, tra cui la plastica. Anche la Thailandia ha deciso di seguire questo esempio, vietando le importazioni a partire dal 2025. Come sempre accade, i flussi non si fermano, ma semplicemente si spostano verso Paesi con normative ambientali più permissive e sistemi di gestione dei rifiuti insufficienti. Tra il 2017 e il 2021, le importazioni di rifiuti plastici nel Sud-est asiatico sono cresciute del 171%. Sebbene i Paesi di questa regione ospitino meno del 9% della popolazione mondiale, hanno ricevuto il 17% delle importazioni globali di rifiuti plastici.

Non tutta la plastica esportata è dichiarata apertamente come rifiuto. Il commercio internazionale di rifiuti plastici si regge sulla distinzione tra plastica «riciclabile» e «mista». La seconda è spesso non riciclabile o economicamente svantaggiosa da trattare, ma viene comunque spedita, mescolata a materiali di qualità superiore per eludere i controlli.

La storia dei 141 container tedeschi bloccati nei porti turchi tra il 2020 e il 2021 è emblematica: arrivati poco prima dell’introduzione di un divieto sulle importazioni di plastica mista, sono stati respinti perché contenevano rifiuti spacciati per plastica lavorabile, rimanendo per oltre un anno in un limbo tra diversi Paesi.

Sorge allora un dubbio: quanta della plastica che l’Unione europea dichiara come riciclata finisce in discariche illegali o viene bruciata all’aperto?

Va sempre ricordato che l’86% della dispersione di plastica nell’ambiente avviene in paesi non Ocse, i quali – però – consumano poco più della metà della plastica globale. Ed è così che i luoghi si trasformano. A Loji Beach, un piccolo porto di pescatori in Indonesia, le correnti convogliano i rifiuti nella baia. Questi però non sono di origine locale, a dimostrazione del fatto che il problema è in parte sistemico: anche quando la plastica viene raccolta correttamente in Europa, la filiera del riciclo non è in grado di assorbirla tutta e il surplus trova comunque una via d’uscita, quasi sempre verso Sud.

Raccolta dei rifiuti a New Delhi, India. Foto Zoshua Colah – Unsplash

I rifiuti elettronici

Nel 2022 il mondo ha prodotto circa 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, pari a quasi due tonnellate di apparecchiature al secondo. È la categoria di rifiuti in più rapida crescita, alimentata dall’innovazione tecnologica e da modelli di consumo che rendono rapidamente obsoleti i dispositivi. Eppure, questi scarti contengono una quantità enorme di risorse preziose: da un milione di telefoni si possono recuperare circa 9mila chili di rame, oltre 200 d’argento, più di 20 d’oro e quasi nove di palladio.

Il Global E-waste Monitor 2024 stima che il valore delle materie recuperabili nei rifiuti elettronici non trattati ammonta a circa 62 miliardi di dollari l’anno.

Nonostante ciò, oltre l’80% dei rifiuti elettronici finisce nel cosiddetto Sud globale, spesso etichettato ambiguamente come «apparecchiature usate e funzionanti», aggirando così i controlli doganali e le normative internazionali.

In un’indagine un gruppo di ricercatori ha dotato di tracciatore Gps 314 apparecchiature elettroniche e le hanno depositate in centri di raccolta ufficiali in dieci Stati europei. Il 6% di questi è stato esportato in probabile violazione delle normative internazionali, e sette sono arrivati in Africa. Applicando questa percentuale ai volumi complessivi della produzione europea, i ricercatori hanno stimato che ogni anno 352mila tonnellate di rifiuti elettronici si muovono dall’Europa secondo queste ambigue modalità.

Questo traffico illecito genera profitti tra i 10 e i 12 miliardi di dollari l’anno, alimentando un mercato parallelo che si sviluppa all’ombra della transizione digitale globale.

Il Ghana è tra i principali destinatari di questi flussi: circa il 15% dei rifiuti elettronici globali viene smaltito nel Paese. Attorno a questo flusso si è sviluppata un’economia informale, grazie alla quale per ogni tonnellata di rifiuti elettronici si contano 15 lavoratori nel riciclo e 200 nelle riparazioni. Il governo guadagna ogni anno circa 100 milioni di dollari in tasse dai paesi esportatori, una fonte di entrate che rende difficile limitare le importazioni.

Il luogo simbolo di questo fenomeno è Agbogbloshie, nella periferia di Accra, che ospita una delle più grandi discariche di rifiuti elettronici dell’Africa. Qui lavorano circa seimila persone, che recuperano metalli preziosi bruciando cavi e dispositivi all’aperto, senza protezioni né regolamentazioni adeguate. Queste pratiche rilasciano sostanze altamente tossiche nell’aria e nel suolo. Altre 30mila persone nella regione metropolitana dipendono indirettamente dalla discarica. 

bambini riciclatori trasportano sacchi di rifiuti ad Agra, in India. Foto Dulana Kodithuwakku – Unsplash

I rifiuti tessili

L’industria della moda è responsabile fino al 10% delle emissioni globali di gas serra. Le catene del tessile consumano enormi quantità di energia, acqua e sostanze chimiche, di cui molte sono classificate come pericolose. I tessuti sintetici, che costituiscono più della metà della produzione globale, rilasciano microplastiche a ogni lavaggio, contribuendo all’inquinamento degli oceani. Su questo sistema già fragile si è innestato il modello del fast fashion: capi progettati per durare poco, prodotti in quantità industriali, venduti a prezzi stracciati e dismessi troppo velocemente. Il risultato è che ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 83 milioni di tonnellate di rifiuti tessili.

Una parte significativa degli abiti dismessi nei paesi del Nord globale viene raccolta sotto forma di donazioni, in un gesto che, all’apparenza, riflette una certa «generosità».

Nel 2019, l’Africa ha ricevuto il 46% del tessile usato esportato dall’Unione europea. Tuttavia, una quota rilevante di questi capi, spesso fino alla metà, è già scarto al momento dell’arrivo perché troppo danneggiata, consumata o di qualità troppo bassa per essere rivenduta.

In Kenya, questo sistema prende il nome di mitumba, termine che significa «balle» e indica i pacchi di abiti usati importati dai paesi donatori e venduti prima ancora di essere aperti. I piccoli commercianti le acquistano senza conoscerne il contenuto, ma una parte significativa è costituita da scarti invendibili. Dei 900 milioni di capi importati dal Kenya nel 2021, fino al 50% è finito in discarica o bruciato a cielo aperto. A Nairobi, la discarica di Dandora è uno dei principali punti di accumulo dei rifiuti tessili e il fiume Nairobi che la attraversa è intasato di capi sintetici. Anche le reti dei pescatori del Lago Vittoria, ai confini tra Kenya e Uganda, raccolgono più vestiti che pesci, con conseguenze sui mezzi di sussistenza delle comunità locali.

Il fenomeno non si limita all’Africa: dal porto di Iquique, nel Nord del Cile, ogni anno transitano 59mila tonnellate di materiale tessile. Di queste solo 20mila entrano nel circuito distributivo sudamericano, mentre il resto finisce nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del pianeta, oggi coperto da dune di stracci, tossiche per l’ecosistema e le popolazioni vicine.

Questo sistema non distrugge solo l’ambiente, ma anche le economie locali. Il 91,5% delle famiglie keniane acquista vestiti di seconda mano importati, mostrando una forte dipendenza da questi flussi a scapito dell’industria locale. I piccoli produttori locali faticano a competere con vagoni di abiti europei venduti a pochi centesimi al chilo. Tralasciando le implicazioni etiche della produzione, il fast fashion si presenta come una forma di accessibilità diffusa, ma impoverisce le filiere locali, inonda i mercati di scarti e lascia alle comunità del Sud globale la gestione dei rifiuti di un sistema che, ancora una volta, non hanno contribuito a creare.

rifuti- foto Engin Akyurt – Unsplash

Salute e diritti a rischio 

Si parla di riciclo, ma le pratiche appena raccontate non assomigliano a quello che immaginiamo quando separiamo i rifiuti a casa o «doniamo» vestiti usati. Ad Agbogbloshie, i lavoratori respirano livelli di particolato quasi cinque volte superiori alle soglie indicate dall’Organizzazione mondiale della sanità. Le uova delle galline allevate nel vicino insediamento di Old Fadama contengono livelli pericolosi di diossine, segno che la contaminazione è entrata nella catena alimentare. Tra i lavoratori ci sono anche bambini, i cosiddetti «poliziotti del metallo», che per pochi soldi cercano residui metallici da poter rivendere. I rischi cronici per la salute e la mancanza di tutele e diritti pesano meno, nella scala delle urgenze quotidiane, del bisogno immediato di sopravvivere. Ma finché non c’è alternativa, ci sarà sempre qualcuno disposto ad accettare il rischio altrui. Il «riciclo» che avviene in questi luoghi è l’espressione proprio di questo: della delega del rischio a chi non può rifiutarla.

I divieti della Ue

Le normative esistono ma, come spesso accade, la loro applicazione è debole o facilmente aggirabile. La Convenzione di Basilea del 1992 ha posto un primo argine all’esportazione di rifiuti tossici. Nel 2019 è arrivato un emendamento alla Convenzione sull’esportazione di plastica, mentre – nel 2024 – l’Unione europea ha vietato l’export di rifiuti plastici verso i Paesi non Ocse. I rifiuti elettronici (Raee) – invece – sono stati inclusi nella Convenzione con un altro emedamento entrato in vigore nel gennaio 2025. Si tratta, però, di un percorso lento, spesso aggirato attraverso clausole e scappatoie legali, mentre l’enorme giro di interessi economici che ruota attorno a questi traffici frena i governi dall’affrontare strutturalmente il problema.

Resistenza dal basso

Intanto, alcune realtà locali resistono. In Ghana, Yvette Tetteh ha nuotato per 450 chilometri lungo il fiume Volta, seguita da un catamarano a energia solare con un laboratorio scientifico a bordo, per documentare la presenza di microplastiche nelle acque e denunciare l’impatto del colonialismo dei rifiuti sugli ecosistemi del suo Paese.

In Uganda, Bobby Kolade ha fondato Buzigahill, un progetto che trasforma abiti scartati dal Nord globale in capi di alta gamma, rispedendoli simbolicamente al mittente. In Kenya, il gruppo Clean Up Kenya e attiviste come Chemitei Janet sensibilizzano ogni giorno sull’impatto dell’industria della moda. Sono voci diverse, in luoghi diversi, ma che condividono la stessa idea: il problema non nasce lì dove si trovano, ma è lì che ha trovato le sue conseguenze più visibili ed è lì che qualcuno ha deciso di combatterlo.

Le resistenze dal basso esistono, ma non possono sostituire la responsabilità degli Stati nel mettere in discussione e modificare le strutture globali che alimentano questo moderno colonialismo.

Eva Castelletti

Colonialismo dei rifiuti _ Nick Fewings – Unsplash